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martedì 28 aprile 2026

ECOLOGIA INTEGRALE IN FAMIGLIA

 


Un documento

 vaticano per 

"vivere l'ecologia

 integrale 

in famiglia"




I Dicasteri per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale 

e per i Laici, la famiglia e la vita pubblicano un testo congiunto

 per aiutare a 

"trasmettere in famiglia la cura Creato e della vita umana"

Vatican News

"L’Ecologia integrale nella vita della famiglia" è il titolo del Documento realizzato congiuntamente dai Dicasteri per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (Dssui) e per i Laici, la famiglia e la vita (Dlfv) per "trasmettere in famiglia la cura Creato e della vita umana".

Un comunicato informa che teologi, consulenti e coppie sposate sono stati coinvolti nella stesura del testo, concepito per accogliere gli appelli dei Papi Francesco e Leone XIV ad ascoltare il grido dei poveri e della Terra e a offrire una risposta concreta, mettendo in pratica gli insegnamenti dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia e dell’enciclica Laudato si’.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO



Terreno fertile per la società

"I valori che prendono forma e crescono nella famiglia costituiscono il terreno fertile da cui scaturisce la vita della società. Le famiglie sono quindi fondamentali per sviluppare e trasmettere il valore della cura della nostra casa comune e di ogni persona", scrivono nella presentazione i cardinali Michael Czerny e Kevin Farrell, prefetti dei due Dicasteri.

"Molte famiglie - continuano i due porporati - vivono già questa vocazione con cuore aperto e con la speranza che è Cristo Gesù.

In famiglia si imparano il dono di sé, la pazienza e la dedizione, l’accoglienza e la tutela della vita, affinché possa fiorire e svilupparsi pienamente; così come la complementarità e la reciprocità, lo scambio intergenerazionale e la solidarietà con altre famiglie, insieme alla trasmissione di conoscenze e tradizioni".

Spunti e riflessioni

Il Documento propone spunti utili alle famiglie, ai gruppi ecclesiali e ai singoli lettori per far fronte alle sfide ambientali attuali e per promuovere lo sviluppo integrale di ogni persona.

La prima parte raccoglie concetti fondamentali basati sugli scritti più significativi di Papa Francesco; la seconda contiene capitoli tematici che riflettono sette obiettivi tratti dalla Laudato si’ sull’ascolto del grido della terra, dei poveri e dei vulnerabili, sulla promozione dell’economia ecologica, sull’adozione di stili di vita ad hoc, su ecologia integrale e istruzione, sulla spiritualità ecologica in una prospettiva familiare e sulle famiglie che partecipano alla vita comunitaria.

Ogni capitolo sviluppa spiegazioni, implicazioni, domande e azioni concrete. "L'Ecologia integrale nella vita della famiglia" è disponibile gratuitamente in cinque lingue sui siti web ufficiali dei due Dicasteri.

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giovedì 25 settembre 2025

UNA CATOSTROFE NUCLEARE


 Inaccettabile corsa al riarmo, si rischia catastrofe nucleare


Due gli interventi di monsignor Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, alle Nazioni Unite. 

Sugli esperimenti nucleari ha ribadito l’urgenza di ratificare il trattato sulla messa al bando dei test. 

Riguardo le armi nucleari, l’arcivescovo ha espresso preoccupazione per l'impiego dell'Intelligenza Artificiale nel riarmo

 -         Benedetta Capelli – Città del Vaticano

-    “Un passo urgente per evitare una catastrofe nucleare”: così monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, intervenendo ieri, 26 settembre, alla quattordicesima Conferenza per facilitare l'entrata in vigore del Trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari degli esperimenti nucleari, sottoscritto dalla Santa Sede 29 anni fa, il 24 settembre 1996.

L’arcivescovo ha sottolineato che la mancata entrata in vigore del trattato “rimane una realtà deplorevole” che “compromette gli sforzi globali contro i test nucleari”. Pertanto emergono “interrogativi in merito alla responsabilità etica”, da qui la sollecitazione agli Stati a ratificare visto il contesto internazionale “in cui la dignità umana e il diritto internazionale sono troppo spesso minati”.

Una pericolosa illusione

“La pace non può essere garantita attraverso la paura reciproca o la logica della deterrenza”: ha affermato monsignor Gallagher ribadendo che i test nucleari hanno avuto pesanti conseguenze catastrofiche dal punto di vista umanitario e ambientale. “Purtroppo, la continua espansione e modernizzazione degli arsenali nucleari, accompagnata da una retorica sempre più bellicosa e da minacce relative al loro impiego, - ha aggiunto - perpetua la pericolosa illusione che la sicurezza possa essere raggiunta attraverso la minaccia di annientamento”.

Il dialogo invece della distruzione

Il segretario per i Rapporti con gli Stati ha riportato poi le parole di Papa Leone XIV in occasione dell’ottantesimo anniversario dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, due sciagure – aveva detto il Pontefice – che dovrebbe essere un monito contro la devastazione provocata dalle guerre e dalle armi nucleari. Papa Leone aveva esortato a “lasciare il posto agli strumenti della giustizia, alla pratica del dialogo e alla fiducia nella fraternità”. Parole che lo stesso arcivescovo ha ripreso per ricordare che il Trattato esprime “la volontà dell'umanità di scegliere il dialogo invece della distruzione, la ragione invece della rivalità e la solidarietà invece del sospetto”. Pertanto, la Santa Sede si è detta pronta a collaborare “per promuovere una visione radicata nel bene comune dell'intera famiglia umana”, lavorando insieme per “rafforzare gli sforzi verso la stabilità e una pace vera e duratura”.

Le armi nucleari, minaccia globale

Commemorando l'80.mo anniversario del primo test nucleare nel New Mexico e dei tragici bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki che ne seguirono, monsignor Gallagher ha ricordato sempre ieri nel corso della riunione di alto livello per commemorare la Giornata internazionale per l'eliminazione totale delle armi nucleari, le sofferenze profonde causate da questi eventi tragici ma anche “la minaccia che le armi nucleari continuano a rappresentare per la pace globale, per le generazioni future e per il creato”. Profonda la preoccupazione della Santa Sede per la tendenza al massiccio riarmo invece che “verso iniziative che promuovono lo sviluppo umano integrale e la pace duratura”, una situazione “inaccettabile” che richiede una rinnovata responsabilità internazionale.

L’uso dell’intelligenza artificiale nel riarmo

Un contesto alimentato da tendenze che rischiano di “normalizzare ciò che dovrebbe rimanere inequivocabilmente inaccettabile”, favorendo incentivi per la produzione e il possesso di armi nucleari, “dinamiche mettono in pericolo la delicata e ancora incompiuta architettura del disarmo che è stata accuratamente costruita nel corso di decenni”. “Ulteriore motivo di preoccupazione – ha aggiunto l’arcivescovo - è l'emergere di una nuova corsa agli armamenti caratterizzata dall'integrazione dell'intelligenza artificiale nei sistemi militari, compresi i sistemi spaziali e i sistemi di difesa missilistica”.

Un mondo libero dalle armi nucleari

L’appello della Santa Sede alla comunità internazionale è di rinnovare l’impegno al disarmo, al rispetto degli impegni internazionali e del mandato dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA). Necessaria dunque la ratifica del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), l’adesione al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) “come passo concreto verso la realizzazione di un mondo libero dalle armi nucleari e la prevenzione delle catastrofiche conseguenze umanitarie che ne deriverebbero dal loro utilizzo”. Infine, il segretario per i Rapporti con gli Stati ha invitato a “rinnovare gli sforzi verso misure di disarmo più ampie, tra cui il rilancio dei processi bilaterali di controllo degli armamenti, l'entrata in vigore del Trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari (CTBT) e l'avvio di negoziati sui trattati relativi al materiale fissile e alle garanzie di sicurezza negative”.

 Vatican News

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giovedì 22 giugno 2023

ASSOCIAZIONI, IN MISSIONE CON PIETRO

 INCONTRO ANNUALE DEI MOVIMENTI ECCLESIALI E DELLE NUOVE COMUNITÀ

“In missione con Pietro. L’apostolicità al cuore dell’identità dei movimenti ecclesiali”

RELAZIONE INTRODUTTIVA DEL CARD. FARRELL

ABSTRACT

In occasione del 25° anniversario del primo Congresso Internazionale delle associazioni e dei movimenti ecclesiali del 1998, si vuole tornare a riflettere sulla conferenza dell’allora Card. Joseph Ratzinger dal titolo “I movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica” per illuminare l’oggi dei movimenti, mettendone a fuoco identità e missione. Specifico del ministero petrino è il superamento della dimensione puramente locale e il “guardare al mondo” intero. In tal modo si tiene fede al mandato missionario universale affidato da Cristo ai Dodici. Il Papa non realizza da solo questa dimensione universale della successione apostolica. Nella storia della Chiesa, infatti, sono sorti carismi e movimenti spirituali che hanno collaborato con i successori di Pietro nella propagazione del Vangelo. 

Anche per i movimenti laicali moderni vale lo stesso: collaborare al ministero petrino e al suo desiderio apostolico di portare a tutti il Vangelo è il loro ruolo specifico, la loro “collocazione teologica”. 

Ciò pone importanti sfide per l’oggi, prima fra tutte quella dell’evangelizzazione, attuata in modo che sappia parlare agli uomini e alle donne contemporanei, evitando prassi, linguaggi, metodi anacronistici; da ciò discende la necessità di mettere in contatto il carisma con le esigenze reali delle persone, con le nuove sensibilità culturali e le nuove situazioni pastorali; come anche l’indicazione di vivere l’apostolicità missionaria in modo sinodale, in profonda sintonia con il Papa, con le chiese particolari e i loro pastori e con gli altri movimenti ecclesiali.

LA COLLOCAZIONE TEOLOGICA DEI MOVIMENTI NEL MAGISTERO DEI PONTEFICI. A VENTICINQUE ANNI DALL’INCONTRO MONDIALE DEL 1998 Relazione don Paolo Prosperi, FSCB

ABSTRACT

La relazione riflette sulla nota ecclesiale dell’apostolicità quale chiave di comprensione del posto dei movimenti nella Chiesa, alla luce del magistero della Chiesa da ’98 ad oggi. In un primo momento, viene presentato l’insegnamento in merito di Joseph Ratzinger, non mancando di fare riferimento a Iuvenescit Ecclesia, che di tale insegnamento rappresenta uno sviluppo e insieme l’incorporazione nel magistero autorevole della Chiesa. 

I movimenti laicali, secondo tale visione, non sono che una incarnazione nell’oggi di quella che Ratzinger chiama apostolicità universale della Chiesa. Il che significa due cose: da un lato, radicamento nella fede e nell’esperienza di Cristo dei Dodici, e perciò attaccamento al magistero della Chiesa ed in particolare di Pietro; dall’altro, chiamata a trasmettere il vangelo alle genti (missio ad gentes). In un secondo momento, vengono messe a fuoco alcune delle più importanti preoccupazioni pastorali emergenti dal magistero di papa Francesco. 

Esse si concentrano attorno a tre rischi o tentazioni: (i) autoreferenzialità, (ii) personalismi, (iii) pietrificazione del carisma. In un terzo e conclusivo momento, si propongono alcune considerazioni, che mirano a suggerire strade concreto di affronto dei problemi messi in evidenza dal recente magistero del Santo Padre. 

Esse ruotano attorno a tre forme di umiltà: (i) umiltà verso il Cristo e le vie ordinarie da Lui istituite come strada d’accesso a Lui; (ii) umiltà verso i lontani, ovvero gli uomini e le donne cui si è inviati; (iii) umiltà verso il carisma.

DICASTERO LAICI FAMIGLIA VITA

lunedì 29 maggio 2023

ABITARE IL DIGITALE

Dal Dicastero per la Comunicazione Vaticano, un vademecum per abitare il digitale

Si chiama “Verso la piena presenza. 
Una riflessione pastorale sull’impegno nei social media” l’ultimo documento del Dicastero per la Comunicazione. 
Una guida per abitare il digitale

- di Andrea Gagliarducci


Come la Chiesa deve abitare il digitale? Superando la logica dell’aut aut, considerando virtuale e reale come un unico spazio di evangelizzazione, raccontando storie e mettendo in piazza la propria testimonianza e non limitandosi a scambiare informazioni, e prendendo sul serio l’influenza che ciascun cristiano può avere nell’ambiente digitale. Sono i punti centrali di un lungo documento del Dicastero della Comunicazione vaticano, intitolato “Verso la piena presenza. Una riflessione pastorale sull’impegno nei social media”.

Non è un tipo di documento nuovo per la Chiesa, che dal 1995 è online con un sito internet e tutti i testi dei Papi disponibili, cosa che ne ha fatto un pioniere della comunicazione digitale. E vale la pena di ricordare che nel 2002 uscirono due istruzioni del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, “La Chiesa ed Internet” ed “Etica in Internet”. Ovviamente, però, le sfide sono sempre diverse, e anche il cammino sinodale in cui la Chiesa è impegnata oggi ha dimostrato la necessità di coinvolgersi ancora di più nel mondo digitale.

Il documento del Dicastero parla di una sfida pastorale, ed il linguaggio è in linea con l’idea di Papa Francesco di mettere l’evangelizzazione al primo posto. Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero della Comunicazione, spiega che “il documento non è un direttorio, né una sorta di guideline teorico-pastorale, il suo focus è l’uomo, non la macchina, il cuore e non l’algoritmo”.

Lo spazio digitale

In 87 punti, il documento fa prima una ampia disamina dello spazio digitale come si presenta adesso, guardando anche agli sviluppi dell’intelligenza artificiale e agli algoritmi che ormai dominano la percezione umana perché preposti a selezionare ed evidenziare le informazioni che ritengono migliori nel sovraccarico informativo di oggi.

E già queste sono sfide non da poco. Anche perché ci si trova di fronte ad una Chiesa che da una parte ha bisogno di abitare il virtuale, ma dall’altra è chiamata a costruire comunità; che da una parte approfitta delle innovazioni tecnologiche per fare arrivare le liturgie nelle case di tutti (è successo durante il lockdown), ma dall’altra sa che l’Eucarestia “non si può guardare”, si deve vivere, e si deve vivere in comunità.

Monsignor Lucio Ruiz, segretario del Dicastero della Comunicazione, afferma: “La nostra cultura va assunta per essere redenta, e che redenta va assunta e vissuta. È questo il nostro luogo che dobbiamo abitare, è questo lo spazio dove trovare gli uomini e le donne per annunziare il lieto messaggio. È la nostra terra di missione”.

Costruire comunità

Ecco allora che la necessità prima è quella di costruire comunità, di “condividere un pasto”, attività che non si può fare virtualmente, ma solo stando davvero insieme. In fondo, si tratta di trasportare la logica del samaritano anche nella piazza virtuale, con la consapevolezza che “le relazioni comunitarie nelle reti social dovrebbero rafforzare le comunità locali e viceversa”.

Ma come deve essere il cristiano nei social media? “Lo stile cristiano – si legge nel documento - deve essere riflessivo, non reattivo, anche sui social media. Pertanto, dobbiamo essere tutti attenti a non cadere nelle trappole digitali nascoste in contenuti che sono intenzionalmente progettati per seminare conflitti tra gli utenti, provocando indignazione o reazioni emotive”.

La risposta è la testimonianza, e “i social media possono diventare un’opportunità per condividere storie ed esperienze di bellezza o di sofferenza che sono fisicamente lontane da noi. Così facendo, potremo pregare insieme e cercare insieme il bene, riscoprendo ciò che ci unisce”.

Dialogare con il Padre

Il documento chiede anche di coltivare un “dialogo con il Padre”, di mantenere spazi di preghiera che ricorderanno sempre “che tutto è stato ribaltato con la croce”.

Quello che sembra venir fuori dal documento è l’idea di “umanizzare” il virtuale. “Cosa significa – si legge - ‘curare’ le ferite sui social media? Come possiamo ‘ricucire’ le divisioni? Come costruire ambienti ecclesiali in grado di accogliere e integrare le “periferie geografiche ed esistenziali” delle culture odierne? Domande come queste sono essenziali per discernere la nostra presenza cristiana sulle ‘strade digitali’.”

Comunque, si legge ancora nel testo, “c’è ancora molto su cui riflettere nelle nostre comunità di fede rispetto a come sfruttare l’ambiente digitale in un modo che integri la vita sacramentale. Sono state sollevate questioni teologiche e pastorali su vari aspetti: ad esempio, lo ‘sfruttamento commerciale’ della ritrasmissione della Santa Messa”.

Comunicare la verità

Un punto di partenza, dunque, non un punto di arrivo. Con la consapevolezza che “per comunicare la verità, dobbiamo innanzitutto accertarci di trasmettere informazioni veritiere; non solo nel creare i contenuti, ma anche nel condividerli. Dobbiamo assicurarci di essere davvero una fonte attendibile”.

Ma anche che “per comunicare bontà, abbiamo bisogno di contenuti di qualità, di un messaggio orientato ad aiutare, non a danneggiare, a promuovere un’azione positiva, non a perdere tempo in discussioni inutili”.

Comunicare la bellezza

E ancora, “per comunicare la bellezza, dobbiamo accertarci che stiamo comunicando un messaggio nella sua interezza, il che richiede l’arte della contemplazione, arte che ci permette di vedere una realtà o un evento in relazione con molte altre realtà ed eventi”.

Si riparte allora da Gesù Cristo “via, verità e vita”, punto fermo nel contesto delle post-verita e delle fake news, e anche guardando al mondo dei social nella loro funzione commerciale, e non più di condivisione. Ci vuole la consapevolezza, insomma, che siamo tutti consumatori e fruitori allo stesso tempo, che tutto può essere strumentalizzato.

Sapere ascoltare

Il cristiano, allora, può rispondere con l’ascolto, specialmente per contrastare la velocità e l’immediatezza della cultura digitale. “Impegnarsi nell’ ascolto sui social media è un punto di partenza fondamentale per progredire verso una rete fatta non tanto di byte, avatar e ‘mi piace’ quanto di persone. In questo modo passiamo dalle reazioni rapide, dalle ipotesi fuorvianti e dai commenti impulsivi al creare opportunità di dialogo, sollevare domande per saperne di più, manifestare cura e compassione, e riconoscere la dignità di coloro che incontriamo”.

 acistampa

VERSO LA PIENA PRESENZA



mercoledì 19 ottobre 2022

AIMC E UMEC INCONTRANO IL NUOVO PREFETTO

 INCONTRO CON IL NUOVO PREFETTO 

DEL DICASTERO 

PER LA CULTURA E L’EDUCAZIONE

 

Il nuovo Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, Cardinale Tolentino de Mendoza, insieme al Direttore dell’Ufficio Scuola della Santa Sede, mons. Rinaldo Donghi, ha incontrato i presidenti e i segretari dell’AIMC e dell’UMEC.

È stato un incontro caratterizzato da cordialità e interesse reciproco.

Il presidente dell’UMEC-WUCT, Guy Bourdeaud’hui, e quello dell’AIMC, Giuseppe Desideri, insieme ai due segretari, Esther Flocco e Giovanni Perrone, hanno illustrato al Prefetto le finalità delle due organizzazioni e le prospettive di sviluppo a livello nazionale e a livello mondiale.

Il Cardinale, nel complimentarsi per il generoso impegno associativo, ha evidenziato il grande valore che le associazioni professionali cattoliche hanno per garantire alle giovani generazioni una formazione di qualità, sin dalla scuola dell’infanzia e, nel contempo, per accompagnare i docenti nella formazione continua.

Richiamando i molteplici solleciti del Santo Padre, ha ricordato che l’educazione  è prioritaria esigenza per il mondo di oggi, per superare le complesse problematiche che ostacolano il pieno sviluppo della società e delle persone e per garantire pace e prosperità a tutte le nazioni.

Le istituzioni scolastiche debbono saper essere comunità vive e vivificanti, in cui ogni studente possa trovare l’opportunità di apprendere e di essere aiutato a crescere in umanità e in cittadinanza, accompagnato ed orientato da dirigenti e insegnanti  competenti, intraprendenti e lungmiranti, testimoni di positiva relazionalità e  di quei valori che esaltano la dignità di ogni persona e aperti alla trascendenza.

Gli insegnanti cattolici, ovunque essi operano, grazie ad una formazione continua, non solo professionale, sono chiamati a prestare un servizio di qualità che renda ogni comunità scolastica spazio di apprendimenti significativi e fecondo stimolo per la società in cui operano. Per raggiungere buoni risultati e mantenere piena vitalità è necessario creare alleanze educative con le famiglie e la realtà esterna, così come frequentemente ci invita a fare il Papa.

Perciò, la presenza di vivaci associazioni professionali deve essere garantita,  apprezzata e sostenuta dalla comunità ecclesiale e da quella sociale.

Il Prefetto ha assicurato la gratitudine e la vicinanza del Dicastero per l’AIMC e l’UMEC-WUCT, nonché il suo apprezzamento per tutti coloro che ai vari livelli sono generosamente impegnati come dirigenti e come soci nell’Associazione. Ha, inoltre, augurato buon lavoro per i prossimi eventi delle due istituzioni: l’Assemblea UMEC-WUCT in novembre e il Congresso AIMC nel prossimo gennaio.

I presidenti dell’AIMC e dell’UMEC hanno ringraziato per la cortese e amichevole accoglienza ricevuta e per la positiva relazione che il Dicastero ha sempre avuto con l’AIMC e l’UMEC-WUCT.

 

mercoledì 24 novembre 2021

SANTA SEDE. IL DICASTERO PER L'EDUCAZIONE

 I dicasteri della Santa Sede raccontati dall’interno: storia, obiettivi e "bilancio di missione",  come funzionano le strutture che sostengono il ministero del Papa. 

Intervista al prefetto, il cardinale Giuseppe Versaldi

-          Gabriella Ceraso – Città del Vaticano

Da una parte la “catastrofe educativa” delle decine di milioni di bambini nel mondo esclusi da qualsiasi rete scolastica. Dall’altra il “patto educativo” proposto dal Papa per contribuire a sanare questa profonda ferita umana prima ancora che sociale. Nello spazio di mezzo, per così dire, si concentra il lavoro di una trentina di persone che seguono, indirizzano, sorvegliano, promuovono la formazione scolastica e accademica degli istituti cattolici in tutto il mondo. Il cardinale Giuseppe Versaldi racconta la missione della Congregazione per l’Educazione Cattolica, il cui bilancio di missione, nel dato ufficiale 2021 della Santa Sede, è parte dei 21 milioni di budget stanziati complessivamente per una trentina di dicasteri e istituzioni vaticane.

L’educazione è uno dei temi centrali del pontificato di Francesco, che nell’ottobre 2020 ha rilanciato la proposta di un “patto globale” rivolto a tutti i soggetti formativi della società per il futuro delle nuove generazioni. In che modo il Dicastero è impegnato a sostenere e a realizzare l’impegno sollecitato dal Papa?

Sin dall’inizio del pontificato Papa Francesco, seguendo il suo precedente stile pastorale, insiste sulla necessità di investire i talenti di tutti, e soprattutto delle giovani generazioni, per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente. Con il lancio del patto educativo, egli ha rinnovato l’invito a stringere un’alleanza che permetta di trovare la convergenza globale per un’educazione che sappia unire tutte le persone e tutte le loro componenti, allo scopo di trovare soluzioni ai problemi del cambiamento epocale in atto, avviare processi di trasformazione senza paura e guardare al futuro con speranza. Un tale invito è stato rivolto a tutti: docenti, studenti, genitori, società civile; tutti i saperi e le discipline; le varie espressioni intellettuali, scientifiche, artistiche, sportive, politiche, economiche, imprenditoriali a sostegno dei giovani.

La Congregazione per l’Educazione Cattolica, incaricata di accompagnare l’attuazione di tale progetto, oltre a promuovere una serie di convegni ed eventi per approfondire i vari profili del patto educativo, svolti subito dopo il primo messaggio del Santo Padre – del 12 settembre 2019 – ha iniziato a monitorare e raccogliere le esperienze più significative avviate dalle scuole e università cattoliche e da molte altre istituzioni educative in molti Paesi del mondo. Vista la proliferazione delle iniziative e nella prospettiva di un loro costante sviluppo nei prossimi anni, è stato creato un Comitato – con la Fondazione Pontificia Gravissimum educationis, l’Università Lumsa e l’Università Cattolica del Sacro Cuore – il quale ha predisposto un agile vademecum per gli educatori e un volume con le linee guida per le università. Mentre nel primo strumento sono sviluppati gli obiettivi del patto indicati dal Papa, nelle linee guida vengono illustrate cinque aree tematiche nelle quali il patto potrà trovare adeguate articolazioni per iniziative accademiche, scientifiche e culturali: dignità e diritti umani; fraternità e cooperazione; tecnologie e ecologia integrale; pace e cittadinanza; culture e religioni. Tenuto conto che la proposta di un patto educativo si propone di trovare una convergenza globale in una “casa comune” per gli abitanti della Terra, e di una alleanza generatrice di pace, giustizia, accoglienza tra tutti i popoli e di dialogo tra le religioni, il lavoro del Dicastero si svolge in collaborazione con altri organismi della Santa Sede, in una feconda e proficua collaborazione.

 INTERVISTA AL PREFETTO




sabato 26 giugno 2021

DDL ZAN. CHE LA RAGIONE PREVALGA!


 -        di Giuseppe Savagnone


«Concordo pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano. Per questo si è scelto lo strumento della Nota Verbale, che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali». Così è intervenuto il card. Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, nel dibattito sul rapporto tra il Vaticano e lo Stato italiano.

Un intervento che in cui si manifesta l’evidente intento del Vaticano di abbassare i toni della polemica – e forse la presa di coscienza di avere fatto un passo controproducente, almeno davanti all’opinione pubblica –, come conferma anche la precisazione del “ministro degli Esteri” del papa, secondo cui la Nota era destinata a rimanere «un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato».

Peraltro, il cardinale ha ribadito ciò che già si sapeva: «Non è stato in alcun modo chiesto di bloccare il ddl Zan. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo. La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è».

Un problema reale da discutere laicamente

Quale che sia la valutazione della opportunità o meno dell’intervento della Santa Sede, c’è almeno un punto su cui sarebbe bene riflettere, si sia o meno d’accordo con esso nel suo insieme. Discuterlo con equilibrio, al di là del coro di proteste che la Nota ha suscitato – alcune, per la verità, evocanti un laicismo vecchio stampo, come nel caso di Fedez – non è una rinuncia alla laicità, ma il rispetto della sua essenza, che è la disponibilità a confrontarsi razionalmente con chi la pensa in modo diverso.

Nel ddl Zan si prevede un aggravio di pena per chi «istiga a commettere o commette atti di discriminazione» nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Ora, come ha fatto notare Parolin, «il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago. In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo».

Basta cercare nel vocabolario «Treccani»: il significato di “discriminare” è «distinguere, separare, fare una differenza». Ora, è chiaro che chi – come la Chiesa cattolica, ma non solo – non condivide l’equiparazione piena tra i rapporti eterosessuali e quelli omosessuali, sta ponendo per ciò stesso una differenza, una discriminazione tra i primi e i secondi. Rientra per questo nella fattispecie criminale prevista dal ddl Zan?

È vero che, per rispondere alle preoccupazioni di chi accusava il ddl Zan di impedire ogni forma di dissenso rispetto alla dibattuta questione del gender, è stato inserito appositamente nel testo l’articolo 4, che esclude dalla punibilità «la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte». Ma anche questa precisazione contiene, alla fine, una postilla non insignificante: «purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Mettendo da parte l’ipotesi estrema della violenza, un giudice non potrebbe considerare una omelia, una catechesi – o anche semplicemente una presa di posizione da parte di chiunque sostenga che quello tra uomo e donna è l’unico “vero” matrimonio – come manifestazioni di pensiero «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori», nella misura in cui destinate a convincere gli ascoltatori a fare una netta differenza, e quindi una discriminazione,  tra l’unione eterosessuale e quella gay?

Quand’è che la discriminazione – il “fare la differenza” – tra eterosessualità e omosessualità è l’implicazione di una visione dell’essere umano, del corpo, della sessualità, pur nel pieno rispetto delle persone, e quando invece comporta il proseguimento di una secolare, triste tendenza, ancora molto diffusa, a insultare, umiliare, perseguitare, emarginare chi è “diverso”? Questo il ddl Zan non lo precisa.

Il valore della differenza

Qualcuno dirà che già ammettere una diversità è una forma di emarginazione. Non è vero. È proprio questo l’equivoco delle gender theories, quando puntano a “decostruire”, o comunque a minimizzare, la differenza sessuale inscritta nella biologia e nella morfologia dei nostri corpi, considerandola automaticamente fonte di ingiustizia e di violenza. Non è vero che si può rispettare l’altro solo se si elimina la sua diversità. Al contrario, il vero rispetto nasce proprio dall’accettazione delle differenze. La reazione contro l’“omofobia” non può giustificare un’altrettanta disastrosa tendenza all’omologazione indiscriminata, peraltro già presente nella nostra società.

E finché non si faranno queste precisazioni, anche il messaggio culturale ed educativo che il ddl Zan vuole indirizzare alla società, e in particolare alle scuole, con l’istituzione di una “Giornata nazionale contro l’omofobia”, rischia di essere estremamente ambiguo e di trasformarsi, in molti casi – pur col lodevolissimo intento di combattere il bullismo e altre forme di cattiva discriminazione –, in un’ esaltazione della in-differenza tra maschile e femminile, tra omo ed eterosessualità, tra famiglie etero e famiglie gay, tra la generazione fondata sull’amore tra uomo e donna e quella che fa ricorso all’utero in affitto.

Particolarmente allarmante è che la prospettiva di questa propaganda capillare gravi su tutte le nostre scuole, di ogni ordine e grado, incluse le elementari. Un emendamento, che prevedeva l’introduzione nel ddl Zan del consenso dei genitori per i bambini della scuola primaria, è stato respinto. Come non vedere il pericolo di una ideologia di Stato, che scavalca la Chiesa, ma anche la famiglia?

Il pasticcio

Detto tutto ciò, bisogna prendere atto che la gestione “politica” di queste legittime esigenze, da entrambe le parti oggi in conflitto, ha lasciato molto a desiderare e ha impedito di affrontare i problemi reali. A lungo la posizione della Cei è stata del tutto negativa verso il ddl Zan, bollato in blocco come suerfluo e liberticida. Non si sono colte le esigenze in sé giuste che esso rappresentava e non si è fatto lo sforzo per distinguerle dalle formulazioni sbagliate. Solo in extremis – quando ormai era chiaro che il testo stava per diventare legge – in una battuta con i giornalisti il card. Bassetti ha precisato che l’intento dei vescovi non era di affossare il testo, ma di modificarlo. Come del resto oggi ribadisce la Santa Sede, che però è intervenuta troppo tardi per avviare un dialogo costruttivo e si è attirata, con il suo passo, accuse di ingerenza del tutto infondate (qui si tratta del rispetto di un accordo tra due Stati e del legittimo confronto tra essi quando nascono dei problemi), ma accolte in blocco da un’opinione pubblica poco abituata (ancora una volta) a fare distinzioni.

Dal lato del Parlamento si è lasciato che gli equivoci del ddl Zan permanessero, dando spazio alle fazioni che vedono nella battaglia sulle questioni etiche un modo per smantellare la tradizione etica del nostro Paese. Particolarmente assordante il silenzio dei deputati e senatori cattolici disseminati sia a destra che a sinistra, con la sola eccezione – purtroppo sospetta – di quelli che da tempo cercano di accaparrarsi l’elettorato cattolico, ostentando una ispirazione evangelica di cui il loro programma complessivo è una evidente smentita. E questa confusione (ancora una volta, si misconoscono le differenze) tra laicità e laicismo non poteva che portare allo scontro.

Il risultato è sotto i nostri occhi. Difficile dire come finirà. Ma non possiamo rinunziare alla speranza che la ragione – non la fede – prevalga, per migliorare il ddl Zan e far sì che le giuste esigenze che esso rappresenta si concilino con il rispetto di un pluralismo esaltato da tutti a parole, ma minacciato nei fatti.

 *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

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giovedì 24 giugno 2021

FEDEZ, IL VATICANO, LE INESATTEZZE


 Lettera di Suor Anna Monia Alfieri, legale rappresentante delle scuole Marcelline italiane e membro della Consulta di Pastorale scolastica e del Consiglio Nazionale Scuola della CEI, indirizzata al cantante Fedez e riferita ad alcune esternazioni di quest’ultimo:

 

Gentilissimo signor Federico Leonardo Lucia,

mi rivolgo a lei chiamandola per nome: mi sembra, infatti, più dignitoso e rispettoso per la sua persona. Immagino, data la sua giovane età, che lei sia fresco di studi e che a scuola, sia alla Secondaria di Primo che alla Secondaria di Secondo Grado, i suoi insegnanti di Storia le abbiano presentato (e Lei poi a casa, nel pomeriggio, abbia studiato) il Concordato Lateranense del 1929 e la sua Revisione del 1984. Certo, lei mi dirà: il Concordato del 1929 fu firmato da Mussolini. Concordo.

Quello del 1984 fu però firmato, per lo Stato italiano, da Bettino Craxi, un socialista doc, non certo un amico del Vaticano e delle sue presunte logiche di potere. Spero, quindi, che, prima di fare certe affermazioni, abbia ripreso in mano quei libri, sempre che li abbia conservati e non li abbia venduti alla fine dell’anno. Cosa lecita, ci mancherebbe, qualche soldino in più per aiutare in famiglia o da dare in beneficenza fa sempre bene! Mi creda a 46 anni, dopo tre lauree, continuo a studiare, perché avverto la responsabilità di dire parole che costruiscono. Se ciò vale per un semplice cittadino, figuriamoci per un personaggio pubblico del suo calibro, con un seguito così folto e numeroso. Ovviamente sospendo ogni giudizio, chi è senza peccato scagli la prima pietra, disse. Qualcuno, ma mi permetto di fare una considerazione di metodo, solo per aiutare i nostri ragazzi ad orientarsi. Mi sembra doveroso, Lei sarà d’accordo.

Guardando il video da Lei diffuso, capisco che Lei non conosce, con dovizia di dati, i temi che intende porre all’attenzione pubblica e cioè: cosa sia uno Stato laico, cosa sia un Concordato, quale sia il tema dei sacerdoti processati con la legge del Vaticano e/o civile, quali tasse vengono pagate. Ancora, credo che Lei ignori il volontariato che centinaia di migliaia di laici, preti, suore, compiono ogni giorno. La solidarietà di cui Lei parla, in realtà, si chiama prossimità e non avviene mai a favore di telecamera. Non sappia la destra ciò che fa la sinistra, disse sempre quel Qualcuno.

Siccome sono più grande (di età naturalmente) di Lei, mi permetto di darLe un consiglio, anche se non richiesto: lo faccio in considerazione di tutti i consigli non richiesti che anche Lei offre ogni giorno, forte di un lessico forbito ed elegante dal quale traspare in tutta evidenza la sua profonda cultura e il suo alto senso civico. Se Lei desidera dare un contributo alla Res-publica –  cosa lodevolissima e che, per altro, rappresenta anche un dovere per tutti i cittadini ai sensi dell’art. 2 della Costituzione – è necessario documentarsi prima di esprimersi, al fine di evitare sovrapposizioni di argomenti.

Un conto è il ddl Zan che, Le ricordo, agli artt. 4 e 7 lede il diritto alla libertà di espressione (art. 21 della Costituzione), alla libertà di insegnamento dei docenti (art. 33 della Costituzione), alla libertà di scelta educativa che spetta ai genitori, cioè a Lei e non ad altri, né Chiesa né stato (art. 30 della Costituzione). E questo è un fatto.

In merito poi alla sua preoccupazione dei danari (una preoccupazione davvero di alto profilo morale e, soprattutto, coerente con il suo stile di vita, sempre così sobrio e morigerato), La informo che, in merito alla sua affermazione “Il Vaticano non paga le tasse immobiliari e l’Italia sta violando il Concordato”, nel 2020, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha pagato per imposte € 5,95mln per IMU e € 2,88mln per IRES. A queste vanno aggiunte le imposte pagate da Governatorato, Propaganda fide, Vicariato di Roma, Conferenza Episcopale italiana e singoli Enti religiosi. Ovviamente è tutto documentato, fino all’ultimo centesimo. E anche questo è un fatto.

Detto questo, la libertà del singolo non può essere negata. Se vorrà rimanere sulle sue posizioni, ce ne faremo tutti una ragione. Certo ai giovani, ai quali Lei si rivolge, io suggerisco sempre di approfondire, di andare oltre la notizia.

Per amore della verità non potevo tacere.

Un augurio di ogni bene,

sr Anna Monia Alfieri

 

Tecnica della Scuola


 

 

 

 

UNA SANA LAICITA'

 


Ddl Zan, la sana laicità 

che assicura le giuste libertà della Chiesa e di tutti

Caro direttore, ci risiamo: l’assenza di laici responsabili e maturi nella scena politica del Paese, fa sì che debbano intervenire le gerarchie ecclesiastiche su temi particolarmente sensibili. Prima i vertici della Cei poi la Segreteria di Stato vaticana hanno di fatto suonato un campanello di allarme, indicando i rischi connessi all’attuale formulazione della proposta di legge Zan contro l’omotransfobia. Purtroppo, come sembra, tali interventi vengono anche fraintesi e, per dirla tutta, si espongono al fraintendimento, il che non accadrebbe se a metterli in campo fossero dei laici credenti ( christifideles laici, secondo la dicitura cara a Giovanni Paolo II). Con i suoi campanelli di allarme, la Chiesa esercita il suo ruolo profetico di fronte alla società e al pensiero in essa dominante.

Sul piano diplomatico, l’intervento mi sembra decisamente legittimo. Come con la diplomazia interveniamo su regimi che negano la libertà delle persone, i quali a loro volta ritengono 'ingerenza' la difesa dei diritti umani, così, la Segreteria di Stato vaticana ha tutto il diritto di rivolgersi ai propri interlocutori diplomatici a livello istituzionale. Chi ritiene che l’occasione possa essere propizia per recedere dal Concordato, considerato clerico- fascista, si pone in opposizione a una realpolitik, che magari viene invocata in altri ambiti geopolitici.

Il vero problema sta altrove. I laici cristiani politicamente impegnati dovrebbero far riflettere sul fatto che, oltre il Parlamento, in Italia, esiste una Corte costituzionale, la quale sarebbe comunque chiamata a esprimersi, qualora rispetto a una legge si insinuasse il dubbio della incostituzionalità. E ciò prima ancora di intraprendere guerre di religione o battaglie 'ideologiche'. Per quel che posso comprendere da profano, ma comunque cittadino e credente, il contenzioso si può ridurre a due motivi fondamentali. Il primo e più eclatante riguarda il reato di opinione e l’eventuale attentato che il dettato della legge porrebbe di fronte alla libertà di pensiero. Non dimentichiamo che l’illuminismo intollerante ha prodotto martiri proprio in nome di tale libertà, che non è stato capace di rispettare e riflettere fino in fondo. Se davvero fossimo in tale situazione, la Corte costituzionale dovrebbe fare il suo dovere per richiamare i diritti fondamentali delle persone e dei gruppi. Ma ciò potrà avvenire solo a legge approvata. Nel frattempo, il miglior modo di suscitare il dibattito è quello di dialogare con i soggetti della politica, evitando anche che la posizione dell’autorità ecclesiastica venga strumentalizzata da forze che, in altri contesti, negano diritti umani fondamentali.

Il secondo ambito riguarda la 'giornata' contro l’omotransfobia nelle scuole, cui dovrebbero aderire anche quelle di ispirazione cattolica. Est modus in rebus, perché qui sono chiamati in causa gli organi collegiali delle istituzioni scolastiche, che possono organizzare tale esperienza nei modi che ritengono più opportuni in relazione al progetto educativo della comunità educante stessa. Ed anche qui il ruolo dei laici è determinante.

Proprio chi si scaglia contro il Concordato in una circostanza come questa rischia, suo malgrado, di fomentare quella 'guerra di religione', di cui, oggi come oggi, nessuno sente il bisogno.

*Giuseppe Lorizio, Università Lateranense

RISPOSTA DEL DIRETTORE DI AVVENIRE, MARCO TARQUINIO:

Le riflessioni di un gran teologo come te, caro don Pino, anche su materie delle quali ti dichiari 'profano', sono sempre straordinariamente utili e profonde. Te ne sono grato. E le accompagno con tre considerazioni ulteriori, che danno per lette le molte altre sviluppate sulle nostre pagine in questo lungo anno di civile dibattito sul cosiddetto ddl Zan, purtroppo prevalentemente extraparlamentare e, su tanti altri media, piuttosto asfittico o pregiudizialmente condiscendente con i più allarmanti contenuti di quel testo.

La prima considerazione è che non sono mancati 'solo' laici credenti responsabili e maturi, ma statisti o almeno politici decentemente lungimiranti. Capaci, cioè, di capire quali meccanismi e percorsi stessero mettendo o mantenendo in moto e quali delicatissimi problemi riuscissero a creare con un testo che – lungi dall’essere al 100 per cento contro l’omotransfobia e pienamente rispettoso della sana (e altrettanto rispettosa) libertà di pensiero tutelata dalla Costituzione – si è trasformato in un carrozzone sul quale si è caricato di tutto, anche i reati contro le donne e le persone disabili, pur di introdurre nel nostro sistema normativo un concetto di 'identità di genere' vago e cangiante e diverso dalle nozioni di 'sesso' e di 'genere'.

La seconda considerazione è che in questi mesi, fuori dal Parlamento, si è creato non soltanto un fronte del sì a ogni costo anche in Senato al ddl Zan così com’era stato approvato dalla Camera, ma anche una... libera coalizione di idee tra giuristi, ecclesiastici, accademici, intellettuali, docenti, giornalisti, persone di ogni estrazione e occupazione, credenti e non credenti, cattolici e femministe, di diversa tradizione politica e culturale, ma ugualmente impegnati per fare in

modo che una legge che desse anche emblematicamente nome all’aggravante per i reati di omotransfobia ci fosse epperò non perseguisse altri obliqui e preoccupanti fini. Impegno pochissimo amato, ostentatamente ignorato e riconosciuto o contestato solo in chiavetta tattica da chi puntava, invece, alla radicalizzazione dello scontro.

Ora, a vedere il bicchiere mezzo pieno, s’è aperta una fase diversa. C’è un 'tavolo' in Senato, attorno al quale ci si è ripromessi di lavorare per rendere accettabile da tanti, e se possibile da tutti, una norma che dovrebbe essere motivo di unione contro reati odiosi e non di veemente contrapposizione e di rischiosi scivolamenti illiberali. Potrebbe aiutare a percorrere questa strada virtuosa proprio la notizia – trapelata ieri e non confermata ufficialmente dalla Santa Sede, ma di fatto dallo stesso premier Draghi (che oggi parlerà del tema in Parlamento) – della nota della Segreteria di Stato vaticana che segnala al Governo italiano le lesioni che alcune norme previste dal cosiddetto ddl Zan minacciano di portare alle libertà che l’Italia, con i patti conosciuti come Concordato, assicura anche alla Chiesa. La mia terza e ultima considerazione è questa. Le libertà tutelate dal Concordato Stato-Chiesa sono una preziosa e specifica applicazione di laiche libertà che sono fondamentali per tutti nell’espressione di legittime visioni e opinioni, nell’insegnamento, nell’organizzazione di reti associative e, nel caso di comunità religiose, di riti. Hai perciò perfettamente ragione, illustre e caro don Pino, non ci sono da indire 'guerre di religione' (anche se più di qualcuno si sta già dando da fare per riattizzarle), ma c’è una pace da consolidare. Ognuno faccia la sua parte con senso politico (e non solo partitico), onestà intellettuale e sana laicità.

www.avvenire.it

domenica 1 marzo 2020

LA CHIESA NON PAGA LE TASSE? UN MITO DA SFATARE

"Il mito della Chiesa che non paga le tasse sugli immobili"

Circolano su Internet e sui giornali accuse su evasioni fiscali della Chiesa e del Vaticano, oltre a falsità sui beni.
 Mons. Nunzio Galantino, presidente Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa), sul mensile Vita Pastorale, ribadisce: “Chi denunzia Il Vaticano deve offrire cifre attendibili”.

 di Monsignor Nunzio Galantino

«Un prete non sa rispondere a quanti continuano a ripetergli che il Vaticano ha evaso 5 miliardi di Imu allo Stato». Ha ragione questo prete a trovarsi in difficoltà. Mi troverei in difficoltà anch’io, ma non tanto per mancanza di risposta. Quanto piuttosto per una carenza fondamentale nella domanda, dal momento che chi continua a ripetere che «il Vaticano ha evaso 5 miliardi di Imu allo Stato» non offre nessun dato che permetta di verificare l’attendibilità dell’affermazione. Da chi denunzia la rilevante somma che il Vaticano avrebbe evaso bisognerebbe farsi dire in base a quale legge, su quali immobili e in riferimento a quale periodo è stato quantificato il debito del Vaticano? E poi, strettamente legati a questo tema, circolano su Internet e sui giornali i numeri più disparati circa le proprietà della Chiesa. C’è, addirittura, chi afferma che in Italia un immobile su quattro apparterrebbe al Vaticano o a enti religiosi! Si tratta, evidentemente, di dati fantasiosi e del tutto irrealistici, alimentati dalla leggenda delle immense ricchezze accumulate nel tempo dalla Chiesa cattolica. Di fatto, la maggior parte dei suoi immobili sono chiese, che non rendono nulla e per i quali bisogna, invece, sostenere elevati costi di manutenzione. Torniamo al mito della Chiesa che non paga le tasse sugli immobili. In realtà, non è così e non lo è mai stato.
Su immobili dati in affitto imposte pagate senza sconti o riduzioni
Per l’ennesima volta, bisogna ribadire che sugli immobili dati in affitto – quelli cioè che rendono davvero – da sempre le imposte vengono pagate senza sconti o riduzioni. In passato, le polemiche furono alimentate perché l’Ici (imposta comunale sugli immobili) prevedeva l’esenzione per gli immobili degli enti senza scopo di lucro, integralmente utilizzati per finalità socialmente rilevanti (per esempio, scuole, mense per i poveri o centri culturali). A tale proposito, è bene chiarire che questo tipo di esenzione non riguarda solo gli enti appartenenti alla Chiesa cattolica. Di questa esenzione hanno sempre beneficiato e beneficiano tutte le altre Confessioni religiose, tutti i partiti, tutti i sindacati e tutte le realtà che realizzano le condizioni previste dalla legge. Il ragionamento che giustificava l’esenzione era semplice: i comuni rinunciano all’imposta, perché il vantaggio che la comunità riceve da tali attività è di gran lunga superiore. E questo lo sanno bene i nostri concittadini, i quali apprezzano il bene che viene fatto attraverso le opere caritative. Contrariamente a quanto molti hanno scritto e continuano a scrivere, l’esenzione nonsi è mai applicata alle attività alberghiere, anche se gestite direttamente da istituti religiosi. Esse pagavano totalmente le imposte, mentre l’esenzione si applicava alle sole attività ricettive svolte senza percepirne reddito (per esempio, Case famiglia o strutture per l’accoglienza di profughi e senza tetto).
Si smetta di diffondere generiche e non verificate notizie
Per completezza di informazione vanno ricordate le dichiarazioni di Papa Francesco e quelle dell’allora Presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco. Entrambi, in circostanze diverse, hanno ribadito il preciso dovere di pagare le tasse dovute sugli immobili di proprietà ecclesiastica che svolgono attività commerciali. Io stesso, allora Segretario generale della Cei e in altra circostanza, ho invitato i giornalisti a smettere di diffondere generiche e non verificate notizie. Ho persino chiesto a coloro che fossero a conoscenza di evasione da parte di enti ecclesiastici, di denunciarli subito alle competenti autorità, assicurando il mio appoggio. Non esistono studi seri che – numeri alla mano – quantifichino la misura delle esenzioni di cui hanno goduto gli enti non commerciali e ne determini la percentuale riferibile agli enti ecclesiastici. Con il tempo, le imposte sono cambiate: ora ci sono l’Imu, imposta comunale sugli immobili, e la Tasi, tributo locale per i servizi indivisibili. Essi si aggiungono all’Ires, imposta di carattere nazionale che interessa le persone giuridiche. Agli enti non commerciali l’Ires si applica con l’aliquota ridotta del cinquanta per cento. Essi però, a differenza delle società commerciali, non possono recuperare l’Iva sui lavori e sull’acquisto delle merci.
Tasse pagate nel 2019 in Italia
Come ulteriore contributo alla chiarezza e per focalizzare il discorso su dati certi, riporto le tasse pagate nel 2019 in Italia dall’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede, l’ente vaticano che gestisce gli immobili intestati direttamente alla Santa Sede: 5.750.000 euro di Imu e 354.000 euro di Tasi, versati per oltre il novanta per cento al comune di Roma, dove gli immobili si trovano. Se aggiungiamo 3.200.000 euro di Ires, arriviamo a un totale di oltre 9.300.000 euro. Non proprio una bazzecola, tenuto conto che queste somme si riferiscono soltanto alla parte di beni amministrati dall’Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica). A queste somme va aggiunto quanto, con gli stessi criteri, pagano la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli (Propaganda Fide), il Vicariato di Roma, la Cei, gli Ordini e le Congregazioni religiose. Varrebbe la pena, allora, partire da dati certi per avviare una riflessione seria, mettendo sul tavolo anche il valore di ciò che la Chiesa fa ogni giorno per il bene del Paese. Non certo per la volontà di “contabilizzare” o “censire” la carità, che è stata fatta e continua a essere fatta silenziosamente in favore di tutti i bisognosi. Ma, piuttosto, per chiedere a quanti ci accusano di evasione, di partire dalla realtà dei fatti.