La rivoluzione della valutazione descrittiva
Intervista
a Vincenzo Arte*, insegnante e autore di “Crescere senza voti
Imparare
non deve far soffrire i ragazzi. Per questo Vincenzo Arte, insieme ad alcuni
colleghi del liceo Morgagni di Roma, ha deciso di lanciare nel 2016 la Scuola
delle Relazioni e della Responsabilità. Addio ai voti come minaccia, più spazio
a valutazioni descrittive e autovalutazioni, utilizzo massiccio della didattica
cooperativa. Risultati? Meno emergenze per attacchi di panico, maggiore
autonomia dei ragazzi e coesione nelle classi.
Come
è arrivato all’insegnamento?
Mi
sono laureato in ingegneria elettronica, indirizzo informatico, e ho iniziato
subito a lavorare. Ero attratto però dal mondo della scuola, forse perché mia
madre era insegnante. Così ho fatto la SSIS, Scuola di Specializzazione
all’Insegnamento Secondario, e ho abbandonato la carriera da ingegnere
informatico, dove mi occupavo di formazione, per insegnare informatica ed
elettronica. Ho fatto la mia esperienza da precario, per circa sette anni,
vivendo una condizione di privilegio, dato che a poter insegnare quelle materie
eravamo in pochi e quindi molto richiesti. Poi nel 2007 sono entrato di ruolo
per matematica e fisica.
Perché
è passato a matematica e fisica?
Per
un motivo pratico, si poteva lavorare in molte più scuole. E poi perché mentre
insegnavo negli istituti tecnici mi ero accorto che i miei alunni andavano bene
nelle mie materie, ma in matematica prendevano voti bassissimi. Qualcuno
arrivava alla sufficienza, ma con enormi sacrifici. Sembrava che fosse
impossibile insegnare matematica senza far soffrire i ragazzi. Ecco la mia
sfida: insegnare bene la matematica, facendo stare bene i ragazzi.
Dove
insegna ora?
Al
liceo scientifico Morgagni, a Roma, dove insieme ad altre colleghe ho ideato e
seguito un progetto, che dura dal 2016 e si chiuderà nel 2028: la “Scuola delle
Relazioni e della Responsabilità”.
Lei
lo ha raccontato nel libro Crescere senza voti. Come è nato?
La
mia indole mi ha sempre spinto a insegnare in un certo modo: nella tesi finale
della SSIS avevo sostenuto che sarebbe stato bello insegnare facendo
autovalutare i ragazzi. Mi dissero che era impossibile. Insegnando mi sono
convinto sempre più che usare il voto in modo strumentale, a volte quasi come
minaccia, non dà risultati e suscita nei ragazzi grande disagio. Al
Morgagni c’erano spesso ragazzi con attacchi di panico. Poi c’erano i pianti
nei bagni, le scene disperate prima o dopo le verifiche. Io e qualche collega
ci siamo domandati perché la scuola fosse un luogo di tanta frustrazione e
rabbia. Allora abbiamo pensato a come realizzare una scuola funzionale, che
centrasse gli obiettivi didattici senza generare ansia. E nemmeno noia, l’altro
grande problema dei ragazzi a scuola. Abbiamo studiato altri esempi e ci siamo
ispirati al modello scolastico della Finlandia.
Perché
l’avete chiamata scuola “di relazioni e responsabilità”?
Sono
due termini cruciali. Il nostro obiettivo era di lavorare in classe in un clima
sereno. La didattica non passa per la relazione: è relazione.
Tra docenti e alunni, tra gli alunni stessi, e anche con i genitori. Tutti
devono stare bene perché possa esserci un apprendimento sano. Responsabilità,
in questo senso: non è il docente che deve ricattare o minacciare. Sono i
ragazzi che si devono mettere in gioco e capire che sono a scuola per compiere
un proprio percorso culturale, non per dare soddisfazione a genitori e
professori prendendo un bel voto.
Che
tipo di valutazione avete utilizzato nel vostro progetto didattico?
Durante
l’anno sempre la valutazione descrittiva, cioè un giudizio che delinea
competenze, progressi e punti di miglioramento, con il voto numerico
soltanto in pagella a fine quadrimestre o al termine dell’anno. Diamo
grande importanza alle valutazioni osservative, che non corrispondono ad alcuna
prova, ma che ci permettono il monitoraggio di comportamenti, abilità e
interazioni per valutare l’apprendimento. Io lavoro con i miei alunni e
posso dare un feedback sul registro scritto, valutando le attività svolte dallo
studente in un certo intervallo di tempo.
La
didattica non passa per la relazione: è relazione. Tra docenti e
alunni, tra gli alunni stessi, e anche con i genitori. Tutti devono stare bene
perché possa esserci un apprendimento sano.
Avete
dato spazio anche all’autovalutazione.
Si
può chiedere a un ragazzo di autovalutarsi dopo una prova, oppure alla fine di
un dato periodo. Si può chiedere loro di autovalutarsi sulla teoria o
sullo svolgimento degli esercizi, così come sulle competenze trasversali, sul
benessere a scuola, sulla responsabilità. Si può utilizzare l’autovalutazione
anche per il voto finale in pagella, così emerge subito se siamo in sintonia o
se c’è qualcosa che va chiarito.
Quali
metodologie didattiche avete utilizzato?
Abbiamo
cercato di mettere in pratica le indicazioni della pedagogia attiva.
L’apprendimento è funzionale, efficace e quindi duraturo se i ragazzi sono
attivi. La scuola italiana fa apprendere soprattutto a casa: in classe ascolti
la lezione e a casa memorizzi o ti eserciti. Ma a casa non c’è il docente ad
aiutarti. Le lezioni frontali le abbiamo ridotte al minimo, facendo
svolgere le esercitazioni in modalità cooperativa, perché facilita
l’apprendimento. Con il metodo jigsaw, ogni studente è responsabile
di una parte e la condivide con il gruppo per formare l’insieme, mentre la
didattica a stazioni, un altro metodo didattico cooperativo,
permette ai ragazzi di compiere attività diverse con molta autonomia. Li posso
invitare a guardare un video su un argomento, oppure a confrontarsi con un
compagno, lasciandoli liberi di scegliere cosa fare e in che ordine farlo.
Come
vi siete formati voi docenti per questo progetto?
Ci
abbiamo lavorato molto. Per la didattica a stazioni abbiamo fatto riferimento a
docenti già esperte, come Elena Conte e Annalisa De Stasi. Daniela Lucangeli,
professoressa di Psicologia dello sviluppo e dell’Educazione all’Università di
Padova, ci ha tenuto un breve corso di psicologia dell’apprendimento. Un
insegnante dell’Associazione Àpeiron, Mariella Colosimo, ci ha seguiti per un
anno, stimolandoci a lavorare sull’osservazione senza giudizio. Giudicare
sempre i ragazzi è una delle malattie professionali di noi docenti: lo facciamo
in continuazione senza rendercene conto.
Come
è stato accolto il vostro progetto di sperimentazione al Morgagni?
Chiamarla
sperimentazione non è del tutto corretto. Di fatto, la normativa italiana non
prevede in alcun modo i voti in itinere, si tratta di scelte didattiche di noi
docenti. Ma noi eravamo consapevoli che la nostra fosse una relativa novità nel
panorama italiano, e dunque abbiamo condiviso il progetto con le famiglie,
mentre chi è convinto che usare il 4 sia utile per stimolare i ragazzi a
studiare non si sognerebbe mai di chiedere il permesso ai genitori!
Siamo partiti con una classe, la prima G, abbiamo convocato ragazzi e genitori
prima dell’inizio dell’anno scolastico, raccontando cosa volevamo fare.
Soltanto dopo che tutti si sono detti d’accordo, siamo partiti. Dato il
successo formativo di questa prima classe, i genitori hanno chiesto alla
dirigente l’impegno di prolungare il progetto per tutti e cinque gli anni, fino
al diploma. Così è stato, e ogni anno partiva una nuova prima. Dopo tre anni,
su richiesta del collegio, è diventato un indirizzo vero e proprio, opzionabile
dalle famiglie.
Si
può chiedere loro di autovalutarsi sulla teoria o sullo svolgimento degli
esercizi, così come sulle competenze trasversali, sul benessere a scuola, sulla
responsabilità.
Perché
poi nel 2023 l’indirizzo è stato cancellato e il progetto abbandonato?
Per
un solo voto contrario del collegio docenti, 37 contro 36. I motivi sono
diversi: prima di tutto, alcuni insegnanti sono molto favorevoli ai voti e
non considerano normale una scuola che ne faccia a meno. Io penso che
nella decisione abbia influito negativamente anche il successo mediatico del
progetto, che è stato semplificato e raccontato in maniera fuorviante: il
Morgagni era diventato una “scuola senza voti”. Qualche collega si è arrabbiato
per questo.
Qual
è la situazione attuale?
Sono
rimasti gli ultimi tre anni, mentre le prime due classi della G presentano
didattica e valutazione tradizionali. Il progetto si sta spegnendo, nonostante
molti genitori stiano chiedendo alla preside di riattivarlo. Oggi,
comunque, ci sono molte scuole in cui si sta usando la valutazione descrittiva
e c’è grande richiesta di insegnanti che la sappiano valorizzare.
Durante
il progetto della Scuola delle Relazioni e della Responsabilità avete
collaborato con l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. In che modo?
Abbiamo
lavorato con Stefano Livi, che insegna Psicologia Sociale alla Sapienza e si
occupa di adolescenza, e con Guido Benvenuto, professore in Metodologia della
Ricerca Educativa alla Sapienza, uno dei docimologi più famosi in Italia,
esperto di metodi, criteri e affidabilità delle valutazioni scolastiche, che
avevo conosciuto negli anni della SSIS. Il monitoraggio prevedeva sessioni
di osservazione della didattica e interviste ai primi diplomati della sezione
G. Alcuni studenti, che a quel punto erano già all’università, hanno detto di
sentirsi più preparati di altri perché cinque anni di lavoro cooperativo
avevano insegnato loro a lavorare in gruppo. Il nostro progetto aveva stimolato
la coesione del gruppo-classe, relazioni più sane, maggiore responsabilità e
autonomia, riducendo l’ansia da prestazione.
Ha
modificato i suoi criteri di valutazione da quando si è interrotto il progetto
al Morgagni?
Io
insegno sempre con il mio metodo. La legge italiana non solo non impone
l’obbligatorietà del voto numerico in itinere ma prevede che la valutazione
debba stimolare i ragazzi a sapersi autovalutare per incrementare la loro
metacognizione. Inoltre, se si seguono le indicazioni della pedagogia attiva e
della psicologia dello sviluppo, il voto numerico durante l’anno è
sconsigliato.
Cosa
dovrebbe cambiare la scuola perché il benessere e l’apprendimento siano
realmente centrali?
Bisognerebbe,
secondo me, fare a meno dei voti e modificare la disposizione di banchi, sedie
e cattedra. Non serve rinunciare del tutto alle lezioni frontali, perché
la spiegazione del docente è necessaria, ma fare in modo che i ragazzi siano
sempre attivi in classe. E considerarli come persone. La Finlandia è stata
esemplare: ha formato gli insegnanti, pagandoli durante la formazione. Si è
trattato di un piano supportato da valutazioni pedagogiche, che ha permesso al
suo modello scolastico di compiere uno spettacolare salto qualitativo.
*Vincenzo Arte
Nasce
a Reggio Calabria nel 1965, a diciotto anni si trasferisce a Roma per laurearsi
in Ingegneria elettronica alla Sapienza. Dopo aver lavorato in aziende
informatiche e un passaggio al «manifesto», inizia a insegnare a Rebibbia nel
2001. Oggi è docente di matematica e fisica in un liceo scientifico di Roma.
Padre di due figli, eclettico e anticonformista, sa adattarsi ma anche
rivoluzionare il contesto che ha intorno. Lo ha fatto più volte, lo ha rifatto
nel 2016 con la scuola.
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