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lunedì 5 gennaio 2026

SERENDIPITY


 Il significato di Serendipity, l’affascinante parola inglese che celebra le piccole fortune inattese della vita

Serendipity è trovare qualcosa di prezioso senza cercarlo intenzionalmente. 

Scopri il significato di questa bellissima parola inglese, la sua origine e la sua importanza nella vita quotidiana.

 

-di Natalia Cristiano

 

Ci sono parole che non si limitano a descrivere un concetto, ma sembrano contenere interi mondi. Serendipity è una di queste. Non è soltanto un affascinante parola inglese, ormai adottata da molte lingue, ma un’idea complessa, sfaccettata, quasi una filosofia di vita. Evoca l’incontro con l’inaspettato, la scoperta non programmata, quei momenti in cui qualcosa di prezioso emerge mentre eravamo intenti a cercare tutt’altro, o magari mentre non stavamo cercando nulla di preciso.

In un'epoca che esalta l’organizzazione minuziosa, la produttività e il controllo costante, la Serendipity appare come una necessaria controcorrente. Ci ricorda che non tutto ciò che ha valore può essere pianificato, misurato o previsto. Al contrario, spesso le esperienze più significative arrivano quando smettiamo di forzare il percorso e lasciamo spazio a ciò che non avevamo previsto.

Se ripensiamo alle nostre vite con onestà, ci accorgiamo che molte svolte decisive sono nate “per caso”. Un incontro avvenuto in modo fortuito, una scelta fatta quasi per deviazione, un errore che si è rivelato più fertile di un successo. Dare un nome a questi eventi significa riconoscerne la dignità e il valore. La Serendipity suggerisce che il caso non è solo caos o disordine, ma può diventare una forma inattesa di dono.

In questo articolo esploriamo il significato di Serendipity, le sue origini, il suo ruolo nella scienza e nella cultura, e ciò che può insegnarci su come abitare il mondo con maggiore apertura, curiosità e consapevolezza.

Il significato di serendipity: oltre la semplice fortuna

La definizione comune di Serendipity come “scoperta fortunata e casuale” è corretta ma incompleta. Non si tratta semplicemente di fortuna passiva, di un evento fortuito che capita senza coinvolgimento. La vera serendipità nasce dall’incontro tra eventi imprevisti e una mente pronta a riconoscerne il valore. Richiede sensibilità, apertura mentale e la capacità di fare collegamenti tra cose apparentemente scollegate. In altre parole, è spesso l’atteggiamento di chi sa vedere oltre l’evidenza immediata, cogliendo opportunità che altri non percepiscono. 

Trovarsi davanti a qualcosa di prezioso mentre si cercava altro, o assistere a un evento imprevisto che spalanca nuove possibilità, può dipendere da una combinazione di attenzione, intuizione e prontezza di spirito. La serendipità non è quindi solo ciò che succede: è il modo in cui rispondiamo a ciò che succede. Due persone possono vivere la stessa coincidenza: una potrebbe ignorarla, l’altra potrebbe trasformarla in un’opportunità. In questo senso, il fenomeno ha molto a che fare con il modo in cui guardiamo al mondo. 

Origine del termine: una storia letteraria e geografica

Il termine Serendipity fu coniato nel 1754 dallo scrittore inglese Horace Walpole, celebre anche come autore e figura culturale del suo tempo. Walpole utilizzò questa parola in una lettera al suo amico Horace Mann per descrivere una scoperta inaspettata che aveva fatto, evidenziando come spesso gli eventi fortuiti possano portare a risultati di grande valore se accompagnati da sagacia e attenzione.

La parola deriva da Serendip, l’antico nome persiano dell’isola oggi chiamata Sri Lanka. Questo nome è a sua volta entrato nelle lingue occidentali attraverso forme arabe come Sarandib, derivate dal sanscrito Siṃhaladvīpaḥ, che significa “isola dei Singhalesi” o “isola del leone”.

Walpole si ispirò a una fiaba persiana intitolata I tre principi di Serendip, tradotta in italiano da Cristoforo Armeno e pubblicata a Venezia nel 1557. Nel racconto, tre principi compiono una serie di scoperte sorprendenti non perché le stiano cercando, ma grazie alla loro capacità di osservare, dedurre e interpretare indizi apparentemente insignificanti. Questo elemento di intuizione unito al caso fu ciò che colpì Walpole e lo spinse a creare un termine che potesse racchiudere questa combinazione di accidente e sagacia.

Nonostante sia nato in un contesto letterario, il termine ha via via assunto significati e applicazioni più ampi, fino a entrare nei lessici di molte lingue, tra cui l’italiano, dove si trova ormai nei dizionari con il significato di "La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.

Il metodo di apprendimento passivo dell'inglese consente di imparare nuovi vocaboli e regole grammaticali semplicemente guardando serie TV, leggendo libri o ascoltando musica nelle lingua straniera. Ti spieghiamo quali sono i vantaggi e i limiti di questa strategia.

Serendipity nella scienza

La storia della scienza offre numerosi esempi di serendipità applicata alla ricerca. Alcune delle scoperte più rivoluzionarie non sono nate da progetti intenzionalmente diretti, ma da osservazioni inaspettate che sono state riconosciute e valorizzate da menti aperte. Un famoso esempio è quello di Alexander Fleming, che notò una muffa in una piastra di Petri che stava inattivamente uccidendo batteri, portando alla scoperta della penicillina, un punto di svolta nella medicina moderna.

Altri esempi includono invenzioni come i Post-it, nati da un adesivo considerato inizialmente inutile, o la scoperta dei raggi X, emersi da osservazioni inattese durante esperimenti con tubi a raggi catodici. In ciascuno di questi casi, la differenza tra un evento casuale e una vera serendipità risiede nella capacità di riconoscere l’importanza del fenomeno e di trarne senso e opportunità.

Serendipity nella vita quotidiana e nella cultura

Nel contesto quotidiano la serendipità può manifestarsi in mille modi: un incontro casuale che cambia il corso di una relazione, una scelta fatta d’impulso che apre nuove prospettive, persino un errore che si rivela più fertile di un successo previsto. La cultura popolare ha spesso celebrato questo concetto attraverso racconti, romanzi e film. Un esempio celebre è il film Serendipity – Quando l’amore è magia (2001), in cui il destino e gli eventi imprevedibili giocano un ruolo centrale nel legare due persone.

In psicologia, filosofia e sociologia della conoscenza, si discute spesso di serendipità come attitudine, condizione di apertura verso l’imprevisto e modalità di relazione con l’ambiente circostante. Piuttosto che considerare il caso come semplice coincidenza, la serendipità invita a riconoscerne il potenziale creativo e trasformativo.

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sabato 15 novembre 2025

LA SPERANZA NASCE DALL'IMPREVISTO

 

Nel grande viaggio 
della vita 

la speranza

 nasce dall’imprevisto


Spesso, ad esempio alla fine della terza media, si ha il terrore di sbagliare scuola. A far paura è ciò che può spezzare la linea già tracciata

 Ma le crisi sono sempre anche opportunità

-         di MARCO ERBA

Filippo è giovane, esplode di entusiasmo, parla del suo lavoro con gli occhi pieni di luce. Lo incontro a un matrimonio, dopo qualche anno che non ci vediamo. È gioviale e accogliente come sempre. Ha un’energia contagiosa; una simpatia innata, che gioca sull’autoironia e ti mette a tuo agio. Filippo fa il prof di lettere. Insegna in un istituto tecnico. Parla volentieri del suo lavoro. È aggiornato, sul pezzo: ci racconta come usa l’intelligenza artificiale nella didattica, ma ne mostra anche i limiti. D iscutiamo di gestione della classe: lui ci parla dei suoi allievi più oppositivi, di come cerca di gestire la situazione entrando in relazione con loro, mettendocela tutta. Vede del buono in loro, crede nelle loro potenzialità. Vede del buono ovunque, in realtà, e il suo non è ingenuo ottimismo, è capacità di leggere le cose in profondità. Parliamo di letteratura e di cinema: lui si segna qualche titolo, me ne consiglia altri: vive la nostra chiacchierata come un’occasione preziosa, di arricchimento reciproco. Non è facile incontrare persone con cui confrontarsi con una tale intensità. Si finisce, tra prof di lettere, a parlare di Dante, ovviamente. Lui lo venera: atteggiamento molto comune nella nostra categoria. Poi butta lì quella frase, che apre uno squarcio inatteso: « Pensa che Dante lo odiavo con tutto me stesso. Odiavo Dante, ho scelto Lettere all’università per Dante!». « In che senso, scusa?» S i spiega meglio: « Alle superiori mi hanno bocciato due volte».

La bocciatura

Penso di aver capito male: «Come? Tu sei stato bocciato?» «Sì, due volte» ripete. E col sorriso, con leggerezza, racconta quel periodo così faticoso della sua vita. Era svogliato, faceva apposta a non studiare. Si trovava bene con i compagni e i prof ma, deliberatamente, non combinava nulla. Dante non gli piaceva per niente; anzi, lo detestava. Alle spalle aveva una situazione famigliare molto difficile: una rabbia e un dolore dentro che trasformava in superficialità, che scagliava contro sé stesso, che lo portava a danneggiarsi da solo. Poi, la svolta. Dopo la seconda bocciatura, si trova in una classe dove conosce un amico vero. Uno che lo accompagna, che diventa un punto di riferimento. « M i ha fatto da guida» dice, e fa strano pensare che quella guida era un ragazzo più giovane di lui. Conosce anche un prof appassionato di Dante, che non si capacita di come Filippo possa non amarlo. Un prof di lettere che gli testimonia una passione, che accende in lui una domanda. Che si apre alla relazione, che entra nella sua vita. E qualcosa si sblocca. « L e persone che ho incontrato mi hanno salvato» racconta oggi Filippo. « I miei problemi non si sono risolti con un colpo di bacchetta magica, ma quell’amico e quel prof mi hanno fatto capire che il mondo non era contro di me». E quando capisci che il mondo non è contro di te, smetti di distruggere e inizi a costruire, a partire dalla tua vita. Forse anche Sofia, una mia ex allieva, aveva la sensazione che il mondo fosse contro di lei. A scuola faceva molta fatica. Era una ragazza intelligente, capace, dotata di una sensibilità molto elevata, di una empatia preziosa. A scuola, però, continuava ad arrancare. Alla fine di uno scrutinio, noi docenti decidemmo all’unanimità di suggerirle un cambio di indirizzo. La proposta non fu presa bene né capita. Sofia si impegnava al massimo, era seria e rispettosa: perché prospettarle una cosa del genere?

Il successo

Alla fine il suggerimento fu accolto, anche se non fu un passaggio sereno. Sofia, nella nuova scuola, rifiorì. Sperimentò il successo, mise a frutto le sue potenzialità, imparò a credere sempre di più in sé stessa, trovò la sua strada. Tempo addietro, partendo da quella sua spiccata empatia, l’avevo invitata a pensare al proprio lavoro futuro in un ambito di cura degli altri. Lei mi aveva detto di amare i bambini, tanto che aveva pensato di fare l’insegnante. L a incontrai anni dopo, per caso. Aveva davvero intrapreso quella strada: dopo un tirocinio in una scuola elementare, la avevano assunta per alcune ore, faceva l’insegnante di sostegno. Era felicissima: andare al lavoro per lei era un piacere, prendersi cura dei bambini che le erano affidati era una gioia. Filippo e Sofia: due giovani insegnanti, pieni di passione e di fiducia, capaci di generare futuro. Filippo e Sofia, due persone che hanno trovato il loro posto nel mondo dopo anni travagliati. Sarebbero le persone che sono oggi senza quelle fatiche passate, senza le loro cadute, senza i loro insuccessi, senza le loro crisi? La domanda è probabilmente fuori luogo: i se e i ma non fanno la storia. Io credo però che molto della loro sensibilità, che tanto dei loro doni, sia frutto anche dei loro incidenti di percorso.

Il futuro

Spesso, quando sento gli allievi e i loro genitori parlare di futuro, mi rendo contro che ne parlano come di una costruzione lineare, come di un progetto da disegnare sulla carta e poi da eseguire esattamente così come è stato pensato. Come quando si costruisce una casa: l’architetto la disegna, pensa tutto, fino al dettaglio più piccolo, e poi la si realizza. P er questo così spesso, ad esempio alla fine della terza media, si ha il terrore di sbagliare, di non finire nella scuola giusta. Ciò che può spezzare il progetto fa paura, ciò che può mettere in crisi la linea già tracciata spaventa. Ma la crisi è sempre anche opportunità. In una bellissima poesia, « Prima del viaggio», Eugenio Montale racconta i numerosissimi preparativi che si fanno nel progettare ciò che accadrà, forse metafora del modo in cui noi tentiamo di controllare il futuro: « Si scrutano gli orari, / le coincidenze, le soste, le pernottazioni / e le prenotazioni »; e ancora «si consultano le guide», «si controllano / valigie e passaporti»; addirittura «si dà un’occhiata al testamento, pura / scaramanzia ». E poi? « E si parte e tutto è OK e tutto / è per il meglio e inutile ». Inutile, perché il futuro non si può mai dominare, pianificandolo. Il poeta conclude con una domanda: « E ora che ne sarà / del mio viaggio? / Troppo accuratamente l’ho studiato / senza saperne nulla. Un imprevisto / è la sola speranza. Ma mi dicono / che è una stoltezza dirselo ». Un imprevisto è la sola speranza. Il futuro non è uno schema: è una strada tortuosa di cadute, di incidenti che generano gioie inattese e incontri decisivi; una strada fatta anche di dolori che ci scavano dentro e ci rendono più profondi, più capaci di accogliere i nostri compagni di viaggio.

Insegnante e scrittore

Il futuro non è uno schema: è una strada tortuosa di cadute, di incidenti che generano gioie inattese e incontri decisivi. Una strada fatta anche di dolori che ci scavano dentro e ci rendono più profondi, più capaci di accogliere i nostri compagni nel cammino

 

www.avvenire.it

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lunedì 4 dicembre 2023

L'IMPREVISTO DI PERIFERIA


L'ITALIA, 

LE PAURE, 

IL 2050

-         di Marina Corradi

 

Si direbbe che abbiamo paura. La parola torna insistentemente nel rapporto Censis sull’Italia del 2023. Abbiamo paura di un sacco di cose: dei cambiamenti climatici, di una guerra, dei flussi migratori, di un default dello Stato. Sembriamo una famiglia invecchiata che rimpiange una stabilità e un benessere perduti. La sola paura non apertamente espressa dagli intervistati è quella del declino demografico, di tutte, però, la più oggettiva. Anno 2050, saremo in 4,5 milioni di meno. Già oggi i 18-34enni, quelli che entrano nel lavoro e hanno figli, sono poco più di 10 milioni, mentre nel 2003 superavano i 13 milioni. In vent’anni abbiamo perso tre milioni di giovani.

 Tre milioni di figli non pensati e attesi, o cancellati, perché si temeva di non poterli mantenere. Perché non c’erano più i nonni vicino a casa, ma nemmeno ancora i nidi. Figli che non sono nati nel mito di una autorealizzazione individualistica, nel fallimento dei matrimoni, figli che spaventavano giovani coppie dal lavoro precario. Tre milioni di meno. Dunque, una riduzione netta della popolazione attiva, e l’aumento verticale, in parallelo, degli ultrasessantacinquenni. Il declino segnalato dai cattolici per primi, trent’anni fa, va concretizzandosi.

 «Ciechi davanti ai presagi, passivi come sonnambuli», ci descrive il Censis. C’è del vero: a livello popolare la coscienza delle crisi c’è, ma come accompagnata da un senso di impotenza, soprattutto nei giovani; di rassegnazione, nei più anziani. Non appena sui media si allontanano le vertigini del Covid, della guerra in Ucraina e ora in Israele e a Gaza, sui tg un’onda di cronaca nera. Per non pensare? Poi come sempre conti pubblici al limite, multe dalla Ue, scontri, liti, e fra poco Sanremo, di nuovo. Mai uno sguardo a lunga distanza, uno sguardo più in là. Sarà perché di certe previsioni cupe non giova dire, nei programmi elettorali. Difficilmente una prospettiva più ampia su ciò che attende il Paese porterebbe dei consensi, e siamo nella politica dei “mi piace” sui social, dell’incasso immediato. Che faranno dunque gli italiani del 2050? Chi lo sa, mancano 26 anni, nel frattempo noi speriamo che ce la caviamo. Ma quegli italiani sono i nostri figli, e saremo noi, magari ottuagenari. Bisognosi di cure, e a volte con nessuno accanto. Di tutte le paure degli italiani, quel 70 per cento che teme per Sanità e assistenza ne ha buone ragioni. E si comprende anche il gran favore per l’eutanasia, che altro non è che tangibile paura. Triste destino per i baby boomers, gli italiani più vaccinati, nutriti e istruiti di sempre. Il posto super garantito, la pensione a sessant’anni. Una generazione che non ha visto la guerra e ha perso la spinta dei suoi vecchi, che ricostruirono il Paese.

 Inevitabile declino dunque? Le scienze statistiche si basano quanto è accaduto, e quindi sul ragionevole andamento di ciò che è prossimo. Tuttavia, mancano di una categoria fondamentale: non contemplano l’imprevisto. Il Covid, cinque anni fa, sarebbe sembrato fantascienza. I tank russi in Europa anche.

 Non necessariamente nella storia l’imprevisto è un disastro. Imprevisto era anche che un polacco sul soglio di Pietro scuotesse il Muro di Berlino. Sono gli uomini che fanno la storia, ma bisogna farli nascere e educarli. Un orto oscuro e paziente, nessun risultato per trent’anni. Poi, magari, nascono figli nuovi.

 Ci occorrono dei padri e delle madri, dei maestri e dei professori. Non solo “bravi” ma buoni, capaci di dare loro le ragioni del vivere. Maestre come quelle di una volta ci servono, che alle famiglie povere dicevano: questo, fatelo studiare.

 Ora, tutto ciò richiederebbe una tensione al bene comune. L’abbiamo ancora? Gli immigrati detti “invasori” vengono da guerra o miseria, e portano con sé, almeno in molti, la gran voglia di vivere di chi ha visto la morte. Chissà chi c’è, nella moltitudine di ragazzini che imparano ora l’italiano. Quanta voglia di ricostruzione e di pace potrebbero insegnare a noi, se noi da cristiani sapessimo dimostrare loro che la vita è buona, e ha un senso.

 «Un imprevisto è la sola speranza», scriveva Eugenio Montale, all’ultimo verso di una poesia su un viaggio totalmente programmato e scontato. L’imprevisto abita forse in aule di periferia, fra i ragazzi dei nostri oratori, nelle Maternità italiane piene di neonati cinesi o africani. Il 2050 sta già cominciando. Accogliere, volere bene, insegnare l’italiano, fare studiare i migliori. Un popolo si fabbrica così, è accaduto sempre: in quell’imprevisto tenace che è la vita, troppo grande per le statistiche.

 www.avvenire.it

 

mercoledì 5 gennaio 2022

STORIA. PROBABILITA' E IMPREVISTO


Fondamenti del metodo storico 

e dell’insegnamento 

della storia 

- di Fabrizio Foschi 

Nel primo libro de La guerra del Peloponneso, il grande storico greco Tucidide (V sec. a.C.) confessa che «i fatti concreti degli avvenimenti di guerra non ho considerato opportuno raccontarli informandomi dal primo che capitava, né come pareva a me, ma ho raccontato quelli a cui io stesso fui presente e su ciascuno dei quali mi informai dagli altri con la maggiore esattezza possibile» (Volume primo, libro I, 22). Con queste parole è indicato in via di una prima approssimazione il ruolo della storia (o meglio della storiografia): ricostruire il passato. E nello stesso tempo è indicato il compito dello storico: collocarsi il più possibile vicino all’origine dei fatti per raccontarli. Da una parte abbiamo un passato che chiede di essere ricostruito e dall’altra un soggetto, lo storico, che è investito del compito di dire la verità sul passato. Non ci sarebbe storia (anche in questo caso è meglio usare il termine storiografia) se non ci fosse coscienza del passato; allo stesso modo non ci sarebbe storiografia se non ci fosse amore per la verità. 

La differenza tra la storia e il romanzo storico, ci insegna Aristotele, prima ancora di Manzoni, è che la storia si occupa di fatti realmente accaduti, mentre il romanzo storico si occupa di fatti o situazioni inventate (in gran parte) dalla genialità del romanziere. Chi si accinge a fare storia, a insegnarla o semplicemente chi intende occuparsene per quanto episodicamente, prendendo in mano un bel libro di storia o appassionandosi a un periodo storico, non può, prima o poi, volente o nolente, non imbattersi nelle seguenti domande: come si raggiunge un passato che non c’è più? Come si può adeguatamente rimettere in sesto il passato in modo che la ricostruzione sia convincente? E soprattutto quale passato tentare di ricostruire in prima istanza? Prendiamo spunto dall’ultimo interrogativo (quale passato?) e riflettiamo sulla situazione degli studi storici in Italia, affidati alle università o agli enti di ricerca. Sul sito di un importante dipartimento italiano di discipline storiche (Università di Bologna) si leggeva fino a qualche tempo fa questo programma: «La storia raccoglie sistematicamente, classificando e raggruppando, i fatti del passato, in funzione dei suoi bisogni presenti. Solo in funzione della vita essa interroga la morte… 

Organizzare il passato in funzione del presente: tale si potrebbe definire la funzione sociale della storia» (Lucien Febvre). N ©Hartmut Steckert (Kanichfeld/Thüringen/Germany).  Cerchiamo di contestualizzare questa citazione. Febvre, insieme a Marc Bloch, fu tra i fondatori della scuola delle Annales che si prefisse il compito di smontare la storia di stampo positivistico facendola dialogare con le scienze sociali e trasfondendo in essa i metodi della psicologia, della sociologia e dell’economia. Eppure questo avvenne non senza che nuovi problemi epistemologici si aprissero. Una storia fossilizzata nei particolari non piaceva ai nuovi storici e non piace neppure a noi. 

Collocare gli eventi. Nell’approccio a qualunque argomento storico preferiamo indubbiamente la collocazione degli eventi entro grandi spazi temporali e geografici. Eppure, se perdiamo di vista gli avvenimenti, pur godendo di un “piatto storico” più ricco, rischiamo di ridurre la storia alla dimensione epistemologica della nostra domanda e del nostro orizzonte. In altri termini, dalla unilaterale esaltazione dell’oggetto dell’impostazione positivistica, si passa ad una altrettanto unilaterale esaltazione del soggetto della conoscenza storica, inteso come individuo, isolato da qualunque tipo di tradizione e sapienza pregressa. In effetti, la quasi totalità della ricerca storica attuale legge il passato in funzione del presente. Il presente non è più, in quest’ottica, il risultato di radici che affondano nel passato, ma al contrario è il passato che viene scrutato con una lanterna che si accende nel presente e che brucia il combustibile dell’oggi. Allora la ricerca storica (e di conseguenza la manualistica scolastica) tende a riprodurre nel passato gli stessi antagonismi del presente e a distribuire tra gli attori del passato le stesse parti che si intravedono nel presente. Gli imperi in questo modo diventano costruzioni imperialistiche, i ceti diventano classi, i missionari colonizzatori o colonialisti. 

Didattica della storia. Oggi, per esempio, è invalsa una certa didattica della storia che legge il passato in chiave globale, secondo formule tratte dal presente, come la dialettica tra un Nord del mondo ricco e un Sud povero e sfruttato. Si dimentica che per secoli il confronto che ha dominato la scena del mondo è stato non solo di tipo economico e militare, ma anche culturale, e che antichi imperi vasti tre volte tanto l’Impero Romano si sono estinti non solo per cause esterne, ma proprio per una sorta di mancanza interna di risorse spirituali. Ma tant’è, l’organizzazione del passato in funzione del presente è anche un potente catalizzatore di argomenti sui quali spendono le loro energie i giovani laureandi o dottorandi, impegnati sistematicamente in ricerche il cui titolo fa riferimento alle classi sociali o ai rapporti di potere nei vari periodi dell’antichità. 

La cosiddetta “cancel culture” è, pari pari, figlia di questa visione distorta, a voler essere generosi. C’è tuttavia un’altra prospettiva con cui si può guardare al rapporto col passato, quella per esempio indicata da Hannah Arendt quando afferma che «padroneggiare il passato è possibile solo nella misura in cui si racconta ciò che è accaduto» (L’umanità in tempi bui, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006, p. 78). Qui il passato non è da indagare a partire dal presente, ma in virtù del fatto che è possibile leggerne le tracce proprio in quanto passate. Nel caso della lettura del passato a partire dal presente avremo lo storico che con logica ferrea (o quasi) sottopone il passato al tribunale del presente; nel caso dello storico che si impegna a raccontare ciò che è accaduto, avremo lo storico che - a mo’ di Sherlock Holmes - prende in considerazione tutte le tracce, tutte le impronte, tutte le prove per individuare in esse un filo, una impostazione, una motivazione. La motivazione che regge le azioni. 

 Le ricerche archeologiche. Per fare un esempio di questo argomento potremmo fare riferimento alle ricerche archeologiche (l’archeologia è una delle madrine della storia) che hanno dato peso ai racconti sul diluvio universale presenti in molte culture antiche (compresa quella biblica). Fino a qualche tempo fa prevaleva tra gli storici accademici l’opinione che quei racconti fossero favole, leggende da trascurare. Oggi invece, come mostra per esempio la vasta esperienza di ricerca legata alla équipe dell’archeologo Giorgio Buccellati che ha indagato a fondo la Mesopotamia e il Medio Oriente, molti le interpretano come memorie o metafore di disastri locali effettivamente verificatisi. Questa seconda linea, che ha dato peso e credibilità alle tracce dell’uomo, si dimostra più proficua dell’altra, perché spiega per esempio il rapporto con l’acqua presente in molte civiltà antiche. Nella citazione della Arendt («padroneggiare il passato è possibile solo nella misura in cui si racconta ciò che è accaduto») c’è un altro fattore che deve interessarci in funzione della seconda domanda che ci siamo posti (come ricostruire adeguatamente il passato?), ed è la questione del racconto o della narrazione. Raccontare il passato non è più di moda: non facciamoci illudere dai facili racconti pseudo-storici che costituiscono la trama di tante produzioni filmiche o serie televisive più o meno romanzate e comunque da non disprezzare. 

 L’indicazione della Arendt è da prendere molto sul serio. Anche qui un esempio tratto dalla vita quotidiana. Se un certo giorno io chiedessi ad un mio alunno di indicarmi il contenuto della giornata precedente, molto probabilmente egli mi fornirebbe l’elenco delle azioni che ha compiuto (ho fatto questo, poi questo, poi questo ancora). Nel linguaggio dello storico tale operazione si chiama cronologia. Se gli chiedessi di disporre quella giornata sul modello del racconto (qual è il soggetto? Forse l’io in azione? E quale la ragione del suo muoversi nell’ambito di quella giornata?) forse troverebbe un filo di senso, magari potrebbe individuare nell’arco della giornata l’incontro (con un amico, con qualcuno, con un fatto più o meno eclatante) che ha dato alla giornata un senso. Nel linguaggio dello storico questa si chiama ricostruzione storica. In che cosa, dunque, consiste propriamente la ricostruzione storica? Il grande filosofo ed epistemologo 

Paul Ricoeur ha indagato sul fatto che la storia (la miriade delle azioni passate) diventa comprensibile, cioè umana, nella misura in cui viene dispiegata tramite la struttura del racconto (Tempo e racconto, La memoria, la storia, l’oblio). E un racconto presuppone un soggetto, delle azioni, delle finalità. Oggi nella storia che domina sulle pagine delle ricerche accademiche e dei manuali è scomparso il racconto ed è scomparso il soggetto. Non c’è l’Europa, non c’è la civiltà, non c’è la nazione. Prevale un generico mondo globale in cui tutto è indistinto. C’è bisogno invece di grandi raccontatori di storia, di storici che recuperino la profonda consonanza tra storia e racconto. Ovviamente, sempre tenendo presente la raccomandazione di Aristotele, che la storia si occupi di fatti realmente accaduti. L’appello di Aristotele ci spinge anche a rispondere alla prima questione nella quale ci siamo imbattuti: come si raggiunge ciò che è veramente accaduto nel passato? 

I documenti.  La risposta sembrerebbe ovvia: è con i documenti che si cattura il passato. L’analisi dei documenti che ci sono pervenuti ci offrirà una chiara percezione di ciò che si è verificato nel tempo più o meno lontano che ci precede. Ma attenzione, la domanda è: che cosa è “veramente” accaduto? In questo caso i soli documenti non bastano. Lo chiarisco con un ultimo esempio. Siamo nella Russia del 1920 e infuria la guerra polacco-sovietica. Gli eserciti polacco e sovietico si scontrano sulla Vistola e contrariamente alle previsioni i polacchi resistono e i sovietici si ritirano. La Polonia è salva, almeno fino al 1939. Che cosa è “veramente” accaduto? Alcuni storici si limitano ad esporre i fatti, altri riferendosi alla capacità dei polacchi di resistere e all’improvviso desistere dei sovietici parlano di “miracolo sulla Vistola”. Il miracolo sulla Vistola è una espressione che mette in rapporto il puro fatto con l’avvenimento di qualcosa di inaspettato e improvviso che accade, forse dovuto all’amore per la patria dei soldati polacchi, forse alla intelligenza di qualche generale polacco. Dunque, ciò che è “veramente” accaduto è qualcosa di inaspettato che lo storico può cogliere solo mettendo in rapporto il fatto con un orizzonte più ampio della pura e semplice cronaca. Il fatto, “quel” fatto, ha assunto per i contemporanei un significato profondo che lo storico può cogliere solo se si immedesima con questo significato; se il fatto non si può più ripetere, il significato resta però nella memoria e nella coscienza di un popolo, di una comunità: per sempre dunque si potrà parlare di “miracolo sulla Vistola”. 

 L’avvenimento fortuito è imprevisto, ma non estraneo alla storia, perché rientra nel gioco delle probabilità. È importante la prospettiva del significato dei fatti e c’è bisogno di storici che si mettano a disposizione di questa profondità. In conclusione, la storia si colloca in una posizione mediana tra l’arte e la scienza. Il metodo storico ha una sua particolarità, una sua specificità. Se si negano queste caratteristiche, ci si impedisce di conoscere il passato. E se non si tiene conto di queste caratteristiche non si può insegnare la storia in modo autentico.

LINEA TEMPO

lunedì 3 gennaio 2022

L'IMPREVISTO NELLA STORIA E NELL'INSEGNAMENTO DELLA STORIA


Una categoria fondamentale

 per comprendere la vita e la storia

 -         di Daniele Semprini

  1. Che la realtà non sia racchiudibile esaurientemente negli schemi concettuali del pensiero è dimostrato dalla realtà irriducibile dell’imprevisto.

1.1. Che cos’ è l’imprevisto? Come lo possiamo intendere? Che valore rappresenta per noi e che funzione può avere all’interno dell’insegnamento della storia?

L’imprevisto è ciò che accade nella nostra vita personale e comune come qualcosa che non solo non ci aspettiamo, ma che, tante volte, viene a scombussolare i nostri piani, i nostri tentativi di possedere i termini del nostro agire, delle nostre previsioni. Può sbaragliare sicurezze, mettere in crisi percorsi consolidati, aprire orizzonti inimmaginati.

Può essere costituito da fattori apparentemente irrilevanti (come una vite saldata male in un missile che esplode); o casuali, come la nebbia che scende ed impedisce di intraprendere una battaglia sentita come decisiva (quante volte accadde nel passato?) o da microelementi che mandano in tilt nazioni e popoli interi: come l’ultima pandemia.

Anche a livello personale la dinamica non cambia: pensiamo, progettiamo, organizziamo e poi … qualcosa va storto, cioè, in un senso diverso da come avremmo immaginato e voluto. Può succedere anche al positivo; accade qualcosa che ci sorprende: arriva un aumento di stipendio, desiderato, ma insperato.

Generalmente l’imprevisto è inteso come l’eccezione che conferma la regola: la regola sarebbe che la vita sta nelle nostre mani e che, eccezionalmente, ci sfugge e prende pieghe e strade impreviste appunto. Niente di più irreale di tale diffusa convinzione, frutto di un delirio di onnipotenza ormai massificato e banalizzato.

Una cosa, infatti, è che le nostre aspettative piccole e grandi normalmente si realizzino, un’altra è considerarci padroni della realtà, capaci di tenere in pugno gli eventi. Differenza fondamentale e da intendere bene: sto guidando la macchina per tornare a casa dal lavoro e sono tranquillo perché la scena ormai si sta ripetendo da innumerevoli volte. La mia tranquillità è ragionevole? Se è legata alla fiducia nell’esito finale prodotta da ciò che è accaduto finora può esserlo, ma, se dipendesse dalla certezza che nulla di negativo mi può succedere sarei evidentemente uno stolto o un presuntuoso.

1.2. Per entrare su di un terreno un po’ filosofico potremmo ripetere con Kierkegaard e gli esistenzialisti che la categoria fondamentale che descrive la struttura dinamica del reale è quella di possibilità. Tutto e il contrario di tutto può succedere. Il procedere delle cose è rappresentato non da una catena logicamente consequenziale (il famoso ET ET hegeliano), ma dal malandrino AUT AUT. Vorremmo, presumiamo che gli eventi possano scorrere secondo andamenti corrispondenti a ciò che il nostro cervello stabilisce ed ordina, ma le cose stanno diversamente. Quanti pensieri contraddetti dai fatti, quanti progetti, pur bellissimi e coerenti, crollati, quante teorie illustri smentite dagli uomini e dalla natura! La storia può apparire come il cimitero delle nostre illusioni.

 Sul piano storiografico possiamo ricordare il dibattito tra coloro che sostengono una visione della storia legata alla categoria di “struttura”, per cui il corso degli eventi è inesorabilmente determinato dal lento movimento di macrostrutture (economiche, sociali ecc.) e coloro che mettono l’accento sul fatto che l’andamento storico è costituito da eventi, dall’accadere continuo di fatti, spesso rapidi ed anche fortuiti che influiscono sullo scenario complessivo. Nella visione dei primi difficilmente c’è spazio per l’imprevisto, che diventa, invece, elemento famigliare nella concezione degli altri.

Lo spazio di ciò che non riusciamo a far rientrare nei nostri progetti e nelle nostre previsioni si è progressivamente ridotto nel corso dei secoli.

Se ci pensiamo, esattamente a questo livello si colloca il tentativo di noi moderni, tanto più nell’era dell’intelligenza artificiale, di aumentare il grado delle nostre certezze: nella capacità di enumerare e anticipare nei nostri progetti e nei nostri calcoli tutti i possibili imprevisti. La progettazione veramente efficace è quella che non solo organizza il piano, ma riesce ad inglobare in esso tutte le variabili che si possono immaginare. Eppure, anche nell’attuale pandemia da Covid 19, appare evidente che, con tutti gli sforzi mondiali degli scienziati, il virus continua a sfornare varianti… impreviste e che potrebbero mettere in discussione tutti i piani vaccinali.

Non sto facendo il tifo per la capricciosità del reale e non ritengo che il mondo sia caos, né tanto meno che la storia umana sia il regno dell’anarchia. Voglio, invece, fissare l’attenzione su di un fattore che, inadeguatamente considerato, altera tutta la percezione che abbiamo della vita e delle cose.

L’imprevisto fa parte normalmente della dinamica dei fatti e costituisce il tessuto ontologico della realtà. Quel che noi sappiamo, quel che noi progettiamo, quel che noi immaginiamo è tanto e nient’affatto irrilevante, ma ciò che c’è, ciò che accade e può accadere è sempre di più. Riconoscere il carattere “ordinario” dello “straordinario”, tuttavia, non significa abdicare alla responsabilità di noi uomini “fuorusciti dallo stato di minorità”, per dirla alla Kant, ma semplicemente essere realisti, rinunciando a quel delirio di onnipotenza che ci fa gridare allo scandalo se qualcosa non va secondo le nostre previsioni, sempre alla affannosa ricerca di colpevoli d’ogni specie e in ogni caso. Tra fatalismo giustificatorio e megalomania prometeica c’è un abisso.

In ogni caso non c’è nulla di più razionale e sensato che imparare da ciò che succede, anche se quel che succede non corrisponde alle nostre vedute.

A questo proposito è bene sottolineare che il progresso, in ogni campo, si sarebbe arrestato se non ci fossero stati uomini disposti ad imparare dall’accaduto, ad affermare il primato del fatto sul pensiero. Non è difficile capire come in tutta la storia dell’umana cultura ogni scoperta sia stata il risultato di un accadimento che si è imposto su quello che già si riteneva concreto e vero; ma questa “saggezza” vale anche nel campo dell’evoluzione delle diverse civiltà: diversi storici, ad esempio, esaltano come segno di grandezza dei romani la loro capacità di imparare di più dalle loro sconfitte che dalle vittorie. Del resto, lo storico inglese D. Landes lega la decadenza di tre grandi imperi, quello cinese, quello Moghul e quello turco ottomano alla loro presuntuosa chiusura, frutto di un’autosufficienza non disposta a farsi correggere da nulla. Nel campo della filosofia della scienza la teoria “falsificazionista” di K. Popper afferma che una asserzione è scientifica solo nella misura in cui è aperta alla contestazione di nuovi fatti che sopravvengono. E’ evidente che non si scarta una teoria in nome di elucubrazioni o in assenza di fatti rilevanti; ma tale criterio popperiano rappresenta oggidì il cuore del metodo scientifico.

 2. Che cosa ha a che fare il tema dell’imprevisto con l’insegnamento della storia?

2.1. La risposta può essere meglio impostata e compresa all’interno di un problema più ampio e radicalmente decisivo per l’educazione dei giovani. Partiamo da una ipotesi di lettura della situazione in cui versano le nuove generazioni. Qual è il problema dei problemi dei giovani d’oggi? Il rapporto con la realtà. Nel senso che tale rapporto è totalmente alterato fino al punto che, per un ragazzo, normalmente la realtà è ridotta a “ciò che sento, penso, immagino, desidero …”: siamo precipitati in un ultrasoggetivismo di massa!

Il reale, l’oggetto (l’essere!) coincide con il rimasuglio, o con la versione che il soggetto stabilisce. Ora è altrettanto evidente che tale mentalità non è frutto di una rivolta o di una fuga dalla realtà delle masse giovanili, soprattutto perché essa appartiene agli adulti prima che ai ragazzi. Ed è frutto di un lungo percorso della storia occidentale che occorrerebbe ricostruire, ma che, in sintesi, si può riassumere ed individuare nell’assunzione da parte del pensiero di un primato esorbitante nei confronti dell’oggetto, delle cose.

2.2. La modernità, fatta convenzionalmente iniziare col cogito cartesiano, è l’età che vede crescere ed affermarsi la centralità del soggetto nelle vicende storiche. Tale crescita ha portato con sé la risignificazione e la trasformazione di tutte le categorie qualificanti l’essere umano: la ragione, la libertà, l’affettività, la sua dimensione sociale e politica.

Paradossalmente, attraverso fasi che non è il caso qui di svolgere tematicamente, si è passati dalla persuasione di avere in mano tutte le chiavi per possedere razionalmente il reale (fino alla vigilia della Prima guerra mondiale) ad un momento di crisi profonda della ragione (il ‘900 con l’affermarsi della “ragione debole”). Il famoso aforisma di Nietzsche: “Non esistono fatti, ma solo interpretazioni” preludeva già ad un orizzonte in cui la mente è destinata a cedere alle possibilità contraddittorie che ogni argomentazione “vera” presenta e a naufragare nell’oceano delle opinioni, sostenute ed imposte magari con ogni tipo di forza, ma sempre più lontane da una ormai irraggiungibile “verità”. Il campo delle vicende umane diventa stabilmente il terreno di un conflitto di interpretazioni, che si può e si deve democraticamente organizzare, ma che resta proibito per   chi cerca con passione la verità, sforzo ormai considerato vano, inutile se non addirittura pericoloso e da combattere. Che poi i poteri forti siano riusciti e riescano ad omologare e a guidare le menti ed i comportamenti di intere società è altrettanto vero; ma ciò non solo non esclude, ma rende ancora più problematico lo stato di “debolezza” di rapporto con la realtà dei giovani.

Non si tratta di ripetere il solito ritornello sul relativismo, né di sognare con nostalgia un’età passata in cui tutto era chiaro, sicuro e solido. Il problema è molto più semplice e drammatico: attraverso una singolare eterogenesi dei fini, quella che era stata salutata come l’età degli uomini maturi, reduci pentiti e rinsaviti dalle tragedie dei totalitarismi e delle guerre, il tempo  delle generazioni che finalmente erano  uscite indenni perfino dalle tenaglie degli schemi delle grandi e tragiche ideologie contrapposte della guerra fredda,  sta vedendo la proliferazione di massa di menti giovani che, come profetizzò H. Arendt “ non sanno più distinguere il vero dal falso, il reale dall’irreale”; il che non è problema da poco , dal momento che l’illustre filosofa attribuiva tali caratteristiche ad un  soggetto umano  pronto e adatto per un regime totalitario !

Al di là di un’ulteriore analisi del fenomeno e dei fattori che lo hanno sviluppato fino alla abnorme situazione attuale, resta il dato di fatto: un giovane, oggi, di solito riduce tendenzialmente la realtà alla sua misura soggettiva, legata allo stato d’animo, alla voglia, alla decisione del momento. Questo almeno come “corredo di mentalità” che si porta addosso, suo malgrado.

2.3) Ritorniamo alla domanda iniziale: cosa c’entra l’insegnamento della storia col tema dell’imprevisto e quest’ultimo, adeguatamente compreso, può servire ad una inversione di rotta nella formazione giovanile?

La domanda ha una portata enorme e non è facile svolgere tutte le implicazioni che essa può avere sul piano contenutistico e metodologico; qualcosa si può accennare.

Il determinismo causale che impera in certi manuali, di qualunque genere siano ritenute le cause, certamente contribuisce ad inoculare nella mente dei ragazzi la convinzione che la storia, sostanzialmente, sia un processo di cui noi siamo e saremo gli artefici e gli interpreti assoluti. Oltre a non educare al peso che il fattore libertà detiene nelle vicende grandi e piccole, tale determinismo non comprende la dinamica profonda che sottende a tutti gli eventi.

Riprendiamo il concetto di imprevisto considerandone i molteplici significati possibili:

Può essere un “caso” (Francesco Ferdinando d’Asburgo che dopo aver scampato il primo attentato decide di tornare a vedere i feriti, passando solo per caso davanti a Gavrilo Princip)

L’eterogenesi dei fini: un certo progetto sfocia in conseguenze non previste, né auspicate (come in tante rivoluzioni)

L’apparizione di certi personaggi che cambiano il corso prevalente degli eventi (Giovanna d’Arco nella guerra dei Cent’anni)

Questa varietà di aspetti dell’imprevisto, ulteriormente arricchibile, è utile per capire i limiti di un certo razionalismo che fa confusione tra la storia mentre accade (evento storico) e la storia in quanto ricostruzione a posteriori (storiografia) pretendendo che nessi e ragioni della ricostruzione storiografica  abbiano una cogenza necessitante nel momento del loro accadere, togliendo di mezzo il ruolo del caso, dell’imperfezione e  della stessa libertà,  eliminando dalla visione della storia, in sintesi, la categoria della possibilità.

A tal proposito la libertà del soggetto umano è ciò che apre la realtà al possibile, rompendo meccanismi e previsioni, come, in modo emblematico, testimoniano certe figure di santi o di uomini straordinari come Gandhi. Essi agiscono spesso con criteri imprevedibili, che si discostano dalla logica comune, anche se è davvero impressionante l’ostinazione con cui tanti storici si affannano a far rientrare le loro motivazioni e i loro gesti in una strategia più comprensibile. Hanno cambiato la storia, ma spesso a partire da micro-cambiamenti apparentemente insignificanti. Senza scomodare i santi, basterebbe pensare al gesto del ragazzo cinese che si pone davanti alla fila dei carri armati cinesi in piazza Tienanmen o a tutti gli innumerevoli e sconosciuti verdurai che, come nell’apologo di Havel, si rifiutano di continuare ad esporre gli slogan del partito al potere insieme alla frutta e verdura.

Anche la storia delle nazioni è piena di imprevisti: basti pensare al movimento di Solidarnosc, nato in circostanze decisamente sfavorevoli, o alla decisione dei popoli ceco e slovacco di separarsi senza cruenti conflitti grazie anche alla mediazione del Presidente Havel; o, come ha segnalato una lettera anonima dal Myanmar, la protesta fino al martirio dei giovani di quel martoriato paese, giovani che, scrive l’anonimo cronista, apparivano come  una generazione perduta nel nulla consumistico agli occhi degli adulti.

 Se il fattore “libertà” esalta il lato soggettivo della questione, l’imprevisto riguarda la dimensione oggettiva dei processi fattuali. Educare a tale dimensione, aiutando a cogliere le “rotture” che normalmente accadono nello svolgersi dei fenomeni, anche grazie alla libertà, può formare una sensibilità aperta al riconoscimento del primato del fatto sul pensiero, di ciò che accade rispetto a quel che noi abbiamo stabilito che debba accadere. In ultima analisi, al primato dell’oggetto sul soggetto.

In questo potrebbe consistere uno degli aspetti della funzione educativa che l’insegnamento della storia potrebbe avere nei confronti di generazioni ammalate di iper-soggettivismo.

È chiaro che non si vuole deprimere il soggetto, o sottovalutare la capacità ed il compito che la ragione ha di rendere pensabile il reale, misconoscendo in tal modo la portata fondamentale che la centralità del soggetto garantisce per il bene dell’uomo. Il problema è un altro: che cosa ci può liberare dalla gabbia che noi stessi ci siamo costruiti esaltando in modo ipertrofico la nostra presa sulla realtà, fino a ridurla, teoricamente e praticamente, a “materia” informe delle nostre performances? Tale delirio prometeico, che sembra rappresentare una certa mentalità dominante, ha generato, in modo tragicamente paradossale, quella riduzione del reale al sentire pulsionale dell’io che devasta la vita e le relazioni di milioni di giovani. Due lati opposti della stessa medaglia, ma con una radice comune: una volontà di potenza, di dominio incapace di rispettare il mistero totale ed ultimo di tutte le cose. Volontà di potenza che, ripetiamo, si manifesta nel titanismo razionalista e nel suo opposto apparente dell’emozionalismo tipico delle nuove generazioni

Educare alla dimensione del mistero non significa cedere ad un irrazionalismo pseudo religioso, ma alla vera religiosità che consiste nel riconoscimento dell’incommensurabilità del reale, tanto più di quel pezzo di realtà che è l’uomo, alle nostre misure, atto supremo della ragione di fronte alla dignità di ogni individuo, riconoscimento del carattere indistruttibile, non manipolabile del tutto da parte di qualsiasi potere, delle esigenze che ne costituiscono l’assetto naturale ultimo. Esigenze di verità, di giustizia, di libertà, di significato che continuano ad “esplodere” lungo il corso della storia muovendo individui e popoli e che, adeguatamente comprese e presentate, aprono ad una visione plastica della storia, non imbalsamata in determinismi schematici e rappresentano la fonte permanente degli imprevisti più significativi.

L’imprevisto, in sintesi, rappresenta la rivalsa testarda della realtà, la sua irriducibilità agli schemi dentro cui la si vorrebbe inquadrare e pietrificare. Per questo è materia preziosa da trattare con riguardo, accortezza e speranza.

 Un insegnamento della storia che lo tiene in seria considerazione, sia nella formulazione dei contenuti che nei modi di trasmissione di essi, può contribuire ad una visione della realtà che restituisca a quest’ultima la sua “precedenza”, la sua capacità di sorprenderci con la sua ricchezza eccedente le nostre risposte preconfezionate, aiutando i giovani ad uscire fuori da quel narcisismo che li priva della possibilità di godere delle cose nella loro interezza, varietà e profondità.

È auspicabile che tale metodo di costruzione e di insegnamento della storia non si limiti a qualche esempio sporadico ed isolato, ma che si possa sviluppare ed allargare come concezione e prassi ordinaria per coloro che sono chiamati a lavorare nel campo di questa disciplina.

 

 Bibliografia:

S. Kierkegaard, Aut aut, Mondadori, Milano 1956.

F. Braudel, Scritti sulla storia, Mondadori, Milano 1989, pp. 34-53.

I. Kant, Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, UTET, Torino 1956, pp.141-49.

David S. Landes, La ricchezza e la povertà delle nazioni, Garzanti, Milano 2002.

K. Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 2010.

V. Havel, Il potere dei senza potere, Itaca, Faenza 2013.

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