E se già la guerra in Ucraina sembrava in grado di innescare pericolose escalation, ancor più drammatiche sono le incognite che accompagnano il braccio di ferro iniziato il 28 febbraio scorso.
-di MARCO IMPAGLIAZZO
Guerra chiama guerra, barbarie chiama barbarie. Intanto oscure narrazioni – lo denuncia Tommaso Greco – certificano che «il diritto internazionale è superato», potenti interessi spingono verso «un nuovo ordine basato esclusivamente sui rapporti di forza», «l’informazione si è accodata al bellicismo della classe politica adoratrice della forza». Su tutto domina un impasto di propaganda e di tifo da stadio, una grande ignoranza della storia e delle sue lezioni, la raffigurazione del nemico come altro da noi, la rappresentazione della guerra come via per la pace, finanche la benedizione delle armi con un linguaggio parareligioso. E su questo punto è stato chiaro il cardinale Pizzaballa: « Dio non c’entra con giustificazioni pseudoreligiose alla guerra, è invece tra coloro che stanno morendo, che soffrono».
In questa temperie la
Chiesa è, come sempre nei tempi recenti, un’arca di umanità e di
ragionevolezza. Papa Leone parla di pace, «disarmata e disarmante», dall’inizio
del suo ministero. A Chicago ha fatto scalpore la dissociazione del cardinale
Cupich dal modo di raccontare l’aggressione all’Iran, e su Avvenire se
n’è parlato ampiamente.
Come la guerra in
Ucraina, il nuovo conflitto mediorientale è uno spartiacque cruciale nelle
relazioni internazionali, i suoi effetti si ripercuoteranno su di noi per
decenni. Ma ce ne rendiamo conto solo parzialmente. Sul Corriere della
Sera , Carlo Verdelli ha scritto: «Assistiamo, spettatori incuranti,
come se le sequenze di orrore quotidiano non fossero quello che sono: la fine
di un mondo, e il caos che precede l’inizio di un altro. Viviamo da comparse il
tempo del qui e ora, in un presente dissanguato di passioni. Ma a furia di
distogliere lo sguardo, contratta l’abitudine di fregarsene, di concentrarsi
sul proprio giardino, corriamo il rischio che arrivi qualcosa a sciuparlo quel
giardino. C’è una scritta su un muro, in inglese, che circola nei social, “ The
world burns while we scroll”, “Il mondo brucia e intanto noi
scrolliamo (lo schermo del telefonino)”. Il selfie perfetto su
quello che siamo o che siamo diventati».
È così. L’Italia ha
vissuto gli ultimi decenni da “sonnambula”, senza farsi toccare più di tanto
dal cambiamento d’epoca, sperando di cavarsela come se l’è sempre cavata nella
storia (almeno finora). Ma tutto ciò non è più possibile, mentre si vive «una destabilizzazione
planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità»
(Leone XIV). In un mondo impazzito, in cui nessuno pare in grado di
governare nulla – ma, d’altra parte, l’ordine precedente era più apparente
che reale, e si è disgregato per hybris e insipienza di chi
avrebbe potuto governarlo –, si tratta di svegliarsi dal torpore, smettere di
camminare verso l’abisso, prendere un’altra direzione, facendo emergere il
meglio da noi e dagli altri, ritornando a coltivare quell’umanesimo, quella
tensione unitiva, quella capacità di andare incontro all’altro, che hanno
regalato all’Europa il più lungo periodo di pace della sua
storia. Nella lettera del cardinale Cupich cui si è accennato c’è qualcosa
che parla anche a noi. Quando dice che «viviamo in un’epoca in cui la distanza
tra il campo di battaglia e il salotto di casa si è drasticamente ridotta».
È vero. Il caos è qui, è
già alle porte di casa. Ma possiamo evitare che ci annebbi la mente, che ci
oscuri la vista, che ci paralizzi il pensiero. Non dimenticando che, come disse
Kennedy nel giugno 1963, nel suo famoso peace speech, «i
nostri problemi sono stati causati dall’uomo, e dunque possono essere risolti dall’uomo».
Un discorso realista e al tempo stesso di speranza, la leva che può e deve
muovere i cuori non solo dei credenti ma di ogni uomo e donna a cui sta a cuore
le sorti del mondo.
Pensando anche a quale
eredità potremo lasciare ai tanti giovani che cercano, nell’inquietante nebbia
dell’oggi, un principio di futuro.
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