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martedì 13 maggio 2025

CITTADINI VECCHI E NUOVI PER L'ITALIA

 

L'editoriale di VITA magazine di maggio (che presenta alcune novità grafiche) è firmato dal direttore e schiera la testata a favore del "sì" alla riduzione da dieci a cinque anni delle tempistiche per l'ottenimento della cittadinanza da parte degli stranieri che risiedono regolarmente nel nostro Paese

 

di Stefano Arduini

 

Lo scorso gennaio in occasione della 59esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco scrisse queste parole: «Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio. Troppe volte essa semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive; usa la parola come una lama; si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire. Ho già ribadito più volte la necessità di “disarmare” la comunicazione, di purificarla dall’aggressività. Non porta mai buoni frutti ridurre la realtà a slogan. Vediamo tutti come — dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social media — rischi di prevalere il paradigma della competizione, della contrapposizione, della volontà di dominio e di possesso, della manipolazione dell’opinione pubblica. 

C’è anche un altro fenomeno preoccupante: quello che potremmo definire della “dispersione programmata dell’attenzione” attraverso i sistemi digitali, che, profilandoci secondo le logiche del mercato, modificano la nostra percezione della realtà. Succede così che assistiamo, spesso impotenti, a una sorta di atomizzazione degli interessi, e questo finisce per minare le basi del nostro essere comunità, la capacità di lavorare insieme per un bene comune, di ascoltarci, di comprendere le ragioni dell’altro. Sembra allora che individuare un “nemico” contro cui scagliarsi verbalmente sia indispensabile per affermare sé stessi. 

E quando l’altro diventa “nemico”, quando si oscurano il suo volto e la sua dignità per schernirlo e deriderlo, viene meno anche la possibilità di generare speranza. Come ci ha insegnato don Tonino Bello, tutti i conflitti “trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti”. Non possiamo arrenderci a questa logica».

Un referendum

Nelle prossime settimane la mostrificazione della realtà vivrà un momento apicale. L’8/9 giugno infatti è in calendario la due giorni referendaria. Uno dei quesiti, il numero 5, riguarda la cittadinanza. Se passerà, saranno ridotti da dieci a cinque gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter avanzare la domanda di cittadinanza italiana che, una volta ottenuta, sarebbe automaticamente trasmessa ai propri figli e alle proprie figlie minorenni. Il tema, ricordano i promotori, secondo le stime coinvolge 2,5 milioni di persone. Coinvolge i migranti, ma riguarda tutti noi. Ce lo presenteranno come un duello fra chi sta coi migranti versus chi è contro. Una contrapposizione di maniera al servizio di un giornalismo facilone, pigro e velenoso. 

Chi scrive andrà a votare convintamente a favore della riduzione delle tempistiche di ottenimento della cittadinanza. Sarebbe un risultato importante. I pronostici però danno per molto improbabile il raggiungimento del quorum. Ma a prescindere dal passaggio alle urne rimane uno snodo: la nostra è una società che ha un estremo bisogno di partecipazione. Su questo punto c’è unanimità. E allora che senso avrebbe non aprire le porte della cittadinanza a 2,5 milioni di persone che già vivono legalmente nel nostro Paese? Se usciamo dal fanatismo partitico e “giornalistico” denunciato da Francesco, la risposta non può che essere: nessuno. Schierarsi al referendum è necessario, ma non sufficiente. Qualunque sia l’esito delle urne occorre che il tema della partecipazione civile e politica in un Paese ormai abituato ad eleggere i suoi rappresentanti con meno del 50% degli aventi diritto vada affrontato senza infingimenti. Italiani di sangue o stranieri di origine: cittadini non si nasce, cittadini si diventa. 

Cittadinanza e nazionalità

Secondo il consiglio d’Europa «il concetto di cittadinanza ha molti più livelli di significato di quello di nazionalità. Oggi “cittadinanza” non è solo un termine legale ma si collega — tra le altre cose — al senso di appartenenza dell’individuo, per esempio a una comunità che egli può plasmare e influenzare direttamente». Per disarmare la comunicazione e civilizzare il confronto sociale servono cittadini responsabili. Cittadini interessati e appassionati nel plasmare la propria comunità. Ce ne sono sempre meno: questo è l’elefante nell’armadio che facciamo finta di non vedere. 

Per generare responsabilità (e quindi confronto, e quindi partecipazione, e quindi sicurezza, e quindi benessere) occorre creare contesti dove si impari a essere cittadini responsabili e attivi. 

Come? Per esempio scommettendo su scuola e Terzo settore.  

Coinvolgere gli studenti (ancora una volta: italiani o di origine straniera poco importa) in attività di partecipazione civica (su questo punto l’associazione Labsus è un deposito di ottime prassi) e favorire esplicitamente la diffusione dell’associazionismo, del volontariato e della cooperazione sociale sono due carte essenziali da giocare  per aumentare la qualità della partecipazione e della cittadinanza nel nostro Paese.

Un principio che vale prima e dopo il referendum. 

 https://www.vita.it/

sabato 4 gennaio 2025

L'INTEGRAZIONE NECESSARIA

 


DEMOCRAZIA 


Politica, corpi sociali,

 sussidiarietà:


 l’integrazione

 necessaria


 

-         di Giorgio Vittadini*

-          Un compito pesante che il nuovo anno riceve in eredità riguarda il bisogno di una spinta verso una costruzione sociale e civile che, insieme a quella istituzionale, dovrà dare una prospettiva al Paese, oltre che permettergli di affrontare le difficoltà.

La globalizzazione

La sensazione largamente diffusa, non solo in Italia, è che la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica, le migrazioni di massa e l’affermarsi di poteri sovranazionali (la finanza globale, l’Unione Europea, le Agenzie di Rating che operano sul mercato) ci abbiano sottratto il controllo sulle scelte dalle quali dipende il nostro futuro.

La rappresentanza politica è in crisi, non riesce a leggere la realtà contemporanea nei suoi radicali cambiamenti, a interpretare i differenti bisogni dei cittadini, e non ha la capacità di proporre previsioni credibili e realistiche. I partiti sono diventati “leggeri”, liquidi, crescono e si sgonfiano senza assumere una consistenza culturale duratura.

I social media

I social media hanno promosso l’illusione di una relazione diretta tra cittadini e leader politici, eludendo le strutture partitiche tradizionali e alimentando la percezione che esprimere un’opinione equivalga a “contare”. Questo fenomeno, ben descritto da Giuliano Amato come “populismo digitale”, trasforma la partecipazione politica in una mera somma di voci isolate: «A essere essenziale non è la voce di ciascuno, ma il prodotto dell’insieme delle voci. I partiti erano strutturati per fare questo, con tutti i loro difetti. Ciò che li ha sostituiti è una partecipazione privata: i social sono una sommatoria di opinioni individuali, vissute in solitudine e prive di un autentico confronto collettivo».

La democrazia

Da tempo la democrazia viene messa in discussione di fronte alle crescenti difficoltà di governare società complesse e plurali. Ma la rifondazione della politica non potrà avvenire dagli attuali partiti-fantasma. Potrà realizzarsi con una grande ripresa di attività dei corpi sociali e dalla loro volontà di dare energia, idee e iniziative ai partiti e alla politica, come documenta il volume “Comunità intermedie, occasione per la politica” (Il Mulino), di recente pubblicazione.

Il lavoro

Il lavoro lancia un appello a tutti gli attori sociali: dal Terzo Settore al volontariato, dalle cooperative ai movimenti civici. Queste realtà, che aggregano milioni di cittadini attivi, possono e devono assumersi il compito di aiutare i partiti a riempire questo vuoto, offrendo nuova linfa vitale a un sistema di rappresentanza che sembra oggi incapace di rinnovarsi. La democrazia, infatti, non può sopravvivere senza i partiti, ma questi devono tornare a essere espressione autentica delle realtà di base, incarnando valori come responsabilità, competenza e impegno sociale.

Il futuro della politica richiede una profonda riscoperta del ruolo delle comunità intermedie, chiamate a fungere da ponte tra cittadini e istituzioni. La loro missione va però ben oltre la semplice mediazione: esse devono promuovere una nuova visione del vivere politico, radicata in una concezione dell’umano come essere relazionale.

La ripartenza antropologica

La vera rigenerazione politica passa attraverso una “ripartenza antropologica,” un ritorno a concepire le relazioni sociali non come ostacoli, ma come beni essenziali per la propria realizzazione e per il bene comune.

Questa prospettiva implica un cambiamento culturale profondo, che rimetta al centro il desiderio umano nella sua pienezza: non un desiderio ridotto alle logiche individualistiche, ma un’apertura autentica verso l’altro e verso il bene collettivo, a partire dalla natura relazionale del nostro io. I corpi intermedi sono i custodi di questa visione e hanno il compito di suscitare una “passione per la persona” che restituisca senso all’impegno politico e partitico. Solo così si potrà dar vita a un pluralismo ideale capace di conciliare interessi individuali e benessere collettivo.

La sussidiarietà

È questo il vero senso della sussidiarietà: la messa a sistema del contributo di tutti, realtà sociali, istituzionali ed economiche, che coordinano le loro azioni in funzione del bene comune, creando un ecosistema in cui ogni soggetto trova il proprio ruolo. Per le forze politiche, questo significa riannodare i legami con le comunità intermedie, evitando il progressivo distacco dalla realtà delle persone. Solo un’integrazione tra politica e corpi sociali potrà evitare la deriva della rappresentanza e restituire solidità al sistema democratico.

 ​*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

 www.avvenire.it

giovedì 15 febbraio 2024

UN LEADER SOSTENIBILE ?

* EVITARE LA SINDROME DELLA CELEBRITA'*

Più volte  è stata affrontata la questione della leadership e del ruolo fondamentale di coloro che ricoprono posizioni di vertice in un contesto mutevole come quello attuale. 

È importante, in questo scenario, focalizzare l’attenzione sul significato sempre più centrale di leadership sostenibile per le organizzazioni del Terzo settore e per la stessa società civile.

La leadership sostenibile è un processo di mobilitazione di un gruppo di persone verso obiettivi collettivi. Non si tratta, dunque, di una persona o di una posizione, ma di un processo, un percorso che i leader delle organizzazioni possono praticare. Chiunque, in un’organizzazione, costruisca relazioni verso obiettivi comuni sta esercitando la leadership.

Praticare una leadership sostenibile significa promuovere un approccio olistico che si concentra su quattro dimensioni relazionali: con sé stessi, con i membri del team, con l’organizzazione e, infine, con il Pianeta. I leader sono, dunque, “sostenibili” quando mantengono alti i livelli di passione e motivazione personali attraverso un approccio equilibrato alla loro carriera; quando creano quelle che chiamo “relazioni compassionevoli”, ovvero significative e, quindi, durevoli e possibili nel lungo periodo, con i membri del loro team; quando rafforzano questi rapporti attraverso l’integrazione di un nucleo di valori nel quotidiano della stessa organizzazione; quando perseguono gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dettati dalle Nazioni Unite: adottando sia pratiche ambientali per combattere il cambiamento climatico, sia comportamenti individuali e collettivi per ridurre la povertà, favorire la Diversity&Inclusion o integrare immigrati e rifugiati promuovendo, ad esempio, un’istruzione più equa per tutti.

Una leadership sostenibile è fondamentale, in particolare, per le organizzazioni del Terzo settore nel mondo e, soprattutto, in Italia.

Le ragioni sono numerose: la leadership è, in primis, un meccanismo molto potente che può essere utilizzato per promuovere cambiamenti sociali positivi e sviluppare il tessuto economico e sociale delle nostre comunità locali in maniera coerente, coordinata e allineata coi bisogni della collettività.

In secondo luogo, perché aiuta i direttori esecutivi e in generale chi è in posizioni di responsabilità a gestire le fortissime pressioni e ad affrontare le sfide cui sono sottoposti quotidianamente. Ogni giorno, infatti, chi è a capo di un’organizzazione non profit è chiamato creare e sostenere un ambiente lavorativo che consenta al personale e ai volontari di rinnovare il proprio impegno, affinare le proprie capacità e imprimere il cambiamento necessario.

In terzo luogo, le esigenze dei leader delle organizzazioni del Terzo settore legate alla gestione delle emozioni sono diverse da quelle dei leader delle aziende profit e meritano quindi un’attenzione particolare.

I leader delle organizzazioni non profit, infatti, devono mostrare continuamente emozioni positive e fornire uno spazio sicuro o un contenitore per le emozioni negative che i loro dipendenti sperimentano ogni giorno in prima linea, senza lasciar fluire le proprie.

Eppure, ci sono diverse opzioni a disposizione dei leader per esprimere i loro turbamenti in modi che permettano all’organizzazione di funzionare efficacemente senza allontanarli dai membri del loro team, come ho ricordato in un recente articolo pubblicato insieme a Marie Dasborough dell’Università di Miami sul Journal of Organizational Behavior. Ma come fanno, a chi si rivolgono questi professionisti per rinnovare il loro impegno e affinare le proprie competenze? Come possono imparare a gestire lo stress, a creare relazioni durature con i donatori e i beneficiari, a concepire una visione per il futuro che faccia da guida e da ispirazione alle loro azioni?


Se vogliamo che le organizzazioni della società civile diventino sostenibili a tutti i livelli e siano realmente efficaci nel tempo, dobbiamo avere una visione più ampia dei bisogni dei loro leader. Dobbiamo formarli perché siano loro stessi i primi a riconoscerli, perché sappiano impegnarsi per lo sviluppo delle risorse interne, che significa lavorare per il rafforzamento del Terzo settore, un comparto che genera valore condiviso e contribuisce alla sostenibilità del Pianeta.

www.ilsole24ore.com/art/perche-terzo-settore-ha-bisogno-leadership-sostenibili-AFbFAODC

 

giovedì 8 settembre 2022

RIPARTIRE DALLE PASSIONI POSITIVE

 Segnali incoraggianti provengono dal mondo giovanile che si impegna per l’ambiente, alimenta consumi eticamente motivati, ricerca il benessere individuale e quello della comunità di appartenenza

- di CARLA COLLICELLI   -

 La ripresa del turismo che abbiamo visto quest’estate e un periodo vacanziero che possiamo considerare 'quasi normale', ci inducono a riflettere in modo rinnovato sul senso della nostra esistenza al di là delle emergenze di questa fase storica, dalla guerra tra Russia e Ucraina – con le ricadute che avrà anche sulle nostre vite – alla pandemia, che ci ha tenuti in scacco per ben due anni. L’imminenza elettorale, inattesa quanto cruciale, rende questo tipo di riflessione ancora più importante e strategica. Due aspetti in particolare saltano agli occhi. Il primo: la crescente consapevolezza dei rischi provocati dal disastro climatico in termini di eventi naturali catastrofici, che ne sono una delle conseguenze più evidenti e che rendono la ripresa della normalità difficile. Il secondo: i comportamenti di consumo e di uso del tempo, che riprendono il loro corso naturale dopo la pandemia, e che esprimono più di ogni altra cosa i desideri e le aspettative delle persone. S u questo secondo aspetto viene spontaneo chiedersi se le limitazioni subite nel periodo di lotta alla pandemia ci abbiano insegnato qualcosa, sia per quanto riguarda l’uso delle risorse naturali, alimentari ed energetiche, sia per ciò che attiene ai rapporti con gli altri e alla nostra vita di relazione. In una situazione nella quale da ormai molti anni non esiste più una chiara strutturazione della società in classi, le poche ricerche che indagano sui comportamenti e gli atteggiamenti individuali e collettivi, in Occidente e in Italia, indicano tuttavia l’esistenza di una chiara ripartizione tra una parte della società che è in affanno, da vari punti di vista economici e sociali, e un’altra parte che, pur tra le difficoltà, persevera in uno stile di vita basato quasi esclusivamente sulla auto-soddisfazione e su un principio di felicità e di benessere di tipo sostanzialmente individualistico. Per cui, mentre per chi si trova in una condizione economica e sociale precaria, o in situazioni di emarginazione, lo stato di necessità ed il disagio limitano le sue possibilità e dunque anche le sue scelte di vita – quando addirittura non provocano forme patologiche di rabbia o depressione – per il resto della società, quella meno stressata, sembra prevalere ancora oggi, nonostante guerra e pandemia, una sorta di edonismo spicciolo, che in periodi di vacanza si manifesta in modo ancora più nitido agli occhi di chi osserva. E mentre gli addetti ai lavori si sforzano di indicare le criticità dello sviluppo, i fattori di crisi e le possibili soluzioni, ecco che da parte della società si perpetuano da un lato atteggiamenti come il disamore nei confronti della politica, frutto di sentimenti di delusione e disagio, e dall’altro quel fenomeno che più volte è stato catalogato come 'sciopero delle élite', in altre parole il disimpegno dei ceti sociali più acculturati e benestanti, che deriva dalla predisposizione a concentrarsi sul proprio particolare interesse. Disintermediazione e mancanza di dialogo tra diverse parti della società completano il quadro di una frammentazione sociale nella quale disagio, da un lato, e interessi e piacere personale, dall’altro, sembrano essere gli unici elementi caratterizzanti. I n realtà esistono segnali di un ribaltamento di questo schema, cui bisognerebbe che la riflessione sociale e politica prestasse maggiore attenzione. Segnali che vanno osservati soprattutto a due livelli: la crescita di ruolo del cosiddetto Terzo settore e i comportamenti e atteggiamenti giovanili.

È da tempo che gli osservatori più attenti cercano di mettere in luce il peso e il ruolo del volontariato, anche giovanile, ad esempio richiamando l’attenzione sul fatto che, se abbiamo, secondo le statistiche, tra 2 e 3 milioni di giovani che non lavorano e non studiano (i cosiddetti Neet), ne esistono almeno altrettanti che si impegnano in forme varie di volontariato (più di 1 milione nella sola fascia più giovane, secondo i dati ufficiali). Il recente Rapporto sulla Sussidiarietà 2021-2022 ci conferma che il Terzo settore conta ormai oltre 375.000 istituzioni (circa 60 ogni 10mila abitanti), ed è cresciuto del 25% in 10 anni. La schiera di chi se ne occupa ha quasi raggiunto il milione di unità, cui si aggiungono 4 milioni di volontari. M a al di là degli aspetti quantitativi, particolarmente interessante è l’analisi effettuata dall’Istat e contenuta nel Rapporto sulla Sussidiarietà, secondo cui è statisticamente evidente la correlazione positiva tra quello che i ricercatori chiamano 'sentimento di sé relazionale' (che comprende la soddisfazione per le proprie relazioni sociali ed il benessere soggettivo ed ambientale), la partecipazione civica (le attività di condivisione, l’attivismo sociale ed il volontariato), e lo sviluppo sociale (misurato attraverso indicatori di salute, benessere economico, innovazione e cultura). In altre parole, se il panorama che intravediamo attraverso un’osservazione superficiale della realtà sembra limitarsi ai due fenomeni indicati, il consumismo edonistico e il disagio economico e sociale, in realtà quello cui si assiste è anche la crescita della partecipazione civica, mentre diventa sempre più evidente il valore delle 'passioni positive', quelle in grado di dare valore e significato all’esistenza in un’ottica relazionale e comunitaria. 

E d è da qui che occorre ripartire. Da questi valori e da questi comportamenti. E soprattutto dai segnali che provengono da quella parte del mondo giovanile che si impegna per l’ambiente e la crisi climatica, (potremmo dire la punta di diamante di quella consapevolezza che abbiamo indicato in apertura come il primo dei fenomeni emergenti), che persegue comportamenti di consumo eticamente motivati, o che compie scelte anche difficili nella formazione e nel lavoro alla ricerca di un’occupazione che alimenti la soddisfazione relazionale, il benessere individuale e quello della comunità di appartenenza. E occorre che la politica e le istituzioni diano priorità a questi valori, sostenendo le spinte sociali dal basso che è possibile identificare – e che, come abbiamo visto, esistono, e sono tutt’altro che irrilevanti – che vanno nella direzione della sostenibilità e della sussidiarietà, e mettendo in campo azioni di supporto che rafforzino il ruolo dei singoli e delle comunità a tutti i livelli, decisionali ed operativi.

www.avvenire.it

 

venerdì 30 luglio 2021

TERZO SETTORE, FATTORE DI SVILUPPO


 LA GRANDE LEVA 

DEL TERZO SETTORE

 

-         Di LEONARDO BECCHETTI

-          

Nel corso degli ultimi mesi un ruolo decisivo per curare e attenuare le ferite della pandemia stato giocato nel nostro Paese dal Terzo settore - ovvero da quell’insieme di enti e organizzazioni che si pone uno scopo socialmente meritorio e opera in settori come quelli di salute, assistenza, mense dei poveri, riduzione dello spreco, formazione permanente, parità di genere, cultura, sport, cooperazione internazionale attraverso modalità organizzative sempre nuove che oggi includono tra le molteplici forme organizzative le fondazioni comunità, le cooperative di comunità e le cooperative sociali. L’importanza dell’operato del Terzo settore non è forse ancora compresa appieno dall’opinione pubblica. Nel corso degli ultimi decenni è invece progressivamente cresciuto e si è consolidato il consenso tra gli economisti sul ruolo fondamentale del 'capitale sociale' come collante e precondizione per lo sviluppo e la coesione sociale.

Studi e ricerche hanno 'identificato' la capacità di dare e ricevere fiducia, la reciprocità, il senso civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici come le sue componenti chiave e si sono domandati se e in che modo fosse possibile 'produrre' o accrescere questa risorsa fondamentale. Questo dibattito ci aiuta a comprendere da una prospettiva nuova il ruolo e il valore di tali organizzazioni.

Gli enti di Terzo settore, infatti, non sono soltanto la risposta più prossima e celere ai bisogni emergenti della società, ma – nel loro operare attraverso il tempo e le energie donate da dipendenti e volontari – alimentano e costruiscono quel capitale sociale che è prerequisito fondamentale per lo sviluppo economico e sociale. La complementarità tra lavoro del Terzo settore e dinamiche sociali e produttive italiane può essere verificata da molteplici esempi. Per farne solo uno, la ricca e variegata schiera di organizzazioni volontarie che si propongono di valorizzare attrattori culturali e paesaggistici dei diversi territori produce un beneficio indiretto per tutto il settore produttivo (turistico, agroalimentare, della ristorazione, alberghiero, dei trasporti) i cui profitti dipendono dall’attrattività del territorio stesso. Le parole chiave per lo sviluppo futuro del settore e per la creazione di una partnership creativa con le istituzioni e con le imprese profit sono generatività, impatto, ibridazione e co-progettazione.

L’innovazione del Terzo settore punta, infatti, a una crescita di capacità di creare impatto sociale e ambientale combinandola con la creazione di valore economico e mettendo al centro della propria azione la promozione della dignità della persona. Anche una recente sentenza della Corte Costituzionale sostiene la rivoluzione della coprogettazione. Gli enti di Terzo settore non sono solo potenziali vincitori di bandi costruiti dalla pubblica amministrazione ma per le loro competenze, conoscenza dei problemi del territorio e sensibilità sociale possono concorrere con l’amministrazione alla definizione delle politiche sociali.

Nella motivazione della sentenza, la Corte Costituzionale giustifica questa scelta affermando che «gli enti di Terzo settore, in quanto rappresentativi della 'società solidale', del resto, spesso costituiscono sul territorio una rete capillare di vicinanza e solidarietà, sensibile in tempo reale alle esigenze che provengono dal tessuto sociale, e sono quindi in grado di mettere a disposizione dell’ente pubblico sia preziosi dati informativi (altrimenti conseguibili in tempi più lunghi e con costi organizzativi a proprio carico), sia un’importante capacità organizzativa e di intervento: ciò che produce spesso effetti positivi, sia in termini di risparmio di risorse che di aumento della qualità dei servizi e delle prestazioni erogate a favore della 'società del bisogno'».

Next Generation Eu riconosce questo valore e destina 11,17 miliardi a infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo settore. Le parole chiave del piano sono deistituzionalizzazione, domiciliarità, progetti personalizzati. Si sarebbe potuto investire meglio e di più sostenendo con incentivi l’innovazione sociale e la costruzione di reti e partenariati che moltiplicano capacità e qualità d’intervento del Terzo settore. Si deve puntare con lucidità ed efficacia su realtà che è una grande risorsa per l’Italia. Anche e soprattutto nello scenario attuale non può essere persa l’occasione di puntare in modo sempre più efficace al grande traguardo di promuovere dignità e sviluppo della persona mettendo al centro la relazione di cura che è il vero motore dell’energia necessaria a ogni vera ripresa e della ricchezza di senso del vivere.

 

*Professore Università Tor Vergata.  

Presidente del comitato tecnico-scientifico di Next - Nuova economia per tutti


www.avvenire.it


SCUOLA E TERZO SETTORE PER CRESCERE INSIEME


Scuola, 5 mln per progetti in collaborazione con il Terzo Settore. Disponibili anche ulteriori 10 mln da distribuire alle scuole per l’ampliamento dell’offerta formativa

Il Ministero dell’Istruzione rafforza la collaborazione con il Terzo Settore, per favorire il potenziamento degli apprendimenti delle studentesse e degli studenti e per ampliare l’offerta formativa delle scuole su tutto il territorio nazionale. A disposizione, 5 milioni di euro, che vengono stanziati attraverso un Avviso pubblicato sul sito del MI. I progetti proposti dovranno favorire il successo formativo di alunne e alunni, utilizzando metodi innovativi di apprendimento e coinvolgimento di studentesse e studenti.
“Nella nuova scuola che stiamo costruendo, il compito del sistema educativo sarà ancora più centrale, per formare cittadine e cittadini consapevoli - dichiara il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi -. Lavoriamo a una scuola aperta e inclusiva, in costante rapporto con il territorio. Per questo è importante avviare una nuova modalità nei rapporti con il Terzo Settore, che ha un ruolo fondamentale per assicurare il legame e la sintonia tra l’istruzione e il mondo esterno. Ringrazio tutti gli Enti che collaboreranno con il Ministero e con gli istituti per educare ragazze e ragazzi alla difesa dei diritti, alla sensibilità sociale, alla legalità, alla tutela dell'ambiente, alla costruzione di un futuro sostenibile”.

È la prima volta che il Ministero si rivolge direttamente al Terzo Settore con un bando dedicato agli Enti che ne fanno parte. L’Avviso è finalizzato alla co-progettazione di iniziative, destinate alle scuole, sui seguenti temi:

  • contrasto alle mafie e legalità;
  • inclusione;
  • sostenibilità e transizione ecologica;
  • promozione dell’internazionalizzazione dei percorsi formativi;
  • promozione del libro e della lettura.

Una volta selezionati i migliori progetti, il Ministero pubblicherà un Avviso rivolto alle scuole, che potranno candidarsi per partecipare alle iniziative finanziate.

Inoltre, nel corso di questa settimana, saranno pubblicati ulteriori Avvisi finalizzati al finanziamento di progettualità per l’ampliamento dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche (legge 440/1997). Lo stanziamento complessivo è di 10 milioni di euro, che saranno destinati direttamente alle scuole, che potranno finanziare, ad esempio, l’istituzione di sportelli per l’autismo, attività di potenziamento delle competenze logico-matematiche, di riduzione della dispersione scolastica, di contrasto al bullismo e al cyberbullismo, di miglioramento dell’orientamento.

L’obiettivo è supportare la realizzazione di progettualità e la sperimentazione di pratiche innovative che potranno essere messe a disposizione di tutto il sistema d’Istruzione, in una logica di condivisione delle esperienze e della conoscenza. A tal fine, anche per garantire il rispetto della normativa vigente e consentire il monitoraggio sul corretto utilizzo delle risorse, le candidature delle scuole, nonché tutta la documentazione prodotta (sia amministrativa che di progetto) dovranno essere caricate su un’apposita piattaforma messa a disposizione dal Ministero (piattaforma “MonitorPimer”).
Per tutte queste iniziative, il Ministero offrirà assistenza alle istituzioni scolastiche, tramite i consueti canali dell’Help Desk Amministrativo Contabile (per problematiche organizzative, amministrative e gestionali) e del Service Desk (per problematiche tecniche).

Il Decreto

 www.istruzione.it


sabato 26 settembre 2020

PANDEMIA: COSTRUIRE UN FUTURO MIGLIORE


Covid, il mondo “dopo” 

ha bisogno di vecchie radici

Papa Francesco ne è certo e lo ripete a tutti: dalla pandemia si esce migliori o peggiori. La crisi globale chiede un ripensamento dei parametri della convivenza umana in chiave solidale. Su questa idea si basa il Progetto “Covid 19 Costruire un futuro migliore”, creato in collaborazione dal Dicastero per la Comunicazione e dello Sviluppo Umano Integrale: offrire un percorso che dalla fine della pandemia porti all’inizio di una nuova fraternità

 VATICAN NEWS

 Guarda video: UN FUTURO MIGLIORE

La “ricetta” per intravedere il futuro liberato dalla pandemia, e reimpostato su nuovi modelli di convivenza, ha l’ingrediente principale in una comparazione. “Dimostrando alle persone in che misura investimenti ‘cattivi’ ci hanno portato sull’orlo del collasso, possiamo poi puntare nella direzione opposta, cioè verso investimenti che sappiano tutelare l’ambiente e un futuro sostenibile”. Ad affermarlo è Martin Palmer, che di investimenti in ottica di fede è un esperto. Palmer, britannico, amministratore delegato di “FaithInvest” – un gruppo che fa da ponte tra il mondo degli enti religiosi e quello della finanza – si muove a suo agio fra i temi della Laudato si’, giacché nel ‘95 ha fondato con il Principe Filippo l’ong “Alliance of Religions and Conservation” (ARC), che aiuta le fedi a sviluppare progetti ambientali.

Palmer è stato chiamato a far parte della Commissione vaticana istituita dal Papa allo scopo di immaginare il mondo del dopo-coronavirus ed è fermamente convinto che le religioni giochino un ruolo cruciale con la loro rete globale di assistenza e formazione. “Abbiamo la tendenza a muoverci come se gli Stati nazionali ci dovessero essere riconoscenti se ci rivolgiamo a loro con i nostri suggerimenti. Invece, siamo noi – sostiene – a dover dare l’esempio del buon uso delle risorse e sollecitare gli Stati nazionali a unirsi a noi”.

Lei fa parte della Commissione Vaticana Covid-19, il meccanismo di risposta creato da Papa Francesco per far fronte a un virus senza precedenti. Cosa pensa di imparare, personalmente, da questa esperienza? E in quali ambiti pensa che la società nel suo insieme possa essere ispirata dai lavori della Commissione?

R. - Mi affascina l’ampio spettro di competenze, conoscenze e interessi che ho rilevato nelle persone che lavorano nella Commissione: già questo ha prodotto nuove partnership per la mia organizzazione, nello spirito della Laudato si’. Il modo migliore in cui la società può essere ispirata dalla Commissione è che la Chiesa stessa inizi a mettere in pratica quei cambiamenti strutturali che sono necessari per essere in linea con la visione del Papa. Questo poi sarà di ispirazione per molti altri.

Papa Francesco ha chiesto alla Commissione Covid-19 di preparare il futuro, piuttosto che prepararci al futuro. In questo compito, quale dovrebbe essere il ruolo della Chiesa cattolica?

R. - Quello di andare avanti con l’esempio. Nelle sue due encicliche – la Evangelii gaudium e la Laudato si’ – il Papa non si è limitato a proporre bei pensieri per un futuro migliore; ci ha anche fornito gli strumenti per smontare il modello attuale, quello che ci ha portato a questa crisi, e costruirne uno nuovo. Alcuni si chiedono come fare per ripartire: lui risponde che ripartire significa tornare indietro. Il suo messaggio parla di sfida, cambiamento e nuovo inizio.

Quali insegnamenti, a livello personale, lei ha tratto dall’esperienza della pandemia? Quali cambiamenti concreti si augura di vedere dopo questa crisi, sia personalmente sia a livello globale?

R. - Ho apprezzato la semplicità che il lockdown ha restituito al mio affannoso mondo fatto di viaggi, incontri e così via. Ho (ri)trovato, nella mia zona, la cura e la compassione – in realtà, per quanto ho osservato, in tutto il mondo – e questo l’ho percepito come un appello importante alla necessità vitale di sostenere le comunità locali e farle rifiorire. Spero tanto che tutto questo continui anche “dopo”: credo che utilizzare e conoscere i prodotti locali piuttosto che acquistare altrove sia un elemento fondamentale per rendere la vita più sostenibile.

Spesso accade che gli investitori non siano consapevoli dell’impatto generato sul mondo dai loro investimenti, e penso alla deforestazione, all’inquinamento, allo sfruttamento sociale e così via. In un’epoca in cui l’attenzione è incentrata sui rischi per l’economia provocati dalla pandemia, come si possono evidenziare questi effetti collaterali?

R. - Io sono l’amministratore delegato di “FaithInvest”, una nuova organizzazione, in parte ispirata alla Laudato si’, che lavora con importanti fondi di investimento che provengono dai maggiori raggruppamenti religiosi nel mondo. Il modo migliore per sottolineare questo è chiedere a ciascun gruppo, come facciamo noi, di tornare alle proprie radici. Chiediamo: cosa pensano del mondo e del nostro posto nel mondo? Quali valori derivano poi da questa valutazione, e come questi valori determinano l’investimento che intendono fare? Questo procedimento si snoda sul modello indicato dal Vaticano II, quando agli Ordini religiosi si chiedeva di tornare alle proprie radici per capire come procedere nel futuro. La crisi del Covid ha rafforzato questa esigenza.

In tempi di recessione economica, le persone tendono a evitare i rischi. Con questo presupposto, in quale misura pensa che la gente possa essere ricettiva all’idea di una finanza “etica”?

R. - È vero, le persone sono restie ad affrontare rischi. Oggi però il rischio maggiore è che se torniamo a quello che consideravamo “normale” non faremo altro che aumentare la possibilità di collassare di nuovo. Quindi, il vero rischio oggi è quello di non cambiare, piuttosto che cambiare veramente, ed è sicuramente più facile aiutare le persone a comprendere questo. Dimostrando alle persone in che misura investimenti “cattivi” ci hanno portato sull’orlo del collasso, possiamo poi puntare nella direzione opposta, cioè verso investimenti che sappiano tutelare l’ambiente e un futuro sostenibile.

In che misura lei crede che la Commissione vaticana Covid-19 e la Chiesa nel suo insieme abbiano credibilità quando parlano di finanza e della necessità di riformulare i sistemi economici?

R. - Facendo seguire i fatti ai buoni propositi. In altre parole: finché la Chiesa non avrà rimesso ordine nelle proprie finanze e non abbia fissato un modello basato sulla fede, potrà soltanto chiedere agli altri di accompagnarla in questo cammino, nella piena consapevolezza che la strada sarà lunga, prima che la Chiesa possa essere coerente con i suoi stessi insegnamenti in questo campo.

Quale ruolo possono svolgere le religioni e la spiritualità nella transizione verso una finanza più sostenibile?

R. - Noi [le religioni] siamo centrali. Senza le scuole, gli ospedali, l’assistenza sociale, le reti di sostegno, la compassione, il lavoro per i giovani, la cura dei rifugiati e dei migranti, la protezione dei più vulnerabili, la società civile collasserebbe. Per questo, le religioni devono smettere di far finta di non essere attori di primo piano sulla terra. Abbiamo la tendenza a muoverci come se gli Stati nazionali ci dovessero essere riconoscenti se ci rivolgiamo a loro con i nostri suggerimenti. Invece, siamo noi a dover dare l’esempio del buon uso delle risorse e sollecitare gli Stati nazionali a unirsi a noi. Le religioni gestiscono più istituzioni educative e di assistenza sociale di qualsiasi Stato al mondo. Per questo, torniamo al tavolo [delle trattative, del dialogo] non come chi chiede, ma come chi agisce.

Secondo lei, le attuali istituzioni finanziarie ed economiche sono capaci di creare le condizioni necessarie a una finanza sostenibile, o pensa che prima debbano verificarsi determinate riforme nel settore?

R. - È necessario trovare o creare un nuovo modello, perché l’attuale è corrotto dall’avidità e dalla cupidigia delle multinazionali e dei sistemi bancari in generale. Le religioni tra di loro possono far nascere la domanda di un modello nuovo: noi ci stiamo lavorando nel concetto di Finanza del Terzo Settore.

 

giovedì 9 aprile 2020

IL MONDO CHE VERRA'

Aspettando il dopo-virus

Sulle pagine dell'Osservatore Romano l'intervista al presidente della Pontificia accademia delle Scienze Sociali sul dopo coronavirus, che includerà "nemici" importanti, a partire dal neoliberismo, ma anche e soprattutto un'epoca migliore


di Marco Bellizi

Nel “nuovo mondo” del dopovirus il nemico numero uno sarà il liberismo. E insieme ad esso, almeno in Italia, la burocrazia, l'ostinazione nel rifiutare il principio di sussidiarietà, la resistenza alle opportunità che la tecnologia ha dimostrato di poter fornire. Nonostante questo compito impegnativo all'orizzonte, secondo Stefano Zamagni, economista, presidente della Pontificia accademia delle Scienze Sociali, il futuro comunque sarà migliore del passato. L'Europa, per esempio, sarà più forte e i sovranismi, nell'immediato, saranno costretti ad arretrare. Perché tutto questo accada, però, occorrono iniziative tempestive, coraggiose e lungimiranti. In Italia, per esempio, servirebbe un think tank, un gruppo di esperti  politicamente indipendenti e  desiderosi di dare una mano al loro paese, in grado di elaborare nel termine di poche settimane un vasto progetto con cui ripartire, quando si avvierà finalmente la famosa “fase 2”.
Professor Zamagni, prima di tutto mi permetta una domanda ineludibile: lei è favorevole alla riapertura in Italia, in tempi brevi, delle attività produttive, anche correndo qualche rischio, o preferisce attendere il via libera degli scienziati?
R. - Il punto è delicato e richiede una risposta articolata. Circola uno studio recente realizzato da un team di esperti dell'Università di Alicante, istituzione piuttosto attendibile, secondo il quale in Italia e in Spagna il 24 aprile sarà  la data di un deciso cambio di rotta, in positivo, dell'epidemia. Se questo è vero  ha un senso riaprire. Altri studi però mostrano scenari diversi. Ci sono pareri discordanti anche a livello scientifico: questo va detto. I police makers, i governanti, sono costretti a basarsi su questi dati, che non sono concordi. Purtroppo, negli anni passati, quando era possibile farlo, gli istituti scientifici non sono stati messi nella condizione di effettuare studi che adesso sarebbero preziosi. Bisogna dire con chiarezza, però, che non si muore solo di virus: se entro due mesi la situazione non si risolvesse si potrebbe cominciare  a morire anche per denutrizione, per cattiva alimentazione, per insufficiente assistenza sanitaria. I modi per riaprire gradualmente ci sono. Occorre iniziare con le attività che producono valore aggiunto: le partite di calcio, tanto per intendersi, non sono fra queste.  Fino ad ora, durante questa crisi, abbiamo solo redistribuito valore, senza produrlo. E' chiaro che così non possiamo reggere. E qui devo dire che le autorità italiane non hanno mostrato di voler valorizzare i tanti organismi del cosiddetto “terzo settore” che potrebbero fare un mondo di bene. Ho sottoscritto, assieme ad altri, un appello per avviare il servizio civile universale. Ci sono 80000 giovani che in base agli ultimi bandi sono pronti a lavorare gratuitamente per un anno. Lo stesso vale per molte fondazioni sanitarie. Sarebbe un vero e proprio esercito pronto a scendere in campo. Parliamo di circa 360 mila organizzazioni. Il problema è che ci sono alcuni settori che sono contrari al principio di sussidiarietà. C'è troppo dogmatismo e poca cultura. Prendiamo il tema della fragilità e della vulnerabilità, di cui si parla molto in questi giorni. Sfugge una distinzione fra queste due categorie. Noi in questi giorni siamo intervenuti a favore dei più fragili, di chi si trova in condizione di bisogno. Ed era giusto farlo. Ma la vulnerabilità è la condizione di chi, con una percentuale di probabilità superiore al 50 per cento, entro un determinato lasso di tempo potrebbe trovarsi fra quelli che oggi vengono  definiti fragili.
In questi giorni abbiamo sentito molti pareri, anche diversi, in merito agli effetti che il lockdown avrà sull'economia italiana e su quella mondiale. Si può dire ormai, almeno a grandi linee, quali saranno le principali emergenze che si dovranno affrontare nell'immediato?
R. - In primo luogo bisogna passare dal Welfare State alla Welfare Society: ammettere anzitutto che la salute non è un bene privato ma pubblico. Questo virus ce lo sta dimostrando chiaramente: se io mi ammalo finisco con il fare ammalare anche gli altri. Diventa un problema comune. Poi occorre passare dal modello  della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” alla “convergenza scuola-lavoro”, perchè i due mondi non sono alternativi. Nei progetti educativi bisogna introdurre il termine “conazione” (conoscenza e azione). Il sapere va usato in senso trasformativo. Oggi le imprese hanno fame di conoscenza eppure non riescono a impiegare chi la possiede. Naturalmente ciò comporta riscrivere l'architettura filosofica che è alla base della scuola. E' lo stesso concetto attorno al quale ruota il progetto educativo che il Papa ha inteso promuovere e che verrà rilanciato nei prossimi mesi. Un altro punto fondamentale è quello della deburocratizzazione. Nessuno ha l'onestà di dire che la burocrazia c'è per colpa di tutti i partiti politici, e sottolineo tutti,  che l'hanno creata a colpi di leggi a partire dagli anni '80 del secolo scorso in poi (il miracolo economico precedente si è potuto verificare proprio in assenza di questo genere di ostacoli). La burocrazia la si tiene in vita in virtù di quella che viene definita la rentseeking: non è altro che uno strumento per mantenere o estrarre rendita. Ecco, bisogna far partire una lotta senza quartiere contro le posizioni di rendita che si annidano nella burocrazia. Anche perché per mantenere il burocrate, per giustificare il suo stipendio, l'unico modo è fargli produrre carte su carte, in un processo autorigenerativo. Altro punto fondamentale è quello del tasso di imprenditorialità, che in Italia è calato molto: muoiono molte più imprese di quante ne nascano, e quando dicono “muoiono” mi riferisco anche a quelle che passano di mano ad aziende francesi o tedesche pur mantenendo il marchio formalmente invariato. C'è differenza fra imprenditorialità e managerialità. In Italia ci sono tanti bravissimi manager, abbiamo ottime e numerose business school. Il problema è che mentre il manager ha bisogno di tecnica, l'imprenditore ha bisogno di cultura, di alta cultura. E qui le nostre università hanno delle colpe, sfido chiunque a dimostrare il contrario. Infine c'è la questione della “tassazione promozionale”, quella che gli inglesi definiscono Optimal taxation theory: le tasse le deve pagare soprattutto chi ha rendita, non chi produce valore. Se questo facesse parte di un programma elettorale scommetto che la gente lo voterebbe in massa. Mi piacerebbe sapere cosa hanno da dire su questo punto i grandi fautori della meritocrazia...Se si fosse realmente meritocratici si dovrebbe essere d’accordo. Ma bisogna intervenire subito. Serve un think tank composto da esperti indipendenti, liberi da vincoli partitici, che  abbiano a cuore le sorti del paese e che nel termine di tre mesi siano in grado di elaborare un progetto.
Cosa ci ha insegnato, ci sta insegnando, questa pandemia, sotto il profilo dei rapporti economici e sociali?
R. - La lezione principale è che il modello liberista è il nemico numero uno. Fino a qualche tempo fa c'era chi ancora inneggiava al neoliberismo. O chi confondeva il globalismo con la globalizzazione, quando naturalmente si tratta di cose molte diverse. È sempre il vecchio concetto caro ad Adam Smith, secondo cui la marea quando si alza solleva tanto le imbarcazioni grandi quanto quelle piccole, la teoria secondo la quale in economia c'è sempre una mano invisibile che aggiusta  tutte le cose. C'è voluto il Papa con la Evangelii Gaudium a fare presente che non è così. Oggi chi ancora sostiene le posizioni neoliberiste o è un incompetente o lo fa in cattiva fede. La pandemia di questi giorni somiglia tanto  alla “distruzione creatrice” di cui parlava Joseph Schumpeter  nel 1912, quella che viene considerata la componente fisiologica del capitalismo, la cui ontologia ruota attorno appunto al principio darwiniano  del far morire per ricreare. Secondo l'economista austriaco, non c'è niente che si può fare per evitarlo. Il problema è che dalla dimensione economica questo principio si è spostato a livello sociale. E i più poveri, i più fragili, sono quelli che pagano. Lo vediamo in questi giorni, anche a livello sanitario, con la drammatica scelta di chi curare. Questo meccanismo va domato: la dimensione del creare deve prevalere su quella distruttiva, in modo che la prima possa compensare gli effetti della seconda. Ma sono certo che questo accadrà, perchè la gente sta aprendo gli occhi. Vede, bisogna distinguere sempre fra capitalismo ed economia di mercato. Dire che bisogna accettare il primo per salvare il secondo è una grande falsità. Dovremmo cambiare anche i libri di economia in uso all'università, che finora hanno insegnato questo. Poi naturalmente occorre continuare a lavorare anche sull'eccessiva finanziarizzazione dell'economia, che del resto è già entrata in crisi da tempo...
Didattica a distanza, smart working, telelavoro, ecommerce: meno tempo sprecato, meno inquinamento, maggiore efficienza. Sarà davvero questa l'eredità positiva che il virus lascerà al mondo o fatalmente si tornerà indietro?
R. - Se non fosse accaduto quello che è accaduto ci sarebbero voluti anni per convincerci ad andare in questa direzione. Ora, se non altro, possiamo dire che se dopo l'emergenza un'azienda non si adatta allo smartworking o al telelavoro la colpa è solo sua: la tecnologia, come si è visto, c'è e funziona senza particolari problemi. Purtroppo anche qui è ben presente la mentalità di cui si parlava prima, quella della rendita di posizione, del timore di usare criteri di valutazione diversi. Una trasformazione del genere farà cambiare anche i meccanismi di contrattazione collettiva e le relazioni industriali. Anche il mondo sindacale potrebbe venirne rinvigorito, a patto che i suoi esponenti ne siano all'altezza. Si dovrà essere pagati non in base al tempo di lavoro, ma in base ai progetti, imparare a valutare l'outcome, non l'output, il risultato finale, non il mero prodotto quotidiano.
Al momento comunque rimangono alcune note dolenti. O quanto meno alcune criticità. A suo parere come si sta comportando l'Europa? E' davvero a un bivio, come osservano in molti? Come ne uscirà?
R. - Ne uscirà rafforzata. Anche i paesi più ricchi della comunità si renderanno conto che occorre riscrivere i trattati, da quello di Maastricht a quello di Dublino. Di fronte a situazioni come quelle che stiamo vivendo, occorre prendere coscienza che non ci si può fermare all'unione monetaria ma occorre andare avanti. Torna anche qui il concetto di vulnerabilità: a un certo punto l'Europa si è sentita forte, meno fragile. Ma rimane al momento estremamente vulnerabile. Credo però, come già sta accadendo in questi giorni,  che gli antieuropeisti e i sovranisti, inevitabilmente, verranno messi a tacere. Almeno per qualche tempo.  I nazionalisti pretendono di essere interpreti del bene della nazione e degli interessi del popolo. La realtà ci dice invece che la salvezza è nella cooperazione.
Questo a livello europeo. In scala mondiale alcuni dei paesi più influenti o emergenti  sono guidati però da leader che nel passato si sono dimostrati un po' refrattari all'idea della cooperazione...
R.- In effetti, a livello mondiale sono un po' meno ottimista. La colpa anche qui è tutta occidentale. Siamo noi che abbiamo permesso che certi stati diventassero dei giganti economici, potenti ma fondati su linee di sviluppo così lontane da quelle proprie delle nostre democrazie e soprattutto così noncuranti dei diritti umani...Bisogna cambiare registro. E per  questo occorre un'Europa forte. Le potenzialità per primeggiare ci sono, ci sarebbero tutte. Eppure continuiamo ad azzannarci fra noi, a insistere su politiche di austerità che tra l'altro non hanno alcun vantaggio scientificamente fondato.
Quanto l'economia civile, l'economia verde, la microeconomia possono realmente costituire un'occasione concreta di sviluppo?
R. - L'economia civile è un paradigma teorico che viene rifiutato forse anche perché nasce in ambienti cattolici. Le sue caratteristiche sono semplici: non esclude nessuno dal mercato; afferma che il fine dell'agire economico è il bene comune, non il bene totale; afferma che l'ordine sociale è il frutto dell'interazione fra stato, mercato e società civile; non accetta il principio del “Noma”, dei Non-overlapping magisteria (la teoria secondo qui scienza e religione avrebbero aree di indagine diverse e non sovrapponibili, ndr). Quest'ultima è una teoria antica. Se ne può trovare origine sin dal  1829, quando Richard  Whatley, arcivescovo anglicano e professore di economia a Oxford, affermava che l'economia è una scienza neutrale che deve essere separata dall'etica e dalla politica. Un concetto antico ma assolutamente inaccettabile.
Chi a suo parere può assumere la leadership nel guidare questi processi innovativi?
R.- Questo è un falso problema. È l'uso che dà il metodo, secondo l'epistemologia: è una delle poche affermazioni di Kant sulle quali sono d'accordo. Prima di cercare il leader devi creare le coscienze. A quel punto il leader verrà fuori. Bisogna che la gente cambi, come dire, il mindset. Fece lo stesso anche Gesù, in fondo, affidandosi agli analfabeti, Pietro per primo, ed esortandoli ad andare in giro a convincere gli altri. Quando nelle persone inietti il desiderio del cambiamento, si è già a buon punto.