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sabato 21 febbraio 2026

SE SEI FIGLIO DI DIO

 


-I^ domenica 

del Tempo 

di Quaresima – 


22 febbraio 2026

 

 VANGELO Mt 4,1-11 :[1] Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. [2] Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. [3] Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». [4] Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». [5] Allora il diavolo lo condusse nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio [6] e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». [6] Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». [7] Di nuovo il diavolo lo condusse sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria [9] e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». [10] Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Adorerai il Signore, Dio tuo, a lui solo renderai culto». [11] Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, gli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Commento di Giustina Comunità Kairòs

 Il figlio  amato

Chi è “il Figlio amato nel quale il Padre si compiace”? In che modo lo è Gesù? È significativo che il racconto delle tentazioni segua immediatamente il riconoscimento, avvenuto nel battesimo al Giordano, da parte del Padre. Attraverso la prova si rivela l’identità profonda del Figlio, ma anche il tipo di relazione che intercorre tra lui e il Padre. L’Uomo-Gesù (il Figlio) come si relaziona con Dio (il Padre)? Dio non toglie la tentazione neanche al Figlio. È quasi un percorso obbligato per saggiare l’autenticità della relazione con Dio. Con quale Dio ti stai relazionando, quale immagine ti sei fatto di Lui? Lo Spirito Santo conduce Gesù nel deserto perché il suo essere Figlio venga verificato nella storia umana. Come qualsiasi altro uomo da Adamo in poi anche Gesù viene tentato. La narrazione mette in luce il suo essere uomo come gli altri, digiuna per quaranta giorni, prova la fame, subisce la prova e sperimenta la fragilità umana. La sua filiazione divina non lo esime dalla condizione umana, anzi la attraversa e la assume fino in fondo. È qui che si gioca la qualità del suo essere Figlio di Dio. Le tre tentazioni a cui è sottoposto Gesù richiamano altrettante situazioni di prova vissute da Israele nel lungo cammino attraverso il deserto (la manna Dt 8,3; l’acqua dalla roccia Dt 6,16 e la tentazione di seguire altri dei Dt 6,13). In queste situazioni di crisi, Israele chiamato a vivere nella fedeltà l’alleanza con Dio non ne era stato capace e aveva preferito una falsa ricerca di sicurezza. A differenza di Israele, Gesù nelle risposte che darà al tentatore conferma il suo statuto di Figlio di Dio in un rapporto di assoluta fiducia nella parola del Padre.

Fin dalle prime battute, emerge che esistono due modi di essere figlio di Dio, che si traducono anche in due modi di leggere e interpretare la Parola. Le richieste del “diavolo” propongono un modo di essere figlio che, partendo dal controllo della parola di Dio, vuole arrivare ad avere controllo e potere su tutto, su di sé, sugli altri e soprattutto sull’Altro. Un modo che, piuttosto che sottomettersi, cerca di piegare la volontà di Dio alla propria. È quello che cerca di fare il tentatore usando le citazioni bibliche per giustificare la via al successo facile, al potere e al prestigio spettacolare. È un modo di interpretare che tradisce la parola stessa e si allontana dalla fedeltà a Dio. Diverso è il modo di essere figlio indicato da Gesù. Nella sua scelta di fedeltà al progetto di salvezza del Padre, egli rifiuta risolutamente la via del prestigio facile e del potere. La sua via, che si concluderà a Gerusalemme con la croce, è quella della piena adesione alla parola di Dio nonostante le opposizioni.

 Il suo essere Figlio di Dio non si rivela attraverso il miracolo facile, il successo garantito, ma nelle fedeltà alla condizione umana nonostante le sue contraddizioni e i suoi limiti. Si rivela in particolare nella sua capacità di accogliere tutto come dono del Padre e di sapere a sua volta donare tutto, anche la sua stessa vita, mettendola nelle mani di altri. Due modi di essere figlio in cui si giocano le relazioni fondamentali dell’uomo: con le cose, con le persone, con Dio. Le tre tentazioni a cui è sottoposto Gesù richiamano proprio questi tre ambiti fondamentali della vita di ogni uomo e presentano la possibilità di garantirne la soddisfazione mediante l possesso, le cose con l’avere, le persone con il potere, Dio con il volere, invece che mediante il dono. Ogni peccato in fondo ripete quello di Adamo: impadronirsi del dono staccandolo dalla sua Sorgente.

Le tentazìoni

La prima tentazione prende spunto dalla fame di Gesù e da un bisogno primario dell’uomo. Il pane è un bisogno fondamentale per l’uomo ed è fonte di vita. Come relazionarsi con questa necessità? Il tentatore suggerisce di servirsi dell’essere figlio per soddisfare una propria necessità fondamentale. Nella sua diabolicità vuol far credere all’uomo che l’unica alternativa possibile per rimanere in vita sia piegare Dio alla propria necessità. È la prima perversione del rapporto religioso. Piegare Dio alla propria vita o la propria vita a Dio? È una falsa alternativa che Gesù respinge prontamente. Nel suo ricorso alla scrittura, Gesù rimanda la vita dell’uomo alla sua Sorgente. Il pane senza colui dal quale proviene non basta. Come a un neonato non basta essere nutrito se viene a mancare la relazione fondamentale con l’altro, così ogni uomo anche se ha il pane per sopravvivere non avrà la Vita senza la relazione fondamentale con Dio che è il principio di tutto. Gesù è Figlio perché vive di ogni parola che viene dal Padre, nell’obbedienza alla sua parola e nel compimento della sua volontà. La seconda tentazione è collocata a Gerusalemme. L’appello alla parola di Dio che promette la protezione del giusto che si trova in pericolo nasconde in maniera subdola il sovvertimento del rapporto religioso. la promessa della protezione divina viene strumentalizzata. È in gioco la relazione con Dio e la sua immagine.

 Chi è Dio? Un’entità manipolabile secondo le proprie esigenze, a cui chiedere segni miracolosi solo per metterlo alla prova e utilizzarlo per i propri fini? Nelle intenzioni del tentatore, la relazione fra l’uomo e Dio viene capovolta e Dio è ridotto a una forza manipolabile. Gesù smaschera questa falsa visione di Dio in cui ci si serve di Dio per i propri fini, rifiutando di sfidare e strumentalizzare il rapporto religioso. Non è un caso che la tentazione sulla relazione con Dio si svolga nella città santa. È lì che Gesù, sulla croce, fedele al suo essere Uomo e Dio, si rivelerà come l’autentico Figlio di Dio che rivelerà al mondo il vero volto del Padre. La terza tentazione riguarda l’esercizio del potere e del dominio. Il tentatore offre a Gesù tutti i regni della terra in cambio della sottomissione al suo potere. È un modo distorto di intendere il potere.

Il potere

È un falso potere quello che viene offerto: facendo credere a colui che l’accetta di avere potere in realtà lo rende schiavo. Il vero esercizio del potere lo insegnerà Gesù ai suoi attraverso il servizio verso tutti gli uomini. È la libertà di Colui che, avendo come orizzonte il Padre ed a lui solo rendendo onore, sa che il Regno di Dio è un dono che si riceve gratuitamente e che il vero esercizio del potere è il dono di sé. Alla fine, quando il diavolo si ritira, gli angeli si avvicinarono per servirgli da mangiare. Ciò che non ha voluto chiedere con un miracolo, gli viene offerto in dono, perché Dio ha cura di chi si è affidato alla sua volontà. Gesù ha condiviso in tutto la condizione umana, ha maturato la sua libertà attraverso le scelte della sua vita storica e in modo particolare nella prova suprema, dove esprime al massimo la sua libertà profonda e rivela i tratti autentici della sua figliolanza divina.

KAIROS

Immagine

domenica 26 febbraio 2023

NEL DESERTO

- Dal Vangelo secondo Matteo  
Mt 4, 1-11 

 -In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"».  Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

 Commento di don Luigi M. Epicopo

La Quaresima è un tempo prezioso perché è il tempo in cui lo Spirito ci porta ad un appuntamento che cerchiamo di sfuggire tutto l’anno.

È come quando per mesi abbiamo aperto un cassetto nella nostra stanza e abbiamo accumulato roba su roba in attesa di avere il tempo di metterla davvero a posto o di riflettere cosa farci. Nessuno vuole aprire quel cassetto per farci i conti.

Il deserto è questo. È il tempo di quel cassetto. È quel fastidioso tempo in cui facciamo i conti con ciò con cui non vorremmo fare i conti. E il compagno di eccezione di questa operazione è Satana. Perché proprio lui? Perché la tentazione ci ricorda che siamo liberi. Solo se capiamo che siamo liberi possiamo capire quanta profondità c’è davvero nella nostra vita e nelle nostre scelte.

Non dobbiamo trovare modi per non essere tentati, ma dobbiamo domandare allo Spirito di aiutarci a fare delle scelte davanti alle tentazioni. Questo allenamento alla libertà ci prepara davvero alla Pasqua, perché nessuno dà le chiavi di una macchina a chi non sa portarla. Così la Resurrezione è uno spreco per chi vive schiavo di qualcosa.

“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” ci ricorda San Paolo. Chi si lascia plasmare dalla lotta della Quaresima si accorgerà di non avere più paura delle “bestie selvatiche” che lo abitano, e anche gli angeli così misteriosamente invisibili diventeranno così straordinariamente utili.

Esattamente come la fede che non la si vede ma la si sente negli effetti.

𝐃𝐨𝐩𝐨 𝐚𝐯𝐞𝐫 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐮𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐭𝐭𝐢, 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐟𝐚𝐦𝐞. 𝐈𝐥 𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐢 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐜𝐢𝐧𝐨̀ 𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐬𝐞…”

Il male è lì dove si manifesta la nostra fame. Esso è una voce che vuole suggerirci un modo sbagliato di corrispondere a questa fame. Solitamente si presenta come la soluzione più facile e più immediata e proprio per questo è difficile da non assecondare perché a noi non piace fare fatica e resistere, ci viene più spontaneo assecondare e lasciarci trasportare dalle circostanze. Gesù ci mostra che non tutto sfama e che non è una tragedia a volte provare il bisogno di qualcosa (prima tentazione), a patto però che questa esperienza di debolezza non ci convinca a mettere alla prova Dio con la pretesa di dimostrarci che ci ami veramente (seconda tentazione), o peggio ancora che susciti in noi un delirio di onnipotenza in cui vogliamo tenere il controllo sul mondo intero sostituendoci così a Dio stesso (terza tentazione). Il male ci ricorda che siamo fragili, ma la fragilità non è una cosa brutta è solo la carta di identità del nostro essere umani. Se accettiamo questa fragilità senza cercare vie di fuga allora il male non può nulla contro di noi. Gesù vince il male perché oppone alle sue seduzioni l’umile accettazione della sua debolezza completamente consegnata nelle mani di Dio.

Cerco il tuo volto

sabato 20 febbraio 2021

L'ARCOBALENO HA PRESO RADICI IN TE !


+ Dal Vangelo secondo Marco

 - Mc 1,12-15

 In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 


Padre Ermes Ronchi commenta il brano del Vangelo di domenica 21 Febbraio 2021.

 La tentazione ti spinge a scegliere la tua bussola

Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana. La tentazione? Una scelta tra due amori. Vivere è scegliere. La tentazione ti chiede di scegliere la bussola, la stella polare per il tuo cuore. Se non scegli non vivi, non a pieno cuore. Al punto che l’apostolo Giacomo, camminando lungo questo filo sottile ma fortissimo, ci fa sobbalzare: considerate perfetta letizia subire ogni sorta di prove e di tentazioni. Quasi a dirci che essere tentati forse è perfino bello, che di certo è assolutamente vitale, per la verità e la libertà della persona.

L’arcobaleno, lanciato sull’arca di Noè tra cielo e terra, dopo quaranta giorni di navigazione nel diluvio, prende nuove radici nel deserto, nei quaranta giorni di Gesù. Ne intravvedo i colori nelle parole: stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Affiora la nostalgia del giardino dell’Eden, l’eco della grande alleanza dopo il diluvio. Gesù ricostruisce l’armonia perduta e anche l’infinito si allinea. E nulla che faccia più paura.

Ma quelle bestie che Gesù incontra, sono anche il simbolo delle nostre parti oscure, gli spazi d’ombra che ci abitano, ciò che non mi permette di essere completamente libero o felice, che mi rallenta, che mi spaventa: le nostre bestie selvatiche che un giorno ci hanno graffiato, sbranato, artigliato. Gesù stava con…

Impariamo con lui a stare lì, a guardarle in faccia, a nominarle. Non le devi né ignorare né temere, non le devi neppure uccidere, ma dar loro un nome, che è come conoscerle, e poi dare loro una direzione: sono la tua parte di caos, ma chi te le fa incontrare è lo Spirito Santo. Anche a te, come a Israele, Dio parla nel tempo della prova, nel deserto, lo fa attraverso la tua debolezza, che diventa il tuo punto di forza. […]

Senza tentazioni non c’è salvezza, non esiste scelta, scompare la libertà e l’uomo finisce. Ma senza scegliere non vivi, e la tentazione è sempre una scelta. Tra due amori.

UN MONDO A COLORI

La prima lettura racconta di un Dio che inventa l’arcobaleno, questo abbraccio lucente tra cielo e terra che sigilla il Signore che non ti lascerà mai. Tu lo puoi lasciare, ma lui no, non lo farà.
Marco ci sprona a capire che le tentazioni non si evitano ma si attraversano, perché «sopprimi le tentazioni e più nessuno si salverà» (S. Antonio Abate).  Ed ecco che subito qualcosa lo spinse lontano, per quaranta giorni tentato da Satana, nel cuore deserto del conflitto. «Nel deserto un uomo sa quanto vale: vale quanto i suoi dèi» (Saint-Exupèry), quanto valgono i suoi ideali.  
Il deserto è scuola di monoteismo, lì è nata l’inguaribile malattia israelitica dell’assoluto.

Gesù deve scegliere che tipo di Messia sarà: venuto per essere servito o per servire? Per avere, salire, comandare, o per scendere, avvicinarsi, offrire? In questo luogo di morte Gesù gioca la partita decisiva, faccia a faccia con il Divisore. Resiste, e in quei quaranta giorni la pietraia intorno a lui si popola. Dai sassi emerge la vita. Una fioritura di creature selvatiche, sbucate da chissà dove, e presenze lucenti di angeli a rischiarare le notti. 

Da quando Gesù lo ha abitato, non c’è più deserto che non sia benedetto da Dio, dove non lampeggino frammenti scintillanti di regno che germoglia di vita. Ma il male è presente: è ciò che fa male all’uomo, dentro e fuori. Per vincerlo Gesù indica la via, ma sceglie un modo diverso dai profeti di tutti i tempi: piuttosto che denunciare, annuncia. Si converte all’annuncio.

Una buona notizia ci avvolge! E’ finita l’attesa; il sogno di Dio è qui, convertitevi. Non un imperativo ma un’opportunità. Cambia strada, io ti indico la via per le sorgenti, di qua attraversi una terra nuova e splendida; di qua il cielo è più vicino e l’azzurro non sarà mai così azzurro da nessun’altra parte, di qua è la casa della pace, e il volto di Dio è luminoso. Non è un’ingiunzione, ma la migliore delle risorse.

Iniziamo questa nuova Quaresima con il sorriso del Gesù che si avvia col suo bellissimo annuncio: credete nel Dio vicino! È finito il ciclo dei giorni sempre uguali. Finito il tempo della fame, fame di senso e di Parola, ora è il tempo del Verbo come pane in tutti i solchi della vita.
Credi! Vale a dire: fidati dell’amore in ogni forma, della storia e del vivere. Non seguire forza, intelligenza, denaro, ma fonda te stesso sull’amore che è Dio, vicino e dentro te, mite e possente energia come seme in grembo di donna, il cui unico scopo è renderti il meglio di ciò che puoi diventare.

Hai davanti a te la vita. Ti prego, non perderla! Con me vivrai solo inizi. Alza gli occhi e guarda: l’arcobaleno ha preso radici in te.

 Parole Nuove


sabato 29 febbraio 2020

TENTAZIONI ... VIRALI

-  I Domenica di Quaresima

VANGELO – Mt 4,1-11
In quel tempo, 1Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». 4Ma egli rispose: «Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
5Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». 7Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
8Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai:a lui solo renderai culto». 11Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Commento di don Giovanni Berti

La Quaresima, i quaranta giorni che hanno lo scopo di aiutarci a rimettere al centro della vita personale e comunitaria l'annuncio pasquale, inizia come sempre con questo racconto di Gesù che per quaranta giorni va nel deserto. Il perché ci va è subito detto dall'evangelista Matteo: “...condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”.
La strada umana del figlio di Dio passa per questa esperienza che è voluta da Dio. Ma perché lo Spirito di Dio conduce Gesù nel deserto? Si tratta per caso di una specie di “crash-test” di fedeltà che Dio opera per testare i punti deboli dell'uomo Gesù di fronte alla missione che inizierà con la predicazione e che lo porterà allo scontro finale e quindi sulla croce? E Dio fa così anche con noi? Ci mette alla prova ogni tanto con qualche esperienza difficile o disgrazia per vedere se siamo fedeli e quindi ottenere il bollino di santità?
I “crash-test” sono operati non solo dai produttori di automobili, ma anche da tutte quelle aziende di macchinari e oggetti di largo uso per verificare la tenuta del prodotto e anche per vantare la sua solidità in situazioni estreme. Un crash-test, che porta il prodotto a rompersi, può essere un modo molto efficace per farne vedere la solidità molto alta, oltre quello che si poteva immaginare.
Gesù nel deserto viene mandato per dimostrare la sua solidità come Figlio di Dio e come uomo, e anche per dimostrare la debolezza del suo tentatore con le sue tentazioni.
Il deserto per il popolo di Israele è il luogo del lungo cammino di liberazione che lo ha fatto diventare popolo di Dio attraverso molte prove. Alla fine del cammino dalla schiavitù d'Egitto il popolo arriva alla Terra promessa, e ci arriva rinnovato profondamente, con una consapevolezza nuova della sua forza e della forza di Dio. I momenti difficili ci sono stati e in qualche occasione si è andati vicini alla rottura finale dell'alleanza con il ritorno alla schiavitù, ma poi la vittoria finale c'è stata, perché Dio ha mostrato la sua presenza più grande di ogni resistenza.
Gesù è nel deserto con questa consapevolezza profonda: da Dio viene e in Dio e nel suo amore è protetto. Il diavolo non può scalfirlo con le più raffinate seduzioni, che all'apparenza non sembrano così malvagie, ma sono nel loro profondo un tentativo di allontanare l'uomo Gesù dalla sua natura divina di Figlio di Dio. Gesù viene tentato sulla fame, sulla religione e sul potere. Viene messo davanti a quelle realtà che spesso portano ogni uomo a perdere la propria identità profonda di figlio di Dio.
Quando pensiamo che i beni materiali siano più importanti di quelli spirituali, è li che rischiamo di dimenticare che siamo fatti per amare ancor prima che di mangiare. E che chi ci sta accanto non è solo una pancia da riempire ma prima di tutto un cuore da scaldare, perché “non di solo pane vivrà l'uomo”. Quando riduciamo la religione a qualcosa di magico e non approfondiamo veramente l'insegnamento della nostra fede, rischiamo di cadere anche noi nella trappola “religiosa” del tentatore quando esorta Gesù a buttarsi dal Tempio per sopravvivere in modo magico, come se fosse quella la vera fede. Quando anche noi pensiamo che la vera potenza sia nel controllo di più beni e persone possibili, quando pensiamo che il successo sia tutto e che dalle tasche piene saremo giudicati, anche noi rischiamo di perdere quello che abbiamo già nel cuore che è la capacità di amare, la più potente delle capacità e il più potente dei mezzi per avere il mondo sotto i nostri piedi. Infatti proprio dall'alto della croce Gesù avrà tutto il mondo sotto controllo del suo amore.
Gesù supera il crash-test del deserto evidenziando tutti i punti deboli dell'azione del diavolo. Per questo che all'inizio della Quaresima anche noi guardiano a Gesù nel deserto per poterlo scegliere di nuovo, per fare come lui, per essere come lui.
Quest'anno la nostra Quaresima inizia anche con una emergenza sanitaria che voglio vedere come un imprevisto crash-test per la nostra fede e anche per la nostra umanità. Abbiamo l'occasione per far vedere i punti forti che abbiamo già dentro e con i quali Dio ci ha creati. Non è Dio ad aver mandato il coronavirus, ma è lui che come Gesù ci conduce con il suo Spirito d'amore anche dentro questo deserto insidioso e per molti aspetti misterioso. Abbiamo lo Spirito di Dio in noi e abbiamo tutta l'umanità di Cristo. Non possiamo cedere e sono sicuro che alla fine verrà fuori il meglio di noi, della nostra comunità cristiana e della nostra umanità. E ancora una volta come nel racconto evangelico sarà il tentatore a fare brutta figura...


sabato 9 marzo 2019

IL DESERTO E LE TENTAZIONI

Gesù, tentato come noi





Lc 4,1-13

di p. Enzo Bianchi
È la prima domenica del tempo di Quaresima, tempo severo ma “favorevole” (2Cor 6,2) per il cristiano: soprattutto, tempo di lotta contro le tentazioni. Per questo la chiesa all’inizio di questo tempo ci offre sempre il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto, tentazioni che secondo Luca saranno sempre presenti nella sua vita, fino alla fine (cf. Lc 23,35-39). Anche Gesù sapeva che sta scritto: “Figlio, se vuoi servire il Signore, preparati alla tentazione” (Sir 2,1).
Gesù era stato immerso nel Giordano dal suo maestro Giovanni il Battista, e durante quell’immersione lo Spirito santo era sceso su di lui dal cielo aperto, mentre la voce del Padre gli diceva: “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22). È stato l’evento che ha cambiato la vita di Gesù, le ha dato una nuova forma, perché da quel momento egli non è più solo il discepolo del Battista, ma è unto come profeta, ripieno dello Spirito. Per questo lascia Giovanni e gli altri membri della comunità e si allontana dal Giordano, inoltrandosi nel deserto di Giuda. Proprio lo Spirito che è sceso su di lui lo spinge a questo ritiro, alla solitudine, per pensare innanzitutto alla missione che lo attende. Lo Spirito lo ha abilitato, lo ha spinto con forza verso questa nuova forma di vita, che vedrà Gesù quale predicatore e profeta, ma egli deve fare opera di discernimento: come attuerà la sua missione? Con quale stile realizzerà la sua vocazione? Come continuerà a essere in ascolto di Dio, il Padre che lo ha generato (cf. Sal 2,7, che secondo alcuni codici costituisce il contenuto della voce del Padre al battesimo)? Come si opporrà a tutto ciò che contraddice la volontà divina?
Il ritiro nel deserto è dunque necessario: un ritiro di quaranta giorni, lungo, ma con un limite temporale perché in vista di qualcos’altro. Gesù sa che andare nel deserto significa in primo luogo spogliazione di tutto ciò che uno ha; sa che la solitudine è dimenticare ciò che uno è per gli altri; sa che la penuria di cibo è verifica dei propri limiti umani, della propria condizione di fragilità, dunque di mortalità. Ma solo nella radicale nudità l’uomo conosce la verità profonda di se stesso e del mondo in cui è venuto: e in questa spogliazione la prova, la tentazione è necessaria, da essa non si può essere esenti. Già questo passo di Gesù indica come egli avesse alla base della sua scelta l’adesione alla realtà, alla condizione umana. Quel tempo di quaranta giorni – già vissuto da Mosè (cf. Es 24,18; 34,28; Dt 9,9-11.18.25) e da Elia (cf. 1Re 19,8), già sperimentato nei quarant’anni di Israele nel deserto (cf. Nm 14,33-34; 32,13; Dt 2,7; 8,2-4; 29,4), dopo l’uscita in libertà dall’immersione nel mar Rosso – è un tempo di prova che implica fatica, rinuncia, scelta.
Luca esemplifica in numero di tre le tentazioni che in realtà per Gesù devono essere state molte, e con sapienza antropologica le riassume in quelle del mangiare, del possedere, del dominare. Ma mettiamoci in ascolto puntuale del testo. “Gesù non mangiò nulla per quaranta giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: ‘Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane’”. Gesù ha fame, e nel bisogno ecco sorgere la tentazione: sottrarsi alla condizione umana e ricorrere al miracolo, misconoscendo la propria realtà di essere umano. Se sperimento un bisogno impellente, una pulsione forte, quella della fame che morde lo stomaco e provoca le vertigini, come uscirne? Facendo qualsiasi cosa pur di sfuggire al bisogno, si sarebbe tentati di rispondere: una tentazione tanto più forte, quanto più imperioso è il bisogno. Ma Gesù ha digiunato liberamente, non costretto, volendo imparare a dire dei no, a fare una rinuncia. Certamente la tentazione del cibo è unica per Gesù, uomo come noi ma in una vocazione e missione uniche ricevute da Dio, che lo ha appena proclamato suo Figlio amato. Se Gesù può partecipare alla potenza di Dio, perché non ricorrere al miracolo, mutando un sasso del deserto in pane, e così potersi saziare? Con quel miracolo, però, rinuncerebbe a ciò che ha scelto divenendo uomo: spogliarsi degli attributi della sua divinità, condizione che condivideva quale Figlio di Dio, per essere radicalmente in tutto un uomo, un terrestre come ciascuno di noi (cf. Fil 2,6-8). La tentazione è dunque quella di dimenticare l’umanizzazione scelta, di rinunciarvi, e di usare la potenza di Dio per saziare la fame e riempire l’estrema spogliazione. Ma Gesù resiste, perché conosce la parola: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Dt 8,3a). Sì l’uomo non è solo fame di pane, ma anche – come evidenzia il parallelo matteano che cita per intero il passo del Deuteronomio – “di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3b; Mt 4,4). E non si dimentichi: Gesù moltiplicherà il pane per le folle affamate, per gli altri, mai per sé (cf. Lc 9,12-17)!
Nella seconda tentazione Gesù vede dall’alto tutti i regni della terra, la loro gloria (dóxa), la loro ricchezza, la loro arroganza, la loro scena mondana. Tutta questa ricchezza può essere a sua disposizione, tutto questo potere (exousía) che è dominio sugli umani e sulla terra può essere da lui esercitato, a una sola condizione: che Gesù adori la ricchezza e il potere, personificati dal diavolo. Se Gesù si sottometterà agli idoli della ricchezza e del potere, questi in cambio saranno nelle sue mani, come strumenti per la sua missione, come garanzia di efficacia: egli riuscirà, riuscirà, in “un’inarrestabile ascesa” (Sal 49,19)… Ma anche di fronte a questa pulsione che abita tutti gli umani Gesù sa dire no. È venuto per servire non per dominare (cf. Mc 10,45; Mt 20,28), è venuto nella povertà, non nella ricchezza (cf. 2Cor 8,9). Ciò non solo non faciliterà la sua missione, ma ne segnerà visibilmente il fallimento secondo l’evidenza mondana; Gesù, però, non pensa alla sua missione come a una conquista, a un grande raduno di credenti su cui dominare. Per questo è libero di rispondere, citando ancora la Torà: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto” (Dt 6,13). Ma qui il diavolo fa anche una rivelazione: a lui sono stati consegnati il potere e la gloria di questo mondo ed egli li può dare a chi vuole, a una condizione: diventare suoi ministri. Dunque, chi ha potere e gloria mondani, lo sappia o no, è un ministro del diavolo!
Segue poi la tentazione più alta, per questo l’ultima, la grande tentazione che per pudore non spiego pienamente ma alla quale solo alludo. Non è solo la tentazione di mettere Dio alla prova, forzandogli la mano, ma è anche la tentazione della “nientità”. Dal punto più alto della costruzione religiosa per eccellenza, il tempio, Gesù vede sotto di sé l’abisso, che è anche il nulla, il vuoto, perché la ragione ci dice che nell’abisso non c’è niente, neanche Dio, ma si è abbandonati per sempre, come se non si fosse mai nati: l’abisso dà le vertigini… Cosa deve fare Gesù davanti a questo buco nero? Gettarsi giù, costringendo il Dio che lo ha dichiarato Figlio a fare il miracolo, cioè inviando angeli a salvarlo per impedirgli la caduta, come lo tenta il diavolo citando la Scrittura (cf. Sal 91,11-12)? Oppure accettare la sua situazione, quella di chi vede il fallimento, il vuoto, ma resta fedele a Dio e non lo tenta, non lo provoca (cf. Dt 6,16)? Sì, questa è la tentazione delle tentazioni, già provata da Israele nel deserto quando, di fronte alle difficoltà, alle contraddizioni e all’apparente smentita delle promesse di Dio, si domandava sgomento: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,7). Ciò avviene anche nei nostri cuori, quando il sentimento del fallimento dell’intera nostra vita ci coglie, ci sorprende e ci confonde, fino a farci dire dentro di noi: “È stato tutto un inganno! Dio non c’era nei nostri inizi, oppure, Dio ci ha abbandonato!”. Questa è la tentazione che vuole contraddire la fede, la fiducia posta in Dio: non bestemmiandolo, non litigando con lui, ma semplicemente negandolo, cioè estromettendolo dal proprio orizzonte e dalla vita.
Gesù ha subito queste tentazioni in quanto uomo come noi. Non ci ha dato una finzione esemplare, ma ha veramente vissuto questi abissi, imparando così ad aderire alla realtà: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8). Dopo questa prova del deserto, Gesù ormai sa come svolgere la missione e come portare a termine la sua vocazione, consapevole che lo Spirito santo è con lui e che della forza dello Spirito è ripieno. Questa però non è per Gesù una vittoria definitiva: il diavolo tornerà a tentarlo, “al momento fissato”, cercando sempre di renderlo diviso, in modo che la sua volontà sia in contraddizione con la volontà del Padre. Ma Gesù realizzerà sempre la parola di Dio e sarà sempre vincitore su ogni tentazione! Uguale a noi in tutto, eccetto che nel peccato (cf. Eb 2,17; 4,15): per questo trionferà sulla morte e, quale Risorto, vivrà per sempre quale Signore del mondo.
p. Enzo Bianchi 


sabato 17 febbraio 2018

Prima domenica di Quaresima: LA TENTAZIONE E' SEMPRE UNA SCELTA TRA DUE AMORI

"In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
 
    La prima lettura racconta di un Dio che inventa l'arcobaleno, questo abbraccio lucente tra cielo e terra, che reinventa la comunione con ogni essere che vive in ogni carne. Questo Dio non ti lascerà mai. Tu lo puoi lasciare, ma lui no, non ti lascerà mai.
     Il Vangelo di Marco non riporta, a differenza di Luca e Matteo, il contenuto delle tentazioni di Gesù, ma ci ricorda l'essenziale: e subito lo Spirito lo sospinse nel deserto, e nel deserto rimase quaranta giorni tentato da Satana. In questo luogo simbolico Gesù gioca la partita decisiva, questione di vita o di morte. Che tipo di Messia sarà? Venuto per essere servito o per servire? Per avere, salire, comandare, o per scendere, avvicinarsi, offrire?
     La tentazione è sempre una scelta tra due vite, anzi tra due amori. E, senza scegliere, non vivi. «Togliete le tentazioni e nessuno si salverà più» (Abba Antonio del deserto), perché verrebbe a mancare il grande gioco della libertà. Quello che apre tutta la sezione della legge nella Bibbia: io metto davanti a te la vita e la morte, scegli! Il primo di tutti i comandamento è un decreto di libertà: scegli! Non restare inerte, passivo, sdraiato. Ed è come una supplica che Dio stesso rivolge all'uomo: scegli, ti prego, la vita! (Dt 30,19).
    Che poi significa «scegli sempre l'umano contro il disumano» (David Maria Turoldo), scegli sempre ciò che costruisce e fa crescere la vita tua e degli altri in umanità e dignità. Dal deserto prende avvio l'annuncio di Gesù, il suo sogno di vita. La primavera, nostra e di Dio, non si lascia sgomentare da nessun deserto, da nessun abisso di pietre. Dopo che Giovanni fu arrestato Gesù andò nella Galilea proclamando il Vangelo di Dio. E diceva: il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo.
    Il contenuto dell'annuncio è il Vangelo di Dio. Dio come una bella notizia. Non era ovvio per niente. Non tutta la Bibbia è Vangelo; non tutta è bella, gioiosa notizia; alle volte è minaccia e giudizio, spesso è precetto e ingiunzione. Ma la caratteristica originale del rabbi di Nazaret è annunciare il Vangelo, una parola che conforta la vita: Dio si è fatto vicino, e con lui sono possibili cieli e terra nuovi.
      Gesù passa e dietro di lui, sulle strade e nei villaggi, resta una scia di pollini di Vangelo, un'eco in cui vibra il sapore bello e buono della gioia: è possibile vivere meglio, un mondo come Dio lo sogna, una storia altra e quel rabbi sembra conoscerne il segreto. Convertitevi... Come a dire: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Ed è come il movimento continuo del girasole, il suo orientarsi tenace verso la pazienza e la bellezza della luce. Verso il Dio di Gesù, e il suo volto di luce.
(Letture: Genesi 9,8-15; Salmo 24; 1 Pietro 3,18-22; Marco 1,12-15)
 Ermes Ronchi 
 (tratto da www.avvenire.it)

Di seguito il commento di p. Alberto Maggi.
 
    Il vangelo di Marco nel primo capitolo dal versetto 14 presenta l’inizio dell’attività di Gesù. Vediamo, sono due versetti, ma molto ricchi ed efficaci. Scrive l’evangelista Dopo che Giovanni, è Giovanni Battista, fu arrestato, perché fu arrestato Giovanni Battista?
       Nel capitolo sesto poi Marco racconterà il perché Giovanni il Battista che denunciava il re che s’era preso per moglie la sposa legittima di suo fratello, ma c’è un’altra versione che non contrasta, ma anzi la completa, e la troviamo nelle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio ed è molto molto interessante, ci fa comprendere il motivo, il perché dell’uccisione di Giovanni Battista.
     Scrive Giuseppe Flavio che “Quando altri si affollavano attorno a lui perché con i suoi sermoni erano giunti al più alto grado”, quindi l’annuncio di Giovanni Battista ha raggiunto tutti i gradi della società, “Erode si allarmò”. Giovanni ha annunciato un messaggio di cambiamento, e chi detiene il potere non desidera cambiare, è la gente che vuole cambiare, ma i potenti no, perché?
    “Un’eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi poteva portare a qualche forma di sedizione perché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero”. Ed ecco il motivo che ci dice Giuseppe Flavio “Erode perciò decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene”.....


venerdì 3 marzo 2017

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA - VINCERE LE TENTAZIONI

NON DI SOLO PANE VIVE L'UOMO!

Il commento di Enzo Bianchi.
 
Il tempo della Quaresima è un tempo di prova, di lotta, di resistenza alle tentazioni che ci assediano, è un cammino nel deserto orientato al dono di Dio, all’incontro con lui. Per questo nella prima domenica di questo tempo liturgico ci viene svelata la realtà della tentazione subita da ogni essere umano, subita da Gesù stesso, anche lui “figlio di Adamo” (Lc 3,38). Significativamente, la Lettera agli Ebrei ci svela che “Gesù stesso è stato messo alla prova (pepeirasménos) in ogni cosa come noi, senza cadere in peccato” (Eb 4,15). Dunque ha vinto le tentazioni, ma non è stato esente da esse, perché nella sua umanità vera e concreta c’era la fragilità, la debolezza della “carne” (sárx).
 
I vangeli non temono di presentarci un Gesù tentato dal demonio, dall’avversario, Satana, potenza che induce l’uomo al male, cioè a contraddire la volontà di Dio: ciò avviene per Gesù nel deserto, subito dopo il battesimo, poi molte altre volte durante la sua missione e infine sulla croce. Il vangelo secondo Marco attesta che, dopo che Gesù ha ricevuto l’immersione nel Giordano da parte di Giovanni il Battista, “subito lo Spirito lo spinse nel deserto, dove rimase quaranta giorni, tentato da Satana” (Mc 1,12-13): continuamente tentato! Sulla base di questa testimonianza Matteo e Luca (cf. Lc 4,1-13) cercano di darci una descrizione, una narrazione di ciò che avvenne, una messa in scena di eventi vissuti da Gesù interiormente – potremmo dire nel profondo del suo cuore e quindi della sua coscienza –, di prove che coinvolgevano l’intera sua persona, corpo e spirito.
 
Per Matteo e Luca le tentazioni sono riassumibili in tre momenti, in tre assalti di Satana. Istruiti dalle scienze umane, oggi sappiamo leggere queste tre prove come resistenza alle tre libidines fondamentali che ci abitano: libido amandi, libido dominandi e libido possidendi. Sono le tentazioni cui è soggetta l’umanità intera, come esprime bene il libro della Genesi quando dice che l’essere umano “vide che l’albero” che non doveva essere mangiato “era buono da mangiare, appetitoso alla vista e bramato per ottenere potere” (Gen 3,6).
 
Quando noi umani entriamo in relazione con le realtà di questo mondo, sentiamo forze, bisogni, brame che si scatenano in noi e che, se non vengono dominate, ci impediscono di riconoscere la presenza degli altri e di Dio, fonte di ogni dono. Anche Gesù, uomo come noi – e non dovremmo scandalizzarci per questo, né dubitare della sua identità di Figlio di Dio, Parola fatta carne (cf. Gv 1,14) – non è stato esente dalle tentazioni, non le ha rimosse, ma le ha attraversate misurandosi con esse, e così vincendo Satana con la sua volontà e con la forza della parola di Dio.
 
Senza dimenticare che nel racconto di Matteo vi è anche l’allusione al popolo di Israele che, uscito dall’immersione nel mar Rosso, percorre il cammino nel deserto, ritmato da tre eventi, da tre tentazioni (cf. Es 16; 17; 32) nelle quali il popolo soccombe, cadendo in peccato. Gesù, pieno di Spirito santo (cf. Mt 3,16), dallo stesso Spirito viene condotto nel deserto, ed ecco manifestarsi la tentazione, quando la fame si fa sentire dopo quaranta giorni di digiuno: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane”.
 
Se egli è davvero Figlio di Dio, come l’ha definito la voce venuta dal cielo durante il battesimo (cf. Mt 3,17), allora – gli suggerisce il tentatore – può sfuggire alla condizione umana che ha assunto e soddisfare la fame non come ogni uomo, procurandosi il cibo con la fatica e il lavoro, ma semplicemente facendo ricorso al suo potere.
 
Non è un caso che la tentazione prima, quindi primordiale, riguardi il mangiare, la dimensione dell’oralità. Su questo terreno l’uomo e la donna sono stati tentati e sono caduti (cf. Gen 3,1-7), perché qui è in gioco l’amore egoistico per noi stessi, la philautía. Trasformare magicamente le pietre in pane per sfuggire alla fame è un sogno di onnipotenza: l’uomo affamato è tentato di non riconoscere più gli altri, di non pensare alla condivisione, alla solidarietà, alla comunione. Esistere per se stessi: questa è la tentazione radicale che porta a ignorare gli altri e a non riconoscere più il dono di Dio.
 
Questa prima tentazione può anche essere letta a un livello politico. Gesù è tentato di mutare le pietre in pane per compiere un’azione prodigiosa agli occhi dell’umanità: se è lui il Salvatore, potrà estinguere la fame del mondo in modo radicale e immediato, potrà farsi riconoscere e acclamare come liberatore. Non a caso, altrove la folla sarà disposta a farlo re se egli le procurerà del pane (cf. Gv 6,11-15.26). È bene ricordare, al riguardo, la rilettura di questa tentazione fatta da Fëdor Dostoevskij, nella “Leggenda del grande inquisitore: “Vedi queste pietre nel deserto nudo e infuocato? Mutale in pane e l’umanità ti seguirà come un gregge docile e riconoscente”.
 
No, Gesù è il Figlio di Dio che, nel farsi uomo, si è spogliato delle sue prerogative divine, e resta sempre fedele a questa sua condizione. Perciò non compie il miracolo, ma risponde al demonio: “Sta scritto: ‘Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’ (Dt 8,3)”. In tal modo egli afferma che la fame di pane è indiscutibile, ma la fame della parola di Dio è ancora più vitale, più essenziale del soddisfare la brama di cibo. Vi è qui la testimonianza della fede di Gesù nella parola di Dio, della sua obbedienza puntuale al Padre, della sua resistenza alla tentazione fino alla vittoria.
 
Segue la seconda tentazione: “Il diavolo lo pose sul punto più alto del tempio” di Gerusalemme, la città santa dove tutti i figli di Israele salgono e sono radunati. Gesù è all’inizio della sua missione: cosa può inaugurarla in modo più efficace che un segno, un miracolo, un’autoesaltazione pubblica, di fronte a tutti? Se egli si butta dall’alto del tempio e, quale Figlio di Dio, è miracolosamente sorretto e sostenuto dagli angeli, allora la rivelazione della sua identità si imporrà a tutti ed egli sarà acclamato come Messia di Dio.
 
Mostri chi è, faccia vedere che lui è Dio in mezzo al suo popolo, perché questa è la domanda degli increduli di ogni tempo: “Dio è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,7). Questa tentazione che Gesù sente emergere in sé sarà risvegliata tante volte dai suoi ascoltatori: “Mostraci un segno dal cielo e crederemo!” (cf. Mt 12,38; 16,1; 24,3). Vi è qui la suggestione di essere Messia secondo le immagini e i pensieri umani, ma Gesù ha scelto di essere un Messia al contrario: debole, povero, umiliato, rigettato; un Messia servo, non un padrone potente!
 
Al tempio, il luogo della religione, avviene la tentazione somma: se Gesù è Figlio di Dio, allora non conoscerà la morte, non sarà toccato da essa. Per fargli balenare questo miraggio, il demonio ricorre alla citazione della Scrittura (cf. Sal 90,11-12), distorcendola e strumentalizzandola contro Dio. La promessa di protezione annunciata da Dio al credente nel salmo, dovrebbe realizzarsi come epifania di potenza del Messia, come esenzione per lui dalla sofferenza e dalla morte, come onnipotenza… Ma Gesù, che è venuto a dare la sua vita per amore di tutti noi umani (cf. Mt 20,28), che è venuto nella povertà e nell’umiltà del servo di Dio, non può accogliere questa suggestione, che sfigurerebbe l’immagine di Dio, e allora, richiamando la parola di Dio, getta in faccia al demonio lo “sta scritto”: “Non tenterai il Signore Dio tuo” (Dt 6,16).
 
Non si mette alla prova di Dio, ma si accetta di essere messi alla prova. Finché è in mezzo a noi, Gesù vuole restare umanissimo, senza poteri divini, per questo rimarrà fedele al Padre fino alla fine, senza mai cedere alla tentazione di negare o mitigare la sua condizione umana, assunta per condividerla con noi, per esistere con noi, per conoscere la nostra debolezza e presentarla come sua al Padre.
 
Viene infine la terza e ultima tentazione: sconfitta la libido dominandi, entra in azione la libido possidendi. Questa volta Gesù è condotto dal diavolo su un alto monte, dal quale contempla la terra e tutto ciò che contiene, tutta la sua ricchezza, i regni nelle mani dei governanti di questo mondo, la gloria che essi ostentano. Gesù in verità è un Re, il Re dei giudei, è il Messia, il Re unto, il capo del suo popolo, dunque anche a lui spettano ricchezza e gloria. Li può possedere, ma a una condizione: deve adorare il demonio, il principe di questo mondo.
 
Spetta a Gesù scegliere: o diventare un servo di Satana o restare un servo di Dio. Da una parte onore, potere, gloria, ricchezze; dall’altra povertà, servizio, umiltà. Nel vangelo secondo Luca il demonio completa questa tentazione con un’ulteriore parola: “A me sono state date tutte le ricchezze di questo mondo e io le la do a chi voglio” (cf. Lc 4,6). Sì, chi tiene in mano le ricchezze di questo mondo è il demonio, e dunque chi accumula ricchezze, anche a fin di bene, e non le condivide, non le depotenzia dell’arroganza insita in esse, lo voglia o no, è un amministratore di Satana!
 
In questo rifiuto di Gesù è contenuta tutta l’assunzione della povertà come logica di abbassamento, di umiltà: “colui che era ricco si è fatto povero per noi” (cf. 2Cor 8,9), “colui che era nella condizione di Dio, si è spogliato fino a diventare schiavo” (cf. Fil 2,6-7). Sappiamo quello che Gesù ha potuto dire proprio dopo aver attraversato questa tentazione: “Non potete servire Dio e Mammona” (Mt 6,24). Ecco perché la parola di Dio invocata da Gesù come comando radicale e definitivo è: “Adorerai il Signore Dio tuo, e a lui solo renderai servizio” (Dt 6,13).
 
In questo modo Gesù ci lascia anche una traccia da seguire quando siamo tentati. Al sorgere della tentazione, non si deve entrare in dialogo con Satana, non si deve indugiare nell’ascolto della seduzione, magari confidando nella propria forza. No, occorre solo ricorrere alla parola di Dio, invocare il Signore, non cedere a nessun dialogo con il male, ma allontanare il tentatore con la forza di Dio.
 
È così che Gesù scaccia il demonio (“Vattene, Satana!”), quale vincitore del male e delle tentazioni; e lo fa attraversandole, per essere in grado di “avere compassione, di patire insieme a noi (sympathêsai) le nostre debolezze” (Eb 4,15). Proprio come si legge nella vita di Antonio, il padre dei monaci. Sfinito dalla lotta vittoriosa contro le tentazioni, egli vede il Signore in un raggio di luce e gli chiede: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin dall’inizio per porre fine alle mie sofferenze?”. E si sente da lui rispondere: “Antonio, ero qui a lottare con te”.