Visualizzazione post con etichetta italiani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italiani. Mostra tutti i post

lunedì 4 novembre 2024

MANZI, IL MAESTRO DEGLI ITALIANI

 

Nacque cento anni fa Alberto Manzi, l’autore e conduttore di “Non è mai troppo tardi”, trasmissione Rai che negli anni ’60 contribuì ad abbattere le barriere dell’analfabetismo.

 

-         - di Rossana Sisti

 Di andare in televisione non ne aveva avuto granché voglia; a fare un provino alla Rai lo spedì a fine ottobre il suo direttore didattico della scuola elementare “Fratelli Bandiera” di Roma dove insegnava, perché Rai e ministero della Pubblica Istruzione avevano deciso di mandare in onda una trasmissione per insegnare a leggere e scrivere agli adulti analfabeti, ma un maestro non l’avevano ancora trovato.

Arrivato il suo turno, ormai a tarda sera, il maestro Manzi stracciò il copione della lezione sulla lettera “O” che doveva recitare e improvvisò a modo suo, muovendosi nello studio, parlando e disegnando su fogli di carta da pacco appesi al muro.

Nessuno aveva pensato che non si potesse fare lezione in tv senza immagini in movimento, ma tutti ben presto tra direttori e ispettori vari capirono che quello era il maestro giusto.

E un mese dopo, metà novembre 1960, partiva in diretta la prima puntata di Non è mai troppo tardi.

Al tempo gli italiani analfabeti erano ancora quasi quattro milioni, adulti e anziani rassegnati, difficilmente disponibili a tornare a scuola ma che, questa era la sfida, la televisione poteva agganciare.

L’appuntamento con il maestro in tv alle 18, prima di cena, il martedì, il giovedì e il venerdì sarebbe durato otto anni; il risultato fu un programma invidiato e copiato all’estero, tanto che nel ’65 su indicazione dell’Unesco, ottenne il premio dell’Onu come uno dei programmi più significativi nella lotta contro l’analfabetismo.

Un format di successo, la prima volta in Italia di un educational televisivo che scivolava nell’intrattenimento, apprezzato dagli adulti e non di meno da quella generazione di bambini che negli anni Sessanta cresceva con una tv ancora in bianco e nero e si appassionava alle lezioni di quel maestro che insegnava col sorriso e la voce calda mentre con mano veloce traduceva le parole in disegni stilizzati con il carboncino su grandi fogli bianchi.

Garbato e amabile nei modi e capace di un linguaggio pacato, tranquillizzante, semplice e chiaro, Alberto Manzi era non solo un maestro competente e straordinario che aveva trovato il registro giusto per parlare agli adulti, ma anche un conduttore che bucava il video.

«Se stavo fermo 20 minuti a parlare – avrebbe spiegato – addormentavo tutti.

La mia soluzione fu di disegnare: mi bastava schizzare qualcosa, meglio se incomprensibile all’inizio, per cui chi stava a guardare era incuriosito dal disegno che via via prendeva forma e nel frattempo seguiva il mio discorso».

E sebbene non volle mai attribuirsi tutto il merito condividendolo con i maestri dislocati in duemila punti d’ascolto organizzati in tutto il Paese tra bar, parrocchie e centri sociali, è innegabile che le doti di comunicatore e il carisma personale di Manzi catalizzarono il pubblico e il risultato fu che un milione e mezzo di italiani presero la licenza elementare.

Certo la visibilità televisiva, di cui a tratti pativa la pesantezza, ha per certi versi appiattito la figura di Alberto Manzi sul successo di Non è mai troppo tardi, che è stato solo un pezzo del suo più ampio impegno in tv e una parentesi nei quarant’anni di insegnamento da maestro elementare cui è tornato, fino alla pensione nel 1988.

Perciò a cento anni dalla nascita – il 3 novembre 1924 – rileggere l’ultima conversazione di Alberto Manzi con Roberto Farné, già professore di Didattica all’Università di Bologna – realizzata nel ‘97 e riprodotta integralmente nella nuova edizione ampliata del suo saggio Alberto Manzi. L’avventura di un maestro (Bologna University Press, pagine 196, euro 22,00) – consente di ricostruire attraverso la sua voce, un profilo più completo dell’uomo, dell’educatore colto e rigoroso, del comunicatore raffinato e dello scrittore, esponente di quella cultura pedagogica alta della seconda metà del ‘900 accanto a don Milani, Bruno Ciari, Danilo Dolci, Gianni Rodari, Mario Lodi, Loris Malaguzzi, tutti pressoché coetanei.

«Basta scavare nel ricco materiale dell’archivio donato dalla famiglia di Manzi, dopo la sua morte, all’Università di Bologna e conservato nel Centro Alberto Manzi, presso la Regione Emilia-Romagna – racconta Roberto Farné – per rendersi conto che ci troviamo di fronte a una delle figure più originali e significative della recente cultura pedagogica italiana.

Fu esattamente questa l’impressione che io ne ebbi quando lo incontrai per una lunga intervista nel giugno del 1997: stavo studiando il ruolo della televisione educativa in Italia e Alberto Manzi era una delle mie fonti primarie».

Un racconto che è la riprova di quanto il maestro sapesse incantare, con il suo carisma innato di comunicatore, chi lo ascoltava.

Sognava di diventare capitano di lungo corso, ma la vita lo ha portato altrove perché contemporaneamente all’istituto nautico, Manzi frequentava anche il magistrale che per i maschi era gratis.

Controvoglia andò in guerra dove era nata l’idea di aiutare i ragazzi e rinnovare un po’ la scuola per cambiare certe cose che non gli piacevano.

Poco più che ventiduenne nel ‘46, approdò al carcere minorile Aristide Gabelli di Roma a insegnare a 94 alunni dai 9 ai 17 anni, alcuni analfabeti, altri con la seconda liceo, e dove non c’erano penne, quaderni né libri e nessuno aveva voglia di studiare.

Già qui si convinse che era necessario un modo nuovo di fare scuola.

Dopo un mese di rifiuti e contrasti si guadagnò la possibilità di insegnare vincendo una scazzottata con il boss dei giovani detenuti.

Quattro anni in Marina erano stati una palestra come si deve, ma quella fu una vittoria su tutti i fronti: insieme ai ragazzi organizzò un giornale, una recita e persino un campeggio.

Il mestiere di maestro, anche se all’università aveva studiato biologia, era ormai un destino: s’iscrisse a pedagogia e maestro fu, sempre animato dal desiderio di fare della scuola un luogo di ricerca, dove si aiuta a pensare, senza consegnare pensieri già fatti.

Un maestro difficilmente incasellabile, «attentissimo – ricorda Roberto Farné – a non essere catturato e identificato all’interno di raggruppamenti rischiando di perdere quella libertà di non appartenere se non alla propria soggettività».

«Quando Alberto ci raccontava di queste e altre esperienze, durante l’intervista – racconta – si coglieva nel tono e nel modo del suo narrare un senso di soddisfazione, e forse di orgoglio, nell’aver compiuto delle scelte rispondendo unicamente al principio della libertà della propria coscienza.

L’impressione è che Alberto Manzi avesse un’avversione istintiva e razionale insieme, verso ogni forma di compromesso che rispondesse al criterio di semplificare la realtà, di risolvere i problemi attraverso le vie del facile accomodamento.

Soprattutto è emerso con sempre maggiore chiarezza che il suo mettersi contro non era dettato da alcuna forma di protagonismo ma il risultato di un’obiezione di coscienza sul piano etico-pedagogico».

È ciò che ha messo in atto con fermezza contro i voti nelle pagelle, che lo portò otto volte sotto il Consiglio di disciplina, e poi contro i giudizi delle schede di valutazione che gli valse più di una denuncia alla procura della Repubblica (con sospensione dello stipendio) e lo indusse a coniare quello slogan trionfo dell’ovvietà ma tecnicamente perfetto e incontestabile da replicare sulle schede con un timbro: “Fa quel che può, quel che non può, non fa”.

 

www.avvenire.it

immagine

 

 

mercoledì 2 ottobre 2024

LA TERRA DEI VITELLONI

L’IRRESPONSABILITÀ  

IL TRAMONTO ITALIANO

 

-         di MASSIMO ONOFRI

 In Tramonto italiano. Come un paese si avvia alla disgregazione, appena pubblicato per Neri Pozza, Francesco Sisci si prova a ragionare sull’etimologia del nome «Italia», per osservare che la parola significava «terra dei vitelli». Mossa felice se è vero che, ritrovando un «senso anche nell’italiano moderno», finisce per preconizzare «la terra de I vitelloni di Fellini»: «che raccontava l’Italia degli anni Cinquanta attraverso le micro-avventure di un gruppo di giovani uomini che decidono di smettere di crescere», perché non vogliono «diventare adulti e responsabili». Questo per dire che lo scrittore, oltre a esaminare certi eventi di cronaca politica entro un quadro rigorosamente storico, si muove da subito in base a ipotesi antropologiche: il vitellonismo, appunto, è una di queste. Interessante, a tal proposito, il capitolo La questione interna italiana vista da fuori, ma anche Italiani diversi. La materia prima, di cui non si potrebbe fare a meno, è rappresentata però dai capitoli spalancati sull’attualità – tra gli altri: la Lega e la sua affermazione, lo «scacchiere internazionale », l’eventuale ritorno dal fattore K – lavorata, quella materia, dentro premesse anche remote: cito, per esemplificare, Reinventare Roma e il Vaticano; L’Italia e le due guerre mondiali; Il dopoguerra: l’unità d’Italia da rifare, punto e daccapo. Capitolo, quest’ultimo, che già nel titolo implica la causa forse principale d’un finale di partita – il tramonto dell’Italia – non dico apocalittico, ma di certo drammatico, e cioè il fatto che gli italiani siano vissuti per secoli – di contro a quella che è stata invece l’evoluzione degli stati europei – senza l’unità politica.

Lo sguardo incrociato e pluriprospettico di Sisci – particolare non da poco – ha a che fare con un dato di biografia che ci fa meglio intendere la disposizione del libro. Questa: Sisci ha studiato filologia e filosofia classica cinese, senza dire degli anni trascorsi in Cina non solo come giornalista, ma anche come direttore dell’Istituto italiano di cultura, come docente di politica internazionale all’Università del Popolo e persino come collaboratore della Scuola centrale del Partito Comunista. Questo gli ha consentito di guardare l’Italia sempre da lontano: e di soggiornarvi – magari bloccato per il Covid – con lo stesso spirito di quel persiano delle Lettere di Montesquieu in visita a Parigi.

 Ne è venuto fuori un libro insolito, di vocazione che direi contro-storica, di quelli che, però, nella storia della nuova Italia (oh Croce!), non sono mai mancati e di cui resta ancora maestro uno scrittore come Corrado Stajano: ve lo ricordate Patrie smarrite. Racconto di un italiano uscito nell’ormai lontano 2001? Libri di difficilissima definizione che si collocano in quella striscia di territorio intellettuale sempre più esile, ove, come il senno d’Astolfo sulla luna, giace il senso rimosso di tanta storia nazionale. In taluni casi capolavori come quel Golia. Marcia del fascismo (1937) di Giuseppe Antonio Borgese che per Stajano è di sicuro un maestro. Dico Golia: il libro in cui si diagnostica una malattia italiana molto antica, risalente addirittura a Dante, Cola di Rienzo e Machiavelli e che ha a che fare con un’idea di fascismo che è qualcosa di assai più profondo e duraturo che non il ventennio nero. Un fascismo eterno e pertinace. Che continuamente riaffiora. Anche là dove non te lo aspetti.

www.avvenire.it

 

lunedì 9 agosto 2021

LA NUOVA FORZA DEGLI ITALIANI


Tokyo 2020. Più diversi, più uniti, più vincenti.

     -

-   di Alberto Caprotti, inviato a Tokyo

 

 Trentotto medaglie. Più di Los Angeles, più di Roma. Era un altro mondo quello del 1932, ma era un’altra Italia anche quella del 1960. Piuttosto è questa del 2021 la nazione che nella sua diversità è molto simile a quella che dovrebbe essere, ai Giochi ma anche fuori. Perché ora è più veloce e più azzurra questa Italia che vince, mischiata e scattante, capace di far accadere cose che non puoi nemmeno immaginare.

L’atletica italiana poi è fantascienza pura, bianca e nera, un’alchimia fresca e naturale con i suoi cinque ori tutti insieme, nell’edizione più partecipata della storia ma anche la più sudata, chiusa e indecifrabile. La marcia che si prende tutto, lo sprint sottratto al resto del mondo, il salto mai così alto, la 4x100 addirittura, in un crescendo da stropicciarsi gli occhi. Difficile dire quanto abbia inciso sul boom azzurro il Covid, che comunque da noi ha picchiato più duro che altrove. Difficile valutare se è la pandemia che a livello mondiale ha mescolato il mazzo e distribuito carte nuove, oppure se davvero come sembra c’è una rinascita forte dello sport che negli ultimi anni ci ha regalato solo briciole, e spesso neppure quelle.

Resta il fatto che al di là delle medaglie, sono tanti gli azzurri che hanno superato i loro primati, personali e di squadra. E questo annulla i confronti con il resto del mondo che corre e salta e restituisce allo sport italiano meriti oltre qualunque considerazione. Solo una vale comunque: che intercultura e meticciato pagano, aggiungono e non tolgono, regalano traguardi mai visti prima. Mischiati siamo più forti, l’Italia si "stringe a coorte" allargandosi, lo sport è l’esempio e la strada.

Così, come chi le ha vissute 61 anni fa sa esattamente cosa stesse facendo il pomeriggio in cui Livio Berruti vinse i 200 metri col record del mondo, è certo che molti ricorderanno a lungo cosa facevano la mattina in cui Tamberi e Jacobs si sono abbracciati allo stadio olimpico di Tokyo. O il giorno in cui due ragazzi dalla pelle bianca e due dalla pelle scura vincevano la staffetta più veloce: 4 italiani, niente di più, niente di meno.

Forse dimenticherà invece – ed è un peccato – che l’Italia a questi Giochi ha rischiato di venirci senza inno e senza bandiera, perché a bisticciare con la politica siamo sempre bravissimi. E magari ricorderà con rammarico anche che i prossimi, fra tre anni, con un movimento sportivo così bello e forte, dovrà andare a disputarli a Parigi quando aveva l’opportunità di fabbricarseli in casa. Roma 2024, l’Olimpiade non l’ha voluta. Così è, anche se a qualcuno non pare.

 www.avvenire.it

 

 

 

sabato 17 luglio 2021

ITALIANI: IDENTITA' E PALLONE


 Non possiamo affidare solo allo sport 

la coscienza della nostra  identità

 


- di Giuseppe Savagnone*

Non sono indifferente al significato che ha lo sport per la vita di una persona o, più ampiamente, per quella di una nazione. E penso che ci sia del vero nella tesi secondo cui esiste una correlazione tra lo stato di salute globale di un popolo e le performance dei suoi atleti. Perciò capisco l’entusiasmo con cui gli italiani hanno festeggiato la vittoria della nostra squadra di calcio nel campionato d’Europa.

Questo non mi ha impedito, tuttavia, di avvertire una profonda perplessità nel leggere i titoli dei giornali che, salvo rarissime eccezioni, salutavano questa vittoria come un evento che aveva finalmente restituito al nostro Paese la sua unità e ringraziavano i nostri calciatori e il tecnico Mancini per avere compiuto un simile miracolo. E, del resto, la celebrazione da parte dei mezzi di comunicazione non ha fatto che rispecchiare l’emozione collettiva che ha accomunato la penisola – da Nord a Sud, città e campagna, centri urbani e periferie, uomini e donne, sostenitori dei partiti “di destra” e aderenti a quelli “di sinistra” – in un solo immenso grido di gioia per il successo di Wembley.

Perché è vero che l’unità di un popolo può nascere solo da esperienze e valori condivisi. Ciò che mi appare inquietante non è che tra essi vi siano anche quelli dello sport, il cui significato umano non va sottovalutato, ma che questi sembrino gli unici ad esserci rimasti per prendere coscienza della nostra identità di italiani e della reciproca appartenenza che essa implica.

Una unità difficile

Il problema, a dire il vero, è di antica data. Nei nostri ricordi di studenti possiamo probabilmente ripescare le parole di Massimo D’Azeglio all’indomani dell’unificazione risorgimentale: «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani». Un compito che fin dall’inizio si rivelò arduo. 

Non solo perché, rispetto al resto d’Europa (con la sola eccezione della Germania), l’unità veniva realizzata molto tardi e doveva riscattare secoli di frammentazione, ma anche per il modo in cui venne gestita, creando fin dall’inizio una profonda frattura fra Nord e Sud, fra Chiesa e Stato, fra le classi dirigenti e quelle subordinate, per non parlare della condizione d’inferiorità mantenuta a lungo dalle donne (ammesse al voto solo nel 1946!). Dopo la dittatura fascista, che aveva dato luogo a una unità imposta con la forza e più apparente che reale, la nascita della Repubblica e la Costituente avevano segnato un passo importante verso una identità nazionale fondata sui valori della democrazia.  

Anche se all’iniziale convergenza tra i partiti di ispirazione cattolica, marxista e liberale, subentrò ben presto – in corrispondenza della  cosiddetta “guerra fredda” – un clima di forte contrasto, tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista (il più forte del mondo occidentale). Ormai svanito o almeno fortemente indebolito, dopo la vana retorica del fascismo, l’ideale patriottico, che aveva dato luogo a un’unità nazionale viziata dalla mancanza di libertà, erano le contrapposte ideologie del cattolicesimo democratico e del comunismo a dividersi gli italiani: don Camillo e Peppone. Al di sotto dei contrasti, restava, però, una base valoriale comune – come del resto si evidenziava nelle vicende di personaggi di Guareschi –, di cui la passione per la partecipazione politica era un indizio.  Significativo il dato della percentuale di  astenuti nelle elezioni politiche del 1953 – poco più del 6% – , rimasta ancora quasi invariata in quelle del 1968 – 7,1%.  

Lo svuotamento valoriale dalla Prima alla Seconda Repubblica

Ma intanto il boom economico del dopoguerra, col conseguente avvento del consumismo di massa, andava producendo profondissime trasformazioni   sul costume e sulla mentalità, determinando, con la secolarizzazione, un «salto in un vuoto etico» (Scoppola), che colpiva innanzi tutto il mondo cattolico – e avrebbe, a livello politico, determinato la fine della Dc con la crisi di tangentopoli –, ma che – in concomitanza con il crollo del comunismo a livello internazionale – svuotava sempre più anche l’ideologia marxista. 

E così, sulle macerie della Prima, è venuta la Seconda Repubblica, in cui a contare non erano più né la Patria, né le ideologie, ma i personaggi, in primo luogo quello di Silvio Berlusconi,  e alla base valoriale che in passato aveva ancora accomunato don Camillo e Peppone si sostituivano, sia a “destra” che a “sinistra”,  un individualismo e un particolarismo ormai indifferenti al tema politico per eccellenza, quello del bene comune e della sua interpretazione, ma concentrati piuttosto sulla difesa o la conquista dei  diritti dei singoli. Emblematica di questo crescente disinteresse per la politica la crescita dell’astensionismo, dal 7% delle elezioni del 1968 al  27% del 2018, con una differenza di venti punti percentuali nell’arco di cinquant’anni.

Non c’è da stupirsi se in questo contesto la percezione di una unità nazionale ha lasciato il posto alla lotta per l’affermazione di interessi particolaristici e corporativi, inevitabilmente divisivi. Oppure è stata evocata in una chiave sovranista, che ai valori fondanti di una vera identità popolare, implicanti sempre un’apertura e una solidarietà nei confronti degli altri, sostituisce la ricerca egoistica della sicurezza e del benessere dei soli italiani. Soprattutto di quelli delle regioni più prospere, che stanno cercando – paradossalmente con l’appoggio dei sovranisti!  – , di realizzare un’autonomia dalle altre, sia in chiave economica che politica.  Così si spiega perché abbiamo dovuto salutare il successo agli Europei di calcio come un decisivo “salvagente” per l’unità nazionale. Ma basta il calcio – o qualunque altro sport – per dare a un popolo la su anima? Più attuali che mai, ritornano le parole di D’Azeglio: l’Italia c’è, ma bisogna “fare” gli italiani.

Ricominciare dalle idee

Per questo scopo, non si può partire dalla politica. Se oggi assistiamo alla sua estrema fragilità – ha avuto bisogno dell’intervento di un deus ex machina non politico, come Draghi, per ricomporre i cocci di una precaria maggioranza di governo –, ciò si deve al venire meno di un terreno condiviso di convinzioni e di valori su cui costruire la casa comune. La storia del dopoguerra, pur con la sua conflittualità, ci dice che questo non  comporta necessariamente una convergenza ideologica. Richiede però delle idee che, anche se sottolineando aspetti diversi, consentano però di progettare il futuro dell’Italia in termini comunitari. Se ognuno cerca solo il suo “particulare interesse”, come lo chiamava Guicciardini, si resta prigionieri del presente e contano solo i giochi di potere con cui ogni partito cerca di favorire i suoi sostenitori.

Da troppo tempo in Italia la sfera pubblica è dominata dagli slogan dei politici e dalle rabbiose contestazioni dei social. Bisogna ricominciare a pensare e a discutere, invece di insultarsi a vicenda, magari cercando di sovrastare, come avviene in tanti talk-show, la voce dell’interlocutore.

A questo scopo è di decisiva importanza l’apporto degli intellettuali. Un populismo sprovveduto e arrogante (di cui vediamo sempre più l’incoerenza) ha polemizzato contro la “casta” e irriso i “professoroni”, confondendo i privilegi del potere e l’insostituibile servizio che deriva dalla competenza e alla riflessione. Ma sarebbe troppo facile sostenere che è per questa ondata di disprezzo che gli intellettuali sembrano aver perduto nell’Italia di oggi sia il  loro ruolo critico che quello costruttivo. Il punto decisivo è che è venuta meno l’idea, presente in una millenaria tradizione risalente a Socrate, che essi hanno una missione. Che non sono, cioè, i cortigiani dei palazzi del potere, ma i testimoni di orizzonti di senso, in cui la comunità può riconoscersi. Solo recuperando questa consapevolezza essi potranno riprendere la loro essenziale funzione nella nostra società.

Però non si tratta di delegare a una categoria la ricostruzione della nostra identità nazionale. Ognuno può e deve fare la sua parte nel recupero di valori condivisi in grado di fondare la nostra convivenza civile. Forse si dovrebbe per questo rileggere, a cominciare dalle scuole, la nostra Costituzione, che a questi valori si ispira, per cercarne l’attualizzazione nel nostro attuale contesto storico. 

Altrimenti, bisognerà attendere, per la scoperta della nostra identità di italiani, i prossimi campionati del mondo… 

  *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

sabato 17 marzo 2012

I VALORI DEGLI ITALIANI

Famiglia, gusto per la qualità della vita, religiosità, amore per il bello, rispetto degli altri: i valori per vivere meglio insieme. Dopo il ciclo dell’individualismo, la riscoperta delle relazioni
Ecco il comunicato stampa del CENSIS che evidenzia i  principali risultati della ricerca «I valori degli italiani» realizzata dal Censis nell’ambito delle attività per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia
ITALIANI, INDIVIDUALISTI PENTITI
– I più importanti valori che oggi accomunano gli italiani sono il senso della famiglia (indicato dal 65% dei cittadini), il gusto per la qualità della vita (25%), la tradizione religiosa (21%) e l’amore per il bello (20%). La voglia di essere padroni della propria vita, lo slancio delle ambizioni personali, il bisogno di auto-affermarsi, di inventare il proprio destino e di soddisfare i propri desideri, sono stati i valori che hanno caratterizzato la nostra storia recente e su cui si è costruito lo sviluppo del Paese dagli anni ’50 in poi. La spinta individualista ha liberato enormi energie, ha favorito la crescita di un sistema produttivo fatto di centinaia di migliaia di imprese e ha sostenuto la vitalità di un mercato capace di esprimere sempre nuove domande. Oggi quello sviluppo sembra progressivamente rallentare, la moltiplicazione dei soggetti ha portato a uno sfarinamento delle capacità decisionali nelle questioni di interesse collettivo e l’autonomia dei comportamenti è sfociata in forme di disagio antropologico. Per il futuro, i valori che faranno l’Italia e gli italiani sembrano poggiare sempre meno sulla rivendicazione dell’autonomia personale e sempre più sulla riscoperta dell’altro, sulla relazione e la responsabilità. Sono valori che in questa fase fanno emergere scintille di speranza che vanno però alimentate e potenziate, affinché possano diventare un nuovo motore di crescita socio-economica e civile del Paese.
Il senso della famiglia. Perno della comunità nazionale è la famiglia, anzi i diversi «format familiari», visto che nel periodo 2000-2010 sono diminuite le coppie coniugate con figli (-739mila), mentre sono aumentate le coppie non sposate con figli (+274mila) e le famiglie con un solo genitore (+345mila). Nel periodo 1998-2009 sono aumentate le unioni libere (+541mila, arrivando in totale a 881mila) che, inclusi i figli, coinvolgono oltre 2,5 milioni di persone. E sono complessivamente 5,9 milioni gli italiani che hanno sperimentato nella loro vita una forma di convivenza libera. Le famiglie ricostituite (formate da partner con un matrimonio alle spalle) sono diventate 1.070.000. Quelle ricostituite coniugate sono aumentate di 252mila unità, arrivando in totale a 629mila. Le diverse modalità concrete di essere famiglia rispondono al bisogno crescente di avere una relazionalità significativa. Più del 90% degli italiani si dichiara soddisfatto delle relazioni familiari. Anche se ci si sposa meno (tra il 2000 e il 2010 i matrimoni sono diminuiti del 23,7%: 67.334 in meno), all’unione matrimoniale è ancora riconosciuto un valore importante: il 76% degli italiani è convinto che sia una regola da rispettare e il 54% ritiene che garantisca maggiore solidità alla coppia.
Il gusto per la qualità della vita. Altra forza che genera coesione dell’individualismo italiano è l’orgoglio di appartenere al Paese del buon vivere. Il 56% dei cittadini è convinto che l’Italia sia il Paese al mondo dove si vive complessivamente meglio. Molto staccati gli altri Paesi europei, gli Stati Uniti e l’Australia. Italiani non più esterofili, quindi, ma orgogliosi di essere l’eccellenza del buon vivere. Anche se in futuro avessero la possibilità di andarsene dall’Italia, due terzi dei cittadini (66%) non lo farebbero in nessun caso.
La tradizione religiosa. L’82% degli italiani pensa che esiste una sfera trascendente o spirituale che va oltre la realtà materiale. Di questi, il 66% si dichiara credente e il 16% lo pensa anche se non si dichiara osservante. Ma due terzi degli italiani di fatto non entrano mai nei luoghi di culto, e solo un terzo vi si reca una o più volte alla settimana per partecipare alle funzioni religiose.
L’amore per il bello. Il 70% degli italiani è convinto che vivere in un posto bello aiuta a diventare persone migliori. Crede quindi che ci sia un legame tra etica ed estetica, e che la bellezza abbia anche una funzione educativa. Il 41% pensa che le meraviglie del nostro Paese possano essere la molla che ci farà ripartire.
Rallenta la spinta acquisitiva. Il consumismo attrae meno, visto che il 57% degli italiani pensa che, al di là dei concreti problemi di reddito, nella propria famiglia il desiderio di consumare è meno intenso rispetto a qualche anno fa. Il 51% crede che, anche in questa fase di crisi, nella propria famiglia si potrebbe consumare di meno tagliando eccessi e sprechi. In maggioranza gli italiani (45%) pensano che devono conservare quello che hanno, piuttosto che puntare ad avere di più (29%).
Di quali valori avranno più bisogno in futuro gli italiani per stare meglio insieme? Moralità e onestà (55,5%), rispetto per gli altri (53,5%) e solidarietà (33,5%) sono i valori considerati necessari per migliorare la convivenza sociale in Italia. Non è un generico richiamo al merito o all’autonomia individuale, quindi, ma il lento, difficile, sofferto, condiviso impegno collettivo in una diversa quotidianità dei rapporti fatta di maggiore rispetto e attenzione per gli altri.
È ora di darsi una regolata. Stanchi delle forme più estreme e sregolate di individualismo e trasgressione, negli italiani è scattato il riflesso «law and order». L’89% dei cittadini vorrebbe misure più severe contro le droghe pesanti, l’87% le ritiene auspicabili per contrastare i fenomeni legati alla guida pericolosa, il 76% nei confronti dell’abuso di alcol, il 74% verso le droghe leggere, il 71,5% nei confronti della prostituzione. La deriva restrittiva è meno intensa, ma comunque presente, nei confronti dei fumatori (il 52% vorrebbe provvedimenti più stringenti) e di chi mangia cibi ipercalorici che causano l’obesità (47%).
Cosa viene dopo il soggettivismo. La crisi del soggettivismo ha generato dunque due pulsioni. La prima è l’apertura all’altro, la riscoperta del valore delle relazioni, convinti che ci possiamo salvare solo tutti insieme. La seconda è un emotivo approccio restrittivo verso le passate sregolatezze dell’individualismo. Ma nessuna pedagogia calata dall’alto potrà fare i nuovi italiani: nessuna etica eterodiretta, tesa a rieducare i cittadini a comportamenti virtuosi, innescherà un nuovo ciclo di sviluppo civile e sociale.

Leggi: VALORI CHE CI UNISCONO E CI SERVONO
         
            MAESTRI O MODELLI AI QUALI CI ISPIRIAMO
Famiglia e buone relazioni portano maggiore felicità! Leggi:FAMILISMO MORALE