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lunedì 4 maggio 2026

SINNER, L'ITALO-AUSTRIACO

 


LA SOSTITUZIONE ETNICA

Una questione aleggia, indirettamente, in molte affermazioni che riguardano Jannik Sinner. E’ davvero un tennista italiano? La domanda si rafforza se guardiamo alla identità italiana con gli occhiali della ideologia che si colloca, apertamente, nelle parole di non pochi leaders politici: essi fanno della “difesa della nazione”, della “remigrazione”, della paura della “sostituzione etnica” una bandiera, persino nel nome stesso del partito (come Fratelli d’Italia). Rispetto ai “fratelli d’Italia” che si riconoscono solo nel “carattere nazionale”, Sinner sembra un marziano. Anche giornalisti ingenui, o senza scrupoli, hanno scritto diversi articoli sulla “non italianità” di Sinner. Sinner nei modi, come nelle parole, come nel suo stesso nome, non sembra italiano. Sembra piuttosto un caso palese di “sostituzione etnica”. 

di Andrea Grillo

Per capire meglio questa perplessità, spesso interessata, bisogna riflettere su un dato rimosso. Se per conseguire la cittadinanza italiana è ragionevole richiedere una certa conoscenza della lingua italiana, bisogna tuttavia ammettere che ci sono cittadini italiani che non sono di “lingua madre” italiana. Se si chiamano Abdul, Liam, Ruud o Joao è perché, molto spesso, non hanno l’italiano come lingua madre. Jannik Sinner è tra questi italiani, di lingua madre non italiana (ma, nel suo caso, tedesca). Il suo è il caso particolare di una parte della nazione italiana, come la Val Pusteria, in cui più del 98% dei cittadini italiani è di madre lingua tedesca. Questo accade, in quella parte di Italia, dal momento in cui il Sud Tirolo è diventato Alto Adige. Si deve notare la sottile ironia con cui Sinner è per gli austriaci un uomo del sud, mentre per gli Italiani è un uomo dell’estremo nord. Ma quello che conta è che ci siano italiani che non hanno la lingua italiana come lingua madre. 

 Questo non dovrebbe sorprendere chi ha un minimo di memoria storica. 

Certamente la lingua italiana è uno dei fattori storici di unificazione della nazione. Ma non nelle forme che immaginiamo. Italiani, ma non di madre lingua italiana, si trovano alla radice della nostra storia istituzionale. Per fare solo due esempi: Camillo Benso Conte di Cavour e Vittorio Emanuele II non avevano l’italiano come lingua madre, ma il francese

 Ecco dunque un primo aspetto interessante: ci sono italiani che parlano e pensano primariamente in una lingua diversa dall’italiano. Parlare e pensare in un’altra lingua significa portare, nella esperienza dello Stato italiano, altre visioni del mondo, altre concezioni, altre rappresentazioni, altri ideali. Quello che accade oggi, pubblicamente, di fronte al talento di Jannik Sinner, dovrebbe diventare una sorta di esempio di ciò che può capitare in ogni settore, anche molto meno famoso ed esposto dello sport. 

Dovremmo ammettere, senza riserve, che il “fenomeno Sinner” è stato possibile grazie alla “ibridazione” italo-germanica, o, meglio, germano-italica. Che cosa accade ad un ragazzo, di lingua madre tedesca, che entra nel mondo in un contesto italiano? Che è costretto, dalla nazione in cui vive, a tenere insieme una lingua madre tedesca con una lingua comune italiana? 

Fin dall’inizio della parte “pubblica” della sua carriera, era chiaro che Jannik, o Gianni, portava nello sport un senso della dedizione, un equilibrio nella comunicazione e una rigorosa attenzione al lavoro che viene, in larga parte dalla tradizione tedesca. Se sei italiano, appartieni alla tradizione italiana. Ma se parli e pensi anzitutto in tedesco, appartieni alla cultura germanofona. Nel misterioso equilibrio che questa condizione sa generare in alcuni, si può vedere, quasi in ogni tratto della azione o della parola, la traccia di questa sintesi nuova, che sarebbe difficile sia ad un “tutto italiano”, sia a un “tutto austriaco”. La “impurità” istituzionale di Sinner, il suo essere “italiano di lingua madre tedesca” è una componente decisiva del suo stile e del suo successo. 

Che cosa insegna a tutti, questa vicenda? Che non dobbiamo aver paura delle ibridazioni, delle mescolanze, delle impurità. Questo vale sempre, ma in modo particolare sul piano istituzionale. Ogni forma di discredito verso le identità composite, che viene spesso dal discorso politico sulla purezza, sulla italianità, sulla difesa dallo straniero, sul sospetto verso il diverso, dovrebbe riconoscersi qui come un chiaro esempio di accecamento. Lo stereotipo dell’italiano è un danno per tutti: per gli italiani che così si semplificano troppo, e per gli stranieri, che non capiscono la verità. Una “fratellanza” italiana è possibile solo accettando che le “lingue madri” sono molte, anche nell’ambito dello stesso ambito italiano. Le regioni di Italia sono, da questo punto di vista, una riserva di diversità preziosa e da coltivare. Fare in modo che in ogni cittadino italiano resti una differenza tra “lingua madre” e “lingua comune” è una riserva di senso e di cittadinanza preziosa. 

Per questo è bello chiamare Jannik con la sua italianizzazione Gianni (che non è molto diversa da come gli spagnoli pronunciano Jannik, ossia Giannik). D’altra parte è bello notare quanto spesso Jannik, parlando italiano, lascia trasparire che sta traducendo dal tedesco. Il suo è non di rado “italiano di traduzione”. Si sente che il suo parlare italofono non è “primario”, ma “secondario”. Ma questo non si può cambiare, Le lingue sono “forme del mondo”, ossia danno forma al mondo. La lingua sovraintende non solo a tutto ciò che diciamo, ma anche a tutto ciò che facciamo. Per ogni cittadino italiano questo è ciò che dovremmo sempre ricordare: la sua lingua madre contribuisce alla costruzione della cultura italiana. Il tedesco che Jannik ha nel cuore organizza la sua giornata, imposta il modo con cui risponde di dritto o di rovescio, in cui avanza o retrocede nel campo. La correlazione tra prima lingua e seconda lingua ricostruisce la sua identità. Che è italiana in forma composita e perciò originale. La fratellanza italiana vive di queste diversità costitutive. Chi cerca di negarle, chi ne ha paura, chi preferisce puntare su una “normalità uniforme” e dice che “per Jannik un italiano fatica a tifare” ha paura della storia e può convincere per qualche attimo, ma sarà sconfitto dal cammino civile e sociale, che non sopporta confini angusti. 

Il campione italiano con nome e profilo austriaco è una bella metafora della “composizione sociale” che l’Italia sta vivendo da molti decenni. La sordità arrogante di alcune istituzioni non riesce ad appassionarsi per Jannik Sinner, perché sente che sconvolge uno stereotipo troppo importante per coloro che vogliono fermare la storia, chiudere le frontiere, stabilire blocchi navali, reggere lo strascico ad ogni nazionalismo. Sinner è la smentita di ogni nazionalismo, essendo la figura vivente di una ibridazione da cui viene fuori un nuovo modello di sportivo e di cittadino. Sinner è un esempio di “apprendimento sociale”. Questo vale per ogni cittadino la cui lingua madre non si identifica con la lingua comune: ogni istituzione che non capisca il valore delle lingue-madri per la lingua comune lavora contro se stessa. Una “fratellanza italiana” inizia necessariamente da questa diversità, che non si deve solo tollerare, ma ammirare, incentivare e imitare. La “sostituzione etnica” non è altro che la storia dei popoli, una grande carovana in cui ci si mescola in un apprendimento continuo. Ma, come diceva un Cardinale, quando la carovana parte, i cani abbaiano. 

Alzogliocchiversoilcielo

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venerdì 14 marzo 2025

STORIA. QUALE IDENTITA' ?

 


“La storia a scuola diventa collezione di fiabe patriottiche”: la rete per la storia della Resistenza contro le Indicazioni nazionali

L'Istituto Parri: "Si privilegiano fatti e figure eroiche funzionali a un racconto edificante della nazione, a scapito di un’analisi critica dei processi storici"

 

“Con le nuove Indicazioni la storia diventa propaganda, strumento di assimilazione culturale e di autocelebrazione nazionale”.“La storia a scuola diventa collezione di fiabe patriottiche”: la rete per la storia della Resistenza contro le Indicazioni nazionali

L'Istituto Parri: "Si privilegiano fatti e figure eroiche funzionali a un racconto edificante della nazione, a scapito di un’analisi critica dei processi storici"

di Alex Corlazzoli

 “Con le nuove Indicazioni la storia diventa propaganda, strumento di assimilazione culturale e di autocelebrazione nazionale”. A bocciare il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e il lavoro fatto dalla Commissione capitanata dalla pedagogista Loredana Perla, è l’istituto nazionale Ferruccio Parri, ovvero la rete degli istituti per la storia della resistenza e dell’età contemporanea. 

A fare un’analisi dettagliata delle novità, pubblicate dal ministero sul suo sito, sono il presidente Paolo Corsini, la direttrice Sara Zanisi e gli organi dirigenti del Parri. La parola più blanda che usano per bollare il nuovo provvedimento è “preoccupazione”.  

Visone storiografica e metodologica

Nel comunicato inviato oggi alle redazioni non risparmiano le critiche: “Il documento ministeriale propone cambiamenti che rappresentano un evidente passo indietro sia sul piano della visione storiografica sia su quello metodologico. In particolare, l’Istituto rileva e denuncia una ridefinizione del curricolo attorno a un’idea di nazione ormai ampiamente superata dalla ricerca storica contemporanea; la presenza di distorsioni storiografiche che semplificano e falsano la comprensione del passato e, infine, un arretramento delle metodologie didattiche verso un modello nozionistico e trasmissivo, in contrasto con le pratiche innovative ormai consolidate nella didattica della storia”.

L’identità nazionale

Per gli storici del Parri la questione numero uno è proprio quella dell’identità nazionale: “Questa impostazione – citano i vertici dell’istituto – corre il rischio di riproporre una visione nazionalista della storia che la storiografia contemporanea ha ampiamente superato da decenni. Una simile prospettiva risulta anacronistica e riduttiva in un’epoca di conoscenze storiche sempre più aperte alle relazioni sovranazionali e globali”. Gli esperti hanno mal digerito i riferimenti fatti da Valditara e dalla Commissione a determinati libri: “Si privilegiano fatti e figure eroiche funzionali a un racconto edificante della nazione, a scapito di un’analisi critica dei processi storici.

Emblematico è il suggerimento di proporre già ai bambini di 7-8 anni “Racconti del Risorgimento”, cioè episodi e personaggi dell’unità d’Italia (gli incarcerati nello Spielberg, le cinque giornate di Milano, i martiri di Belfiore, La piccola vedetta lombarda, Anita Garibaldi, i Mille. 

Quale didattica?

La storia diventa una collezione di fiabe patriottiche volte a creare il buon italiano”. Ma non solo. “L’aspetto forse più allarmante – precisano – delle nuove indicazioni è il ritorno a metodologie didattiche superate, improntate al nozionismo e alla trasmissione passiva dei contenuti. Viene esplicitamente ribadita la centralità di “che cosa si insegna” rispetto a “come si insegna”, in aperta controtendenza rispetto alla didattica per competenze degli ultimi decenni”. Tradotto: d’ora in poi si studiano fatti, date, personaggi. 

Infine, la richiesta al ministro di fare un passo indietro: “Lo invitiamo a rivedere criticamente queste Indicazioni prima della loro eventuale adozione e ribadisce che l’insegnamento della storia deve rimanere ancorato al rigore scientifico e a metodologie didattiche sperimentate, orientate a formare cittadini e cittadine critici e consapevoli”.

Il Fatto Quotidiano

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martedì 18 febbraio 2025

INDICAZIONI NAZIONALI. LA TERRA DEI PADRI


 
Nuove Indicazioni Nazionali, Perla in Commissione: 

“Prima l’Italia poi il resto. 


Cos’è la scuola senza Iliade e Odissea?”

 

Loredana Perla, la docente di Didattica e Pedagogia Speciale presso l’Università di Bari Aldo Moro, ha presieduto assieme Ernesto Galli La Loggia, la Commissione per la revisione della didattica incaricata di dare vita alle nuove Indicazioni Nazionali per il primo ciclo dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.

 La professoressa, intervistata da Il Fatto Quotidiano, come riporta Open ha definito la Bibbia “come libro dei libri”, nonché “fonte di tutta la nostra letteratura”. “I nostri insegnanti sono bravissimi, riusciranno a scegliere per ogni anno di età parti e spunti significativi. Internet ha fatto un danno enorme alla cultura del sapere classico, la tecnologia produce scritture alternative e sfibra la memoria”.

La docente sostiene che “da un punto di vista culturale, essere patrioti, conoscere cioè la terra dei padri, è un’aspirazione che dovrebbe coinvolgere tutti”. Anche per questo “secondo noi va rinnovato un patto con la cultura classica, aiutato lo studente a riconoscere e studiare la grande letteratura, l’epica. Che cos’è la scuola senza l’Iliade e l’Odissea? Ci sono mille modi: anche i fumetti possono aiutare i nostri bimbi”. Bisogna conoscere “prima l’Italia, e poi il resto”.

Il progetto

Dopo oltre cento consultazioni con associazioni di genitori, di categoria e comitati studenteschi, la Commissione chiamata a sostenere il ministero nella stesura dei nuovi programmi ha dato corpo al progetto. La presenza nella Commissione di personalità quali Uto Ughi e di Flavia Vallone, solista e prima ballerina al Teatro alla Scala, dimostra fin dall’inizio dei lavori di preparazione l’idea di valorizzare lo studio della musica e dell’arte.

“Diciamo che prendiamo il meglio della nostra tradizione per una scuola capace di costruire il futuro. Ma vorrei precisare che la commissione da me incaricata, che ha già fatto oltre cento audizioni, ha svolto un lavoro capillare e approfondito, su cui avvieremo un ampio confronto”, ha esordito il ministro.

Ecco le varie novità: “Abbiamo disegnato il cammino di bambini ed adolescenti dai 3 ai 14 anni, insomma il percorso dall’infanzia alle medie. Ma stiamo lavorando anche per le superiori. E introduciamo molte innovazioni. Cominciando dall’Italiano. Ma non solo: verrà reintrodotta la possibilità di inserire il latino nel curricolo a partire dalla seconda media, verrà abolita la geostoria nelle superiori e ridata centralità alla narrazione di quel che è accaduto nella nostra penisola dai tempi antichi fino ad oggi. E poi, fra le tante novità, sin dalla prima elementare avvicineremo i bambini alla musica, alla sua comprensione, alla civiltà musicale. Per questo fra gli esperti che hanno lavorato in questi mesi ci sono storici come Ernesto Galli della Loggia, latinisti come Andrea Balbo, il presidente emerito dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini, letterati come Claudio Giunta, musicisti celeberrimi come Uto Ughi e figure di spicco del mondo artistico”.

Il latino alle medie sarà ancora a scelta delle famiglie ma diventerà curricolare (un’ora a settimana dalla seconda media).

“Sarà dato più spazio alla letteratura, anche dell’infanzia, e alla grammatica. L’insegnamento della letteratura sin dalla prima elementare, in modalità adeguata alla giovane età degli studenti, deve far sì che gli allievi prendano gusto alla lettura e imparino a scrivere bene. Si è scelto di rafforzare l’abilità di scrittura che è quella più in crisi delle abilità linguistiche”, ha aggiunto Valditara.

La lettura viene stimolata anche attraverso lo studio dell’epica che non comprende più solamente i poemi omerici e Virgilio. Il repertorio si amplia fino a comprendere la saga di Percy Jackson. Resta forte il richiamo ai classici per ragazzi (Verne, Stevenson) da leggere in classe nella versione integrale ma a essi si possono affiancare autori che oggi sanno raccogliere il favore del pubblico più giovane senza rinunciare alla qualità romanzesca e letteraria, come Stephen King.

Nella riforma la Storia acquista un ruolo fondamentale fin dalle prime classi delle elementari dove si incoraggia la lettura di testi dell’epica classica ma anche della Bibbia per rafforzare le conoscenze delle radici della nostra cultura.

Cosa cambierà?

In sintesi, le novità che Valditara intende portare avanti sono:

  • Possibilità di inserire il latino nel curricolo a partire dalla seconda media;
  • Abolita la geostoria nelle superiori;
  • Centralità alla narrazione di quel che è accaduto nella nostra penisola dai tempi antichi fino ad oggi;
  • Più musica, letteratura, epica, filastrocche e grammatica alla primaria.

 

Tecnica della scuola

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giovedì 2 gennaio 2025

IL CASO OPEN ARMS

  


La sentenza sul caso Open Arms: 

un amaro spartiacque



Il procuratore di Cagliari: chiudere i porti a dei disperati

 che fuggono da guerre, carestie e malnutrizioni

 non ha nulla a che fare con una seria lotta 

ai trafficanti di esseri umani


- di Luigi Patronaggio *

Lungi dal commentare una sentenza le cui motivazioni non sono state ancora depositate e nella quasi certezza che le motivazioni della stessa saranno sorrette, sia in punto di fatto che in diritto, da una loro intrinseca ed inappuntabile coerenza, ciò che mi spinge a scrivere queste righe – non senza esitazioni e nella piena consapevolezza di espormi a critiche e censure – è l’amara constatazione che il contrasto all’immigrazione clandestina a partire dal 20 dicembre scorso non sarà più lo stesso.

Non sarà più quello che, pur nella severità dei controlli dovuti per la sicurezza nazionale, ha contraddistinto l’Italia come un Paese di accoglienza rispettoso del diritto delle genti e del mare, dei trattati internazionali e della Costituzione repubblicana. Va ricordato, infatti, che la Costituzione, memore di essere stata l’Italia una terra di migranti e di perseguitati politici, afferma in modo netto il diritto di asilo e riconosce, come ripetutamente affermato dal Giudice delle Leggi, in determinate situazioni, la protezione umanitaria internazionale.

Questa amara considerazione non ha nulla a che vedere con le ragioni giuridiche che hanno spinto i giudici di Palermo, al termine di un processo che nonostante il clamore mediatico è stato celebrato secondo le regole del giusto processo e nel pieno rispetto dei diritti e delle prerogative dell’imputato, ad assolvere l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ma si fonda sull’uso distorto e propagandistico che di tale sentenza da più parti si sta operando.

La Corte costituzionale e la Corte di cassazione, in conformità alle pronunzie della Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno più volte affermato che il contrasto all’immigrazione clandestina non possa prescindere dal rispetto degli human rights, dei fondamentali diritti alla vita e alla salute, dal riconoscimento del diritto alla presentazione ed un serio esame di una istanza di asilo o di protezione umanitaria internazionale. Gli stessi giudici hanno affermato che il rispetto dei trattati internazionali, sottoscritti dall’Italia sul dovere di salvataggio in mare, prevale sulle indicazioni amministrative di contenimento dell’immigrazione clandestina. E ancora, più volte, è stato autorevolmente sentenziato che “porto sicuro” per i migranti che provengono dal mare non è un semplice posto dove essere messi in salvo, ma il luogo più vicino al punto di salvataggio dove gli stessi possono avere riconosciuti i loro diritti fondamentali, articolando con una valida assistenza legale le loro istanze di protezione internazionale e di asilo.

L’amarezza nasce invece dalla vulgata secondo cui, d’ora in poi, per difendere i confini nazionali sarebbe legittimo imporre fantasiosi quanto impraticabili blocchi navali, ordinare alle navi delle Ong di percorrere, dopo pericolosi e sfiancanti salvataggi in mare, migliaia di miglia nautiche per raggiungere un porto sicuro scelto dall’autorità nazionale secondo estroversi disegni elettoralistici del momento, negare ai migranti il diritto alla corrispondenza telefonica con i loro cari, imporre loro pesanti cauzioni in denaro, ritenere aprioristicamente senza una valida istruttoria, assistita e in contraddittorio fra le parti, che si provenga da un Paese ritenuto, con una sorta di presunzione iuris et de iure, “sicuro”, chiudendo loro le porte del Paese che pure riconosce un ampio diritto di asilo a chi fugge da persecuzioni, discriminazioni politiche, sociali, religiose, razziali o sessuali.

Queste mie amarezze non sono frutto della fantasia di un giurista di parte, che per sgombrare il campo non appartiene ad alcuna corrente o congrega, ma si fondano su diverse e ripetute sentenze della Corte costituzionale e della Corte di cassazione e sulle stesse prudenti parole del Presidente della Repubblica. Potrei in questa sede citare sentenze e numeri di repertorio ma a nulla varrebbe a fronte della forza mediatica del dispositivo di assoluzione della sentenza di Palermo.

Nel piatto di questa mia amarezza si potrebbe aggiungere che il fenomeno migratorio in Italia è in decrescita, non ha la virulenza di altri Paesi dell’Unione Europea e che, dati alla mano, non costituisce l’unico problema d’ordine pubblico del nostro Paese. Un Paese, l’Italia, che a parte le complesse problematiche delle periferie delle grandi città metropolitane, riesce ad assorbire i flussi migratori, a impiegare preziosa mano d’opera in settori produttivi poco appetibili ai sempre numericamente inferiori cittadini italiani e che ha bisogno dei contributi previdenziali dei lavoratori stranieri per garantire le pensioni alla popolazione nazionale che invecchia sempre più velocemente.

Una concreta politica sociale e di integrazione, peraltro, sarebbe in grado di contenere i riflessi negativi di una immigrazione irregolare molto più efficacemente dei denari spesi per le c.d. esternalizzazioni (leggasi trasferimento coatto dei migranti verso Paesi terzi) che non solo i giudici italiani ed europei hanno ritenuto illegittime ma che perfino la Supreme Court inglese ha ritenuto illegittima richiamandosi al principio di non-refoulement sancito dalla Convenzione di Ginevra e dalla Corte europea dei diritti umani.

Mi rendo conto, peraltro, quanto impopolari siano queste mie osservazioni, che hanno la forza del diritto e, mi sia permesso, anche la forza dell’etica politica, in un mondo che sempre più spesso usa un linguaggio violento che riprende temi che ritenevamo la storia avesse cancellato per sempre.

In un Occidente democratico, che ha posto le sue aspettative di pace post-belliche sulla Convenzione dei Diritti dell’Uomo e sulle altre Carte sovranazionali, sentire il più importante degli uomini politici statunitensi parlare impunemente di volere porre in essere «la più grande deportazione di massa» mette i brividi e ci riporta alla mente le composte file di ebrei, di oppositori politici, di zingari, di omossessuali, o soltanto di soggetti ritenuti diversi, avviati verso i campi di concentramento nazisti o verso i gulag sovietici.
Così come il giurista, già esperto di criminalità transnazionale, non può non sobbalzare quando, come in un volgare gioco di carte napoletane, si mischiano i temi del contenimento dell’immigrazione clandestina con quelli della lotta ai trafficanti di esseri umani.

Sia ben chiaro, infatti, che chiudere i porti a dei disperati che fuggono da guerre, carestie e malnutrizioni non ha nulla a che fare con una seria lotta ai trafficanti di esseri umani. I grandi criminali internazionali di essere umani non sono gli scafisti occasionali che ci vantiamo di arrestare nei “mattinali” delle Questure costiere, ma sono potenti delinquenti, spesso protetti da governi e milizie di oltremare, che operano con metodi violenti e spregiudicati. Sono criminali che muovono grandi rimesse di denaro, che corrompono autorità nazionali, che hanno reti di protezione internazionali e che non hanno nessuna remora a ricorrere a torture, stupri sistematici ed omicidi di massa ove ce ne fosse bisogno.

Eppure, su questo fronte non ho contezza di indagini internazionali, di rogatorie internazionali, di iniziative di Procure e Tribunali Internazionali e meno che mai mi sembra che siano state emanate leggi o direttive volte a rescindere accordi e intese con autorità estere impresentabili o, di contro, a promuovere accordi credibili ed autorevoli in tema di investigazioni comuni.
Di tutto questo avevo necessità di scrivere perché odio gli indifferenti e i mistificatori e perché, cosa più importante, continuo a credere nella forza del diritto sul diritto alla forza.

* Procuratore generale presso la Corte d’Appellodi Cagliari,già procuratore della Repubblica di Agrigento

 www.avvenire.it


venerdì 30 agosto 2024

PATRIA, NAZIONE, IDENTITA'



- di Antonio Longo

Viviamo tempi di cambiamento epocale, per dirla con Papa Francesco, che mettono in discussione concetti consolidati di appartenenza. Parole “forti” come identità e patria si confrontano con fatti che mettono in discussione antiche certezze.

Di fronte alla pandemia molti si sono sentiti contemporaneamente “genere umano” oltre che italiani, europei, americani o cinesi, Dipende da come è vissuta e affrontata la minaccia esterna. Se la risposta è “siamo tutti nella stessa barca” e vogliamo dare una risposta collettiva (ad esempio, con uno sforzo comune per finanziare la ricerca per il vaccino, come propose Ursula Von der Leyen) allora emerge l’idea che l’identità nazionale non è più esclusiva, ma che accanto ad essa ci può essere anche una “identità europea”, l’unità nella diversità.

Se invece la risposta è “prima i nostri”, come sta succedendo in America, allora si mettono in moto meccanismi politici e psicologici che tendono a delimitare in modo netto ed esclusivo le diverse identità nazionali, etniche e culturali.

È la risposta politica ai problemi che poi determina, nel lungo termine, i sentimenti di appartenenza di ciascuno. Se noi ci definiamo italiani, francesi o tedeschi è perché, dopo alterne vicende storiche, sono stati costruiti gli stati dell’Italia, della Francia o della Germania, prima dei quali ci definivamo semplicemente lombardi o siciliani, provenzali o alsaziani, bavaresi o prussiani. Aggiungendo poi che ci si identificava nella comune religione cristiana.

 La “nazione” è un’idea storica che nasce con l’affermazione di una forma stato specifica: lo stato-nazionale. Come tutte le affermazioni storiche ha un suo corso: all’inizio è progressivo perché consente di superare la frammentazione sociale ed economica delle precedenti formazioni feudali e di far nascere un’identità comune superiore tra gli individui. In seguito, quando si consolida e diventa “esclusiva” delle altre identità nazionali (o delle altre patrie) allora diventa un’idea regressiva: non è un caso se in nome della nazione si sono compiuti in Europa i più orrendi massacri della storia.

Abbiamo la fortuna di vivere il tempo in cui i concetti d’identità (e di patria) si vanno trasformando. L’integrazione sociale ed economica tra gli individui è sempre più in estensione, al di la degli stati-nazione. In Europa questa esperienza ha già creato una società europea de facto, con regole e istituzioni comuni in campo economico e politico.

 Tutto ciò modifica i concetti di identità, di patria e scopriamo di possedere tante identità diverse. Se siamo in Lombardia, magari ci dividiamo tra varesini, bergamaschi o bresciani; se siamo in Italia, ci dividiamo tra lombardi e campani o tra veneti e calabresi. Se siamo in Europa, tra italiani, tedeschi, spagnoli o polacchi. Ma se siamo in America scopriamo di sentirci Europei, quando siamo in Cina ci scopriamo occidentali. E infine, di fronte a problemi planetari quali la crisi ambientale o le pandemie ci scopriamo semplicemente ‘umani’.

Tante identità, tutte diverse, ma tutte valide. Se non le mettiamo in contrapposizione arricchiscono la nostra esperienza umana, anziché ridurla. E ci consentono di affrontare i problemi del Mondo – quelli che ormai decidono della nostra esistenza su questo pianeta – con una prospettiva diversa, quella della ricerca dell’unità, nella molteplicità delle nostre differenze. Dunque, ciascuno di noi possiede tante identità culturali, quante sono le esperienze di vita che percorre.

 Tutto ciò non può non riflettersi sul concetto di “patria”. I giovani della Rosa Bianca scrissero nei loro diari che la “patria è l’odore delle mele quando stai disteso nei campi”. Una patria che corrisponde alla terra del borgo natio, una piccola patria, ma che non impediva a loro, che auspicavano la sconfitta della “patria Germania” perché si era macchiata di cose orribili, di pensare ad una patria più grande, di immaginare che in Europa ci voleva “ein Staat der Staaten”, uno stato di stati, così chiamarono la federazione europea.

Un tempo erano le guerre a creare gli Stati e le Patrie. Il processo di unificazione europea sta creando, con la pace e la democrazia, il senso di appartenenza a una comunità di popoli, diversi, ma che possono essere uniti attraverso ciò che il filosofo e sociologo tedesco Juergen Habermas chiama il “patriottismo costituzionale”. 

È una costituzione materiale comune che crea, nel tempo, l’idea di una patria sovrannazionale.

 

Pubblicato da Il Lettore di VareseNews


ANNO NUOVO VITA NUOVA

 



Valore della patria, identità nazionale
rispetto per l’autorità degli insegnanti. 

Con l’inizio del nuovo anno scolastico, la ‘scuola dei talenti’ di Valditara prende forma. Diverse le novità, a partire dal potenziamento dell’educazione civica e dall’avvio della politica di integrazione degli studenti stranieri neoarrivati nel nostro Paese messa in campo dal ministro dell’Istruzione e del Merito. 

I primi a tornare in classe, il 5 settembre saranno gli studenti della Provincia autonoma di Bolzano e delle scuole dell’infanzia della Lombardia. Il 9 sarà il turno degli alunni della Provincia autonoma di Trento, l’11 di Friuli Venezia Giulia, Marche, Piemonte, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto, il 12 Campania, Lombardia, Sicilia, Molise e Sardegna. Il 16 settembre la campanella suonerà, infine, per gli studenti di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Puglia e Toscana.

 Calendario scolastico 2024/25: vacanze lunghe per Natale e super ponte per Pasqua e Primo maggio

 Integrazione degli alunni stranieri

"In un’epoca di forti migrazioni, solo una forte identità sui valori fondanti potrà consentire di accogliere, di integrare, senza creare società lacerate, disarticolate in una pluralità di ghetti dove ognuno rifiuta l’altro" e "il primo passo per l’integrazione – afferma Valditara – è indubbiamente l’apprendimento linguistico". 

A decorrere dall’anno 2024/2025, nelle scuole che registrano tassi di presenza di alunni stranieri, è previsto, ove necessario, l’avvio di attività di potenziamento didattico della lingua italiana in orario extracurricolare. 

Dal 2025/2026 nelle classi con almeno il 20% di studenti stranieri che si iscrivono per la prima volta al Sistema nazionale di istruzione e che non sono in possesso delle competenze linguistiche di base in lingua italiana, può essere disposta l’assegnazione di un docente dedicato all’insegnamento dell’italiano per stranieri.

 Una nuova concezione dell’educazione civica

Entreranno in vigore le Nuove Linee Guida per l’insegnamento dell’Educazione civica ispirate al concetto di ‘scuola costituzionale’. Al centro la "formazione alla coscienza di una comune identità italiana", lo sviluppo di una "cultura dei doveri", ma anche promozione della cultura d’impresa, educazione al contrasto di tutte le mafie e di tutte le forme di criminalità e illegalità, educazione al rispetto per tutti i beni pubblici, promozione della salute e di corretti stili di vita, educazione stradale, cultura del rispetto verso la donna, promozione dell’educazione finanziaria e assicurativa e all’uso etico del digitale.

Stop agli smartphone in classe

Confermato il divieto di utilizzo, anche a fini didattici, dello smartphone dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di primo grado, salvo i casi in cui l’uso sia previsto dal Piano educativo individualizzato o dal Piano didattico personalizzato. Pc e tablet potranno essere utilizzati per fini didattici, sotto la guida dei docenti.

 

Quotidiano net


domenica 2 giugno 2024

LA NOSTRA PATRIA EUROPA


 Europa, la sfida di tornare 

alle idee dei padri fondatori

 

 

-        - di Bruno Forte

 

L’approssimarsi delle elezioni al Parlamento europeo ripropone una domanda, alla quale si fatica a rispondere in maniera univoca: quale Europa vogliamo? Una breve memoria storica può aiutare a delineare una risposta, sia pur provvisoria: appena dopo la Prima guerra mondiale Oswald Spengler aveva usato la categoria di “tramonto” per evocare le tendenze dissolvitrici della modernità europea-occidentale, in cui le due anime del Faust, la tecnica e la tragica, si sarebbero polarizzate a scapito della seconda, con l’esito di ridurre l’uomo a oggetto e aprire la strada alla violenza, messa poi in atto dai sistemi ideologici (Il tramonto dell’Occidente). Hans Blumenberg aveva utilizzato la metafora del “naufragio” (Naufragio con spettatore) per descrivere la situazione prodotta dalla parabola della modernità, in cui ogni sicurezza sembra perduta e l’uomo è al tempo stesso naufrago e spettatore del suo naufragio. Sygmunt Bauman ha descritto questa condizione come quella di una “modernità liquida”, dove “modelli e configurazioni non sono più dati, e tanto meno assiomatici; ce ne sono semplicemente troppi, in contrasto tra loro e in contraddizione dei rispettivi comandamenti, cosicché ciascuno di essi è stato spogliato di buona parte dei propri poteri di coercizione” (Modernità liquida). Queste interpretazioni – attraverso le metafore del tramonto, del naufragio e della liquidità inafferrabile – vedono la civiltà occidentale e la sua culla, l’Europa, destinate ad un inarrestabile processo di dissolvimento e di declino. In esse, però, il contributo offerto dalla tradizione ebraico-cristiana al formarsi dell’identità europea resta ampiamente in ombra. Anche per questo il magistero pontificio degli ultimi decenni ha insistito sulle “radici cristiane” dell’Europa, senza le quali non sarebbe concepibile né potrebbe sostenersi l’aspirazione a una comune “patria europea”.

In tal senso papa Francesco, ricevendo i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea alla vigilia della celebrazione del sessantesimo di essa (24 marzo 2017), ha affermato: «All’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, senza il quale i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano per lo più incomprensibili». E questo perché l’Europa «è una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere o di pretese da rivendicare. All’origine dell’idea d’Europa vi è la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica». Il futuro dell’Europa, insomma, non può prescindere dalle sue radici etiche e spirituali, le sole a poter alimentare una rinnovata passione morale e un impegno condiviso.

Ritornare alle idee dei Padri fondatori dell’Europa unita si offre come una condizione rilevante per rispondere a questa esigenza. Così, Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, uno dei padri fondatori dell’Europa unita, in un’importante dichiarazione rilasciata il 9 maggio 1950 aveva affermato: «L’Europa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto... La solidarietà di produzione, aperta a tutti i Paesi che vorranno aderirvi e intesa a fornire a tutti i Paesi in essa riuniti gli elementi di base della produzione industriale a condizioni uguali, getterà le fondamenta reali della loro unificazione economica. Questa produzione sarà offerta al mondo intero senza distinzione né esclusione per contribuire al rialzo del livello di vita e al progresso delle opere di pace».

Nel memorabile discorso intitolato “La nostra patria Europa”, tenuto alla Conferenza Parlamentare Europea di Parigi il 21 aprile 1954, Alcide De Gasperi affermava: «Tutta la nostra costruzione politico-sociale presuppone un regime di moralità internazionale. I popoli che si uniscono, spogliandosi delle scorie egoistiche della loro crescita, debbono elevarsi anche a un più fecondo senso di giustizia verso i deboli e i perseguitati». Sottolineando l’importanza della scelta morale da porre alla base dell’impegno per “fare l’Europa”, De Gasperi ne evidenziava gli scopi ultimi – la pace, il progresso e la giustizia sociale dei popoli –, senza rinunciare a evidenziare i limiti delle nuove istituzioni europee. Un’Europa priva di riferimenti etici alti, di spirito di accoglienza e di integrazione aperto sulle frontiere del mondo, non potrà realizzare la vocazione più profonda cui è chiamata dalla sua storia. In tal senso, Konrad Adenauer, Cancelliere della Germania occidentale nata sulle macerie della barbarie nazista, il 25 marzo 1957 in occasione della firma dei Trattati di Roma, con cui si dava ufficialmente avvio al processo d’integrazione europea, aveva detto: «Il nostro scopo è di collaborare con tutti onde promuovere il progresso nella pace... Unendosi oggi, l’Europa non serve soltanto i suoi propri interessi e quelli degli Stati che sono in essa compresi, essa serve anche il mondo intero».

Queste idee dei Padri dell’Europa unita hanno ispirato i passi e le realizzazioni di quanti, accomunati dal sogno della casa comune europea al servizio dell’umanità tutta, hanno speso impegno, passione e sacrificio per costruirla. Ad animarli, prima che l’interesse economico, è stato un ideale per cui spendersi e pagare di persona. Ad essi è dovuta la migliore Europa, non quella assillata dalle esigenze di una stabilità inseguita a volte perfino a scapito delle esigenze dello stato sociale e dello sviluppo, ma l’Europa dei popoli e delle coscienze, nutrita dalle grandi fonti che hanno ispirato l’unicità europea: la civiltà greco-latina, la tradizione ebraico-cristiana e la cultura germanica. A questa Europa e alla coscienza morale che ne è a fondamento dovrebbero ispirarsi i nostri politici, quali che siano le loro appartenenze partitiche e le loro convinzioni morali e religiose. Per questo, non è perdonabile a chi ha responsabilità decisionali in materia l’ignoranza delle fonti che hanno motivato il progetto europeo. Lo ricorda Paul Ricoeur in un lucido saggio su (L’Europa e la sua memoria), dove tra l’altro scrive: «I popoli non possono vivere senza utopia, al pari degli individui senza il sogno. A tal riguardo, l’Europa senza frontiere rigide è un’utopia, proprio perché essa è innanzitutto un’Idea... L’importante è che le nostre utopie siano responsabili: tengano conto del fattibile e dell’auspicabile, vengano a patti non solo con le resistenze spiacevoli della realtà, ma anche con le vie praticabili tenute aperte dalla coscienza storica». La sfida è fra le più serie che l’Europa abbia dovuto affrontare dagli inizi del processo ambizioso della sua unione: su di essa e su come sarà affrontata si misureranno il suo presente e il suo futuro, oltre che la sua effettiva rilevanza nel consesso dei popoli e nella storia dell’umanità. Solo misurandosi con chiarezza su questa sfida i candidati al Parlamento europeo saranno credibili: quanti lo stanno facendo e lo faranno?

www.avvenire.it


sabato 16 settembre 2023

IL DIO SENZA UMANITA'

 

 

-         di Francesca Chiarenza

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«Dio, patria e famiglia»

In un’Europa sempre più scristianizzata, a difendere Dio, a quanto pare, è rimasta Giorgia Meloni. Lo ha fatto nel suo discorso al Demographic Summit di Budapest, dentro il museo delle Belle Arti, davanti a un dipinto di El Greco che, quasi simbolicamente, rappresentava l’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani, l’ora forse più drammatica della sua esistenza terrena.

E drammatico è lo scenario che la premier italiana ha delineato: «Viviamo in un’era in cui tutto ciò che ci definisce è sotto attacco. Questo è pericoloso per la nostra identità nazionale, per la famiglia, per la nostra religione. Senza questa identità siamo solo dei numeri senza una consapevolezza, strumenti nelle mani di chi ci vuole usare». E ha evocato la necessità di una «grande battaglia» a favore delle famiglie. È stato a questo punto che ha parlato di Dio: «Difendere le famiglie significa difendere l’identità, difendere Dio, e tutte le cose che hanno costruito la nostra civiltà».

Parole che riprendono, quasi alla lettera, lo slogan «Dio, patria e famiglia» , che del resto già in altre occasioni Meloni ha pubblicamente difeso dai sarcasmi dissacratori di una sinistra che lo ha sempre considerato un motto fascista.

 Il caso più clamoroso era stato quello della ex senatrice PD Monica Cincinnà che, in un corteo femminista del 2019 a Roma, aveva esibito un cartello con la scritta: «Dio-Patria-Famiglia: che vita de merda». Sta di fatto che oggi, a distanza di quattro anni, la Cirinnà non è più in Parlamento (non è stata rieletta), mentre Giorgia Meloni, in nome di quel motto, è diventata presidente del Consiglio.

 In realtà, anche se lo slogan ha avuto grande diffusione proprio nel ventennio fascista, Meloni ha sempre rivendicato il fatto che esso in realtà risale a Mazzini, che sicuramente non può essere identificato con un precursore del totalitarismo di destra. Però forse non sa – o ha dimenticato di precisare – che nel pensiero mazziniano la formula completa, contenuta nell’opera I doveri dell’uomo, del 1860, è: «Dio, Umanità, Patria e Famiglia». E l’omissione di uno di questi termini non è insignificante per l’interpretazione del significato degli altri.

 Il Dio della nostra identità nazionale

Questo vale già per il primo dei valori chiamati in causa, quello religioso. Di quale Dio parlasse la premier nel suo discorso di Budapest lo si evince da quello che ha detto: «Sono donna, sono madre, sono cristiana e nessuno me lo può togliere». È dunque il Dio della tradizione cristiana, più precisamente di quella cattolica, che la «grande battaglia», a cui saremmo chiamati a partecipare , deve «difendere». Contro chi?

 Sicuramente contro una deriva culturale che ne annulla ogni rilevanza nella vita sia pubblica che privata, riducendolo a un ricordo del passato. Ma, sganciato dal riferimento all’Umanità, il richiamo a questo Dio rischia di diventare una bandiera per giustificare anche la «difesa dei confini» contro i fedeli di altre religioni, anch’essi credenti in Dio, ma diverso da quello cattolico.

 Meloni, per la verità, ha sempre riconosciuto che non si può generalizzare – come fa Salvini – , estendendo a tutto l’Islam l’accusa di essere incompatibile con i nostri valori e la nostra civiltà. Ma, di fatto, i suoi interventi sono sempre stati volti a sottolineare la minaccia fisica – il terrorismo – , e soprattutto cultuale rappresentata da questa religione.

 Una minaccia che si collega a quella di una «sostituzione etnica» – e qui entrano in gioco i temi della patria e della famiglia – evocata nella primavera scorsa dal ministro Lollobrigida (cognato, fra l’altro, della premier e suo stretto collaboratore): «Non possiamo arrenderci», ha detto il ministro, «all’idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro».

 Il problema demografico è strettamente connesso, in questa prospettiva, a quello dell’identità nazionale, ed entrambi hanno come sfondo quello della identità religiosa. È la sostanza del discorso di Budapest: «Difendere le famiglie significa difendere l’identità, difendere Dio».

 La fallimentare battaglia per la “difesa dei confini”

Non si tratta di astratte formulazioni concettuali. La “dimenticanza” del termine che Mazzini premetteva a quelli “patria” e “famiglia” – “umanità” – ha fatto sì che, prima nel programma della destra italiana, poi nella sua azione di governo, uno dei punti centrali e caratterizzanti sia stato l’impegno per impedire l’arrivo in Italia dei migranti provenienti dai Paesi più poveri dell’Africa e dell’Asia, considerati alla stregua di “invasori”.

 Secondo questa linea non si tratta solo di gestire correttamente la loro redistribuzione in altre nazioni europee. Di fatto, il nostro governo non ha rispettato gli accordi che regolavano questi “ricollocamenti”, provocando, proprio in questi giorni, la reazione di Francia e Germania, che hanno chiuso le loro frontiere con l’Italia.

 Ma il punto è che l’esecutivo non ha mai creduto in una soluzione che comunque avrebbe reso possibile conciliare i nostri interessi nazionali con i persistere dei flussi migratori: «I ricollocamenti», ha detto a questo proposito la presidente del Consiglio ospite di Bruno Vespa, «sono una coperta di Linus: la questione è fermare gli arrivi in Italia».

 Su questo il governo Meloni ha impegnato a fondo la sua credibilità fin dal principio, anche con esiti fallimentari. Alla radice probabilmente sta una sostanziale incapacità di comprendere il fenomeno migratorio in tutta la sua drammatica gravità, cercandone un “colpevole” su cui scaricarne la responsabilità.

 Al tempo del governo Draghi il dito era stato puntato sul ministro dell’Interno, la Lamorgese, accusata di debolezza e di incapacità. Con la conseguente assicurazione che, se fosse stata premiata dal voto degli elettori, la Destra avrebbe immediatamente risolto il problema con una politica più adeguata. Ma anche dopo le elezioni, gli sbarchi sono continuati, anzi sono aumentati.

 La colpa, allora, è stata data alle navi delle Ong, che avrebbero incoraggiato, con la loro presenza nel Mediterraneo, le partenze. Da qui il “decreto sicurezza”, volto a neutralizzare o almeno a limitare quanto più possibile, l’opera di soccorso di queste navi. Ma gli sbarchi sono continuati, anzi sono aumentati.

 Dopo la tragedia di Cutro, il bersaglio sono diventati gli scafisti. Meloni in persona ha garantito che li avrebbe inseguiti «per tutto l’orbe terraqueo». Ma gli scafisti da tempo erano perseguiti, senza alcun esito, perché i veri organizzatori del traffico di esseri umani se ne stavano al sicuro nelle loro basi, protetti da governi compiacenti. Così gli sbarchi sono continuati, anzi sono aumentati in modo esponenziale.

 A questo punto la premier ha rinnovato gli accordi che già esistevano con la Libia, fornendo nuovi soldi e nuova assistenza militare alla Guardia Libica, perché fermasse le partenze. Poi, coinvolgendo anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è recata in Tunisia, da cui proviene la maggior parte dei migranti, per stringere accordi col dittatore Sayed, sempre allo scopo di ottenere il blocco. Il risultato è stato immediato, ma opposto alle attese: gli sbarchi sono dilagati, raggiungendo livelli mai visti in passato.

 I giornali governativi in questi giorni sono alla ricerca dei nuovi colpevoli: alcuni indicano direttamente la Sinistra italiana ed europea, al cui complotto si dovrebbe il mancato rispetto da pare di Sayed degli accordi presi. Altri additano la Francia, ostile ad ogni ingerenza italiana in Tunisia.

 Non è il Dio cristiano

Non sembra sfiorare i nostri governanti e il loro entourage l’idea che, al di là dei fantomatici “colpevoli”, ci siano dei problemi reali, di cui sicuramente dei gruppi criminali possono anche approfittare, ma che hanno le loro radici in una catastrofe geopolitica che sta travagliando buona parte dell’Africa e alcune regioni dell’Asia, mettendo in condizioni disperate uomini e donne che si trovano costretti a cercare la salvezza, o almeno condizioni di vita migliori, fuggendo in Europa.

 È un vuoto di analisi, dovuto a un’ottica angustamente nazionalista, alla cui radice sta proprio l’omissione di quel termine “umanità” che Mazzini aveva posto come parte essenziale della sua visione e che poi, nella riedizione fascista dello slogan, era saltato. Quello che manca, nella politica migratoria del governo, è la visione di un genere umano che, a monte delle legittime identità nazionali, è accomunato da un legame che ne unisce i membri, di qualunque stirpe, di qualunque nazione o continente.

 Ma questo è anche il motivo per cui il Dio di Giorgia Meloni, checché lei ne dica, non è quello cristiano. Il Vangelo parla chiaro: quando hanno chiesto a Gesù quale era il comandamento più grande, la sua risposta ha unito in modo indissolubile l’amore incondizonato per Dio e quello per il prossimo. E, ad evitare ogni equivoco, ha portato ad esempio di “prossimo” uno straniero, visceralmente detestato dagli ebrei.

 Nel tempo della post-verità si può dire anche spudoratamente il contrario della realtà ed essere creduti, ma il fatto resta e tutta la tradizione della Chiesa – dai primi padri fino alla Fratelli tutti di papa Francesco – ribadisce che non si può amare Dio senza amare tutti gli altri esseri umani, anche i più lontani, come se stessi. È ovvio che ciò esige di essere declinato, in termini politici, secondo precise condizioni di fattibilità (nessuno, in realtà pensa di portare tutta l’Africa in Italia, come sostengono sarcasticamente i rappresentanti della Destra).

 Ma è chiaro che non ha nulla di evangelico l’atteggiamento di fondo che considera i poveri, bisognosi del nostro aiuto, dei nemici da respingere o da bloccare prima che partano, lasciando che se la sbrighino da soli con loro problemi.

 Perciò non è il Dio cristiano quello che la Meloni crede di dover difendere. Lui è il Dio dell’umanità, di tutti gli uomini. E il solo modo di difenderlo, ci dice il Vangelo, è di aiutare i deboli, gli affamati e gli esuli – «fui straniero e mi accoglieste» (Mt 25,35) – che bussano alla nostra porta. Non perché sono italiani, ma perché sono esseri umani come noi e nostri fratelli.

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giovedì 1 giugno 2023

DUE GIUGNO. LETTERA AD UN BAMBINO


Lettera 

ad un bambino 

nato il 2 giugno



-         di   Luigi Sanlorenzo

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Caro bambino nato nel giorno della Repubblica, prima di tutto, complimenti perché sarà vacanza a scuola e potrai godere della tua festa per l’intera giornata,  magari con qualche “ponte” che, di tanto in tanto,  ti permetterà di farlo in un lungo weekend.

Sei nato in una giornata particolare che, comunque vadano le cose in futuro, vedrà sempre, almeno in questo giorno,  un’Italia unita nei cui cieli si intrecceranno i colori della bandiera che una leggenda vuole abbiamo un significato ben preciso: il verde per ricordare i nostri prati, il bianco per ricordare le nevi perenni e il rosso per il sangue versato nelle guerre combattute sotto forme diverse per conquistare e assicurare la tua liberà.

Che tu compia oggi pochi o molti anni, la coincidenza della tua data natale con quella della Repubblica, pur casuale come per tutti, non può che interrogarti su quanto il destino ti sia stato benevolo.

Qualunque sia il colore della pelle dei tuoi genitori, sei venuto alla luce in un Paese libero che fa parte del continente che ha donato al mondo musica sublime, altissima letteratura, l’idea stessa di quell’arte che da ogni parte ti circonda e ti stordisce, il concetto antico e sempre attuale di democrazia, l’aspirazione all’uguaglianza nei diritti e nei doveri tra tutti gli uomini e le donne.

Ove tu non ne sia ancora un cittadino a tutti gli effetti, ti auguro di diventarlo presto, per il semplice motivo di essere nato in Italia.

Qualunque sia il tuo credo politico o religioso sappi che la sua pacifica espressione sarà sempre tutelata dalla Costituzione e dalle leggi. Adoperati perché ciò sia sempre più concreto e percepito da tutti.

Qualunque sia il tuo stato sociale, ricorda che avrà sempre diritto di essere rispettato e, quando necessario, sostenuto ed aiutato perché non ti siano precluse pari opportunità di realizzazione, a condizione che tu faccia la parte che l’età ti assegnerà in ogni fase della vita.

Qualunque sia il genere a cui ti sentirai spontaneamente e senza condizionamenti di appartenere, confida che nessuno avrà mai il diritto di discriminarti, di insultarti o di farti del male per tale ragione.

Se in questo anniversario sei ancora nell’infanzia o nell’adolescenza, probabilmente tutto ciò ti sembrerà ovvio e normale.

Purtroppo, non è stato sempre così e quando te ne parleranno a scuola o in famiglia,  rivolgi un pensiero a quanti si sono ribellati perché tu potessi considerarlo “scontato” e se dovessi avere la fortuna di incontrare qualcuno di essi che è ancora tra noi,  distingui tra le sue rughe il ricamo di un sogno chiamato Libertà e leggi nel suo sguardo  i fotogrammi drammatici che di quella lotta vi sono rimasti impressi per sempre.

 Degli altri troverai in molti casi il ricordo nei nomi delle strade e delle piazze che percorrerai, talvolta frettoloso e distratto. Sappi che sono lì perché tu possa orientarti nel labirinto in cui è sempre in agguato qualcuno che vorrebbe invece che ti smarrissi.

Delle Istituzioni democratiche,  con le cui tante insufficienze avrai modo di confrontarti quando in forme diverse le incontrerai, tieni a mente che sono idee astratte che diventano concrete soltanto attraverso le azioni di uomini e di donne di diversa indole e natura: alcuni danno ad esse lustro e dignità, altri le usano e le avviliscono con comportamenti indegni che spesso hanno a che fare con il proprio interesse o con la propria stupidità. Difendile sempre e comunque, mentre nel frattempo ti adoperi perché esse trovino il più possibile, gli interpreti adeguati a tale ineguagliabile ruolo.

Non commettere mai l’errore di confonderle con i comportamenti sbagliati di quanti le dovessero rappresentare, rischieresti di indebolirne le fondamenta che altri e migliori di alcuni di loro, hanno edificato settantacinque anni fa.

La Repubblica che ti viene consegnata ogni anno come il più bello dei regali che potrai mai ricevere non è, se non nelle proprie ed irrinunciabile radici ideali, un pacchetto ben confezionato e definitivo; somiglia piuttosto ad un mosaico colorato di cui sei tu la tessera più recente che ne identifica il profilo in divenire o, se preferisci,  ad un gioco creativo dalle composizioni molteplici ma fatte tutte della stessa materia ideale. Diffida pertanto di coloro che vorrebbero indurti a considerarne una ed una sola nel cui pensiero unico imprigionare i futuri possibili.

Di ciò con cui sei nato come con una sorta di camicia della fortuna, non dimenticare che due terzi dell’Umanità è ancora priva o solo all’inizio di un cammino faticoso disseminato di mille ostacoli.

Fai in modo di non essere tu uno di quelli e stai sempre dalla parte di chi più soffre, spera ed ama, consapevole del privilegio che ti è stato donato e se un giorno dovesse toccare a te di rappresentare questa Repubblica nei mille ruoli di servizio in cui essa diventa realtà, siine degno e fiero indossando una toga, una divisa, un camice, una tuta  o semplici abiti civili: non ti mancheranno gli esempi da seguire né quelli da evitare; in ogni caso la tua testimonianza personale sarà unica, irripetibile e mai esente da responsabilità.

E ove la vita dovesse portarti ad assumere ruoli e compiti in altri settori, ricorda che nella società italiana “privato” non è il contrario di “pubblico” né una zona franca da cui i valori repubblicani possano essere esclusi in nome del profitto, del potere  o di altre tentazioni della natura umana. Anche in questo non ti mancheranno italiani che hanno lasciato una traccia su cui orientare i tuoi comportamenti.

Infine, quando sarai giunto all’età in cui si dice prevalga la saggezza come figlia dell’esperienza e ti troverai a festeggiare la Repubblica, magari scrivendo una lettera come questa a chi ti è più caro, che il bilancio della tua vita civile sia sereno e senza rimpianti.

 Buon compleanno a te che sei nato il due giugno, buon compleanno all’ Italia libera, democratica e repubblicana.

 Nuoviapprodi