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lunedì 3 gennaio 2022

L'IMPREVISTO NELLA STORIA E NELL'INSEGNAMENTO DELLA STORIA


Una categoria fondamentale

 per comprendere la vita e la storia

 -         di Daniele Semprini

  1. Che la realtà non sia racchiudibile esaurientemente negli schemi concettuali del pensiero è dimostrato dalla realtà irriducibile dell’imprevisto.

1.1. Che cos’ è l’imprevisto? Come lo possiamo intendere? Che valore rappresenta per noi e che funzione può avere all’interno dell’insegnamento della storia?

L’imprevisto è ciò che accade nella nostra vita personale e comune come qualcosa che non solo non ci aspettiamo, ma che, tante volte, viene a scombussolare i nostri piani, i nostri tentativi di possedere i termini del nostro agire, delle nostre previsioni. Può sbaragliare sicurezze, mettere in crisi percorsi consolidati, aprire orizzonti inimmaginati.

Può essere costituito da fattori apparentemente irrilevanti (come una vite saldata male in un missile che esplode); o casuali, come la nebbia che scende ed impedisce di intraprendere una battaglia sentita come decisiva (quante volte accadde nel passato?) o da microelementi che mandano in tilt nazioni e popoli interi: come l’ultima pandemia.

Anche a livello personale la dinamica non cambia: pensiamo, progettiamo, organizziamo e poi … qualcosa va storto, cioè, in un senso diverso da come avremmo immaginato e voluto. Può succedere anche al positivo; accade qualcosa che ci sorprende: arriva un aumento di stipendio, desiderato, ma insperato.

Generalmente l’imprevisto è inteso come l’eccezione che conferma la regola: la regola sarebbe che la vita sta nelle nostre mani e che, eccezionalmente, ci sfugge e prende pieghe e strade impreviste appunto. Niente di più irreale di tale diffusa convinzione, frutto di un delirio di onnipotenza ormai massificato e banalizzato.

Una cosa, infatti, è che le nostre aspettative piccole e grandi normalmente si realizzino, un’altra è considerarci padroni della realtà, capaci di tenere in pugno gli eventi. Differenza fondamentale e da intendere bene: sto guidando la macchina per tornare a casa dal lavoro e sono tranquillo perché la scena ormai si sta ripetendo da innumerevoli volte. La mia tranquillità è ragionevole? Se è legata alla fiducia nell’esito finale prodotta da ciò che è accaduto finora può esserlo, ma, se dipendesse dalla certezza che nulla di negativo mi può succedere sarei evidentemente uno stolto o un presuntuoso.

1.2. Per entrare su di un terreno un po’ filosofico potremmo ripetere con Kierkegaard e gli esistenzialisti che la categoria fondamentale che descrive la struttura dinamica del reale è quella di possibilità. Tutto e il contrario di tutto può succedere. Il procedere delle cose è rappresentato non da una catena logicamente consequenziale (il famoso ET ET hegeliano), ma dal malandrino AUT AUT. Vorremmo, presumiamo che gli eventi possano scorrere secondo andamenti corrispondenti a ciò che il nostro cervello stabilisce ed ordina, ma le cose stanno diversamente. Quanti pensieri contraddetti dai fatti, quanti progetti, pur bellissimi e coerenti, crollati, quante teorie illustri smentite dagli uomini e dalla natura! La storia può apparire come il cimitero delle nostre illusioni.

 Sul piano storiografico possiamo ricordare il dibattito tra coloro che sostengono una visione della storia legata alla categoria di “struttura”, per cui il corso degli eventi è inesorabilmente determinato dal lento movimento di macrostrutture (economiche, sociali ecc.) e coloro che mettono l’accento sul fatto che l’andamento storico è costituito da eventi, dall’accadere continuo di fatti, spesso rapidi ed anche fortuiti che influiscono sullo scenario complessivo. Nella visione dei primi difficilmente c’è spazio per l’imprevisto, che diventa, invece, elemento famigliare nella concezione degli altri.

Lo spazio di ciò che non riusciamo a far rientrare nei nostri progetti e nelle nostre previsioni si è progressivamente ridotto nel corso dei secoli.

Se ci pensiamo, esattamente a questo livello si colloca il tentativo di noi moderni, tanto più nell’era dell’intelligenza artificiale, di aumentare il grado delle nostre certezze: nella capacità di enumerare e anticipare nei nostri progetti e nei nostri calcoli tutti i possibili imprevisti. La progettazione veramente efficace è quella che non solo organizza il piano, ma riesce ad inglobare in esso tutte le variabili che si possono immaginare. Eppure, anche nell’attuale pandemia da Covid 19, appare evidente che, con tutti gli sforzi mondiali degli scienziati, il virus continua a sfornare varianti… impreviste e che potrebbero mettere in discussione tutti i piani vaccinali.

Non sto facendo il tifo per la capricciosità del reale e non ritengo che il mondo sia caos, né tanto meno che la storia umana sia il regno dell’anarchia. Voglio, invece, fissare l’attenzione su di un fattore che, inadeguatamente considerato, altera tutta la percezione che abbiamo della vita e delle cose.

L’imprevisto fa parte normalmente della dinamica dei fatti e costituisce il tessuto ontologico della realtà. Quel che noi sappiamo, quel che noi progettiamo, quel che noi immaginiamo è tanto e nient’affatto irrilevante, ma ciò che c’è, ciò che accade e può accadere è sempre di più. Riconoscere il carattere “ordinario” dello “straordinario”, tuttavia, non significa abdicare alla responsabilità di noi uomini “fuorusciti dallo stato di minorità”, per dirla alla Kant, ma semplicemente essere realisti, rinunciando a quel delirio di onnipotenza che ci fa gridare allo scandalo se qualcosa non va secondo le nostre previsioni, sempre alla affannosa ricerca di colpevoli d’ogni specie e in ogni caso. Tra fatalismo giustificatorio e megalomania prometeica c’è un abisso.

In ogni caso non c’è nulla di più razionale e sensato che imparare da ciò che succede, anche se quel che succede non corrisponde alle nostre vedute.

A questo proposito è bene sottolineare che il progresso, in ogni campo, si sarebbe arrestato se non ci fossero stati uomini disposti ad imparare dall’accaduto, ad affermare il primato del fatto sul pensiero. Non è difficile capire come in tutta la storia dell’umana cultura ogni scoperta sia stata il risultato di un accadimento che si è imposto su quello che già si riteneva concreto e vero; ma questa “saggezza” vale anche nel campo dell’evoluzione delle diverse civiltà: diversi storici, ad esempio, esaltano come segno di grandezza dei romani la loro capacità di imparare di più dalle loro sconfitte che dalle vittorie. Del resto, lo storico inglese D. Landes lega la decadenza di tre grandi imperi, quello cinese, quello Moghul e quello turco ottomano alla loro presuntuosa chiusura, frutto di un’autosufficienza non disposta a farsi correggere da nulla. Nel campo della filosofia della scienza la teoria “falsificazionista” di K. Popper afferma che una asserzione è scientifica solo nella misura in cui è aperta alla contestazione di nuovi fatti che sopravvengono. E’ evidente che non si scarta una teoria in nome di elucubrazioni o in assenza di fatti rilevanti; ma tale criterio popperiano rappresenta oggidì il cuore del metodo scientifico.

 2. Che cosa ha a che fare il tema dell’imprevisto con l’insegnamento della storia?

2.1. La risposta può essere meglio impostata e compresa all’interno di un problema più ampio e radicalmente decisivo per l’educazione dei giovani. Partiamo da una ipotesi di lettura della situazione in cui versano le nuove generazioni. Qual è il problema dei problemi dei giovani d’oggi? Il rapporto con la realtà. Nel senso che tale rapporto è totalmente alterato fino al punto che, per un ragazzo, normalmente la realtà è ridotta a “ciò che sento, penso, immagino, desidero …”: siamo precipitati in un ultrasoggetivismo di massa!

Il reale, l’oggetto (l’essere!) coincide con il rimasuglio, o con la versione che il soggetto stabilisce. Ora è altrettanto evidente che tale mentalità non è frutto di una rivolta o di una fuga dalla realtà delle masse giovanili, soprattutto perché essa appartiene agli adulti prima che ai ragazzi. Ed è frutto di un lungo percorso della storia occidentale che occorrerebbe ricostruire, ma che, in sintesi, si può riassumere ed individuare nell’assunzione da parte del pensiero di un primato esorbitante nei confronti dell’oggetto, delle cose.

2.2. La modernità, fatta convenzionalmente iniziare col cogito cartesiano, è l’età che vede crescere ed affermarsi la centralità del soggetto nelle vicende storiche. Tale crescita ha portato con sé la risignificazione e la trasformazione di tutte le categorie qualificanti l’essere umano: la ragione, la libertà, l’affettività, la sua dimensione sociale e politica.

Paradossalmente, attraverso fasi che non è il caso qui di svolgere tematicamente, si è passati dalla persuasione di avere in mano tutte le chiavi per possedere razionalmente il reale (fino alla vigilia della Prima guerra mondiale) ad un momento di crisi profonda della ragione (il ‘900 con l’affermarsi della “ragione debole”). Il famoso aforisma di Nietzsche: “Non esistono fatti, ma solo interpretazioni” preludeva già ad un orizzonte in cui la mente è destinata a cedere alle possibilità contraddittorie che ogni argomentazione “vera” presenta e a naufragare nell’oceano delle opinioni, sostenute ed imposte magari con ogni tipo di forza, ma sempre più lontane da una ormai irraggiungibile “verità”. Il campo delle vicende umane diventa stabilmente il terreno di un conflitto di interpretazioni, che si può e si deve democraticamente organizzare, ma che resta proibito per   chi cerca con passione la verità, sforzo ormai considerato vano, inutile se non addirittura pericoloso e da combattere. Che poi i poteri forti siano riusciti e riescano ad omologare e a guidare le menti ed i comportamenti di intere società è altrettanto vero; ma ciò non solo non esclude, ma rende ancora più problematico lo stato di “debolezza” di rapporto con la realtà dei giovani.

Non si tratta di ripetere il solito ritornello sul relativismo, né di sognare con nostalgia un’età passata in cui tutto era chiaro, sicuro e solido. Il problema è molto più semplice e drammatico: attraverso una singolare eterogenesi dei fini, quella che era stata salutata come l’età degli uomini maturi, reduci pentiti e rinsaviti dalle tragedie dei totalitarismi e delle guerre, il tempo  delle generazioni che finalmente erano  uscite indenni perfino dalle tenaglie degli schemi delle grandi e tragiche ideologie contrapposte della guerra fredda,  sta vedendo la proliferazione di massa di menti giovani che, come profetizzò H. Arendt “ non sanno più distinguere il vero dal falso, il reale dall’irreale”; il che non è problema da poco , dal momento che l’illustre filosofa attribuiva tali caratteristiche ad un  soggetto umano  pronto e adatto per un regime totalitario !

Al di là di un’ulteriore analisi del fenomeno e dei fattori che lo hanno sviluppato fino alla abnorme situazione attuale, resta il dato di fatto: un giovane, oggi, di solito riduce tendenzialmente la realtà alla sua misura soggettiva, legata allo stato d’animo, alla voglia, alla decisione del momento. Questo almeno come “corredo di mentalità” che si porta addosso, suo malgrado.

2.3) Ritorniamo alla domanda iniziale: cosa c’entra l’insegnamento della storia col tema dell’imprevisto e quest’ultimo, adeguatamente compreso, può servire ad una inversione di rotta nella formazione giovanile?

La domanda ha una portata enorme e non è facile svolgere tutte le implicazioni che essa può avere sul piano contenutistico e metodologico; qualcosa si può accennare.

Il determinismo causale che impera in certi manuali, di qualunque genere siano ritenute le cause, certamente contribuisce ad inoculare nella mente dei ragazzi la convinzione che la storia, sostanzialmente, sia un processo di cui noi siamo e saremo gli artefici e gli interpreti assoluti. Oltre a non educare al peso che il fattore libertà detiene nelle vicende grandi e piccole, tale determinismo non comprende la dinamica profonda che sottende a tutti gli eventi.

Riprendiamo il concetto di imprevisto considerandone i molteplici significati possibili:

Può essere un “caso” (Francesco Ferdinando d’Asburgo che dopo aver scampato il primo attentato decide di tornare a vedere i feriti, passando solo per caso davanti a Gavrilo Princip)

L’eterogenesi dei fini: un certo progetto sfocia in conseguenze non previste, né auspicate (come in tante rivoluzioni)

L’apparizione di certi personaggi che cambiano il corso prevalente degli eventi (Giovanna d’Arco nella guerra dei Cent’anni)

Questa varietà di aspetti dell’imprevisto, ulteriormente arricchibile, è utile per capire i limiti di un certo razionalismo che fa confusione tra la storia mentre accade (evento storico) e la storia in quanto ricostruzione a posteriori (storiografia) pretendendo che nessi e ragioni della ricostruzione storiografica  abbiano una cogenza necessitante nel momento del loro accadere, togliendo di mezzo il ruolo del caso, dell’imperfezione e  della stessa libertà,  eliminando dalla visione della storia, in sintesi, la categoria della possibilità.

A tal proposito la libertà del soggetto umano è ciò che apre la realtà al possibile, rompendo meccanismi e previsioni, come, in modo emblematico, testimoniano certe figure di santi o di uomini straordinari come Gandhi. Essi agiscono spesso con criteri imprevedibili, che si discostano dalla logica comune, anche se è davvero impressionante l’ostinazione con cui tanti storici si affannano a far rientrare le loro motivazioni e i loro gesti in una strategia più comprensibile. Hanno cambiato la storia, ma spesso a partire da micro-cambiamenti apparentemente insignificanti. Senza scomodare i santi, basterebbe pensare al gesto del ragazzo cinese che si pone davanti alla fila dei carri armati cinesi in piazza Tienanmen o a tutti gli innumerevoli e sconosciuti verdurai che, come nell’apologo di Havel, si rifiutano di continuare ad esporre gli slogan del partito al potere insieme alla frutta e verdura.

Anche la storia delle nazioni è piena di imprevisti: basti pensare al movimento di Solidarnosc, nato in circostanze decisamente sfavorevoli, o alla decisione dei popoli ceco e slovacco di separarsi senza cruenti conflitti grazie anche alla mediazione del Presidente Havel; o, come ha segnalato una lettera anonima dal Myanmar, la protesta fino al martirio dei giovani di quel martoriato paese, giovani che, scrive l’anonimo cronista, apparivano come  una generazione perduta nel nulla consumistico agli occhi degli adulti.

 Se il fattore “libertà” esalta il lato soggettivo della questione, l’imprevisto riguarda la dimensione oggettiva dei processi fattuali. Educare a tale dimensione, aiutando a cogliere le “rotture” che normalmente accadono nello svolgersi dei fenomeni, anche grazie alla libertà, può formare una sensibilità aperta al riconoscimento del primato del fatto sul pensiero, di ciò che accade rispetto a quel che noi abbiamo stabilito che debba accadere. In ultima analisi, al primato dell’oggetto sul soggetto.

In questo potrebbe consistere uno degli aspetti della funzione educativa che l’insegnamento della storia potrebbe avere nei confronti di generazioni ammalate di iper-soggettivismo.

È chiaro che non si vuole deprimere il soggetto, o sottovalutare la capacità ed il compito che la ragione ha di rendere pensabile il reale, misconoscendo in tal modo la portata fondamentale che la centralità del soggetto garantisce per il bene dell’uomo. Il problema è un altro: che cosa ci può liberare dalla gabbia che noi stessi ci siamo costruiti esaltando in modo ipertrofico la nostra presa sulla realtà, fino a ridurla, teoricamente e praticamente, a “materia” informe delle nostre performances? Tale delirio prometeico, che sembra rappresentare una certa mentalità dominante, ha generato, in modo tragicamente paradossale, quella riduzione del reale al sentire pulsionale dell’io che devasta la vita e le relazioni di milioni di giovani. Due lati opposti della stessa medaglia, ma con una radice comune: una volontà di potenza, di dominio incapace di rispettare il mistero totale ed ultimo di tutte le cose. Volontà di potenza che, ripetiamo, si manifesta nel titanismo razionalista e nel suo opposto apparente dell’emozionalismo tipico delle nuove generazioni

Educare alla dimensione del mistero non significa cedere ad un irrazionalismo pseudo religioso, ma alla vera religiosità che consiste nel riconoscimento dell’incommensurabilità del reale, tanto più di quel pezzo di realtà che è l’uomo, alle nostre misure, atto supremo della ragione di fronte alla dignità di ogni individuo, riconoscimento del carattere indistruttibile, non manipolabile del tutto da parte di qualsiasi potere, delle esigenze che ne costituiscono l’assetto naturale ultimo. Esigenze di verità, di giustizia, di libertà, di significato che continuano ad “esplodere” lungo il corso della storia muovendo individui e popoli e che, adeguatamente comprese e presentate, aprono ad una visione plastica della storia, non imbalsamata in determinismi schematici e rappresentano la fonte permanente degli imprevisti più significativi.

L’imprevisto, in sintesi, rappresenta la rivalsa testarda della realtà, la sua irriducibilità agli schemi dentro cui la si vorrebbe inquadrare e pietrificare. Per questo è materia preziosa da trattare con riguardo, accortezza e speranza.

 Un insegnamento della storia che lo tiene in seria considerazione, sia nella formulazione dei contenuti che nei modi di trasmissione di essi, può contribuire ad una visione della realtà che restituisca a quest’ultima la sua “precedenza”, la sua capacità di sorprenderci con la sua ricchezza eccedente le nostre risposte preconfezionate, aiutando i giovani ad uscire fuori da quel narcisismo che li priva della possibilità di godere delle cose nella loro interezza, varietà e profondità.

È auspicabile che tale metodo di costruzione e di insegnamento della storia non si limiti a qualche esempio sporadico ed isolato, ma che si possa sviluppare ed allargare come concezione e prassi ordinaria per coloro che sono chiamati a lavorare nel campo di questa disciplina.

 

 Bibliografia:

S. Kierkegaard, Aut aut, Mondadori, Milano 1956.

F. Braudel, Scritti sulla storia, Mondadori, Milano 1989, pp. 34-53.

I. Kant, Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, UTET, Torino 1956, pp.141-49.

David S. Landes, La ricchezza e la povertà delle nazioni, Garzanti, Milano 2002.

K. Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 2010.

V. Havel, Il potere dei senza potere, Itaca, Faenza 2013.

IL SUSSIDIARIO

 


sabato 17 marzo 2012

I VALORI DEGLI ITALIANI

Famiglia, gusto per la qualità della vita, religiosità, amore per il bello, rispetto degli altri: i valori per vivere meglio insieme. Dopo il ciclo dell’individualismo, la riscoperta delle relazioni
Ecco il comunicato stampa del CENSIS che evidenzia i  principali risultati della ricerca «I valori degli italiani» realizzata dal Censis nell’ambito delle attività per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia
ITALIANI, INDIVIDUALISTI PENTITI
– I più importanti valori che oggi accomunano gli italiani sono il senso della famiglia (indicato dal 65% dei cittadini), il gusto per la qualità della vita (25%), la tradizione religiosa (21%) e l’amore per il bello (20%). La voglia di essere padroni della propria vita, lo slancio delle ambizioni personali, il bisogno di auto-affermarsi, di inventare il proprio destino e di soddisfare i propri desideri, sono stati i valori che hanno caratterizzato la nostra storia recente e su cui si è costruito lo sviluppo del Paese dagli anni ’50 in poi. La spinta individualista ha liberato enormi energie, ha favorito la crescita di un sistema produttivo fatto di centinaia di migliaia di imprese e ha sostenuto la vitalità di un mercato capace di esprimere sempre nuove domande. Oggi quello sviluppo sembra progressivamente rallentare, la moltiplicazione dei soggetti ha portato a uno sfarinamento delle capacità decisionali nelle questioni di interesse collettivo e l’autonomia dei comportamenti è sfociata in forme di disagio antropologico. Per il futuro, i valori che faranno l’Italia e gli italiani sembrano poggiare sempre meno sulla rivendicazione dell’autonomia personale e sempre più sulla riscoperta dell’altro, sulla relazione e la responsabilità. Sono valori che in questa fase fanno emergere scintille di speranza che vanno però alimentate e potenziate, affinché possano diventare un nuovo motore di crescita socio-economica e civile del Paese.
Il senso della famiglia. Perno della comunità nazionale è la famiglia, anzi i diversi «format familiari», visto che nel periodo 2000-2010 sono diminuite le coppie coniugate con figli (-739mila), mentre sono aumentate le coppie non sposate con figli (+274mila) e le famiglie con un solo genitore (+345mila). Nel periodo 1998-2009 sono aumentate le unioni libere (+541mila, arrivando in totale a 881mila) che, inclusi i figli, coinvolgono oltre 2,5 milioni di persone. E sono complessivamente 5,9 milioni gli italiani che hanno sperimentato nella loro vita una forma di convivenza libera. Le famiglie ricostituite (formate da partner con un matrimonio alle spalle) sono diventate 1.070.000. Quelle ricostituite coniugate sono aumentate di 252mila unità, arrivando in totale a 629mila. Le diverse modalità concrete di essere famiglia rispondono al bisogno crescente di avere una relazionalità significativa. Più del 90% degli italiani si dichiara soddisfatto delle relazioni familiari. Anche se ci si sposa meno (tra il 2000 e il 2010 i matrimoni sono diminuiti del 23,7%: 67.334 in meno), all’unione matrimoniale è ancora riconosciuto un valore importante: il 76% degli italiani è convinto che sia una regola da rispettare e il 54% ritiene che garantisca maggiore solidità alla coppia.
Il gusto per la qualità della vita. Altra forza che genera coesione dell’individualismo italiano è l’orgoglio di appartenere al Paese del buon vivere. Il 56% dei cittadini è convinto che l’Italia sia il Paese al mondo dove si vive complessivamente meglio. Molto staccati gli altri Paesi europei, gli Stati Uniti e l’Australia. Italiani non più esterofili, quindi, ma orgogliosi di essere l’eccellenza del buon vivere. Anche se in futuro avessero la possibilità di andarsene dall’Italia, due terzi dei cittadini (66%) non lo farebbero in nessun caso.
La tradizione religiosa. L’82% degli italiani pensa che esiste una sfera trascendente o spirituale che va oltre la realtà materiale. Di questi, il 66% si dichiara credente e il 16% lo pensa anche se non si dichiara osservante. Ma due terzi degli italiani di fatto non entrano mai nei luoghi di culto, e solo un terzo vi si reca una o più volte alla settimana per partecipare alle funzioni religiose.
L’amore per il bello. Il 70% degli italiani è convinto che vivere in un posto bello aiuta a diventare persone migliori. Crede quindi che ci sia un legame tra etica ed estetica, e che la bellezza abbia anche una funzione educativa. Il 41% pensa che le meraviglie del nostro Paese possano essere la molla che ci farà ripartire.
Rallenta la spinta acquisitiva. Il consumismo attrae meno, visto che il 57% degli italiani pensa che, al di là dei concreti problemi di reddito, nella propria famiglia il desiderio di consumare è meno intenso rispetto a qualche anno fa. Il 51% crede che, anche in questa fase di crisi, nella propria famiglia si potrebbe consumare di meno tagliando eccessi e sprechi. In maggioranza gli italiani (45%) pensano che devono conservare quello che hanno, piuttosto che puntare ad avere di più (29%).
Di quali valori avranno più bisogno in futuro gli italiani per stare meglio insieme? Moralità e onestà (55,5%), rispetto per gli altri (53,5%) e solidarietà (33,5%) sono i valori considerati necessari per migliorare la convivenza sociale in Italia. Non è un generico richiamo al merito o all’autonomia individuale, quindi, ma il lento, difficile, sofferto, condiviso impegno collettivo in una diversa quotidianità dei rapporti fatta di maggiore rispetto e attenzione per gli altri.
È ora di darsi una regolata. Stanchi delle forme più estreme e sregolate di individualismo e trasgressione, negli italiani è scattato il riflesso «law and order». L’89% dei cittadini vorrebbe misure più severe contro le droghe pesanti, l’87% le ritiene auspicabili per contrastare i fenomeni legati alla guida pericolosa, il 76% nei confronti dell’abuso di alcol, il 74% verso le droghe leggere, il 71,5% nei confronti della prostituzione. La deriva restrittiva è meno intensa, ma comunque presente, nei confronti dei fumatori (il 52% vorrebbe provvedimenti più stringenti) e di chi mangia cibi ipercalorici che causano l’obesità (47%).
Cosa viene dopo il soggettivismo. La crisi del soggettivismo ha generato dunque due pulsioni. La prima è l’apertura all’altro, la riscoperta del valore delle relazioni, convinti che ci possiamo salvare solo tutti insieme. La seconda è un emotivo approccio restrittivo verso le passate sregolatezze dell’individualismo. Ma nessuna pedagogia calata dall’alto potrà fare i nuovi italiani: nessuna etica eterodiretta, tesa a rieducare i cittadini a comportamenti virtuosi, innescherà un nuovo ciclo di sviluppo civile e sociale.

Leggi: VALORI CHE CI UNISCONO E CI SERVONO
         
            MAESTRI O MODELLI AI QUALI CI ISPIRIAMO
Famiglia e buone relazioni portano maggiore felicità! Leggi:FAMILISMO MORALE