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martedì 11 giugno 2024

IL RATTO di EUROPA


Parlamento europeo: da dove vengono queste due parole? 


È una storia di sangue e sogni, come sempre la storia umana.

 

-        - di Alessandro D’Avenia

 

 Un mito

Partiamo dal mito. Europa, bellissima figlia del re fenicio di Tiro, vide comparire sulla spiaggia un toro bianco. Incuriosita salì sul dorso del prodigioso animale che entrò in mare e la portò verso ovest fino a Creta. Il toro si rivelò essere Zeus che la violò. Europa non tornerà più e l’Occidente, dove era sparita, prenderà il suo nome. Erodoto, storico greco, nel V sec. a.C. cercando le cause remote della rivalità tra Oriente e Occidente dice che il mito cela fatti meno prodigiosi ma altrettanto cruenti: i Fenici avevano rapito la principessa greca Io e i Greci, per vendetta, avevano preso la figlia del re di Tiro, Europa. Aveva così avuto inizio la catena di vendette e rapimenti che, passando per la guerra di Troia, culminerà nelle guerre persiane, vinte dai Greci uniti (Termopili, Maratona, Salamina...) contro l’invasore. Uno scontro geopolitico che per Erodoto aveva nell’area del Bosforo il cardine: da un lato l’Asia minore, i Persiani, dall’altro l’Europa, i Greci. Ma come può il nome di una ragazza rapita diventare l’aggettivo che qualifica il parlamento per cui ieri 370 milioni di persone di 27 Paesi erano chiamate a votare?

 Un luogo

L’origine del nome Europa è incerta, ma indicava il luogo dove si vedeva sparire la luce, del Sole o di una ragazza. L’Europa è quindi solo un ovest per chi sta a est, o una vocazione e quindi un compito?

Erodoto se lo chiede e afferma che la differenza tra Asia (minore) ed Europa nonché causa della loro rivalità era la forma di governo: i Persiani si sottomettono a re dispotici, i Greci alle leggi. Sudditanza contro isonomia (uguaglianza di fronte alla legge). Lo storico trovava l’elemento unificante dei Greci nella difesa della libertà: questo aveva dato loro la forza di sconfiggere un impero potente come il persiano, questo è il DNA greco dell’Europa.

 La Grecia però entrerà in crisi neanche un secolo dopo, proprio quando sgretolerà l’unione delle sue città-stato che, per rivalità e predominio, si suicideranno in una guerra fratricida che le indebolirà sino a consegnarle a un altro re, il macedone Filippo, padre di Alessandro Magno. L’eredità dei Greci fu sviluppata poi dai Romani che geograficamente e politicamente crearono l’Europa così come la intendiamo, costruendo i confini di una civiltà dotata di un sistema: di leggi alla base del nostro diritto, di amministrazione e di comunicazione (strade e lingua) straordinarie. Ma anche Roma venne meno tra guerre civili, rivalità di generali e follie di imperatori, poi i barbari fecero il resto, anche se conservarono alcune strutture dell’impero.

 Una comunità

In questo frangente il collante per l’Europa diventò il cristianesimo.

Come? Nel 476 d.C. l’ultimo imperatore d’Occidente, un adolescente, fu deposto, il disordine dilagava tra le rovine dell’Impero. Benedetto, un ragazzo nato a Norcia nel 480 d.C. da famiglia agiata, dopo essersi recato a Roma per gli studi, l’aveva lasciata nel caos ma l’aveva conservata nel cuore e nella mente. Ritiratosi sull’Appennino laziale, creò comunità guidate dalla sua Regola (stessa radice di reggere), sintetizzata in: ora et labora, «prega e lavora». Grazie a questi due inseparabili imperativi, i monaci e i laici delle terre limitrofe formavano una comunità in cui non importava essere liberi o schiavi, nobili o contadini, dotti o ignoranti, romani o barbari: tutti, dentro e fuori dal monastero, collaboravano.

Quest’arte di vivere armonizzava spirito e corpo, eterno e tempo, natura e lavoro, tradizione e invenzione, singolo e comunità come mostrano i capolavori vivi della tradizione benedettina: impianti cittadini che oggi ammiriamo nella sintesi virtuosa tra abitato e campagna, viticultura e apicultura, arte medica e officinale con le piante, agricoltura di terreni difficili, un sistema embrionale di depositi e prestiti, gli scriptoria per copiare e meditare i testi antichi, l’istruzione dei bambini, l’architettura delle abbazie, riti quotidiani conservati in parole come colazione, pietanza, pranzo... L’Europa diventa, come dice il grande sociologo Léo Moulin in La vita quotidiana secondo San Benedetto: ”Una rete di fattorie modello, di centri di allevamento, di focolai di cultura, di fervore spirituale, di arte di vivere, di volontà di azione, in una parola, di civiltà ad alto livello che emerge dai flutti tumultuosi della barbarie. San Benedetto è senza dubbio il padre d’Europa».

Una storia

Da questi semi sbocceranno Medioevo e Rinascimento, che faranno dell’Europa un capolavoro e un baluardo contro le invasioni, questa volta dell’Islam. Non si dà Europa quindi senza aggiungere all’eredità di Atene e Roma anche quella di Gerusalemme, cioè il giudeo-cristianesimo.

Purtroppo, però l’Europa degli egoismi nazionali e delle guerre di religione tradì quest’anima composita. Non a caso un genio come Novalis nel 1799, sconvolto dalla cruenta frammentazione politica dovuta alle guerre napoleoniche, riprendendo la tradizione umanistica europea (Erasmo da Rotterdam, Pico della Mirandola), scrisse La cristianità ossia l’Europa, in cui cercava l’anima perduta del continente.

Una proposta inascoltata, con l’esito di inasprire le divisioni nazionali che porteranno alla tragica storia del XX secolo.

 Una sinfonia

Per fare l’Europa non basta quindi una moneta comune, di comune serve un’anima: non si dà altrimenti un corpo (sociale) vivo. L’Europa non è la somma di egoismi nazionali ma una sinfonia: qual è lo spartito? L’Europa non si dà come identità superiore, impregnata ancora di mentalità coloniale e bellica. L’Europa non si dà come imposizione di regole dettate dalle economie più forti. L’Europa non si dà senza Ucraina ma neanche senza Russia, perché come ripeteva Giovanni Paolo II è una dall’Atlantico agli Urali. L’Europa non si dà senza una politica condivisa nei confronti del fenomeno migratorio. L’Europa non si dà come succursale della Nato ma come polo di una tensione geopolitica multipolare. L’Europa non si dà senza una regolamentazione chiara degli enormi flussi di capitale gestiti dai pochi gruppi economici e dalle aziende che oggi dominano l’economia mondiale. L’Europa non si dà senza l’unione di chiesa cattolica, protestante e ortodossa.

 Ma questa resta utopia senza una lingua comune: una nuova capacità di «parlarsi». Anche il «parlamento» (luogo in cui «si parla») è un’invenzione benedettina: il «parliamentum», in latino medievale, era infatti l’assemblea sovranazionale delle abbazie. Quello di Bruxelles parla questa lingua comune? Che anima mi unisce a un francese, un ungherese, un tedesco, un polacco... tanto da sentirli parte del mio stesso corpo (sociale)? Non bastano l’Erasmus e il roaming. I venti di guerra che soffiano proprio oggi in Europa mostrano infatti una sconfortante debolezza di immaginazione politica e di parola diplomatica, e ripetono ciò che nella storia ha sempre portato al disastro: in assenza di legami reali si punta su un nemico, credendo che la guerra, non la parola, possa dare «unione» a chi non l’ha. Il mito non sbagliava: Europa resta ancora la ragazza dell’antico racconto: rapita verso ovest. Salvarla è un sogno o la nostra vocazione?

 Alzogliocchiversoilcielo


giovedì 16 maggio 2024

IL BISTURI E L'ACCETTA

 Premierato, sovranità e consenso

 

-di AGOSTINO GIOVAGNOLI

 

È sempre più diffuso l’equivoco secondo cui sovranità popolare (il popolo come fonte di ogni potere) coincide con consenso elettorale (che misura la forza dei partiti). Ma non è così: se la prima è il fondamento della democrazia, il secondo è compatibile anche con regimi non democratici.

 Sovranità popolare vuol dire potere di tutti e per questo la sua espressione fondamentale è il Parlamento che rappresenta non la voce del popolo – che non ha mai una voce sola! – ma le tante voci diverse di tutti i cittadini. Non solo quelle di chi ha più voti alle elezioni. Il governo, invece, esprime la volontà di una parte: quella che, di volta in volta, ha la maggioranza. Per formare il governo, dunque, è giusto tener conto dei consensi raccolti. Ricordando però che l’esecutivo non esprime la sovranità popolare, come invece finiscono per affermare, più o meno esplicitamente, molti sostenitori del premierato. Oggi il Parlamento non gode di buona fama, ma domani potremmo scoprire che, screditandolo e maltrattandolo, abbiamo preparato la strada al downgrading, il declassamento dell’Italia da democrazia a simil-democrazia.

 La confusione tra sovranità popolare e consenso emerge ad esempio quando si discute dell’aspetto più controverso della proposta di premierato: l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Come si è detto, in democrazia è regola ferrea che qualsiasi governo sia subordinato al Parlamento. Persino se il suo capo è eletto dal popolo. Tale elezione, infatti, mostra che ha più consensi di altri, ma ciò non lo rende espressione della sovranità popolare. Non a caso, anche in repubbliche presidenziali come gli Stati Uniti, Congresso e Senato hanno poteri fortissimi che controbilanciano quelli del Presidente, come è particolarmente evidente oggi. Invece, la riforma del premierato – così come è attualmente formulata – mette in discussione la subordinazione del governo al Parlamento. Eletto dal popolo, il presidente del Consiglio acquisterà sul Parlamento potere di vita e di morte, mentre la fiducia parlamentare al suo governo diventerà una formalità. In questo modo il consenso (raccolto da una parte) prevarrà sulla sovranità (che appartiene a tutti). Il problema non sarà risolto neanche dall’eventuale introduzione di una legge elettorale a doppio turno, che avrà il vantaggio di rendere necessario un consenso più ampio per chi guiderà il governo ma non ne farà un rappresentante del popolo.

Un parlamento da avvilire 

Il modo in cui si sta procedendo la discussione sul premierato evidenzia già questa tendenza ad avvilire il Parlamento (oltre a svuotare il ruolo del Presidente della Repubblica, anch’egli espressione della sovranità popolare, attraverso la sua elezione parlamentare). Maggioranza e opposizione puntano fin da ora sul referendum (la prima ha già arruolato attori e cantanti per la campagna referendaria). Il messaggio è chiaro: la discussione in Parlamento non ha importanza, la maggioranza approverà e l’opposizione boccerà, poi il popolo sarà convocato per un grande scontro frontale. Che, da solo, non garantisce la democrazia. Usato per bypassare il Parlamento, infatti, il referendum diventa uno strumento per delegittimarlo. La discussione sul premierato parte male anche perché a presentarla è il governo in carica. Non è bene, infatti, che chi ha in mano il potere esecutivo proponga o addirittura imponga una riforma costituzionale così importante. De Gasperi non è mai intervenuto nei lavori dell’Assemblea costituente – tranne che sull’articolo 7 – e Matteo Renzi è stato giustamente criticato per aver fatto approvare, da presidente del Consiglio, una riforma costituzionale (poi bocciata dal referendum). Svilisce il Parlamento, inoltre, che una riforma così importante sia decisa da uno scontro pugilistico tra maggioranza e opposizione.

 La sovranità popolare violata

Chi ha il potere di imporre una riforma così importante ha il dovere non solo di ascoltare le critiche, ma anche di accoglierne le più importanti e non mancano oggi le voci sagge e competenti – anche all’interno della maggioranza – che ne evidenziano gli aspetti problematici. Quando si arriverà al referendum non sarà più possibile correggere errori o contraddizioni: si dovrà scegliere tra il Sì o il No, tagliando con l’accetta una materia che invece richiede il bisturi. Viola la sovranità popolare, infine, che discutendo di questa riforma non si faccia anzitutto riferimento alla Costituzione: massima espressione di tale sovranità è infatti il potere costituente, che entra in campo quando si devono gettare le fondamenta della vita comune (e non è questo il momento). Si argomenta che la Costituzione è stata frutto di un compromesso, che non ha un’impostazione unitaria, che tanti la interpretano in modi diversi... Insomma, poco più che buoni principi espressi in forma generica. Non è così, come ha ricordato il Presidente Mattarella pochi giorni fa. Il nucleo del compromesso costituzionale fu l’intesa raggiunta, tra tutte le più importanti forze politiche, sul primato della democrazia rispetto alle loro diverse ideologie: è questa la sostanza dell’antifascismo della Carta. Per la Costituzione la sovranità popolare non è solo un punto di partenza, ma anche un obiettivo da raggiungere, la democrazia non è solo un insieme di istituzioni, norme e procedure, ma anche un processo per affermare l’uguaglianza non solo formale ma anche sostanziale di tutti i cittadini, rimuovendo gli ostacoli che impediscono l’inclusione di chi è più emarginato, svantaggiato, in difficoltà. Una spinta che ha fatto crescere enormemente la società italiana ma che oggi sembra affievolirsi sempre di più.

 

www.avvenire.it


venerdì 14 ottobre 2022

LA SMENTITA DI UNA ILLUSIONE


 - di Giuseppe Savagnone*

 

L’elezione del presidente del Senato, primo atto ufficiale del nuovo Parlamento, avrebbe dovuto inaugurare la nuova stagione politica promessa in campagna elettorale dalla Destra. Finalmente un governo stabile, sulla base di un programma chiaro e condiviso, col sostegno di una netta maggioranza che i sondaggi preannunciavano e che le urne hanno poi confermato.

Non c’era bisogno di essere maghi, e neppure politologi professionisti, per capire che dietro questa oleografia di facciata c’erano dei problemi di fondo, che la legittima scelta tattica dei partiti alleati di unire i loro voti, per vincere le elezioni, portava a mettere in secondo piano o addirittura a negare. E i problemi sono puntualmente esplosi, prima ancora che il governo si sia formato, già nelle difficili trattative per la scelta dei ministri e poi, clamorosamente, in questa solenne giornata di apertura dei lavori parlamentari.

I fatti sono noti. In aula, i senatori di Forza Italia, tranne Berlusconi e la Casellati, si sono rifiutati di votare per il candidato della Destra alla presidenza del Senato, Ignazio La Russa, co-fondatore di Fratelli d’Italia. Il quale, però, è stato ugualmente eletto, grazie al voto decisivo di diciassette senatori dell’opposizione che, nel segreto dell’urna, hanno indicato il suo nome, contravvenendo alle prese di posizione ufficiali dei rispettivi partiti.

Un duplice colpo di scena, a cui va aggiunto un pizzico di “giallo” per il fatto che questi invisibili sostenitori, che il neopresidente eletto ha ufficialmente ringraziato (deve a loro la sua elezione), rimangono tuttora senza nome. Nessuno – e si tratta di ben diciassette persone su duecento senatori! – ammette di avere contravvenuto alla linea ufficiale del proprio partito e di avere prestato questo inatteso soccorso alla maggioranza claudicante.

Interpretazioni a confronto

Questo è ciò che avvenuto. Resta il problema di interpretarlo. Fino a un certo punto, anche a questo livello non ci sono dubbi né divergenze. Tutti concordano sul fatto che l’astensione di Forza Italia sia stata la risposta di Berlusconi al netto rifiuto, da parte di Giorgia Meloni, di esaudire le sue richieste riguardo l’attribuzione dei ministeri e la nomina dei nuovi ministri.

Per quanto riguarda il primo punto, il cavaliere rivendicava per il suo partito, senza successo, la poltrona che più direttamente riguarda i suoi interessi, e cioè quella del ministero della Giustizia. Sul secondo punto il contrasto con la premier in pectore verteva sul nome dei Licia Ronzulli, l’ex infermiera divenuta in questi ultimi anni l’ombra di Berlusconi e la sua più fedele consigliera. Il cavaliere la voleva a guidare un ministero importante, possibilmente quello della Salute, mentre la Meloni non la riteneva all’altezza del governo di alto profilo che lei intende guidare.

Da qui la risposta data da Forza Italia in aula a palazzo Madama: «Abbiamo voluto dare un segnale che non si devono dare i veti su persone», ha detto Berlusconi commentando l’accaduto. Fin qui tutto chiaro. Da questo punto in poi le interpretazioni divergono. Secondo quella data dallo stesso Berlusconi, all’uscita dall’aula, l’intento dell’astensione non era di impedire l’elezione di La Russa: «Avevamo fatto tutti i calcoli che sarebbe stato votato lo stesso».

Accettando questa versione, qualche commentatore è arrivato a sostenere che si deve proprio ad un diretto intervento del cavaliere il voto favorevole dei diciassette rappresentanti dell’opposizione, che sarebbero stati da lui stesso contattati in precedenza segretamente. Si sarebbe trattato, insomma, di un’azione puramente dimostrativa, i cui effetti erano stati in anticipo neutralizzati. Difficile, francamente, prendere per buona questa lettura.

Più plausibile sembra quella degli opinionisti che vedono nell’episodio un tentativo fallito di ricattare la Meloni, costringendola a cambiare posizione sulle scelte dei ministri. L’appoggio dei diciassette “franchi tiratori”, secondo quest’altra interpretazione, non solo non sarebbe stato voluto da Berlusconi, ma avrebbe costituito per lui un grosso smacco, evidenziando l’irrilevanza dei voti del suo partito e consentendo alla leader di Fratelli d’Italia di ottenere quello che voleva senza cedere di un millimetro sul governo.

E sulla vittoria di Giorgia Meloni si concentrano i commenti dei suoi fedelissimi, che sottolineano il risultato storico costituito dall’ascesa alla seconda carica dello Stato di un rappresentante dell’estrema destra. Cercando così, però, di far restare in ombra il risvolto forse più inquietante di questa vicenda, che è la fragilità della nuova maggioranza. La si era presentata come una corazzata destinata a navigare sicura per i prossimi cinque anni della legislatura, e invece, alla prima prova, ha imbarcato acqua al punto che sarebbe affondata senza un soccorso esterno. Che poi , come dicono alcuni – questa è un’ulteriore sfumatura interpretativa – , la Meloni si aspettasse tale soccorso non cambia nulla alla imbarazzante fragilità di un esecutivo che deve sperare, per farsi valere, su transfughi (per giunta anonimi) dell’opposizione.

Tutti contro tutti

E siamo appena all’inizio. Se il buon giorno di vede al mattino, quella che il nostro Paese si accinge a vivere non è una stagione politica rassicurante. E non solo per la debolezza del futuro governo. Dopo tanti vituperi al precedente Parlamento, accusato di non aver rispettato la volontà popolare e di aver dato luogo a governi di segno contrastante, il nuovo si è aperto all’insegna del più classico degli inciuci, quello di parlamentari che approfittano del voto segreto per fare il doppio gioco.

Questo coinvolge innanzi tutto, ovviamente, l’opposizione. Anche se non è facile capire come sia stato possibile che un numero così rilevante di parlamentari si sia potuto discostare dalla linea dei rispettivi partiti restando nella segretezza. Berlusconi e altri hanno fatto il nome del gruppo di Renzi, ma è formato da solo quattro senatori. Altri hanno accusato della rottura del fronte delle sinistre i 5stelle, che avevano appena denunziato una manovra del PD per escluderli dalle cariche di vicepresidenti nelle due Camere, ma gli interessati respingono con sdegno al mittente le accuse.

 Sta di fatto che, anche all’interno della sinistra il “giallo” dell’elezione del presidente del Senato ha evidenziato ed esasperato le divisioni (dentro questo campo già apertamente dichiarate), contribuendo a quel clima di “tutti contro tutti” che è esattamente il contrario di ciò che questo difficilissimo momento della vita nazionale richiederebbe.

Il problema è che non bastano nuove elezioni per cambiare una classe politica. I difetti di fondo denunciati ieri ed esibiti per invocarle, come una miracolosa medicina in grado di superarli, sono in realtà ancora davanti ai nostri occhi. Una vera “conversione” può venire solo da un ben più profondo rinnovamento culturale, che non può riguardare solo i rappresentanti, ma deve cominciare già dalla base, dai rappresentati, liberandoli dalle illusioni di un superficiale populismo che se la prende con i potenti di turno per spodestarli e sostituirli, ricadendo poi nelle stesse logiche.

Diceva Charles Péguy che «la rivoluzione sociale sarà morale o non sarà». Non basta, per un vero cambiamento, un avvicendamento al potere. Qui ci vuole un’altra visione della politica, ritornando a quel primato del bene comune – un valore etico e al tempo stesso politico – che la Seconda Repubblica ha sistematicamente ignorato e che, in questi suoi ultimi sviluppi, non sembra destinato ad avere maggiore peso che nel recente passato. E per questo non basta sostituire il presidente del Consiglio e i ministri, non basta neppure eleggere nuovi parlamentari. Ci vogliono logiche nuove, frutto di una nuova mentalità che bisogna costruire. A questo futuro, che ancora non si vede, ma che non un un’utopia, dobbiamo tutti lavorare.

 * Pastorale della Cultura Diocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

 

 


venerdì 2 luglio 2021

ALLARME SBALLO PER I GIOVANISSIMI


In oltre 400 pagine 

la fotografia dei consumi e dello sballo 

al tempo del lockdown

 

-         di Viviana Valoisio

-          

Un quadro tanto dettagliato quanto drammatico. In particolare, sulla situazione dei minori, a cui viene dedicato un capitolo apposito circa gli effetti del lockdown e dell’isolamento, i cui effetti a lungo termine l’Italia ha iniziato a osservare nelle ultime settimane. La Relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze, pubblicata ieri sera in oltre 400 pagine, è la fotografia da cui partire per ripensare il sistema dei servizi. Un bilancio che riprende, in buona sostanza, i diversi allarmi lanciati negli ultimi mesi su come il mondo dell’offerta e della domanda di sostanze si sia per così dire “adattato” alla pandemia. Ovvero, perfettamente, visto che nell’anno delle chiusure le droghe hanno continuato ad arrivare con facilità a chi le cercava: meno le operazioni di sequestro (giù del 13%), molto di più le sostanze intercettate (un secco +7% rispetto all’anno prima), per un totale di 58.828 chili. E ben 44 le nuove sostanze psicoattive scoperte sul territorio italiano, con un aumento delle segnalazioni del +200% nel primo semestre post-lockdown.

Sul fronte dei consumi, l’impennata ampiamente annunciata è quella che riguarda la cocaina: dei 5.331 utenti arrivati nei Serd da Nord a Sud, il 39% ha chiesto il trattamento per l’abuso primario di cocaina e cocaina fumata (crack),  il 27% di eroina, il 19% di alcol e il 9% di cannabis. Il dato della cocaina, per intendersi, per la prima volta super l’eroina e segna un + 2% rispetto al 2019, quello dell’alcol addirittura un +4%, mentre la cannabis è in leggera flessione. Sull’emergenza alcol, soprattutto tra giovani e giovanissimi, la Relazione d’altronde parla chiaro: l’82% degli studenti italiani di età compresa fra i 15 e i 19 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica senza alcuna differenza di genere, il 76% lo ha fatto negli ultimi 12 mesi e il 43% nel corso dell’ultimo. Ubriacature per il 35%, binge drinking per il 16% (che riferisce di aver fatto 5 o più bevute di fila nel periodo di restrizioni, anche qui sostanzialmente senza distinzione rilevante di genere). Un’emergenza nell’emergenza. Non è l’unico focus della Relazione, che analizza anche gli effetti della dipendenza da Internet, visto che il 98% degli studenti di 15-19 anni possiede un dispositivo atto a navigare su Internet e il 47% rimane collegato mediamente più di 4 ore alla rete. E analizzando nello specifico i minori che hanno utilizzato almeno una sostanza illegale nell’anno (il 19%) emerge che oltre la metà degli utilizzatori di sostanze (54%) rimane collegata per oltre le 4 ore quotidiane contro il 45% osservato fra i non consumatori e il 47% tra gli studenti nel loro complesso. Nello specifico, le percentuali di studenti utilizzatori di sostanze risultano più che doppie per quanto riguarda navigare su siti per adulti e svolgere giochi di abilità come solitari e sudoku per oltre 4 ore. È l’altra faccia della medaglia: perché i giovanissimi sempre più spesso giocano anche, d’azzardo possibilmente. Fra gli studenti di 15-19 anni, la percentuale di coloro che lo hanno fatto nel corso degli ultimi 12 mesi è pari al 44% e chi ha giocato online rappresenta l’8,2%. Gli studenti giocatori con profilo “a rischio”, tanto per intendersi, sono il 9,3%.

Tra le note positive della Relazione, la diminuzione invece delle morti per overdose nell’anno 2020: nel corso del 2020 i decessi riconducibili all’abuso di sostanze stupefacenti rilevati dalle Forze di Polizia o segnalati dalle Prefetture hanno raggiunto i 308 casi (267 gli uomini, 41 le donne), con un decremento del 18% rispetto al 2019. Stabili a oltre 7mila, invece, i ricoveri, anche questi per lo più legati al consumo di cocaina ed eroina (23% e 20%).

 www.avvenire.it

RELAZIONE AL PARLAMENTO




 

 

sabato 26 giugno 2021

DDL ZAN. CHE LA RAGIONE PREVALGA!


 -        di Giuseppe Savagnone


«Concordo pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano. Per questo si è scelto lo strumento della Nota Verbale, che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali». Così è intervenuto il card. Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, nel dibattito sul rapporto tra il Vaticano e lo Stato italiano.

Un intervento che in cui si manifesta l’evidente intento del Vaticano di abbassare i toni della polemica – e forse la presa di coscienza di avere fatto un passo controproducente, almeno davanti all’opinione pubblica –, come conferma anche la precisazione del “ministro degli Esteri” del papa, secondo cui la Nota era destinata a rimanere «un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato».

Peraltro, il cardinale ha ribadito ciò che già si sapeva: «Non è stato in alcun modo chiesto di bloccare il ddl Zan. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo. La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è».

Un problema reale da discutere laicamente

Quale che sia la valutazione della opportunità o meno dell’intervento della Santa Sede, c’è almeno un punto su cui sarebbe bene riflettere, si sia o meno d’accordo con esso nel suo insieme. Discuterlo con equilibrio, al di là del coro di proteste che la Nota ha suscitato – alcune, per la verità, evocanti un laicismo vecchio stampo, come nel caso di Fedez – non è una rinuncia alla laicità, ma il rispetto della sua essenza, che è la disponibilità a confrontarsi razionalmente con chi la pensa in modo diverso.

Nel ddl Zan si prevede un aggravio di pena per chi «istiga a commettere o commette atti di discriminazione» nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Ora, come ha fatto notare Parolin, «il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago. In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo».

Basta cercare nel vocabolario «Treccani»: il significato di “discriminare” è «distinguere, separare, fare una differenza». Ora, è chiaro che chi – come la Chiesa cattolica, ma non solo – non condivide l’equiparazione piena tra i rapporti eterosessuali e quelli omosessuali, sta ponendo per ciò stesso una differenza, una discriminazione tra i primi e i secondi. Rientra per questo nella fattispecie criminale prevista dal ddl Zan?

È vero che, per rispondere alle preoccupazioni di chi accusava il ddl Zan di impedire ogni forma di dissenso rispetto alla dibattuta questione del gender, è stato inserito appositamente nel testo l’articolo 4, che esclude dalla punibilità «la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte». Ma anche questa precisazione contiene, alla fine, una postilla non insignificante: «purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Mettendo da parte l’ipotesi estrema della violenza, un giudice non potrebbe considerare una omelia, una catechesi – o anche semplicemente una presa di posizione da parte di chiunque sostenga che quello tra uomo e donna è l’unico “vero” matrimonio – come manifestazioni di pensiero «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori», nella misura in cui destinate a convincere gli ascoltatori a fare una netta differenza, e quindi una discriminazione,  tra l’unione eterosessuale e quella gay?

Quand’è che la discriminazione – il “fare la differenza” – tra eterosessualità e omosessualità è l’implicazione di una visione dell’essere umano, del corpo, della sessualità, pur nel pieno rispetto delle persone, e quando invece comporta il proseguimento di una secolare, triste tendenza, ancora molto diffusa, a insultare, umiliare, perseguitare, emarginare chi è “diverso”? Questo il ddl Zan non lo precisa.

Il valore della differenza

Qualcuno dirà che già ammettere una diversità è una forma di emarginazione. Non è vero. È proprio questo l’equivoco delle gender theories, quando puntano a “decostruire”, o comunque a minimizzare, la differenza sessuale inscritta nella biologia e nella morfologia dei nostri corpi, considerandola automaticamente fonte di ingiustizia e di violenza. Non è vero che si può rispettare l’altro solo se si elimina la sua diversità. Al contrario, il vero rispetto nasce proprio dall’accettazione delle differenze. La reazione contro l’“omofobia” non può giustificare un’altrettanta disastrosa tendenza all’omologazione indiscriminata, peraltro già presente nella nostra società.

E finché non si faranno queste precisazioni, anche il messaggio culturale ed educativo che il ddl Zan vuole indirizzare alla società, e in particolare alle scuole, con l’istituzione di una “Giornata nazionale contro l’omofobia”, rischia di essere estremamente ambiguo e di trasformarsi, in molti casi – pur col lodevolissimo intento di combattere il bullismo e altre forme di cattiva discriminazione –, in un’ esaltazione della in-differenza tra maschile e femminile, tra omo ed eterosessualità, tra famiglie etero e famiglie gay, tra la generazione fondata sull’amore tra uomo e donna e quella che fa ricorso all’utero in affitto.

Particolarmente allarmante è che la prospettiva di questa propaganda capillare gravi su tutte le nostre scuole, di ogni ordine e grado, incluse le elementari. Un emendamento, che prevedeva l’introduzione nel ddl Zan del consenso dei genitori per i bambini della scuola primaria, è stato respinto. Come non vedere il pericolo di una ideologia di Stato, che scavalca la Chiesa, ma anche la famiglia?

Il pasticcio

Detto tutto ciò, bisogna prendere atto che la gestione “politica” di queste legittime esigenze, da entrambe le parti oggi in conflitto, ha lasciato molto a desiderare e ha impedito di affrontare i problemi reali. A lungo la posizione della Cei è stata del tutto negativa verso il ddl Zan, bollato in blocco come suerfluo e liberticida. Non si sono colte le esigenze in sé giuste che esso rappresentava e non si è fatto lo sforzo per distinguerle dalle formulazioni sbagliate. Solo in extremis – quando ormai era chiaro che il testo stava per diventare legge – in una battuta con i giornalisti il card. Bassetti ha precisato che l’intento dei vescovi non era di affossare il testo, ma di modificarlo. Come del resto oggi ribadisce la Santa Sede, che però è intervenuta troppo tardi per avviare un dialogo costruttivo e si è attirata, con il suo passo, accuse di ingerenza del tutto infondate (qui si tratta del rispetto di un accordo tra due Stati e del legittimo confronto tra essi quando nascono dei problemi), ma accolte in blocco da un’opinione pubblica poco abituata (ancora una volta) a fare distinzioni.

Dal lato del Parlamento si è lasciato che gli equivoci del ddl Zan permanessero, dando spazio alle fazioni che vedono nella battaglia sulle questioni etiche un modo per smantellare la tradizione etica del nostro Paese. Particolarmente assordante il silenzio dei deputati e senatori cattolici disseminati sia a destra che a sinistra, con la sola eccezione – purtroppo sospetta – di quelli che da tempo cercano di accaparrarsi l’elettorato cattolico, ostentando una ispirazione evangelica di cui il loro programma complessivo è una evidente smentita. E questa confusione (ancora una volta, si misconoscono le differenze) tra laicità e laicismo non poteva che portare allo scontro.

Il risultato è sotto i nostri occhi. Difficile dire come finirà. Ma non possiamo rinunziare alla speranza che la ragione – non la fede – prevalga, per migliorare il ddl Zan e far sì che le giuste esigenze che esso rappresenta si concilino con il rispetto di un pluralismo esaltato da tutti a parole, ma minacciato nei fatti.

 *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

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venerdì 4 settembre 2020

REFERENDUM: SI o NO ?


 Una questione che va 

al di là della cronaca

                                                                                                  di Giuseppe Savagnone *

L’ormai prossimo referendum sul taglio dei parlamentari comincia a suscitare finalmente l’interesse dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica; ed era ora, visto che si volta il 20 e il 21 settembre e che la questione appare ben più rilevante, per il futuro del nostro Paese, delle tristi vicende di cronaca nera (come quella, davvero dolorosa, di Caronia) da settimane sulle prime pagine dei giornali.

I dati e qualche confronto

Vale la pena di ricordare alcuni dati. La riforma prevede che i seggi alla Camera da 630 diminuiscano a 400 e quelli al Senato da 315 diventino 200. È una riduzione di circa un terzo: si passerebbe da un rappresentante per circa 96mila abitanti a uno per circa 151mila.

Qualche confronto può essere utile. Attualmente la Germania, con 82 milioni di abitanti, possiede la Camera più numerosa: i deputati del Bundestag sono 709, uno per circa 117.000 abitanti. L’Assemblea Nazionale francese – che rappresenta una popolazione di 67 milioni di persone – si compone di 577 membri eletti, un deputato per poco più di 116.000 abitanti. Il Regno Unito, con 66 milioni di abitanti, ha 650 deputati, uno per circa 100.000 abitanti.

Storia di una riforma

La riforma era stata definitivamente approvata alla Camera, nell’ottobre del 2019, con il voto favorevole di tutti i partiti (invece, nel luglio dello stesso anno, era passata, ma con i voti contrari dei senatori del Pd e di Leu, allora ancora all’opposizione). Il referendum ha dunque lo scopo di confermare o meno questa legge e perciò, a differenza di quelli abrogativi, non richiede il raggiungimento di un quorum per avere efficacia.

Va detto subito che si tratta di un progetto di riforma costituzionale caldeggiato e più volte ripreso, già a partire dalla Prima Repubblica, sia dalla “destra” che dalla “sinistra”, anche se le varie vicende politiche ne hanno sempre impedito l’approvazione finale. Non è, insomma, una rivoluzione.

Un dibattito aperto

È vero, tuttavia, che il contesto in cui ora gli italiani sono chiamati a partecipare al referendum costituzionale presenta alcune specifiche caratteristiche, che possono spiegare l’emergere, in questi giorni, di posizioni contrarie. Come quella, molto netta, che si legge in un documento firmato da più di duecento costituzionalisti, decisamente favorevoli al “no”. Non sono stati i soli: varie personalità della politica e della cultura hanno dichiarato la loro contrarietà.

Anche se i sondaggi indicano una tendenza largamente prevalente a favore della riforma, vale dunque la pena di capire meglio le ragioni che dall’una e dall’altra parte vengono avanzate per sostenere la propria tesi.

Le ragioni del “sì”

Un serio opinionista del «Corriere della Sera», Antonio Polito, ha esposto lucidamente quelle del “sì”, ricordando che da quarant’anni aspettiamo questo ragionevole “alleggerimento” del numero dei rappresentanti e che, se è indubbio che esso non risolve i problemi del nostro Parlamento – sempre più spesso ormai scavalcato dal proliferare di decreti legge del governo e, ultimamente, di DPCM (decreti del presidente del consiglio dei ministri) –, può però almeno renderne più agili i lavori e favorirne così l’efficienza.

La posizione dei 5stelle

Ma i principali sostenitori della riduzione dei parlamentari, da alcuni anni, sono i 5stelle. La loro polemica contro la “casta” li ha portati a sottolineare, in essa, il «taglio delle poltrone» e degli «stipendi d’oro», col conseguente risparmio di mezzo miliardo di euro l’anno.

È l’aspetto che più colpisce la gente ed è comprensibile che sia stato messo tanto in evidenza . Ma ci sono ragioni più profonde. Da sempre i 5stelle hanno criticato la democrazia rappresentativa, che delega un numero ristretto di privilegiati la gestione della politica del Paese. Il richiamo della “democrazia diretta” di Rousseau, che chiama a governare direttamente il popolo nella sua indivisibile unità, è stato una costante nella linea politica dei pentastellati, coniugandosi con la valorizzazione delle nuove tecnologie.

Oltre il sistema parlamentare?

Nel luglio del 2018 Davide Casaleggio in un’intervista affermava «l’inevitabile superamento della democrazia rappresentativa», anche in considerazione del fatto che, grazie al web, «esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci».

Si capisce così perché le scelte politiche decisive del movimento non siano state affidate in questi anni, anche dopo la sua ascesa al potere, ai deputati e senatori del loro partito – rappresentanti di milioni di italiani – ma agli scritti alla “piattaforma Rousseau” (si noti il nome), circa centomila militanti chiamati a votare via internet.

E si capisce anche lo sforzo più o meno mascherato del movimento per imporre, con clausole che prevedono pesantissime penali pecuniarie, il cosiddetto “mandato imperativo”, esplicitamente vietato dalla nostra Costituzione (art.67), secondo la quale, invece, i rappresentanti del popolo, una volta eletti, devono fare le loro scelte in base alla propria coscienza, e non agli ordini ricevuti dal partito che li ha fatti eleggere.

Le ragioni del “no”

Le ragioni del “no” possono essere ricavate dalla lettera dei duecento costituzionalisti sopra menzionata. Essi mirano soprattutto a smontare gli argomenti a favore. Innanzi tutto, i problemi del Parlamento non derivano, secondo loro, dal numero dei membri, ma dal bicameralismo perfetto che fa del Senato un doppione della Camera, rallentando inutilmente l’iter legislativo. (Notiamo di passaggio che proprio questo nodo – unitamente alla riduzione dei parlamentari – voleva risolvere le riforma costituzionale promossa da Renzi e sonoramente bocciata dal referendum costituzionale del 2016, per impulso dei 5stelle, della Lega e dei Fratelli d’Italia, con l’avallo autorevole di intellettuali e di esponenti politici della sinistra …).

Quanto al risparmio, si fa notare che esso sarà in realtà minimo (secondo l’autorevole economista Carlo Cottarelli, lo 0,007 della spesa pubblica annuale) e che comunque, fosse anche assai maggiore, non varrebbe una perdita di rappresentatività democratica.

Il problema della rappresentatività

Su quest’ultimo punto si concentrano le critiche maggiori alla riforma. Le regioni più piccole, in seguito ad essa, saranno ben poco rappresentate in Parlamento. Si dice che può compensare questo impoverimento di democrazia il fatto che ci siano altre istituzioni elettive (consigli regionali, consigli comunali) in cui questa rappresentatività potrebbe sussistere parcellizzata, ma ciò, osservano i firmatari del documento, non è vero, perché le funzioni del Parlamento sono ben diverse da quelle di questi altri organi.

Quanto alle accuse di bassa qualità rivolta ai parlamentari – soprattutto dai populisti, che li hanno spesso qualificati come «fannulloni», «parassiti», «affamati di poltrone» –, si fa notare che non è riducendo la quantità che si recupera la qualità.

Riforma parziale o dannosa?

All'argomento di Polito, secondo cui «se una cosa è giusta non smette di esserlo solo perché ce ne sarebbero altre dieci giuste da fare», il documento dei costituzionalisti ribatte che «una cattiva riforma non è meglio di nessuna riforma. Semmai è vero il contrario», perché essa impedisce, a breve termine, di farne altre migliori. Dove, evidentemente, il primo pensa a una riforma non “cattiva”, ma parziale, e comunque preferibile alla stasi, i secondi la ritengono addirittura negativa in se stessa.

Una questione opinabile


Come è evidente, siamo davanti a una questione altamente opinabile, su cui è plausibile che persone intellettualmente oneste e preparate la pensino in modo diverso. Probabilmente in alcuni casi può giocare un ruolo decisivo a favore del “sì” la convinzione, in sé legittima, che il nostro sistema rappresentativo debba cambiare rafforzando l’esecutivo, magari in senso presidenzialista (là il ruolo del Parlamento è fortemente ridimensionato, perché il capo dello Stato è eletto direttamente da popolo). O, reciprocamente, a favore del “no”, il rifiuto di una simile prospettiva. In altri casi l’orizzonte può essere quello, più immediato e concreto, dell’opportunità che ci si offre di avere un Parlamento meno affollato, o, sul fronte opposto, del timore di una sua perdita di rappresentatività.

Che in futuro nessuno si vergogni dei parlamentari che ha fatto eleggere

Un’ esigenza dovrebbe accomunare, però, sostenitori e oppositori della riforma: quella di impegnarsi per futuro a rendere impossibile che qualcuno possa invocare come argomento, in un dibattito istituzionale, il basso livello etico e culturale dei nostri parlamentari. Queste persone sono scelte e purtroppo imposte agli elettori dai partiti. Che almeno, dopo, non se ne debbano vergognare.

 *Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.

Scrittore ed Editorialista.

www.tuttavia.eu 

lunedì 16 luglio 2018

AIMC. LETTERA AI PARLAMENTARI ITALIANI

Dal CN/AIMC
Lettera al Parlamento italiano



Al  Signor Presidente del Senato
Al Signor Presidente della Camera
Agli onorevoli Deputati e Senatori
della Repubblica Italiana

Il Consiglio nazionale dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) si rivolge al Parlamento, quale espressione più alta della democrazia popolare e luogo della progettualità e della tutela del bene comune del nostro Paese.
Non vuol essere un rivolgersi alle Camere per tutelare interessi di parte o per sollecitare provvedimenti specifici di cui la scuola italiana, in questo momento, ha pur bisogno, ma per sottolineare che il tema educativo deve essere considerato una reale priorità non solo a parole, ma in termini di provvedimenti legislativi ad ampio raggio.
Al Parlamento, come da mandato costituzionale, spetta la responsabilità progettuale del Paese, con l’individuazione di strategie normative che superino la visione immediata e si aprano a orizzonti di senso.
I dati recenti pubblicati da Istat ed Eurostat fanno emergere, in tutta la loro gravità, l’esigenza di riposizionare al centro della politica nazionale l’educazione, vera risorsa e volàno per il futuro.
L’AIMC, associazione di professionisti di scuola, chiede che sull’educazione e sulla scuola non ci siano posizioni “proprietarie” di questa o quella compagine politica, ma che le scelte siano ampiamente condivise perché l’importanza del tema e la sua strategicità per il futuro richiedono assunzione di corresponsabilità da parte di tutte le forze politiche dell’intero Parlamento.
La consapevolezza, che gli analfabetismi dell’oggi, iniziali o di ritorno, rischiano di essere analfabetismi valoriali ed etici e che lo sviluppo e la libertà si misurano in conoscenza più che in denaro, non può che chiamare tutti a condivisione progettuale. Le periferie della società stanno diventando periferie d’aula e viceversa. Un Paese che rinuncia ad educare è un Paese che rinuncia al proprio futuro.
Come ricorda il Documento programmatico del nostro recente XXI Congresso nazionale: “In un contesto dominato da complessità e relativismo, da superamento dei confini materiali, ma anche etici, occorre riportare l’azione educativa al completo servizio dell’uomo secondo la logica di un nuovo umanesimo, che riposizioni al centro la persona e riaffermi la centralità dei processi educativi”.
Siamo pienamente convinti, come afferma Papa Francesco, che “non bisogna occupare posizioni ma generare processi”, quindi, ci permettiamo di chiedere, da cittadini e come corpo intermedio organizzato, al servizio della scuola e del Paese da quasi 75 anni, che sia costituito un Osservatorio permanente interparlamentare, che veda coinvolte le VII Commissioni di Camera e Senato, per ascoltare tutti i vari soggetti in campo e le varie posizioni, per ri-significare la corresponsabilità educativa e per riflettere su come definire e valorizzare il profilo di docenti e dirigenti scolastici.
Si potrebbero fornire, in tal modo, risposte significative alle nuove generazioni che sono il presente e, soprattutto, il futuro dell’Italia e dell’Europa, così come vorremmo che fossero.

Giuseppe Desideri
Presidente nazionale AIMC
Roma, 11 luglio 2018

sabato 23 giugno 2018

OLTRE IL POPULISMO. BONIFICARE IL CAMPO DEL DIBATTITO POLITICO

di Giuseppe Savagnone

Mai, forse, l’Italia era stata più vistosamente lacerata, dopo la seconda guerra mondiale, come in queste settimane che hanno assistito al formarsi e al primo esordio del “governo del cambiamento”. Non dimentico che siamo stati sull’orlo della guerra civile, il 14 luglio 1948, dopo l’attentato a Togliatti, né sottovaluto le tensioni suscitate dall’approvazione della cosiddetta “legge truffa”, con cui la Dc tentò, vanamente, di acquistare la maggioranza assoluta nelle elezioni del giugno 1953. Ciò che però caratterizza il dibattito attuale, rispetto a questi e ad altri momenti critici della nostra storia recente, è la partecipazione massiccia e diretta di gran parte della popolazione, attraverso i sondaggi e soprattutto i social, che costituiscono ormai il principale veicolo di informazione e di formazione dell’opinione pubblica, scavalcando anche i giornali e la televisione.
Si può guardare a questa novità sottolineandone l’aspetto positivo: ormai chiunque – e non più soltanto una élite di “addetti ai lavori” (giornalisti, politici di professione, etc.) – può esprimere il proprio parere influendo sulla linea politica dei governanti e rivolgendosi a una cerchia di persone immensamente più vasta di quella della propria famiglia, dei propri amici o dei frequentatori del bar sotto casa.
Oppure se ne può rilevare la problematicità e il pericolo, che sono quelli della democrazia diretta, dove, in assenza del filtro garantito, in quella parlamentare, da una categoria di “esperti” della politica – scelti dal popolo ma dotati, almeno in linea di principio, di competenze e di maturità di giudizio superiori alla media – , il confronto politico rischia di svolgersi sulla base delle emozioni della massa più che di una ponderata valutazione dei problemi.
Si obietterà che il Parlamento in Italia non è stato abolito. Ma basta guardare a queste prime settimane della “Terza Repubblica” per constatare che la sua capacità di orientare le scelte dello Stato è attualmente minima. A dominare la scena sono stati i “campioni” del popolo, primo fra tutti il leader della Lega, Salvini, che non a caso ha avuto nelle trattative per la formazione del governo, e continua ad avere all’interno del governo ormai costituito, un peso immensamente superiore a quel 17% di voti assegnatogli dalle elezioni del 4 marzo e dei suoi 125 deputati e 58 senatori (contro i 221 deputati e i 112 senatori dei 5stelle!).
Nella democrazia diretta quello che conta è il carisma del “capo”, non il numero dei voti o dei parlamentari. E Salvini ha potuto più volte affermare di rappresentare 60 milioni di italiani, comportandosi di fatto come se invece del 17% avesse davvero avuto una investitura plebiscitaria. Lo abbiamo visto così pronunziarsi infaticabilmente su tutta una serie di questioni: dalla chiusura dei porti, che spettava al ministro per le infrastrutture; all’opportunità di mantenere o meno i rapporti con la Francia, su cui a rigore solo il presidente del Consiglio, o, al massimo il ministro degli esteri, erano competenti; alla realizzazione di una “pace fiscale” (leggi: condono), che doveva se mai essere dichiarata dal ministro dell’economia; all’ inutilità dei vaccini, questione riservata, ovviamente al ministro della salute.
Solo per quanto riguarda il “censimento” dei Rom il suo intervento rientrava nella sfera delle sue competenze. Ma, anche in questo caso, colpisce il fatto che questa posizione sia stata pubblicizzata – come del resto le altre – non all’indomani di una riunione del consiglio dei ministri e su mandato di questo, ma a caldo, chiedendo se mai a posteriori la solidarietà dei suoi colleghi di governo, che in tutti questi casi alla fine gliel’hanno data (tranne Giulia Grillo), quasi trascinati dal suo slancio e dal consenso dilagante segnalato dai sondaggi e traboccante sui social.
La dimensione istituzionale della democrazia – come era già stato evidente nel modo di condurre la trattativa di governo – è volutamente ignorata o, al massimo, sopportata con ostentata impazienza, come un incomprensibile retaggio burocratico del passato, di cui liberarsi quanto prima. Il “capo” mima l’insofferenza dell’uomo della strada verso le lungaggini e le trappole del diritto, lasciando capire che è dalla sua parte e che dietro queste forme astratte ci sono gli interessi oscuri dei “poteri forti”. Così, se il presidente della Repubblica esercita le sue prerogative nella scelta dei ministri, il capo segretario di un partito – non il presidente incaricato – strepita denunciando la sottomissione del Paese alla finanza internazionale; se il presidente del Consiglio decide di recarsi a Parigi, il ministro degli interni ci tiene a far sapere di avere dato il proprio consenso…
In assenza di un qualsiasi contraddittorio a livello di governo e di Parlamento (Di Maio è del tutto oscurato, pur avendo quasi il doppio della rappresentanza parlamentare), alla massa crescente dei sì, che, fuori delle logiche parlamentari, danno sempre più potere alla Lega, si oppone, sempre sui social, il rifiuto di chi non è d’accordo e ci tiene a sottolinearlo in forme spesso molto simili. Abbiamo così una battaglia – per fortuna solo verbale – a base di insulti feroci, di reciproche irrisioni, di fake news tanto più “virali” quanto più fantasiose. Nella migliore delle ipotesi, a chi cerca di portare argomenti si risponde con insinuazioni e sprezzanti attacchi che superano di molto il confine della volgarità.
Allora, invece di sputare improperi contro Salvini, sarà più efficace, per esempio, far notare garbatamente ai suoi sostenitori che non si può fare appello all’Europa per essere aiutati nella questione dei migranti e, nello stesso tempo, rivendicare il “prima gli italiani” del sovranismo. O si accetta di portare avanti l’unità europea rafforzandola e rinunziando così progressivamente alla contrapposizione tra gli Stati implicita nel “prima noi” (ma Salvini questo non lo vuole), o si deve riconoscere il diritto degli altri di pensare anch’essi prima ai loro cittadini, come del resto fanno l’ungherese Orban e l’austriaco Kurtz, gli alleati del nostro ministro degli interni. Col risultato disastroso di restare sempre più soli. A meno di supporre (come talora sembra pensare Salvini) che l’Italia, seguendo gli Stati Uniti di Trump (di cui Salvini imita quasi tutto), possa pretendere di imporsi con la forza agli altri Stati, piegando il loro sovranismo al nostro. Che sarebbe un ritorno alle tensioni da cui in passato sono nate le guerre devastanti dei secoli scorsi. Ma, soprattutto, sarebbe l’occasione per scoprire, a nostre spese, che noi non siamo gli Stati Uniti.Se non bonifichiamo, di comune accordo, questo clima avvelenato, il solo vincitore sarà chi ha meno argomenti e quindi ha più da perdere in un confronto pacato. Personalmente – l’ho detto – sono molto critico nei confronti di Salvini. Ma non penso che insultarlo sia corretto. E nemmeno proficuo. Se la mia diagnosi è giusta, il problema è di riattivare i canali istituzionali della democrazia parlamentare, rifiutando lo stile di chi, prescindendone, ci sollecita a fare altrettanto. Se entriamo nella spirale della violenza verbale, potremmo anche vincere (in realtà è improbabile), ma sarebbe una vittoria di Pirro, perché avremmo solo opposto un populismo ad un altro. La democrazia deve sapersi difendere restando se stessa. E l’arma della democrazia è la ragione che, per sua natura, garantisce alla comunicazione un carattere pubblico, cioè condivisibile (almeno in linea di principio) da chiunque voglia accettarne le regole.