Intervista a Roberto Repole
a cura di Giacomo Galeazzi
Intervista a Roberto Repole
a cura di Giacomo Galeazzi
sulle macerie di Gaza?
Una
imponente manifestazione e le sue ragioni
I
più anziani assicurano che da decenni non si assisteva a una mobilitazione
popolare come quella del 22 settembre, in seguito allo sciopero generale
indetto dell’Unione sindacati di base (USB) per Gaza.
I
giornali governativi hanno cercato invano di minimizzare la portata della
manifestazione, parlando addirittura di un flop. A smentire questi tentativi di
disinformazione ci sono – alla portata di tutti, su internet – le foto e i
video dei cortei che in più di 80 città italiane hanno coinvolto un numero di
persone strabocchevole, mai visto ultimamente. I numeri ufficiali, come sempre
in questi casi, variano molto. Ma sicuramente si è trattato di centinaia di
migliaia di partecipanti.
Al
di là dell’aspetto quantitativo, ha colpito gli osservatori quello qualitativo.
C’erano le persone più diverse: hanno sfilato per ore l’uno accanto all’altro
operai, professionisti, madri di famiglia coi bambini in passeggino,
anziani e anziane, ragazzi e ragazze di tutte le età. Un popolo.
Il
destinatario della protesta, ovviamente, non erano Netanyahu e Hamas, i diretti
responsabili, ma il nostro governo, che in tutto questo tempo ha sempre
limitato unilateralmente la sua condanna ai terroristi islamici, per il
massacro del 7 ottobre e la detenzione degli ostaggi, rifiutando invece di
prendere posizione nei confronti della carneficina, di proporzioni enormemente
superiori, che da quasi due anni Israele sta perpetrando.
La nostra premier continua a ripetere che nessuno Stato ha fatto tanto per Gaza quanto il nostro.
Ma i fatti parlano diversamente.
L’Italia
si è rifiutata di votare ben tre risoluzioni dell’Assemblea dell’ONU –
rispettivamente il 27 ottobre 2023, il 13 dicembre dello stesso anno, il 15
settembre 2024 – volte a chiedere il cessate il fuoco e a fermare il massacro
di civili. E, sempre in nome dell’esigenza di «non isolare Israele», ha
addirittura accolto per due volte a Roma, con tutti gli onori, il presidente
israeliano Herzog, proprio in questi giorni riconosciuto colpevole dalla
Commissione indipendente dell’ONU del crimine di «genocidio».
Solo
alla fine di agosto Meloni, davanti all’insorgere dell’opinione pubblica
internazionale, ha ammesso che la reazione israeliana «è andata oltre il
principio di proporzionalità, mietendo troppe vittime innocenti». Ma alle
parole – peraltro molto blande – non hanno fatto seguito, da parte dell’Italia,
né la sospensione delle forniture di armi, né quella del sostegno economico
allo Stato ebraico. E anche il riconoscimento dello Stato palestinese – unico
argine al dichiarato progetto israeliano di cancellare la popolazione di
Gaza e della Cisgiordania – è stato definito dal ministro degli Esteri
Tajani «prematuro».
Al
nostro paese Netanyahu non poteva chiedere di più. Anche rispetto agli altri
governi europei, quello dell’Italia è stato insieme a quello degli Stati
Uniti, il suo più fedele amico.
Era
dunque al governo italiano che le centinaia di migliaia di manifestanti hanno
chiesto un drastico cambio di passo, per cui, senza abbandonare la richiesta
del rilascio degli ostaggi da parte di Hamas, si arrivi finalmente alla
condanna di ciò che Israele sta facendo ai civili e a una pressione concreta
per il cessate il fuoco, attraverso l’interruzione dei rapporti militari e commerciali
con lo Stato ebraico.
A
questo appello che saliva dalle piazze Giorgia Meloni ha risposto semplicemente
ignorandolo e concentrandosi sulla condanna dei tafferugli che poche centinaia
di estremisti hanno scatenato devastando l’ingresso della stazione ferroviaria
di Milano: «Indegne – ha detto la premier – le immagini che arrivano da Milano
(…). Violenze e distruzioni che nulla hanno a che vedere con la solidarietà e
che non cambieranno di una virgola la vita delle persone a Gaza, ma avranno
conseguenze concrete per i cittadini italiani, che finiranno per
subire e pagare i danni provocati da questi teppisti».
È
stato notato che la presidente del Consiglio non ha mai usato parole di sdegno
così dure per i 70.000 palestinesi – in gran parte donne e bambini – uccisi in
questi mesi, per non parlare dei due milioni e mezzo che sono stati affamati,
assetati, umiliati, deportati con inaudita arroganza e violenza dall’esercito
israeliano.
Quanto
al vicepremier Salvini – che qualche giorno fa in un’intervista a una
televisione israeliana ha dato la sua piena solidarietà a Israele, sostenendo
che «ha il diritto di difendersi» e che l’indignazione ormai dilagante a
livello internazionale è frutto solo di «antisemitismo» – , ha parlato
dei manifestanti come di «criminali, teppisti e delinquenti», e ha
sfruttato subito le violenze per lanciare un’ulteriore proposta restrittiva
sugli scioperi, dopo quelli già introdotti col Decreto sicurezza. «Chiederemo —
ha detto in un punto stampa — una cauzione a chi organizza cortei e
manifestazioni, in caso di danni pagheranno di tasca loro».
Colpisce
che la reazione della grande maggioranza della stampa e delle televisioni,
anche non di destra, sia stata in sintonia con quella del governo e abbia
quasi ignorato l’imponente mobilitazione popolare di 80 città italiane
riducendola all’incidente – peraltro molto circoscritto – di Milano. Così, il
titolo di prima pagina del maggiore quotidiano italiano, il «Corriere della
Sera», era l’indomani: «Guerriglia a Milano su Gaza». Su questa linea molti
altri.
Lo
scollamento della politica dai valori
Eppure,
malgrado questi sforzi convergenti per vanificarlo, l’evento del 22 settembre
costituisce un segnale importante di novità. Significativo che ad esso abbiano
partecipato, numerosissimi, gli studenti, sia universitari che degli istituti
secondari. Per chi ha esperienza della scuola, non è strano che le lezioni
siano disertate invocando il primo motivo plausibile per “fare vacanza”. Strano
è, però, che, invece di andarsene a casa o di bighellonare, come purtroppo
speso accade in occasione degli “scioperi” studenteschi, questa volta gli
alunni nella grande maggioranza abbiano partecipato alle manifestazioni, a
volte insieme ai loro professori.
Da
molto tempo non si riusciva a offrire ai più giovani un obiettivo credibile per
cui investire il loro impegno civile.
Sappiamo
tutti a cosa si è ridotta la politica, e non soltanto nel nostro paese. Anche
gli adulti più maturi e temprati, in questo momento storico stentano a
vincere lo scoraggiamento di fronte allo scenario internazionale e ai
personaggi che recitano in esso la parte di protagonisti. E quanto alla
vita politica italiana, è difficile dire se siano meno entusiasmanti i
rappresentanti del governo (di cui abbiamo appena misurato la sensibilità
democratica) o quelli dell’opposizione (cronicamente autoreferenziali e
divisi, al punto di presentarsi alla votazione sul riarmo con cinque
mozioni diverse).
Quel
che è certo è che, alle ultime elezioni europee, hanno votato solo il 49,69%
degli aventi diritto. Meno della metà. Se si fosse trattato di un
referendum, la consultazione non sarebbe stata valida. Era la prima volta che
questo accadeva, nella storia della Repubblica. E, anche nelle ultime elezioni
politiche del 2022, è andato alle urne solo il 63,08 %. Anche in questo caso si
tratta della percentuale più bassa nella storia repubblicana.
La
triste verità è che sia la destra che la sinistra, oggi, non rappresentano
il paese reale. E che la politica somiglia sempre di più a un monologo
autoreferenziale recitato dalla cosiddetta “classe dirigente” sulla scena di un
teatro mezzo vuoto. Una spiegazione di fondo è che in Italia – come in tutto
l’Occidente – si è registrato ormai uno svuotamento di quell’ideale democratico
che aveva galvanizzato, nel dopoguerra, la grande maggioranza dei cittadini,
spingendoli ad una partecipazione che a livello elettorale raggiungeva il 90%.
Ma
allora c’erano ancora delle idee in cui credere e in nome di cui lottare,
discutere, scontrarsi (vi ricordate don Camillo e Peppone?). La dimensione
valoriale permeava la politica ed era all’origine della dialettica
democratica, che metteva a confronto concezioni diverse, a volte opposte, ma
tutte ispirate – fondatamente o meno – a un progetto di bene comune non solo
economico, ma integralmente umano. Oggi invece, come ha coraggiosamente
denunziato papa Francesco nella «Laudato si’», la politica è subordinata
all’economia e l’economia, a sua volta, alla finanza.
Col
risultato che il successo del nostro governo è assicurato dalla promozione
da parte delle agenzie finanziarie internazionali, anche se, come segnala il
recente rapporto Oxfam del gennaio scorso, l’Italia risulta essere sempre più
divisa in termini di disuguaglianze economiche.
Nel
2024 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro,
al ritmo di 166 milioni di euro al giorno, e oggi 71 individui detengono 272,5
miliardi di euro, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7
milioni di persone, vivono in condizioni di povertà assoluta.
Una
prospettiva nuova
Le
persone, soprattutto i giovani, difficilmente possono essere entusiasmate da
una politica che funziona così, anche quando appartengono alla fascia
privilegiata. E ci sono esperienze traumatiche in grado di risvegliare nelle
coscienze il senso del bene e del male, scardinando l’abitale indifferenza a
ciò che non riguarda il proprio interesse.
La
vicenda di Gaza si sta imponendo – e non solo in Italia – come una di queste
esperienze. Le immagini trasmesse ogni giorno dalle reti televisive, i video
circolanti su internet, le innumerevoli testimonianze provenienti dalla
Striscia, hanno definitivamente fatto crollare la versione del governo di Tel
Aviv, secondo cui, al di là di inevitabili danni collaterali, l’azione
dell’Idf avrebbe sempre avuto di mira i terroristi di Hamas, nel pieno rispetto
dei diritti umani. Tutti hanno potuto vedere con i loro occhi che la realtà era
un’altra.
Nell’inerzia
del nostro governo, la gente si è mossa autonomamente, a di fuori di schemi
partitici, per far sentire la propria voce.
Può
essere un inizio. Il recupero di una partecipazione dal basso che, senza
necessariamente incanalarsi in forme istituzionali, condizioni però le istituzioni
e le costringa a cambiare il loro stile. Non è necessario per questo attendere
le prossime elezioni politiche.
Ci
sono i sondaggi, a cui le forze politiche sono molto attente. Ci sono le
prossime elezioni regionali. Occasioni per condizionare i rispettivi partiti di
appartenenza – di destra o di sinistra che siano – e riportarli a quel senso
della persona umana che dovrebbe caratterizzare una politica degna di questo
nome.
L’alternativa,
purtroppo, è il progressivo radicalizzarsi dello scontro fra un governo sempre
più orientato a limitare le libertà civili in nome dell’ordine, della stabilità
e della sicurezza – valori propri, da sempre, di tutti i regimi autoritari
– ed espressioni sfrenate e controproducenti di rifiuto di queste
restrizioni.
Col
risultato, in realtà, di legittimare agli occhi dell’opinione pubblica
ulteriori strette. Già oggi, a sproposito, sono state evocate le Brigate rosse
per criminalizzare l’opposizione, accusandola di fomentare l’odio e
la violenza per il solo fatto di contestare la linea del governo.
Solo
un ritorno alla partecipazione può fermare questa potenziale spirale, per ora
appena abbozzata, in cui autoritarismo e protesta violenta
potrebbero finire per alimentarsi a vicenda.
La
risposta dei comuni cittadini alla tragedia di Gaza fa sperare che gli
italiani si stiano ridestando alla prospettiva etica della politica e possano
dare una svolta in questo senso alla nostra democrazia.
- di
VANESSA PALLUCCHI
-
C’è
una forza centrifuga all’individualismo, al consumismo dei sentimenti e
all’indifferenza, che sta scuotendo il nostro Paese. E c’è una spinta alla
solidarietà che viaggia in senso opposto, non si arrende e trova anche nuove
forme di espressione per continuare a esistere.
L’Italia
solidale che resiste dopo la pandemia, in una fase di crisi partecipativa e di
aumento di povertà e solitudini mi sembra il primo dato da estrarre
dall’indagine di Istat sul volontariato, di cui Avvenire ha
scritto ieri, che conferma i 4,7 milioni di volontari italiani pilastro della
coesione sociale. Ma i nuovi dati sono in grado di raccontarci anche molto
altro, che riassumerei in tre punti: i numeri, le tendenze, i perché.
Partiamo
dai numeri. Già la fotografia scattata da Istat nel 2023 (riferita al 2021, per
il Censimento degli enti non profit) aveva evidenziato un rilevante calo, in
dieci anni, di circa 900mila volontari. Se da una parte, però, la conferma di
questi numeri non ci stupisce oggi, dall’altra la diminuzione non ci ha
lasciati indifferenti nel tempo trascorso. Si è infatti avviato un processo,
stimolato anche da un dibattito pubblico, che ha iniziato a interrogare le
organizzazioni sulla loro capacità di attrarre i volontari e, più in generale,
sulle trasformazioni del contesto in cui operano e sul modello evolutivo da
perseguire. Tornando ai numeri, possiamo anche constatare come oggi ci troviamo
in un momento di stabilizzazione, se non addirittura di timida ripresa
dell’impegno volontario, se consideriamo che le stime Istat del 2023 parlavano
di 4,6 milioni di volontari.
Passando alle tendenze, tra le novità più rilevanti dell’indagine c’è sicuramente l’aumento di volontari che svolgono attività in forma “ibrida”, cioè sia all’interno di organizzazioni che attraverso aiuti diretti (nonostante il calo riguardi entrambe le forme prese singolarmente).
Interessante è anche la crescita dell’impegno nelle attività ricreative e culturali. Entrambe queste tendenze riflettono l’emergere di nuovi bisogni, tanto dei volontari quanto delle comunità in cui operano, e dunque la ricerca di nuove risposte sociali. È compito, assolutamente cruciale, delle organizzazioni quello di leggere queste trasformazioni ed evolvere, rafforzando quegli elementi che più le contraddistinguono, a partire dalla capacità di costruire reti sociali laddove la società attuale tende a disgregare; di offrire una cornice di valori condivisi e una visione di futuro migliore possibile laddove prende spazio disillusione e paura; di favorire l’acquisizione di competenze, importanti anche per la crescita personale dei volontari; di porsi come facilitatrici tra il desiderio e l’effettiva possibilità di realizzare azioni concrete di cittadinanza attiva.
Infine, veniamo ai “perché”. Credo sia un segnale molto positivo la maggiore predisposizione, evidenziata da Istat anche in chi svolge aiuti diretti, a indirizzare il proprio contributo verso la collettività, l’ambiente, il territorio piuttosto che verso relazioni interpersonali dirette. In una fase complicata e spesso cupa come quella che viviamo, assume più peso il sentirsi immersi in un simile destino con il prossimo anche sconosciuto, e quindi la necessità di resistere e migliorare assieme.
La realizzazione che “nessuno si salva da solo”, come
diceva anche papa Francesco, pare accomunare sempre più persone.
Al
Terzo settore l’incarico di offrire tutti i migliori strumenti per difendere e
incoraggiare il desiderio di solidarietà.
in deficit emotivo
nuove risposte educative
sui valori
Centinaia di giovani sondati per
ascoltarne gli stati d’animo e cogliere i princìpi ai quali ispirano la vita.
Con alcune sorprese.
I quattro profili dallo studio
dell’Osservatorio legato all’Università Cattolica: ambiziosi bilanciati, leader
socialmente orientati, altruisti prudenti e indipendenti distaccati
Una generazione che fatica a governare i
suoi sentimenti mostra di essere felice solo quando unisce obiettivi personali
e apertura agli altri
La fotografia dell’Istituto Giuseppe
Toniolo
-
Nella
società dell’analfabetismo emotivo e dell’iperconnessione digitale si parla
spesso della necessità di educare ai sentimenti. Ma con quali strumenti? Una
nuova ricerca dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, pubblicata nel Rapporto
Giovani 2025 (ed. Il Mulino), suggerisce una strada concreta e
forse inaspettata: partire dai valori. Capire, cioè, quali princìpi guidino la
giovane generazione nelle sue scelte quotidiane e come questi orientamenti si
intreccino con il suo benessere emotivo. Il capitolo, firmato da
Iori, Ellena, Marzana, Martinez Damia e Marta, si basa su un’indagine condotta
su un campione rappresentativo per età, genere, area geografica e tipo di
scuola, composto da 800 adolescenti. La ricerca si è servita di un questionario
basato sulla teoria dei valori di Schwartz, che individua dieci domìni
valoriali (tra cui potere, successo, edonismo, stimolazione, autodirezione,
universalismo, benevolenza, tradizione, conformismo e sicurezza), che possiamo
considerare un po’ come “motori” dell’agire umano.
I
quattro gruppi
L’ analisi
ha permesso di identificare quattro gruppi di adolescenti, ognuno con un
proprio profilo valoriale differente.
-
Il gruppo di ambiziosi bilanciati: sono ragazzi e ragazze che
puntano al successo e all’indipendenza, ma senza trascurare la stabilità e il
rispetto per gli altri. Potremmo immaginarli come studenti determinati a
ottenere buoni risultati scolastici, ma attenti anche al clima di classe e al
proprio equilibrio personale.
-
Il gruppo di leader socialmente orientati: sono giovani molto
ambiziosi, che vogliono farcela nella vita, ma attribuendo valore alla
collaborazione, alle regole e alla giustizia sociale. Sono quelli che
partecipano con entusiasmo, guidano progetti scolastici e si mettono a
disposizione degli altri.
-
Il gruppo di altruisti prudenti che mostrano poco interesse
per la competizione o il potere. Cercano ambienti sicuri, relazioni
affidabili e agiscono per il bene comune. Magari non alzano la voce, ma sono
quelli su cui si può contare davvero.
-
Il gruppo di indipendenti distaccati, infine, appaiono più
disillusi: danno poco peso sia alle ambizioni personali sia ai valori sociali.
Tendenzialmente meno coinvolti, fanno più fatica a trovare un orientamento
valoriale chiaro, e anche emotivamente si mostrano più spenti. T ra
le variabili demografiche analizzate, solo la tipologia di scuola frequentata
ha mostrato una relazione significativa con i profili valoriali: gli
istituti tecnici tendono ad accogliere più “ambiziosi bilanciati”, i
professionali più “leader socialmente orientati”, mentre nei licei prevalgono
gli “altruisti prudenti”. Questo fornisce un dato empirico a un sentire comune:
anche i percorsi formativi hanno una relazione con i valori. Ma ciò
che colpisce maggiormente è il forte legame tra valori e stati
emotivi (disperazione, ottimismo, gioia, speranza, desiderio di
lottare). Il dato forse più sorprendente (ma neanche così tanto, a
pensarci bene)? I giovani e le giovani che provano
più ottimismo, gioia, speranza e desiderio di
lottare appartengono al gruppo di leader socialmente orientati;
non sono quindi le persone più egocentriche quelle che stanno
meglio, ma quelle che sanno coniugare i propri obiettivi
con l’apertura verso l’altro. Al contrario, chi è più distaccato
mostra meno positività. Una lezione preziosa, che va in
controtendenza rispetto ai miti dell’individualismo contemporaneo. La
speranza – sentimento oggi tanto fragile nella
giovane generazione – sembra germogliare proprio là dove si coltivano
valori di cura e rispetto.
Questo
porta a una riflessione operativa: di fronte al disagio emotivo degli
adolescenti non bastano risposte cliniche o individuali. Servono anche
prospettive educative, comunitarie, preventive. Parlare di emozioni, oggi,
significa anche interrogarsi su quali valori collettivi vogliamo trasmettere.
Valori che aiutino i ragazzi e le ragazze a sentirsi parte di qualcosa di
più grande, che diano senso alle difficoltà, che accendano fiducia. Possiamo
garantire interventi di questo tipo, insieme a quelli terapeutuci?
Educare
ai valori
Ecco
allora un messaggio potente: educare ai sentimenti significa anche educare ai
valori. Coltivare valori come la cura, la solidarietà, la giustizia e l’empatia
non è solo una questione etica, ma una via concreta per nutrire benessere
emotivo e speranza. In un tempo in cui molti e molte adolescenti si sentono
smarriti/ e o schiacciati/e da aspettative e solitudini, ripartire da una
riflessione sui valori del nostro tempo è forse il gesto educativo più urgente
e più necessario. P erché questa riflessione sia efficace e si
traduca concretamente in un cambiamento, come è stato evidenziato nel volume Adolescenti
e vita emotiva (ed. Vita e Pensiero, a cura di Iori, Ellena, Marta),
sono ormai non solo necessarie ma urgenti alcune azioni. In primo luogo, è
necessario mettere in atto un ascolto reale della voce dei giovani, progettare
e realizzare azioni con loro e non per loro.
Si tratta di favorire occasioni, luoghi, esperienze che facilitino la
costruzione di progetti di sé e di senso per la propria esistenza. Occorre poi
offrire spazi fisici e di senso, guidati da professionalità capaci e
riconosciute, in grado di ricevere le domande degli stessi adolescenti e di
offrire incontri e relazioni intergenerazionali. In secondo luogo, è importante
superare un concetto di genitorialità intesa in modo privato per accedere a una
genitorialità e generatività sociali. Occorre supportare i genitori nell’andare
oltre stili educativi incerti e contraddittori che producono comportamenti
soffocanti o eccessivamente tolleranti e comunque incapaci di negoziare i
divieti. È però anche importante attivare progetti non solo focalizzati su temi
strettamente “genitoriali” ma ricordarsi che i genitori sono uomini e donne,
con i loro bisogni, fatiche e desideri. È bene, quindi, offrire anche occasioni
e momenti di incontro spontaneo, “leggero” tra adulti che sono anche
genitori. I n terzo luogo, nella consapevolezza che la scuola è un
elemento fondamentale nella vita degli /delle adolescenti anche per la sua
capacità/ possibilità di sviluppo di comunità, è indispensabile aiutare questa
istituzione a compiere scelte coraggiose che la configurino non solo come
agente di trasmissione di conoscenze e saperi ma anche come agenzia educativa
in senso pieno, attenta alla formazione esistenziale ed emotiva.
Patti educativi
Infine,
è necessario ricostruire patti educativi e comunità educanti che coinvolgano
scuole, Pubbliche Amministrazioni, Regioni, Comuni, Asl, Terzo settore, il
Privato sociale (e non), Parrocchie, Oratori, Centri sportivi e altre realtà
aventi finalità educative, servizi socioeducativi per ri-fare comunità,
contrastare l’isolamento e l’indifferenza reciproca, recuperare il senso del
“noi”, costruire un “abitare insieme” il mondo, che promuova empatia,
solidarietà, fiducia e speranza.
*Docente
di Psicologia sociale e di comunità all’Università Cattolica Membro del
Comitato scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo
di Studi superiori
e i ragazzi
pagano il conto”
Massimo Recalcati (che sarà ospite al Festival
Internazionale dell'Economia, ma che è anche promotore del Moby Dick Festival
di Noli) dedica parte della propria esperienza e della propria attività
psicanalitica proprio a sbrogliare le matasse generazionali. A comprendere il
disagio e a ipotizzarne cause e soluzioni.
Cos'è,
oggi, il disagio giovanile? «Ci sono due forme prevalenti. La prima si
manifesta nella sregolazione pulsionale, nella spinta a raggiungere un
godimento immediato, in una libertà che vorrebbe escludere ogni esperienza del
limite. Questo disagio si manifesta emblematicamente nelle dipendenze
patologiche: alcolismo, tossicomania, bulimia, Internet addiction, per esempio,
e nei comportamenti platealmente trasgressivi, quali sono il ricorso alla
violenza, i comportamenti illegali, eccetera. La seconda assume le
caratteristiche del ritiro sociale, dell'isolamento, del rifiuto del legame.
Sono i ragazzi e le ragazze che abbandonano la scuola, abbandonano il lavoro e
si rintanano nelle loro abitazioni che diventano dei rifugi dalla vita. La
spinta competitiva, l'essere perennemente in gara, conduce molti giovani a
rifiutare di far parte di questo mondo».
È
un'autodifesa? «Diciamo che implica la messa in atto di una pulsione
securitaria che spinge a far prevalere la sicurezza, la difesa dei propri
confini, la tutela di sé, di fronte al rischio che il carattere ingovernabile
della vita comporta. Tendenza che si è accentuata negli ultimi anni come
effetto di una più generale destabilizzazione dell'ordine della realtà. Si
pensi al Covid, alla crisi economica e alle guerre. La compromissione del
futuro favorisce sempre l'incentivarsi della pulsione securitaria. Si tratta di
una forma di sovranismo psichico».
Controllo
di sé, in pratica? «Sviluppato all'eccesso, sì».
Ha
a che fare con la maggiore consapevolezza di genere? «È indubbio che la
vita sessuale non è più oppressa dai tabù della morale. Questo permette
maggiore libertà e consapevolezza dei propri diritti. Ma proprio questa
legittima libertà rischia di alimentare confusione e disorientamento».
Fluidità
La
fluidità può confondere? «Non in sé stessa, ma non so quanto la cosiddetta
fluidità dell'identità sessuale sia un guadagno o la manifestazione di un
disagio. Se un tempo veniva rivendicata la libertà sessuale contro la
repressione della morale, oggi si rivendica la libertà di decidere l'identità
del proprio sesso. È una seconda grande rivoluzione sessuale. Per la
psicoanalisi l'identità sessuale è però sempre il frutto di una scelta
inconscia. Occorrerebbe non perdere di vista questo elemento centrale».
Le
rivoluzioni spesso derivano da oppressioni precedenti. «Questa, che si
manifesta anche attraverso la prima declinazione del disagio, cioè la ricerca
compulsiva dell'appagamento immediato, deriva dal fatto che viviamo nel tempo
del dominio incontrastato di quello che Lacan chiamava "discorso del capitalista".
Questo discorso sostiene l'illusione che la salvezza sia data al consumo
dell'oggetto. Per questo mette a disposizione illimitatamente qualunque tipo di
oggetto per colmare la nostra mancanza. In realtà, l'astuzia di questo discorso
consiste nel fare in modo che gli oggetti creino sempre nuove pseudo-mancanze.
Una mia paziente diceva: «Vado al supermercato per vedere quello che mi manca».
In questo caso l'oggetto non colma la mancanza ma la elettrizza, la riduce alla
dimensione convulsa di una domanda continua di nuovi oggetti. Pasolini vide per
primo gli effetti catastrofici di questa "mutazione
antropologica"».
Cioè? «Il
piegamento della società verso il mondo omologante del consumismo. Lo
schiavismo confuso con l'illusione di essere padroni. Era il 1974 e fa
impressione, se pensiamo al futuro».
Futuro
Le
nuove generazioni lo vedono, il futuro? «Ne percepiscono la drammatica
incertezza. Che cosa abbiamo lasciato a loro in eredità? Mancanza di lavoro, di
prospettiva, un pianeta saccheggiato e ridotto al collasso, guerre crudeli,
lotte di religione, miti fasulli legati al successo individuale e al profitto.
Non siamo stati in grado di trasmettere loro un'eredità viva. Gli abbiamo
lasciato un corpo morto da trascinare. Hanno tutte le ragioni di sentirsi
spaesati. Il disagio delle nuove generazioni non può mai essere scorporato dal
fallimento delle vecchie».
La
psicanalisi può aiutare? «Il denominatore comune del disagio giovanile
contemporaneo è la fatica di desiderare, la perdita del nesso profondo che
unisce il desiderio alla vocazione. Sebbene i giovani vivano in un tempo
inedito di libertà di massa, in molti di loro la vita non sembra essere animata
dalla forza del desiderio. È quello che io definisco come la cifra
neomelanconica del disagio contemporaneo. Nella festinazione perpetua, nella
girandola spettacolare dei miti del consumo e dell'immagine, la fatica di
desiderare mostra il vero volto del discorso del capitalista. Sotto l'obbligo
del divertimento senza freni, dell'accumulo dei like, della coltivazione
narcisistica del proprio profilo, nell'apatia frivola del godimento, si
nasconde il volto triste di un soggetto melanconico, separato dal suo
desiderio».
Quindi? «Quindi
sì, ma va ritrovato lo slancio verso l'aspirazione».
in una società
senza più domande
Rocco D'Ambrosio parla del suo nuovo libro che
esplora temi cruciali e dibattuti di etica pubblica. Una serie di riflessioni
sulla responsabilità di ciascuno nel vivere quotidiano
-Stefano Leszczynski - Città del Vaticano
L'etica stanca, ma è preziosa
Rocco D’Ambrosio, ordinario di Filosofia politica presso la
Pontificia Università Gregoriana, nel suo ultimo libro “L’etica stanca. Dialoghi sull’etica pubblica” edito da Studium, cerca di delineare un percorso
di etica pubblica, ossia una riflessione su come ci comportiamo nelle reti di
relazioni che frequentiamo e quali principi etici ci aiutano a risolvere
piccoli e grandi dilemmi. “Si tratta di scoprire – spiega D’ambrosio – se
l’etica pubblica stanca, annoia o infastidisce; oppure se l’etica pubblica si è
stancata di essere trascurata o maltrattata”. E’ così che nasce questa rassegna
che esplora temi cruciali e dibattuti di etica pubblica. Scrive D’Ambrosio:
“Che stanchi o meno, che si sia stancata o meno, l’etica resta sempre
necessaria, indispensabile, preziosa per diventare sé stessi, ovunque e
comunque. E ciò vale non solo per la singola persona ma anche per ogni
famiglia, gruppo, organizzazione, comunità, istituzione”.
La dimensione pubblica è anche nel web
La sfera pubblica è molto più ampia della sfera prettamente
politica e ci permette di ritornare alle persone, a considerare le persone per
come si comportano nel pubblico, anche in quella fetta di pubblico che abita le
nostre case attraverso internet, attraverso i social network, con il quale ci
colleghiamo a un mondo ‘virtuale’ che spazia da casa nostra fino agli angoli
più oscuri della terra. “Come dice Salvatore Natoli – spiega Rocco D’Ambrosio
parlando con i media vaticani - l'etica é il nostro modo di stare al mondo,
l'etica pubblica, invece, il nostro modo di stare nel mondo pubblico, nella
sfera pubblica, e riguarda tutti, ognuno con le proprie responsabilità”.
Insomma, un particolare ambito dell'etica che allo stesso tempo ha forti e
anche gravi ripercussioni sul nostro essere interiore. Soprattutto se facciamo
riferimento a una situazione in cui l'etica ci provoca una situazione di forte
disagio nel nostro rapporto con gli altri, nel rapporto con la società nella
quale viviamo. “Aumenta la rabbia e purtroppo aumenta anche la violenza. Basti
pensare - nota l’autore - alle cronache quotidiane su quello che avviene in
ambito domestico oppure nei luoghi di lavoro: se rispettiamo i canoni etici
rispettiamo anche la sicurezza del lavoro e quindi abbiamo meno morti. Eppure
il numero delle vittime non diminuisce mai.
Nel libro di Rocco D’Ambrosio ci sono dei riferimenti molto
diretti anche al mondo della politica, e cioè al rapporto tra la politica e i
cittadini, al modo in cui la politica rappresenta il mondo e rappresenta le
idee, cerca di carpire consensi. “Alla politica spetta avere un progetto
architettonico di tutta la comunità politica, come dice il Concilio. E in
questo progetto vanno considerati tutti i soggetti, la finalità - cioè perché
stiamo insieme, che cosa vogliamo realizzare insieme - e i mezzi con cui vogliamo
raggiungere questo progetto”. Non manca, infine, il riferimento a un tema
particolarmente dannoso a livello sociale, che è quello del populismo. In
questo caso è l'assenza di etica a diventare un elemento condiviso, un ‘valore’
comune. “Il problema del populismo che è uno dei mali contemporanei e
istituzionali fra i più forti e fra i più marcati - osserva l’autore - è un
problema molto serio. Prima di tutto perché i populisti non amano né rispettano
il pubblico, ma soprattutto non rispettano le persone, di cui si servono invece
come delle risorse pubbliche per accrescere il proprio potere o per confermare
il consenso”.
L'impegno individuale
Tornare all’etica pubblica richiede un impegnativo esercizio
individuale le cui ricadute hanno tuttavia un impatto sociale fondamentale.
“Dovremmo tornare a imparare a metterci in discussione nel quotidiano e a farlo
insieme. Dobbiamo liberarci dell’attitudine all’autoreferenzialità acquisita
frequentando i social e tornare a guardarci negli occhi”.
Vatican News
-
di Luigi
Sanlorenzo
Occorrerà attendere lo storico Polibio e poi Marco Tullio
Cicerone, un avvocato del Foro di Roma, per avere della democrazia una
descrizione positiva che poi si farà strada nel pensiero filosofico e politico.
In tempi non lontani è stata invocata, ottenuta,
ridimensionata, oltraggiata, negata, perduta e riconquistata.
Winston Churchill ne coglieva i limiti ma ammetteva di non
avere idea di una forma migliore di convivenza e ne diventò il campione
nell’Europa funestata dai fascismi.
Tra le due epoche ed oltre, esiste una bibliografia
sterminata che il lettore potrà facilmente reperire e che, pertanto, ometterò.
Tralasciate le definizioni scolastiche, l’etimologia della
parola e le declinazioni peggiorate da aggettivi non sempre appropriati, più
utile può essere ragionare su quegli elementi che possono preservarla e se, del
caso, estenderla e migliorarla.
Sono gli “anticorpi” della democrazia cioè le difese che essa
può mettere in campo per opporsi ad ogni tentativo di corruzione dei propri
valori se non di annullamento dell’ intrinseco significato cui il termine
riconduce.
I tempi che viviamo ci hanno reso familiare il lessico della
biologia e della medicina e mai come oggi si parla di anticorpi, di sistema
immunitario, di difese dell’organismo e di barriere, naturali o chimiche,
contro l’attacco quotidiano che virus e batteri sferrano ogni giorno contro
tutti gli esseri viventi.
Risulterà così più facile analizzare il processo mediante il
quale la democrazia si difende, sopravvive, supera momenti drammatici o, per
converso, si indebolisce, vacilla e soccombe.
Il primo e più immediato riferimento è l’analisi del termine
“anticorpo” che sta a significare come ad un’ entità sia pure microscopica si
oppone a difesa un’altra di segno contrario e portatrice di un contenuto
cellulare diverso.
Perché ciò avvenga è necessario che quest’ultima esista, in
base al principio logico di non contraddizione che distingue A da non A.
Applicato a ciò che ci occupa in questo scritto, vuol dire
essenzialmente che il principale anticorpo di cui la democrazia dispone è la
conoscenza e la consapevolezza di ciò che essa è e delle potenzialità che
possiede.
Se in una società gli individui partecipano di una
definizione, generica, vaga e imprecisa, si è già in presenza di un forte
deficit immunitario e il corpo estraneo troverà facile breccia per farsi
strada, assumendo due principali caratteri: il populismo che fa leva sulle
emozioni profonde e sulle pulsioni istintive abilmente evocate e provocate e
l’egalitarismo che azzera competenze, meriti e valore, tradendo di fatto il
termine “democrazia” specifico contesto sociale e politico in cui non si è
affatto tutti uguali, se non davanti alle leggi contenenti diritti e doveri che
autonomamente e liberamente essa ha prodotto con il contributo di tutti e a
tutela di ciascuno.
I migliori e i peggiori
In ogni società esistono i “migliori” per eredità genetica,
capacità personali, inclinazioni naturali, livello culturale, abilità nel fare
le cose o nel farle accadere.
Si tratta di elementi che troppo spesso si vogliono far
risalire al censo o alle opportunità offerte dall’ambiente familiare e sociale;
spesso non è così, come dimostrano le biografie di personalità eccellenti
provenienti da condizioni sociali svantaggiate, contesti culturali carenti,
situazioni familiari devastanti.
Allo stesso modo, esistono, senza giri di parole, i
“peggiori” portati naturalmente a negarsi ad ogni opportunità di migliorare se
stessi e di confidare, in modo parassitario, sull’assistenza da parte degli
altri, pretesa come un diritto.
Essi adducono quale esimente del proprio destino il “sistema”
quale entità astratta cui attribuire le proprie sventure.
Avvinti da bisogni crescenti ed incapaci di emanciparsi,
perché non educati ed aiutati a farlo, costituiscono il milieu in cui si
sviluppano le peggiori tentazioni antidemocratiche alimentate da quanti sanno
come costruirvi sopra il proprio successo personale.
L’anticorpo di cui la democrazia dispone al riguardo è il
concetto di pari opportunità quale condizione di partenza offerta a tutti in
egual misura e consistenza, lasciando poi a ciascuno la libertà, ma anche la
responsabilità, di farne tesoro in ogni parte del mondo.
Istruzione, formazione e internazionalizzazione agevolate, se
non gratuite, per i meritevoli meno abbienti sono i suoi migliori alleati e non
mancano mai, quando ben gestiti, di dare i propri frutti.
Spesso gli ingenti fondi a ciò destinati sono stati stornati
altrove o restituiti, con vergogna, all’Unione Europea che ancora aspetta di
capire come mai l’Italia meridionale (cui si sono aggiunte nel 2020 anche
Sardegna e Molise) sia ancora tra le aree meno sviluppate del continente.
Un argomento inoppugnabile che abbiamo regalato ai “paesi
frugali” che di quei fondi hanno fatto tesoro per decenni.
Tra i “migliori” e i “peggiori” si estende il mare interno
dei mediocri in cui prevalgono la difesa di privilegi illegittimamente
acquisiti, l’appartenenza acritica a partiti o movimenti, il qualunquismo più
cinico, il perseguimento di interessi particolari, familiari o personali, messi
davanti a tutto ciò che può sapere di collettivo, di civile, di comunitario.
Denunciano ogni appartenenza come deviata, ogni competenza
come potere e, mentre attendono di salire sul carro del vincitore di turno,
pretendono di calpestare secoli di cultura e di progresso scientifico
esprimendo giudizi apodittici quanto banali, che in altri tempi non avrebbero
oltrepassato la soglia dell’osteria.
Oggi essi hanno a disposizione i social media su cui
“pubblicano” rutti in forma scritta o video, con cui intendono mettersi in pari
con quanti fino ad allora hanno invidiato e snobbato e che oggi odiano.
La democrazia dei like
Forse sarebbe meglio insistere sulla differenza tra
“pubblicare” e “postare” per ridimensionare il fenomeno e ricondurlo nell’alveo
di opinioni che, con i limiti invalicabili dell’insulto e della palese e
morbosa oscenità, tali sono e rimangono, se non suffragate da studi adeguati,
faticosi approfondimenti, antiche e recenti letture, concrete esperienze
professionali e di vita.
E’ la democrazia dei “like” come qualcuno ha voluto connotare
la nostra epoca.
E dai “like” alle piattaforme digitali che hanno sostituito
il processo di selezione delle classi dirigenti oggi magna pars nel governo del
Paese, il passo è breve.
Medesimo ragionamento può essere fatto su influencer di vario
genere e personaggi televisivi che avrebbero solo l’imbarazzo della scelta se
volessero candidarsi a ruoli cruciali per la vita democratica del Paese.
La chiamano “democrazia diretta” e su tale altare vengono
sacrificati secoli di elaborazione critica, di riflessione filosofica o
religiosa, di testimonianze concrete del ruolo svolto dalle Idee nel progresso
dell’Umanità.
Dal mancato rispetto del già citato principio di non
contraddizione che impone di distinguere tra ciò che è e ciò che non è, spesso
accompagnato da un ruolo non sempre obiettivo e trasparente dell’informazione,
origina l’assenza del principale anticorpo posto a difesa della democrazia.
Il bastione è stato demolito e i nemici della democrazia
possono procedere nella propria strategia di attacco.
Una seconda famiglia di anticorpi è costituita dai cosiddetti
“valori non negoziabili” posti a fondamento di ogni democrazia e quasi sempre
fissati in carte costituzionali su cui si innestano ogni successiva attività
legislativa, la legittimità dei comportamenti individuali e sociali, i limiti
del potere, i contrappesi istituzionali.
Va detto chiaramente che l’evoluzione della società, il
mutamento dei costumi, l’emergere di nuove soggettualità politiche e di nuove
aspirazioni ideali hanno il proprio limite invalicabile nel rispetto
dell’integrità fisica e spirituale di ciascun individuo e nel suo diritto a
difenderla direttamente nei limiti consentiti e, in ogni altro caso, a vederla
difesa dallo Stato democratico.
In quanto strettamente legato alla dignità di tutti gli
esseri umani, l’elenco dei valori non negoziabili contiene tutto ciò che fa
crescere una società in tale direzione ed espelle con determinazione tutto ciò
che limita e minaccia tale spinta vitale tesa verso il miglioramento della
condizione umana, come correntemente intesa nei paesi democratici.
I valori non negoziabili
Fermi i valori non negoziabili, contenuti in Italia nella
parte iniziale della Costituzione repubblicana del 1948 i cui primi dodici
articoli sono immodificabili, la dinamica legislativa si esprime senza
ulteriori condizionamenti ed ha lo scopo di attualizzare nella forma e mai
nella sostanza quei principi fondamentali per renderli fattuali e misurane nel
tempo l’efficacia sull’evoluzione della vita comunitaria.
Qui entra in gioco ancora una volta la dialettica democratica
che, garantita dalla citata permanenza dei valori fondamentali, è tenuta ad
applicare il principio della legittimità degli atti legislativi e
regolamentari, secondo la volontà espressa dalla società in libere elezioni in
cui si sono confrontate forme diverse di attuazione dei diritti e di rispetto
dei doveri.
Forme attuative, ribadisco, e non modificative dei valori
fondativi.
Tale vigilanza è affidata, com’è noto, al vaglio del
Presidente della Repubblica nel momento della promulgazione e in un’ultima
istanza alla Corte Costituzionale, se adita nelle forme previste da chi ne ha
titolo.
Tuttavia tale sofisticata architettura voluta dai Padri
Costituenti spesso viene aggirata da interventi legislativi o di decretazione
d’urgenza ad opera del Governo.
Va detto una volta per tutte che anche tali decisioni, che
vogliamo credere essere sempre urgenti, indifferibili e nell’interesse supremo
del Paese, non possono oltrepassare i confini costituzionali né sospendere le
libertà individuali garantite dalla Repubblica. Qualsiasi cedimento in tale
direzione fa cadere come birilli una serie di anticorpi essenziali per la vita
democratica e consente l’avanzamento di parecchi metri a chi sta scavando una
galleria di mina sotto i bastioni.
E’ a tale punto che intervengono altri anticorpi che,
impossibili da fissare sul vetrino del microscopio legislativo, rappresentano
l’ultima barriera all’infezione.
Si tratta della vasta gamma dei comportamenti individuali
assunti da ciascuno come parte integrante dell’identificazione nel contesto
sociale.
Non potendo essere regolati né, grazie al cielo, controllati
o sanzionati dall’impianto normativo, essi sono espressione dei principi di
autonomia e di responsabilità e del grado di civismo raggiunto e praticato
dalla cittadinanza.
Volendo essere estremamente chiari, significa che una
collettività che rispetta le leggi per timore delle sanzioni mentre le aggira
con furbizia ed espedienti è la più esposta al rischio del tramonto della
democrazia.
A maggior ragione se assume tali comportamenti come protesta
verso disposizioni che non ritiene le appartengano perché espresse da una
maggioranza politica rispetto alla quale si percepisce come oppositrice.
Il crollo della democrazia
E’ il crollo dell’architrave democratica che si regge proprio
sul riconoscimento della volontà della maggioranza, cui può e deve opporsi il
dibattito politico e il diritto di manifestazione pubblica ma mai
l’inosservanza o la violazione della legge, finchè la medesima è in vigore.
Ci fu chi bevve volentieri la cicuta per non contraddire tale
profondo convincimento.
I comportamenti individuali sono dunque l’ultima spiaggia
della democrazia, quella più esposta ai frangenti dell’umore popolare,
all’azione di erosione da parte di persuasori più o meno occulti e dei
mestatori di caos e disinformazione.
Da cosa sono dettati i comportamenti individuali in una
democrazia in buona salute?
Innanzitutto dal pieno convincimento dell’esistenza di un
patto che, oltre a quelli scritti, fonda la convivenza civile e la mette al
riparo dal diritto del più forte, delle menzogne del più furbo, dalle seduzioni
del più convincente.
Il paradosso è che mentre tale logica viene accettata e
pretesa ad ogni livello sociale dalla stragrande maggioranza dei tifosi
sportivi, è rifiutata da molti nella vita di tutti i giorni.
La ragione non è arcana: lo sport si fonda sulla passione ed
è amato e rispettato, la democrazia non è ancora, nel nostro paese, oggetto di
tali sentimenti e viene percepita da molti più come una tecnicalità politica
che come un valore, più come uno strumento che come un fine ideale in
progressiva realizzazione.
Come ogni amore ha nell’ affidamento al partner il proprio
principale anticorpo per la tenuta del rapporto, anche nell’esercizio della
democrazia la fiducia non è solo un sentimento ma anche una tappa formalizzata
per l’esercizio del potere e il collante tra le istituzioni chiamate in solido
a perseguire lealmente, ai diversi livelli territoriali ogni miglioramento.
Il fenomeno della sottovalutazione della democrazia non
riguarda tutti ma trova manifestazione laddove sin dall’atto originario,
l’espressione del voto, tale esperienza è vissuta all’insegna della
superficialità e spesso con il ricatto sui bisogni primari, scientemente
mantenuti tali in molte aree geografiche, perché unico modo di nascondere
l’incompetenza e l’inadeguatezza di singoli e di partiti sostituendovi forme di
protezione di questo o di quell’interesse particolare.
Quanto vale un singolo consenso in alcune periferie italiane?
In media, secondo le indagini svolte dalle Forze dell’Ordine
nei casi conclamati di voto di scambio, una ventina di euro, spesso anche meno.
Ed è gratis davanti a promesse di piccoli o grandi vantaggi
assicurati al singolo, magari in danno della collettività.
Troppo ampia è la casistica per trarne alcuni esempi, ma mi
colpì a suo tempo l’indignazione di un noto politico che in anni non troppo
lontani ebbe a dire «Quanti parroci hanno venduto il proprio voto ed impegnato
la propria influenza per vedere realizzato un campetto di calcio?»
L’ultima serie di anticorpi della democrazia è costituita dal
complesso degli atti ricompresi nella categoria della solidarietà universale ed
è ciò per cui ciascuno riconosce kantianamente nell’altro l’intera Umanità,
quindi se stesso, e come tale agisce senza bisogno di una legge, di un
regolamento, di una sanzione che lo costringa a qualcosa che non percepisce
come valore.
Quando la casa brucia non sono solo i Vigili del Fuoco a
salvare le persone ma anche coloro che, nell’attesa, immediatamente si lanciano
tra le fiamme per aiutare chi è in difficoltà. Quale molla scatta in un giovane
immigrato, magari considerato clandestino, per farlo tuffare in un canale
traendone un bambino che sta annegando o per consegnare ad un poliziotto un
portafogli smarrito?
Cosa induce una nazione in piena emergenza sanitaria a non
negare assistenza in mare a chi fugge verso un futuro migliore?
Cosa può portare un popolo ad osservare le regole, a
collaborare con la giustizia, ad essere guardiano della legalità, ad
autoimporsi limitazioni alla libertà individuale nel superiore convincimento di
fare la cosa giusta, innanzitutto per la comunità di cui si sente parte viva ed
attiva?
Soltanto il possesso di una profonda spiritualità civile e la
democrazia è una religione laica che non conosce chiese, sinagoghe o moschee ma
solo la dimensione della solidarietà tra esseri consapevoli della propria e
dell’altrui finitudine.
Fortificare gli anticorpi
Esiste una cura per fortificare gli anticorpi della
democrazia?
Un complesso vitaminico che somministrato costantemente
rafforzi le difese immunitarie insidiate dagli egoismi, dai particolarismi,
dall’ignavia e dall’indifferenza nei confronti degli altri?
Bastano alcune alte autorità morali a ricordare che tra gli
scartati dalla società fanno proseliti i principali nemici della democrazia?
Basterà quell’esercito di maestri elementari invocato da
Gesualdo Bufalino, se poi i migliori insegnamenti verranno rinnegati in
famiglia tra le mura domestiche?
Abbiamo abbastanza guide che accompagnino in età adulta la
crescita della consapevolezza democratica ? Nel dubbio ne ho scritto qualche
tempo fa.
https://www.linkiesta.it/.../italia-intellettuali.../
Nel gorgo della pandemia, come in un gigantesco maelstrom, si
è corso il rischio che emergessero i fantasmi del passato, trascinando sul
fondo i vecchi ritenuti inutili, i disabili considerati costosi, i giovani
lasciati preda di cattivi maestri sin dalla più tenera età.
Un tempo, almeno, nel corso di un naufragio risuonava il
grido “Prima le donne e i bambini!“ quasi rassegnandosi a salvare la
generatività futura, sacrificando il passato.
Quasi mai succedeva e tutti tranne i più coraggiosi si
accalcavano sulle scialuppe.
La verità è che non esistono alternative a salvarsi tutti
insieme.
O meglio, ne esiste solo una ed è quella di perdersi tutti
insieme.
In tale drammatica prospettiva l’unica arca a disposizione è
la difesa della democrazia, rafforzandone la paratie perché resistano ad
abbietti demolitori e alle onde suscitate dal vento panico di una società
smarrita che sull’orlo della disperazione potrebbe anche accettare di vendere
la propria anima al primo diavolo di passaggio che sa come illudere la
fragilità della natura umana.
In caso contrario a naufragare sarà l’intera umanità per come
ci è stata raccontata https://www.linkiesta.it/.../robinson-crusoe-naufragio.../
In un articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire il 13
ottobre del 2006, sir Ralph Dahrendorf, il politologo di estrazione liberale
scomparso nel 2009 e autore di “Quadrare il cerchio: benessere economico,
coesione sociale e libertà politica” scrisse: “Bisogna poi stare attenti alla
falsa democrazia i cui rappresentanti in realtà non danno ascolto alla voce
della gente.
La repubblica di Weimar è stata correttamente definita come
una democrazia senza democratici ed è questa una delle ragioni per cui non è
durata.
Il suo contrario offre forse maggiori speranze.
Anche se non possiamo avere una democrazia mondiale e neppure
europea, almeno abbiamo i democratici: persone coscienti dei propri diritti che
prendono sul serio la responsabilità di difenderli attivamente“
La democrazia è un’idea filosofica venuta da lontano e,
nonostante abbia sulle spalle duemilacinquecento anni, affascina ancora il
mondo, può salvarlo dagli errori che esso stesso ha commesso e riaprire il
sentiero, pur costellato di dolori individuali e sociali, verso quella cima che
abbiamo imparato a chiamare resilienza e che con nomi diversi ha salvato i
superstiti nel corpo e nello spirito di altri tremendi riti di passaggio tra
un’epoca e un’altra della storia.
Se con determinazione, la democrazia e la solidarietà
diventeranno per tutti sentimenti profondi e istinti perfino più potenti di
quello della sopravvivenza, allora anche la prova che stiamo affrontando avrà
avuto il significato di un insegnamento profondo in grado di generare una nuova
umanità.