Visualizzazione post con etichetta alleanza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta alleanza. Mostra tutti i post

venerdì 10 aprile 2026

MINORI . CI VUOLE UN'ALLEANZA

 


Quelle 100mila storie che fanno dire a Telefono Azzurro: 

«Ci vuole un’alleanza»

«L’ascolto rappresenta un presidio essenziale di tutela, prevenzione e costruzione del futuro», lo ha detto Ernesto Caffo, iniziatore e presidente della storica fondazione, a conclusione della seconda edizione della Giornata nazionale dedicata proprio all'apertura all'attenzione verso i più piccoli e i loro bisogni. E propone «un’alleanza sistemica tra istituzioni, famiglie, scuola, aziende e mondo della comunicazione». A Milano, Roma e Palermo gli eventi principali, cui hanno preso parte tanti studenti e studentesse. Dal 1987, ascoltati e accompagnati oltre 95mila bambini e adolescenti 

-di Alessio Nisi

 Ogni «voce ascoltata è un passo concreto verso un futuro più giusto e più umano. Un bambino ascoltato sarà davvero un adulto sereno». Con questa riflessione del fondatore e presidente della Fondazione Sos Telefono AzzurroErnesto Caffo, è sceso il sipario sulla seconda edizione della Giornata nazionale dell’ascolto dei minori, promossa dal Parlamento e che Telefono azzurro ha intitolato quest’anno Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno.

Parla a ragione veduta il fondatore e presidente della storica organizzazione: proprio nell’evento centrale, quello dalla sede del Cnel a Roma, il neuropsichiatra infantile ha ripercorso anche l’impegno, dal 1987 a oggi, di Telefono Azzurro, che ha visto quasi 100mila bambini e adolescenti, 95.459 per l’esattezza, ascoltati e accompagnati nelle loro difficoltà.

Le altre città in cui si è svolta la Giornata sono state Milano, dove l’evento è stato ospitato a Palazzo Lombardia e sono intervenute anche esperienze come Fondazione Asilo Mariuccia e Fondazione Cometa, e Palermo, dove si è lavorato, nella Biblioteca dell’archivio storico comunale.

Al centro dei lavori, il valore dell’ascolto come strumento di tutela, prevenzione e crescita, in un momento in cui i dati confermano un aumento significativo del disagio psicologico tra i giovani. Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno ha rappresentato non solo un’occasione di confronto, ma anche un esercizio concreto di partecipazione: gli studenti sono stati parte attiva del dibattito, ponendo domande dirette ai relatori e contribuendo con riflessioni e testimonianze sul proprio vissuto quotidiano.

Nelle tre città, elemento comune è stata la grande partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, esperti, studiosi e, soprattutto, studenti e studentesse tra i 12 e i 17 anni.

Un’alleanza sistemica in difesa dei minori

Un evento cerimoniale? Niente affatto. L’appuntamento è stato l’occasione per una riflessione sul tema. A tirare le somme, lo stesso Caffo. che dalle argomentazioni di esperti, istituzioni e soprattutto dai dati ha delineato le priorità operative per rendere la tutela dei minori sempre più tempestiva e vicina ai ragazzi.

La strategia futura punta su «un’alleanza sistemica tra istituzioni, famiglie, scuola, aziende e mondo della comunicazione. In questo modello, il digitale assume un ruolo cruciale come ponte verso l’aiuto, capace di abbassare la soglia di accesso per i più giovani utilizzando linguaggi a loro familiari e garantendo una presenza più continua nel passaggio dalla richiesta di supporto alla tutela effettiva».

L’obiettivo è trasformare l’ascolto da ricezione passiva a risposta attiva, creando un ecosistema sicuro e non giudicante dove ogni segnale di disagio possa essere accolto e trasformato in un percorso di crescita condivisa e protezione concreta.  

Prima che la sofferenza si radicalizzi

«Ascoltare non è mai un atto neutro», sottolinea sempre Caffo, «è il momento in cui il silenzio diventa parola e il disagio può finalmente emergere. Riconoscere bambini e adolescenti come soggetti di diritto e di ascolto significa offrire loro uno spazio reale in cui essere compresi prima che la sofferenza si radicalizzi.

Oggi più che mai, di fronte a un disagio sempre più complesso tra salute mentale, relazioni e dimensione digitale, riflette ancora, «l’ascolto rappresenta un presidio essenziale di tutela, prevenzione e costruzione del futuro».

I dati

Si diceva, i dati. Telefono azzurro ha diffuso i numeri più recenti del Dossier 2025 del servizio di ascolto 1.96.96, che nel corso del 2025 ha registrato un quadro di forte complessità e crescita delle domande di aiuto. Il rapporto delinea un quadro critico in cui la salute mentale, le difficoltà relazionali e i rischi del mondo digitale rappresentano i principali motori della richiesta di aiuto tra i più giovani.

Secondo il dossier, quasi l’88% dei casi gestiti dal servizio si concentra su quattro aree chiave: salute mentale (35,3%), difficoltà relazionali (28,5%), abuso e violenza (18,2%) e rischi legati a Internet (6,1%). Aumentano, inoltre, le situazioni multidimensionali, in cui più forme di disagio si intrecciano: un caso su cinque combina disagio psicologico, fragilità relazionali e vulnerabilità online.

Il rapporto evidenzia come l’emergere di nuove forme di vulnerabilità legate all’Intelligenza Artificiale Generativa. Tra i rischi segnalati figurano la produzione di immagini e video realistici a scopo di umiliazione (come foto generate tramite intelligenza artificiale che ritraggono i minori in pose sensuali o esplicite) e l’uso di strumenti intelligenza artificiale come surrogati relazionali o supporti emotivi.

Benessere, tecnologia e nuove sfide

Rivedi la Giornata dell’ascolto di Telefono Azzurro

Durante i dibattiti di Roma, Milano e Palermo, articolati in tre sessioni tematiche (benessere psicologico, generazioni in trasformazione e social media e intelligenza artificiale) gli studenti hanno dialogato con rappresentanti delle istituzioni, esperti di media education, psicologi, docenti e membri del mondo associativo. Tra i temi affrontati, il rapporto tra salute mentale e vita digitale, le transizioni generazionali e la necessità di contrastare il rischio di isolamento, sfiducia e solitudine nei più giovani.

Dal dibattito è emersa la sfida che le istituzioni sono chiamate ad affrontare: riconoscere i giovani non solo come destinatari di politiche, ma come protagonisti attivi nelle scelte che li riguardano. Un impegno che richiede di costruire spazi di partecipazione reale, in cui le nuove generazioni possano esprimersi e contribuire concretamente all’indirizzo delle azioni future.

Parlano le istituzioni

A Roma, dalla sede del Cnel, il presidente Renato Brunetta ha aperto i lavori sottolineando l’importanza di «una società capace di ascoltare e valorizzare la parola dei più giovani come parte integrante del processo democratico», mentre dal Senato il presidente Ignazio La Russa ha ribadito il valore dell’ascolto «come cardine della tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti». Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha poi definito l’ascolto come presupposto essenziale affinché «famiglie, scuole e istituzioni possano intercettare tempestivamente segnali di malessere o pericolo e rispondere in modo efficace alle richieste di aiuto dei ragazzi».

www.vita.it


sabato 7 marzo 2026

I CAMMINI DELL'EDUCAZIONE

 


Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un mondo di conflitti

 

-diAntonella Palermo - Città del Vaticano

 

Davanti ai tanti milioni di bambini nel mondo ancora senza accesso alla scolarizzazione primaria, e alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata da guerre, migrazioni, diseguaglianze e diverse forme di povertà, come è interpellata l’educazione cristiana? Sono solo alcune delle domande da cui prende le mosse Papa Leone XIV nella sua Lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” firmata ieri, 27 ottobre, e oggi diffusa, in occasione del 60mo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis. Un testo, sottolinea Leone, che in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato come quello attuale, “non ha perso mordente”, anzi mostra “una tenuta sorprendente”.

Quel messaggio di slancio delle comunità educative a costruire ponti in modo da offrire, con creatività, formazione professionale e civile a scuola e in università, si rivela oggi infatti quanto mai valido e urgente, afferma il Papa. La direzione da seguire è pertanto quella già indicata nel documento del Vaticano II che ha dato origine a una costellazione di opere e carismi, patrimonio spirituale e pedagogico prezioso.

Spiccato è il dinamismo che attraversa la Lettera di Leone XIV che invita a usare i carismi educativi sempre come risposta “originale” ai bisogni di ogni epoca. Citando Sant’Agostino - il quale aveva compreso che il maestro autentico suscita il desiderio della verità, educa la libertà a leggere i segni e ad ascoltare la voce interiore -, il Pontefice accenna al contributo che nei secoli è stato maturato in questo ambito: dal Monachesimo, capace, anche nei luoghi più impervi, di portare avanti questa tradizione, all’opera degli Ordini Mendicanti, e alla Ratio Studiorum in cui confluirono il filone della scolastica e quella della spiritualità ignaziana. Ricorda poi l’esperienza di San Giuseppe Calasanzio con le scuole gratuite per i poveri, quella di San Giovanni Battista de La Salle, con l’attenzione ai figli di contadini e operai a cui si sarebbero dedicati i Fratelli delle Scuole Cristiane, e ancora l’impegno di San Marcellino Champagnat a superare ogni discriminazione nell’opera educativa, quello storico di San Giovanni Bosco con il suo “metodo preventivo”. Non tralascia, il Papa, di nominare il coraggio di tante donne che, ricorda, hanno aperto varchi per le ragazze, i migranti, gli ultimi: Vicenza Maria López y Vicuña, Francesca Cabrini, Giuseppina Bakhita, Maria Montessori, Katharine Drexel o Elizabeth Ann Seton.

L’educazione cristiana è opera corale

Ci tiene molto, il Papa, a sottolineare l’importanza del “noi”, a ribadire che “nessuno educa da solo”: nella comunità educante il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. La ripresa del pensiero di San John Newman – che proprio nel contesto del Giubileo del mondo educativo viene dichiarato co-patrono insieme a San Tommaso d’Aquino – è qui particolarmente pertinente per “invitare – spiega il Papa - a rinnovare l’impegno per una conoscenza tanto intellettualmente responsabile e rigorosa quanto profondamente umana”. Nel mettere in risalto la vivacità da alimentare negli ambienti educativi, afferma che occorre “uscire dalle secche col recuperare una visione empatica e aperta”. E aggiunge:

Non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato.

Educare è un compito d’amore, ricorda il Successore di Pietro che parla dell’insegnamento come di “un mestiere di promesse” giacché si promette tempo, fiducia, competenza, giustizia, misericordia, coraggio della verità, balsamo della consolazione.

Una persona non si riduce a un algoritmo

Nella Lettera apostolica Leone XIV riprende quel concetto centrale contenuto nel documento conciliare che mette in guardia da ogni riduzione dell’educazione ad “addestramento funzionale o strumento economico” e ribadisce che “una persona non è un ‘profilo di competenze’, non si riduce a un algoritmo prevedibile, ma un volto, una storia, una vocazione”. E insiste:

L’educazione non misura il suo valore solo sull’asse dell’efficienza: lo misura sulla dignità, sulla giustizia, sulla capacità di servire il bene comune.

Ricostruire la fiducia in un mondo di conflitti

Secondo una visione che non vuole essere meramente nostalgica ma ben radicata al presente, il testo di Papa Leone usa la metafora delle stelle nel firmamento per dire che i principi a cui si fa riferimento sono “stelle fisse” e “dicono che la verità si cerca insieme; che la libertà non è capriccio, ma risposta; che l’autorità non è dominio, ma servizio”. Da qui ancora la riaffermazione di non costruire muri, di educare alla mondialità e alla concordia tra persone e popoli:

L’educazione cattolica ha il compito di ricostruire fiducia in un mondo segnato da conflitti e paure, ricordando che siamo figli e non orfani: da questa coscienza nasce la fraternità.

Intrecciare fede, cultura e vita

L’accento posto sulla centralità della persona nell’opera educativa – come Papa Francesco evidenziava anche nella Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona -, porta il Pontefice a un ricordo personale che lo riporta alla sua missione in Perù, nella “amata diocesi di Chiclayo” dove, racconta, visitando l’università cattolica San Toribio de Mogrovejo, rassicurava la comunità accademica: non si nasce professionisti – diceva all’epoca -, ogni percorso universitario si costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo sacrificio. Torna ancora il modo di concepire da un lato la scuola cattolica e dall’altro il corpo educante, tenuto conto che non bastano gli aggiornamenti tecnici per ritenersi al passo coi tempi, ma sempre è necessario il discernimento:

La scuola cattolica è un ambiente in cui fede, cultura e vita si intrecciano. Non è semplicemente un’istituzione, ma un ambiente vivo in cui la visione cristiana permea ogni disciplina e ogni interazione. Gli educatori sono chiamati a una responsabilità che va oltre il contratto di lavoro: la loro testimonianza vale quanto la loro lezione. Per questo, la formazione degli insegnanti — scientifica, pedagogica, culturale e spirituale — è decisiva.

Fare rete, la famiglia resta il primo luogo educativo

L’espressione “alleanza educativa” che ricorre nel testo della Lettera è emblematica per precisare quanto la famiglia non possa essere sostituita da altre agenzie educative: si tratta di collaborare e di essere consapevoli che la priorità educativa attiene a questo nucleo.

Necessari sono l’ascolto, l’intenzionalità, la corresponsabilità: “È fatica e benedizione: quando funziona, suscita fiducia; quando manca, tutto si fa più fragile”. Del resto, lo stesso Concilio pone questa responsabilità dei genitori a fondamento di una sana istruzione. Se il mondo è interconnesso anche la formazione deve esserlo, promuovendo la partecipazione a ogni livello e abbandonando rivalità retaggio del passato e unendo ogni sforzo per una sana e fruttuosa convergenza tra scuole parrocchiali e collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti, piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. Ciò che conta, secondo la visione di Papa Leone, è coordinare la pluralità dei carismi per comporre un quadro “coerente e fecondo”, facendo tesoro di eventuali differenze metodologiche e strutturali le quali vanno considerate delle risorse, non delle zavorre.

Il futuro ci impone di imparare a collaborare di più, a crescere insieme.

 L’educazione cattolica unisca giustizia sociale e ambientale

L’obiettivo da cui non bisogna scostarsi è quello della formazione integrale della persona, in cui la fede viene considerata non “materia aggiunta”, ma “respiro che ossigena ogni altra materia”. Solo così, specifica la Lettera, l’educazione cattolica diventa “lievito” per un umanesimo integrale che abiti le domande del nostro tempo. E il nostro tempo, purtroppo, segnato in più parti dalle guerre, chiede proprio un’educazione alla pace che, si precisa ancora una volta, non è assenza di conflitto ma “forza mite che rifiuta la violenza. Un’educazione alla pace ‘disarmata e disarmante’ insegna a deporre le armi della parola aggressiva e dello sguardo che giudica, per imparare – sottolinea il Vescovo di Roma - il linguaggio della misericordia e della giustizia riconciliata”.

Dimenticare la nostra comune umanità ha generato fratture e violenze, e quando la terra soffre, i poveri soffrono di più. L’educazione cattolica non può tacere: deve unire giustizia sociale e giustizia ambientale, promuovere sobrietà e stili di vita sostenibili, formare coscienze capaci di scegliere non solo il conveniente ma il giusto.

 Le tecnologie servano la persona, senza sostituirla

Mentre Leone XIV, attingendo sempre al Vaticano II, rimette in guardia dal rischio di “subordinazione dell’istruzione al mercato del lavoro e alle logiche spesso ferree e disumane della finanza”, in merito alle tecnologie lancia un messaggio chiaro:

devono arricchire il processo di apprendimento, non impoverire relazioni e comunità. Un’università e una scuola cattolica senza visione rischiano l’efficientismo senza anima, la standardizzazione del sapere, che diventa poi impoverimento spirituale.

In particolare, il Papa afferma che “nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita”. E aggiunge, entrando nel vivo del dibattito pubblico contemporaneo, che “l’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza”.

Meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili

Raccogliendo l’eredità profetica di Papa Francesco, dunque, con la Lettera Disegnare nuove mappe di speranza”, Papa Leone aggiunge tre priorità ai sette percorsi già illustrati dal predecessore nel Patto Educativo Globale:

La vita interiore

La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri; «Beati gli operatori di pace» (Mt. 5,9) diventi metodo e contenuto dell’apprendere.

Meno sterili contrapposizioni, più sinfonia dello Spirito

La richiesta lanciata dalla Lettera è, in conclusione, quella di disarmare le parole, alzare lo sguardo, custodire il cuore.

Il mandato alla comunità educante, tuttavia, non ignora le fatiche: “l’iper-digitalizzazione può frantumare l’attenzione; la crisi delle relazioni può ferire la psiche; l’insicurezza sociale e le disuguaglianze possono spegnere il desiderio”.

Qualità, coraggio, gratuità

Proprio in questo quadro del presente, servono “qualità e coraggio”, da praticare in vista di una sempre maggiore inclusività che non sia indifferente verso le povertà e le fragilità, perché, rimarca il Papa, “la gratuità evangelica non è retorica: è stile di relazione, metodo e obiettivo”.

Beati gli operatori di pace (Mt 5,9) diventa sia il metodo che il contenuto dell’apprendimento”.

 Vatican News

Immagine

lunedì 20 dicembre 2021

SCUOLA E COMUNITA'. UN PATTO EDUCATIVO

 


 La scuola e la comunità, territoriale ma anche sociale di appartenenza, sono da sempre legate in maniera indissolubile. Quando la scuola è capace di intercettare i bisogni vivi e reali della comunità all’interno della quale è inserita assistiamo a modelli virtuosi di buone prassi condivisi.

Lo stesso, chiaramente, avviene quando la scuola diventa un fortino inespugnabile e incapace di ascoltare i bisogni locali e non solo viene a mancare il dialogo, ma cessano anche servizi, le attenzioni, in altre parole viene meno quella dimensione di “cura” educativa che invece caratterizza i sistemi educativi migliori.

Per sviluppare questa dimensione di cooperazione e di ascolto reciproco la scuola ha diversi strumenti a disposizione, tra tutti ci piace ricordare i patti educativi di comunità, che hanno l’obiettivo di siglare e promuovere veri e propri accordi tra scuola e contesto locale.

La presentazione dei patti territoriali di comunità, promossa attraverso il Piano Scuola 2020-21[1], va proprio nella direzione di sviluppare la compartecipazione di soggetti pubblici e privati al progetto educativo dei cittadini è uno strumento riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione per promuovere e rafforzare l’alleanza educativa, civile e sociale tra la Scuola e le comunità educanti territoriali[2].

Sempre più spesso le scuole e i genitori, accomunati dallo spirito di promuovere relazioni virtuose e positive tra i vari soggetti, stanno cercando di promuovere iniziative che diano risposte ai vari bisogni individuati dalla comunità locale.

Tra i molti esempi positivi, possiamo citare l’esperienza dell’Istituto Comprensivo Tullio de Mauro, nel quadrante est di Roma, che negli ultimi anni ha promosso una serie d’iniziative in tal senso. Il “Bike to school” è una di queste e consiste nel permettere ai bambini di recarsi a scuola in bicicletta una volta al mese. È bello assistere, in questi giorni, a una vera e propria mobilitazione dell’intera comunità scolastica, impegnata nel garantire la sicurezza dei bambini, ma anche l’accessibilità alle molte biciclette presenti. Un successo di tutti, sicuramente, dovuto allo straordinario impegno dei Consiglio di Istituto, presieduto dal dott. Stefano Casula, sempre in prima linea per il dialogo tra docenti, dirigenza e genitori.

Molti conoscono il detto africano per cui per crescere un bambino serve un villaggio, ma in fondo è vero anche il contrario, cioè che per far crescere un villaggio servono i bambini e, bisogna ricordarlo, per aver cura dei più piccoli è necessario sviluppare e promuovere pratiche virtuose di collaborazione e cooperazione tra scuola e comunità.

[1] Per maggiori info: https://www.miur.gov.it/documents/20182/2467413/Le+linee+guida.pdf/4e4bb411-1f90-9502-f01e-d8841a949429
[2] https://www.invalsiopen.it/patti-educativi-comunita/

Da TUTTOSCUOLA

 

 

domenica 25 luglio 2021

ANZIANI E GIOVANI, UNA NUOVA ALLEANZA

Tra giovani e anziani 
una nuova alleanza

 nella società e nella Chiesa

Oggi, prima Giornata mondiale dei nonni e degli anziani voluta da Francesco. Nell'omelia preparata dal Papa e pronunciata da monsignor Fisichella, che ha presieduto stamattina la Messa per l'occasione nella Basilica vaticana, si sottolinea la necessità di tenere uniti "il tesoro della tradizione e la freschezza dello Spirito". I nonni e gli anziani, ricorda Francesco, non sono degli avanzi di vita o scarti da buttare

Adriana Masotti - Città del Vaticano

 

Monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, apre la celebrazione assicurando all'assemblea e a tutti gli anziani in ascolto, la vicinanza del Papa che non è presente in Basilica ma li saluterà alla fine della Messa nel corso dell'Angelus. Per lui questi sono giorni di convalescenza, dice, "e noi desideriamo che non si affatichi ulteriormente, perché possa trascorrere questi ultimi giorni in riposo per riprendere pienamente le forze e il suo ministero pastorale".

In questa prima Giornata mondiale dedicata ai nonni e agli anziani, "vedere", "condividere" e "custodire" sono i tre verbi che Papa Francesco utilizza nell'omelia preparata per descrivere il rapporto tra le generazioni, auspicando una nuova alleanza per "condividere il tesoro comune della vita", per "sognare insieme", e "per preparare il futuro di tutti", superando egoismi e solitudini. Le parole del Papa, pronunciate dall'arcivescovo, prendono spunto dal brano del Vangelo di Giovanni che narra uno dei miracoli di Gesù spinto dalla compassione per la folla che lo seguiva. “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” chiede Gesù a Filippo. "Gesù - sottolinea il Papa - si lascia interrogare dalla fame che abita la vita della gente", trasforma i cinque pani d'orzo e i due pesci ricevuti e dopo che tutti avranno mangiato, i discepoli raccoglieranno ancora ciò che è avanzato "perché nulla vada perduto". Gesù, dunque, vede la fame, condivide il pane, fa custodire i pezzi avanzati. 

Vedere: c'è bisogno di uno sguardo attento

L’evangelista Giovanni sottolinea un particolare: Gesù alza gli occhi e vede la folla affamata dopo aver camminato tanto per incontrarlo. Lo sguardo di Gesù, commenta Francesco, non è indifferente o indaffarato:

Egli si preoccupa di noi, ha premura per noi, vuole sfamare la nostra fame di vita, di amore e di felicità. Negli occhi di Gesù vediamo lo sguardo di Dio: è uno sguardo attento, che si accorge di noi, che scruta le attese che portiamo nel cuore, che scorge la fatica, la stanchezza e la speranza con cui andiamo avanti. Uno sguardo che sa cogliere il bisogno di ciascuno: agli occhi di Dio non esiste la folla anonima, ma ogni persona con la sua fame.

Anche i nonni e gli anziani hanno avuto quello stesso sguardo con noi, fa notare il Papa, quando, nella nostra infanzia, si sono presi cura di noi:

Dopo una vita spesso fatta di sacrifici, non sono stati indifferenti con noi o indaffarati senza di noi. Hanno avuto occhi attenti, colmi di tenerezza. Quando stavamo crescendo e ci sentivamo incompresi, o impauriti per le sfide della vita, si sono accorti di noi, di cosa stava cambiando nel nostro cuore, delle nostre lacrime nascoste e dei sogni che portavamo dentro. Siamo passati tutti dalle ginocchia dei nonni, che ci hanno tenuti in braccio. Ed è anche grazie a questo amore che siamo diventati adulti.

Una società che corre, è indifferente

Papa Francesco invita tutti a domandarsi quale rapporto abbiamo oggi con i nostri nonni, se ci ricordiamo di loro e se facciamo loro compagnia e dice: Soffro quando vedo una società che corre, indaffarata e indifferente, presa da troppe cose e incapace di fermarsi per rivolgere uno sguardo, un saluto, una carezza. Ho paura di una società nella quale siamo tutti una folla anonima e non siamo più capaci di alzare lo sguardo e riconoscerci.   I nonni, prosegue, hanno bisogno della nostra attenzione, hanno bisogno di sentirci accanto.

Condividere ciò che siamo e ciò che abbiamo

La moltiplicazione dei pani e dei pesci compiuta da Gesù, osserva nella sua omelia il Papa, avviene grazie al dono di un ragazzo disposto a condividere con gli altri quello che ha. E prosegue: Oggi c’è bisogno di una nuova alleanza tra giovani e anziani, di condividere il tesoro comune della vita, di sognare insieme, di superare i conflitti tra generazioni per preparare il futuro di tutti. Senza questa alleanza di vita, di sogni e di futuro, rischiamo di morire di fame, perché aumentano i legami spezzati, le solitudini, gli egoismi, le forze disgregatrici. Spesso, nelle nostre società abbiamo consegnato la vita all’idea che “ognuno pensa per sé”. Ma questo uccide! Il Vangelo ci esorta a condividere ciò che siamo e ciò che abbiamo: solo così possiamo essere saziati.  Solo unendo profezia ed esperienza, tradizione e freschezza, afferma ancora il Papa, possiamo andare avanti. Giovani e anziani insieme nella società e nella Chiesa, è la sua esortazione.

Custodire: nulla e nessuno va scartato

Nulla agli occhi di Dio va scartato, nulla deve andare perduto. Se Gesù si preoccupa di raccogliere il pane avanzano, tanto più vanno custodite le persone. Il Papa afferma: "nessuno è da scartare": I nonni e gli anziani non sono degli avanzi di vita, degli scarti da buttare. Sono quei pezzi di pane preziosi rimasti sulla tavola della nostra vita, che possono ancora nutrirci con una fragranza che abbiamo perso, “la fragranza della memoria”. Non perdiamo la memoria di cui gli anziani sono portatori, perché siamo figli di quella storia e senza radici appassiremo. Essi ci hanno custoditi lungo il cammino della crescita, ora tocca a noi custodire la loro vita, alleggerire le loro difficoltà, ascoltare i loro bisogni, creare le condizioni perché possano essere facilitati nelle incombenze quotidiane e non si sentano soli.

Stabilire un'alleanza con i nostri anziani 

Ancora una volta Francesco, al termine della sua omelia, invita ciascuno a farsi un esame di coscienza riguardo all'attenzione che dedica ai nonni e anche agli anziani del proprio quartiere. E a ricordare il bene ricevuto. 

Per favore, non dimentichiamoci di loro. Alleiamoci con loro. Impariamo a fermarci, a riconoscerli, ad ascoltarli. Non scartiamoli mai. Custodiamoli nell’amore. E impariamo a condividere con loro del tempo. Ne usciremo migliori.

 Vatican News


 

sabato 21 novembre 2020

L'ECONOMIA DI FRANCESCO. INEDITA ALLEANZA TRA GIOVANI E ADULTI

Secondo l’economista salesiana, A. Smerilli, che ha lavorato all’organizzazione di “The Economy of Francesco”, le tre giornate hanno raccontato un processo già avviato e che continua. In piena pandemia, la rivalutazione della cura in ogni aspetto della vita economica è stato un tema trasversale a tutti i lavori.


Fabio Colagrande – Città del Vaticano

 Il vero avvenimento internazionale “The Economy of Francesco” non è quello che si è svolto online dal 19 al 21 novembre, radunando 2000 giovani economisti e imprenditori, in dialogo fra di loro e con ospiti illustri, con l’obbiettivo di “rianimare” l'economia. Questa è stata solo la vetrina di un processo già avviato dal maggio 2019 con la convocazione di Papa Francesco e che ha già dato frutti concreti con le proposte di dodici villaggi tematici che hanno lavorato dal marzo scorso. A sottolinearlo con passione è suor Alessandra Smerilli, docente di Economia Politica presso l’Auxilium e membro del Comitato scientifico di “The Economy of Francesco”. Per suor Smerilli il valore aggiunto di questa manifestazione è stata la realizzazione di un’inedita alleanza tra giovani e adulti. “Vederli lavorare insieme, intessere una rete di relazioni, è stato davvero un segno di speranza”. “Il vero tema trasversale dell’incontro - spiega la religiosa ai microfoni di Radio Vaticana Italia - è stata la cura di noi stessi, delle nostre relazioni e del pianeta. Mi auguro che i giovani vengano davvero ascoltati”.

 Ai nostri microfoni suor Smerilli ci dice la sua impressione sull' evento:

R.- Devo dire che le dirette online di queste giornate, che ho seguito dalla regia centrale qui ad Assisi, sono state a tratti emozionanti. Considerando tutta la complessità che c'è dietro la messa in onda, vedere che tutto più o meno ha funzionato è stato un sollievo! Ma soprattutto è stato emozionante vedere il coinvolgimento dei giovani, i tanti commenti che arrivavano online durante la diretta, tutti coloro che ci stavano seguendo, i collegamenti con diversi luoghi del mondo dove c’erano diversi “Hub” dove, chi poteva radunarsi, si è radunato. Credo che tutto questo ci dia molta speranza per continuare. E anche i contenuti sono stati molto, molto interessanti.

Cosa l’ha colpita di più dell’andamento dell’evento in streaming?

R.- Mi ha colpito come durante la prima giornata, giovedì 19, i saluti istituzionali del cardinale Turkson, del vescovo di Assisi, della responsabile dell’Istituto Serafico e del sindaco di Assisi, non siano stati solo “saluti”, ma ci abbiano detto quanto la Chiesa, le istituzioni e gli adulti, abbiano voglia di mettersi in ascolto dei giovani. Un altro aspetto notevole è che le conferenze che abbiamo seguito siano state preparate dai giovani partecipanti assieme ai relatori. Per esempio, Jeffrey Sachs è venuto per commentare le proposte elaborate dai giovani durante questi nove mesi. Quindi il valore aggiunto di questa manifestazione è la realizzazione di un’inedita alleanza tra giovani e adulti. Mi sembra che questo abbia colpito molti: durante la diretta abbiamo ricevuto tantissimi commenti di chi diceva che vedere giovani e adulti insieme lavorare così in sinergia è davvero un segno di speranza. E poi ci sono stati i momenti di “a tu per tu” con san Francesco, in cui come organizzatori siamo riusciti a portare Assisi a casa dei giovani che sarebbero voluti venire qui. Momenti che i giovani stessi avevano preparato per dire l’attualità di Francesco in campo economico: con registri diversi, anche con meditazioni e momenti artistici. La parola che a mio parere più ritorna è quella di speranza, ed è una speranza fondata su questi giovani che sono qui, lavorano e fanno proposte concrete.

Qual è il vero obiettivo di queste tre giornate?

R.- Queste giornate non sono l’evento di “The Economy of Francesco”. I giovani che sono qui innanzitutto hanno aderito a una chiamata di Papa Francesco del maggio 2019, poi hanno lavorato per tutti questi mesi e ora vogliono continuare a lavorare. L’obbiettivo di questa tre giorni in streaming è perciò far conoscere, a chi non ha partecipato al processo, che cosa è stato fatto finora e aggregare tante altre persone che vogliono condividere il sogno di cambiare l'economia. Quindi questo è un momento in cui si esce allo scoperto per mostrare le proposte elaborate fin qui, raccontare un pezzo di strada già percorso insieme con l’intenzione però di continuare a camminare.

Lei ha detto che c’era un tema trasversale che ha caratterizzato i dodici villaggi tematici ai quali i partecipanti hanno lavorato dal marzo scorso: rivalutare la cura all'interno della società e dell'economia…

R.- È un tema centrale in queste giornate. Lo ha dimostrato anche l’intervento della filosofa canadese Jennifer Nedelsky che ha lavorato intorno ai temi della cura e del lavoro nel villaggio “Working and Care” e si è confrontata con i giovani che hanno approfondito il tema del lavoro in san Francesco, per esempio. La cura è un tema trasversale perché i giovani hanno cominciato a lavorare quando in Europa c’era il picco della pandemia e quindi l'attenzione ai temi della cura ha attraversato tutti i lavori. Si è parlato di questo anche dal punto di vista della finanza. Si è capito che non si può proporre una finanza nuova che abbia al centro le persone, se non ci si occupa anche di investimenti che vadano a migliorare i sistemi sanitari e garantiscano che le cure possano arrivare a tutti e che il vaccino non diventi un modo per dividere ma unire. Ma anche per quanto riguarda la transizione energetica verso la sostenibilità si è compreso che è un processo che deve includere anche il prendersi cura gli uni degli altri e, insieme, prendersi cura del pianeta. Il vero tema trasversale qui è la cura di noi stessi, delle relazioni di tutti e del pianeta.

I giovani hanno anche espresso il bisogno di una maggiore partecipazione delle donne all'economia e alla finanza perché queste diventino più inclusive…

R.- C’è stato un villaggio specifico dedicato a questo tema che - se fossimo stati in presenza qui ad Assisi - si sarebbe svolto nella Basilica di Santa Chiara. Ma un po’ tutti i villaggi sono stati attraversati anche da questo grande tema. Questo perché i giovani da una parte sono oltre: hanno superato certe logiche, per cui per loro è naturale che non ci siano, per esempio, differenze di opportunità tra uomini e donne e si condivida la cura familiare. D’altra parte, si rendono conto che i problemi esistono a questo livello e quindi si vogliono impegnare anche in questa direzione. Se n'è parlato anche qui nella finanza, nel villaggio del lavoro, ma anche rispetto ai temi delle nuove tecnologie e dell'agricoltura. Il punto è far capire a tutti che solo insieme - uomini e donne - possiamo cambiare l'economia e darle un’anima.

Dunque, un po' com’era successo per il Sinodo dei giovani, uno dei punti forti di questa iniziativa è avviare un processo di ascolto…

R.- Esattamente, e lo dimostrano le conferenze organizzate durante queste giornate. Penso all’incontro di venerdì pomeriggio con Muhammad Yunus l’ideatore del microcredito a cui i giovani del villaggio finanza hanno presentato l'esito del loro lavoro e alcune proposte che hanno discusso con lui aprendosi anche ai commenti. Quindi, su questi tre giorni sono state spalmate un po' le proposte che i giovani hanno fatto in questi mesi. Credo che i partecipanti arriveranno anche ad una sorta di manifesto finale, che riassuma l’impegno che loro vogliono prendere. Ma, come dicevamo, questo avvenimento è un punto d'inizio e la cosa più bella che sto osservando in questi giorni è vedere come questi grandi economisti si mettano a disposizione per interagire con i giovani. Un aspetto che non è visibile online è che i grandi ospiti, gli economisti adulti, si sono messi a disposizione dei giovani, hanno dato degli slot di tempo in cui i giovani si possono prenotare per dei colloqui individuali. È la stessa cosa che avremmo fatto ad Assisi in presenza, se fosse stato possibile: quindi un giovane può per esempio parlare dieci minuti con Yunus, presentargli le sue idee e le sue aspettative, farsi dare un consiglio. Quindi c'è anche tutta questa rete di relazioni personali che si sta creando.

Quali sono le sue speranze per queste tre giornate?

R.- Mi auguro che i giovani vengano davvero ascoltati e che non sia un momento in cui si fa un po' di confusione e poi tutto torna come prima. Quindi, in questo senso, mando un messaggio anche a chi si occupa di comunicazione, perché a volte sembra che per parlare dell'evento e dargli un po’ di attenzione si cerchi solo il grande nome, si aspetti solo il discorso del Papa… Invece c’è tanta vita qui che i giovani stanno tirando fuori, ci sono novità per il futuro. Dovremmo ascoltarli di più e non solo in questi giorni. Se ogni adulto, in questo momento, decidesse che è un compito importante, quello di mettersi accanto a un giovane e accompagnarlo e ascoltarlo, ebbene io credo che il mondo cambierebbe in meglio.

 

Vatican News

 

martedì 5 giugno 2018

Ambiente: COLTIVARE L'ALLENZA CON LA TERRA - Il messaggio della CEI

arcobaleno

“’Finché durerà la terra, seme e mèsse, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte, non cesseranno’ (Gen. 8, 22). Con queste parole la Scrittura indica nell’alternanza dei tempi e delle stagioni un segno di quella stabilità del reale, che è garantita dalla fedeltà di Dio”. Così i Vescovi italiani nel Messaggio per la 13ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato che si celebrerà il 1° settembre 2018.
Nel Messaggio si mette in rilievo come oggi ci si senta talvolta “come se tale alleanza fosse intaccata”: dalle devastazioni dei fenomeni atmosferici a causa del cambiamento climatico all’inquinamento diffuso. Per questo “talvolta si fa strada un senso di impotenza e di disperazione, come fossimo di fronte ad un degrado inevitabile della nostra terra”.
Ricordando l’incoraggiamento che arriva dall’Enciclica “Laudato si'”, i Vescovi richiamano a “un’attiva opera di prevenzione”, attenti a ritrovare la “prospettiva pastorale” “nella presa in carico solidale delle fragilità ambientali di fronte agli impatti del mutamento, in una prospettiva di cura integrale. Occorre ritrovare il legame tra la cura dei territori e quella del popolo”.
Una sfida, conclude il documento, da affrontare “in orizzonte ecumenico”: “ È importante operare assieme, perché possiamo tornare ad abitare la terra nel segno dell’arcobaleno, illuminati dal “Vangelo della creazione””.

          In allegato il testo integrale del Messaggio.