Visualizzazione post con etichetta accompagnamento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta accompagnamento. Mostra tutti i post

venerdì 30 gennaio 2026

IL METAL DETECTOR ?


Il metal detector vede le lame, 

l’educatore vede il “volto umano” dei ragazzi. 

La lezione di don Bosco oggi

“Il volto umano della devianza minorile” è quello che sono chiamati a cercare psicologi, insegnanti, educatori. Una riflessione a più voci, a Roma, in occasione della Festa di don Bosco. Il criminologo Silvio Ciappi, l’educatore Ernesto Affinati e don Silvano Oni raccontano il disagio giovanile oltre le scorciatoie securitarie. Perché «le mele marce non esistono»

di Chiara Ludovisi

«In ogni giovane, anche il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene»: suonano come un monito le parole di don Giovanni Bosco, nei giorni in cui parliamo di metal detector a scuola e di eserciti in strada, per rispondere alla devianza dei giovani.

Ma questi sono anche i giorni in cui si ricorda, appunto, l’opera di don Bosco e la sua vita spesa accanto a quei “disgraziati” che ha amato, accolto e accompagnato.

In occasione della Festa di don Bosco, che si celebra il 31 gennaio, una delle realtà salesiane della capitale, Borgo don Bosco, ha ospitato una mattinata di riflessione e approfondimento sul tema “Il volto umano della devianza minorile”. Un titolo che è anche una risposta alla logica securitaria e repressiva che sembra prevalere. 

La posizione emersa è chiara, ferma e comune a tutte le voci intervenute questa mattina, a partire da quella di Sandro Iannini, Sandro Iannini, delegato per l’emarginazione e il disagio dell’Ispettoria centrale. «I metal detector a scuola non sono una risposta possibile per chi ancora crede nell’umanità e nella prevenzione. Servono piuttosto patti educativi, reti, comunità reali capaci di leggere i vissuti dei ragazzi e delle ragazze».

Non esistono mele marce, ma contenitori in cui manca la felicità

Perché «non si nasce criminali, e non esistono mele marce: esistono contenitori marci, contesti che producono solitudine, noia, vergogna, assenza di senso», ha detto Silvio Ciappi, criminologo, autore del recente libro “Il branco. Storie di giovani, violenza e noia”.

«Io è una vita che mi arrabatto intorno alla questione del male», ha esordito. «Ho sempre visto davanti a me contraddizioni». Come quella del ragazzo incontrato pochi giorni prima in carcere: «Non un ragazzo dei palazzi popolari del Quarticciolo, ma un ragazzo di una “villetta”. Perché i delitti di sangue oggi non avvengono solo nelle borgate pasoliniane, ma anche nelle villette, appunto, che nascondono le psicopatologie del vuoto».

Il quadro che Ciappi ha descritto è quello di un mondo “orizzontale”: «Un ragazzo che ha avuto tutto, potrebbe essere mio figlio. Università, viaggi, sport, Erasmus, una famiglia senza fame, senza disoccupazione, senza le tradizionali cause che predispongono al reato. Eppure è un assassino. Ha ucciso la persona che amava». 

Dobbiamo costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis

La spiegazione non c’è, ma pure bisogna provare a spiegare ciò che accede. E una spiegazione, per Ciappi, si trova nel «branco, che non è quello fisico che si vede per strada, ma quello digitale, che si nutre di angoscia, di noia e di vergogna, non per ciò che vorrei essere, ma per ciò che dovrei essere, agli occhi degli altri». 

Che fare, allora? «Costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis».

E poi bisogna riscoprire, giovani e adulti, la «mitezza, l’umiltà del conoscere e la semplicità delle cose, dietro cui fa capolino la felicità. Perché io mi chiedo: questi giovani che incontro in carcere, che sembra abbiano avuto tutto, sono mai stati felici per quelle piccole cose che possono e devono renderci felici?».

Infine, l’autoscritica: «Noi psichiatri abbiamo psicologizzato, psichiatrizzato, medicalizzato i giovani, con saperi attuariali che non si interrogano più sulle cause del male. Nessuno vuole mettere mani e testa nei luoghi della sofferenza, perché lì ci si possono sporcare le mani. E invece è lì che la vita scorre».

La scuola che pensa ai metal detector può solo peggiorare

Sul fronte educativo, Eraldo Affinati, scrittore e fondatore della scuola di italiano per stranieri gratuita Penny Wirton, ha approfondito il tema, cruciale, della relazione educativa. «L’educatore deve essere maestro e amico: amico quando scende nella notte interiore dell’adolescente, ma anche limite, ostacolo da non superare», ha detto

E sulla base della sua esperienza, come «ragazzo agitato» prima, poi come insegnante alla Città dei Ragazzi e alla Penny Wirton, Affinati lo afferma senza ombra di dubbio: «I giovani non sono solo quelli che uccidono con un coltello. Sono anche i tanti giovani volontari che vengono a insegnare italiano ai loro coetanei stranieri. E i più bravi a farlo sono spesso quelli che a scuola vanno male: qui tirano fuori qualità insospettate, al punto che gli insegnanti non li riconoscono più».

La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più

Anche la scuola, allora, può diventare uno di quei «contenitori marci» di cui parlava Ciappi, se non tira fuori il meglio, ma addirittura il peggio dei ragazzi : «Se arriva a pensare di risolvere tutto con i metal detector, non può che peggiorare». La scuola quindi deve cambiare, perché «tanti insegnanti non parlano più con gli studenti e gli studenti a loro volta non parlano, sono intimoriti. La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più».

Il carcere minorile, dove i ragazzi si considerano «merde»

Il luogo in cui, per eccellenza, deve essere raccolta la sfida di vedere «il volto umano della devianza minorile» è il carcere. Don Silvano Oni, cappellano al Ferrante Aporti, ci ha introdotto a piccoli passi, a partire dal «rumore continuo delle porte blindate che sbattono e scandiscono le giornate».

Oggi al Ferrante Aporti ci sono 49 ragazzi, di cui 38 minori stranieri non accompagnati. Uno è dentro per aver rubato un telefonino alla persona sbagliata, tanti per altri piccoli reati come questo. Sono ragazzi che non hanno avuto pane, affetto, casa. Tanti non sanno neanche perché hanno commesso reato».

Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande

La realtà è che «io in carcere non incontro autori di reato, ma persone che spesso non coincidono con quello che hanno fatto. Eppure, si sentono “merde”, come uno di loro ha scritto chiaramente in un rap».

Osservando e ascoltando questi ragazzi, don Silvano ha cambiato il modo di vedere il mondo: «Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande».

Se i metal detector fanno scoprire le lame, l’educatore che entra in rapporto con il ragazzo scoprire «il volto umano» anche dietro la devianza e da quello parte per ricostruire qualcosa che si è rotto, se è vero che criminali non si nasce.  

Il lavoro dell’educatore «è fatto di gesti minimi: guardare, ascoltare, restituire dignità». E lo ha spiegato con la storia di un ragazzo, che «quando parlava teneva sempre una mano davanti alla bocca. Gli ho chiesto perché e alla fine ho scoperto che aveva solo tre denti. Gli abbiamo chiesto se volesse sistemarsi la bocca, ha detto di sì e ora c’è una dentista che, anche grazie alla Caritas, viene in carcere ogni martedì e pieno piano lo sta curando. I ragazzi parlano poco, tanti sono analfabeti anche nella loro lingua, ma se li osserviamo e stiamo accanto a loro senza fretta, ci lasciano scoprire le loro storie e tutto diventerà più chiaro».

Tutto il contrario del decreto Sicurezza e, prima ancora, del decreto Caivano: questo «ha prodotto un sovraffollamento che ha alzato molto lo stress: le occasioni di conflitto aumentano, i ragazzi non possono più incontrarsi tutti insieme, ma solo a piccoli gruppi, perciò alcune attività anche belle si sono perse. Certo, i ragazzi a volte vanno fermati, perché sono treni impazziti, come hanno dimostrato anche le rivolte dello scorso anno. Ma fermarli non può essere l’unica risposta, dopo devono ripartire e noi dobbiamo accompagnarli. Dobbiamo rintracciare in ogni ragazzo qualcosa di positivo e aiutarlo a farlo fiorire, ritrovando la fiducia in se stesso, non identificandosi con l’errore che ha fatto. Perché l’errore non è la fine, ma il punto di partenza». 

VITA

Immagine

 


domenica 18 gennaio 2026

CHIAMAMI ADULTO

 



In Chiamami adulto, libro che conclude la trilogia iniziata nel 2021 con L’età tradita, Matteo Lancini esplora i molteplici contesti e le modalità in cui gli adolescenti costruiscono relazioni: dalla famiglia alla scuola, dagli ambienti digitali alle stanze di psicoterapia, dal gruppo dei pari al rapporto di coppia.

Partendo da alcuni spunti già introdotti in Sii te stesso a modo mio, come l’assenza di prospettive future e la fragilità adulta che spesso ostacola un dialogo autentico, l’autore scava in profondità, rivelando che cosa serve davvero per avvicinarsi ai giovani: l’ascolto e una presenza empatica.

Attraverso esempi concreti, storie personali e riflessioni incisive, il libro offre a genitori, insegnanti e psicologi gli strumenti per superare l’urgenza del fare e per imparare finalmente a stare nella relazione, aiutando i ragazzi a non sentirsi più soli in mezzo agli altri, ma compresi e sostenuti.

 

Biografia dell'autore

Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è presidente della fondazione Minotauro di Milano. Insegna presso il dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Giovane adulto (con F. Madeddu, 2014), L’adolescente (con L. Cirillo, T. Scodeggio, T. Zanella, 2020), L'età tradita (2021), Sii te stesso a modo mio (2023) e Chiamami adulto (2025), e ha curato Il ritiro sociale negli adolescenti (2019).


 

giovedì 9 ottobre 2025

PATERNITA' EVAPORATA

 


UN PROMEMORIA PER I PADRI DI OGGI

Dai padri biblici Abramo, Zaccaria e Giuseppe

 

Tre esperienze di paternità, di cui si racconta nelle Sacre Scritture, l’autore prende in considerazione l’esperienza di Abramo, quella di Zaccaria e quella di Giuseppe.

Tre esperienze affini per diversi aspetti, ma soprattutto per la determinazione di uniformarsi al volere di Dio. Essi, perciò, fanno un proprio modo di essere che li preserva dalla tentazione della possessività.

Come si legge nell’introduzione “attraverso un percorso di crescita interiore, che non ignora momenti anche faticosi, i tre padri biblici maturano un modo casto di amare ciascuno il proprio figlio".

E’ una testimonianza significativa, anche al di fuori di un orizzonte di fede, per i padri di oggi, in un tempo culturalmente caratterizzato dalla “evaporazione”, come ama dire Recalcati, della figura paterna.

 

Nino Sammartano, Paternità, La Medusa Editrice, maggio 2025, pagg.108

Immagine

 

martedì 15 aprile 2025

L'INCUBO DEI COMPITI

 


Compiti a casa, un incubo per genitori e figli? 
Tra ricordi di un’infanzia senza aiuti e il sovraccarico attuale, ecco cosa emerge dal dibattito acceso sui social



Di Andrea Carlino

Il tema dei compiti a casa continua sempre a scatenare discussioni accese tra i genitori. Molti lamentano la quantità eccessiva di esercizi che i figli devono svolgere quotidianamente, ma emergono anche opinioni contrastanti sull’effettivo ruolo dei genitori nel supporto scolastico.

Su X, alcuni ricordano con sorpresa di non aver mai ricevuto aiuto dai propri genitori durante l’infanzia, ritenendo normale affrontare da soli lo studio. Altri sottolineano come oggi i bambini sembrino più oberati rispetto al passato, attribuendo questa situazione a una mancanza di coordinamento tra insegnanti o a un aumento generale del carico scolastico. La questione si complica ulteriormente con genitori che preferiscono lasciare ai figli la responsabilità di gestire i compiti in autonomia, intervenendo solo in caso di reale difficoltà.

Esperienze personali e riflessioni sull’equilibrio necessario

Diverse testimonianze raccontano di un passato in cui l’aiuto dei genitori era limitato o addirittura assente, ma senza che ciò rappresentasse un problema per gli studenti. Alc   genitori di oggi, invece, si trovano a dover affrontare un carico di compiti che sembra sproporzionato, con figli che passano più tempo sui libri rispetto al tempo libero. La necessità di un equilibrio emerge come punto centrale: aiutare i figli solo quando necessario, senza sostituirsi a loro, per favorire l’autonomia e la capacità di affrontare le difficoltà. Alcuni insegnanti in pensione confermano che la mancanza di coordinamento tra docenti può portare a un sovraccarico di compiti, mentre altri genitori sottolineano come il vero problema non sia tanto il numero di compiti, ma la frustrazione che i genitori stessi provano nel doverli seguire.

Il ruolo dei genitori: supporto, non sostituzione

Il confronto tra genitori mette in luce un aspetto fondamentale: il supporto ai compiti non deve trasformarsi in un lavoro svolto al posto dei figli. Molti concordano sul fatto che il ruolo dei genitori dovrebbe limitarsi a un aiuto organizzativo o a un sostegno motivazionale, lasciando ai ragazzi la responsabilità di studiare e svolgere gli esercizi. Alcuni raccontano di aver sempre gestito lo studio in autonomia, con risultati positivi, mentre altri evidenziano come un eccesso di aiuto possa generare fragilità nei bambini.

Necessario, dunque, trovare un giusto compromesso tra autonomia e supporto, per evitare che i compiti diventino fonte di stress sia per i ragazzi sia per le famiglie.

 Orizzonte Scuola

venerdì 21 marzo 2025

VOCAZIONE E' SPERANZA

 


«Ogni vocazione 

è segno di speranza 

Siate guide sagge 

per i giovani smarriti»

Pubblichiamo il testo integrale del Messaggio di papa Francesco per la 62ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni che ha come titolo «Pellegrini di speranza: il dono della vita». La Giornata sarà celebrata l’11 maggio 2025, IV Domenica di Pasqua. Di seguito il testo del Pontefice.

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 62ª GIORNATA MONDIALE
DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

 

Pellegrini di speranza: il dono della vita

 

Cari fratelli e sorelle!

In questa LXII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, desidero rivolgervi un invito gioioso e incoraggiante ad essere pellegrini di speranza donando la vita con generosità.

La vocazione è un dono prezioso che Dio semina nei cuori, una chiamata a uscire da sé stessi per intraprendere un cammino di amore e di servizio. Ed ogni vocazione nella Chiesa – sia essa laicale o al ministero ordinato o alla vita consacrata – è segno della speranza che Dio nutre per il mondo e per ciascuno dei suoi figli.

In questo nostro tempo, molti giovani si sentono smarriti di fronte al futuro. Sperimentano spesso incertezza sulle prospettive lavorative e, più a fondo, una crisi d’identità che è crisi di senso e di valori e che la confusione digitale rende ancora più difficile da attraversare. Le ingiustizie verso i deboli e i poveri, l’indifferenza di un benessere egoista, la violenza della guerra minacciano i progetti di vita buona che coltivano nell’animo. Eppure il Signore, che conosce il cuore dell’uomo, non abbandona nell’insicurezza, anzi, vuole suscitare in ognuno la consapevolezza di essere amato, chiamato e inviato come pellegrino di speranza.

Per questo, noi membri adulti della Chiesa, specialmente i pastori, siamo sollecitati ad accogliere, discernere e accompagnare il cammino vocazionale delle nuove generazioni. E voi giovani siete chiamati ad esserne protagonisti o, meglio, co-protagonisti con lo Spirito Santo, che suscita in voi il desiderio di fare della vita un dono d’amore.

Accogliere il proprio cammino vocazionale

Carissimi giovani, «la vostra vita non è un “nel frattempo”. Voi siete l’adesso di Dio» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 178). È necessario prendere coscienza che il dono della vita chiede una risposta generosa e fedele. Guardate ai giovani santi e beati che hanno risposto con gioia alla chiamata del Signore: a Santa Rosa di Lima, San Domenico Savio, Santa Teresa di Gesù Bambino, San Gabriele dell’Addolorata,  ai Beati – tra poco Santi – Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati e a tanti altri. Ciascuno di loro ha vissuto la vocazione come cammino verso la felicità piena, nella relazione con Gesù vivo.  Quando ascoltiamo la sua parola, ci arde il cuore nel petto (cfr Lc 24,32) e sentiamo il desiderio di consacrare a Dio la nostra vita! Allora vogliamo scoprire in che modo, in quale forma di vita ricambiare l’amore che Lui per primo ci dona.

Ogni vocazione, percepita nella profondità del cuore, fa germogliare la risposta come spinta interiore all’amore e al servizio, come sorgente di speranza e di carità e non come ricerca di autoaffermazione. Vocazione e speranza, dunque, si intrecciano nel progetto divino per la gioia di ogni uomo e di ogni donna, tutti chiamati in prima persona ad offrire la vita per gli altri (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 268). Sono molti i giovani che cercano di conoscere la strada che Dio li chiama a percorrere: alcuni riconoscono – spesso con stupore – la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata; altri scoprono la bellezza della chiamata al matrimonio e alla vita familiare, come pure all’impegno per il bene comune e alla testimonianza della fede tra i colleghi e gli amici.

Ogni vocazione è animata dalla speranza, che si traduce in fiducia nella Provvidenza. Infatti, per il cristiano, sperare è ben più di un semplice ottimismo umano: è piuttosto una certezza radicata nella fede in Dio, che opera nella storia di ogni persona. E così la vocazione matura attraverso l’impegno quotidiano di fedeltà al Vangelo, nella preghiera, nel discernimento, nel servizio.

Cari giovani, la speranza in Dio non delude, perché Egli guida ogni passo di chi si affida a Lui. Il mondo ha bisogno di giovani che siano pellegrini di speranza, coraggiosi nel dedicare la propria vita a Cristo, pieni di gioia per il fatto stesso di essere suoi discepoli-missionari.

Discernere il proprio cammino vocazionale

La scoperta della propria vocazione avviene attraverso un cammino di discernimento. Questo percorso non è mai solitario, ma si sviluppa all’interno della comunità cristiana e insieme ad essa.

Cari giovani, il mondo vi spinge a fare scelte affrettate, a riempire le giornate di rumore, impedendovi di sperimentare un silenzio aperto a Dio, che parla al cuore. Abbiate il coraggio di fermarvi, di ascoltare dentro voi stessi e di chiedere a Dio cosa sogna per voi. Il silenzio della preghiera è indispensabile per “leggere” la chiamata di Dio nella propria storia e per dare una risposta libera e consapevole.

Il raccoglimento permette di comprendere che tutti possiamo essere pellegrini di speranza se facciamo della nostra vita un dono, specialmente al servizio di coloro che abitano le periferie materiali ed esistenziali del mondo. Chi si mette in ascolto di Dio che chiama non può ignorare il grido di tanti fratelli e sorelle che si sentono esclusi, feriti, abbandonati. Ogni vocazione apre alla missione di essere presenza di Cristo là dove più c’è bisogno di luce e consolazione. In particolare, i fedeli laici sono chiamati ad essere “sale, luce e lievito” del Regno di Dio attraverso l’impegno sociale e professionale.

Accompagnare il cammino vocazionale

In tale orizzonte, gli operatori pastorali e vocazionali, soprattutto gli accompagnatori spirituali, non abbiano paura di accompagnare i giovani con la speranzosa e paziente fiducia della pedagogia divina. Si tratta di essere per loro persone capaci di ascolto e di accoglienza rispettosa; persone di cui possano fidarsi, guide sagge, pronte ad aiutarli e attente a riconoscere i segni di Dio nel loro cammino.

Esorto pertanto a promuovere la cura della vocazione cristiana nei diversi ambiti della vita e dell’attività umana, favorendo l’apertura spirituale di ciascuno alla voce di Dio. A questo scopo è importante che gli itinerari educativi e pastorali prevedano spazi adeguati di accompagnamento delle vocazioni.

La Chiesa ha bisogno di pastori, religiosi, missionari, coniugi che sappiano dire “sì” al Signore con fiducia e speranza. La vocazione non è mai un tesoro che resta chiuso nel cuore, ma cresce e si rafforza nella comunità che crede, ama e spera. E poiché nessuno può rispondere da solo alla chiamata di Dio, tutti abbiamo necessità della preghiera e del sostegno dei fratelli e delle sorelle.

Carissimi, la Chiesa è viva e feconda quando genera nuove vocazioni. E il mondo cerca, spesso inconsapevolmente, testimoni di speranza, che annuncino con la loro vita che seguire Cristo è fonte di gioia. Non stanchiamoci dunque di chiedere al Signore nuovi operai per la sua messe, certi che Lui continua a chiamare con amore. Cari giovani, affido la vostra sequela del Signore all’intercessione di Maria, Madre della Chiesa e delle vocazioni. Camminate sempre come pellegrini di speranza sulla via del Vangelo!

Vi accompagno con la mia benedizione, e vi chiedo per favore di pregare per me.

 

Roma, Policlinico Gemelli, 19 marzo 2025.

FRANCESCO

 

www.vatican.va

Immagine


 

 

domenica 2 marzo 2025

LA GUIDA DI UN MAESTRO


 Crepet: un buon maestro consente ai bambini e agli adolescenti di fare cose difficili, mettendoli nelle condizioni di sbagliare e di riprovarci, avendo il coraggio di credere nelle loro potenzialità



 La Redazione

 "La mancanza del padre può implicare carenza di regole morali e comportamentali; la mancanza di un maestro induce nei bambini e negli adolescenti una perdita di..."

 Nonostante la precocità nel bruciare le tappe, nonostante tutto scorra veloce senza un attimo di sosta, occorre però trovare del tempo da dedicare alle nuove generazioni, troppo spesso prive di figure magistrali che possano fungere da esempio, indicando loro la strada giusta da percorrere.

A tal fine il sociologo e psichiatra Paolo Crepet pone l'accento su tale aspetto, sottolineando l'importanza di un maestro nel processo educativo e di crescita di un giovane ragazzo.

"La mancanza del padre può implicare carenza di regole morali e comportamentali; la mancanza di un maestro induce nei bambini e negli adolescenti una perdita di progettualità, induce miopia", queste le significative parole dello psichiatra.

 "Educazione è esempio, in particolare esempio silenzioso nei mille piccoli e apparentemente insignificanti gesti della quotidianità; compone un lessico familiare che ognuno di noi riconosce come segno distintivo della propria identità", continua così Paolo Crepet attraverso una disamina chiara e dettagliata.

Ecco allora l'importanza di un bravo maestro capace di comprendere fino in fondo le qualità intrinseche del suo allievo, riscoprendo quel talento che possiedono tutti e non solo i primi della classe, ma anche quelli su cui nessuno scommetterebbe un soldo. 

"L'idea di far fare ai bambini e agli adolescenti cose difficili, di metterli nelle condizioni di sbagliare e di riprovarci implica il coraggio di credere nelle loro potenzialità: ecco perché è un'idea poco popolare tra gli educatori. Con quale lodevole eccezione", in tal modo prosegue la sua riflessione lo psichiatra.

Maria Montessori ha avuto il coraggio di affermare che ogni bambino possiede un proprio talento (che è cosa diversa dalla genialità: il primo s'accompagna alla consapevolezza, la seconda è un frutto del tutto misterioso e involontario, quindi inconsapevole). Tutti, dunque, possiedono un talento e gli insegnanti non devono puntare esclusivamente sui "bravi", perché talento e rendimento scolastico non sono sinonimi.

Con il passare del tempo si è verificato un vero e proprio sovvertimento dei valori, dei ruoli: gli educatori, infatti, sembrano aver perso quell'autorevolezza e considerazione che dovrebbero, invece, contraddistinguerli, favorendo una crescita basata su un legame di reciproca dipendenza.

"Osserviamo la gente che gremisce una pizzeria la sera del sabato: quanti padri si affrettano a tagliare la pizza a un figlio che ha già dieci o dodici anni? Pensiamo a ciò che succede ogni mattina in tantissime case: quante mamme continuano a rifare il letto a figli che magari studiano già all'università", questi i vari interrogativi che lo psichiatra si pone in maniera chiara e dettagliata.

 Ciò determina, però, la tessitura di un pesante legame di reciproca dipendenza. Mettere le mani nel piatto o nel letto di un figlio è rassicurante quanto mantenere integro un cordone ombelicale.

Bisogna, pertanto, andare oltre, recuperando la propria fondamentale ed imprescindibile funzione educativa, senza scendere a compromessi, rivalutando l'importanza di crescere giovani autonomi e forti e non vulnerabili e manipolabili, capaci di mettersi alla prova giorno dopo giorno, sperimentando le proprie passioni ed ambizioni, senza avere paura, ma anzi ritrovando quell'equilibrio che permette di vivere serenamente, agendo responsabilmente, riscoprendo la tenacia e la determinazione nel raggiungere i risultati predeterminati e nel credere nei propri sogni, lasciandosi guidare dalla fiducia in se stessi, grazie a quell'esperienza che permette loro di cadere ma anche di rialzarsi, perché solo così impareranno davvero a vivere.

 A scuola

Immagine


martedì 4 febbraio 2025

CHE COSA VUOI FARE DA GRANDE?


 La mancanza di orientamento per le scelte del futuro nella scuola è una ferita per i ragazzi. 

Che fare?"

 

 

 

 

 

 

 


- di Alessandro D’Avenia

 

Partecipo da anni a un progetto di orientamento alla scelta del futuro dedicato a ragazzi degli ultimi due anni di superiori, ma il discorso vale anche per l'imminente iscrizione alle superiori.

Lo abbiamo intitolato: “Universitas: che cosa vuoi fare di grande?”. 

La prima parola restituisce energia a quella invenzione medievale, l'università, nata per cercare unità (uni-verto) nella meravigliosa molteplicità del reale, come la luce che, penetrando nelle cattedrali attraverso i ricami di pietra dei rosoni, illumina l'interno. La seconda parte corregge la fatidica domanda posta ai bambini. Chiedere che cosa vuoi fare “di” e non “da” grande punta all'unicità e unità della persona nel tempo, perché la grandezza non sta nella quantità ma nella qualità, non in quanti anni di vita hai ma in quanta vita c'è negli anni che hai. Un seme è già grande per la sua energia, ed educare è porre le condizioni perché quella grandezza abbia luogo e si compia. Nessun contadino disprezza un seme perché è minuscolo, ma lo aiuta a realizzare la sua concentratissima potenza. Il progetto di orientamento che dura alcuni mesi comincia con un incontro pubblico, in presenza e a distanza, durante il quale ragazzi di tutta Italia pongono domande a chi ha vissuto e riflettuto su quella scelta così delicata. Quest'anno ero insieme a Mario Calabresi. Che cosa ci hanno chiesto? Che cosa abbiamo notato? 

 Tutte le domande avevano in comune la paura, non la benedetta paura di chi sta per compiere ciò per cui evolutivamente l'adolescenza (fenomeno squisitamente umano nella sua lunghezza) è fatta: uscire di casa per farne una nuova. Non abbiamo toccato la trepidazione di chi inaugura, esplora, rischia, ma l'angoscia di sbagliare, una morsa a due ganasce che stritola ciò che è proprio dell'adolescente: l'energia creativa. 

 La prima ganascia è l'ignoranza di se stessi: 13 anni di scuola (8 nel caso della scelta delle superiori) non sono serviti a scoprire talenti e limiti, e chi non conosce se stesso non può prendersi cura di sé e del mondo. Quanti docenti possono dire a un ragazzo per cosa sia portato non basandosi su impressioni fugaci ma su un'osservazione sistematica e prolungata che comporta comunicazione tra chi li guida e li ha guidati (passare le consegne da elementari a medie a superiori dovrebbe essere la normalità di un sistema educativo)? Ma come possono gli insegnanti fare anche questo se all'esplorazione dei talenti e dei limiti non viene dedicato tempo e confronto, se le giornate di orientamento sono ridotte per lo più a vetrine per accaparrarsi iscritti? 

La seconda ganascia è il terrore del giudizio su un'eventuale scelta sbagliata, come se il tempo impegnato a trovare la propria strada fosse una condanna a perdere nella corsa odierna al successo; e come se l'errore stesso non fosse la base di ogni scoperta ma il giudizio di condanna, inevitabile in un sistema educativo basato su competizione e quantificazione della performance: “rendimento” in “crediti/debiti” e non “compimento” in “talenti/limiti”. L'esito di questa morsa fatta di ignoranza di sé e angoscia di fallimento (parola coerente con il sistema crediti/debiti) consegna alla paura del vuoto, che porta a inseguire non la cosa più “grande” ma la più “vicina”, cioè quello che fanno tutti, perché il desiderio umano, che è imitativo, in assenza di chiarezza, copia, come fanno i bambini. E oggi copia il successo, perché, nella società della performance, il successo fa la felicità e non viceversa, ma il successo, come tradisce la parola, può non accadere mentre la felicità, a certe condizioni, accade. 

 Quali? Felicità, parola la cui radice indicava l'albero che dà frutto, è il compimento della propria specialità (la specie umana) e unicità (il modo in cui si dà in me). Quello che mangiamo di una mela è in realtà il nutrimento, la protezione e il mezzo di trasporto del seme: l'educazione sta all'unicità della persona come la mela al semino. La scelta quindi non avviene nel vuoto, ma nella somma di genetica ed epigenetica (DNA ed educazione), per questo non trattiamo allo stesso modo il basilico, la rosa e la quercia... Figuriamoci una persona! A conferma di tutto ciò una ragazza ha chiesto: “Soldi o passione?”. Domanda che tradisce la scissione interiore di una intera cultura in cui essere e fare non si parlano. Il lavoro da traduzione dell'essere nel fare, si riduce a condanna per ottenere l'indispensabile per il successo: il denaro. 

 La passione, che è gioia e fatica creativa, grandezza dell'unicità di ciascuno, viene relegata, in partenza, a sogno, hobby, tempo libero. Questa scissione (in inglese Severance, titolo della inquietante serie tv in cui gli impiegati di un'azienda sono sottoposti a una procedura medica che separa vita personale e lavoro in zone della memoria che non comunicano più) è la scissione tra essere e fare. Ma se il melo fa mele, l'umano fa soldi? No, l'umano fa umanità (realizza i propri talenti a beneficio della comunità) e nel farlo riceve anche il dovuto riconoscimento socio-economico. 

 Se un ragazzo pensa sia impossibile armonizzare essere e fare, e deve quindi rinunciare o alla passione o ai soldi, quel ragazzo è “scisso”. Possono soldi e passione stare ancora insieme? Sì, solo attraverso un lavoro paziente sul “che cosa vuoi fare di grande”, perché un giorno verrai pagato per la tua grandezza, cioè per la tua unicità: tu sei e quindi fai qualcosa in modo unico, purché quel modo tu l'abbia scoperto e coltivato. Ma quel lavoro che tanti altri fanno tu la fai come nessun altro? Questa specificità sarà sempre più necessaria, perché l'AI ci rimpiazzerà in ciò in cui siamo sostituibili, rendendo ancora più specifico ciò in cui non lo siamo. Questa “grandezza” si scopre nell'infanzia e nell'adolescenza, si coltiva e allena nella preparazione al lavoro (università e/o altro percorso), fruttifica (senso) e frutta (soldi) nel lavoro. Ma come può un seme dar frutto se non sa che seme è, non è stato messo nel terreno giusto, non è stato curato come serve? Ne va della felicità, perché l'unica energia che si alimenta usandola, come la batteria di una macchina, è la vocazione, energia data dal senso che ciò che faccio ha prima per me (gioia) e poi per gli altri (riconoscimento socio-economico): motivo per cui è necessario ma non sufficiente aumentare gli stipendi per avere insegnanti migliori, perché lo saranno solo quelli che hanno la vocazione. Il lavoro è il “frutto della passione” solo se è la relazione viva con quella parte di mondo che mi chiama perché ha bisogno della mia creatività. 

 Un esempio che riassume tutto è per me Lucio Battisti, che sentì il richiamo della musica alle medie: «C’erano due ragazzi nel mio palazzo che suonavano la chitarra... cominciai a rompere le scatole a mio padre per avere la chitarra. Mio padre diceva “le solite manie”, io insistetti finché per la licenza media della terza, ottenni questa chitarra”» (E.Assante, Lucio Battisti). Il ragazzo, lasciato solo, si scoraggiò ma qualche settimana dopo, in vacanza, incontrò «Silvio Di Carlo, elettricista di mestiere e chitarrista per passione, considerato un po’ pazzo, lo scemo del paese. Tutti ridevano perché andavo a lezione da lui, ma non era per niente scemo. Mi ha insegnato le prime cose». Lucio vorrebbe dedicarsi del tutto a suonare, ma il padre vede nella chitarra un passatempo non un lavoro, così il ragazzo accetta di studiare e diplomarsi come perito elettrotecnico, ma dopo: «Il padre non molla, gli combina incontri, colloqui di lavoro, che puntualmente si concludono con Lucio che dice agli interlocutori: “Sono venuto qui perché mi ha mandato mio padre, però io devo fare il chitarrista, per cui adesso la saluto”». 

 Il resto è musica che amiamo. Tutti hanno un talento, e se non è cristallino, testardo (un padre contro) e fortunato (l'elettricista) come Battisti, è ancor più necessario un sistema educativo orientato a scoprirlo per rendere “naturale” a un ragazzo non la sua scissione ma il coraggio di scegliere la sua grandezza, perché solo così grande potrà essere anche la sua gioia.  

  

Corriere della Sera




 

domenica 21 luglio 2024

IL GIOCO DEL BUIO

 



-        - di Alessandro D’Avenia

-          

“Siamo i genitori di un ragazzo di 14 anni che nel 2021 si è tolto la vita. Frequentava per sua scelta il primo anno del liceo. In questi tre anni siamo venuti a conoscenza di molti, troppi ragazzi che hanno compiuto lo stesso disperato gesto. Proprio la settimana scorsa un altro dello stesso Liceo ha deciso di farla finita. Non possiamo e non vogliamo più stare fermi, vorremmo fare qualcosa per aiutare questi ragazzi sensibili, sofferenti, fragili, disarmati”.

La fragilità

Già diversi anni fa nel libro “L’arte di essere fragili” cercavo una cura per questa emergenza: ero colpito da questa volontà di morte giovanile, della quale i suicidi in crescita erano l’esito estremo, ma molte altre le evidenze (ansia, disordini alimentari, autolesionismo, dipendenze, depressioni). In quelle pagine partivo dal fatto che una cultura è a misura della risposta che dà alla morte, perché la cultura è il modo umano di dare vita alla vita, di mettere al mondo il mondo. Se la morte è cercata o interiorizzata proprio dai ragazzi, che rivolgono l’energia creativa che li caratterizza contro se stessi o contro un mondo che non merita il loro coinvolgimento, è perché la nostra cultura della vita è carente. Se la vita promessa non è vita buona, la “somatizzazione” della morte non è solo sintomo ma atto politico. E in un tempo in cui incidere politicamente (cioè sulla realtà) è quasi impossibile, questo è per i ragazzi il modo di ribellarsi a questo mondo per generarne uno nuovo. Sono morti rivoluzionarie. Perché?

Il gioco del buio

Mi faccio guidare da una canzone scritta di recente da un mio studente. Un rap che si intitola “Il gioco del buio” (si trova in rete associata al nome d’arte: Namibia). Nella prima strofa dice: «Non affronto problemi/ finché sono giganti/ mi chiedo se per crescere/ valga la pena iniziare a causarli». Il ritmo che caratterizza questo genere musicale è amato da questa generazione perché da un lato incarna un rapporto con il mondo e con se stessi frammentato, concitato, arrabbiato (“Il rap è la voce degli oppressi, un modo per dare voce a chi non ne ha” dice un personaggio del famoso film 8 Mile con Eminem), e dall’altro cerca un radicamento alla terra e agli altri, un rito tribale che permette di abitare la rabbia e il mondo (“Il rap è una famiglia” dice un altro nel film citato). Le rime ossessive di un parlato di strada sono un colpo “di grazia” da infliggere ma anche una grazia “di colpo”, un’inattesa armonia in mezzo al frastuono. Le parole di Namibia narrano la paura di entrare in questa vita: vale la pena crescere qui? È la vita che abbiamo creato a essere in discussione. É una vita buona?

La nostra cultura risponde alla paura della morte con la tecnica e l’accumulo, ai dispositivi e al consumo chiediamo il senso dell’esserci, la nostra assoluzione e redenzione. Ma questo comporta che la produzione aumenti e acceleri e che noi diventiamo parte del meccanismo, come Charlie Chaplin malmenato dalla macchina che lo nutre automaticamente in Tempi moderni.

Tutto e subito

Siamo su un treno che corre a velocità sempre più sostenuta, vogliamo tutto e subito infrangendo i limiti della fisicità, ma i corpi non reggono alla pressione: re-pressi, esplodono, de-pressi, implodono. Il rapporto con il mondo è desincronizzato, cioè non riusciamo più ad andare a tempo con le cose e le persone, che non ci toccano mai e diventano mute, fredde, nemiche. La mancanza di sincrono e di sintonia con il mondo, che il rap mima meglio di altre forme musicali, è alienante: essere qui è solo ansia e fatica. Spesso sento dire: “Voglio scendere!”, espressione che tradisce la percezione della vita come corsa senza senso, e non come cammino fatto sì di fatica ma anche di gioia e scoperta. La distanza da sé, dalle cose e dalle persone paralizza le energie creative prima ancora di averle evocate: «loro non vedono ciò che sento/ e infatti scrivere è un mio bisogno/ ti parlo di gente che non conosco/ spesso mi trovi fuori contesto/ praticamente in qualsiasi posto/ forse per questo mi sento perso», parole che da un lato descrivono l’alienazione, il sentirsi sempre fuori posto e fuori tempo, dall’altro cercano una via: «ho cercato il buio/ l’ho trovato e gli ho dato anche un nome e una forma/ sto imparando a conviverci/ nascondo ciò che mi fa bene nell’ombra/ chiedi “cosa puoi farci?”/ Finirò per odiarmi».

Il senso di colpa

Il senso di colpa e di vergogna per una vita di cui non ci si sente mai “all’altezza” (come se la vita fosse uno standard da raggiungere e non quello che è già in noi proprio all’altezza che abbiamo) diventano così forti che molti iniziano a “odiarsi” o “odiare”, e l’odio è l’energia creativa della vocazione all’unicità che muove tutto e tutti, che non trovando esiti vitali viene rivolta (è una rivolta!) contro se stessi e il mondo.

Continua Namibia: «io non parlo di ciò che non vivo/ perché so quanto pesa la verità/ non ho scritto le regole e/ credimi mi hanno segnato/ racconto le cose che vedo/ finché nei polmoni/ non trovo più fiato./ Non so che cos’ho./ Ma con ogni mio passo/ salgo/ per cadere più in basso./ Non so che cos’ho./ Non so che cos’ho». Un passo che sale per cadere, come il Sisifo che Camus nel 1942 aveva scelto a emblema dell’uomo che non smette di trasportare il masso della vita anche se dovrà poi ricominciare sempre come il famoso eroe mitico. Oggi però Sisifo è esaurito, sta male e non sa perché. La canzone si chiude così: «parlo di meno da un tot/ mentre elimino ciò che mi salva/ non ho manco le briciole in tasca/ questa cazzo di vita mi stanca/ seguo orari e pensieri che affronto/ coi lividi in faccia e voragini in pancia/ per capire con calma che cosa mi manca».

La cultura del risultato

Questa vita sfinisce, perché la cultura della perfezione e del risultato è estenuante. Ma si invoca “calma” per capire che cosa “manca”. Questo è ciò che cercano i ragazzi, relazioni con il mondo e gli altri non basate sulla velocità, sulla produzione di se stessi, sulla auto-promozione narcisistica, sul consumo, perché la realtà torni a essere casa. Manca “casa”: Namibia non ha le briciole in tasca per tornarci, è un Pollicino senza speranza. Ma che cosa è casa?

L’essere umano non è “fatto”, non è “prodotto”, ma è “generato”. Ciò che abbiamo in comune tutti, proprio tutti, è essere “figli”. Questa generazione (“generazione” appunto, non “produzione”) chiede di riappassionarsi alla vita a partire dalla filiazione distrutta dall’individualismo auto-produttivo (diventa ciò che vuoi anziché diventa ciò che sei) e consumista (pien-essereanziché ben-essere), vuole appartenere al mondo e agli altri (essere da), per avere una vita da dare (essere per).

Rigenerarsi

I luoghi della possibile ri-generazione (a ri-generare sono le relazioni che ci rendono più figli, cioè soggetti capaci di ereditare il mondo e arricchirlo) sono la famiglia, la scuola, l’amicizia, il lavoro, la politica, la natura, l’arte, lo sport e la religione, ma spesso sono sottomessi alla performance, alla fretta, al consumismo e quindi svuotati del loro potenziale di gioia e di risveglio. Quanto mi sento “figlio” in questi luoghi? Dalla risposta dipende quanto sono a casa nel mondo, quanta gioia di vivere ho e quindi quanto ho voglia di crescere: perché dovrei voler vivere se un amore non mi desidera esistente? Questa è la rivoluzione che i ragazzi stanno incarnando. Con i loro corpi.

 

Profduepuntozero.it

Immagine

 

venerdì 7 giugno 2024

I NOSTRI RAGAZZI


NON LASCIAMO SOLI I RAGAZZI

 Cos’è una comunità educante? A metà del secolo scorso il dibattito ha diviso a lungo il mondo della pedagogia.

 

-       -  di Luciano Moia

-          Non senza polemiche, superando anche il terremoto ideologico del ’68, si è arrivati a parlare di comunità educante in riferimento a quell’alleanza in cui tutti gli adulti che si occupano della crescita psico-fisica di un bambino e della sua maturazione umana e cognitiva condividono gli stessi obiettivi e parlano un linguaggio comune, autorevole, affidabile, ciascuno nella specificità del suo ambito. Un patto ideale che, con la delega dei genitori, vede insegnanti, catechisti, allenatori sportivi e altre figure adulte offrire competenze tecniche ed esperienza umana in dialogo concorde.

 Sorridiamo? Sì, ma per non piangere di fronte al baratro che oggi separa questi buoni auspici dalla nostra realtà educante segnata da costante e denigratorio antagonismo. Gli incontri tra genitori e insegnanti sono più spesso scontri tra sindacalisti dei figli e difensori di scelte didattiche. E quando ci spostiamo dall’aula alla palestra o al campo sportivo, ecco i padri ultras disposti alle violenze più intollerabili.

 È così difficile comprendere che il peggior servizio reso ai nostri figli è la conflittualità permanente tra gli adulti che si occupano a vario titolo della loro educazione? Pensiamo di difenderne i risultati scolastici o la carriera sportiva, ma facciamo solo passare l’idea che l’incapacità di comprendere le ragioni dell’altro, il contrasto verbale o addirittura il litigio sono la modalità ordinaria per gestire le relazioni. E, ancora peggio, che le idee degli adulti sono spesso tanto confuse da essere inconciliabili. E così tutti insieme, genitori compresi, perdiamo fiducia e credibilità ai loro occhi.

Quando parliamo di emergenza o di povertà educativa – ne diamo conto anche oggi, nelle pagine di attualità – non dimentichiamo questo punto di partenza. Non c’è strategia politica né economica che possa sostituire la ricomposizione in qualche forma di quella da oltre mezzo secolo cerchiamo di definire comunità educante. Se non riusciremo a dare nuovo slancio a questa alleanza, le tante emergenze educative finiranno per diventare sempre meno gestibili. E rischieranno di finire nel vuoto anche i ripetuti allarmi, come quello diffuso nei giorni scorsi con la ricerca Save the Children-Caritas, secondo cui sarebbero circa 100mila i ragazzi di 15-16 anni in condizioni di povertà. Per affrontare situazioni tanto drammatiche e tanto complesse non bastano i finanziamenti – sempre che ci siano – non bastano nuove strutture, non basta neppure offrire un generico sostegno alle famiglie. Serve, appunto, un progetto condiviso, un’idea strutturata, un obiettivo su cui sintonizzare pensieri ed energie. L’educazione è una questione troppo seria per potersi illudere di vincere da soli. Anche la famiglia più “funzionale” e più competente finirà per apparire inadeguata su una barca sociale in cui ciascuno rema in direzioni diverse e ostacola lo sforzo degli altri. Al contrario, in una cornice culturale generativa, dove nessuno imputa agli altri la difficoltà dell’impresa – che parlando di educazione rimane mastodontica – ma dove si respira una sostanziale condivisione di fondo, anche le scelte più impegnative potranno essere più facilmente accolte.

 È così difficile, per esempio, immaginare un fronte comune sull’educazione digitale, una tra le urgenze non rinviabili di questi anni? Abbiamo gruppi sempre più consistenti di genitori, ma anche di insegnanti e di educatori, schierati insieme, attraverso iniziative chiamate non a caso “patti digitali” per rendere più consapevoli i nostri minori sui rischi del web senza che la tutela diventi repressione, ma sia soprattutto promozione delle qualità personali e aiuto all’assunzione di nuove responsabilità. E perché non ci può essere un “patto ecologico” capace di dare coesione, anche sul fronte educativo, alle nuove sensibilità e al nuovo desiderio di partecipazione innescato anche grazie alla Laudato si’ e ai gruppi nati intorno all’enciclica? Sono temi che toccano da vicino i ragazzi, che parlano direttamente al loro cuore, tanto che la cosiddetta eco-ansia vissuta da molti giovani è un pensiero che tormenta e assilla quanto più si dilazionano gli interventi in un balletto di posizioni contrastanti. 

Ma l’ambito forse più drammatico in cui si misura lo sgretolamento della comunità educante è quello che riguarda l’inclusione delle persone fragili, dei tanti diversi, dei minori stranieri che saranno i cittadini del futuro. Qui davvero sarebbe necessario uno sguardo univoco e una voce concorde di accoglienza, non solo per mettere a tacere discriminazioni di qualsiasi genere, ma per sollecitare chi deve prendere decisioni fondamentali a non indugiare oltre. Servono insomma nuove idee per ridare senso e cittadinanza al vecchio ma insostituibile concetto di comunità educante. Senza un “noi” rinnovato nei propositi e nelle strategie rischiamo anche sul fronte educativo la deriva dell’inconsistenza. Chi ha buone idee per rifondare il patto si faccia avanti.

 

www.avvenire.it

 immagine