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venerdì 30 maggio 2025

I RAGAZZI PAGANO IL CONTO


 “Abbiamo fallito 

e i ragazzi 

pagano il conto”




 Lo psicanalista: «Pur vivendo in un tempo di libertà di massa, non hanno desideri. Dobbiamo aiutarli a ritrovare lo slancio, azzerato dalla sfiducia, verso l’aspirazione»

 

-di Massimo Recalcati

 Nell'epoca della disillusione culturale e della caduta dei punti saldi e dei mostri sacri, dei confini sgretolati, della consapevolezza etica, della rinascita woke e della definizione a tutti i costi, sembra che le nuove generazioni facciano fatica a trovare un proprio posto nella società reale e che abbiano la tendenza a vivere individualmente nella tela globale e interconnessa che le invischia. Tra dipendenze sempre più virtuali, narcisismo, crisi di identità, riduzione dell'individuo a "profilo" e caccia ai like al di fuori di qualsiasi significato profondo, è facile perdersi e confondersi. È facile non capire, e nel caso del divario tra generazioni, l'incomprensione è un classico. 

Massimo Recalcati (che sarà ospite al Festival Internazionale dell'Economia, ma che è anche promotore del Moby Dick Festival di Noli) dedica parte della propria esperienza e della propria attività psicanalitica proprio a sbrogliare le matasse generazionali. A comprendere il disagio e a ipotizzarne cause e soluzioni. 

Cos'è, oggi, il disagio giovanile? «Ci sono due forme prevalenti. La prima si manifesta nella sregolazione pulsionale, nella spinta a raggiungere un godimento immediato, in una libertà che vorrebbe escludere ogni esperienza del limite. Questo disagio si manifesta emblematicamente nelle dipendenze patologiche: alcolismo, tossicomania, bulimia, Internet addiction, per esempio, e nei comportamenti platealmente trasgressivi, quali sono il ricorso alla violenza, i comportamenti illegali, eccetera. La seconda assume le caratteristiche del ritiro sociale, dell'isolamento, del rifiuto del legame. Sono i ragazzi e le ragazze che abbandonano la scuola, abbandonano il lavoro e si rintanano nelle loro abitazioni che diventano dei rifugi dalla vita. La spinta competitiva, l'essere perennemente in gara, conduce molti giovani a rifiutare di far parte di questo mondo». 

È un'autodifesa? «Diciamo che implica la messa in atto di una pulsione securitaria che spinge a far prevalere la sicurezza, la difesa dei propri confini, la tutela di sé, di fronte al rischio che il carattere ingovernabile della vita comporta. Tendenza che si è accentuata negli ultimi anni come effetto di una più generale destabilizzazione dell'ordine della realtà. Si pensi al Covid, alla crisi economica e alle guerre. La compromissione del futuro favorisce sempre l'incentivarsi della pulsione securitaria. Si tratta di una forma di sovranismo psichico». 

Controllo di sé, in pratica? «Sviluppato all'eccesso, sì». 

Ha a che fare con la maggiore consapevolezza di genere? «È indubbio che la vita sessuale non è più oppressa dai tabù della morale. Questo permette maggiore libertà e consapevolezza dei propri diritti. Ma proprio questa legittima libertà rischia di alimentare confusione e disorientamento». 

Fluidità

La fluidità può confondere? «Non in sé stessa, ma non so quanto la cosiddetta fluidità dell'identità sessuale sia un guadagno o la manifestazione di un disagio. Se un tempo veniva rivendicata la libertà sessuale contro la repressione della morale, oggi si rivendica la libertà di decidere l'identità del proprio sesso. È una seconda grande rivoluzione sessuale. Per la psicoanalisi l'identità sessuale è però sempre il frutto di una scelta inconscia. Occorrerebbe non perdere di vista questo elemento centrale». 

Le rivoluzioni spesso derivano da oppressioni precedenti. «Questa, che si manifesta anche attraverso la prima declinazione del disagio, cioè la ricerca compulsiva dell'appagamento immediato, deriva dal fatto che viviamo nel tempo del dominio incontrastato di quello che Lacan chiamava "discorso del capitalista". Questo discorso sostiene l'illusione che la salvezza sia data al consumo dell'oggetto. Per questo mette a disposizione illimitatamente qualunque tipo di oggetto per colmare la nostra mancanza. In realtà, l'astuzia di questo discorso consiste nel fare in modo che gli oggetti creino sempre nuove pseudo-mancanze. Una mia paziente diceva: «Vado al supermercato per vedere quello che mi manca». In questo caso l'oggetto non colma la mancanza ma la elettrizza, la riduce alla dimensione convulsa di una domanda continua di nuovi oggetti. Pasolini vide per primo gli effetti catastrofici di questa "mutazione antropologica"». 

Cioè? «Il piegamento della società verso il mondo omologante del consumismo. Lo schiavismo confuso con l'illusione di essere padroni. Era il 1974 e fa impressione, se pensiamo al futuro». 

Futuro

Le nuove generazioni lo vedono, il futuro? «Ne percepiscono la drammatica incertezza. Che cosa abbiamo lasciato a loro in eredità? Mancanza di lavoro, di prospettiva, un pianeta saccheggiato e ridotto al collasso, guerre crudeli, lotte di religione, miti fasulli legati al successo individuale e al profitto. Non siamo stati in grado di trasmettere loro un'eredità viva. Gli abbiamo lasciato un corpo morto da trascinare. Hanno tutte le ragioni di sentirsi spaesati. Il disagio delle nuove generazioni non può mai essere scorporato dal fallimento delle vecchie». 

La psicanalisi può aiutare? «Il denominatore comune del disagio giovanile contemporaneo è la fatica di desiderare, la perdita del nesso profondo che unisce il desiderio alla vocazione. Sebbene i giovani vivano in un tempo inedito di libertà di massa, in molti di loro la vita non sembra essere animata dalla forza del desiderio. È quello che io definisco come la cifra neomelanconica del disagio contemporaneo. Nella festinazione perpetua, nella girandola spettacolare dei miti del consumo e dell'immagine, la fatica di desiderare mostra il vero volto del discorso del capitalista. Sotto l'obbligo del divertimento senza freni, dell'accumulo dei like, della coltivazione narcisistica del proprio profilo, nell'apatia frivola del godimento, si nasconde il volto triste di un soggetto melanconico, separato dal suo desiderio». 

Quindi? «Quindi sì, ma va ritrovato lo slancio verso l'aspirazione».

 Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 25 dicembre 2024

QUALE NATALE ?

  


UN NATALE


 PAGANIZZATO




di ENZO BIANCHI

 

A Natale, da sempre sentito come festa capace di suscitare incontri, festa in cui si condivide la tavola, si sta insieme alle persone che si amano.

Eppure, va anche riconosciuto, è festa sempre meno cristiana. Per pochi è ancora memoria di un Dio che ha voluto diventare uomo nascendo da una donna in una capanna nella campagna di Betlemme. Sono i cristiani stessi che l’hanno paganizzata, permettendo che le si associassero contenuti anche buoni provenienti dalla mondanità, perché la loro fede è sempre più debole. 

I bambini crescono senza un’educazione a cogliere nell’evento natalizio la povertà, la debolezza di un Dio che vuole stare con noi, Immanu-el.

 Piuttosto il Natale è diventato l’occasione per scambiarsi doni, esporre luci scintillanti nelle case e per le strade, fare vacanze in montagna. 

E comunque pochi sentono la contraddizione tra ciò che si celebra e la verità di quello che stiamo vivendo nell’attuale momento storico: una guerra che continua nell’Europa orientale tra due popoli fratelli; una carneficina che si consuma e pesa, con donne e bambini innocenti inconsapevoli del perché di tanta barbarie nella reazione di Israele; una endemica sepoltura di corpi di migranti nel centro del Mediterraneo. 

Che sguardo abbiamo su questa realtà? Perché ci voltiamo dall’altra parte? Eppure, il messaggio di questa festa è chiaro: una famiglia irregolare e anomala, Maria che risulta come una ragazza madre che aspetta un bambino nella speranza che il suo sposo, Giuseppe, lo riconosca come figlio secondo la Legge. Non trovano posto nel caravanserraglio mentre sono in viaggio alla volta di Betlemme, e così in una grotta, come una partoriente clandestina, Maria dà alla luce il neonato in una mangiatoia. Questo bambino nasce come ciascuno di noi è nato: non fa miracoli, né si compiono eventi straordinari attorno a lui. Grida, piange, si attacca al seno di sua madre.

E qui il vero cristiano fa silenzio e adora perché è convinto che quel bambino è Dio, il suo Dio, il nostro Dio che si è fatto umanissimo per camminare con noi, piangere con noi, soffrire con noi senza mai abbandonarci, neanche nell’ora della morte. 

Questa è la fede scandalosa, come sarà scandalosa la morte in croce di questo Gesù appeso al legno, nudo, maledetto da Dio e dagli uomini, compagno di chi scende all’inferno. Celebrare il Natale è una cosa seria e sarebbe l’occasione per i veri cristiani di mostrare la differenza cristiana. Ma chi si dice cristiano, e lo proclama, e non ha capito che questa festa ci impegna alla compassione umana, alla responsabilità verso chi è nel bisogno, costui anche se è assolto dalla giustizia umana deve ricordare che Natale è un giudizio divino su ciascuno di noi e sulle nostre scelte di oggi. 

Non si può andare al presepe, chiedere che si faccia in luoghi pubblici e allo stesso tempo alzare barriere, muri che escludono.

Questa è cattiveria che il messaggio di Natale giudica!

Alzogliocchiversoilcielo

 

sabato 25 novembre 2023

INDEBITARSI PER FAR FESTA


-Religione del consumo 

e nuovi culti-

  

-         -di LUIGINO BRUNI

 

- Il Black Friday è diventato l’inizio dell’anno liturgico della religione capitalistica. Come ogni nuova religione che intende soppiantarne una pre-esistente, anche il capitalismo consumista sostituisce le feste cristiane con le sue nuove feste, e sovrappone i suoi tempi liturgici a quelli precedenti. Quando una religione subentra ad un’altra non cambia l’antico ritmo del tempo sacro, più semplicemente lo occupa, e ne cambia il senso. È infatti interessante che il Black Friday segua il giorno del Ringraziamento, una delle feste religiose dei primi pellegrini.

 E così, dopo aver ormai da tempo restituito il Natale alla sua prima natura di festa pagana (il “sol invinctus” dei romani), e dopo aver messo a reddito le ancestrali feste dei morti con Halloween, il consumismo ha introdotto il suo avvento.

 È questa sostituzione delle feste che dice, con grande efficacia, che siamo entrati nell’era post-cristiana. Perché, come ci ricordava nell’autunno del 1921 il grande filosofo e teologo russo Pavel Florenskij: «Il punto di partenza della cultura è il culto perché la realtà originaria, nella religione, non sono i dogmi e nemmeno i miti, ma il culto, ovvero una realtà concreta». Nessuna religione diventa cultura senza culto, e il consumismo è diventato religione perché il nostro mondo è immerso nel culto del consumo. E come nel Medioevo il cristianesimo divenne cultura perché la religione cristiana entrava in ogni operazione e gesto della vita delle persone (campane, preghiere, calendari, feste, spazi misurati in avemarie, parole, narrazioni…), oggi l’economia è diventata cultura universale grazie al suo culto e culti quotidiani (comprare, vendere, pubblicità, misurare, linguaggio, narrative e storytelling delle imprese).

 Mentre Florenskij pronunciava le sue lezioni di filosofia all’Accademia Teologica di Mosca, negli stessi mesi il filosofo ebreo Walter Benjamin scriveva le sue note sul Capitalismo come religione, pagine tra le più profetiche del Novecento: « Il capitalismo è una religione puramente cultuale, la più estrema forse che mai sia stata data. Tutto, in esso, ha significato soltanto in rapporto immediato con il culto; non conosce nessuna particolare dogmatica, nessuna teologia». Una religione di sola prassi, di solo culto, senza metafisica: « La trascendenza di Dio è caduta. Questo passaggio del pianeta uomo attraverso la casa della disperazione, nell’assoluta solitudine della propria orbita, è l’ethos che caratterizza Nietzsche. Quest’uomo è il superuomo, il primo che, riconoscendo la religione capitalistica, comincia ad adempierla».

 Quindi, per Benjamin, «il cristianesimo nell’età della Riforma non ha agevolato il sorgere del capitalismo, ma si è tramutato nel capitalismo». E la domanda diventa: chi è il superuomo del capitalismo, quell’oltre-uomo capace di vivere in un mondo dove il Dio (ebraico-cristiano) è morto perché «lo abbiamo ucciso noi» ( La Gaia Scienza)?

 Dopo le analisi di Max Weber, abbiamo pensato che il grande eroe del capitalismo (protestante-calvinista), il suo superuomo, fosse l’imprenditore, un protagonista non molto diverso dal capitalista di Marx e dall’industriale di Saint-Simon. Per Benjamin, però, non è così, o quantomeno non è più così. La prima stagione del capitalismo dell’Otto e Novecento aveva avuto come eroe l’imprenditore-capitalista, che grazie al successo negli affari sperava di essere benedetto e predestinato. Ma col passaggio di millennio il superuomo del capitalismo è diventato il consumatore. Inoltre, il tratto saliente della nuova religione di puro culto è per Benjamin «la durata permanente del culto», perché «il capitalismo è la celebrazione di un culto “senza tregua e senza pietà”. Non ci sono giorni feriali; non c’è giorno che non sia festivo, nel senso spaventoso del dispiegamento di ogni pompa sacrale, dello sforzo estremo del venerante».

 Il sogno del consumatore-devoto è un Black Friday di 24 ore al giorno che duri tutto l’anno, un mondo dove il sacrificio (lo sconto) sia permanente - il sacrificio viene offerto dalle imprese al consumatore, invertendo la logica originaria dei sacrifici tradizionali, a dirci che l’idolo-superuomo non è il profitto dell’impresa, né la merce, ma il consumatore.

Finché il capitalismo si era espresso come un’etica dell’impresa e del lavoro era rimasto una faccenda elitaria e di classe; è stato il passaggio dall’impresa al consumo a trasformarlo in religione universale (cattolica) e popolare, che ha occupato pienamente e profondamente l’anima dei popoli comunitari dei Sud, quelli legati all’etica della vergogna e al consumo vistoso, dove la retorica produttiva non era riuscita ad entrare. Il culto universale poteva avvenire solo uscendo dalla fabbrica ed entrando nei consumi, dove la benedizione si ottiene semplicemente consumando, meglio se a debito, un debito-schuld dal quale il nuovo capitalismo è riuscito ad eliminare l’antico senso di colpa. Ogni religione popolare tende a moltiplicare le sue feste, perché piacciono al popolo e piacciono ai sacerdoti che ci guadagnano. 

Negli anni Quaranta del Settecento, Antonio Ludovico Muratori, lanciò una forte battaglia culturale e politica per cercare di convincere papi e vescovi dell’importanza di ridurre le feste di precetto nella Chiesa cattolica, che in quegli anni erano state fissate a trentasei l’anno, oltre alle domeniche. Il sacerdote Muratori voleva ridurre le feste perché era convinto che la proliferazione delle feste peggiorasse la condizione dei poveri: «Per i poveri come va?» (Lettera del 14.8.1742). Le molte feste, oltre a ridurre i giorni di lavoro, portavano infatti i poveri ad indebitarsi per far festa. Ieri, e oggi.

 Con l’avanzare del nuovo culto consumista dobbiamo aspettarci una nuova proliferazione delle feste di precetto, perché il consumatore va venerato. Alle antiche trasformate se ne aggiungeranno di nuove. I nuovi sacerdoti si arricchiranno grazie ai loro “sacrifici”, e i poveri saranno sempre più distratti e sempre più poveri.

 www.avvenire.it

 


martedì 31 ottobre 2023

NON E' UNO SCHERZETTO, NE' UN DOLCETTO

 Halloween 

Un immaginario da paura

 che non è uno "scherzetto"

- di Mimmo Muolo

«Dolcetto o scherzetto?», lo slogan tipico di Halloween, è diventato ormai virale. Così come questa sorta di carnevale fuori stagione, che vede il trionfo - anche mediatico - di zucche scavate e trasformate in volti inquietanti, teschi e scheletri, maschere, travestimenti mostruosi e in generale di un immaginario horror da quattro soldi.

 Come se non bastasse la cronaca di tutti i giorni a far entrare nelle nostre case gli orrori purtroppo autentici di guerre, violenze, devastazioni climatiche e distruzioni tragicamente assortite.

 Ora però la domanda di fondo è: che cos’è Halloween? Un momento di evasione tutto sommato innocuo, uno scherzetto appunto, come il furbo slogan sembra suggerire, o qualcosa di più serio, sul quale vale la pena di soffermarsi con una riflessione che prenda in esame i diversi aspetti di un fenomeno ormai troppo pervasivo per essere relegato alla sfera meramente ludica?

La prima cosa che colpisce è proprio la stratificazione di significati e di interessi che stanno dietro questa "festa". C’è la spinta commerciale, innanzitutto, se solo si considera l’entità non da poco del giro di affari generato da Halloween. Alcuni studiosi di marketing spiegano l’esplosione di questa moda con il fatto che mancava tra Ferragosto e Natale un appuntamento che spingesse l'acceleratore dei consumi voluttuari.

 Perciò Halloween verrebbe a colmare il vuoto completando l’"anno liturgico del consumismo" che si sovrappone a quello autentico e in alcuni casi scippa del loro significato vero persino le più importanti feste cristiane.

 C’è poi l’aspetto culturale, antropologico, e in definitiva educativo, che salta agli occhi quando entrano in gioco categorie distorsive dell’umano come la dimensione del mostruoso. E c’è anche il versante religioso, perché, anche a prescindere dalla sospetta vicinanza alla festa di Ognissanti (guarda caso “vampirizzata”, è proprio il caso di dirlo, dall’enorme gran cassa che enfatizza Halloween), la macabra carnevalata che va in scena in questi giorni richiama il rapporto con l’aldilà.

 Su questo versante, anzi, la fenomenologia di Halloween finisce di fatto per concretizzarsi in una delle tante schizofrenie del nostro tempo: da un lato la crescente difficoltà di molti a credere in una qualsiasi forma di vita oltre la morte, dall’altro il diffuso ricorso a figure come fantasmi, zombie, vampiri e diavoli che vanno a configurare una sorta di pantheon degli inferi e che debordano pure in film, romanzi, fumetti, serie tivù, spesso di grande successo.

 Senza voler vedere il male ovunque, è bene avere nei confronti di Halloween, specie se si è genitori e in senso più ampio educatori, una buona dose di prudenza.

 Qualche anno fa, in un’intervista ad "Avvenire", padre Francesco Bamonte, uno degli esorcisti più conosciuti e apprezzati a livello internazionale, così si esprimeva: «A me sembra che Halloween di fatto non proponga niente di vero, niente di buono e non mi mostri niente di bello. Di conseguenza non mi sento aiutato ad essere più vero, più buono e a percorrere un cammino di bellezza e questo mi preoccupa dal momento che mi è stato insegnato che è la Bellezza che salverà il mondo».

 Ecco, dunque, la questione di fondo. Qual è l’antropologia di riferimento di Halloween? Quale immagine trasmette dell’uomo e del senso della vita? Una visione noir, popolata di mostri, con l’esaltazione di aspetti splatter è davvero preferibile alla bellezza di un’esistenza spesa per gli altri e coronata dalla vita senza fine, nell’abbraccio dell’amore di Dio, come avviene per i santi? E per quelli che tendono a sminuire, siamo proprio sicuri che questo immaginario horror non abbia conseguenze sulla psiche dei bambini?

 Domande che occorre porsi, se davvero non si vuole finir preda della martellante pubblicità che attraverso l’apparentemente innocua logica del “dolcetto o scherzetto” rischia di trasformare anche le nostre menti, e quelle dei più giovani in particolare, in zucche vuote.

 www.avvenire.it

 

sabato 18 dicembre 2021

GESU' BAMBINO e BABBO NATALE


- di Giuseppe Savagnone *

 - Lo scandalo

Se mons. Staglianò, vescovo di Noto, avesse detto che Dio non esiste o che Gesù era soltanto, come lo ha definito Odifreddi in un suo libro di successo, «un disturbatore della pubblica quiete», giustamente neutralizzato dai tutori dell’ordine, nessuno si sarebbe scandalizzato. Invece l’incauto pastore d’anime ha avuto l’ardire di sostenere, davanti a dei bambini innocenti, che Babbo Natale non esiste.

Apriti cielo! Una tempesta, e non solo da parte delle famiglie degli sventurati piccoli, ma anche sui quotidiani nazionali e perfino sul «New York Times», che ha dedicato alla grave questione un lungo articolo.

Si è parlato di «un sogno infranto», si è accusato il presule di avere violato l’innocenza dell’infanzia, di avere invaso il campo dell’educazione familiare. Invano hanno cercato, sia lui personalmente che l’ufficio stampa della curia di Noto, di spiegare il senso di quello che era stato detto: qualche giornale ha perfino scritto «le precisazioni postume non hanno convinto nessuno» e che «le scuse del vescovo sono peggiori della gaffe».

Da s. Nicola a Babbo Natale

Ma proviamo a ricostruire i fatti. Era il 6 dicembre, giorno in cui la Chiesa ricorda san Nicola di Myra (nell’attuale Turchia), un vescovo orientale del IV secolo, molto venerato anche in Occidente. In Italia è noto come s. Nicola di Bari, perché lì sono custodite le sue reliquie, ma il suo culto è diffuso anche nei Paesi del nord Europa (tra l’altro, oltre che di Bari, è patrono di Amsterdam).

Attraverso una serie di influssi di tradizioni popolari preesistenti, questa figura storica si è via via trasfigurata nel personaggio leggendario di Santa Claus (da Sinterklaas, il nome olandese derivato dall’originario san Nicola) ed è ritornato a noi italiani come “Babbo Natale”. Le tracce della provenienza nordica rimangono nella slitta trainata da renne.

Ebbene, mons. Staglianò ha preso lo spunto dalla festa del s. Nicola onorato dalla Chiesa per distinguerlo da questa versione leggendaria. Ma non si è limitato a questo: ha evidenziato la differenza profonda tra queste due figure: «Non ho detto loro che Babbo Natale non esiste, ma abbiamo parlato della necessità di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è. Così ho fatto l’esempio di San Nicola di Myra, un santo che portava doni ai poveri, non regali. Ho voluto spiegare che una cultura consumistica come quella dei regali è diversa da una cultura del dono che invece è alla base del vero messaggio del Natale. Gesù bambino nasce per donarsi all’umanità intera». Specialmente ai poveri.

Perché, ha spiegato ai giornalisti mons. Staglianò, «san Nicola, a differenza di Babbo Natale, non faceva distinzioni tra bambini ricchi e bambini poveri. Babbo Natale visita solo le case dei bimbi che hanno dei genitori che possono permettersi di comprare loro un regalo. Ricordo che quand’ero bambino un anno non visitò casa mia, perché quell’anno mio padre non lavorava».

Il consumismo inghiotte Gesù

Ma non solo: il vescovo ha anche sostenuto che ad aver creato l’immagine odierna del vecchio barbuto vestito di rosso è stata la Coca Cola (tesi poi contestata in base al ritrovamento di una immagine che risale a molto tempo prima che fosse fondata la celebre ditta di bibite): «Un personaggio immaginario, inventato dalla Coca-Cola, che porta i regali solo a chi ha i soldi», spiega mons. Staglianò.

Perché, alla fine, il bersaglio del suo attacco a Babbo Natale è la società consumistica. Perché il Natale che noi oggi festeggiamo rischia di non essere più quello cristiano, ma quello del consumismo: «Il problema vero è che il Natale non appartiene più alla cultura cristiana, ma a una cultura consumistica del mangiare, bere e vestire. Poi vai a vedere, e le chiese sono vuote…».

A scomparire, soppiantato da Babbo Natale, è stato Gesù: «Ormai, come diceva don Tonino Bello, il Natale è una festa senza il festeggiato». Non è più, insomma, una festa cristiana: «Il Natale non ci appartiene più, perché le sue parole, i suoi simboli e le sue azioni sono state risucchiate dal buco nero dell’ipermercato».

Parole che riecheggiano quelle di mons. Pompili, vescovo di Rieti, che, nel 2019, in occasione della visita di papa Francesco a Greccio, aveva osservato: «La reinvenzione del Natale ad opera della Coca Cola in America; è stato parte di questo processo che ha trasformato il Bambinello in Babbo Natale (…). Questa reinvenzione accade di vederla anche nelle grandi catene di supermercati dove non si parla di presepe ma dei borghi antichi. E allora si vede il presepe senza grotta che è come parlare di Natale senza il festeggiato».

Dio nasce nella povertà

Ma in questa denunzia della società consumistica c’è anche una forte valenza sociale: «Il vero significato del Natale è racchiuso in quella grotta, al freddo e al gelo, dove Gesù bambino viene alla luce in una culla tra la paglia che non era certamente quella spedita da Amazon, ma era invece circondata dai bisogni del bue e dell’asinello. Perché è lì, nella povertà di quella grotta, che è nato Gesù. Quindi, il messaggio per i bambini è quello di ascoltare la voce di Gesù che dice: ora vai dai tuoi genitori e spiega che nessuno deve nascere più nelle condizioni in cui è nato Gesù».

«Dove nasce, oggi, Gesù?» è stato chiesto dall’intervistatore. E la risposta di mons. Staglianò, che è, tra l’altro, il vescovo delegato della Conferenza episcopale siciliana per l’Immigrazione: «Penso a quelle donne che partoriscono in barconi sovraffollati in mezzo al mare, ecco è lì, in quel grido di dolore che oggi nasce Gesù. La sua nascita è un atto di amore, così i bambini quando riceveranno i regali dovranno pensare ai loro coetanei che non potranno riceverli, non coltivando più l’egoismo di dire è tutto mio».

Comprendiamo il perché della levata di scudi che ha accolto questa presa di posizione. Nel mondo occidentale si è attualmente divisi tra coloro che vorrebbero abolire addirittura il Natale, sostituendolo con una più neutra “Festa del solstizio d’inverno” o, come nel documento proposto dalla Commissione UE (poi ritirato per le proteste), con l’ancora più neutra “festività” e coloro che invece tengono ancora a questa ricorrenza (sono loro ad avere protestato), ma che la identificano con il cenone, i panettoni, i regali. Non a caso Babbo Natale non viene più tanto a sorvolare i presepi, ma piuttosto gli alberi di Natale, assai meno impegnativi sul piano religioso, e anzi ammiccanti a una prospettiva ecologica che esalta la natura al posto del Dio cristiano.

Il vescovo di Noto ha osato dire questo ai bambini – che sapevano benissimo, ovviamente, dell’inesistenza di Babbo Natale (ormai i bambini sanno molte più cose, – anche sul sesso e su tutto il resto – degli adulti) – sfidando, in realtà, non la loro fede nel vecchio barbuto vestito di rosso, ma quella nel primato delle “cose” che si vedono e si toccano (i regali costosi) rispetto a un Dio che ha avuto la pessima idea di nascere povero.

Solo a dei miserabili pastori – gli emarginati delle società ebraica di allora – fu rivelato il grande evento: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Questo sarebbe il segno? In realtà, è come se l’angelo dicesse che non c’è nessun segno.

Bisogna aprire gli occhi sull’invisibile.

E tuttavia è qui, in questa povertà di segni, che Dio nasce tra gli uomini. «E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”» (Lc 2,12-14).

Era là tutta la gloria di Dio. L’unico che lo ha capito, ed è quasi uscito di senno per lo stupore, è lo “spaventato”, una delle figurine tipiche dei presepi di una volta, che fugge a braccia aperte.
Sì, hanno fatto bene i genitori, la stampa, perfino il New York Times, ad allarmarsi.

 *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu



 

 

domenica 6 dicembre 2020

NATALE. NON SEMPLICE ASPETTARE

IL NATALE 

CI SFIDA AD OSARE 

- José Tolentino Mendonça 

Il Natale non viene solo a darci delle conferme: serve piuttosto a proiettarci in avanti, a inquietare, a convertire, a riconfigurare. 

Un grande teologo come Dietrich Bonhoeffer affermava che Dio ci viene incontro non solo come un “tu” ma anche come un “ciò”. Il “ciò” che egli farà per il mondo e per gli altri; un “ciò” in grado di mobilitare la speranza; un “ciò” che sia capace di rompere con il nostro sonnolento conformismo e ci ricollochi a sentinelle di una vita che deve avere un significato. 

Perché il Natale non viene per imprigionarci nel labirinto delle frasi fatte, nell'assillante cantilena dei simboli o nei passi perduti dei centri commerciali. 

Non viene a ingabbiarci in quella preoccupazione a orologeria che ci induce all'artificiale frenesia di celebrare presenze che, in fin dei conti, non è in questo modo che si possono onorare. 

Il Natale ci sfida, questo sì, a osare e ad agire differentemente. Il consumismo non fa che risucchiarci e consumarci. Il dono deve essere più di un commercio meccanico o di una fregola in cui noi stessi crediamo poco. 

L'importante è la costruzione che ognuno di noi è chiamato a fare, nel riconoscimento che Dio ci viene incontro celato nelle sfide del qui e ora. E che noi, così come siamo, poveri e incompiuti ma anche inquieti e vivi, scopriamo una possibilità di dono e di reincontro, di fiducia reimparata, di un'attesa che sia di più di un semplice aspettare.

www.avvenire.it

domenica 22 novembre 2020

NON VIVACCHIATE! NON STATE PARCHEGGIATI AI LATI DELLA VITA ! ABBIATE GRANDI SOGNI !

 

Non stare parcheggiati ai lati della vita: nella Messa per il passaggio della Croce della Gmg, il Papa parla ai giovani di "grandi sogni" che rendono liberi, da cercare oltre il pensiero dominante che riduce la felicità al divertimento, l’esistenza ad una febbre di consumi, l’amore ad emozioni. Poi l'annuncio: la celebrazione diocesana della GMG dal prossimo anno passa dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Cristo Re

 

Fausta Speranza – Città del Vaticano

 “Io sono lì - dice Gesù - dove il pensiero dominante, secondo cui la vita va bene se va bene a me, non è interessato.  Io sono lì, dice Gesù anche a te, giovane che cerchi di realizzare i sogni della vita”. Così il Papa si rivolge ai ragazzi nella Santa Messa per il passaggio della Croce della Giornata Mondiale della Gioventù nella festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo.  Commentando l’ultima pagina del Vangelo di Matteo prima della Passione sottolinea che “prima di donarci il suo amore sulla croce, Gesù ci dà le sue ultime volontà”. Francesco chiarisce: “Ci dice che il bene che faremo a uno dei suoi fratelli più piccoli – affamati, assetati, stranieri, bisognosi, malati, carcerati – sarà fatto a Lui.

Due domande essenziali

Il Papa pone due interrogativi: “Aiuto qualcuno che non può restituirmi? Sono amico di una persona povera?”. Il Papa pone questi interrogativi per poi dare la risposta di Cristo: “Io sono lì, ti dice Gesù, ti aspetto lì, dove non immagini e dove magari non vorresti nemmeno guardare, lì nei poveri”. Il Papa ricorda la figura di San Martino: da giovane soldato non battezzato, un giorno vide un povero che “chiedeva aiuto alla gente, ma non ne riceveva, perché tutti passavano oltre”. Francesco spiega che “vedendo che gli altri non erano mossi a compassione, comprese che quel povero gli era stato riservato”. Non aveva niente con sé, solo la sua divisa di lavoro e allora tagliò il suo mantello e ne diede metà al povero, “subendo – sottolinea – le risa di scherno di alcuni lì attorno”. Poi sognò Gesù, rivestito della parte di mantello con cui aveva avvolto il povero. Fece quel sogno – aggiunge il Papa - “perché lo aveva vissuto, pur senza saperlo, come i giusti del Vangelo di oggi”.

L'invito a non restare parcheggiati ai lati della vita 

E dunque il forte incoraggiamento del Papa: “Cari giovani, cari fratelli e sorelle, non rinunciamo ai grandi sogni. Non accontentiamoci del dovuto. Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia”. E’ molto incisivo il richiamo all’attualità e a convinzioni che sembrano imperanti: “Non siamo fatti per sognare le vacanze o il fine settimana – afferma il Papa - ma per realizzare i sogni di Dio in questo mondo. Egli ci ha reso capaci di sognare per abbracciare la bellezza della vita”. Dunque, la convinzione profonda: “Le opere di misericordia sono le opere più belle della vita. Se hai sogni di vera gloria, non della gloria del mondo che viene e va, ma della gloria di Dio, questa è la strada. Perché le opere di misericordia danno gloria a Dio più di ogni altra cosa”. E su questa frase il Papa si sofferma, la ripete.

Grandi scelte per grandi sogni

Il Papa dà voce a un interrogativo importante: “Ma da dove si parte per realizzare grandi sogni?”, si chiede per poi rispondere: “Dalle grandi scelte”. E’ il Vangelo a chiarirlo, ricorda: “Nel momento del giudizio finale il Signore si basa sulle nostre scelte. Sembra quasi non giudicare: separa le pecore dalle capre, ma essere buoni o cattivi dipende da noi. Egli trae solo le conseguenze delle nostre scelte, le porta alla luce e le rispetta. Per i giovani il messaggio è chiaro e potente: “La vita, allora, è il tempo delle scelte forti, decisive, eterne. Scelte banali portano a una vita banale, scelte grandi rendono grande la vita”. Papa Francesco lo dice senza mezzi termini: “Noi, infatti, diventiamo quello che scegliamo, nel bene e nel male. Se scegliamo di rubare diventiamo ladri, se scegliamo di pensare a noi stessi diventiamo egoisti, se scegliamo di odiare diventiamo arrabbiati, se scegliamo di passare ore davanti al cellulare diventiamo dipendenti”. Con una certezza che illumina: “Se scegliamo Dio diventiamo ogni giorno più amati e se scegliamo di amare diventiamo felici”.

Non restare appesi ai perché della vita

“Sì, perché – aggiunge - la bellezza delle scelte dipende dall’amore”. E anche questa affermazione Papa Francesco sceglie di ripeterla, sottolineando così tutta l’importanza.  Gesù sa che “se viviamo chiusi e indifferenti restiamo paralizzati, ma se ci spendiamo per gli altri diventiamo liberi”. Dunque, il Papa “consegna” ai giovani il segreto della vita: “Il Signore della vita ci vuole pieni di vita e ci dà il segreto della vita: la si possiede solo donandola”. “Ma ci sono degli ostacoli che rendono ardue le scelte”: Francesco lo ricorda, citando “spesso il timore, l’insicurezza, i perché senza risposta”. Anche qui un’indicazione chiara: l’amore chiede di andare oltre, di “non restare appesi ai perché della vita aspettando che dal Cielo arrivi una risposta”. E, dunque, “l’amore spinge a passare dai perché al per chi, dal perché vivo al per chi vivo, dal perché mi capita questo al chi posso fare del bene. Per chi? Non solo per me: la vita è già piena di scelte che facciamo per noi stessi, per avere un titolo di studio, degli amici, una casa, per soddisfare i propri hobby e interessi.

La febbre dei consumi e l'ossessione del divertimento

Tra tante riflessioni, il Papa mette a nudo il rischio che tutte le attraversa: “Rischiamo di passare anni a pensare a noi stessi senza cominciare ad amare”. E cita Manzoni sottolineando che “diede un bel consiglio”, quando ne I Promessi Sposi  scrisse: «Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio». Ma “non ci sono solo i dubbi e i perché a insidiare le grandi scelte generose, ci sono tanti altri ostacoli”. Il Papa ricorda “la febbre dei consumi, che narcotizza il cuore di cose superflue” e “l’ossessione del divertimento, che sembra l’unica via per evadere dai problemi e invece è solo un rimandare il problema”. Ma anche “c’è il fissarsi sui propri diritti da reclamare, dimenticando il dovere di aiutare”. E poi sintetizza “la grande illusione sull’amore” spiegando che “sembra qualcosa da vivere a colpi di emozioni, mentre amare è soprattutto dono, scelta e sacrificio”.

Difendere l'originalità contro le mentalità dell’usa-e-getta e del tutto-e-subito

Poi due inviti a ribaltare la mentalità che vorrebbe imporsi: “Scegliere – sottolinea il Papa - soprattutto oggi è non farsi addomesticare dall’omologazione, è non lasciarsi anestetizzare dai meccanismi dei consumi che disattivano l’originalità, è saper rinunciare alle apparenze e all’apparire”. Inoltre, “scegliere la vita è lottare contro la mentalità dell’usa-e-getta e del tutto-e-subito, per pilotare l’esistenza verso il traguardo del Cielo, verso i sogni di Dio”. A questo proposito il Papa aggiunge a braccio che l’obiettivo è vivere e non vivacchiare, spiegando di aver sentito questa espressione da un ragazzo. Francesco aggiunge: “Vorrei darvi un ultimo consiglio per allenarsi a scegliere bene. Se ci guardiamo dentro, vediamo che in noi sorgono spesso due domande diverse. Una è: che cosa mi va di fare? È una domanda che spesso inganna, perché insinua che l’importante è pensare a sé stessi e assecondare tutte le voglie e le pulsioni che vengono. Ma la domanda che lo Spirito Santo suggerisce al cuore è un’altra: non che cosa ti va? ma che cosa ti fa bene?”. Il Papa ribadisce che “qui sta la scelta quotidiana, che cosa mi va di fare o che cosa mi fa bene?”. E afferma: “Da questa ricerca interiore possono nascere scelte banali o scelte di vita. Guardiamo a Gesù, chiediamogli il coraggio di scegliere quello che ci fa bene, per camminare dietro a Lui, nella via dell’amore. E trovare la gioia.”

Il passaggio della Croce

Al termine della celebrazione eucaristica, il Papa ha salutato cordialmente tutti  i presenti e quanti hanno seguito attraverso i media. E ha rivolto un saluto particolare ai giovani panamensi e portoghesi, rappresentati da due delegazioni, che hanno fatto, subito dopo, il significativo gesto del passaggio della Croce e dell’icona di Maria Salus Populi Romani, simboli delle Giornate Mondiali della Gioventù. "È un passaggio importante - ha detto il Papa - nel pellegrinaggio che ci condurrà a Lisbona nel 2023.

La GMG locale nella festa di Cristo Re

Poi l'annuncio della decisione di Papa Francesco con queste parole: "E mentre ci prepariamo alla prossima edizione intercontinentale della GMG, vorrei rilanciare anche la sua celebrazione nelle Chiese locali. Trascorsi trentacinque anni dall’istituzione della GMG, dopo aver ascoltato diversi pareri e il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, competente sulla pastorale giovanile, ho deciso di trasferire, a partire dal prossimo anno, la celebrazione diocesana della GMG dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Cristo Re".  Il Papa ha spiegato che "al centro rimane il Mistero di Gesù Cristo Redentore dell’uomo, come ha sempre sottolineato San Giovanni Paolo II, iniziatore e patrono delle GMG". Aggiungendo: "Cari giovani, gridate con la vostra vita che Cristo vive e regna! Se voi tacerete, grideranno le pietre!".

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 Leggi: OMELIA DEL PAPA




 

 

sabato 15 febbraio 2020

AMAZZONIA. RIGUARDA ANCHE NOI ?


L’Esortazione sull’Amazzonia spiazza gli opposti clericalismi



Tutti aspettavano…
Ancora una volta papa Francesco spiazza tutti e si conferma un pontefice che guarda lontano. Attendevano tutti con febbrile impazienza questa Esortazione apostolica. I “conservatori” con angoscia, per l’incombere di quella che a loro dire sarebbe stata la fine della figura del presbitero, decretata dall’eventuale «abolizione del celibato»; i “progressisti”, con speranza altrettanto febbrile, per la rimozione di quello che a loro avviso costituisce un’assurda eredità del passato e un fattore decisivo della crisi delle vocazioni e degli scandali di pedofilia e di corruzione del clero.
Dell’Amazzonia, diciamolo pure, non interessava niente a nessuno. Meno che meno, di ciò che, attraverso la realtà dell’Amazzonia, tutta la Chiesa deve riscoprire riguardo alla sua identità e al suo ruolo nel mondo contemporaneo.
I sogni del papa
E invece il papa ha parlato, nel suo documento, proprio di questo. Non sono il celibato dei preti o il sacerdozio delle donne il vero problema. La Chiesa non riesce più a parlare alle persone. Non riesce più a rispettare la grande legge dell’incarnazione, che pure dovrebbe costituire il suo DNA: «La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi» (Querida Amazonia, n.6)
Da qui i quattro “sogni” che il papa ha voluto comunicare «al popolo di Dio e a tutti gli uomini di buona volontà», che sono i destinatari del documento.
«Un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi».
«Un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana».
«Un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna».
«Comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici» (n.7).
L’ultima espressione è la chiave di lettura delle altre tre, in cui al posto di «un’Amazzonia» sarebbe possibile leggere «una Chiesa». Ma forse, ancora più ampiamente, «un’ umanità».
Il sogno sociale
Il primo sogno del papa è sociale. In tempi bui, che vedono ovunque trionfare nel mondo lo spietato cinismo dei più forti, la passività e a volte la complicità delle persone “oneste”, la paradossale collaborazione di tante vittime, accecate dalla propaganda, con i loro manipolatori, la voce di Francesco si leva alta e forte per denunziare un neocolonialismo che si fa scudo delle leggi dell’economia per trasformare la globalizzazione in una operazione a vantaggio dei ricchi e a danno dei poveri.
Bergoglio ricorda che «spesso erano i sacerdoti coloro che proteggevano gli indigeni da assalitori e profittatori» e sottolinea che «nel momento presente la Chiesa non può essere meno impegnata, ed è chiamata ad ascoltare le grida dei popoli amazzonici» (nn.18-19).
Il sogno culturale
Il neocolonialismo si manifesta anche come cancellazione delle culture più deboli e riduzione della terra all’unica cultura dei dominatori. «La visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità» (n.33).
Il sogno ecologico.
«La cura delle persone e la cura degli ecosistemi sono inseparabili» (n.42). A una cultura dello sfruttamento illimitato bisogna sostituire quella della contemplazione. «Risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi e che a volte lasciamo si atrofizzi» (56).
Il sogno ecclesiale
E, alla fine – ma in realtà era all’inizio – un sogno ecclesiale. «La Chiesa è chiamata a camminare con i popoli dell’Amazzonia» (n.61), ma l’Amazzonia è la cifra, il simbolo di un dramma planetario. Ciò non svuota minimamente lo spessore dei drammi e delle sofferenze vissute dalle popolazioni di quel territorio, anzi ne valorizza la portata universalmente umana.
La scarsità dei preti in Amazzonia non dipende solo dal celibato
Ma il punto su cui papa Francesco era più atteso era il problema della scarsità dei preti in Amazzonia. Era a questo che si riferiva la richiesta dei padri sinodali di permettere l’ordinazione di uomini sposati. La riposta dell’Esortazione è articolata, ma non per questo meno incisiva.
Innanzi tutto il papa fa presente che la carenza denunziata non riguarda tutto il continente sudamericano, il quale anzi “esporta” presbiteri in gran numero, ma nelle regioni dove regna il benessere e la vita è più facile: «Colpisce il fatto che in alcuni Paesi del bacino amazzonico vi sono più missionari per l’Europa o per gli Stati Uniti che per aiutare i propri Vicariati dell’Amazzonia» (nota 132). Da qui l’invito, rivolto ai vescovi, «a essere più generosi, orientando coloro che mostrano una vocazione missionaria affinché scelgano l’Amazzonia» (n.90).
La comunità, non solo i preti!
In secondo luogo, l’Esortazione osserva che «non si tratta solo di favorire una maggiore presenza di ministri ordinati che possano celebrare l’Eucaristia. Questo sarebbe un obiettivo molto limitato se non cercassimo anche di suscitare una nuova vita nelle comunità» (n.93).
È tutta la comunità cristiana che deve essere in grado di animare la vita della Chiesa. Certo, «c’è necessità di sacerdoti, ma ciò non esclude che ordinariamente i diaconi permanenti – che dovrebbero essere molti di più in Amazzonia –, le religiose e i laici stessi assumano responsabilità importanti per la crescita delle comunità e che maturino nell’esercizio di tali funzioni grazie ad un adeguato accompagnamento» (n.92).
In particolare, c’è urgenza che vi siano «responsabili laici maturi e dotati di autorità» (n.94). Un inveterato clericalismo ci ha abituato a credere che tutti i problemi si risolvano solo con la presenza dei presbiteri. Francesco sa bene che il sacerdote ordinato è indispensabile per alcuni sacramenti, in particolare per l’eucaristia (cfr. nn.87-89). Ma, in un mondo dove le vocazioni sacerdotali sono sempre di meno, chiede ai cristiani – e non solo a quelli dell’Amazzonia! – di entrare in un nuovo ordine di idee, dove i presbiteri hanno delle loro funzioni peculiari, ma all’interno di una più ampia responsabilizzazione di tutta la comunità.
Il problema dell’ordinazione delle donne
Da qui anche la risposta implicita a coloro che da tempo insistono per l’ordinazione delle donne. Bisogna, scrive il papa, «evitare di ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali». In altri termini, a strutture di potere. «Tale riduzionismo ci porterebbe a pensare che si accorderebbe alle donne uno status e una partecipazione maggiore nella Chiesa solo se si desse loro accesso all’Ordine sacro. Ma in realtà questa visione limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo»
È necessario entrare in una prospettiva diversa. «In una Chiesa sinodale le donne, che di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche, dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio (…). Questo fa anche sì che le donne abbiano un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità, ma senza smettere di farlo con lo stile proprio della loro impronta femminile» (n.103).
Opposti clericalismi
È clericalismo arroccarsi nel falso dogma del celibato ecclesiastico. Ma lo è pure pensare che tutti i problemi della Chiesa si risolvano abolendolo, per aumentare il numero degli eccelsiasici. È clericalismo difendere il tradizionale potere degli uomini dentro la Chiesa e la riduzione delle donne a ruoli subordinati. Ma lo è anche pensare che l’unico modo di riscattare le donne da questa assurda situazione sia di aprire loro le porte della “casta” dominante.
La sconfitta del clericalismo passa, piuttosto, dall’abolizione della logica che ha spesso trasformato dei “servitori” – come lo fu Gesù – in una “casta”. Puntare sull’ordinazione femminile per dare anche a loro potere significa estendere ad un’altra categoria di persone un ruolo viziato proprio dalla mentalità del potere, lasciando “fuori” chi non vi viene assunto.
Non i preti, ma il popolo di Dio
Paragonata agli intrighi e alle sterili polemiche che l’hanno preceduta, l’Esortazione di Francesco sembra parlare un altro linguaggio. Qualcuno già accusa il papa di essersi “tirato indietro”. Qualcun altro si illuderà di averlo condizionato e fermato con le proprie minacce di scisma. Ma forse egli è solo rimasto fedele al Concilio e alla sua profezia di una Chiesa capace di incarnare il vangelo nella storia e che finalmente sia popolo di Dio e non gerarchia ecclesiastica.

*Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.