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sabato 1 marzo 2025

AL DI LA' DEL SELFISMO


AL CUORE

 DELLA 

SAPIENZA


-         di Rosanna Virgili

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In tempi di sbandamento diffuso, c’è una materia prima di cui si avverte acutamente il bisogno e che però proprio quando necessiterebbe disporne ci si mostra come una risorsa a lungo trascurata. Mentre abbondano la violenza praticata ed esibita, il disprezzo per il senso comune, l’indifferenza persino vantata verso lo spirito comunitario e il dialogo civile a vantaggio dell’affermazione di sé e del proprio interesse, affiora prepotente un’arsura che ci divora quanto più sconcertante si fa la realtà: non di una risposta pronta e polemicamente all’altezza della provocazione abbiamo sete, ma di sapienza.

Sapienza

Parolona persino pretenziosa – ci accontenteremmo di molto meno... –, tanto in là ci siamo inavvertitamente spinti sotto l’incalzare dello spirito contrappositivo che avvelena il confronto pubblico, con l’aggiunta degli eccessi verbali e simbolici imposti da una retorica muscolare. Colpa di chi? Non interessa qui fare il processo dei colpevoli di questa caligine che si è stesa sul confronto con quel che ci accade attorno, ognuno potrebbe proporre un suo valido elenco di imputati. Il problema semmai è allo specchio: dov’è finita la nostra capacità di giudizio critico e libero davanti alle cose, se anche noi ci lasciamo trascinare dal mercato al ribasso delle idee, come se tutto finisse lì, nella mischia dei consumi e delle liti? Ci vuole un pensiero, certo, e su queste pagine cerchiamo di proporlo a cadenza quotidiana. Ma serve soprattutto chi ci spinga a tornare nel profondo del nostro sentire, giudicare e anche credere, fino alle sorgenti del pensiero e della parola, là dove sgorga ancora un rivolo di sapienza. A evocarci questa necessità è la nostra radice biblica – si abbia fede o meno –, e forse è proprio un certo analfabetismo scritturistico a renderci poco familiare la frequentazione con la sapienza, come fosse un’estranea, ormai.

A sapere chi è e dove ci attende ora è proprio “una di casa”: ce lo ricorda, con la sua prosa colta e amichevole, Rosanna Virgili, che su questo giornale per mesi ha tenuto una sua “cattedra della sapienza”, in due tappe: dapprima con una serie in sei puntate sul “Corpo e la Parola” nell’estate 2023, e poi, riprendendo il filo di quella riflessione sull’autoesaltazione umana e la consapevolezza del limite che proprio nel corpo trova la sua evidenza, attraverso una nuova successione (domenicale, come la precedente) di ben dodici “lezioni” dal luglio all’ottobre 2024 e la scelta di un tema ( Al cuore della sapienza) che oggi va a dare il titolo raccolta completa di tutti e diciotto i saggi brevi firmati dalla biblista e teologa marchigiana, apprezzatissima editorialista del nostro quotidiano, tra le voci più autentiche e coinvolgenti dell’esegesi e del pensiero credente al cospetto della contemporaneità, con tutto il suo groviglio di bellezze commoventi e di spaventosi disastri. Edita da Vita & Pensiero nella collana “Pagine prime” realizzata insieme ad Avvenire (pagine 124, euro 13,00), quest’opera non è semplicemente la collazione degli articoli pubblicati – e già questo avrebbe il suo merito, potendone cogliere in uno sguardo l’ambizione di pensiero – perché una lettura sequenziale ce la presenta come fosse in un veste tutta nuova. Se i singoli articoli coglievano infatti al volo – nello stile colloquiale e realistico di Virgili – spunti dal clima e dalla cronaca dei giorni in cui erano nati, la loro lettura collettiva adesso ci offre proprio ciò di cui abbiamo lamentato la mancanza, e prima ancora la coscienza improvvisa: che è di sapienza oggi che abbiamo disperato bisogno. Potremmo fermarci qui, e ne avremmo a sufficienza per ringraziare la biblista che ci incoraggia a dipanare la matassa del pensiero riportandoci alla “intelligenza della vita” come a un luogo dove tutto ritrova un senso. Ma c’è molto di più in questo succedersi di originali riflessioni che si leggono col piacere di un editoriale ricco di citazioni e di “sguardi in macchina”, a cogliere ogni volta una sintonia di emozioni col lettore. Intrecciando la Scrittura e le contraddizioni del nostro mondo, la Parola che resta e quelle che volano, Virgili ci parla anzitutto «dell’umano nelle sue forme e posture fisiche e affettive» a partire dall’«inestricabile intreccio tra fango e soffio, tra carne e anima». È solo qui che possiamo cogliere davvero la dimensione della nostra realtà creaturale, che «esalta l’umano fatto a immagine e somiglianza di Dio» ma allo stesso tempo deve fare i conti con l’invincibile vulnerabilità della nostra natura che ci «chiede inevitabilmente conto della sua debolezza legata proprio al suo essere corpo, vale a dire esposto – a differenza di Dio – anche alla malattia, alla decadenza e allo sfiguramento».

La debolezza della malattia

Limite quasi intollerabile, quanto più l’umanità avanza nello sviluppo dell’intelletto e della padronanza delle forze del mondo: l’essere umano «può mettere a frutto l’eredità di quella conoscenza che ha portato con sé uscendo dall’Eden e usarla per sfidare la morte». Tutti i saperi umani sono messi così al servizio della battaglia contro la finitezza: «Il desiderio di vincere la morte – nota Rosanna Virgili – si scontra sempre con i limiti del corpo», con una insofferenza che induce a esaltare la biologia, quasi fosse solo lì il campo di battaglia per spuntarla sulla fine già segnata, e insieme a «vincere i limiti» della corporeità «sperimentando con curiosa avidità nuovi ambienti vitali, quelli dell’inforsfera e del metaverso; producendo delle esperienze di vita virtuale, alleggerite dal “peso” del corpo», fino al tentativo di «sostituire ai nostri coralla pi quelli dei robot che, muniti di una memoria e di un’intelligenza artificiali, potrebbero superare in larga parte quelle impotenze tipicamente umane». Questo naturale «desiderio di superare i limiti del corpo» è accolto e sublimato in chiave soprannaturale dai sacramenti, che Virgili propone come risposta definitiva a una umanità che «azzera la trascendenza con gli occhi ciechi di chi non vede oltre la superficie delle cose. E del corpo». Indizi di sapienza, che si rinvengono lungo le “lezioni” della biblista anche considerando altre forme di riappropriazione dell’umano salvato dalla sua pretesa di “essere tutto” (grottesca finzione che va in scena in molteplici forme nella cronaca quotidiana): dalla riconquista della bellezza («sbocciata dall’incontro di due sguardi, sembra essere la gestante, la conchiglia del corpo») alla riscoperta dell’altro («senza mettersi in relazione l’identità muore di smarrimento»), e poi la libertà, la dignità femminile, la carne talmente poco “finita” 

Lo sguardo cristiano

Lo sguardo cristiano, nutrito dalla radice biblica, torna con il suo potenziale di scuotere la persuasione che non ci sia nulla oltre la volontà umana di potere e di conoscenza. Ed è qui che il navigatore indica la strada della sapienza, invisibile finché eravamo ostaggio dell’apparenza. Il salto di un anno da una serie di articoli all’altra è chiuso dal libro con il semplice volgere di una pagina oltre la quale si va, una meditazione dopo l’altra, verso il “cuore” della sapienza, «un affaccio – così lo definisce Virgili – su una dimensione del tutto preminente dell’umano biblico che è l’esercizio dell’intelligenza e della scienza, l’educazione alla conoscenza e alla sapienza», autentica «peculiarità umana» che ci rende più “persone” (e meno esecutori di algoritmi). Nel viaggio l’esegeta ci porta dentro «testi biblici dove viene indicata la Via della Sapienza, maestra di tutte le arti e di ogni creatività, a cominciare da quella politica».

È con la sua stessa Sapienza che il Creatore conferisce la dimensione umana di ogni realtà costituendo un luogo nel quale possiamo abitare in armonia tra noi e il mondo. Nell’incessante operare di Dio «vengono stabiliti i confini di tutte le creature» e «si rivela la ragione e il fine delle stesse: «La Sapienza personificata – nota Rosanna Virgili – è maestra di scienza e di tecnica, di vita e di futuro, di giustizia e di fraternità, nella costruzione della “città” terrena ». Dentro il frastuono del «selfismo solitario, predicato dell’“io”, del “mio”, del “tutto e solo per me”, del “mi voglio bene”, del “per realizzarmi” », c’è una voce che ci richiama a tornare in noi stessi smettendo di «sconfinare da sé per togliere anche a Dio la sua distanza »: se la udiamo bene, ci sta domandando «“volete andarvene anche voi?”. Se non altro perché non si intravede una “casa” migliore – conclude la nostra biblista –, conviene, come Pietro, provare a restare». Ed è proprio qui che la sapienza, forse, ci stava aspettando.

 

www.avvenire.it


 

 

sabato 16 settembre 2023

IL DIO SENZA UMANITA'

 

 

-         di Francesca Chiarenza

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«Dio, patria e famiglia»

In un’Europa sempre più scristianizzata, a difendere Dio, a quanto pare, è rimasta Giorgia Meloni. Lo ha fatto nel suo discorso al Demographic Summit di Budapest, dentro il museo delle Belle Arti, davanti a un dipinto di El Greco che, quasi simbolicamente, rappresentava l’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani, l’ora forse più drammatica della sua esistenza terrena.

E drammatico è lo scenario che la premier italiana ha delineato: «Viviamo in un’era in cui tutto ciò che ci definisce è sotto attacco. Questo è pericoloso per la nostra identità nazionale, per la famiglia, per la nostra religione. Senza questa identità siamo solo dei numeri senza una consapevolezza, strumenti nelle mani di chi ci vuole usare». E ha evocato la necessità di una «grande battaglia» a favore delle famiglie. È stato a questo punto che ha parlato di Dio: «Difendere le famiglie significa difendere l’identità, difendere Dio, e tutte le cose che hanno costruito la nostra civiltà».

Parole che riprendono, quasi alla lettera, lo slogan «Dio, patria e famiglia» , che del resto già in altre occasioni Meloni ha pubblicamente difeso dai sarcasmi dissacratori di una sinistra che lo ha sempre considerato un motto fascista.

 Il caso più clamoroso era stato quello della ex senatrice PD Monica Cincinnà che, in un corteo femminista del 2019 a Roma, aveva esibito un cartello con la scritta: «Dio-Patria-Famiglia: che vita de merda». Sta di fatto che oggi, a distanza di quattro anni, la Cirinnà non è più in Parlamento (non è stata rieletta), mentre Giorgia Meloni, in nome di quel motto, è diventata presidente del Consiglio.

 In realtà, anche se lo slogan ha avuto grande diffusione proprio nel ventennio fascista, Meloni ha sempre rivendicato il fatto che esso in realtà risale a Mazzini, che sicuramente non può essere identificato con un precursore del totalitarismo di destra. Però forse non sa – o ha dimenticato di precisare – che nel pensiero mazziniano la formula completa, contenuta nell’opera I doveri dell’uomo, del 1860, è: «Dio, Umanità, Patria e Famiglia». E l’omissione di uno di questi termini non è insignificante per l’interpretazione del significato degli altri.

 Il Dio della nostra identità nazionale

Questo vale già per il primo dei valori chiamati in causa, quello religioso. Di quale Dio parlasse la premier nel suo discorso di Budapest lo si evince da quello che ha detto: «Sono donna, sono madre, sono cristiana e nessuno me lo può togliere». È dunque il Dio della tradizione cristiana, più precisamente di quella cattolica, che la «grande battaglia», a cui saremmo chiamati a partecipare , deve «difendere». Contro chi?

 Sicuramente contro una deriva culturale che ne annulla ogni rilevanza nella vita sia pubblica che privata, riducendolo a un ricordo del passato. Ma, sganciato dal riferimento all’Umanità, il richiamo a questo Dio rischia di diventare una bandiera per giustificare anche la «difesa dei confini» contro i fedeli di altre religioni, anch’essi credenti in Dio, ma diverso da quello cattolico.

 Meloni, per la verità, ha sempre riconosciuto che non si può generalizzare – come fa Salvini – , estendendo a tutto l’Islam l’accusa di essere incompatibile con i nostri valori e la nostra civiltà. Ma, di fatto, i suoi interventi sono sempre stati volti a sottolineare la minaccia fisica – il terrorismo – , e soprattutto cultuale rappresentata da questa religione.

 Una minaccia che si collega a quella di una «sostituzione etnica» – e qui entrano in gioco i temi della patria e della famiglia – evocata nella primavera scorsa dal ministro Lollobrigida (cognato, fra l’altro, della premier e suo stretto collaboratore): «Non possiamo arrenderci», ha detto il ministro, «all’idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro».

 Il problema demografico è strettamente connesso, in questa prospettiva, a quello dell’identità nazionale, ed entrambi hanno come sfondo quello della identità religiosa. È la sostanza del discorso di Budapest: «Difendere le famiglie significa difendere l’identità, difendere Dio».

 La fallimentare battaglia per la “difesa dei confini”

Non si tratta di astratte formulazioni concettuali. La “dimenticanza” del termine che Mazzini premetteva a quelli “patria” e “famiglia” – “umanità” – ha fatto sì che, prima nel programma della destra italiana, poi nella sua azione di governo, uno dei punti centrali e caratterizzanti sia stato l’impegno per impedire l’arrivo in Italia dei migranti provenienti dai Paesi più poveri dell’Africa e dell’Asia, considerati alla stregua di “invasori”.

 Secondo questa linea non si tratta solo di gestire correttamente la loro redistribuzione in altre nazioni europee. Di fatto, il nostro governo non ha rispettato gli accordi che regolavano questi “ricollocamenti”, provocando, proprio in questi giorni, la reazione di Francia e Germania, che hanno chiuso le loro frontiere con l’Italia.

 Ma il punto è che l’esecutivo non ha mai creduto in una soluzione che comunque avrebbe reso possibile conciliare i nostri interessi nazionali con i persistere dei flussi migratori: «I ricollocamenti», ha detto a questo proposito la presidente del Consiglio ospite di Bruno Vespa, «sono una coperta di Linus: la questione è fermare gli arrivi in Italia».

 Su questo il governo Meloni ha impegnato a fondo la sua credibilità fin dal principio, anche con esiti fallimentari. Alla radice probabilmente sta una sostanziale incapacità di comprendere il fenomeno migratorio in tutta la sua drammatica gravità, cercandone un “colpevole” su cui scaricarne la responsabilità.

 Al tempo del governo Draghi il dito era stato puntato sul ministro dell’Interno, la Lamorgese, accusata di debolezza e di incapacità. Con la conseguente assicurazione che, se fosse stata premiata dal voto degli elettori, la Destra avrebbe immediatamente risolto il problema con una politica più adeguata. Ma anche dopo le elezioni, gli sbarchi sono continuati, anzi sono aumentati.

 La colpa, allora, è stata data alle navi delle Ong, che avrebbero incoraggiato, con la loro presenza nel Mediterraneo, le partenze. Da qui il “decreto sicurezza”, volto a neutralizzare o almeno a limitare quanto più possibile, l’opera di soccorso di queste navi. Ma gli sbarchi sono continuati, anzi sono aumentati.

 Dopo la tragedia di Cutro, il bersaglio sono diventati gli scafisti. Meloni in persona ha garantito che li avrebbe inseguiti «per tutto l’orbe terraqueo». Ma gli scafisti da tempo erano perseguiti, senza alcun esito, perché i veri organizzatori del traffico di esseri umani se ne stavano al sicuro nelle loro basi, protetti da governi compiacenti. Così gli sbarchi sono continuati, anzi sono aumentati in modo esponenziale.

 A questo punto la premier ha rinnovato gli accordi che già esistevano con la Libia, fornendo nuovi soldi e nuova assistenza militare alla Guardia Libica, perché fermasse le partenze. Poi, coinvolgendo anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è recata in Tunisia, da cui proviene la maggior parte dei migranti, per stringere accordi col dittatore Sayed, sempre allo scopo di ottenere il blocco. Il risultato è stato immediato, ma opposto alle attese: gli sbarchi sono dilagati, raggiungendo livelli mai visti in passato.

 I giornali governativi in questi giorni sono alla ricerca dei nuovi colpevoli: alcuni indicano direttamente la Sinistra italiana ed europea, al cui complotto si dovrebbe il mancato rispetto da pare di Sayed degli accordi presi. Altri additano la Francia, ostile ad ogni ingerenza italiana in Tunisia.

 Non è il Dio cristiano

Non sembra sfiorare i nostri governanti e il loro entourage l’idea che, al di là dei fantomatici “colpevoli”, ci siano dei problemi reali, di cui sicuramente dei gruppi criminali possono anche approfittare, ma che hanno le loro radici in una catastrofe geopolitica che sta travagliando buona parte dell’Africa e alcune regioni dell’Asia, mettendo in condizioni disperate uomini e donne che si trovano costretti a cercare la salvezza, o almeno condizioni di vita migliori, fuggendo in Europa.

 È un vuoto di analisi, dovuto a un’ottica angustamente nazionalista, alla cui radice sta proprio l’omissione di quel termine “umanità” che Mazzini aveva posto come parte essenziale della sua visione e che poi, nella riedizione fascista dello slogan, era saltato. Quello che manca, nella politica migratoria del governo, è la visione di un genere umano che, a monte delle legittime identità nazionali, è accomunato da un legame che ne unisce i membri, di qualunque stirpe, di qualunque nazione o continente.

 Ma questo è anche il motivo per cui il Dio di Giorgia Meloni, checché lei ne dica, non è quello cristiano. Il Vangelo parla chiaro: quando hanno chiesto a Gesù quale era il comandamento più grande, la sua risposta ha unito in modo indissolubile l’amore incondizonato per Dio e quello per il prossimo. E, ad evitare ogni equivoco, ha portato ad esempio di “prossimo” uno straniero, visceralmente detestato dagli ebrei.

 Nel tempo della post-verità si può dire anche spudoratamente il contrario della realtà ed essere creduti, ma il fatto resta e tutta la tradizione della Chiesa – dai primi padri fino alla Fratelli tutti di papa Francesco – ribadisce che non si può amare Dio senza amare tutti gli altri esseri umani, anche i più lontani, come se stessi. È ovvio che ciò esige di essere declinato, in termini politici, secondo precise condizioni di fattibilità (nessuno, in realtà pensa di portare tutta l’Africa in Italia, come sostengono sarcasticamente i rappresentanti della Destra).

 Ma è chiaro che non ha nulla di evangelico l’atteggiamento di fondo che considera i poveri, bisognosi del nostro aiuto, dei nemici da respingere o da bloccare prima che partano, lasciando che se la sbrighino da soli con loro problemi.

 Perciò non è il Dio cristiano quello che la Meloni crede di dover difendere. Lui è il Dio dell’umanità, di tutti gli uomini. E il solo modo di difenderlo, ci dice il Vangelo, è di aiutare i deboli, gli affamati e gli esuli – «fui straniero e mi accoglieste» (Mt 25,35) – che bussano alla nostra porta. Non perché sono italiani, ma perché sono esseri umani come noi e nostri fratelli.

www.tuttavia.eu   

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giovedì 3 agosto 2023

IL SOGNO DI PAPA FRANCESCO

 


I confini non devono essere barriere

- di Giuseppe Savagnone *

Nel suo primo discorso in Portogallo, dove si è recato per la Giornata Mondiale della Gioventù, papa Francesco ha confermato di essere il più grande, forse l’unico, disturbatore della quiete pubblica oggi in circolazione nel nostro pianeta.

In un mondo che sta assistendo al più grande movimento di chiusura delle frontiere (di quelle geografiche, ma soprattutto di quelle umane) dal tempo della guerra fredda e che, dopo decenni di relativa distensione – in cui sembravano possibili, in nome della globalizzazione, forme sempre più strette di cooperazione non solo economica, ma anche politica e culturale – , sta ormai ritornando alla logica dello scontro frontale tra i blocchi, della reciproca demonizzazione e del rifiuto dell’ “altro”, il capo della Chiesa cattolica rimane forse la sola voce coraggiosamente controcorrente.

 «Bisogna ripensare i confini come “zone di confronto” e non di separazione ed egoismi che portano inevitabilmente a conflitti», ha detto nel suo discorso il papa. Non si tratta di misconoscere o addirittura abolire le identità nazionali, politiche, culturali e religiose.

 I confini sono essenziali per definire le diversità e sfuggire alla minaccia dell’omologazione, tanto più forte, oggi, in una civiltà della comunicazione illimitata delle notizie, degli esseri umani e delle merci. Ma non devono diventare dei muri, come accade quando si parla della loro “difesa” contro chi sta dall’altra parte, additato come un nemico che si può solo combattere e cercare di vincere.

 La guerra in Ucraina e la sua metamorfosi

Il più immediato riferimento delle parole di Francesco è alla guerra in Ucraina che da più di un anno sta spaccando il mondo. È cominciata con una assurda aggressione della Federazione Russa ai danni di un popolo già in passato oggetto di inaudite violenze da parte del vecchio regime sovietico e che sta oggi evidenziando, con la sua disperata resistenza, la sua volontà di non ricadere sotto il dominio della Russia di Putin.

 Da qui la giusta indignazione e la solidarietà subito mostrata verso le vittime dalla maggior parte dei paesi, anche in considerazione dei metodi disumani con cui l’invasione è stata condotta, deportando bambini, torturano civili, distruggendo indiscriminatamente centri abitati.

 Ma quasi subito lo scenario è cambiato, allargandosi e assumendo una fisionomia ben più ampia di quella di un conflitto locale, per quanto drammatico, di cui cercare a tutti i costi, a livello internazionale, una rapida soluzione. È emerso sempre più chiaramente che la posta in gioco non era la libertà del popolo ucraino, ma lo scontro – puramente di potere (l’ideologia non c’entra più, dopo la fine del socialismo) tra la Nato, guidata dagli Stati Uniti, e la Russia.

 Uno scontro di cui sicuramente la seconda è direttamente responsabile – sono i russi ad aver scatenato la guerra! – , ma che la prima non ha fatto nulla per evitare, perseguendo negli ultimi anni una politica di espansione che contrastava con gli accordi verbali presi alla caduta del muro di Berlino tra Bush senior e Gorbaciov e consentendo che il governo di Kiev non applicasse mai gli accordi di Minsk, presi a tutela delle minoranze russofone del Donbass. Uno scontro, dunque, che gli Stati Uniti avevano messo nel conto come possibile, tanto che stavano da tempo preparando ad esso gli ucraini.

 Da qui anche il silenzio alla vigilia dell’attacco che, unici in tutto il mondo, solo i servizi segreti americani avevano dato per sicuro. Non sappiamo cosa sarebbe accaduto se Biden avesse detto una parola – una sola – per garantire la neutralità di Kiev. Forse le cose sarebbero andate allo stesso modo, perché da parte sua Putin aveva un piano preciso. Ma è certo che non l’ha detta.

 Non è così che si costruisce la pace

Fin dall’inizio è stato chiaro che la pace non la voleva nessuno. Il modo di condurre la guerra da parte di Putin è stato criminale, meritando giustamente una incriminazione da parte del tribunale dell’Aia. Ma dall’altra parte non c’è stato altro linguaggio che quello dell’intransigenza più radicale, ai limiti dell’odio, demonizzando l’intero popolo russo.

 Il Comitato Olimpico Internazionale ha «vivamente raccomandato» a tutte le federazioni mondiali di «non invitare atleti russi e bielorussi» nelle competizioni sportive internazionali. Non solo come rappresentanza nazionale, ma come singoli – prescindendo dalle loro posizioni politiche – i russi sono stati esclusi dalle paraolimpiadi invernali di Pechino, dalle competizioni internazionali di tutti i tipi, dall’hockey su ghiaccio alla dama, dal torneo di tennis di Wimbledon. La Russia è stata esclusa dai mondiali di calcio in Qatar. Sono state sospese le rappresentazioni teatrali di opere di autori russi.

Più comprensibile, ma non meno preclusivo di ogni possibilità di dialogo, l’atteggiamento nei confronti del governo di Mosca. Una raffica di sanzioni ha colpito la Russia in tutti i settori della sua economia, portando all’abbandono del paese da parte delle multinazionali.

 A livello politico, l’Assemblea generale dell’ONU l’ha sospesa dal Consiglio dei diritti umani. La Federazione russa è stata sospesa dall’UNESCO, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Lo scopo dichiarato, secondo le parole del presidente Biden, è stato di «isolare la Russia dal palcoscenico internazionale», riducendola al ruolo di «paria».

 Reazioni in sé giustificate dal gravissimo atto di violenza perpetrato dal governo russo, ma che non erano state mai neppure in minima parte prese in considerazione in occasione di altri clamorosi casi di aggressione militare, come ad esempio quella, non meno devastante e gratuita (anche se a lungo giustificata con la produzione di prove rivelatesi poi false), degli Stati Uniti di Bush junior nei confronti dell’Iraq.

 La sola risposta a cui si è fatto ricorso è stata, oltre all’isolamento economico e politico, quella delle armi. Gli Stati Uniti e gli altri paesi della Nato hanno investito somme enormi – solo l’America, 40 miliardi di dollari – per fornire all’Ucraina gli armamenti che il presidente Zelensky fin dall’inizio ha continuamente richiesto e ottenuto in misura sempre crescente. Al punto da evocare l’dea, spesso tornata sui media, di un “guerra per procura” combattuta dalla Nato contro la Russia per il tramite del popolo ucraino.

 Non c’era bisogno di essere profeti per rendersi conto che in questo modo ci si poneva in una posizione che escludeva ogni possibilità di dialogo, e che alla fine, pur essendo “dalla parte della ragione”, era perfettamente simmetrica a quella di Putin nel voler perpetuare la guerra.

 Più di un anno fa, il 22 aprile 2022, in questa rubrica il sottoscritto, senza avvalersi di alcuna illuminazione divinatoria, pubblicava un chiaroscuro intitolato «Non è così che si costruisce la pace».

 Di pace, per la verità, si è continuato, di tanto in tanto, a parlare, ma sempre subordinandola alla vittoria e alla resa della Russia (magari con la destituzione di Putin). Un esito fatto balenare fin dall’inizio come imminente – dopo le sanzioni e le prime vittorie su un esercito russo apparso inefficiente e vulnerabile – , ma che poi è sembrato allontanarsi sempre di più e che oggi sembra sostituito dalla prospettiva di una guerra infinita e di un «nuovo ordine mondiale», assolutamente conflittuale, di cui la Nato costituirebbe un polo e i paesi alleati della Russia l’altro. I confini che diventano barriere.

 La crisi dell’Europa

A questo quadro ci stiamo tutti abituando. Papa Francesco ha avuto ragione nel dire, a Lisbona, che in questo momento mancano «rotte coraggiose di pace». Il pontefice si è rivolto in particolare all’Europa: «Verso dove navighi, se non offri percorsi di pace, vie creative per porre fine alla guerra in Ucraina e ai tanti conflitti che insanguinano il mondo?».

 L’Europa è stata la vera grande sconfitta di questa guerra, comunque essa finisca. Negli ultimi decenni aveva costruito sulla collaborazione economica con la Russia – in particolare al livello della politica energetica – la sua prosperità. E c’era chi auspicava che questo avvicinamento si trasformasse gradualmente in una collaborazione anche politica, in grado di dar vita a un “terzo polo” tra Stati Uniti e Cina.

 La guerra di Ucraina ha distrutto queste prospettive e ha consegnato il continente a una totale dipendenza sia economica che politica dall’America. L’Europa è diventata una sezione della Nato, ormai elevata a vera protagonista del “nuovo ordine”. In compenso si sono rafforzate le tendenze nazionaliste, che hanno portato la Germania, la principale vittima di questa crisi, ad attuare per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale un imponente riarmo del proprio esercito, mentre il partito neonazista tedesco guadagna sempre più terreno nei sondaggi.

 Perché i soli a fare festa, in questa situazione, sono i fabbricanti di armi. «Preoccupa», ha detto Francesco, «quando si legge che in tanti luoghi si investono continuamente fondi sulle armi anziché sul futuro dei figli. Io sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il suo ingegno per spegnere focolai di guerra».

 I sogni di un papa sono fragili, come quelli di qualunque altro essere umano. E nulla, in questo momento, sembrerebbe avvalorare la realizzabilità di quello di Francesco. Ma la debolezza è nella natura del Vangelo e dei suoi profeti disarmati. È già importante che, in un mondo rassegnato alla logica della violenza e del calcolo della politica, una voce si levi a gridare la sua protesta e segni così la differenza tra l’umano e il disumano.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo 

 

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