Visualizzazione post con etichetta iperprotezione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta iperprotezione. Mostra tutti i post

venerdì 31 luglio 2026

LA FATICA DI SINNER


 IL GUAIO 

della

IPERPROTEZIONE


 «Ammiriamo la fatica di Sinner, ma ai nostri figli puliamo il nasino a 20 anni». 

Paolo Crepet denuncia l'iperprotezione dei figli e l'uso passivo della tecnologia, indicando nella fatica e nell'autonomia due lezioni essenziali oggi.

 

Indice

1.    Il rischio di delegare il pensiero alla tecnologia

2.    Guarda il video sulla riflessione di Crepet

3.    Dalla comodità quotidiana alla perdita di autonomia

4.    Quando la protezione dei genitori diventa controllo

5.    La fatica di Sinner come modello educativo

Il rischio di delegare il pensiero alla tecnologia

Smartphone, algoritmi e intelligenza artificiale accompagnano ormai ogni momento della giornata, soprattutto quella dei più giovani. Suggeriscono cosa vedere, cosa leggere, chi seguire e perfino quali contenuti meritano attenzione. Ma, secondo Paolo Crepet, il rischio è che questi strumenti smettano di aiutarci e comincino a pensare al posto nostro.

Intervistato da Repubblica in occasione dell’uscita del libro Riprendersi l’anima, lo psichiatra e sociologo usa parole provocatorie: «L’IA ci fa scemi». Non è un rifiuto della tecnologia, ma un avvertimento contro il suo utilizzo passivo e senza consapevolezza.

Il problema nasce quando ci abituiamo a ricevere risposte immediate, senza più fare domande, cercare alternative o mettere in dubbio ciò che compare sullo schermo. Poco alla volta, affidiamo agli algoritmi le nostre scelte e rinunciamo a esercitare curiosità, spirito critico e autonomia.

Crepet richiama l’attenzione anche sullo scroll infinito, quel gesto automatico che può tenerci incollati allo smartphone per ore. Ogni minuto trascorso a scorrere contenuti rischia però di sottrarre spazio alle relazioni reali, alle conversazioni, alla noia creativa e alle esperienze vissute fuori dallo schermo.

La sua critica coinvolge quindi anche le grandi aziende tecnologiche, accusate di alimentare una società sempre più isolata e dipendente. Per Crepet, l’intelligenza non cresce seguendo suggerimenti personalizzati, ma nel confronto con gli altri, nel dubbio, negli errori e nelle esperienze che nessun algoritmo può vivere al posto nostro.

Dalla comodità quotidiana alla perdita di autonomia

La critica di Crepet riguarda anche abitudini apparentemente normali. Tra le sue provocazioni c’è la proposta di vietare il cibo a domicilio ai minori di 35 anni, per contrastare una comodità che rischia di trasformarsi in immobilità.

Sullo stesso piano si colloca la riflessione sull’uso dei cellulari tra i minori. Di fronte all’ipotesi di vietarli prima dei 16 anni, Crepet risponde ironicamente invocando un “divieto di stupidità generale”.

La sua provocazione arriva fino all’immagine di una telecamera inserita nel feto per pubblicare le immagini del nascituro. Dietro l’esagerazione c’è una critica alla sovraesposizione digitale, che porta a condividere ogni momento della vita.

Crepet teme anche una progressiva delega delle attività umane alle macchine. Si domanda se vogliamo davvero scuole, ospedali e competizioni sportive affidati ai robot, fino ad arrivare a quella che definisce una monarchia digitale.

Quando la protezione dei genitori diventa controllo

La perdita di autonomia non dipende però soltanto dalla tecnologia. Secondo Crepet, anche molti modelli educativi contemporanei contribuiscono a rendere i ragazzi meno capaci di affrontare difficoltà, responsabilità e fallimenti.

Lo psichiatra critica i genitori che controllano continuamente i figli, li accompagnano ovunque e intervengono per eliminare qualsiasi ostacolo. Li descrive provocatoriamente come ragazzi portati a scuola come pacchi Amazon.

L’iperprotezione, nella sua analisi, comunica una mancanza di fiducia. Se un giovane non viene mai lasciato libero di sbagliare, difficilmente potrà imparare a gestire la frustrazione e a misurarsi con i propri limiti.

Crepet collega proprio la difficoltà ad accettare rifiuti e fallimenti ad alcune forme di aggressività giovanile.

Evitare ogni problema durante la crescita non elimina il disagio, ma può renderlo più difficile da affrontare in seguito.

La fatica di Sinner come modello educativo

Da qui nasce il paragone con Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Crepet osserva che milioni di persone ammirano dal divano due atleti che conoscono bene il sacrificio, la disciplina e la rinuncia, mentre trattano i propri figli come se non fossero mai pronti a cavarsela da soli.

Il caso di Sinner mostra che l’impegno comprende anche la capacità di fermarsi. Dopo il secondo successo consecutivo a Wimbledon, il tennista ha rinunciato al Masters 1000 di Montreal per tutelare la propria salute, prendendo la decisione insieme al suo team.

Per Crepet, educare alla fatica non significa imporre sofferenza, ma insegnare a valutare le scelte, accettare i limiti e assumersi delle responsabilità. Sono competenze che si costruiscono attraverso esperienze reali, non evitando ogni difficoltà.

Il modello indicato dallo psichiatra è quello di giovani disposti a osare, viaggiare, cercare lavoro lontano da casa o affrontare imprese complesse. L’autonomia, nella sua visione, nasce dalla fiducia e dalla possibilità di mettersi alla prova.

Crepet paragona infine l’anima a un orto che deve essere coltivato. Relazioni, sensibilità, pensiero critico e coraggio non crescono automaticamente, ma richiedono attenzione, esercizio e libertà.

Redazione Studenti

Immagine



 

martedì 18 febbraio 2025

ADOLESCENTI FRAGILI


 Pellai: “Adolescenti i più fragili degli ultimi 60 anni”. 

L’allarme del pedagogista: “Genitori iperprotettivi crescono una generazione ansiosa”


Di redazione

“Gli adolescenti di oggi? I più fragili degli ultimi 60 anni”. Non usa mezzi termini il pedagogista Alberto Pellai, intervenuto ai microfoni di La Nuova Provincia, per descrivere la condizione emotiva dei giovani.

La causa principale? Un “allenamento alla vita” sempre più spostato dal reale al virtuale. L’uso precoce e pervasivo di dispositivi elettronici, spiega Pellai, ha sottratto ai ragazzi quelle esperienze fondamentali di gioco tra pari, di confronto diretto con le sfide quotidiane, che un tempo avvenivano “in cortile” e che erano cruciali per lo sviluppo di competenze emotive, cognitive e socio-relazionali.

Genitori “iperprotettivi” e la generazione dell’ansia

Il paradosso, sottolinea l’esperto, è che gli adulti, pur desiderando figli “vincenti”, li hanno resi incapaci di affrontare le difficoltà. L’iperprotezione genitoriale, l’intervento immediato al primo segno di fragilità, ha privato i ragazzi della possibilità di sperimentare, di “giocarsi le loro battaglie”, di apprendere dalle cadute. Il risultato è una generazione ansiosa, che guarda al futuro con timore, percependo più rischi che opportunità.

“Fare squadra” per un’educazione efficace

“Quando gli adolescenti guardano al futuro, invece che immaginare opportunità vedono rischi e pericoli”, afferma Pellai. Per invertire la rotta, il pedagogista lancia un appello ai genitori: riscoprire l’alleanza con le altre agenzie educative, in primis la scuola, e “fare squadra” con altre famiglie. Solo una comunità educante coesa, che accoglie e sostiene, può restituire ai giovani la fiducia in se stessi e la capacità di affrontare le sfide della vita.

La “generazione ansiosa” allo specchio: un libro per capire e agire

Il nuovo libro di Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, non è una semplice analisi del disagio giovanile, ma un invito all’azione. Come uno specchio, riflette la realtà di una generazione alle prese con livelli di ansia senza precedenti, offrendo al contempo gli strumenti per cambiare il proprio destino. Haidt, forte della sua esperienza di psicologo sociale e autore di bestseller, unisce ricerca accademica e stile divulgativo per svelare il “grande riprogrammamento” che sta plasmando l’infanzia e l’adolescenza di oggi. Lungi dall’essere osservatori passivi, i lettori diventano partecipanti attivi, parte del problema e, soprattutto, della soluzione.

Un’analisi a 360° dell’ansia giovanile

I dati presentati sono allarmanti: tra il 2012 e il 2018, il tasso di adolescenti con disturbi d’ansia è cresciuto significativamente, con un impatto ancora maggiore su ragazze e gruppi stigmatizzati. L’autore non si limita a fotografare la situazione, ma esplora le radici del problema, analizzando le dinamiche sociali, tecnologiche e culturali che alimentano la pressione su una generazione già gravata da elevate aspettative. Il libro sottolinea anche le conseguenze a lungo termine dell’ansia non trattata in adolescenza, come l’aumento del rischio di dipendenze e depressione in età adulta.

Social media, iperprotezione e il ruolo delle Big Tech

L’autore non risparmia critiche alle grandi aziende tecnologiche, accusate di insabbiare i rischi psicologici dei loro prodotti, paragonando le loro strategie a quelle dell’industria del tabacco. Con un approccio rigoroso, supportato da una solida base scientifica, il libro invita a una riflessione profonda sul presente e a un’azione concreta per tutelare il futuro dei giovani.

Orizzonte Scuola

Immagine

domenica 6 ottobre 2024

GENITORI e FIGLI


 Crepet: Oggi i genitori fanno cose da deficienti totali. 

Asciugano i capelli ai figli, tagliano la carne o girano lo zucchero dentro il caffellatte. 

A 30 anni saranno perfetti idioti”

Di redazione

 Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e scrittore di successo, continua a catturare l’attenzione di un pubblico giovane e variegato. Con una carriera costellata di bestseller, il suo ultimo libro, “Mordere il cielo”, affronta temi cruciali legati alle emozioni e alla comunicazione nell’era digitale.

 In un’intervista con Silvia Grassi, su Libreriamo.it Crepet offre spunti provocatori e riflessioni profonde sulla solitudine, l’omologazione e il ruolo dei genitori nell’educazione dei giovani.

 Crepet inizia la sua analisi parlando della solitudine che può derivare dall’interazione con le persone sbagliate. “La più grande forma di solitudine è passare il nostro tempo con persone sbagliate”, afferma. In un mondo in cui la tecnologia ci rende iperconnessi, il rischio di confondere le amicizie virtuali con quelle reali è palpabile. Secondo Crepet, la responsabilità non ricade solo sulla Generazione Z, ma anche sulle generazioni precedenti che hanno modellato il loro ambiente sociale.

 Un altro tema centrale dell’intervista è l’impatto degli influencer sulla società. Crepet osserva che “l’influencer è il capo dei conservatori”, sottolineando come la pressione sociale possa portare a una pericolosa omologazione. “Se ci sono influencer che hanno 20/30 milioni di ragazzi e ragazze che li seguono, è una sventura incredibile”, avverte. La preoccupazione di Crepet è che i giovani possano perdere la loro individualità, seguendo ciecamente le tendenze imposte dai social media.

 Quando si parla di educazione, Crepet non risparmia critiche ai genitori moderni. “Dire oggi consapevoli e autonomi è una bestemmia”, afferma, evidenziando come molti genitori tendano a proteggere eccessivamente i propri figli. “Devono insegnare ai figli a volare, non a rimanere in camera da letto”, sottolinea, esortando i genitori a dare ai giovani la possibilità di affrontare le sfide e superare i propri limiti: “Ora i genitori fanno cose da deficienti totali, addirittura girano lo zucchero dentro al caffellatte ai figli, fanno cose che erano inimmaginabili fino a 40 anni fa! Hanno l’idea di dover proteggere i figli da tutto e così quando avranno 30 anni saranno dei perfetti idioti, persone che non sanno fare niente, neanche pensare”.

 Crepet conclude l’intervista parlando della superficialità con cui molte persone affrontano i problemi educativi. “La gente vuole risolvere un problema complicatissimo nella forma più semplice e banale possibile”, osserva. Questo approccio, secondo lui, non fa altro che alimentare una cultura della superficialità, in cui le soluzioni rapide e facili diventano la norma.

 Orizzonte scuola



lunedì 16 settembre 2024

GENITORI ELICOTTERO


Cos’è il fenomeno dei “genitori elicottero” 

e perché è sempre più diffuso

Per alcuni esperti americani, i genitori moderni sono sempre più iperprotettivi e ansiosi, un atteggiamento che seppur in buona fede rischia di compromettere la capacità dei ragazzi di crescere e diventare indipendenti.

A cura di Niccolò De Rosa

 Con l'inizio delle lezioni universitarie, molti genitori ansiosi condividono sui social le loro preoccupazioni su come gestire la transizione dei figli al mondo accademico. Post social e richieste sui forum online mostrano infatti una certa tendenza da parte dei genitori non solo a domandarsi se debbano intervenire su questioni come i conflitti tra coinquilini, ma anche a chiedersi se sia il caso di attivarsi in prima persona per aiutare  i propri figli a fare amicizia.

 Negli Stati Uniti, dove l'inizio del collage rappresenta per la stragrande maggioranza dei ragazzi l'abbandono del nido familiare, questo fenomeno appare particolarmente diffuso, tra genitori che passano la prima notte al campus con i figli e madri che chiamano la polizia se la figlia non risponde al telefono.

 Un gruppo di esperti contatti dal sito americano di Fox News ha quindi provato a delineare un quadro che ormai riguarda sempre più la società occidentale (Italia compresa): l'inesorabile avanzata dei genitori elicottero.

 Chi sono i genitori elicottero?

Come il nome stesso suggerisce, i genitori elicottero sono madri e padri iperprottettivi, la cui presenza incombe in modo costante e invadente sulla testa dei figli per organizzarne ogni aspetto del quotidiano e risolvere ogni tipo di problema.

 I genitori elicottero temono infatti che ogni insuccesso – anche il più piccolo – possa irrimediabilmente turbare l'equilibrio dei propri figli e comprometterne il futuro. Per questo spesso svolgono i compiti scolastici al posto dei ragazzi, stilano la loro agenda settimanale e scelgono per loro impegni e attività extra-scolastiche.

 Secondo Gail Saltz, psichiatra e docente alla NY Presbyterian Hospital Weill-Cornell School of Medicine, molti genitori elicottero si identificano profondamente con il successo dei loro figli, vedendolo come una conferma della propria competenza genitoriale. Tuttavia, il controllo eccessivo impedisce ai ragazzi di sviluppare la sicurezza necessaria per affrontare autonomamente le difficoltà della vita.

 Adulti impiccioni o ragazzi troppo fragili?

Secondo esperti come il psicoterapeuta Jonathan Alpert, questo comportamento non è più raro ed è più legato all'ansia dei genitori che a un'incapacità dei giovani adulti di gestire le proprie situazioni.

 Alpert, intervistato da Fox News Digital, ha spiegato come molti genitori si rivolgano a lui per organizzare appuntamenti terapeutici per conto dei loro figli, sintomo di un desiderio di mantenere il controllo. Secondo il terapista, tale comportamento può rivelarsi dannoso, poiché impedisce ai giovani di sviluppare l'indipendenza necessaria per affrontare il mondo universitario e, sopratutto la vita reale nel mondo adulto.

 Le radici dell'ansia genitoriale e l'uso della tecnologia

Un aspetto rilevante di questa tendenza è l'uso crescente di sistemi di monitoraggio – anche istituzionali, come il registro scolastico elettronico – che permettono ai genitori di seguire in tempo reale i movimenti dei propri figli. Ciò alimenta infatti una sensazione di controllo che, se da un lato rassicura, dall'altro limita l'autonomia dei ragazzi.

 Jennifer L. Hartstein, psicologa e consulente, ha osservato che molti genitori soffrono di "ansia per l'ansia" e tendono a iper-reagire ai normali processi di adattamento dei loro figli al college, come la tristezza o l'insicurezza. Intervenendo continuamente, i genitori rischiano di impedire ai figli di diventare resilienti e costruirsi una propria capacità di risolvere i problemi.

 Per Hartstein, è dunque essenziale che i genitori imparino a frenare le loro reazioni emotive e ad aiutare i figli a gestire le proprie difficoltà, piuttosto che risolverle per loro. Solo così i giovani possono imparare a fronteggiare autonomamente i problemi e crescere come adulti competenti.

 "Sebbene possa sembrare più facile per i genitori intervenire e alleviare l'ansia dei genitori, in realtà ciò arreca un vero danno ai ragazzi" ha spiegato.

 Serve una "riconversione emotiva"

Per modificare questo inquietante scenario, lo psicoterapeuta Alpert suggerisce ai genitori di cambiare prospettiva e provare di vedere l'ingresso dei figli alla scuola superiore o all'università come un segno positivo: la prova che hanno fatto un buon lavoro come genitori e che dunque occorre fidarsi dei ragazzi per il prosieguo della loro vita.

 Se l'ansia è troppo forte, sottolinea Alpert, piuttosto che rivalersi sui figli i genitori potrebbero cercare il supporto di altri genitori che condividono le stesse emozioni, creando una rete di supporto reciproco. Questo sì che sarebbe un uso intelligente dei social media.

Link

Immagine

 

 

venerdì 5 luglio 2024

AIUTARLI A CRESCERE

BUONI NAVIGANTI

 Crepet, genitori e docenti formate giovani che siano "buoni naviganti che detestano la bonaccia". Il nuovo libro: "Mordere il cielo. Dove sono finite le nostre emozioni”

Bisogna rieducare i giovanissimi ad avere contezza delle proprie azioni, bisogna responsabilizzarli e non regalare loro “una bicicletta con pedalata assistita”...

 

In un’intervista alla giornalista Hoara Borselli lo psichiatra Paolo Crepet, attraverso la presentazione del suo nuovo libro “Mordere il cielo”, sottolinea l’importanza di alcuni aspetti concernenti l’educazione, i genitori e la scuola. In particolar modo si sofferma sul ruolo dei genitori. Rifare lo zaino ai propri figli è un gesto da genitore deficiente. Bisogna infatti rieducare i giovanissimi ad avere contezza delle proprie azioni, bisogna responsabilizzarli e non regalare loro “una bicicletta con pedalata assistita”.

 È fondamentale comprendere che cosa si intenda per “dignità della sconfitta”. Ogni giovane ragazzo deve essere curioso, deve sperimentare, deve cadere e sapersi rialzare, ci saranno salite e discese, come succede sempre nella vita, ma i genitori non devono tarpare loro le ali con ansia, preoccupazione, un eccessivo controllo che alla lunga diviene deleterio e spegne questi ragazzi. “Il controllo non deve essere superiore alla gioia”.

 Molti giovani adolescenti utilizzano alcol, cocaina e psicofarmaci (CLICCA QUI) prima dei 15 anni ed è proprio di qualche giorno fa la la notizia confermata direttamente dal Ministero. Situazioni di estremo allarme che ci indicano come il valore della vita, almeno agli occhi di molti giovani in numero sempre più crescente, si sia ridotto ai minimi termini. La vita è una e va salvaguardata. I ragazzi vanno educati sin da piccoli nel giusto modo e lo si fa responsabilizzandoli al rispetto della vita stessa, del prossimo e delle cose che ci accompagnano nel quotidiano.

 Il rifare lo zaino ai figli è l'esempio di come non educare. Di come sbagliare totalmente rotta. Di come educare partendo con il piede sbagliato. Crepet invita i genitori a ripartire con il piede giusto mettendo in luce un'azione che può sembrare semplice, il rifare lo zaino. Rifare lo zaino, gesto in prima battuta apparentemente banale, ma nel contempo significativo, è indice per un ragazzino dell'essere presente, essere sul pezzo, saper quale libro inserire, quali quaderni e tutto quel che serve. Vuol dire avere contezza di essere uno studente che va a scuola oggi.

 La vera rivoluzione oggi è riscoprire le emozioni nelle piccole cose, nella semplicità. Tutto ciò è possibile solo grazie alla nostra ironia, non bisogna mai prendersi troppo sul serio.

La nuova generazione non può e non dev’essere una generazione di giovani ereditieri: attendere supinamente ed ereditare qualcosa da qualcuno. Questo determinerebbe delle conseguenze estremamente negative. Genitori ed insegnanti rappresentano delle guide molto importanti, dei punti di riferimento, ma bisogna lasciare i giovani sperimentare e mettersi, giorno dopo giorno, alla prova. Ed ecco la necessità di essere “buoni naviganti che detestano la bonaccia”, sottolinea Paolo Crepet.

 info@ascuolaoggi.it

Mordere il cielo. Dove sono finite le nostre emozioni”

 Dove sono finite oggi le nostre emozioni? Chiederselo non è un esercizio retorico, ma un interrogativo necessario. Viviamo in un mondo nel quale guerre, migrazioni epocali e nuove emergenze contribuiscono a creare un senso di precarietà, spingendoci a credere che le uniche modalità plausibili per sopravvivere siano la negazione e la paura. Solo che la prima ci condanna all'indifferenza, la seconda ci paralizza. In entrambi i casi, finiamo per relegarci in una solitudine che accomuna giovani e adulti, vecchi e bambini. Siamo all'età dell'atarassia, dell'insensibilità? Il rischio c'è, ed è sempre più concreto. Ai nostri giovani insegniamo a rimandare il momento di fare i conti con la vita vera. Li condanniamo a crescere fragili e spaesati. Rivendichiamo una scuola senza voti, riscriviamo per loro fiabe in nome del «politicamente corretto», privandoli della possibilità di far maturare le loro emozioni. Perché le nostre emozioni vanno allenate ogni giorno, ma, per crescerle e allevarle, occorre saperle sfidare, non negarle né rinunciarci. Preferiamo invece colmare quel vuoto emotivo con il cinismo e affidarci ciecamente ai nuovi prodotti dell'intelligenza artificiale, che minacciano di depotenziare le nostre capacità fisiche, cognitive ed emotive, la nostra meravigliosa imprevedibilità. La maggior parte di noi non è consapevole di questa diffusa anestesia dell'anima, ciascuno si limita a godere dei privilegi e del benessere materiale rinchiuso nel proprio bozzolo. Ignorando che in questo modo l'umanità intera rischia di imbarbarire. Ma, per chi lo volesse cercare, l'antidoto c'è. È l'empatia. Condividendo ricordi personali, incontri e riflessioni, Paolo Crepet ci esorta con passione a ribellarci all'indifferenza, a non aver paura delle nostre idee e neppure dei nostri inciampi. Ci invita a riappropriarci con audacia, quasi con sfrontatezza, delle nostre emozioni per tornare finalmente a «mordere il cielo».

 Crepet, Mordere il cielo. Dove sono finite le nostre emozioni, ed. Mondadori, giugno 2024


 

 

lunedì 10 giugno 2024

NON SIATE IPERPROTETTIVI

 

 “Lasciate arrangiare i figli, non fategli lo zainetto di scuola o non accompagnateli in auto”.

 E sulla scuola: “Cosa c’è di così interessante nella normalità e mediocrità?”

 

Di redazione

Durante una tappa del suo spettacolo teatrale “Sei felice” a Venezia, ripreso anche su La7, lo psichiatra Paolo Crepet ha lanciato un accorato appello ai genitori: permettete ai vostri figli di vivere, sperimentare, cadere e rialzarsi. Solo così potranno diventare adulti liberi e realizzati.

Crepet ha criticato la tendenza di molti genitori iperprotettivi di oggi a voler “neutralizzare” le emozioni dei figli, privandoli di esperienze formative. “Abbiamo ucciso il gioco, che insegna a perdere e a vincere. Riempiamo le case di gomma e pavimenti antitrauma per evitare che si facciano male. Ma così impediamo loro di crescere”, ha detto lo psichiatra.

 Un altro bersaglio delle sue critiche è stata la scuola di oggi, che promuove tutti con voti alti senza vero merito. “Cosa c’è di così interessante nella normalità e mediocrità? I miei grandi maestri mi hanno insegnato ad andare a letto tardi perché ci si deve svegliare presto per inseguire i propri sogni.”

 Crepet ha esortato i genitori a non essere “serve” dei propri figli, assecondando ogni loro capriccio, ma a riappropriarsi del ruolo autorevole di guida. “Lasciateli arrangiare, non fategli lo zainetto di scuola o non accompagnateli in auto. Se non hanno voglia di fare niente, non finanziateli. Devono imparare ad avere autostima e a credere in sé stessi.”

 Il messaggio finale è stato di vedere gli sbagli e le inquietudini dei figli non come qualcosa da temere, ma come tappe naturali della crescita. “Nutritevi della loro voglia di libertà e ribellione. Solo così potranno diventare adulti curiosi, coraggiosi e pienamente vivi.” Parole forti che hanno scosso ed emozionato il pubblico.

 

Orizzonte Scuola