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giovedì 23 aprile 2026

GENITORI E FIGLI



Un viaggio 

nelle parole 

delle nuove

 generazioni, 

per capire

 cosa ci rivelano 

del nostro mondo


Se il genitore vuole essere un amico 

deve saper rispettare alcuni confini

La famiglia d’origine e la famiglia del cuore ricoprono ruoli complementari

Crescere significa attraversare relazioni diverse, e cercare la propria strada nel mondo

Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

-         di LUIGI BALLERINI*

Quanta importanza assume l’amico nella giovinezza, nient’affatto presenza accessoria, ma primo vero punto di appoggio dopo mamma e papà. Entra nella vita per caso – un banco condiviso, lo spogliatoio della stessa piscina, una chat che si allunga perché c’è sempre qualcosa da dirsi – e nel giro di poco diventa qualcuno che sembra esserci sempre stato. Con l’amico si può stare meno in difesa perché c’è un margine di fiducia che si costruisce rapidamente, in modo quasi impercettibile. A lui ci si può presentare anche nei lati meno presentabili, nelle goffaggini, in quelle insicurezze che altrove si tengono coperte.

E questa accoglienza, per chi cresce, è un’esperienza potentissima. L’ amico sa convincere a uscire quando si preferirebbe restare in casa, sa tenere dentro una partita quando si vorrebbe mollare, sa restituire un’immagine migliore di quella che si ha in testa. L’amico è presente nei momenti luminosi, quelli delle risate che non si riescono a trattenere, delle vittorie condivise che diventano più grandi proprio perché conquistate insieme, dei pomeriggi in cui la vita scorre a chiacchierare e giocare e mangiare e raccontarsi senza accorgersi che la sera è già qui. L’amico resta anche quando qualcosa si incrina. Quando a scuola va male, quando ci si sente fuori posto senza sapere bene perché, quando tutto intorno sembra essersi alzata solo una nebbia gelida. A volte lui ha le parole giuste, ma sa anche ascoltare, senza il bisogno di riempire i silenzi, già densi della sua presenza. E in questa alternanza tra leggerezza e fatica, tra spinta e accoglienza, si costruisce qualcosa che somiglia molto a un legame familiare. Quando i ragazzi parlano di amicizia come di “famiglia del cuore” non stanno usando un’espressione poetica, stanno descrivendo un’esperienza concreta di legame, di là dai legami di sangue, in certo modo “comandati”. 

Ci si sceglie per affinità, per risonanza, a volte anche per bisogno. Ed è lì che si fanno le prime prove di lealtà fuori dal perimetro protetto della famiglia di origine, è lì che si scopre che qualcuno può essere vicino solo per scelta. M a come tutte le famiglie, anche questa conosce tensioni, distanze, fraintendimenti, allontanamenti improvvisi. Dentro queste relazioni entrano anche i primi tradimenti: una confidenza riportata ad altri, una preferenza che si sposta, un’assenza proprio nel momento in cui serviva esserci. Episodi che, visti dall’esterno, possono sembrare marginali, ma che per chi li vive segnano una linea netta, tra prima e dopo. L’amicizia così cessa di essere solo un luogo di riconoscimento per diventare anche un luogo di esposizione: si scopre che fidarsi comporta sempre un rischio, che l’altro ha un suo volere, che non può essere controllato o manovrato, che non lo si può avere sempre come lo si desidera. Finora abbiamo parlato della “famiglia del cuore” che si costruisce fra ragazze e ragazzi, ma a questo punto si apre per noi adulti una questione meno scontata di quanto sembri: possiamo essere amici dei nostri figli, alunni, nipoti? Possiamo spendere compiutamente la parola amico nei loro confronti? La risposta sta in una distinzione.

N on vada il nostro pensiero all’idea di genitore o docente- amico in voga alcuni decenni fa, e che vedo ritornare con una certa frequenza nel discorso odierno, quella in cui l’adulto sparisce, si annulla e smette di fare da guida, rendendosi talora complice e troppo indulgente. Non è questo che loro cercano. La complicità che evita il conflitto e rincorre il consenso non costituisce un legame solido, anzi alla lunga lo rende più fragile. C’è invece un modo in cui la parola amicizia può entrare nel rapporto giovane-adulto senza confondere i piani. È quando ci diciamo amici del loro pensiero, per usare un’espressione coniata dallo psicoanalista Giacomo B. Contri. 

L’amicizia per il pensiero di un giovane corrisponde alla stima per la sua abilità nel cercare soluzioni alle proprie questioni individuali, nel comporre una legge di moto del suo corpo efficace nella realtà che gli permetta di ricevere e offrire soddisfazione dentro i rapporti e che lo faccia prendere iniziativa e muoversi per trarre beneficio dagli altri in una felice reciprocità. È grazie a questa stima per il suo pensiero che si potranno valorizzare, nel senso di riconoscerne il valore già esistente, tutti i tentativi ben fatti per stare al mondo, e allo stesso modo correggere le maldestrie e le sviste che esitano in atti sconvenienti. 

L’ adulto amico è quello che sostiene, incoraggia, difende e corregge. Sostiene, ossia prende sul serio le fatiche e le iniziative, le regge senza sostituirsi, offre appoggio senza togliere responsabilità. Incoraggia, nel senso che riconosce i passi fatti, anche piccoli, e rilancia quando l’altro si ferma, aiuta a non ritirarsi di fronte alle difficoltà. Difende, cioè protegge quando serve, con discrezione interviene e fa da argine rispetto a contesti che rischiano di schiacciare e far male. Corregge senza umiliare, indicando l’errore per quello che è, aiutando a leggerlo e a trovare soluzioni alternative, mantenendo ferma la relazione anche quando è necessario dire e sostenere un no. E d è forse qui che le due dimensioni si incontrano. 

Da una parte l’amicizia fra pari, quella in cui si impara a fidarsi, a esporsi, a scegliere e a farsi scegliere. Dall’altra quella dell’adulto, che non invade quella scena, ma la facilita e, nel rapporto educativo, offre strumenti di pensiero, mezzi e occasioni per giudicarne in proprio la bontà e la costruttività. Crescere non significa infatti sostituire una famiglia con l’altra, quella di sangue con quella di cuore, come la definiscono loro, ma attraversare relazioni diverse che nella loro complementarietà aiutano il soggetto a costruire la sua strada nel mondo, a prendere forma compiuta nella propria autonomia e responsabilità. 

Essere amici dei ragazzi sta anche in questo: aiutarli a individuare e mantenere amici veri, quelli con cui scegliere di diventare grandi.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

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venerdì 15 agosto 2025

L'ASSUNTA e UNA CHIESA DAL CUORE GIOVANE

 


LA FORZA UMILE DEL

 VANGELO”




- + Matteo Maria Zuppi

La Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente celebrano assieme la festa dell’assunzione di Maria al cielo.

Sono passati 1700 anni dal primo grande Concilio ecumenico, quello di Nicea, dove, per custodire l’unità, tutti si riconobbero nel Simbolo di fede: “Noi crediamo”.

La dolce memoria della Tutta Santa aiuti a ricercare con rinnovata passione l’unità visibile e la comunione tra i fratelli, anche perché divisi siamo solo più deboli e meno credibili di fronte all’inquietante forza del male.

L’umile ragazza di uno sperduto villaggio della periferia dell’Impero è stata scelta per diventare la madre del Figlio.

Non ha risolto tutti i dubbi, ma crede nel compimento della Parola.

Lei è la prima a sperimentare la nuova ed eterna alleanza che solleva la nostra umanità mettendo pace tra terra e cielo.

Annalena Tonelli aveva detto parlando sé: « Luigi Pintor, un cosiddetto ateo, scrisse un giorno che non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi.

Così è per me.

È nell’inginocchiarmi perché stringendomi il collo loro possano rialzarsi e riprendere il cammino o addirittura camminare dove mai avevano camminato che io trovo pace, carica fortissima, certezza che tutto è grazia».

Gesù si è abbassato perché possiamo alzarci stringendoci a Lui e sollevarci fino in cielo, come nell’immagine della dormizione di Maria.

Papa Leone rivolgendosi al popolo di giovani radunati a Tor Vergata per il loro Giubileo con tanta paternità e fiducia in loro ha detto: « Aspirate a cose grandi, alla santità ovunque siate.

Non accontentatevi di meno».

Non vivacchiare e non avere paura di scegliere.

Erano giunti a Roma da tanti Paesi del mondo, compresi quelli in guerra.

In una generazione che ha perso le spinte unitive e la convinzione di amare e difendere la casa comune, i giovani hanno vissuto una esperienza della Chiesa veramente cattolica, famiglia universale che fa sentire a casa ovunque e chiunque.

Abbiamo vissuto concretamente tanta comunione.

« L’amicizia può veramente cambiare il mondo.

L’amicizia è una strada per la pace», ha detto Papa Leone, «perché è proprio vero che ama veramente il suo amico colui che nel suo amico ama Dio».

«Vogliatevi bene tra di voi!».

Viviamo una stagione fosca, attraversata piuttosto da tanta incertezza e crediamo poco possibile “volersi bene” e amare la vita dal suo inizio alla sua fine.

La speranza, però, attraversa i problemi, non li evita o non finisce quando sperimenta il veleno della delusione!

La spianata di Tor Vergata che ha raccolto, a perdita d’occhio, quei giovani del mondo, è stata come un abbraccio che smentisce l’insuperabilità dei conflitti: migliaia di migliaia, gli uni accanto agli altri, non gli uni contro gli altri o senza gli altri.

Quel popolo di giovani ha mostrato con chiarezza la forza dell’incontro, la potenza dell’abbraccio, la bellezza del noi, l’importanza dell’ascolto, la gioia della festa: tutto era teso ad unire mentre il mondo continua a dividersi.

È una realtà non perfetta.

Liberiamoci di un modo ipercritico, di letture negative che non sanno più vedere il bello e la presenza di Dio nella creta della nostra contraddittoria umanità.

Gli inizi sono sempre umili.

È un grande segno che le Chiese e le comunità civili devono saper decifrare.

Non perdiamo l’opportunità.

Gesù quando mancano quattro mesi alla mietitura, ci chiede di «alzare gli occhi e guardare i campi che già biondeggiano» ( Gv 4,35).

La speranza vede il futuro oggi.

Eccole le spighe mature!

Le abbiamo viste coi nostri occhi, sono cresciute anche sui sanpietrini, coprendo tutto lo spazio disponibile!

Questo popolo di giovani ci sollecita a una nuova audacia e a una nuova creatività.

Forse anche a una nuova allegria, non perché non soffriamo ma perché la gioia è forza e sappiamo che non ci mancherà un vestito bellissimo che neanche Salomone aveva.

Non vogliamo minimizzare le sfide che abbiamo di fronte, la congiuntura drammatica dei popoli, ma cerchiamo di avere la gioia della speranza, nutrita dalla fede che accende il sorriso della comunità di inespugnabile determinazione.

I campi già biondeggiano.

Sì, un cristianesimo più lieto che sa commuoversi davvero, e profondamente, sulle numerose folle – nel nostro come in molti altri Paesi, e persino quelle che sono senza Paese – che sono quelle evangeliche «stanche e sfinite come pecore senza pastore».

Lupi rapaci e mercenari interessati continuano purtroppo a venire al mondo.

Il contagio della guerra (59 sono quelle in atto), la logica del più forte che genera la supremazia, il nichilismo che non sa proteggere e curare la vita che è sempre fragile, il riarmo, la paura, godono di una congiuntura favorevole.

Per un attimo ci erano sembrati relitti del passato, disinnescati dal progresso civile del diritto, dell’economia, della tecnica. Invece, ecco arrivare un diritto, una economia e una tecnica, che premiano i nuovi barbari.

Quanto è lontano questo mondo da quel popolo giovanile che esorta invece a recuperare il “primato dell’incontro”, del dialogo, dell’amore, della testimonianza!

La guerra – la persecuzione, la sopraffazione, l’eliminazione, devono diventare motivo globale di vergogna e cessare di raccontarsi come potenza degna di ammirazione.

Come non vedere in quel popolo giovanile la Chiesa che papa Francesco auspicava, ossia una Chiesa che «cammina insieme» agli uomini, partecipando ai travagli della storia e coltivando il sogno di una società fraterna e universale?

La forza umile del Vangelo cambia il mondo e insegna a volersi bene.

Quel popolo di giovani – ma vorrei dire anche la meraviglia della società intera stupita dalla bellezza e dalla forza di questo popolo giovanile radunato assieme – ci sollecita ad abbandonare l’idea depressiva del nostro confinamento in una minoranza insignificante – in certo modo, il cristianesimo è stato sempre minoranza.

Il Concilio invitava a guardare la Chiesa anzitutto come «mistero» di unità e di “comunione” tra gli uomini.

Questo è il suo lievito.

Le nostre Chiese in Italia – sono stato edificato nel vedere i numerosi giovani italiani dare la loro bella testimonianza a quelli degli altri Paesi – sono affettuosamente incalzate dal cammino sinodale a liberarsi da ogni sterile autoreferenzialità, per riscoprire la vera destinazione della fede ecclesiale, che è la liberazione dell’amore di Dio nell’altro e per l’altro.

Poniamo i giorni e i mesi che verranno sotto lo sguardo di Maria Assunta nel cielo per vivere anche noi la sintonia dell’invito che ha inaugurato il ministero petrino di papa Leone: «Costruiamo una Chiesa fondata sull’amore di Dio segno di unità, una Chiesa missionaria, che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lascia inquietare dalla storia e che diventa lievito di concordia per l’umanità».

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giovedì 31 luglio 2025

UN TEMPO PER OGNI COSA

 


C’è un tempo per lavorare e studiare, per fare ciò che si ‘deve’ e che è necessario soddisfare per rispondere delle proprie responsabilità.

Ma c’è anche un tempo, ed è questo, per gustare le parole, scritte o cantate, incise in un libro o in una canzone, e gioire della bellezza che ti regalano.

C’è un tempo per fare riunioni e per organizzare tutto quello che il programma prevede. Un tempo regolato e scandito dai bandi, dai progetti, dalle agende.

Ma c’è un tempo, e può essere questo, per godere dell’amicizia e degli affetti, per gustare la bellezza di un sorriso, di una gentilezza e della gratuità. Se non ci riusciamo non è perché siamo cattivi, piuttosto perché siamo prigionieri.

‘Cattivo’ dal latino captivus significa prigioniero. Sì, siamo prigionieri di quello che ci si aspetta da noi, di un dover essere che ci vede sempre inadeguati e in ritardo e comunque mai all’altezza. Prigionieri che attendono la liberazione.

C’è un tempo per le notizie, per inseguire le ultime info, per aggiornare i software. Tempo fugace perché queste cose si annullano una dopo l’altra, proprio come quando si giocava da bambini a mettere la mano sul dorso delle mani del papà, da sotto veniva sempre fuori un’altra mano che copriva la tua: e così via in un gioco in cui nessuno usciva sconfitto o vincitore, perché tutti prima o poi ci si ritraeva stanchi.

Ma c’è un tempo anche per approfondire, per incontrare qualcuno che pensa, che medita. Sì, che medita. Non ti scansare come se fosse solo una questione religiosa. Non è facile oggi trovare qualcuno che mediti. Già è difficile trovare qualcuno che pensi.

Eppure, questo può essere il tempo per meditare, nel senso etimologico del termine dal latino meditari, intensivo del verbo mederi che significa, tra l’altro, ‘prendersi cura di’. Da cui viene ad esempio il sostantivo ‘medico’ o ‘ri-medio’… parole che dicono una cura possibile. Prenditi cura di te stesso, del tuo cuore e guarisci dalla sklerocardia, da quella durezza di volto e di cuore che trionfa in ogni dove e ci fa più cinici e indifferenti, sempre infelici.

C’è un tempo ed è adesso per affrontare questo viaggio. Meditare è un viaggio che riguarda il pensiero, si muove sulle traiettorie del linguaggio, ma relativizza l’assolutismo della ragione e la tirannia dei sentimenti. Meditare è un’arte spirituale che mette insieme il corpo e l’anima, la mente e la psiche, le emozioni e i sentimenti e ti “fa nascere di nuovo amorevolmente”, come scrive Chandra Livia Candiani (Il silenzio è cosa viva, p. X).

C’è un tempo per lavorare e studiare, per fare ciò che si ‘deve’ e che è necessario soddisfare per rispondere delle proprie responsabilità.

Ma c’è anche un tempo, ed è questo, per gustare le parole, scritte o cantate, incise in un libro o in una canzone, e gioire della bellezza che ti regalano.

C’è un tempo per fare riunioni e per organizzare tutto quello che il programma prevede. Un tempo regolato e scandito dai bandi, dai progetti, dalle agende.

Ma c’è un tempo, e può essere questo, per godere dell’amicizia e degli affetti, per gustare la bellezza di un sorriso, di una gentilezza e della gratuità. Se non ci riusciamo non è perché siamo cattivi, piuttosto perché siamo prigionieri.

‘Cattivo’ dal latino captivus significa prigioniero. Sì, siamo prigionieri di quello che ci si aspetta da noi, di un dover essere che ci vede sempre inadeguati e in ritardo e comunque mai all’altezza. Prigionieri che attendono la liberazione.

C’è un tempo per le notizie, per inseguire le ultime info, per aggiornare i software. Tempo fugace perché queste cose si annullano una dopo l’altra, proprio come quando si giocava da bambini a mettere la mano sul dorso delle mani del papà, da sotto veniva sempre fuori un’altra mano che copriva la tua: e così via in un gioco in cui nessuno usciva sconfitto o vincitore, perché tutti prima o poi ci si ritraeva stanchi.

Ma c’è un tempo anche per approfondire, per incontrare qualcuno che pensa, che medita. Sì, che medita. Non ti scansare come se fosse solo una questione religiosa. Non è facile oggi trovare qualcuno che mediti. Già è difficile trovare qualcuno che pensi.

Eppure, questo può essere il tempo per meditare, nel senso etimologico del termine dal latino meditari, intensivo del verbo mederi che significa, tra l’altro, ‘prendersi cura di’. Da cui viene ad esempio il sostantivo ‘medico’ o ‘ri-medio’… parole che dicono una cura possibile. Prenditi cura di te stesso, del tuo cuore e guarisci dalla sklerocardia, da quella durezza di volto e di cuore che trionfa in ogni dove e ci fa più cinici e indifferenti, sempre infelici.

C’è un tempo ed è adesso per affrontare questo viaggio. Meditare è un viaggio che riguarda il pensiero, si muove sulle traiettorie del linguaggio, ma relativizza l’assolutismo della ragione e la tirannia dei sentimenti. Meditare è un’arte spirituale che mette insieme il corpo e l’anima, la mente e la psiche, le emozioni e i sentimenti e ti “fa nascere di nuovo amorevolmente”, come scrive Chandra Livia Candiani (Il silenzio è cosa viva, p. X).


Arche.it


lunedì 16 giugno 2025

IL NEMICO


 “Nel tempo della paura e delle guerre,

l'altro non è mai il nemico”


- di Mauro Magatti

Il periodo storico successivo alle tragedie della prima parte del XX secolo ci aveva fatto credere che l’umanità si fosse finalmente emancipata dalla necessità di ricercare nel volto dell’altro un nemico da combattere.
Che il pluralismo fosse ormai un fatto acquisito.
Che chi è diverso – per cultura, genere, lingua, religione, posizione sociale, visione del mondo – potesse essere parte, a pieno titolo, della vita comune.
I fatti di questi ultimi anni e giorni (dopo l’Ucraina e Gaza, l’escalation Israele-Iran, quello che sta accadendo in California e in Irlanda) ci costringono a prendere atto che le cose sono più complicate.
Non stiamo andando verso un mondo più capace di inclusione, comprensione e coesistenza.
Al contrario, si assiste a un lento arretramento del riconoscimento dell’altro.
L’alterità, lungi dall’essere accolta, viene sempre più percepita come una minaccia.
I segnali sono così numerosi e diffusi che non è più possibile ignorarli.
La partner che delude le aspettative si trasforma nell’ostacolo alla nostra autorealizzazione.
Fino al punto in alcuni casi di essere uccisa.
Lo straniero che cerca rifugio è trattato come un invasore.
Il diverso è percepito come un errore da correggere.
Il Paese limitrofo diventa terreno di conquista.
Al di là della scala, la dinamica è sempre la stessa: prima l’altro è allontanato, poi opacizzato, infine privato del volto e della parola.
Ridotto a oggetto da classificare, a pericolo da sradicare.
E, infine, a nemico da combattere.
In una società sempre più frammentata, ad aumentare è l’intolleranza.
Nella sfera pubblica, le posizioni si polarizzano, il linguaggio si fa bellico, le categorie si irrigidiscono.
Le differenze non sono più occasione di confronto ma trincee da difendere.
E a peggiorare le cose ci sono anche le piattaforme digitali che favoriscono nuove forme di tribalismo e chiusura.
Viviamo in un paradigma culturale che ci induce a difendere a ogni costo la nostra/mia zolla di benessere, potere o identità.
Ogni cambiamento, ogni segnale di trasformazione, ogni imprevisto viene percepito come una minaccia.
Al punto che si vanno perdendo persino le competenze necessarie per gestire la relazione complessa con l’altro concreto.
Stiamo scivolando lungo un piano inclinato, con un esito incerto.
Tuttavia, non è troppo tardi per invertire la rotta, a condizione di prendere coscienza della situazione prima che peggiori ulteriormente, prima che la diffidenza e l’autoassoluzione rendano irreversibile il nostro isolamento.
Uscire da questa deriva richiede di riconoscere che l’altro non rappresenta un ostacolo al nostro benessere, ma una condizione imprescindibile della nostra umanità.
«Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro», ha detto ieri papa Leone al termine dell’udienza giubilare.
Nessuno cresce, si realizza o diventa pienamente se stesso senza l’incontro, talvolta faticoso ma sempre trasformativo, con ciò che è diverso da sé.
Nessuna società è possibile senza l’esercizio, difficile ma entusiasmante, del dialogo e dell’incontro, che rigenera il tessuto sociale e culturale.
Fissati su un principio rigido di identità, perdiamo la bellezza della vita che deriva dall’incontrare, dall’ascoltare, dall’accogliere.
E non certo dall’erigere barriere per difendersi dal mondo intero.
«Torniamo a costruire ponti – ancora il Papa, ieri – dove oggi ci sono muri.
Apriamo porte, colleghiamo mondi e ci sarà speranza».
Indubbiamente, la relazione con l’altro comporta sempre un rischio.
La relazione è intrinsecamente esposta alla possibilità di ferita.
Pensare di poter sterilizzare questo rischio, significa impoverire la nostra stessa vita.
Che, ripiegandosi su di sé, finisce per appassire.
È pertanto necessario impegnarsi attivamente per promuovere una nuova cultura della coesistenza.
Non si tratta di una semplice tolleranza, che preserva lo status quo mantenendo le distanze, bensì di un’ospitalità reciproca, capace di generare legami, progetti condivisi e nuove narrazioni.
Questo principio si applica tanto alle comunità locali quanto alle istituzioni globali, alle famiglie, alle scuole, alle imprese, alla politica e alle religioni.
In una società in cui l’alterità diventa un problema, la cura inizia con il disarmo delle pretese assolute.
È fondamentale riconoscere che il mondo non ci appartiene, ma ci è stato affidato in comune, che la nostra identità è intrinsecamente relazionale e che la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel saper condividere spazi, tempi, risorse e aspirazioni con gli altri.
In definitiva, si tratta di scegliere che tipo di mondo vogliamo abitare: se rimanere intrappolati nella logica della zolla, ciascuno arroccato nel proprio recinto, facendo piazza pulita di tutto ciò che è fuori dai suoi schemi o se siamo disposti a costruire una nuova ecologia relazionale.
Solo riconoscendo il volto dell’altro possiamo ritrovare anche il nostro.


martedì 8 aprile 2025

ADOLESCENZA INFINITA

 


Colpa 

delle troppe pretese

 di questa società

 


-         di Paola Molteni 

     

Da una parte ci sono loro, giovani fragili, arrabbiati, distanti. Dall’altra troviamo i genitori, preoccupati e disorientati, alle prese con la fatica di capire i propri figli e di aiutarli a superare i disagi di una vita appena cominciata. Difficile trovare un terreno comune ma è proprio questo l’obiettivo che esperti e studiosi indicano a tante mamme e papà che si sentono stanchi e sfiduciati.

Lo fa anche Alvaro Bilbao, neuropsicologo e psicoterapeuta spagnolo, con il testo appena pubblicato dall’editore Salani, dal titolo Come funziona il cervello di un adolescente. Sì, perché a indicare la strada verso un incontro rinnovato tra adulti e ragazzi è proprio la comprensione del complesso funzionamento della mente adolescenziale. Un cammino che madri e padri devono percorrere insieme ai propri figli per poterli sostenere durante il processo di cambiamento e di crescita.

Un labirinto

Un labirinto, più che un percorso, perché è difficile entrare nella testa dei giovanissimi.

Tanto per cominciare è già complesso definire biologicamente questa stagione di vita. “La prima cosa che dobbiamo capire è il significato della parola adolescenza”, premette l’autore. “Adolescenza significa in crescita, un processo che inizia tra gli 11 e i 12 anni, la cosiddetta pubertà, quando cambiano gli organi genitali e aumentano gli ormoni, testosterone ed estrogeni”. Più complesso determinarne la conclusione. “Una volta terminava verso i 14 anni, con la crescita della barba nei ragazzi e del seno nelle ragazze, perché il processo di maturazione era considerato esclusivamente dal punto di vista biologico. Dobbiamo però considerare che l’essere umano non è solo una creatura biologica ma anche un soggetto culturale e sociale. In questo senso l’adolescenza finisce quando un giovanissimo ha sviluppato le capacità di cui ha bisogno per essere indipendente e cavarsela da solo.

Un’autonomia che ritarda

A condizionare il raggiungimento dell’autonomia e quindi a segnare la fine dell’adolescenza sono le epoche storiche, e le culture dei Paesi. Per esempio, nell’Europa degli anni Ottanta l’adolescenza poteva finire verso i 18 anni. Oggi esiste una sorta di moratoria psicosociale, perché il periodo in cui i giovani acquisiscono le condizioni necessarie alla loro emancipazione dura più a lungo. Per capirci, a 22 anni i ragazzi sono ancora un po' adolescenti. Oggi non basta più terminare le scuole superiori per aver completato il ciclo di studi e la stessa università spesso non è sufficiente per entrare nel mondo del lavoro, servono master e tirocini. Una domanda sempre più alta per i nostri ragazzi che sperimentano fatica e frustrazione nel raggiungere equilibrio e fiducia in sé stessi”.

Fragilità

E se la fragilità e l’inquietudine hanno caratterizzato gli adolescenti di tutti i tempi, ancora di più vale per quelli dei nostri giorni, la cosiddetta Generazione Z, espressione emblematica di questo malessere, tanto da essere definita “la generazione ansiosa e depressa”, considerata particolarmente a rischio. Lo indicano chiaramente i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tra il 10 e il 20% dei bambini e soprattutto degli adolescenti, soffre dal punto di vista psichico. Il 75% delle patologie insorge prima dei 25 anni e la metà presenta sintomi di depressione, ansia e disturbi comportamentali prima dei 14.

Una vulnerabilità che è segno dei tempi, come conferma lo scrittore. “Più è complessa una società, più tempo il cervello impiega per maturare ed essere pronto ad affrontare i compiti della vita. I giovani devono armonizzare l’apprendimento scolastico con le relazioni sociali, devono parlare diverse lingue, saper convivere per più anni con i genitori, riuscire a usare bene un computer e ora anche l’intelligenza artificiale. Quindi, pur vivendo in una società in cui possiamo far conto su molti supporti, imparare a gestire tutto richiede tempi lunghi, lavoro e autodisciplina. Un impegno che li rende sempre più stressati”.

Smartphone

A causare gran parte dell’insicurezza e del disagio negli adolescenti, riflette Bilbao, è la presenza invasiva dei dispositivi elettronici, che condiziona il loro benessere mentale. “La mia generazione poteva anche annoiarsi la domenica pomeriggio, guardare la televisione, leggere un libro. Oggi i ragazzi dedicano molte ore alla settimana ai social network, da cui ricevono continui stimoli, e sviluppano una tendenza al paragone con gli altri. E non parliamo di un confronto costruttivo e stimolante con quello con amici e compagni di scuola.

Oggi il paragone si fa con i modelli del mondo dello spettacolo e i calciatori, da Taylor Swift a Cristiano Rolando o Messi, e il loro stile di vita inarrivabile. I giovani li invidiano senza chiedersi se sono felici, senza pensare che il denaro non protegge dalla tristezza e dalle frustrazioni.”.

 Felicità

A proposito di felicità, i ragazzi sanno riconoscerla? “La sperimentano con l’amicizia, un rapporto caratteristico dell’adolescenza, il tempo in cui passiamo più tempo con gli amici. Un'altra fonte di felicità – aggiunge l’autore – è sapere di avere uno scopo nella vita, che purtroppo spesso i ragazzi individuano nel successo materiale, come avere una Lamborghini o fare vacanze costose. Io dico sempre ai genitori: insegnate ai vostri figli che la felicità non sta in ciò che è straordinario, bensì nelle cose di tutti i giorni”.

E come si sentono i genitori davanti a queste sfide educative? Di che cosa sentono necessità? “In primo luogo di essere sostenuti”, sottolinea il neuropsicologo. “Tutti noi, esperti e terapeuti, dobbiamo volere bene a madri e padri perché quello che vogliono, sopra ogni cosa, oltre ogni preoccupazione e affanno, è prendersi cura dei propri figli. Dobbiamo orientarli però, perché capiscano di che cosa hanno davvero bisogno i giovani, senza farli mai sentire colpevoli davanti agli insuccessi e alle insicurezze”. Secondo lo psicologo ciò che serve è molto semplice. “Dedicare ai figli attenzione e dialogo durante la cena, coltivare il legame che deve unirli a loro. Si tratta di applicare poche norme ma chiare e importanti, prima fra tutte quella che riguarda l’uso dei dispositivi. Né genitori né figli devono usare il cellulare mentre si sta a tavola o si sta guardando la televisione. Bisogna mettere smartphone e tablet in una camera diversa rispetto a quella in cui si dorme, affinché non interferiscano con il sonno, che è la principale fonte di benessere per tutti”.

Regole

Le regole, secondo Bilbao, sono anche leve fondamentali per riuscire a prevenire i problemi di disagio mentale. “Perché è vero che i malesseri si manifestano quando il bambino o l’adolescente riceve poco affetto e poca attenzione. Ma ricordiamoci, cosa molto importante, che un’altra fonte di trauma è proprio la mancanza di limiti e di norme”.

Lo psicoterapeuta rivolge infine il suo consiglio pratico ai genitori. “Quando lavoro con famiglie che hanno problemi chiedo sempre di dedicare un’ora alla settimana a qualcosa di cui si possa gioire insieme. Che si tratti di andare a vedere una partita di calcio, cucinare, vedere una serie tv o documentari sugli animali. Questo tempo esclusivo di almeno uno dei genitori con i figli aiuta a costruire il legame, e rappresenta un vero e proprio momento riparatore di disagi e conflitti. Grazie a queste occasioni i ragazzi saranno più disponibili ad accettare quelle regole che li aiuteranno ad abbandonare le cattive abitudini e perfino le dipendenze. Lo faccio anch’io da anni con i miei figli”.

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venerdì 14 marzo 2025

UN AMICO A PASQUA


 Il caso Hackman Determinante creare comunione con gli altri

  

Riflessione sulla morte in solitudine del famoso attore.


Occorre allargare cuore e mente, capire che l’altro mi è

 indispensabile e realizzare comunità con chi è diverso da noi

 

- di MAURIZIO PATRICIELLO

 

Non voglio scrivere della bravura di Gene Hackman come attore né dei premi ricevuti. Chi ha avuto successo nel mondo del cinema, dello spettacolo, della musica suscita tanta ammirazione ma anche tanta invidia. In fondo ha ottenuto ciò che – forse, chissà - avremmo desiderato anche noi.

Voglio soffermarmi, invece, a pensare all’uomo vecchio e malato, che trova la morte nella sua stessa casa trasformata in una prigione. Solo, terribilmente solo. Come saranno state le sue ultime ore? Si sarà reso conto del dramma che stava per abbattersi su di lui? Avrà intuito che Betsy, la donna che amava e dalla quale veniva accudito, lo aveva lasciato per sempre? Avrà chiesto aiuto durante quella interminabile settimana?

È angoscioso pensare che un uomo, ricco, famoso, conosciuto in mezzo mondo, possa terminare la sua lunga vita come è accaduto a lui. Una morte tristissima, nella più gelida solitudine. Una riflessione, a riguardo, ce la possiamo permettere, anche perché gli attori, i cantanti, gli artisti, in un certo senso, almeno un poco ci appartengono. Una mia cara amica invalida mi chiese di celebrare una messa per Nadia Toffa e Fabrizio Frizzi. «Perché?» le chiesi. E lei: «Mi hanno tenuto tanta compagnia». Bellissimo.

Per questo motivo la morte di Hackman ci ha procurato non solo domande ma dolore. Com’è stato possibile? “Scelte di vita”, dirà qualcuno pronto a chiudere il discorso e voltare pagina. Quasi a dire: l’ha voluto lui, ognuno fa quello che meglio crede. E invece no, non possiamo lavarci le mani e tirare a campare. Perché il dramma della vecchiaia, della solitudine, della demenza senile, della malattia, prima o poi, ci riguarda tutti. Possiamo fare qualcosa per rendere meno pesanti gli ultimi anni di vita di tanta gente e, magari, nostri? Certamente, basta volerlo.

Innanzitutto, occorre incrementare la volontà di eliminare i ghetti.

Martedì mattina, sono stato a fare un incontro sulle mafie in un liceo di Aversa. Quasi mille giovani hanno ascoltato con attenzione, hanno fatto domande, espresso le loro perplessità, avanzato proposte. A

nche a loro, ancora una volta, ho consigliato vivamente di non ritrovarsi solo con gli amici della loro stessa età, ma di allargare le tende senza paura. Ciò di cui, necessariamente, ha bisogno il mondo è la comunione.

L’altro mi è indispensabile. Se riusciamo a creare comunione anche con chi, per età, idee, condizioni economiche, geografiche, sociali, è diverso da noi, avremo reso un ottimo servizio a noi stessi e all’umanità.

Come i vecchi non devono stare solo con i vecchi, allo stesso modo i giovani. 

La famiglia, ancora una volta, potrebbe essere la risposta a questa esigenza. In famiglia c’è spazio per tutti, nonni, genitori, bambini e cagnolino.

Dopo la famiglia, per noi cristiani, viene la comunità parrocchiale.

Iniziamo noi.

Domenica prossima, a Messa, con estrema gentilezza, andiamo a sederci accanto a uno sconosciuto. Sorridiamogli. Con garbo chiediamogli come si chiama. La prossima volta quello sconosciuto avrà un nome.

Un passo alla volta e, per Pasqua, saremo amici. Porteremo i suoi pesi e gli affideremo i nostri. E le giornate buie, come per incanto, si illumineranno. Il fardello che ci schiaccia diverrà più leggero. Ognuno diverrà custode del suo fratello.

Anche con il vicinato siamo chiamati a fare qualcosa del genere. Ci terremo d’occhio, prenderemo nota di chi vive solo, non per ficcare il naso nelle faccende altrui, ma per captare i primi segnali di un disagio, di un bisogno, di una richiesta di aiuto.

Non dobbiamo avere paura di osare. Tutto questo, ovviamente, non s’inventa dalla sera alla mattina. Si costruisce lentamente.

Anche le varie fasi della vita hanno bisogno di entrare in comunione tra loro. Un po’ come avviene per la pensione. Lavorando in gioventù costruiamo una cassa comune alla quale attingere da vecchi.

Provvedere. Prevedere. Prevenire. Soccorrere. Condividere. Amare.

Dobbiamo imparare a invecchiare, senza essere pedanti, senza pretendere di avere sempre ragione, senza la pretesa di dovere per forza insegnare. Senza rinchiuderci in quegli insopportabili lamenti che fanno scappare i ragazzi. Occorre allargare il cuore e la mente.

Chiudo gli occhi e sogno. Provo a pensare al caro Gene Hackman che spalanca le porte della sua bella casa a una, due, tre famiglie di poveri e le rende felici. Le grida dei bambini rallegrano le sue giornate. E, nel momento del pericolo, chiamano gli aiuti.

Il Vangelo ha sempre ragione. Gesù ci ha detto di amare tutti, sempre, in particolare i più fragili, i vecchi, gli ammalati, i bambini, i poveri, coloro che lentamente vanno perdendo le forze, la memoria, il senno. Hanno bisogno di noi.

 Abbiamo bisogno di loro. Custodiamoli. Custodiamoci.

Credo che le nostre comunità parrocchiali (e perché no, pure quelle scolastiche?), anche da questo punto di vista, sono chiamate a essere profetiche.

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mercoledì 2 ottobre 2024

DANTE E L'AMICIZIA

 
Desiderio, amore, libertà, etica 

 Il talento come apertura alla vita, la capacità di donare qualcosa di sé, la vicinanza nelle difficoltà, ma anche la tensione per il bene comune. Ecco la formula per essere veri amici

L’amico vero tira fuori il meglio di te, ti aiuta ad alzare lo sguardo, ti resta fedele, ma accetta anche il dolore di perderti per salvaguardare un bene più grande

-        - di MARCO ERBA*

 Dante Alighieri, in uno dei suoi sonetti più celebri, parla della sua amicizia con Guido Cavalcanti e Lapo Gianni:

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento e messi in un vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio; sì che fortuna od altro tempo rio non ci potesse dare impedimento, anzi, vivendo sempre in un talento, di stare insieme crescesse ’l disio.

Guido Cavalcanti e Lapo Gianni erano due poeti accomunati dalla stessa sensibilità di Dante e appartenenti al gruppo degli stilnovisti. Quello di Dante è una sorta di sogno ad occhi aperti: desidera trovarsi, come per magia, su un vascello, e vagare per il mare insieme ai suoi due cari compagni. Una sorta di crociera ante litteram? In realtà i critici spiegano che in questi versi Dante farebbe riferimento alla magica navicella di mago Merlino, più volte citata nei racconti del ciclo bretone, che ha per protagonisti re Artù e i cavalieri della tavola rotonda. La sostanza però è la stessa: passare del buon tempo con persone a cui si vuole bene, in una condizione di distacco dal quotidiano e da tutte le sue fatiche. Fatiche che, come tempeste, possono portarci a sbandare, a perdere la rotta. Ciò però non avviene su questo vasel incantato: nessuna fortuna (cioè fortunale, tempesta) e nessun tempo rio (cioè avverso) può disturbare la magica navigazione.

 Dante indica in questi versi uno degli elementi chiave della vera amicizia: vivere sempre in un talento, cioè in un unico desiderio, desiderando ancor più di stare insieme. L’amicizia è una dimensione preziosa dell’esistenza. Gli amici veri non sono molti: Dante ne cita due. È questa una navigazione intima, non una festa oceanica. Questi amici sono degli eletti: sono accomunati dallo stesso desiderio, dallo stesso sentire profondo. Non significa pensarla allo stesso modo su tutto, ma desiderare la presenza dell’altro, il confronto con l’altro e, di fondo, avere lo stesso orientamento esistenziale, la stessa sensibilità per ciò che davvero conta. P enso a diversi miei amici: con alcuni condivido valori, fede, ideali; altri non potrebbero essere più diversi da me. Con loro mi capita di discutere anche animatamente. Eppure c’è qualcosa che ci accomuna profondamente, quello che Dante chiama talento: un’apertura alla vita; un desiderio, pur con tutti i nostri limiti, di lasciare un segno positivo sul mondo che ci circonda. Uno i questi amici, che la pensa in modo diametralmente opposto da me sulla fede, sulla filosofia, sulla visione dell’esistenza, mi ha detto di recente una frase bellissima: « Mi piace impegnarmi per gli altri perché sono stato fortunato e ho avuto la possibilità di fare tutto ciò che desideravo nella mia vita. Ora voglio restituire qualcosa alla comunità». Ecco il talento profondo, il legame che unisce: il desiderio di donare qualcosa di sé. Dante e i suoi amici poeti donavano bellezza; ciascuno di noi, nel suo campo, può fare lo stesso, con i suoi interessi e la sua sensibilità. I l sonetto di Dante continua poi citando le donne amate dai tre poeti. Nel viaggio ideale della navicella, il poeta vorrebbe che anche loro fossero presenti:

 E monna Vanna e monna Lagia poi con quella ch’è sul numer de le trenta con noi ponesse il buono incantatore: e quivi ragionar sempre d’amore, e ciascuna di lor fosse contenta, sì come i’ credo che saremmo noi.

 Che bello se mago Merlino ponesse sul vascello anche Giovanna e Alagia (monna Vanna e monna Lagia), le donne amate da Guido e Lapo, oltre a quella ch’è sul numer de le trenta, la donna amata da Dante stesso!

L’amicizia troverebbe così compimento, perché un’amicizia vera è apertura ad altre relazioni: è apertura al mondo, non chiusura su sé stessi. L’amicizia è libertà, non gelosia. L’affetto si moltiplica, non si divide. Un amico vero è felice delle nostre altre relazioni, è disposto ad accoglierle nella sua vita. Un amico vero ci lascia andare, non ci trattiene, e per noi c’è sempre. Un amico vero è qualcuno che, se non lo vediamo da molto, è felice è accogliente e ci chiede curioso di noi, non è uno che fa l’offeso e ci domanda diffidente perché non ci siamo fatti sentire e dove eravamo finiti. L’amicizia è la condivisione di un viaggio, appunto, non è l’obbligo di timbrare il cartellino. Perché l’amicizia vera è una forma di amore e l’amore si misura sulla libertà. Non a caso l’amore è proprio l’argomento di cui i tre amici e le tre donne desiderano ragionare: l’amore è l'essenza delle relazioni più profonde.

 In questo sonetto il quadro è idilliaco, il dolore è lontano. Ma come agisce un amico nel momento della difficoltà? Dante lo racconta nel secondo canto della Commedia. Perso nella selva oscura del peccato, che può forse rappresentare quella crisi esistenziale con la quale chiunque, credente o non credente, si trova prima o poi a fare i conti, Dante viene soccorso dal poeta latino Virgilio. Questi gli rivela chi lo ha mandato: è proprio Beatrice, la donna amata da Dante. Beatrice si è rivolta a Virgilio con parole mirabili:

 l’amico mio, e non de la ventura, ne la diserta piaggia è impedito sì nel cammin, che volt’è per paura.

 Dante è definito amico, e non de la ventura.

 Un amico che resta per sempre, non un amico per convenienza. Un amico che non viene abbandonato, non uno che al cambiare delle circostanze non è più tale. Dante è impedito nel cammino e Beatrice, che ormai è diventata un’anima del paradiso, lascia il suo posto in cielo, scende fino all’inferno per inviare Virgilio. È un’immagine bellissima: l’amico non ti molla mai nelle difficoltà. Non è uno che ti dice cosa fare e poi non si sporca le mani: è uno che ti cammina al fianco, che non interrompe il suo viaggio con te, nemmeno nell’inferno.

 Beatrice mi ricorda molto un sacerdote che ho avuto la fortuna di conoscere tempo fa. Un amico di quel sacerdote si era perduto, ne aveva combinate di cotte e di crude, non voleva ascoltare ragioni, si era ridotto a dormire in un parcheggio. Non sapendo più cosa fare, quel sacerdote una sera prese un sacco a pelo e andò a dormire al suo fianco. Si gelava, era inverno. Il sacerdote disse all’amico: «Siamo proprio due idioti a stare qui a dormire al gelo». L’amico replicò: « Ma di tutti gli idioti del mondo, uno solo è qui, sdraiato al mio fianco».

 Quel sacerdote era così con tutti: non ti mollava, lo trovavi al tuo fianco quando più eri smarrito. A me capitò in uno dei giorni più brutti della mia vita: il citofono suonò e lui era lì, al mio fianco. Parlava con la sua presenza, prima di pontificare. Anni dopo scoprii che era l’unica persona a visitare in carcere e ad aiutare un uomo condannato per pedofilia. Il mio amico sacerdote si era spinto anche lì, nel fondo più nero, dalla persona più reietta e disprezzata, colpevole del reato più odioso che si possa immaginare. Ne parlammo: io ero molto critico nei suoi confronti. Lui mi disse: «Spesso le persone guardano la cenere, giudicano, condannano senza appello. Ma una scintilla sotto la cenere è sempre accesa. Dio guarda quella scintilla».

 Parole che mi colpirono, che ancora porto con me. Un amico non è Dio, ma davvero può essere colui che sempre crede in quella scintilla. L’ amicizia, purtroppo, a volte deve fare i conti con il conflitto. Guido Cavalcanti, il Guido del sonetto citato in apertura, sarà esiliato da Firenze, sua città natale, nel giugno del 1300 per motivi politici. Guido apparteneva infatti alla fazione dei Guelfi Bianchi, che si scontrarono a più riprese con i Guelfi Neri. Per pacificare la città, i priori di Firenze decisero di esiliare i capi delle due fazioni, tra i quali, appunto, Guido. Tra i priori che stabilirono questa misura c’era anche Dante Alighieri. Dante esiliò dunque l’amico a cui aveva dedicato il sonetto di cui abbiamo appena parlato. Cavalcanti morì poco dopo di malaria. Nessuno può sapere cosa provò Dante nel prendere una decisione così drastica, né si può conoscere il dolore del poeta per la morte dell’amico. Ma questo provvedimento così drammatico ci ricorda che non esiste amicizia senza etica. L’amicizia non può far dimenticare il bene comune, non deve impedire di compiere la scelta giusta. Se l’amicizia è vera, l’amico non sarà mai un raccomandato, non riceverà mai ingiusti sconti o favoritismi. Per questo Marco Tullio Cicerone, autore latino conosciuto e citato da Dante, nel De amicitia afferma che la vera amicizia è possibile solo tra boni, cioè tra persone virtuose. L’amicizia non è semplice cameratismo, non è condivisione acritica di ogni esperienza. L’amico vero tira fuori il meglio di te, ti aiuta ad alzare lo sguardo. Ti resta fedele, ma accetta anche il dolore di perderti per salvaguardare un bene più grande.

 *Insegnante e scrittore

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