LA COOPERAZIONE CHE NON VEDIAMO
Fiducia e capitale morale
oltre gli stereotipi
-di VITTORIO PELLIGRA
In uno studio condotto in
125 Paesi, a più di centomila persone è stato chiesto se fossero disposte a
rinunciare a una parte del proprio guadagno per contribuire, insieme a uno
sconosciuto, a un progetto contro il riscaldamento globale. Il 69 per cento ha
detto sì. Prima di scegliere, però, gli stessi partecipanti avevano stimato che
lo avrebbe fatto soltanto il 47 per cento degli altri. La distanza tra questi
due numeri racconta qualcosa di importante.
Molte persone sono
disponibili a cooperare per un obiettivo comune, ma questa disponibilità viene
sistematicamente sottostimata. E questo errore non è senza conseguenze. Chi
crede che gli altri non faranno la propria parte, infatti, trova meno ragioni
per fare la sua. Lo studio di Peter Andre e colleghi sul cambiamento climatico
si inserisce in un filone di ricerca che si concentra sulle misperceptions
about others, l’imprecisione con la quale giudichiamo le intenzioni e le
azioni degli altri. Nicholas Epley, nel suo bellissimo libro A Little More
Social, osserva lo stesso problema dal punto di vista della vita
quotidiana. Molte occasioni di contatto, riconoscimento e aiuto vengono
lasciate cadere non perché manchi il desiderio di relazione, ma perché
valutiamo male l’accoglienza che riceveremo. Non chiediamo aiuto perché
pensiamo questo crei fastidio, non facciamo una telefonata ad un amico per la
stessa ragione, spesso non diciamo neanche grazie per paura che venga mal
interpretato. Le convinzioni sugli altri orientano così i gesti con cui
allarghiamo o restringiamo il nostro ambiente sociale. Ciò che non tentiamo non
può sorprenderci e ciò che non osserviamo difficilmente corregge le nostre
aspettative.
Identità
Questa dinamica diventa
particolarmente rilevante quando entra in gioco l’identità. In uno studio
appena pubblicato assieme a Gabriele Ballicu e Valeria Concas, abbiamo studiato
fiducia e cooperazione nel rapporto tra Nord e Sud d’Italia. L’esperimento ha coinvolto
2.405 persone. In alcuni casi i partecipanti non conoscevano la provenienza
geografica della controparte mentre in altri casi sapevano di interagire con
qualcuno del Nord o del Sud. Quando l’origine territoriale restava sconosciuta,
non emergevano differenze sistematiche tra settentrionali e meridionali. Le
distanze si manifestavano soprattutto quando l’identità veniva resa saliente.
Il risultato più significativo riguardava le aspettative. Una parte dei
partecipanti meridionali attribuiva ad altri meridionali una minore propensione
alla fiducia e alla cooperazione.
Il dato invita a
rovesciare una lettura consolidata. Il divario non deve essere interpretato
necessariamente come il riflesso di disposizioni morali profonde e immutabili.
Può dipendere anche dal modo in cui le persone anticipano il comportamento
degli altri.
L’identità condivisa,
anziché rafforzare automaticamente il legame, può richiamare una reputazione
collettiva negativa e trasformarla in una previsione sul singolo individuo. Qui
le percezioni diventano istituzioni informali. Se una comunità viene rappresentata
a lungo come scarsamente affidabile, quella descrizione può sedimentarsi anche
all’interno del gruppo i cui membri la interiorizzano. Chi ne fa parte può
finire per usare lo stereotipo come criterio prudenziale. Concede meno fiducia,
si espone meno, interpreta con maggiore sospetto i segnali ambigui. Non perché
possieda necessariamente preferenze meno cooperative, ma perché agisce in un
ambiente nel quale la cooperazione sembra meno probabile, anche se non lo è. Il
confronto tra questi lavori suggerisce una tesi comune. Una società non
utilizza tutto il capitale morale di cui dispone quando i suoi membri non
riescono a riconoscerlo negli altri.
Comunicazione
responsabile
Questa è anche una
questione di politica pubblica e di comunicazione responsabile. Correggere le
percezioni non significa diffondere messaggi edificanti o occultare i
conflitti. Significa produrre informazioni credibili sui comportamenti
reali, rendere visibili le pratiche cooperative e valorizzare le esperienze che
contraddicono le narrazioni più stereotipate. Nel campo climatico, sapere che
molti altri sono pronti a contribuire può aumentare la disponibilità
individuale. Nei territori segnati dalla sfiducia, mostrare che la cooperazione
esiste può impedirle di apparire come un’eccezione irrilevante. Le istituzioni
hanno dunque anche un compito conoscitivo, quello di aiutare i cittadini a
vedersi con maggiore precisione. Non soltanto sanzionare chi viola le regole o
premiare chi le rispetta, ma rendere pubblicamente riconoscibile la parte di
società che già funziona. La speranza contenuta in queste ricerche non è
ingenua. Non afferma che gli esseri umani siano sempre generosi né che i
problemi collettivi possano essere risolti con una campagna informativa.
Suggerisce semplicemente che in molte circostanze non partiamo da zero.
Esistono risorse di fiducia, responsabilità e disponibilità che rimangono
inutilizzate perché non sappiamo quanto siano diffuse. Perché siamo preda di
una sorta di pessimismo antropologico. In questo senso, dunque, non si tratta
di generare nuova cooperazione, ma di imparare a vedere quella che già
esiste.
Nessun commento:
Posta un commento