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sabato 27 settembre 2025

EUROPA SENZA FEDE E DIREZIONE

 

Intervista a Roberto Repole 

a cura di Giacomo Galeazzi



«Non possiamo permetterci la rassegnazione. La deriva della guerra si contrasta solo con la capacità di ragionare», dice il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e Susa, membro in Vaticano dell'ex Sant'Uffizio e in Cei della Commissione per l'educazione cattolica, per quasi un decennio presidente dei teologi italiani. Dal 9 al 12 ottobre Torino ospiterà il Festival della Missione, terza edizione della rassegna che accende i riflettori sull'impegno internazionale della Chiesa, sull'annuncio del Vangelo e la costruzione della pace. A ospitarla e a inquadrarne il significato in un mondo sull'orlo di una escalation bellica è il porporato torinese impegnato anche nell'organizzazione del Sinodo dei vescovi. 

In Palestina e Ucraina la voce dei cannoni. Gli appelli? 
«Prima degli appelli ci sono la vita concreta e i gesti come quello della parrocchia di Gaza che ha rifiutato di abbandonare la città e con coraggio sta aspettando che arrivino i carri armati. Gli appelli del Papa e della Chiesa danno voce a questo coraggio e alla terribile sofferenza delle vittime, ma si pongono anche obiettivi molto concreti, direi operativi: contestare il clima di rassegnazione internazionale e strattonare il mondo perché recuperi la capacità di ragionare». 

Il mondo non ragiona? 
«Mi sembra che lo stia facendo sempre meno. Oggi il mondo improvvisa. È il più grande problema che abbiamo in questo momento: la superficialità. Con la complicità dei social media, che hanno preso il centro della scena, ascoltiamo fiumi di schiamazzi, ma poche idee. Non c'è da stupirsi se anche i governanti improvvisano. La fragilità del pensiero collettivo appare chiara rispetto alle guerre (si pensa solo al riarmo), ma anche di fronte all'emergenza ambientale, alla crisi demografica o ai temi etici come il fine vita, lo scandalo delle povertà, l'emergenza educativa. Non siha più voglia di ragionare a fondo su niente. Pochi guardano lontano, la massa si accontenta di arrivare alla sera». 

Ciò accade ovunque? 
«Di sicuro è un problema dell'Occidente. La crisi culturale è più che evidente in Europa e negli Stati Uniti, molto meno in altre regioni del mondo che danno la sensazione di sapere dove vogliono andare. Noi non lo sappiamo più. Abbiamo voluto credere che l'unica regola della convivenza fosse il denaro e che non servissero altri riferimenti valoriali. Era una menzogna disumanizzante. E il cuore dell'uomo ha bisogno di altro. Così adesso ci troviamo a balbettare, non sappiamo come entrare nel futuro, non ci capacitiamo che scoppino le guerre». 

Mattarella evoca il 1914
«Purtroppo non esagera. Oggi la situazione potrebbe essere più grave ancora: lo sviluppo tecnologico ha prodotto armi terrificanti. Abbiamo assistito a una crescita tecnica a cui non è corrisposto uno sviluppo di riflessione antropologica, né di pensiero morale. Abbiamo teorizzato che tecnologia e progresso fossero la stessa cosa e anche qui abbiamo mentito. Dipende dove si orienta la tecnologia: il progresso reale comporta il bene complessivo dell'essere umano e si gioca su molte altre dimensioni della vita, relazionali e spirituali. Averlo dimenticato, aver abdicato ad una riflessione sull'uomo e sul suo fine, aver cessato di chiederci quali strumenti sono buoni e quali cattivi, è il vero fallimento dell'Occidente». 

Come si è arrivati a questo? 
«Forse è avvenuto perché abbiamo dato per scontate le acquisizioni del Novecento: la pace, il welfare, la salute. Abbiamo tramandato la memoria delle guerre, ma non abbiamo più sentito il bisogno di riflettere sulle radici della pace che nasceva dalla coscienza etica delle generazioni che ci hanno preceduto. Rischiamo di perdere quello che abbiamo perché non abbiamo fatto manutenzione, non abbiamo considerato che la pace e il benessere non sono definitivi. Sono un processo dinamico». 

In che modo si sviluppano? 
«Trovano sorgente nel nostro lavoro interiore, nella lotta contro l'egoismo, l'odio, il desiderio di vendetta, l'indifferenza, il disprezzo della vita. Lo dicevano subito dopo la tragedia della seconda guerra mondiale i padri del Concilio Vaticano II, nella "Gaudium et spes", e pensatori come Mounier o Maritain. Ed era in qualche modo evidente anche ai più grandi pensatori della modernità. È vero, oggi l'Europa conosce una certa secolarizzazione spirituale, ma ha tradito anche l'Illuminismo nella sua intuizione di fondo: che la libertà comporti l'assunzione di una responsabilità etica». 

Vede solo nubi all'orizzonte? 
«No, ma cerco di chiamare i problemi con il loro nome, perché è questo che ci può permettere di affrontarli. Finché lo facciamo, sappiamo che è possibile riprendere un compito che abbiamo dismesso: quello di educare le coscienze, orientandole verso qualcosa per cui vale la pena di vivere. Finché lo facciamo, continuiamo ad avere fiducia che c'è nell'uomo un desiderio di pace, di fratellanza, di rispetto per ogni vita umana e di riflessione, che resiste alla superficialità che si è imposta e all'idea che la libertà sia dare sfogo a tutte le passioni dell'anima».



venerdì 26 settembre 2025

LE MACERIE DI GAZA

  


E se 
la partecipazione rifiorisse 

sulle macerie di Gaza?




di Giuseppe Savagnone 

Una imponente manifestazione e le sue ragioni

I più anziani assicurano che da decenni non si assisteva a una mobilitazione popolare come quella del 22 settembre, in seguito allo sciopero generale indetto dell’Unione sindacati di base (USB) per Gaza. 

I giornali governativi hanno cercato invano di minimizzare la portata della manifestazione, parlando addirittura di un flop. A smentire questi tentativi di disinformazione ci sono – alla portata di tutti, su internet – le foto e i video dei cortei che in più di 80 città italiane hanno coinvolto un numero di persone strabocchevole, mai visto ultimamente. I numeri ufficiali, come sempre in questi casi, variano molto. Ma sicuramente si è trattato di centinaia di migliaia di partecipanti.

Al di là dell’aspetto quantitativo, ha colpito gli osservatori quello qualitativo. C’erano le persone più diverse: hanno sfilato per ore l’uno accanto all’altro operai, professionisti, madri di famiglia coi bambini in passeggino, anziani e anziane, ragazzi e ragazze di tutte le età. Un popolo.

Il destinatario della protesta, ovviamente, non erano Netanyahu e Hamas, i diretti responsabili, ma il nostro governo, che in tutto questo tempo ha sempre limitato unilateralmente la sua condanna ai terroristi islamici, per il massacro del 7 ottobre e la detenzione degli ostaggi, rifiutando invece di prendere posizione nei confronti della carneficina, di proporzioni enormemente superiori, che da quasi due anni Israele sta perpetrando.

La nostra premier continua a ripetere che nessuno Stato ha fatto tanto per Gaza quanto il nostro. 

Ma i fatti parlano diversamente.

L’Italia si è rifiutata di votare ben tre risoluzioni dell’Assemblea dell’ONU – rispettivamente il 27 ottobre 2023, il 13 dicembre dello stesso anno, il 15 settembre 2024 – volte a chiedere il cessate il fuoco e a fermare il massacro di civili. E, sempre in nome dell’esigenza di «non isolare Israele», ha addirittura accolto per due volte a Roma, con tutti gli onori, il presidente israeliano Herzog, proprio in questi giorni riconosciuto colpevole dalla Commissione indipendente dell’ONU del crimine di «genocidio».

Solo alla fine di agosto Meloni, davanti all’insorgere dell’opinione pubblica internazionale, ha ammesso che la reazione israeliana «è andata oltre il principio di proporzionalità, mietendo troppe vittime innocenti». Ma alle parole – peraltro molto blande – non hanno fatto seguito, da parte dell’Italia, né la sospensione delle forniture di armi, né quella del sostegno economico allo Stato ebraico. E anche il riconoscimento dello Stato palestinese – unico argine al dichiarato progetto israeliano di cancellare la popolazione di Gaza e della Cisgiordania –  è stato definito dal ministro degli Esteri Tajani «prematuro».

Al nostro paese Netanyahu non poteva chiedere di più. Anche rispetto agli altri governi europei, quello dell’Italia è stato insieme a quello degli Stati Uniti, il suo più fedele amico.

Era dunque al governo italiano che le centinaia di migliaia di manifestanti hanno chiesto un drastico cambio di passo, per cui, senza abbandonare la richiesta del rilascio degli ostaggi da parte di Hamas, si arrivi finalmente alla condanna di ciò che Israele sta facendo ai civili e a una pressione concreta per il cessate il fuoco, attraverso l’interruzione dei rapporti militari e commerciali con lo Stato ebraico.

A questo appello che saliva dalle piazze Giorgia Meloni ha risposto semplicemente ignorandolo e concentrandosi sulla condanna dei tafferugli che poche centinaia di estremisti hanno scatenato devastando l’ingresso della stazione ferroviaria di Milano: «Indegne – ha detto la premier – le immagini che arrivano da Milano (…). Violenze e distruzioni che nulla hanno a che vedere con la solidarietà e che non cambieranno di una virgola la vita delle persone a Gaza, ma avranno conseguenze concrete per i cittadini italiani, che finiranno per subire e pagare i danni provocati da questi teppisti».

È stato notato che la presidente del Consiglio non ha mai usato parole di sdegno così dure per i 70.000 palestinesi – in gran parte donne e bambini – uccisi in questi mesi, per non parlare dei due milioni e mezzo che sono stati affamati, assetati, umiliati, deportati con inaudita arroganza e violenza dall’esercito israeliano.

Quanto al vicepremier Salvini – che qualche giorno fa in un’intervista a una televisione israeliana ha dato la sua piena solidarietà a Israele, sostenendo che «ha il diritto di difendersi» e che l’indignazione ormai dilagante a livello internazionale è frutto solo di «antisemitismo»  – , ha parlato dei manifestanti come di «criminali, teppisti e delinquenti», e ha sfruttato subito le violenze per lanciare un’ulteriore proposta restrittiva sugli scioperi, dopo quelli già introdotti col Decreto sicurezza. «Chiederemo — ha detto in un punto stampa — una cauzione a chi organizza cortei e manifestazioni, in caso di danni pagheranno di tasca loro».

Colpisce che la reazione della grande maggioranza della stampa e delle televisioni, anche non di destra, sia stata in sintonia con quella del governo e abbia quasi ignorato l’imponente mobilitazione popolare di 80 città italiane riducendola all’incidente – peraltro molto circoscritto – di Milano. Così, il titolo di prima pagina del maggiore quotidiano italiano, il «Corriere della Sera», era l’indomani: «Guerriglia a Milano su Gaza». Su questa linea molti altri.

Lo scollamento della politica dai valori

Eppure, malgrado questi sforzi convergenti per vanificarlo, l’evento del 22 settembre costituisce un segnale importante di novità. Significativo che ad esso abbiano partecipato, numerosissimi, gli studenti, sia universitari che degli istituti secondari. Per chi ha esperienza della scuola, non è strano che le lezioni siano disertate invocando il primo motivo plausibile per “fare vacanza”. Strano è, però, che, invece di andarsene a casa o di bighellonare, come purtroppo speso accade in occasione degli “scioperi” studenteschi, questa volta gli alunni nella grande maggioranza abbiano partecipato alle manifestazioni, a volte insieme ai loro professori.

Da molto tempo non si riusciva a offrire ai più giovani un obiettivo credibile per cui investire il loro impegno civile.

Sappiamo tutti a cosa si è ridotta la politica, e non soltanto nel nostro paese. Anche gli adulti più maturi e temprati, in questo momento storico stentano a vincere lo scoraggiamento di fronte allo scenario internazionale  e ai personaggi che recitano in esso la parte di protagonisti. E quanto alla vita politica italiana, è difficile dire se siano meno entusiasmanti i rappresentanti del governo (di cui abbiamo appena misurato la sensibilità democratica) o quelli dell’opposizione (cronicamente autoreferenziali e divisi,  al punto di presentarsi alla votazione sul riarmo con cinque mozioni diverse).

Quel che è certo è che, alle ultime elezioni europee, hanno votato solo il 49,69% degli aventi diritto. Meno della metà. Se si fosse trattato di un referendum, la consultazione non sarebbe stata valida. Era la prima volta che questo accadeva, nella storia della Repubblica. E, anche nelle ultime elezioni politiche del 2022, è andato alle urne solo il 63,08 %. Anche in questo caso si tratta della percentuale più bassa nella storia repubblicana.

La triste verità è che sia la destra che la sinistra, oggi, non rappresentano il paese reale. E che la politica somiglia sempre di più a un monologo autoreferenziale recitato dalla cosiddetta “classe dirigente” sulla scena di un teatro mezzo vuoto. Una spiegazione di fondo è che in Italia – come in tutto l’Occidente – si è registrato ormai uno svuotamento di quell’ideale democratico che aveva galvanizzato, nel dopoguerra, la grande maggioranza dei cittadini, spingendoli ad una partecipazione che a livello elettorale raggiungeva il 90%.

Ma allora c’erano ancora delle idee in cui credere e in nome di cui lottare, discutere, scontrarsi (vi ricordate don Camillo e Peppone?). La dimensione valoriale permeava la politica ed era all’origine della dialettica democratica, che metteva a confronto concezioni diverse, a volte opposte, ma tutte ispirate – fondatamente o meno – a un progetto di bene comune non solo economico, ma integralmente umano. Oggi invece, come ha coraggiosamente denunziato papa Francesco nella «Laudato si’», la politica è subordinata all’economia e l’economia, a sua volta, alla finanza.

Col risultato che il successo del nostro governo è assicurato dalla promozione da parte delle agenzie finanziarie internazionali, anche se, come segnala il recente rapporto Oxfam del gennaio scorso, l’Italia risulta essere sempre più divisa in termini di disuguaglianze economiche.

Nel 2024 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro, al ritmo di 166 milioni di euro al giorno, e oggi 71 individui detengono 272,5 miliardi di euro, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone, vivono in condizioni di povertà assoluta.

Una prospettiva nuova

Le persone, soprattutto i giovani, difficilmente possono essere entusiasmate da una politica che funziona così, anche quando appartengono alla fascia privilegiata. E ci sono esperienze traumatiche in grado di risvegliare nelle coscienze il senso del bene e del male, scardinando l’abitale indifferenza a ciò che non riguarda il proprio interesse.

La vicenda di Gaza si sta imponendo – e non solo in Italia – come una di queste esperienze. Le immagini trasmesse ogni giorno dalle reti televisive, i video circolanti su internet, le innumerevoli testimonianze provenienti dalla Striscia, hanno definitivamente fatto crollare la versione del governo di Tel Aviv, secondo cui, al di là di inevitabili danni collaterali, l’azione dell’Idf avrebbe sempre avuto di mira i terroristi di Hamas, nel pieno rispetto dei diritti umani. Tutti hanno potuto vedere con i loro occhi che la realtà era un’altra.

Nell’inerzia del nostro governo, la gente si è mossa autonomamente, a di fuori di schemi partitici, per far sentire la propria voce.

Può essere un inizio. Il recupero di una partecipazione dal basso che, senza necessariamente incanalarsi in forme istituzionali, condizioni però le istituzioni e le costringa a cambiare il loro stile. Non è necessario per questo attendere le prossime elezioni politiche.

Ci sono i sondaggi, a cui le forze politiche sono molto attente. Ci sono le prossime elezioni regionali. Occasioni per condizionare i rispettivi partiti di appartenenza – di destra o di sinistra che siano – e riportarli a quel senso della persona umana che dovrebbe caratterizzare una politica degna di questo nome.

L’alternativa, purtroppo, è il progressivo radicalizzarsi dello scontro fra un governo sempre più orientato a limitare le libertà civili in nome dell’ordine, della stabilità e della sicurezza – valori propri, da sempre, di tutti i regimi autoritari – ed espressioni sfrenate e controproducenti di rifiuto di queste restrizioni. 

Col risultato, in realtà, di legittimare agli occhi dell’opinione pubblica ulteriori strette. Già oggi, a sproposito, sono state evocate le Brigate rosse per criminalizzare l’opposizione, accusandola di fomentare l’odio e la violenza per il solo fatto di contestare la linea del governo.

Solo un ritorno alla partecipazione può fermare questa potenziale spirale, per ora appena abbozzata, in cui autoritarismo e protesta violenta potrebbero finire per alimentarsi a vicenda. 

La risposta dei comuni cittadini alla tragedia di Gaza fa sperare che gli italiani si stiano ridestando alla prospettiva etica della politica e possano dare una svolta in questo senso alla nostra democrazia.

www.tuttavia.eu

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venerdì 1 agosto 2025

MIGLIORARSI ASSIEME

  


Il calo dei volontari e il loro ruolo

 



-       di VANESSA PALLUCCHI

-        

C’è una forza centrifuga all’individualismo, al consumismo dei sentimenti e all’indifferenza, che sta scuotendo il nostro Paese. E c’è una spinta alla solidarietà che viaggia in senso opposto, non si arrende e trova anche nuove forme di espressione per continuare a esistere.

L’Italia solidale che resiste dopo la pandemia, in una fase di crisi partecipativa e di aumento di povertà e solitudini mi sembra il primo dato da estrarre dall’indagine di Istat sul volontariato, di cui Avvenire ha scritto ieri, che conferma i 4,7 milioni di volontari italiani pilastro della coesione sociale. Ma i nuovi dati sono in grado di raccontarci anche molto altro, che riassumerei in tre punti: i numeri, le tendenze, i perché.

Partiamo dai numeri. Già la fotografia scattata da Istat nel 2023 (riferita al 2021, per il Censimento degli enti non profit) aveva evidenziato un rilevante calo, in dieci anni, di circa 900mila volontari. Se da una parte, però, la conferma di questi numeri non ci stupisce oggi, dall’altra la diminuzione non ci ha lasciati indifferenti nel tempo trascorso. Si è infatti avviato un processo, stimolato anche da un dibattito pubblico, che ha iniziato a interrogare le organizzazioni sulla loro capacità di attrarre i volontari e, più in generale, sulle trasformazioni del contesto in cui operano e sul modello evolutivo da perseguire. Tornando ai numeri, possiamo anche constatare come oggi ci troviamo in un momento di stabilizzazione, se non addirittura di timida ripresa dell’impegno volontario, se consideriamo che le stime Istat del 2023 parlavano di 4,6 milioni di volontari.

Passando alle tendenze, tra le novità più rilevanti dell’indagine c’è sicuramente l’aumento di volontari che svolgono attività in forma “ibrida”, cioè sia all’interno di organizzazioni che attraverso aiuti diretti (nonostante il calo riguardi entrambe le forme prese singolarmente). 

Interessante è anche la crescita dell’impegno nelle attività ricreative e culturali. Entrambe queste tendenze riflettono l’emergere di nuovi bisogni, tanto dei volontari quanto delle comunità in cui operano, e dunque la ricerca di nuove risposte sociali. È compito, assolutamente cruciale, delle organizzazioni quello di leggere queste trasformazioni ed evolvere, rafforzando quegli elementi che più le contraddistinguono, a partire dalla capacità di costruire reti sociali laddove la società attuale tende a disgregare; di offrire una cornice di valori condivisi e una visione di futuro migliore possibile laddove prende spazio disillusione e paura; di favorire l’acquisizione di competenze, importanti anche per la crescita personale dei volontari; di porsi come facilitatrici tra il desiderio e l’effettiva possibilità di realizzare azioni concrete di cittadinanza attiva. 

Infine, veniamo ai “perché”. Credo sia un segnale molto positivo la maggiore predisposizione, evidenziata da Istat anche in chi svolge aiuti diretti, a indirizzare il proprio contributo verso la collettività, l’ambiente, il territorio piuttosto che verso relazioni interpersonali dirette. In una fase complicata e spesso cupa come quella che viviamo, assume più peso il sentirsi immersi in un simile destino con il prossimo anche sconosciuto, e quindi la necessità di resistere e migliorare assieme. 

La realizzazione che “nessuno si salva da solo”, come diceva anche papa Francesco, pare accomunare sempre più persone.

Al Terzo settore l’incarico di offrire tutti i migliori strumenti per difendere e incoraggiare il desiderio di solidarietà.

 Portavoce Forum Nazionale del Terzo Settore

www.avvenire.it 

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venerdì 20 giugno 2025

ADOLESCENTI E VALORI


 
 Per adolescenti 

in deficit emotivo

nuove risposte educative 

sui valori

 

Centinaia di giovani sondati per ascoltarne gli stati d’animo e cogliere i princìpi ai quali ispirano la vita. Con alcune sorprese.

I quattro profili dallo studio dell’Osservatorio legato all’Università Cattolica: ambiziosi bilanciati, leader socialmente orientati, altruisti prudenti e indipendenti distaccati

Una generazione che fatica a governare i suoi sentimenti mostra di essere felice solo quando unisce obiettivi personali e apertura agli altri

La fotografia dell’Istituto Giuseppe Toniolo

 -         di ELENA MARTA*

-          I fatti di cronaca delle ultime settimane hanno prepotentemente costretto la società civile, le istituzioni, le famiglie a soffermarsi a riflettere su come stiano vivendo l’adolescenza i ragazzi e le ragazze e hanno messo in luce una crescente emergenza emotiva, che si manifesta in diversi ambiti e modalità e che sottende una preoccupante emergenza educativa.

Nella società dell’analfabetismo emotivo e dell’iperconnessione digitale si parla spesso della necessità di educare ai sentimenti. Ma con quali strumenti? Una nuova ricerca dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, pubblicata nel Rapporto Giovani 2025 (ed. Il Mulino), suggerisce una strada concreta e forse inaspettata: partire dai valori. Capire, cioè, quali princìpi guidino la giovane generazione nelle sue scelte quotidiane e come questi orientamenti si intreccino con il suo benessere emotivo. Il capitolo, firmato da Iori, Ellena, Marzana, Martinez Damia e Marta, si basa su un’indagine condotta su un campione rappresentativo per età, genere, area geografica e tipo di scuola, composto da 800 adolescenti. La ricerca si è servita di un questionario basato sulla teoria dei valori di Schwartz, che individua dieci domìni valoriali (tra cui potere, successo, edonismo, stimolazione, autodirezione, universalismo, benevolenza, tradizione, conformismo e sicurezza), che possiamo considerare un po’ come “motori” dell’agire umano.

I quattro gruppi

L’ analisi ha permesso di identificare quattro gruppi di adolescenti, ognuno con un proprio profilo valoriale differente.

- Il gruppo di ambiziosi bilanciati: sono ragazzi e ragazze che puntano al successo e all’indipendenza, ma senza trascurare la stabilità e il rispetto per gli altri. Potremmo immaginarli come studenti determinati a ottenere buoni risultati scolastici, ma attenti anche al clima di classe e al proprio equilibrio personale.

- Il gruppo di leader socialmente orientati: sono giovani molto ambiziosi, che vogliono farcela nella vita, ma attribuendo valore alla collaborazione, alle regole e alla giustizia sociale. Sono quelli che partecipano con entusiasmo, guidano progetti scolastici e si mettono a disposizione degli altri.

- Il gruppo di altruisti prudenti che mostrano poco interesse per la competizione o il potere. Cercano ambienti sicuri, relazioni affidabili e agiscono per il bene comune. Magari non alzano la voce, ma sono quelli su cui si può contare davvero.

- Il gruppo di indipendenti distaccati, infine, appaiono più disillusi: danno poco peso sia alle ambizioni personali sia ai valori sociali. Tendenzialmente meno coinvolti, fanno più fatica a trovare un orientamento valoriale chiaro, e anche emotivamente si mostrano più spenti. T ra le variabili demografiche analizzate, solo la tipologia di scuola frequentata ha mostrato una relazione significativa con i profili valoriali: gli istituti tecnici tendono ad accogliere più “ambiziosi bilanciati”, i professionali più “leader socialmente orientati”, mentre nei licei prevalgono gli “altruisti prudenti”. Questo fornisce un dato empirico a un sentire comune: anche i percorsi formativi hanno una relazione con i valori. Ma ciò che colpisce maggiormente è il forte legame tra valori e stati emotivi (disperazione, ottimismo, gioia, speranza, desiderio di lottare). Il dato forse più sorprendente (ma neanche così tanto, a pensarci bene)? I giovani e le giovani che provano più ottimismo, gioia, speranza e desiderio di lottare appartengono al gruppo di leader socialmente orientati; non sono quindi le persone più egocentriche quelle che stanno meglio, ma quelle che sanno coniugare i propri obiettivi con l’apertura verso l’altro. Al contrario, chi è più distaccato mostra meno positività. Una lezione preziosa, che va in controtendenza rispetto ai miti dell’individualismo contemporaneo. La speranza – sentimento oggi tanto fragile nella giovane generazione – sembra germogliare proprio là dove si coltivano valori di cura e rispetto.

Questo porta a una riflessione operativa: di fronte al disagio emotivo degli adolescenti non bastano risposte cliniche o individuali. Servono anche prospettive educative, comunitarie, preventive. Parlare di emozioni, oggi, significa anche interrogarsi su quali valori collettivi vogliamo trasmettere. Valori che aiutino i ragazzi e le ragazze a sentirsi parte di qualcosa di più grande, che diano senso alle difficoltà, che accendano fiducia. Possiamo garantire interventi di questo tipo, insieme a quelli terapeutuci?

Educare ai valori

Ecco allora un messaggio potente: educare ai sentimenti significa anche educare ai valori. Coltivare valori come la cura, la solidarietà, la giustizia e l’empatia non è solo una questione etica, ma una via concreta per nutrire benessere emotivo e speranza. In un tempo in cui molti e molte adolescenti si sentono smarriti/ e o schiacciati/e da aspettative e solitudini, ripartire da una riflessione sui valori del nostro tempo è forse il gesto educativo più urgente e più necessario. P erché questa riflessione sia efficace e si traduca concretamente in un cambiamento, come è stato evidenziato nel volume Adolescenti e vita emotiva (ed. Vita e Pensiero, a cura di Iori, Ellena, Marta), sono ormai non solo necessarie ma urgenti alcune azioni. In primo luogo, è necessario mettere in atto un ascolto reale della voce dei giovani, progettare e realizzare azioni con loro e non per loro. Si tratta di favorire occasioni, luoghi, esperienze che facilitino la costruzione di progetti di sé e di senso per la propria esistenza. Occorre poi offrire spazi fisici e di senso, guidati da professionalità capaci e riconosciute, in grado di ricevere le domande degli stessi adolescenti e di offrire incontri e relazioni intergenerazionali. In secondo luogo, è importante superare un concetto di genitorialità intesa in modo privato per accedere a una genitorialità e generatività sociali. Occorre supportare i genitori nell’andare oltre stili educativi incerti e contraddittori che producono comportamenti soffocanti o eccessivamente tolleranti e comunque incapaci di negoziare i divieti. È però anche importante attivare progetti non solo focalizzati su temi strettamente “genitoriali” ma ricordarsi che i genitori sono uomini e donne, con i loro bisogni, fatiche e desideri. È bene, quindi, offrire anche occasioni e momenti di incontro spontaneo, “leggero” tra adulti che sono anche genitori. I n terzo luogo, nella consapevolezza che la scuola è un elemento fondamentale nella vita degli /delle adolescenti anche per la sua capacità/ possibilità di sviluppo di comunità, è indispensabile aiutare questa istituzione a compiere scelte coraggiose che la configurino non solo come agente di trasmissione di conoscenze e saperi ma anche come agenzia educativa in senso pieno, attenta alla formazione esistenziale ed emotiva.

Patti educativi

Infine, è necessario ricostruire patti educativi e comunità educanti che coinvolgano scuole, Pubbliche Amministrazioni, Regioni, Comuni, Asl, Terzo settore, il Privato sociale (e non), Parrocchie, Oratori, Centri sportivi e altre realtà aventi finalità educative, servizi socioeducativi per ri-fare comunità, contrastare l’isolamento e l’indifferenza reciproca, recuperare il senso del “noi”, costruire un “abitare insieme” il mondo, che promuova empatia, solidarietà, fiducia e speranza.

 

*Docente di Psicologia sociale e di comunità all’Università Cattolica Membro del Comitato scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi superiori

 

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venerdì 30 maggio 2025

I RAGAZZI PAGANO IL CONTO


 “Abbiamo fallito 

e i ragazzi 

pagano il conto”




 Lo psicanalista: «Pur vivendo in un tempo di libertà di massa, non hanno desideri. Dobbiamo aiutarli a ritrovare lo slancio, azzerato dalla sfiducia, verso l’aspirazione»

 

-di Massimo Recalcati

 Nell'epoca della disillusione culturale e della caduta dei punti saldi e dei mostri sacri, dei confini sgretolati, della consapevolezza etica, della rinascita woke e della definizione a tutti i costi, sembra che le nuove generazioni facciano fatica a trovare un proprio posto nella società reale e che abbiano la tendenza a vivere individualmente nella tela globale e interconnessa che le invischia. Tra dipendenze sempre più virtuali, narcisismo, crisi di identità, riduzione dell'individuo a "profilo" e caccia ai like al di fuori di qualsiasi significato profondo, è facile perdersi e confondersi. È facile non capire, e nel caso del divario tra generazioni, l'incomprensione è un classico. 

Massimo Recalcati (che sarà ospite al Festival Internazionale dell'Economia, ma che è anche promotore del Moby Dick Festival di Noli) dedica parte della propria esperienza e della propria attività psicanalitica proprio a sbrogliare le matasse generazionali. A comprendere il disagio e a ipotizzarne cause e soluzioni. 

Cos'è, oggi, il disagio giovanile? «Ci sono due forme prevalenti. La prima si manifesta nella sregolazione pulsionale, nella spinta a raggiungere un godimento immediato, in una libertà che vorrebbe escludere ogni esperienza del limite. Questo disagio si manifesta emblematicamente nelle dipendenze patologiche: alcolismo, tossicomania, bulimia, Internet addiction, per esempio, e nei comportamenti platealmente trasgressivi, quali sono il ricorso alla violenza, i comportamenti illegali, eccetera. La seconda assume le caratteristiche del ritiro sociale, dell'isolamento, del rifiuto del legame. Sono i ragazzi e le ragazze che abbandonano la scuola, abbandonano il lavoro e si rintanano nelle loro abitazioni che diventano dei rifugi dalla vita. La spinta competitiva, l'essere perennemente in gara, conduce molti giovani a rifiutare di far parte di questo mondo». 

È un'autodifesa? «Diciamo che implica la messa in atto di una pulsione securitaria che spinge a far prevalere la sicurezza, la difesa dei propri confini, la tutela di sé, di fronte al rischio che il carattere ingovernabile della vita comporta. Tendenza che si è accentuata negli ultimi anni come effetto di una più generale destabilizzazione dell'ordine della realtà. Si pensi al Covid, alla crisi economica e alle guerre. La compromissione del futuro favorisce sempre l'incentivarsi della pulsione securitaria. Si tratta di una forma di sovranismo psichico». 

Controllo di sé, in pratica? «Sviluppato all'eccesso, sì». 

Ha a che fare con la maggiore consapevolezza di genere? «È indubbio che la vita sessuale non è più oppressa dai tabù della morale. Questo permette maggiore libertà e consapevolezza dei propri diritti. Ma proprio questa legittima libertà rischia di alimentare confusione e disorientamento». 

Fluidità

La fluidità può confondere? «Non in sé stessa, ma non so quanto la cosiddetta fluidità dell'identità sessuale sia un guadagno o la manifestazione di un disagio. Se un tempo veniva rivendicata la libertà sessuale contro la repressione della morale, oggi si rivendica la libertà di decidere l'identità del proprio sesso. È una seconda grande rivoluzione sessuale. Per la psicoanalisi l'identità sessuale è però sempre il frutto di una scelta inconscia. Occorrerebbe non perdere di vista questo elemento centrale». 

Le rivoluzioni spesso derivano da oppressioni precedenti. «Questa, che si manifesta anche attraverso la prima declinazione del disagio, cioè la ricerca compulsiva dell'appagamento immediato, deriva dal fatto che viviamo nel tempo del dominio incontrastato di quello che Lacan chiamava "discorso del capitalista". Questo discorso sostiene l'illusione che la salvezza sia data al consumo dell'oggetto. Per questo mette a disposizione illimitatamente qualunque tipo di oggetto per colmare la nostra mancanza. In realtà, l'astuzia di questo discorso consiste nel fare in modo che gli oggetti creino sempre nuove pseudo-mancanze. Una mia paziente diceva: «Vado al supermercato per vedere quello che mi manca». In questo caso l'oggetto non colma la mancanza ma la elettrizza, la riduce alla dimensione convulsa di una domanda continua di nuovi oggetti. Pasolini vide per primo gli effetti catastrofici di questa "mutazione antropologica"». 

Cioè? «Il piegamento della società verso il mondo omologante del consumismo. Lo schiavismo confuso con l'illusione di essere padroni. Era il 1974 e fa impressione, se pensiamo al futuro». 

Futuro

Le nuove generazioni lo vedono, il futuro? «Ne percepiscono la drammatica incertezza. Che cosa abbiamo lasciato a loro in eredità? Mancanza di lavoro, di prospettiva, un pianeta saccheggiato e ridotto al collasso, guerre crudeli, lotte di religione, miti fasulli legati al successo individuale e al profitto. Non siamo stati in grado di trasmettere loro un'eredità viva. Gli abbiamo lasciato un corpo morto da trascinare. Hanno tutte le ragioni di sentirsi spaesati. Il disagio delle nuove generazioni non può mai essere scorporato dal fallimento delle vecchie». 

La psicanalisi può aiutare? «Il denominatore comune del disagio giovanile contemporaneo è la fatica di desiderare, la perdita del nesso profondo che unisce il desiderio alla vocazione. Sebbene i giovani vivano in un tempo inedito di libertà di massa, in molti di loro la vita non sembra essere animata dalla forza del desiderio. È quello che io definisco come la cifra neomelanconica del disagio contemporaneo. Nella festinazione perpetua, nella girandola spettacolare dei miti del consumo e dell'immagine, la fatica di desiderare mostra il vero volto del discorso del capitalista. Sotto l'obbligo del divertimento senza freni, dell'accumulo dei like, della coltivazione narcisistica del proprio profilo, nell'apatia frivola del godimento, si nasconde il volto triste di un soggetto melanconico, separato dal suo desiderio». 

Quindi? «Quindi sì, ma va ritrovato lo slancio verso l'aspirazione».

 Alzogliocchiversoilcielo

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giovedì 15 maggio 2025

C'E' SPAZIO PER L'ETICA?


 L’etica stanca

 in una società 

senza più domande

 Interrogarsi sull’etica pubblica significa riflettere sul nostro modo di stare al mondo per realizzare un progetto di vita.

Rocco D'Ambrosio parla del suo nuovo libro che esplora temi cruciali e dibattuti di etica pubblica. Una serie di riflessioni sulla responsabilità di ciascuno nel vivere quotidiano

 

-Stefano Leszczynski - Città del Vaticano

 Nell’istante in cui varchiamo la soglia di casa, prendiamo i mezzi pubblici o ci tuffiamo nel traffico, ci relazioniamo con il mondo circostante e ci confrontiamo con le regole del vivere quotidiano, noi decidiamo che persona essere. Possiamo essere scostanti e brutali verso il prossimo, irrispettosi delle regole perché così ci conviene, adottare comportamenti egoisti; oppure avere una visione della realtà orientata al bene comune, incentrata su principi e valori universalmente riconosciuti come tali. Insomma, spetta a noi chiederci se lasciare liberi i nostri istinti o adottare un comportamento diretto a realizzare il nostro progetto di vita. Sembra scontato, ma non lo è.

L'etica stanca, ma è preziosa

Rocco D’Ambrosio, ordinario di Filosofia politica presso la Pontificia Università Gregoriana, nel suo ultimo libro “L’etica stanca. Dialoghi sull’etica pubblica” edito da Studium, cerca di delineare un percorso di etica pubblica, ossia una riflessione su come ci comportiamo nelle reti di relazioni che frequentiamo e quali principi etici ci aiutano a risolvere piccoli e grandi dilemmi. “Si tratta di scoprire – spiega D’ambrosio – se l’etica pubblica stanca, annoia o infastidisce; oppure se l’etica pubblica si è stancata di essere trascurata o maltrattata”. E’ così che nasce questa rassegna che esplora temi cruciali e dibattuti di etica pubblica. Scrive D’Ambrosio: “Che stanchi o meno, che si sia stancata o meno, l’etica resta sempre necessaria, indispensabile, preziosa per diventare sé stessi, ovunque e comunque. E ciò vale non solo per la singola persona ma anche per ogni famiglia, gruppo, organizzazione, comunità, istituzione”.

La dimensione pubblica è anche nel web

La sfera pubblica è molto più ampia della sfera prettamente politica e ci permette di ritornare alle persone, a considerare le persone per come si comportano nel pubblico, anche in quella fetta di pubblico che abita le nostre case attraverso internet, attraverso i social network, con il quale ci colleghiamo a un mondo ‘virtuale’ che spazia da casa nostra fino agli angoli più oscuri della terra. “Come dice Salvatore Natoli – spiega Rocco D’Ambrosio parlando con i media vaticani - l'etica é il nostro modo di stare al mondo, l'etica pubblica, invece, il nostro modo di stare nel mondo pubblico, nella sfera pubblica, e riguarda tutti, ognuno con le proprie responsabilità”. Insomma, un particolare ambito dell'etica che allo stesso tempo ha forti e anche gravi ripercussioni sul nostro essere interiore. Soprattutto se facciamo riferimento a una situazione in cui l'etica ci provoca una situazione di forte disagio nel nostro rapporto con gli altri, nel rapporto con la società nella quale viviamo. “Aumenta la rabbia e purtroppo aumenta anche la violenza. Basti pensare - nota l’autore - alle cronache quotidiane su quello che avviene in ambito domestico oppure nei luoghi di lavoro: se rispettiamo i canoni etici rispettiamo anche la sicurezza del lavoro e quindi abbiamo meno morti. Eppure il numero delle vittime non diminuisce mai.

 Il populismo nemico dell'etica

Nel libro di Rocco D’Ambrosio ci sono dei riferimenti molto diretti anche al mondo della politica, e cioè al rapporto tra la politica e i cittadini, al modo in cui la politica rappresenta il mondo e rappresenta le idee, cerca di carpire consensi. “Alla politica spetta avere un progetto architettonico di tutta la comunità politica, come dice il Concilio. E in questo progetto vanno considerati tutti i soggetti, la finalità - cioè perché stiamo insieme, che cosa vogliamo realizzare insieme - e i mezzi con cui vogliamo raggiungere questo progetto”.  Non manca, infine, il riferimento a un tema particolarmente dannoso a livello sociale, che è quello del populismo. In questo caso è l'assenza di etica a diventare un elemento condiviso, un ‘valore’ comune. “Il problema del populismo che è uno dei mali contemporanei e istituzionali fra i più forti e fra i più marcati - osserva l’autore - è un problema molto serio. Prima di tutto perché i populisti non amano né rispettano il pubblico, ma soprattutto non rispettano le persone, di cui si servono invece come delle risorse pubbliche per accrescere il proprio potere o per confermare il consenso”.

L'impegno individuale

Tornare all’etica pubblica richiede un impegnativo esercizio individuale le cui ricadute hanno tuttavia un impatto sociale fondamentale. “Dovremmo tornare a imparare a metterci in discussione nel quotidiano e a farlo insieme. Dobbiamo liberarci dell’attitudine all’autoreferenzialità acquisita frequentando i social e tornare a guardarci negli occhi”.

 Vatican News

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venerdì 11 aprile 2025

GLI ANTICORPI DELLA DEMOCRAZIA

Sono gli “anticorpi” della democrazia cioè le difese che essa può mettere in campo per opporsi ad ogni tentativo di corruzione dei propri valori se non di annullamento dell’ intrinseco significato cui il termine riconduce.

 

-         di Luigi Sanlorenzo

 

 
Platone l’esecrava e Aristotele non l’amava.

Occorrerà attendere lo storico Polibio e poi Marco Tullio Cicerone, un avvocato del Foro di Roma, per avere della democrazia una descrizione positiva che poi si farà strada nel pensiero filosofico e politico.

In tempi non lontani è stata invocata, ottenuta, ridimensionata, oltraggiata, negata, perduta e riconquistata.

Winston Churchill ne coglieva i limiti ma ammetteva di non avere idea di una forma migliore di convivenza e ne diventò il campione nell’Europa funestata dai fascismi.

Tra le due epoche ed oltre, esiste una bibliografia sterminata che il lettore potrà facilmente reperire e che, pertanto, ometterò.

Tralasciate le definizioni scolastiche, l’etimologia della parola e le declinazioni peggiorate da aggettivi non sempre appropriati, più utile può essere ragionare su quegli elementi che possono preservarla e se, del caso, estenderla e migliorarla.

Sono gli “anticorpi” della democrazia cioè le difese che essa può mettere in campo per opporsi ad ogni tentativo di corruzione dei propri valori se non di annullamento dell’ intrinseco significato cui il termine riconduce.

I tempi che viviamo ci hanno reso familiare il lessico della biologia e della medicina e mai come oggi si parla di anticorpi, di sistema immunitario, di difese dell’organismo e di barriere, naturali o chimiche, contro l’attacco quotidiano che virus e batteri sferrano ogni giorno contro tutti gli esseri viventi.

Risulterà così più facile analizzare il processo mediante il quale la democrazia si difende, sopravvive, supera momenti drammatici o, per converso, si indebolisce, vacilla e soccombe.

Il primo e più immediato riferimento è l’analisi del termine “anticorpo” che sta a significare come ad un’ entità sia pure microscopica si oppone a difesa un’altra di segno contrario e portatrice di un contenuto cellulare diverso.

Perché ciò avvenga è necessario che quest’ultima esista, in base al principio logico di non contraddizione che distingue A da non A.

Applicato a ciò che ci occupa in questo scritto, vuol dire essenzialmente che il principale anticorpo di cui la democrazia dispone è la conoscenza e la consapevolezza di ciò che essa è e delle potenzialità che possiede.

Se in una società gli individui partecipano di una definizione, generica, vaga e imprecisa, si è già in presenza di un forte deficit immunitario e il corpo estraneo troverà facile breccia per farsi strada, assumendo due principali caratteri: il populismo che fa leva sulle emozioni profonde e sulle pulsioni istintive abilmente evocate e provocate e l’egalitarismo che azzera competenze, meriti e valore, tradendo di fatto il termine “democrazia” specifico contesto sociale e politico in cui non si è affatto tutti uguali, se non davanti alle leggi contenenti diritti e doveri che autonomamente e liberamente essa ha prodotto con il contributo di tutti e a tutela di ciascuno.

I migliori e i peggiori

In ogni società esistono i “migliori” per eredità genetica, capacità personali, inclinazioni naturali, livello culturale, abilità nel fare le cose o nel farle accadere.

Si tratta di elementi che troppo spesso si vogliono far risalire al censo o alle opportunità offerte dall’ambiente familiare e sociale; spesso non è così, come dimostrano le biografie di personalità eccellenti provenienti da condizioni sociali svantaggiate, contesti culturali carenti, situazioni familiari devastanti.

Allo stesso modo, esistono, senza giri di parole, i “peggiori” portati naturalmente a negarsi ad ogni opportunità di migliorare se stessi e di confidare, in modo parassitario, sull’assistenza da parte degli altri, pretesa come un diritto.

Essi adducono quale esimente del proprio destino il “sistema” quale entità astratta cui attribuire le proprie sventure.

Avvinti da bisogni crescenti ed incapaci di emanciparsi, perché non educati ed aiutati a farlo, costituiscono il milieu in cui si sviluppano le peggiori tentazioni antidemocratiche alimentate da quanti sanno come costruirvi sopra il proprio successo personale.

L’anticorpo di cui la democrazia dispone al riguardo è il concetto di pari opportunità quale condizione di partenza offerta a tutti in egual misura e consistenza, lasciando poi a ciascuno la libertà, ma anche la responsabilità, di farne tesoro in ogni parte del mondo.

Istruzione, formazione e internazionalizzazione agevolate, se non gratuite, per i meritevoli meno abbienti sono i suoi migliori alleati e non mancano mai, quando ben gestiti, di dare i propri frutti.

Spesso gli ingenti fondi a ciò destinati sono stati stornati altrove o restituiti, con vergogna, all’Unione Europea che ancora aspetta di capire come mai l’Italia meridionale (cui si sono aggiunte nel 2020 anche Sardegna e Molise) sia ancora tra le aree meno sviluppate del continente.

Un argomento inoppugnabile che abbiamo regalato ai “paesi frugali” che di quei fondi hanno fatto tesoro per decenni.

Tra i “migliori” e i “peggiori” si estende il mare interno dei mediocri in cui prevalgono la difesa di privilegi illegittimamente acquisiti, l’appartenenza acritica a partiti o movimenti, il qualunquismo più cinico, il perseguimento di interessi particolari, familiari o personali, messi davanti a tutto ciò che può sapere di collettivo, di civile, di comunitario.

Denunciano ogni appartenenza come deviata, ogni competenza come potere e, mentre attendono di salire sul carro del vincitore di turno, pretendono di calpestare secoli di cultura e di progresso scientifico esprimendo giudizi apodittici quanto banali, che in altri tempi non avrebbero oltrepassato la soglia dell’osteria.

Oggi essi hanno a disposizione i social media su cui “pubblicano” rutti in forma scritta o video, con cui intendono mettersi in pari con quanti fino ad allora hanno invidiato e snobbato e che oggi odiano.

La democrazia dei like

Forse sarebbe meglio insistere sulla differenza tra “pubblicare” e “postare” per ridimensionare il fenomeno e ricondurlo nell’alveo di opinioni che, con i limiti invalicabili dell’insulto e della palese e morbosa oscenità, tali sono e rimangono, se non suffragate da studi adeguati, faticosi approfondimenti, antiche e recenti letture, concrete esperienze professionali e di vita.

E’ la democrazia dei “like” come qualcuno ha voluto connotare la nostra epoca.

E dai “like” alle piattaforme digitali che hanno sostituito il processo di selezione delle classi dirigenti oggi magna pars nel governo del Paese, il passo è breve.

Medesimo ragionamento può essere fatto su influencer di vario genere e personaggi televisivi che avrebbero solo l’imbarazzo della scelta se volessero candidarsi a ruoli cruciali per la vita democratica del Paese.

La chiamano “democrazia diretta” e su tale altare vengono sacrificati secoli di elaborazione critica, di riflessione filosofica o religiosa, di testimonianze concrete del ruolo svolto dalle Idee nel progresso dell’Umanità.

Dal mancato rispetto del già citato principio di non contraddizione che impone di distinguere tra ciò che è e ciò che non è, spesso accompagnato da un ruolo non sempre obiettivo e trasparente dell’informazione, origina l’assenza del principale anticorpo posto a difesa della democrazia.

Il bastione è stato demolito e i nemici della democrazia possono procedere nella propria strategia di attacco.

Una seconda famiglia di anticorpi è costituita dai cosiddetti “valori non negoziabili” posti a fondamento di ogni democrazia e quasi sempre fissati in carte costituzionali su cui si innestano ogni successiva attività legislativa, la legittimità dei comportamenti individuali e sociali, i limiti del potere, i contrappesi istituzionali.

Va detto chiaramente che l’evoluzione della società, il mutamento dei costumi, l’emergere di nuove soggettualità politiche e di nuove aspirazioni ideali hanno il proprio limite invalicabile nel rispetto dell’integrità fisica e spirituale di ciascun individuo e nel suo diritto a difenderla direttamente nei limiti consentiti e, in ogni altro caso, a vederla difesa dallo Stato democratico.

In quanto strettamente legato alla dignità di tutti gli esseri umani, l’elenco dei valori non negoziabili contiene tutto ciò che fa crescere una società in tale direzione ed espelle con determinazione tutto ciò che limita e minaccia tale spinta vitale tesa verso il miglioramento della condizione umana, come correntemente intesa nei paesi democratici.

I valori non negoziabili

Fermi i valori non negoziabili, contenuti in Italia nella parte iniziale della Costituzione repubblicana del 1948 i cui primi dodici articoli sono immodificabili, la dinamica legislativa si esprime senza ulteriori condizionamenti ed ha lo scopo di attualizzare nella forma e mai nella sostanza quei principi fondamentali per renderli fattuali e misurane nel tempo l’efficacia sull’evoluzione della vita comunitaria.

Qui entra in gioco ancora una volta la dialettica democratica che, garantita dalla citata permanenza dei valori fondamentali, è tenuta ad applicare il principio della legittimità degli atti legislativi e regolamentari, secondo la volontà espressa dalla società in libere elezioni in cui si sono confrontate forme diverse di attuazione dei diritti e di rispetto dei doveri.

Forme attuative, ribadisco, e non modificative dei valori fondativi.

Tale vigilanza è affidata, com’è noto, al vaglio del Presidente della Repubblica nel momento della promulgazione e in un’ultima istanza alla Corte Costituzionale, se adita nelle forme previste da chi ne ha titolo.

Tuttavia tale sofisticata architettura voluta dai Padri Costituenti spesso viene aggirata da interventi legislativi o di decretazione d’urgenza ad opera del Governo.

Va detto una volta per tutte che anche tali decisioni, che vogliamo credere essere sempre urgenti, indifferibili e nell’interesse supremo del Paese, non possono oltrepassare i confini costituzionali né sospendere le libertà individuali garantite dalla Repubblica. Qualsiasi cedimento in tale direzione fa cadere come birilli una serie di anticorpi essenziali per la vita democratica e consente l’avanzamento di parecchi metri a chi sta scavando una galleria di mina sotto i bastioni.

E’ a tale punto che intervengono altri anticorpi che, impossibili da fissare sul vetrino del microscopio legislativo, rappresentano l’ultima barriera all’infezione.

Si tratta della vasta gamma dei comportamenti individuali assunti da ciascuno come parte integrante dell’identificazione nel contesto sociale.

Non potendo essere regolati né, grazie al cielo, controllati o sanzionati dall’impianto normativo, essi sono espressione dei principi di autonomia e di responsabilità e del grado di civismo raggiunto e praticato dalla cittadinanza.

Volendo essere estremamente chiari, significa che una collettività che rispetta le leggi per timore delle sanzioni mentre le aggira con furbizia ed espedienti è la più esposta al rischio del tramonto della democrazia.

A maggior ragione se assume tali comportamenti come protesta verso disposizioni che non ritiene le appartengano perché espresse da una maggioranza politica rispetto alla quale si percepisce come oppositrice.

Il crollo della democrazia

E’ il crollo dell’architrave democratica che si regge proprio sul riconoscimento della volontà della maggioranza, cui può e deve opporsi il dibattito politico e il diritto di manifestazione pubblica ma mai l’inosservanza o la violazione della legge, finchè la medesima è in vigore.

Ci fu chi bevve volentieri la cicuta per non contraddire tale profondo convincimento.

I comportamenti individuali sono dunque l’ultima spiaggia della democrazia, quella più esposta ai frangenti dell’umore popolare, all’azione di erosione da parte di persuasori più o meno occulti e dei mestatori di caos e disinformazione.

Da cosa sono dettati i comportamenti individuali in una democrazia in buona salute?

Innanzitutto dal pieno convincimento dell’esistenza di un patto che, oltre a quelli scritti, fonda la convivenza civile e la mette al riparo dal diritto del più forte, delle menzogne del più furbo, dalle seduzioni del più convincente.

Il paradosso è che mentre tale logica viene accettata e pretesa ad ogni livello sociale dalla stragrande maggioranza dei tifosi sportivi, è rifiutata da molti nella vita di tutti i giorni.

La ragione non è arcana: lo sport si fonda sulla passione ed è amato e rispettato, la democrazia non è ancora, nel nostro paese, oggetto di tali sentimenti e viene percepita da molti più come una tecnicalità politica che come un valore, più come uno strumento che come un fine ideale in progressiva realizzazione.

Come ogni amore ha nell’ affidamento al partner il proprio principale anticorpo per la tenuta del rapporto, anche nell’esercizio della democrazia la fiducia non è solo un sentimento ma anche una tappa formalizzata per l’esercizio del potere e il collante tra le istituzioni chiamate in solido a perseguire lealmente, ai diversi livelli territoriali ogni miglioramento.

Il fenomeno della sottovalutazione della democrazia non riguarda tutti ma trova manifestazione laddove sin dall’atto originario, l’espressione del voto, tale esperienza è vissuta all’insegna della superficialità e spesso con il ricatto sui bisogni primari, scientemente mantenuti tali in molte aree geografiche, perché unico modo di nascondere l’incompetenza e l’inadeguatezza di singoli e di partiti sostituendovi forme di protezione di questo o di quell’interesse particolare.

Quanto vale un singolo consenso in alcune periferie italiane?

In media, secondo le indagini svolte dalle Forze dell’Ordine nei casi conclamati di voto di scambio, una ventina di euro, spesso anche meno.

Ed è gratis davanti a promesse di piccoli o grandi vantaggi assicurati al singolo, magari in danno della collettività.

Troppo ampia è la casistica per trarne alcuni esempi, ma mi colpì a suo tempo l’indignazione di un noto politico che in anni non troppo lontani ebbe a dire «Quanti parroci hanno venduto il proprio voto ed impegnato la propria influenza per vedere realizzato un campetto di calcio?»

L’ultima serie di anticorpi della democrazia è costituita dal complesso degli atti ricompresi nella categoria della solidarietà universale ed è ciò per cui ciascuno riconosce kantianamente nell’altro l’intera Umanità, quindi se stesso, e come tale agisce senza bisogno di una legge, di un regolamento, di una sanzione che lo costringa a qualcosa che non percepisce come valore.

Quando la casa brucia non sono solo i Vigili del Fuoco a salvare le persone ma anche coloro che, nell’attesa, immediatamente si lanciano tra le fiamme per aiutare chi è in difficoltà. Quale molla scatta in un giovane immigrato, magari considerato clandestino, per farlo tuffare in un canale traendone un bambino che sta annegando o per consegnare ad un poliziotto un portafogli smarrito?

Cosa induce una nazione in piena emergenza sanitaria a non negare assistenza in mare a chi fugge verso un futuro migliore?

Cosa può portare un popolo ad osservare le regole, a collaborare con la giustizia, ad essere guardiano della legalità, ad autoimporsi limitazioni alla libertà individuale nel superiore convincimento di fare la cosa giusta, innanzitutto per la comunità di cui si sente parte viva ed attiva?

Soltanto il possesso di una profonda spiritualità civile e la democrazia è una religione laica che non conosce chiese, sinagoghe o moschee ma solo la dimensione della solidarietà tra esseri consapevoli della propria e dell’altrui finitudine.

Fortificare gli anticorpi

Esiste una cura per fortificare gli anticorpi della democrazia?

Un complesso vitaminico che somministrato costantemente rafforzi le difese immunitarie insidiate dagli egoismi, dai particolarismi, dall’ignavia e dall’indifferenza nei confronti degli altri?

Bastano alcune alte autorità morali a ricordare che tra gli scartati dalla società fanno proseliti i principali nemici della democrazia?

Basterà quell’esercito di maestri elementari invocato da Gesualdo Bufalino, se poi i migliori insegnamenti verranno rinnegati in famiglia tra le mura domestiche?

Abbiamo abbastanza guide che accompagnino in età adulta la crescita della consapevolezza democratica ? Nel dubbio ne ho scritto qualche tempo fa.

https://www.linkiesta.it/.../italia-intellettuali.../

Nel gorgo della pandemia, come in un gigantesco maelstrom, si è corso il rischio che emergessero i fantasmi del passato, trascinando sul fondo i vecchi ritenuti inutili, i disabili considerati costosi, i giovani lasciati preda di cattivi maestri sin dalla più tenera età.

Un tempo, almeno, nel corso di un naufragio risuonava il grido “Prima le donne e i bambini!“ quasi rassegnandosi a salvare la generatività futura, sacrificando il passato.

Quasi mai succedeva e tutti tranne i più coraggiosi si accalcavano sulle scialuppe.

La verità è che non esistono alternative a salvarsi tutti insieme.

O meglio, ne esiste solo una ed è quella di perdersi tutti insieme.

In tale drammatica prospettiva l’unica arca a disposizione è la difesa della democrazia, rafforzandone la paratie perché resistano ad abbietti demolitori e alle onde suscitate dal vento panico di una società smarrita che sull’orlo della disperazione potrebbe anche accettare di vendere la propria anima al primo diavolo di passaggio che sa come illudere la fragilità della natura umana.

In caso contrario a naufragare sarà l’intera umanità per come ci è stata raccontata https://www.linkiesta.it/.../robinson-crusoe-naufragio.../

In un articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire il 13 ottobre del 2006, sir Ralph Dahrendorf, il politologo di estrazione liberale scomparso nel 2009 e autore di “Quadrare il cerchio: benessere economico, coesione sociale e libertà politica” scrisse: “Bisogna poi stare attenti alla falsa democrazia i cui rappresentanti in realtà non danno ascolto alla voce della gente.

La repubblica di Weimar è stata correttamente definita come una democrazia senza democratici ed è questa una delle ragioni per cui non è durata.

Il suo contrario offre forse maggiori speranze.

Anche se non possiamo avere una democrazia mondiale e neppure europea, almeno abbiamo i democratici: persone coscienti dei propri diritti che prendono sul serio la responsabilità di difenderli attivamente“

La democrazia è un’idea filosofica venuta da lontano e, nonostante abbia sulle spalle duemilacinquecento anni, affascina ancora il mondo, può salvarlo dagli errori che esso stesso ha commesso e riaprire il sentiero, pur costellato di dolori individuali e sociali, verso quella cima che abbiamo imparato a chiamare resilienza e che con nomi diversi ha salvato i superstiti nel corpo e nello spirito di altri tremendi riti di passaggio tra un’epoca e un’altra della storia.

Se con determinazione, la democrazia e la solidarietà diventeranno per tutti sentimenti profondi e istinti perfino più potenti di quello della sopravvivenza, allora anche la prova che stiamo affrontando avrà avuto il significato di un insegnamento profondo in grado di generare una nuova umanità.

 

Nuovi approdi