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sabato 30 maggio 2026

ITALIA ED EUROPA

 

Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà



-di Giuseppe Savagnone

Giorgia Meloni critica l’Europa

Davanti all’assemblea degli industriali italiani, che l’ha calorosamente applaudita, Giorgia Meloni ha rivendicato i risultati ottenuti in campo economico in questi tre anni di governo, annunciando la sua ferma decisione di continuare su una strada che a suo avviso si è rivelata estremamente fruttuosa, e ha indicato quali sono gli ostacoli che ancora si frappongono al compimento dell’«ultimo miglio» della missione.

In linea con lo slogan “rendere di nuovo grande l’Italia”, che ha ispirato tutto il suo premierato, la presidente del Consiglio ha sottolineato che il nostro Paese non è più ormai «l’anello debole d’Europa»: «Siamo una nazione credibile e autorevole», ha dichiarato, evidenziando la crescita della competitività del sistema produttivo nazionale.

La premier ha anche annunciato la volontà del governo di aprire «un cantiere comune per una riforma globale e radicale della burocrazia», sottolineando che «la semplificazione e la sburocratizzazione devono essere il nostro mantra». E ha promesso che – di fronte alle sfide nel campo energetico provenienti dall’attuale situazione internazionale – la maggioranza varerà entro l’estate una legge delega sul nucleare.

Una soddisfazione e una fierezza che Giorgia Meloni ha manifestato anche aprendo con un videomessaggio la due giorni del Forum «L’Italia del Pnrr», promosso dal ministero per gli Affari europei. Quella del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), ha detto la premier, per alcuni sembrava «una sfida impossibile da vincere» ma l’Italia «è stata all’altezza del compito». I dati parlano di 166 miliardi di euro ricevuti dall’Europa, 416 traguardi raggiunti, 660mila progetti finanziati. E anche la Commissione europea ha dato atto di questo impegno.

Proprio all’Europa, però, la presidente del Consiglio, nel suo discorso alla Confindustria, ha rivolto una pesante critica. L’Ue, ha denunciato senza mezzi termini la premier, è «un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il continente verso un progressivo declino economico e geopolitico».

Perciò Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà: «L’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli». Più in generale, «l’Europa deve fare meno e farlo meglio».

Sullo sfondo, la quotidiana insistenza del governo italiano alle autorità di Bruxelles perché consentano all’Italia di derogare ai limiti del patto di stabilità – come già previsto per le spese militari – anche per gli interventi resisi necessari, dopo lo scoppio della guerra con l’Iran, allo scopo di fronteggiare la crisi energetica. Risolvendo questo problema – creato dai burocrati di Bruxelles, non dal governo – l’Italia sarà in grado di affrontare anche questo difficile momento.

Una lettura alternativa

Davanti a questo quadro rassicurante è stata una doccia fredda – a soli due giorni di distanza – il titolo di prima pagina de «La Stampa», un quotidiano non certo estremista: «Aiuti ai giovani, l’ultimo flop» e nel sommario sotto il titolo, «Sprecato il Pnrr: l’Italia ha speso meno degli altri paesi e resta penultima nel tasso di occupazione [si spiega poi nell’articolo che il riferimento è alla disoccupazione dei giovani tra i 20 e i 29 anni]. Nell’occhiello, poi, la critica dell’Ue alla politica economica italiana: «Dovevate investire sulle rinnovabili».

Come stanno veramente le cose? Possono essere utili le riflessioni di due economisti, noti per la loro competenza ed estranei a schieramenti di partito, come Carlo Cottarelli e Tito Boeri, pubblicate su due quotidiani – il «Corriere della Sera» e «Repubblica» – che nel panorama della stampa italiana occupano, soprattutto il primo, una posizione abbastanza moderata.

Il punto di riferimento è, ancora una volta, il discorso di Giorgia Meloni all’assemblea di Confindustria. Nel suo articolo Cottarelli esordisce dicendo di avere apprezzato il riferimento all’«eccesso di burocrazia come male fondamentale della nostra economia». E spiega: «Da anni ripeto che la lenta crescita italiana è dovuta in primis all’inefficienza della nostra burocrazia (…). Sono quindi felice che Meloni abbia deciso di costituire un “cantiere” per riformare la burocrazia in partenariato con Confindustria».

Ma, continua l’autore, «detto questo, che c’entra l’Europa nei ritardi nel portare avanti queste riforme? Forse è colpa dell’Europa se finora quasi due terzi dei tempi di realizzazione di un programma di sviluppo edilizio sono dovuti ai tempi di attesa di permessi?  È colpa dell’Europa se il disegno di legge per portare il merito nella pubblica amministrazione langue in Parlamento? (…) È colpa dell’Europa se 4.000 progetti di rinnovabili sono bloccati dalla burocrazia?».

Cottarelli non si limita a denunciare i colpevoli ritardi della nostra burocrazia. La sua critica si allarga a tutta la politica economica del governo. «Se l’Italia non cresce», scrive, «è anche per altre cose che dovremmo fare noi, non l’Europa. Perché la pressione fiscale e la spesa pubblica sono vicino a massimi storici? Forse che l’Europa ci impedisce di fare una seria revisione della spesa che ci consenta di ridurre le tasse? Perché la legge delega sul nucleare è diventata una priorità solo nell’ultimo anno prima delle elezioni? Ce lo ha impedito l’Europa? Perché non abbiamo un piano decennale di immigrazione regolare? (…) Perché, se proprio dobbiamo sostenere chi è colpito dal caro energia, vogliamo farlo in deficit e non trovando le risorse tra i più di mille miliardi di spesa pubblica?».

Questo non significa che non ci siano anche delle responsabilità dell’Europa: «Certo, alcune direttive europee penalizzano troppo le nostre imprese (…). Ma qui non si tratta di “burocrazia”, ma di scelte politiche prese a maggioranza dai Paesi Ue. E fra l’altro il governo italiano ha votato a favore di alcune di queste scelte» (tra cui proprio quella del patto di stabilità).

Cottarelli conclude facendo notare che «è facile fare dell’Europa un conveniente parafulmine», ma che «soffiando sul fuoco dell’anti-europeismo», si rischia di favorire nell’opinione pubblica l’idea che senza Europa staremmo meglio e che sarebbe preferibile uscirne, come ha fatto l’Inghilterra. «È questa davvero la strada che le nostre imprese e i nostri politici vogliono percorrere?».

Si concentra sul tema della riforma della burocrazia l’articolo di Tito Boeri su «Repubblica». «La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo intervento all’assemblea di Confindustria ha annunciato l’imminente apertura di un tavolo sulla riforma della burocrazia. Peccato che di tavoli di riforma finiti nel nulla sia costellata la storia della burocrazia italiana. E il suo governo non fa certo eccezione». E ricorda «il tavolo tecnico sulle pensioni proclamato con enfasi dalla ministra Calderone nel 2023», «il tavolo per la riforma dell’istruzione tecnica», «il tavolo sulla riforma del catasto», «gli innumerevoli tavoli sulla riforma fiscale», l’ultimo nel 2023, tutti finiti nel nulla.

Ma, tornando al tavolo per la riforma della burocrazia, che esso sia annunciato dal governo dopo tre anni di funzionamento del Pnrr è, secondo Boeri, un autogol. Infatti, «la riforma del pubblico impiego era una delle riforme considerate “permissive”, fondamentali, per l’attuazione del Pnrr, in quanto la realizzazione degli investimenti è strettamente collegata alla capacità gestionale del personale della Pubblica amministrazione» ed era perciò la prima da fare. E ora, «la scelta di aprire un tavolo sulla prima riforma prevista dal Pnrr è la confessione di non aver fatto nulla».

Ma questa mancata riforma, secondo Boeri, non è stata casuale. Essa ha consentito al governo Meloni di mettere ben 1.800 dirigenti «ai vertici del servizio pubblico (…), spesso modificando all’ultimo momento le procedure per potere agire con piena discrezionalità», privilegiando l’appartenenza politica rispetto alla competenza. Infatti, «c’è un solo merito che guida queste scelte, il merito di partito».

Insomma, sono mancate le riforme e non è stata certo l’Europa ad impedire al governo di farle.

Alcuni dati significativi

A queste osservazioni bisogna aggiungere alcuni dati che possono contribuire a ridimensionare la denuncia della nostra premier delle responsabilità dell’Europa. Il primo è che i 166 miliardi di euro del Pnrr sono un generosissimo prestito offertoci proprio dall’Ue, per sostenere la nostra ripresa economica, quando l’Italia aveva un altro governo, guidato da Mario Draghi, anche per la stima e il prestigio di cui il premier godeva a livello internazionale. Un buon motivo, da un lato, per essere grati, prima che polemici, verso questa criticabilissima Europa, dall’altro per chiedersi se sia così sicuro che solo con l’attuale governo l’Italia sia diventata finalmente «una nazione credibile e autorevole».

Un secondo dato importante, che non emerge nel discorso della nostra presidente del Consiglio, è che, come sottolinea Cottarelli, nella resistenza europea a derogare al patto di stabilità la burocrazia non c’entra, perché si tratta di una misura politica ragionevole, presa di comune accordo e che la stessa Meloni aveva valutato positivamente e appoggiato.

Si tratta, infatti, di un insieme di regole che mira a controllare il debito pubblico dei paesi membri dell’Ue, intendendo con debito pubblico l’ammontare complessivo dei prestiti che lo Stato ha contratto per finanziare i propri deficit accumulati nel tempo.

Naturalmente il debito pubblico dev’essere visto in relazione al Pil (Prodotto interno lordo) di una nazione. Ed è proprio questo rapporto che rende problematica la situazione dell’Italia. Le ultime previsioni dicono infatti che la crescita del Pil italiano nel 2026 sarà solo dello 0,5%. Il nostro Paese è così il fanalino di coda tra i paesi dell’Ocse, restando dietro non solo alla Spagna – che col suo 2% avrà un incremento di quattro volte superiore al nostro –, ma anche al Regno Unito (1,2%) e a Germania e Francia (1%). Malgrado la grande occasione costituita dagli ingenti fondi del Pnrr, manca la crescita. Ritornano in mente le parole di Cottarelli e Boeri: senza riforme, niente sviluppo.

Questo rende ancora più grave il fatto che il debito pubblico dell’Italia abbia raggiunto quest’anno un nuovo massimo storico: 3.140 miliardi di euro. Il nostro Paese si appresta a superare la Grecia nel rapporto tra debito pubblico e Pil, attestandosi sul 138,6%.

Si capisce la resistenza dell’Europa (già creditrice di una parte dei soldi del Pnrr) a consentire un ulteriore indebitamento. L’Italia in questi tre anni ha dimostrato di non riuscire a utilizzare i soldi per realizzare quei cambiamenti strutturali che consentirebbero un vero sviluppo.

La disponibilità di nuove risorse potrà essere utile al governo a un anno dalle elezioni, ma alla distanza aggraverà il peso che gli italiani – innanzi tutto le nuove generazioni – si troveranno a ereditare da una politica più capace di spendere che di fare riforme. È questo che il nostro Stato, a quanto pare, «sa fare meglio da solo». E che «l’ultimo miglio» sia visto dalla nostra premier in linea con questa logica non è una buona notizia per noi.  

www.tuttavia.eu

 

venerdì 3 aprile 2026

La GRANDEZZA DELL'ITALIA

 


MA L'ITALIA 

E' DIVENTATA

 GRANDE?



-di Giuseppe  Savagnone 


La “schiena dritta” dell’Italia

Il rifiuto – rivelato e molto pubblicizzato in questi giorni dal governo – di permettere agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per la loro guerra all’Iran, è stato letto da molti commentatori come una mossa della nostra presidente del Consiglio per prendere le distanze, agli occhi dell’opinione pubblica italiana, da un amico divenuto ormai decisamente ingombrante qual è ormai Donald Trump, sempre più impopolare sia nel suo paese che nel nostro. Né bastano a smentire questa impressione le assicurazioni d’obbligo che il legame con gli Stati Uniti rimane saldo.

Non è mancato qualcuno che ha collegato questa scelta alla netta sconfitta della maggioranza governativa – e prima di tutto di Giorgia Meloni, che ci aveva “messo la faccia” –  nel referendum sulla giustizia. Se è vero che esso si è trasformato in una consultazione popolare chiamata a valutare l’operato del governo di destra nei suoi ormai tre anni di vita, è plausibile che a pesare in senso negativo sia stata anche la strettissima relazione della nostra premer con il presidente degli Stati Uniti.

Il primo “no” a Washinton, nel caso di Sigonella, avrebbe lo scopo di offrire agli italiani l’immagine di un governo che, al pari di quello del premier spagnolo Sánchez – molto ammirato, nei giorni scorsi, dai nostri opinionisti più autorevoli per la sua equilibrata fermezza nel condannare l’attacco americano e israeliano all’Iran – , sa trattare con gli Stati Uniti mantenendo “la schiena dritta”.

Uno sforzo che appare destinato, in verità, a cozzare con alcuni innegabili dati di fatto. Fin dal primo momento la linea di Sánchez è stata chiarissima:  «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».

Meloni, invece, pur riconoscendo che questa deliberata aggressione si pone «al di fuori del diritto internazionale», si è rifiutata di prendere posizione: «Non condivido e non condanno», ha detto, appellandosi alla complessità della questione. 

Un’amicizia resistente alle delusioni

Non è una differenza di linea politica nata in questa circostanza. La sua radice remota sta nel rapporto strettissimo che la nostra premier ha avuto col presidente americano fin dall’inizio del suo secondo mandato, rapporto evidenziato già dal fatto che Giorgia Meloni è stata l’unica premier europea invitata alla cerimonia d’insediamento del Tychoon. 

 Alla base c’è una grande stima personale reciproca, espressa in più circostanze: «Io penso che Donad Trump sia un leader coraggioso, schietto, determinato che difende i suoi interessi nazionali. Io mi considero una persona coraggiosa, schietta e determinata, che difende i suoi interessi nazionali. Quindi direi che ci capiamo bene anche quando non siamo d’accordo».

E Trump da parte sua non ha lesinato i complimenti a “Giorgia”, definendola «donna meravigliosa» e «grande leader», con apprezzamenti riguardanti anche il suo fisico: «Sei giovane e bellissima». E anche all’inizio della guerra contro l’Iran ha ribadito:  «Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica».

In questo contesto si spiega perché la nostra premier non abbia detto una sola parola per condannare le pretese avanzate da Trump fin dall’inizio del suo mandato nei confronti della Groenlandia e del Canada (con esplicite minacce di intervento militare), limitandosi a dirsi certa che non avrebbero avuto seguito e riconoscendo una certa fondatezza delle pretese del presidente americano, da lei definito anche in quest’occasione «una persona che quando fa una cosa la fa per una ragione».

Questa stima da parte della nostra premier verso l’inquilino della Casa Bianca ha superato indenne la delusione seguita al viaggio a Washington – trionfale sul piano mediatico, ma disastroso su quello politico – dell’aprile 2025. In quell’occasione i giornali di destra celebrarono il ruolo di «pontiera» della nostra premier, che pure aveva dovuto aggiornare lo slogan sovranista da lei spesso ripetuto – «rendere di nuovo grande l’Italia» – , trasformatolo in un «rendere di nuovo grande l’Occidente», per conciliarlo con quello del suo ospite che, da pare sua, sbandierava quello «Rendere di nuovo grande l’America». E le lodi di Trump alla presidente italiana sembrarono una conferma che la grandezza dell’Italia e quella degli Stati Uniti potessero rientrare in un unico grande progetto, di cui Donald Trump doveva essere l’artefice e Giorgia Meloni l’ispiratrice.

Poi i fatti smentirono con spietata evidenza questi sogni. La richiesta dell’UE, di stabilire un rapporto alla pari, con zero dazi – di cui Meloni era stata l’ambasciatrice, in forza del suo rapporto privilegiato col presidente americano, fu platealmente ignorata, come anche le richieste alternative del 10%, avanzate per ripiego dei governi europei Niente da fare. I dazi furono del 15%, anche recentemente una sentenza della Corte suprema li ha dichiarati nulli.

La proposta del premio Nobel per la pace

Ma il ruolo di mediatrice, che Meloni si attribuiva e che i giornali governativi celebravano ossessivamente come la sua «centralità» sulla scena politica, non funzionò neppure quando Trump volle imporre ai paesi europei di elevare le loro spese militari al 5%, piegando con le minacce la resistenza degli alleati. Già allora Sánchez fu l’unico che rifiutò di cedere al ricatto, attirandosi l’ira incontrollata del presidente americano. Il quale peraltro, malgrado le concessioni ottenute, continuò ad usare toni spezzanti nei confronti dell’Europa, mostrando chiaramente, in tutta la gestione della crisi ucraina, di ritenerla ormai una realtà politicamente ed economicamente marginale.

Eppure neanche questo scoraggiò Meloni dal sottolineare che tra lei  e il presidente americano esisteva un «rapporto privilegiato», di cui era «orgogliosa», e a insistere con gli altri Stati dell’UE, da buona “pontiera”, sulla necessità di dare sempre la priorità al rapporto tra Europa e Stati Uniti, per «rendere di nuovo grande l’Occidente».

Questa cieca fiducia non è stata intaccata neppure quando, nel gennaio scorso, Trump ha dispiegato la sua schiacciante forza militare per attaccare  il Venezuela, contro ogni regola del diritto internazionale, e non per ristabilire la democrazia, ma mantenendo il vecchio regime, perché – come egli dichiarò senza veli – ciò che gli premeva era la cessione dei diritti sul petrolio. Anche allora Meloni ha dichiarato che l’accaduto costituiva una «operazione difensiva legittima». Addirittura, a distanza di poco tempo, ha detto – prima e unica leader europea – che sperava di poter presto «candidare Donald Trump per il Nobel per la pace».

Non si può dire che il Tychoon l’abbia ripagata adeguatamente perché ha continuato ad attaccare l’Europa, arrivando, pochi giorni dopo questa lusinghiera candidatura, a misconoscere, col suo solito tono derisorio, il tributo di morti pagato dai paesi della Nato, tra cui l’Italia, nella guerra in Afghanistan: «Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte».  Suscitando la protesta di molti paesi e della stessa premier italiana, a cui però, a differenza che a quello inglese, non ha porto le scuse.

Il fallimento di un progetto politico

È inevitabile, alla luce di questa storia, chiedersi se si sia realizzato o meno, ad oggi, il progetto dichiarato del nostro governo, quello di «rendere di nuovo grande l’Italia» o, anche nella nuova versione inaugurata dalla Meloni, «l’Occidente». La risposta viene dai fatti.

Non c’era bisogno, del resto, di essere profeti, e nemmeno grandi politologi, per prevedere tutto questo, se il sottoscritto, che non è né l’uno né l’altro, l’aveva già puntualmente prefigurato in un chiaroscuro intitolato «Il mondo di Donald Trump e le illusioni dei sovranisti» (ancora facilmente consultabile su «Tuttavia»), che risale addirittura all’8 novembre 2024, all’indomani della vittoria elettorale del Tychoon e ben prima del suo insediamento. Ne riporto testualmente le conclusioni, perché esse sono di una bruciante attualità anche oggi: «Se si pensa che il bene del proprio paese sia in alternativa a quello degli altri, due governi sovranisti non potranno mai allearsi, se non in un rapporto asimmetrico di dipendenza (come fu tra Germania nazista e Italia fascista nel secolo scorso). Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione.

(…) La linea dell’America di Trump, protezionista e polemica verso l’Europa, non coincide affatto con gli interessi dell’Italia, per quanto il nostro governo abbia per molti versi una matrice sovranista, anzi è destinata a danneggiarli gravemente.

Per quanto riguarda la nostra economia – che si basa in gran parte sulle esportazioni – l’aumento dei dazi, con il conseguente scatenarsi di una guerra doganale, da parte degli Stati Uniti, non potrà che colpire le nostre   attività commerciali e, più a monte, quelle produttive (…).

Anche la nostra politica estera è stata finora impostata, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, sulla fedeltà alla NATO e sul sostegno “incrollabile”» a Zelenskyi, per quella di Gaza sulla creazione di uno Stato palestinese. Che farà il nostro governo ora che il potente alleato americano sembra cambiare drasticamente linea?

Solo un’illusione ottica può far credere ai nostri sovranisti che la vittoria di Trump è un successo anche per loro(…).  Per quelli che sono già coinvolti in ruoli di governo e per gli altri che potranno presto esserlo, l’America  di Trump è diventata più  una minaccia che un punto di riferimento. E,  in generale, è il mondo di Trump  – per definizione conflittuale e spietato – a profilarsi come un incubo, e  non solo per i sovranisti, ma per tutti coloro che ne avevano sognato  uno dove gli esseri umani fossero finalmente fratelli».

Questo incubo è davanti ai nostri occhi. C’è una sola cosa da aggiungere, ed è che in realtà anche per gli Stati Uniti, come si sono accorti molti del movimento Maga, la politica di Trump è un disastro.

In questo quadro è evidente il completo fallimento della politica estera italiana che aveva puntato tutto sul ruolo di mediatrice che Meloni avrebbe dovuto avere, assumendo un ruolo centrale nel rapporto tra Europa e Stati Uniti. Mai come oggi questo rapporto appare compromesso e l’idea stessa di Occidente, che si basava su di esso, appare ormai un ricordo del passato. 

Non è morta, però la speranza di una rinascita spirituale, culturale e politica, che ne faccia rifiorire valori dopo questo inverno. Ma è chiaro che essa non passa più, come sognava Meloni, da una remissiva subordinazione alla capricciosa e prepotente politica americana, bensì dipende dalla capacità dell’Europa di ritrovare un’anima, che non è certo quella del capitalismo imperialista di Trump. Dobbiamo sperare che l’Italia, messa ai margini da una linea sbagliata, riesca a recuperare un posto in questo progetto. 

Ma per questo molto di più che negare l’atterraggio a due aerei americani.  

www.tuttavia.eu

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mercoledì 25 giugno 2025

LETTERA DA BARBIANA

 


Riceviamo da un nostro associato, e volentieri pubblichiamo una lettera immaginaria scritta da don Lorenzo Milani alla nostra Presidente del Consiglio…


 Barbiana, 24 giugno 2025.

 Alla Presidente del Consiglio dei Ministri, Onorevole Giorgia Meloni,

Ho letto con tristezza, ma senza sorpresa, le Sue parole: “Si vis pacem, para bellum”.

Le ha dette con fermezza, come se ci fosse dentro una verità antica e saggia.

Ma vede, Signora Presidente, non c’è nulla di saggio in chi prepara la guerra sperando nella pace. È solo vecchia retorica di chi ha sempre mandato i figli degli altri a morire.

Lei parla di aumentare la spesa militare al 5% del PIL. Io, che ho fatto scuola ai figli dei contadini, so bene cosa vuol dire togliere pane, istruzione, sanità per comprare armi.

Ogni lira (oggi euro) spesa per i cannoni è tolta al grembiule del maestro, al libro del povero, alla cura del malato.

Quando noi preti, in tempo di guerra, benedicevamo i fucili, avevamo perso Cristo e non ce n’eravamo accorti.

 Io non sono contro la patria. Ma amo la patria degli ultimi.

Quella che non si difende con i carri armati, ma con la cultura, la giustizia e la pace vera.

Lei pensa che la forza faccia paura ai nemici.

Io Le dico che fa più paura un popolo ignorante, armato e convinto di fare il bene.

E che la vera sicurezza si ottiene con la verità, con la giustizia sociale, con l’amore per il prossimo.

Se vuole davvero la pace, Signora Presidente, prepari la scuola, non la guerra.

Mandi i giovani a imparare le lingue, non a imbracciare il fucile.

Li accompagni a conoscere il mondo, non a bombardarlo.

Le scrivo da prete, da maestro, da uomo.

E da cittadino che non ha mai voluto obbedire a un’ingiustizia, neanche quando portava l’uniforme dello Stato.

L’obbedienza non è più una virtù.

La pace non si costruisce con le armi. "Si vis pacem para pacem".

Con rispetto e con fermezza,

don Lorenzo Milani


giovedì 8 maggio 2025

UN GRANDE OCCIDENTE

 

Rifare di nuovo grande l’Occidente 
con Trump e Meloni?

-         di Giuseppe Savagnone  

Un progetto ambizioso

«Il mio obiettivo» – ha detto Giorgia Meloni al presidente americano Trump, durante la sua visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile – «è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà» .

L’idea non è nuova: «Rendiamo di nuovo grande l’Occidente!», aveva già scritto, a novembre, in un post su Instagram, un altro leader della destra, Matteo Salvini, anche lui fervido ammiratore di Trump e convinto che solo insieme a lui e puntando sulla sua politica sia possibile realizzare questo ambizioso progetto.

A breve distanza di tempo, il 3 maggio, il noto storico e opinionista Galli della Loggia, sul «Corriere della Sera», ha pubblicato un editoriale dal titolo «La rinascita contestata dell’idea di Occidente». Nessun riferimento alle parole della Meloni, anzi il pensiero dell’autore è palesemente rivolto alle polemiche suscitate dalle «Nuove Indicazioni Nazionali» – recentemente emanate dal ministero della Pubblica Istruzione e del Merito e da lui coordinate nella sottosezione storica – in cui la superiorità dell’Occidente sulle altre culture viene decisamente affermata.

Ma la continuità con il discorso della nostra premier, al di là delle intenzioni, è oggettiva ed evidente. Anche Galli, infatti, parla non di un’area geografica, ma di una civiltà. Ed è riferendosi ad essa che, a suo avviso, «oggi ritorna prepotentemente sulla scena la categoria di Occidente».

La svalutazione dell’identità occidentale

Anche se, osserva lo storico, «alla parte dura e pura del pensiero progressista e a un certo cattolicesimo l’Occidente non piace». Di esso si parla solo per denunziarne «le malefatte», le prevaricazioni passate nei confronti degli altri popoli e delle altre culture, misconoscendo la ricchezza e la fecondità dei valori che esso ha elaborato e proposto. E cita, come esempio di questa peculiarità positiva, la «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino».

Da questa rimozione del nostro patrimonio valoriale deriva, a suo avviso, lo smarrimento della nostra identità, in questo momento storico. «Mi chiedo», scrive Galli, «fino a che punto i progressisti si rendano conto che su questo terreno si gioca una partita che, ben prima ancora di riguardare il nostro rapporto con gli altri (…), riguarda invece direttamente noi stessi. Perché in realtà la questione del passato riguarda il legame sociale che tiene insieme la collettività (…), la base del consenso delle nostre democrazie».

C’è molto di vero in queste parole. Emblematico, anche se non se ne parla nell’articolo, l’acceso dibattito, nel  2004, sulla opportunità di inserire, nel preambolo della Costituzione europea un riferimento alle «radici cristiane dell’Europa», che evidenziò l’allergia di tanti “progressisti” nei confronti non solo del riconoscimento di un dato storico innegabile, ma anche di qualsiasi valorizzazione del patrimonio di valori umani che nel cristianesimo è implicito.

Quanto fosse difficile riempire questo vuoto lo dimostra il fatto che non è stato finora riempito. Con il risultato che oggi tutti vediamo: un’Europa incapace di andare oltre l’unificazione economica, perché priva di qualunque motivazione ideale che, in nome di un bene comune condiviso, possa giustificare il superamento degli egoismi nazionalistici.

Senza dire che, anche all’interno dei singoli paesi, la scristianizzazione dilagante ha dato luogo a una trionfante cultura individualistica, che dissolve le forme comunitarie e riproduce nelle relazioni tra le persone  la logica del mercato capitalistico, fondata sul do ut des e sulla libertà di rescissione dei contratti: «Stiamo insieme finché stiamo bene insieme». L’economia anche qui ha sostituito l’etica.

Il problema dei diritti umani

Ciò che balza agli occhi, però, nel discorso di Galli della Loggia, è il suo silenzio sulla prospettiva di rilancio dell’Occidente ricorrente, come si è visto, da parte degli esponenti della destra italiana e formulata pochi giorni prima dalla nostra premier, a cui – che egli lo volesse o no – il suo articolo fornisce un autorevole puntello culturale. Tanto più che, attribuendo univocamente ai “progressisti” la responsabilità di avere offuscato questa idea, egli ha implicitamente avallato la  sua rivendicazione  da parte delle destre.

Ma – ferma restando la tendenza di una diffusa cultura a svalutare la categoria dell’Occidente – , davvero sono loro a poterlo «rendere di nuovo grande»? E’  proprio l’esempio della «Dichiarazione dei diritti» come emblema della civiltà occidentale  a fornire  una risposta chiara e netta in senso negativo.

Perché ciò che accomuna Meloni e Trump – un tandem ormai consacrato da un rapporto di sintonia che entrambi hanno definito «privilegiato» – è precisamente l’esplicita subordinazione  del rispetto dei diritti umani agli interessi dei rispettivi Stati. La loro logica sovranista comporta che questo obiettivo sia primario rispetto a qualunque principio morale  e giuridico, rendendoli entrambi  sordi ad ogni appello  etico-religioso – come quelli loro rivolti da papa Francesco – e insofferenti di fronte ai limiti posti dalla magistratura, sia nei rispettivi paesi che a livello internazionale.

Il banco di prova più evidente è quello delle politiche migratorie. Alla «difesa dei confini» Meloni ha dato fin dall’inizio del suo governo un ruolo centrale, rendendo sempre più difficile l’opera di salvataggio in mare dei migranti da parte delle navi delle ONG e finanziando i campi di concentramento in paesi noncuranti dei diritti umani,  come la Libia e la Tunisia, dove essi sono oggetto di ogni sorta di violenze.

In questa logica ha varato il progetto di campi di detenzione in Albania, fallimentare sul piano funzionale ed economico, ma perfettamente riuscito sul piano dell’immagine, come modello per un’Europa che cerca di mascherare i suoi vuoti e la sua fragilità alzando barriere verso l’esterno.

Su scala ben più grande, Trump sta perseguendo la stessa linea. Frontiere blindate per i poveri e più di undici milioni di persone travolte dalla «più grande operazione di deportazione di massa della storia». Anche qui con violenze inaudite, tra cui il trasferimento in catene nella prigione di El Salvador (soprannominata «il carcere più pericoloso del mondo») di persone accusate – ma senza alcun processo! – di far parte di una banda criminale.

Entrambi i leader fanno di questa politica, contraria ai più elementari diritti umani, un fiore all’occhiello, da ostentare con fierezza di fronte ai loro elettori, vantandosi così di rispettare le loro promesse di fare gli interessi dei propri connazionali, all’insegna di slogan come «Prima gli italiani!» e «First America!» .

La divisione dei poteri e il rispetto della legge

Da qui anche la difficoltà del duo Trump-Meloni, di rispettare un altro principio fondamentale della civiltà occidentale, quello per cui il potere è limitato dal diritto e chi lo esercita deve fare i conti con organi di controllo che non dipendono dalla sua giurisdizione.

È la grande conquista della separazione dei poteri, che ha reso possibile l’instaurazione dello Stato di diritto, in cui la legge prevale sulla forza.

Basta leggere i giornali per sapere che lo scontro con la magistratura caratterizza la storia del governo di destra italiano fin dai suoi primi passi e si è riprodotto identico negli Stati Uniti dopo l’avvento di Trump.

Dove ciò che colpisce sono lo stupore e l’indignazione dei rispettivi leader e del loro entourage di fronte a sentenze che contrastano i loro progetti e che essi avvertono sinceramente come un inaccettabile sabotaggio.

L’avversione nei confronti della magistratura ha accomunato Trump e Meloni anche a livello internazionale. Il problema di fondo è, stato ancora una volta, il rispetto dei diritti umani, in nome dei quali la Corte Penale Internazionale – davanti all’embargo israeliano che ha privato dei mezzi di sopravvivenza due milioni di palestinesi, per la maggior parte donne e bambini –  nel novembre 2024 ha condannato  il premier israeliano Netanyahu per «crimini contro l’umanità».

Una sentenza che ha provocato da parte di Trump, alleato strettissimo di Netanyahu, sanzioni nei confronti della Corte. E, quando l’ONU e l’Unione Europea hanno protestato ufficialmente per questo attacco a un organo giudiziario istituito per garantire il diritto internazionale, il governo italiano si è rifiutato di unirsi alla protesta, dando così il proprio avallo a presidente americano e, implicitamente, al premier israeliano.

I nemici dell’Occidente

No, i nemici dell’Occidente non sono solo i “progressisti” di cui parla Galli della Loggia. Ancora più pericolosi sono coloro che oggi – sull’onda della deriva che sta portando gli elettori, su entrambe le sponde dell’Atlantico, ad appoggiare politiche miopemente nazionaliste (fino al ritorno di forme di nazismo, in Germania) – pretendono di ridefinire la civiltà occidentale secondo princìpi che sono agli antipodi della sua storia, ispirata, piaccia o no ai “progressisti”, dalla visione cristiana del primato della persona e della fraternità senza confini.

Non sono Donald Trump né Giorgia Meloni (per non parlare di Savini) che possono restituire all’Occidente la sua anima. Meno che meno quella cristiana.

Anche le loro ostentate professioni di cristianesimo – Trump ha istituito per la prima volta un Ufficio della fede, guidato da una telepredicatrice; Meloni continua a proclamarsi cristiana e si detta guidata dai consigli di papa Francesco; Salvini si è presentato ai comizi con vangelo e rosario in mano – hanno avuto solo l’effetto di evidenziare ulteriormente che i loro progetti, misconoscendo la dignità delle persone, non hanno nulla a che vedere con il Dio cristiano, che si è fatto uomo ed è presente in ogni essere umano .

Per rendere di nuovo grande l’Occidente occorre una rivoluzione culturale e spirituale che, sia o no ispirata esplicitamente al vangelo, ne raccolga l’idea che gli uomini e le donne sono sacri e devono essere rispettati quali che siano la loro nazione,  la loro razza, la loro cultura.

È il contrario di ciò che i partiti sovranisti oggi trionfanti affermano quando esaltano l’Occidente. Quanto a noi, anche se non possiamo fermarli, abbiamo il diritto e il dovere di ricordare che quello di cui parlano è solo una tragica caricatura.

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sabato 12 aprile 2025

IL "REALISMO" TRUMPIANO


Che cosa ci insegna

 il “realismo” 

di Donald Trump

 

 


-         di  Giuseppe Savagnone 

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Parole che avvelenano il senso di un viaggio

Il lettore ha probabilmente avuto un sobbalzo leggendo, sul «Corriere della Sera» online di mercoledì 9 aprile, subito sotto il titolo a caratteri di scatola: «“Mi baciano il cu…”: la frase choc di Trump sui Paesi che vogliono negoziare», il sottotitolo: «Meloni e l’incontro con Trump: “Porterò il mio contributo”».

Evidentemente si è trattato solo di un involontario incidente tipografico. Ma dietro di esso c’è la cruda realtà di una situazione internazionale in cui – al di là dei termini coloriti usati dal presidente americano – si può solo scegliere tra uno scontro, perduto in partenza, con la maggiore potenza mondiale, e una umiliante sottomissione all’arroganza di chi comunque per i prossimi quattro anni ha avuto dal popolo americano il mandato di governarla.

Volgarità a parte, le scioccanti parole del Tycoon sul suo modo di intendere la relazione con gli altri capi di governo evidenziano che quelli che egli è disposto ad accettare non sono negoziati, ma atti di vassallaggio.

La differenza è sostanziale: a negoziare sono soggetti di pari dignità, che cercano di ascoltarsi a vicenda nel rispetto delle rispettive esigenze; mentre il vassallo rinunzia a far valere il proprio punto di vista e può solo sperare nella benevolenza  del suo interlocutore. 

La premier in USA

In quest’ottica, inevitabilmente, finisce per collocarsi anche l’annunciato viaggio di Giorgia Meloni negli Stati Uniti, motivata inizialmente dall’urgenza di discutere dei dazi e confermata anche dopo la loro sospensione.

La nostra premier è da sempre una estimatrice del Tycoon. Senza arrivare al tifo sfrenato del suo vice Salvini, si è chiaramente dissociata dall’ondata di critiche che prima e soprattutto dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca hanno bollato le sue posizioni come espressione di un sovranismo incompatibile con i diritti delle persone e degli Stati.

Pubblicamente ha difeso la «ragionevolezza» delle posizioni trumpiane, anche quando erano in chiaro contrasto col diritto internazionale, come nel caso della Groenlandia. Ed è stata chiara la sua simpatia per la linea dura del Tycoon nei confronti degli immigrati, in cui non poteva del resto non riconoscersi.  Così come,  da parte sua, Trump ha più volte lodato la Meloni, esprimendole la sua stima e la sua simpatia, indicando che per lui, insomma, è un’amica.

Dopo quello che il presidente ha dichiarato, però, si capisce in che senso sia possibile essere “amici” dell’inquilino della Casa Bianca. Sui giornali di destra la sua uscita è stata salutata come un atto liberatorio di autenticità: «Finalmente un politico che dice le cose come stanno.

Trump, con quel suo elegantissimo “Questi Paesi ci chiamano, mi baciano il culo, stanno morendo dal desiderio di fare un accordo” ha il merito di fare a pezzi in una sola frase tutti i trattati di diplomazia ipocrita. Altro che gaffe, Trump ci ha appena spiegato cos’è davvero il diritto internazionale: la legge del più forte, detta senza fronzoli. Nessuna ipocrisia, solo la verità nuda e cruda: chi comanda detta le regole, gli altri si adeguano. E stavolta, dice lui, tocca agli americani fregare gli altri. Chapeau alla sincerità» (Giorgio Carta, in www.nicolaporro.it).

Forse, però, chi ha scritto queste parole non ha tenuto abbastanza conto della loro ricaduta su ciò che andrà a fare, nel suo incontro con Trump, la leader della nostra destra nazionale, di cui questi giornali sono accesi sostenitori.

Una drammatica alternativa

Ma il problema va ben al di là di questa particolare vicenda. Ormai la politica internazionale sembra imporre una scelta tra la libertà e la sopravvivenza. Chi non accetta di baciare il cu… di Trump e di subire docilmente i suoi umori,  deve prepararsi all’emarginazione  economica e politica. Anche politica: ne è stata un esempio la vicenda che ha visto il presidente ucraino Zelenskyi – aggredito, maltrattato e platealmente gettato fuori dalla Casa Bianca – costretto a scrivere una lettera di piena sottomissione alla volontà di chi lo aveva poche ore prima pubblicamente umiliato, rinunciando senza riserve alla propria linea e, soprattutto, alla propria dignità, pur di non essere abbandonato alle mire di Putin.

La stessa Europa continua disperatamente a far finta di non esser stata emarginata e insultata, con i fatti e le parole, con la clamorosa esclusione dai negoziati per la pace in Ucraina, dove si discuteva di una guerra in corso sul suo territorio e a cui gli Stati europei, compreso il Regno Unito (che non fa parte della UE), hanno dato in questi tre anni un contributo finanziario e militare enorme.

Per non parlare della definizione di «parassiti», appioppata agli europei dal vicepresidente Vance in una chat riservata, ma poi ripresa e ribadita pubblicamente da Donald Trump. Eroicamente da parte dei «parassiti» si continua a ribadire la volontà di tenere aperta la porta aperta  al dialogo con l’arrogante ex amico americano, magari stigmatizzando – coma ha fatto la Meloni – chi «alimenta una narrazione diversa, tentando di scavare un solco tra le due sponde dell’Atlantico».

Questa la situazione. Stando agli estimatori di Trump, essa non fa che rispecchiare, senza ipocriti infingimenti, la vera natura della politica. A governarla non può che essere «la legge del più forte: chi comanda detta le regole, gli altri si adeguano». Nessun limite etico, nessun vincolo umano di rispetto reciproco e di amicizia. Solo la ricerca del proprio interesse nazionale. Come il presidente americano sta facendo.

La prova dei fatti

Forse è il caso di confrontare questa visione, che viene presentata come l’unica “realistica”, con i fatti. Una prima considerazione riguarda la sua possibilità di valere come filosofia a cui ogni Stato dovrebbe ispirarsi.

Le scelte di Trump stanno evidenziando oltre ogni possibile dubbio che i sovranismi si escludono a vicenda. Chi agisce in nome dello slogan «America First», prima l’America, non può collaborare con chi mette in primo piano, con la stessa assolutezza,  gli interessi del proprio paese. E chi, come i partiti di destra oggi al governo in Italia, ha come motto «prima l’Italia», non ha nessun motivo di festeggiare i successi dei sovranisti di altre nazioni.

Il sovranismo infatti, per la sua stessa logica, esclude quella visione inclusiva del bene comune secondo cui tutti possono crescere grazie a una reciproca cooperazione. Il principio a cui ci si ispira è che il bene degli altri e il proprio sono a somma zero: l’incremento dell’uno comporta sempre, inevitabilmente, la diminuzione dell’altro e viceversa.

Non sono un profeta, ma già il 7 novembre dell’anno scorso, commentando l’entusiastica reazione di Salvini per la vittoria elettorale di Trump, scrivevo: «Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione".

E di fatto, l’esultanza del nostro vice-premier dovrà presto fare i conti col fatto che la linea dell’America di Trump, protezionista e polemica verso l’Europa, non coincide affatto con gli interessi dell’Italia, per quanto il nostro governo abbia per molti versi una matrice sovranista, anzi è destinata a danneggiarli gravemente».

Il vassallaggio

È ciò che abbiamo osservato all’inizio a proposito della incapacità di Trump di avere amici e sull’alternativa inevitabile, nei rapporti con gli Stati Uniti di oggi, tra sottomissione e guerra. Il massimo che gli  altri Stati, anche quelli sovranisti – a cominciare dall’Italia – , potranno sperare, è un rapporto di vassallaggio, che non corrisponde certo a quel ritorno a quel prestigio internazionale promesso dalla Meloni in campagna elettorale.   

Una seconda considerazione si impone, guardando la realtà di ciò che sta accadendo. La totale spregiudicatezza di Trump, il suo rifiuto di ogni limite etico, il suo delirio di onnipotenza, che lo spinge a disporre del destino pubblico e privato degli altri come in un gioco, si sta traducendo in un disastro.

Aveva promesso di liquidare in pochi giorni le due guerre  di Ucraina e di Gaza, riportando finalmente la pace in Europa e nel Medio Oriente. I fatti dicono che in entrambi i casi si registra un inasprimento dei combattimenti e l’allontanamento di ogni prospettiva di tregua.

Il contributo effettivo del presidente americano, dopo i proclami messianici, finora è stato, in realtà, la rivendicazione di una cessione, da parte del governo ucraino,  dei diritti di sfruttamento delle risorse minerarie (le “terre rare”) di quel paese, imponendogli una specie di colonialismo; e il progetto di deportare i due milioni di palestinesi abitanti a Gaza, per costruire sulla Striscia un grande resort di lusso.

L’utopia dell’età dell’oro

Aveva annunciato all’America l’inizio di una «età dell’oro». E in questa direzione andava, a suo dire, la decisione di imporre dazi fortissimi (i più alti dal tempo della “grande depressione” di inizio Novecento) alle merci esportate negli Stati Uniti dagli altri paesi, anche amici ma è bastato l’annunzio per far precipitare le borse  di tutto il mondo – prima fra tutte quella americana di Wall Street – in un precipizio che è costato la perdita somme enormi di denaro.

La sola Wall Street ha bruciato in quattro giorni migliaia di miliardi di dollari, costringendo il Tycoon a un brusco voltafaccia. Ma anche dopo la sospensione dei dazi, la borsa americana, pur avendo avuto un inevitabile fase si euforia e di rialzo, sta continuando a scendere.

Dicono gli analisti che la causa ultima è l’inaffidabilità dello stesso Trump. Nessuno può più contare su previsioni ragionevoli. La stessa origine ha la perdita di valore del dollaro, a cui gli investitori preferiscono un bene-rifugio sicuro come l’oro.

Per non parlare dei danni enormi che i dazi – anche quelli mantenuti, anzi ulteriormente esasperati, nei confronti della Cina – hanno prodotto alle aziende americane che, come la Nike, hanno delocalizzato le loro filiere produttive o comunque sono fortemente interconnesse con la Cina per la fornitura di pezzi di ricambio.

La verità è che, in un mondo dove ormai la globalizzazione non è una moda, ma una necessità, il sovranismo rivela – grazie alla versione compiuta datane da Trump – tutto il suo anacronismo.

L'identità degli Stati Uniti

Infine – ma non è il danno minore – in pochissimi mesi gli Stati Uniti hanno perduto un’immagine internazionale che aveva costruito lungo il corso di tutto il secolo scorso, già a partire dalla prima guerra mondiale, e che aveva fatto di questo paese, relativamente giovane, un punto di riferimento per tutto l’Occidente. Oggi la nuova identità conferitale dal suo nuovo presidente è diventata un  triste simbolo di potere arbitrario  e di cupidigia senza scrupoli.

Più in generale, ciò a cui assistiamo insegna che, se chi è più forte pretende di usare la propria potenza per schiacciare gli altri o almeno subordinarli a sé, invece di collaborare con loro per un risultato che premia le esigenze di tutti, alla fine non solo non ci guadagna, ma è penalizzato più di tutti. L’esperienza di questi giorni ci dice che, con buona pace dei “realisti” e del loro cinismo –  l’etica non è un lusso della politica e tanto meno un velo ipocrita che ne maschera il vero dinamismo, ma una condizione essenziale per il suo buon funzionamento.

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 Foto di visuals su Unsplash


 

 

sabato 5 aprile 2025

DAZI IN ARRIVO e BORSE IN CALO

 


Ma il problema


non sono i dazi




-di  Giuseppe Savagnone 


Misure irragionevoli

Tutti mezzi di comunicazione hanno dato grande spazio all’effetto catastrofico che stanno avendo sull’economia mondiale i dazi imposti dal presidente americano Donald Trump. La prima a crollare è stata proprio la borsa di New York. 

In conseguenza dell’annuncio, a Wall Street il Dow Jones ha chiuso in calo del 3,98% e il Nasdaq ha perso il 5,97%, dopo essere arrivato a cedere il 6,04%. Ma anche le borse europee – Francoforte, Parigi, Milano – e quelle asiatiche hanno registrato perdite che raggiungono 2.000 miliardi a Wall Street e 422 in Europa.

Il governo americano ha cercato di frenare questo panico appellandosi alla credibilità del presidente: «A Wall Street diciamo: fidatevi di Donald Trump», ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, commentando alla CNN il crollo dei mercati. E ha ripetuto lo slogan trumpiano secondo cui «questo è l’inizio dell’età dell’oro», perché «gli Stati Uniti non saranno più fregati dalle altre nazioni». Ma l’appello è rimasto senza esito.

Si tratta della più pesante barriera protezionistica a difesa del mercato statunitense dal tempo della “grande depressione”. Con la differenza che allora l’economia americana attraversava una drammatica crisi, mentre in questi ultimi anni ha avuto una progressiva espansione.

Trump ha motivato la sua decisione invocando la necessità di una «liberazione» dallo sfruttamento di cui, a suo dire, sono responsabili praticamente tutti gli altri paesi del mondo e che ha loro consentito finora di «saccheggiare e violare» gli Stati Uniti.

In base a un calcolo che ha colpito gli economisti per la sua rozzezza  e infondatezza, la prova di questo sfruttamento sarebbe il disavanzo commerciale per cui le importazioni statunitensi sono nettamente superiori alle esportazioni.

Come se questo dipendesse da una intenzionale discriminazione da parte degli altri paesi nei confronti del made in USA, e non da una serie di fattori che finora hanno portato gli americani a comprare una quantità di prodotti esteri  superiore alla quota di quelli che vengono esportati.

Per di più Trump sostiene che la tassa sul valore aggiunto, l’IVA, serve a scoraggiare l’acquisto di prodotti USA, misconoscendo il fatto che si tratta di un’imposta su tutti i beni consumati all’interno di un paese, a prescindere dalla loro provenienza.

Da qui il suo riferimento alla «reciprocità» che le nuove misure doganali mirerebbero a realizzare, riequilibrando l’immaginario protezionismo di cui gli Stati Uniti sarebbero stati finora vittima.

Non stupisce che molte delle critiche a queste misure riguardino non solo il danno che esse provocheranno, ma la loro ragionevolezza. Tra l’altro, gli esperti fanno notare che esse colpiscono anche – e in certi casi soprattutto – l’economia americana, che è strettamente interconnessa con quelle penalizzate dai nuovi dazi. Esemplare il caso della Nike e quello della Apple, due giganti che hanno in gran parte de-localizzato all’estero le loro catene di produzione.

E, infatti, i pesantissimi dazi imposti al Vietnam (46%) hanno fatto crollare le azioni del colosso americano delle calzature, le cui azioni sono scese di più del 10%. Così come quelli al 344% imposti alla Cina rappresentano un grave problema per Apple, che nel Paese asiatico produce l’85% dei suoi iPhone.

Ma anche le famiglie americane risentiranno pesantemente dell’aumento dei prezzi di prodotti d’importazione di cui non possono o non vogliono fare a meno.

«L’età dell’oro» appena iniziata si prospetta già molto meno entusiasmante di quanto in campagna elettorale Trump abbia promesso. Il solo a non rendersene conto sembra essere il presidente americano: «L’intervento è finito!» scritto su «Truth». «Il paziente è sopravvissuto e sta guarendo, la prognosi è che il paziente sarà molto più forte, più grande, migliore e più resiliente che mai prima. Rendiamo l’America di nuovo grande!!!».

La reazione dei paesi europei e quella dell’Italia

Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «brutale e infondata» la scelta di Trump e ha invitato gli imprenditori francesi dei settori più colpiti a «sospendere gli investimenti negli Stati Uniti» in attesa di «ogni ulteriore chiarimento». E Robert Habeck, ministro dell’Economia tedesco, in una conferenza stampa ha paragonato l’impatto dell’attacco della Russia all’Ucraina con quello dei dazi degli Stati Uniti, verso i quali, ha detto, è necessaria una reazione compatta e decisa, proprio come nel caso dell’aggressione russa all’Ucraina.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, da parte sua, ha sottolineato l’eccezionale gravità di ciò che sta accadendo: «L’economia globale soffrirà enormemente. L’incertezza aumenterà vertiginosamente e innescherà l’aumento di un ulteriore protezionismo. Le conseguenze saranno terribili per milioni di persone in tutto il mondo».

Ha poi aggiunto che la Commissione, già impegnata a mettere a punto le prime contromisure in risposta ai dazi su acciaio e alluminio, entrati in vigore a marzo, sta ora preparando un nuovo pacchetto per replicare ai nuovi dazi.

Di tono completamente diverso la reazione della nostra premier, il cui commento, pur moderatamente critico, è stato soprattutto rivolto a minimizzare la portata  della svolta statunitense, perfino con un accenno di polemica verso quanti ne denunciavano la gravità: «Penso che la scelta degli Stati Uniti sia una scelta sbagliata, che non favorisce né l’economia europea né quella americana, ma penso anche che non dobbiamo alimentare l’allarmismo che sto sentendo in queste ore (…). Ovviamente abbiamo un altro problema che dobbiamo risolvere, ma non è la catastrofe che, insomma, alcuni stanno raccontando».

Quanto alle possibili contromisure, già nel discorso tenuto al Senato alcuni giorni fa Meloni le aveva in anticipo definite come un pericoloso cedimento alla «tentazione delle rappresaglie, che diventano un circolo vizioso nel quale tutti perdono». Con una strana identificazione tra legittima difesa e rappresaglia, che è un’altra cosa.

Coerentemente con questa prospettiva, nel suo commento all’annuncio di Trump la nostra premier ha osservato che in Europa  siamo chiamati a «scelte che possono essere diverse.

Ad esempio, io non sono convinta che la scelta migliore sia quella di rispondere a dazi con altri dazi, perché l’impatto potrebbe essere maggiore sulla nostra economia rispetto a quello che accade fuori dai nostri confini». E ha concluso: «Il ruolo dell’Italia è portare gli interessi italiani».

Parole che, nella loro cautela, lasciano intravedere la possibilità di una diversificazione della risposta del nostro governo rispetto a quella degli altri paesi europei, rompendo un’unità che più volte è stata invocata come la condizione imprescindibile per una efficace difesa da parte dell’Europa.

La sintonia di Giorgia Meloni con Trump

È una reazione che in realtà riflette la sintonia che la nostra premer ha chiaramente espresso nell’intervista al «Financial Times»: «Io sono conservatrice. Trump è un leader repubblicano. Sicuramente sono più vicina a lui che a molti altri. E capisco un leader che difende i suoi interessi nazionali. Io difendo i miei».

A suo avviso Donald Trump non è un avversario, ma «il primo alleato» di Roma. E le arroganti parole critiche rivolte al Vecchio Continente dal vicepresidente americano J. D. Vance – lo stesso che in una chat ha definito gli europei «parassiti», ricevendo poi peraltro la conferma da parte dello stesso Trump – sono pienamente giustificate, perché l’Europa «si è un po’ persa negli ultimi anni»

Così, nel discorso al Senato del 17 marzo scorso, ha addirittura accusato di malafede chi prende atto della divaricazione che, per evidente scelta di Trump, si è verificata tra  le due sponde dell’Atlantico: «Chi ripete ossessivamente che l’Italia dovrebbe scegliere tra Europa e USA, lo fa strumentalmente, per ragioni di polemica domestica». 

La distanza tra Europa e Stati Uniti non sarebbe nella realtà dei fatti, ma il frutto di una maligna «narrazione»: «Chi per ragioni diverse alimenta una narrazione diversa, tentando di scavare un solco tra le due sponde dell’Atlantico, non fa che indebolire l’intero Occidente, a beneficio di ben altri attori».

Ma già ai primi di gennaio, nella conferenza stampa d’inizio d’anno, mentre il mondo sbalordito stentava a credere alle minacciose parole con cui il nuovo inquilino della Casa Bianca proclamava il suo progetto nei confronti della Groenlandia e del Canale di Panama, la nostra presidente del Consiglio prendeva le distanze dai critici e ne minimizzava la gravità, esprimendo la sua piena fiducia nel Tycoon: «Mi sento di escludere che gli Stati Uniti nei prossimi anni si metteranno a tentare di annettere con la forza dei territori che interessano: a differenza di alcune letture che leggo, sento, e ascolto su Trump, lo abbiamo già visto presidente degli USA ed è una persona che quando fa una cosa, ragionevolmente la fa per una ragione».

Dopo di allora Trump è più volte tornato sulla questione della Groenlandia, non con le argomentazioni razionali a cui Meloni lo ritiene portato, ma ricorrendo ancora una volta alla minaccia, anche militare: «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale. Dobbiamo averla», ha dichiarato.  «La otterremo al 100%. Ci sono possibilità che gli Stati Uniti la prendano senza la forza militare, ma nulla è escluso».

Per non parlare dell’intento dichiarato e ribadito di risolvere il dramma della guerra di Gaza deportandone gli abitanti e trasformando la Striscia in un resort di lusso.

A questo punto la questione dei dazi diventa solo l’ultimo episodio di una deriva che smentisce tutti gli sforzi della nostra premier di chiudere gli occhi sulla realtà.. Mai come in questo ultimo atto è stato chiaro che il «solco» tra le due sponde dell’Atlantico non è un’invenzione di chi vuole metter in difficoltà il nostro governo, ma un dato di fatto che lo costringe a decidere se essere dalla parte dell’Unione Europea, adottando una linea comune, oppure cercare un negoziato  “a parte”, come chiede a gran voce il nostro vice-premier Salvini, accettando gli eventuali privilegi del vassallaggio nei confronti degli Stati Uniti, ma correndo il rischio di avere in Europa lo steso ruolo sempre più marginale che ha l’Ungheria di Orbán. 

Dove il problema non è più solo economico, come oggi tutti tendono a dire, ma coinvolge la dimensione politica, culturale ed etica della nostra identità nazionale. Gli italiani sono chiamati a una scelta che va ben oltre gli svantaggi derivanti dai dazi.

Condividiamo la stima della nostra premier per Trump e la sua ragionevolezza? Vogliamo veramente chiudere anche noi gli occhi su quello che il presidente americano sta facendo – e su come lo sta facendo – da quando è al potere? Sono i suoi progetti il futuro che auspichiamo per la  civiltà occidentale?

Oggi non possiamo più sfuggire a questi interrogativi. E dalla risposta che daremo dipende il posto che l’Italia avrà nel mondo.

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