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giovedì 4 giugno 2026

MINORI E GUERRE

A Gaza, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati





 


MINORI

473 milioni

vivono in aree 

colpite dalle guerre


Da Gaza al Libano passando per il Sudan, il Mozambico, la RD Congo e l’Ucraina: la quota di bambini che vivono in zone di guerra è quasi raddoppiata, passando dal 10 per cento degli anni Novanta a circa il 19 per cento oggi. Il 4 giugno ricorre la Giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni, istituita dall’Onu nel 1982

-di Guglielmo Gallone – Città del Vaticano

Il primo pensiero va inevitabilmente a loro: erano almeno 150, avevano tra i sette e i dodici anni, frequentavano la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, in Iran, e lo scorso 28 febbraio sono state uccise negli attacchi militari scatenati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. È uno degli episodi che meglio esplicita il significato della Giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni, istituita dall’Onu nel 1982 e celebrata ogni 4 giugno per ricordare che, ancor più oggi, i minori non sono vittime collaterali. Nelle guerre contemporanee i minori sono spesso le prime vittime.

Le nuove dinamiche dei conflitti

Sfollati, le guerre provocano più spostamenti interni dei disastri naturali

Un nuovo drammatico dato emerge dal rapporto annuale dell’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC): alla fine del 2025 erano 82,2 milioni gli sfollati interni nel mondo, la ...

Lo sono perché al centro dei conflitti ci sono sempre più le grandi città e le aree metropolitane, ritenute strategiche perché centro del potere politico e infrastrutturale. Lo sono perché, nell’era dei social media e delle immagini, colpire le città produce immagini immediate, semina il panico e aumenta la pressione politica. Lo sono per via dei droni, le armi guidate a distanza che hanno trasformato il modo di combattere le guerre perché economici, difficili da intercettare e sempre più diffusi. E che se sulla carta sono venduti come sistemi capaci di colpire con precisione, sempre più spesso finiscono per mietere vittime tra la popolazione civile.

Da Gaza al Libano passando per Sudan e Ucraina

A Gaza, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati   (AFP or licensors)

Il risultato è certamente evidente a Gaza e la cronaca lo dimostra: nei bombardamenti della scorsa notte, su 7 vittime, 4 di loro erano bambini. Nella Striscia, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati, 56.000 gli orfani e un milione che ha bisogno di assistenza umanitaria, supporto psicologico e cure mediche. Ma lo è anche in Sudan, dove sempre secondo Unicef nei primi 90 giorni del 2026 sono stati almeno 245 i bambini uccisi o feriti: nel Paese in cui si sta consumando la più grave crisi umanitaria al mondo, nell’ottobre 2025 un attacco contro un centro per sfollati ad Al Fasher, nel Darfur, aveva causato la morte di almeno 17 bambini. Tra di loro, c’era un neonato di appena sette giorni. Sette giorni. Che dire dell’Ucraina, dove l’intensificarsi degli attacchi russi negli ultimi giorni sta avendo conseguenze devastanti per la popolazione: lo scorso primo giugno, a Dnipro, tra le macerie, sono stati trovati i corpi di due bambini. Uno di loro aveva tre anni. Ed è vero anche in Libano, dove alla fine di maggio Unicef ha denunciato che in una sola settimana una media di 11 bambini libanesi al giorno è stata uccisa o ferita a causa dell’intensificazione degli attacchi israeliani: in una settimana, sono stati registrati 77 minori colpiti dalle Forze armate israeliane.

I dati globali

È importante, anche solo per questa giornata, evitare di rincorrere la cronaca e proporre analisi per fermarsi invece a riflettere su un numero che spaventa: 473 milioni di bambini, più di uno su sei nel mondo, vivono oggi in aree colpite da conflitti armati. È il dato più alto da decenni. Non solo: 47,2 milioni di bambini risultavano sfollati a causa di conflitti e violenze. La quota di bambini che vivono in zone di guerra è quasi raddoppiata: dal 10 per cento degli anni Novanta a circa il 19 per cento oggi. Gli ultimi dati a disposizione delle Nazioni Unite risalgono al 2024, definito dall’Unicef come «uno dei peggiori anni per i bambini coinvolti nei conflitti»: si registravano 41.370 gravi violazioni contro 22.495 bambini. Per inciso, bambini violati significa bambini uccisi, mutilati, reclutati come combattenti, vittime di violenza sessuale, privati degli aiuti umanitari o colpiti da attacchi a scuole e ospedali. È il dato più alto mai registrato.

Tinikho e Fiel, due piccoli mozambicani

Ep. 30 - Nella discarica di Maputo

A due anni di distanza dagli ultimi dati disponibili, a 44 anni dall’istituzione di questa giornata, non abbiamo motivo di credere che le cose stiano migliorando. I dati ce lo confermano, le storie ce le raccontano. Fra Luca Santato, frate minore cappuccino missionario da nove anni in Mozambico, ci racconta quella di Tinikho: «A soli due mesi, questa bambina ha perso la mamma. Erano assieme al mercato, quando un camion ha sbandato e la mamma è stata investita. È morta sul colpo. Ha fatto appena in tempo a lanciare la piccola, come fosse un sacco di patate, e a metterla in salvo. L’abbiamo presa dalla discarica di Maputo con ferite ovunque e, con l’aiuto di sua nonna, la stiamo curando. Oggi sta molto meglio. Così come felice e sereno, seppur orfano, è Fiel: ha compiuto sei anni proprio il primo giugno. Io lo avevo conosciuto nelle discariche di Maputo quando vendeva fagioli».

La Fondazione agostiniani nel mondo in RD Congo

RD Congo, l’educazione che salva: il recupero dei bambini-soldato

La stessa felicità si vede negli occhi di Démocratie, un bambino assistito dalla Fondazione agostiniani nel mondo in Repubblica Democratica del Congo: «Questo è il nome che mi sono scelto poiché, anche se la democrazia non l’ho mai conosciuta, credo sia la cosa più importante. Sono stato rapito all’età di 12 anni dalla milizia ribelle LRA. Mi hanno torturato e usato come uno schiavo. Ho passato dieci anni nella foresta, dove sono stato addestrato come soldato. Ho ucciso. Era il nostro primo dovere, quello che ognuno di noi doveva fare se non voleva morire. Ho sempre obbedito e sono stato attento a non commettere errori. Ho scalato la gerarchia militare fino a diventare capo della guardia personale di Joseph Kony. Quella posizione mi ha permesso anni dopo di scappare. Oggi ho 25 anni, vivo in una capanna con mia sorella e i suoi 8 figli in Congo. Cammino chilometri per andare a scuola, chilometri per andare a lavorare: inseguo il mio sogno, quello di diventare un medico».

Due periferie del mondo

Mozambico e Repubblica Democratica del Congo. Due periferie del mondo in cui si consumano, sotto al silenzio del mondo, le atrocità peggiori. In Mozambico l’età media è di 16 anni, i minori costituiscono oltre il 50 per cento della popolazione, ma a causa dell’insurrezione jihadista nella provincia settentrionale di Cabo Delgado e della crisi politico-istituzionale, 4,8 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Di questi, 3,4 milioni sono bambini. Nell’agosto 2025 una nuova ondata di violenza a Cabo Delgado ha costretto più di 30.000 bambini a lasciare le proprie case in appena quindici giorni. Molti sono stati separati dai familiari. In Repubblica Democratica del Congo una sorte simile tocca a milioni di minori intrappolati in uno dei conflitti più lunghi e dimenticati del pianeta. Secondo l'UNICEF, nel Paese circa otto milioni di bambini necessitano assistenza umanitaria, mentre quattro milioni di minori vivono oggi in condizioni di sfollamento interno a causa delle violenze che devastano soprattutto le province orientali del Nord Kivu e del Sud Kivu.

Donare un sorriso ai bambini in guerra

Ep. 25 - Far ridere i bambini in guerra

Marco Rodari ha 50 anni. È nato a Leggiuno, sul Lago Maggiore, in provincia di Varese. Di mestiere fa il clown. Il suo nome d’arte è il Pimpa

Eppure, Tinikho, Fiel e Démocratie sorridono. Chi si prende cura di loro quotidianamente non ha esitato a dirci che sono bambini felici. Ci sembrerà assurdo. Come è possibile? Come si può continuare a sorridere quando la guerra ti ha portato via la casa, la scuola, gli amici o perfino i genitori? Come può un bambino continuare a giocare, ridere e immaginare il futuro quando attorno a lui tutto parla di violenza e precarietà? Come si fa? Lo abbiamo domandato a chi, di mestiere, cerca di fare proprio questo: far ridere i bambini nei contesti di guerra. Lui si chiama Marco Rodari, alias Il Pimpa e da oltre 15 anni va nelle aree di conflitto per portare il sorriso ai bambini dove sembra non esserci spazio per nulla. «Si parla di aggressione fisica, è quella che i nostri occhi possono meglio comprendere, davanti a un bambino che perde una gamba, perde un arto in guerra - ci racconta -. E poi si parla di aggressione emotiva. È lo spegnersi dell'essere bambino. Davanti all'aggressione, davanti alle violenze, il bambino si chiude, smette di essere un bambino. La cosa più triste è che l'aggressione è fatta da adulti, sempre. Sono sempre i grandi che aggrediscono i bambini. È fondamentale invece seminare nei bambini la meraviglia, la gioia, il sorriso. Perché il nostro obiettivo è uno solo: far sì che possano restare bambini».

Vatican News

 


mercoledì 15 aprile 2026

ABUSO DEI SOCIAL

 


Abuso dei social 
da parte dei ragazzi? 

L’unica via è multare i genitori


di Gilda Sciortino

Quanta responsabilità hanno i genitori rispetto all'uso eccessivo e per nulla controllato dei social network da parte dei ragazzi? Enorme, ma fanno spallucce: sono i primi a mettere uno smartphone in mano ai figli e a smontare i filtri. Ecco allora la proposta provocatoria (ma non troppo) di Matteo Flora di multarli

La scorsa estate, mentre si presentavano le proposte di legge per normare l’accesso a Internet per quel che riguarda i documenti obbligatori, ha acceso il dibattito con il suo libro Tette e gattini (scaricabile gratuitamente online), dove parla del perché bloccare l’accesso ai minori serve a poco, soprattutto se i genitori, con i loro comportamenti, remano contro. Ora Matteo Flora, imprenditore, divulgatore, esperto in sicurezza delle Ai e delle Superintelligenze, torna a far discutere con una tesi disruptive e impopolare: «È inutile pretendere che siano i social a fare i guardiani, se poi sono i genitori stessi a giurare che l’account è loro, che lo gestiscono loro, che il figlio “lo usa solo ogni tanto”. Non esiste verifica dell’età, sistema di parental control o moderazione algoritmica che regga, se poi sono gli adulti i primi a sabotare il meccanismo. Bastano due clic e una dichiarazione mendace per riaprire un profilo chiuso, e l’intera impalcatura normativa si sgretola», ha scritto sul suo profilo Linkedin.

Il tema cioè «è continuiamo fa chiedere ad altri di fare il lavoro che spetta a chi quel telefono, quella SIM e quell’account li ha materialmente consegnati a un minore, e che, quando viene chiamato in causa, sceglie di coprirlo invece di assumersene la responsabilità». In altre parole, il tema è la responsabilità dei genitori, di cui si è già ampiamente parlato nei giorni scorsi a valle della doppia sentenza contro Meta e Google, che sono state condannate negli Stati Uniti a multe e risarcimenti: i giudici in sostanza hanno stabilito che la dipendenza non deriva tanto da “come usi” i social, ma da come sono costruiti». La tentazione di dire che è «tutta colpa dell’algoritmo» è forte, ma in realtà un tema di responsabilità resta. «Alle industrie digitali – che ormai pervadono la nostra vita con un’ottica orientata al profitto, non certo al benessere – vanno certamente date delle regole, ma ogni iniziativa di questo tipo non può smarcare gli adulti e in generale la comunità/società dal suo ruolo educativo», ha sottolineato Jacopo Dalai, psicoterapeuta sistemico-relazionale, fondatore e presidente della cooperativa sociale Nivalis su “Dire, fare, baciare”, la newsletter di Sara De Carli riservata agli abbonati di VITA e dedicata alla famiglia, alla scuola, all’educazione.

Flora, davvero ritiene che l’unica soluzione sarebbe multare i genitori…

Ovviamente non è l’unica soluzione. Abbiamo due problemi paralleli. Il primo è se limitare i social e il web a un pubblico adulto può funzionare o meno. Ci ha provato la Francia, ci ha provato l’Australia, ci sta per provare la Spagna… non funziona, ci sono i numeri che lo attestano. Fra l’altro con questa norma non stiamo dicendo al social network che i ragazzini non possono stare online, almeno noi: stiamo solo dicendo che, per aprire un account, devi inserire un documento di identità. Poi potremmo anche far finta che questa cosa funzioni, ma i dati dicono che è solo un palliativo comodo, nel senso che abbiamo fatto qualcosa da un punto di vista politico, abbiamo prodotto una norma. Che poi non abbia funzionato passa in secondo piano, dal punto di vista della comunicazione politica e sociale il messaggio che passa è che qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto. Ma, a parte tutto questo, il problema reale è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di minori online. Così puntiamo il dito: «Cattivi social network, adesso vi multiamo». Io ho fondato un’associazione, si chiama “PermessoNegato“: è la più grande realtà europea che si occupa di contrasto alla pornografia non consensuale. Spesso segnaliamo: «C’è questo account con un minore – molto minore, lo voglio dire, vediamo casi di bambini di 8-9 anni – che risponde, che interagisce». Cosa succede a valle della segnalazione? Succede che chiudono l’account, ma tempo 24 ore viene riaperto. E noi siamo ancora contro i social network.

I divieti vanno bene per poter dire “qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto”. Ma il problema reale è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di minori online

E dove sbagliamo? Qual è il punto reale su cui agire, allora?

In realtà il problema è un altro. Quando arriva il blocco del contenuto, il genitore esordisce: «No, non è vero, non è stato lui, ero io che lo utilizzavo». E il social network non può fare nient’altro, in quanto non è un organo di Polizia, che accettare la dichiarazione del genitore e riattivare l’account. Quello che noi vediamo è questa cosa qui e sono certo che continueremo a vederla. Se il social network viene obbligato solo a verificare l’età, allora la prospettiva in cui ci mettiamo è semplicemente quella del poter dire “abbiamo fatto qualcosa”, non quella del voler dare una risposta al problema: non aspettiamoci che ci siano dei risultati. Il problema c’è prima, c’è già quando un genitore dà in mano il cellulare al figlio, perché non credo che un bambino di 8-9 anni lo smartphone se lo compri con la paghetta e si installi la Sim, anche perché nessuno gliela attiverebbe.

Significa che bisogna chiamare in causa il tema dell’educazione?

Non devo essere io a spiegare a nessuno come educare i propri figli, ci sono dei professionisti che hanno questo compito. Pensiamo però a quello che succede con la scuola, dove sappiamo benissimo che il docente, un tempo figura educativa, oggi non è più tale. Quando portavo a casa una nota, giusta o sbagliata che fosse, non mi lamentavo mai a casa con i miei genitori, perché sapevo che avrebbero dato ragione al professore: adesso si fanno i ricorsi al Tar. L’unica cosa che io dico, provocatoriamente ma neanche tanto, è di rifare quello che è successo con il casco in moto: quando in realtà i caschi sono stati finalmente utilizzati? Quando è entrata in vigore la norma e con essa le multe a chi vi contravveniva. Ora, se noi non prevediamo a livello normativo una disincentivazione da un punto di vista meramente economico, non ne usciremo. Un altro esempio? Ci sono Paesi in cui nessuno parcheggia in seconda fila e la società è abbastanza evoluta da non avere bisogno di una sanzione per questo. L’Italia non è tra questi e ha bisogno di una norma sanzionatoria.

Subentra la responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet, nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione

C’è, quindi, un problema di controllo?

Il controllo è alla base di tutto. Ne abbiamo bisogno, così come ci vogliono attenzione e autorizzazione. Non possiamo avere solo il controllo perché se lasciamo che esistano le figure dei baby influencer, che ci sono e che continueranno ad esistere, quello che noi impediremo non è la pubblicazione di materiale riguardante un minore online, ma che il minore possa in autonomia decisionale gestirsi un account. E per quello basta una dichiarazione. E chi può dire di no? Il social network non lo può certamente fare. Qui subentra la responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet, nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione. E questo ce lo dicono le evidenze scientifiche. E perché il genitore lo lascia comunque lì da solo? Perché è comodo. È un’ottima alternativa all’attenzione, un’ottima alternativa al tempo da dedicare.

Anche altri Paesi stanno provando a creare dei blocchi nell’accesso al web e ai social…

LInghilterra sta adottando il controllo del documento per una serie di siti web, per esempio quelli pornografici. Quel che ha ottenuto però è estremamente pericoloso, perché sembrerebbe positivo il fatto che il traffico ai 4-5 siti web più conosciuti sia diminuito in maniera sostanziale ma invece, quei 4-5 siti più importanti erano paradossalmente i più sicuri. Non che fossero etici, ma incassavano miliardi ogni anno con la pubblicità, quindi stavano attenti a togliere contenuti per esempio violenti: insomma erano quelli che spendevano di più per essere sicuri. Invece, oggi, è aumentato esponenzialmente il traffico a tutti gli altri siti minori che non si sono attrezzati e che non hanno nessuna intenzione di farlo perché diversamente non ci guadagnerebbero così tanto.

Sbaglia o no chi dice che i social network sono i cattivi della situazione?

Io non sono certo un amico dei social network, ma nemmeno me la sento di dire che sono i cattivi della situazione. Dico che semplicemente, con un minimo di razionalità, dobbiamo onestamente affermate che la disincentivazione va messa in capo al comportamento di chi li usa. Non posso chiedere a un genitore alcolizzato di sorvegliare che il figlio non segua la sua strada, ma noi stiamo facendo esattamente la stessa cosa con i social. Ci dimentichiamo di tutti quegli studi che ci dicono che Internet fa male ai bambini, che porta a problemi enormi di dipendenza. Continuiamo a dire che è falso, mentre noi adulti siamo i primi ad esserne dipendenti. Internet crea dipendenza in quelle figure che sentono di più la marginalità e la solitudine, per esempio il nonno che non vede i nipotini se non su Instagram e che poi non può più fare a meno di restare connesso. Perché se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla solitudine. Tanto è l’allarme generale su questo che, per esempio, ci sono alcune prefetture giapponesi che hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori. L’obiettivo è contrastare i possibili effetti nocivi di un utilizzo prolungato dei dispositivi sulla salute.

Se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla solitudine. Alcune prefetture giapponesi hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori

Abbiamo, quindi, bisogno di controllori…

Come possiamo chiedere a qualcuno di fare i controllori di qualcosa che sfugge loro di mano? Sugli adulti non lo puoi fare perché è lo stesso discorso del vietare il fumo, però ancora una volta stiamo demandando la nostra vita a un’entità esterna che dipingiamo come cattiva. L’estetica del nemico direbbe che il nostro nemico ci rappresenta di più del nostro amico. 

Restiamo convinti che multare i genitori invertirebbe la rotta?

Come affermavo all’inizio, la questione è più complessa. Dico che bisogna multare i genitori, ma perché in un certo senso questo è un disincentivo economico forte per il nucleo familiare. Anche perché non parlo di pochi euro, quanto di somme importanti che inciderebbero anche nei bilanci di famiglie con un tenore di vita superiore alla media. Ribadisco, però, che questa non è “la” soluzione, se fosse messa in campo come unica azione. Ci sono tante componenti che devono intervenire. La sanzione quantomeno obbliga le persone a pensarci. Non esiste, infatti, un problema se non gli dedichi attenzione, così come non esiste – qualunque sia il comportamento da disincentivare – un disincentivo efficace se da quello non deriva un beneficio importante.

VITA

Immagine

venerdì 10 aprile 2026

MINORI . CI VUOLE UN'ALLEANZA

 


Quelle 100mila storie che fanno dire a Telefono Azzurro: 

«Ci vuole un’alleanza»

«L’ascolto rappresenta un presidio essenziale di tutela, prevenzione e costruzione del futuro», lo ha detto Ernesto Caffo, iniziatore e presidente della storica fondazione, a conclusione della seconda edizione della Giornata nazionale dedicata proprio all'apertura all'attenzione verso i più piccoli e i loro bisogni. E propone «un’alleanza sistemica tra istituzioni, famiglie, scuola, aziende e mondo della comunicazione». A Milano, Roma e Palermo gli eventi principali, cui hanno preso parte tanti studenti e studentesse. Dal 1987, ascoltati e accompagnati oltre 95mila bambini e adolescenti 

-di Alessio Nisi

 Ogni «voce ascoltata è un passo concreto verso un futuro più giusto e più umano. Un bambino ascoltato sarà davvero un adulto sereno». Con questa riflessione del fondatore e presidente della Fondazione Sos Telefono AzzurroErnesto Caffo, è sceso il sipario sulla seconda edizione della Giornata nazionale dell’ascolto dei minori, promossa dal Parlamento e che Telefono azzurro ha intitolato quest’anno Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno.

Parla a ragione veduta il fondatore e presidente della storica organizzazione: proprio nell’evento centrale, quello dalla sede del Cnel a Roma, il neuropsichiatra infantile ha ripercorso anche l’impegno, dal 1987 a oggi, di Telefono Azzurro, che ha visto quasi 100mila bambini e adolescenti, 95.459 per l’esattezza, ascoltati e accompagnati nelle loro difficoltà.

Le altre città in cui si è svolta la Giornata sono state Milano, dove l’evento è stato ospitato a Palazzo Lombardia e sono intervenute anche esperienze come Fondazione Asilo Mariuccia e Fondazione Cometa, e Palermo, dove si è lavorato, nella Biblioteca dell’archivio storico comunale.

Al centro dei lavori, il valore dell’ascolto come strumento di tutela, prevenzione e crescita, in un momento in cui i dati confermano un aumento significativo del disagio psicologico tra i giovani. Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno ha rappresentato non solo un’occasione di confronto, ma anche un esercizio concreto di partecipazione: gli studenti sono stati parte attiva del dibattito, ponendo domande dirette ai relatori e contribuendo con riflessioni e testimonianze sul proprio vissuto quotidiano.

Nelle tre città, elemento comune è stata la grande partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, esperti, studiosi e, soprattutto, studenti e studentesse tra i 12 e i 17 anni.

Un’alleanza sistemica in difesa dei minori

Un evento cerimoniale? Niente affatto. L’appuntamento è stato l’occasione per una riflessione sul tema. A tirare le somme, lo stesso Caffo. che dalle argomentazioni di esperti, istituzioni e soprattutto dai dati ha delineato le priorità operative per rendere la tutela dei minori sempre più tempestiva e vicina ai ragazzi.

La strategia futura punta su «un’alleanza sistemica tra istituzioni, famiglie, scuola, aziende e mondo della comunicazione. In questo modello, il digitale assume un ruolo cruciale come ponte verso l’aiuto, capace di abbassare la soglia di accesso per i più giovani utilizzando linguaggi a loro familiari e garantendo una presenza più continua nel passaggio dalla richiesta di supporto alla tutela effettiva».

L’obiettivo è trasformare l’ascolto da ricezione passiva a risposta attiva, creando un ecosistema sicuro e non giudicante dove ogni segnale di disagio possa essere accolto e trasformato in un percorso di crescita condivisa e protezione concreta.  

Prima che la sofferenza si radicalizzi

«Ascoltare non è mai un atto neutro», sottolinea sempre Caffo, «è il momento in cui il silenzio diventa parola e il disagio può finalmente emergere. Riconoscere bambini e adolescenti come soggetti di diritto e di ascolto significa offrire loro uno spazio reale in cui essere compresi prima che la sofferenza si radicalizzi.

Oggi più che mai, di fronte a un disagio sempre più complesso tra salute mentale, relazioni e dimensione digitale, riflette ancora, «l’ascolto rappresenta un presidio essenziale di tutela, prevenzione e costruzione del futuro».

I dati

Si diceva, i dati. Telefono azzurro ha diffuso i numeri più recenti del Dossier 2025 del servizio di ascolto 1.96.96, che nel corso del 2025 ha registrato un quadro di forte complessità e crescita delle domande di aiuto. Il rapporto delinea un quadro critico in cui la salute mentale, le difficoltà relazionali e i rischi del mondo digitale rappresentano i principali motori della richiesta di aiuto tra i più giovani.

Secondo il dossier, quasi l’88% dei casi gestiti dal servizio si concentra su quattro aree chiave: salute mentale (35,3%), difficoltà relazionali (28,5%), abuso e violenza (18,2%) e rischi legati a Internet (6,1%). Aumentano, inoltre, le situazioni multidimensionali, in cui più forme di disagio si intrecciano: un caso su cinque combina disagio psicologico, fragilità relazionali e vulnerabilità online.

Il rapporto evidenzia come l’emergere di nuove forme di vulnerabilità legate all’Intelligenza Artificiale Generativa. Tra i rischi segnalati figurano la produzione di immagini e video realistici a scopo di umiliazione (come foto generate tramite intelligenza artificiale che ritraggono i minori in pose sensuali o esplicite) e l’uso di strumenti intelligenza artificiale come surrogati relazionali o supporti emotivi.

Benessere, tecnologia e nuove sfide

Rivedi la Giornata dell’ascolto di Telefono Azzurro

Durante i dibattiti di Roma, Milano e Palermo, articolati in tre sessioni tematiche (benessere psicologico, generazioni in trasformazione e social media e intelligenza artificiale) gli studenti hanno dialogato con rappresentanti delle istituzioni, esperti di media education, psicologi, docenti e membri del mondo associativo. Tra i temi affrontati, il rapporto tra salute mentale e vita digitale, le transizioni generazionali e la necessità di contrastare il rischio di isolamento, sfiducia e solitudine nei più giovani.

Dal dibattito è emersa la sfida che le istituzioni sono chiamate ad affrontare: riconoscere i giovani non solo come destinatari di politiche, ma come protagonisti attivi nelle scelte che li riguardano. Un impegno che richiede di costruire spazi di partecipazione reale, in cui le nuove generazioni possano esprimersi e contribuire concretamente all’indirizzo delle azioni future.

Parlano le istituzioni

A Roma, dalla sede del Cnel, il presidente Renato Brunetta ha aperto i lavori sottolineando l’importanza di «una società capace di ascoltare e valorizzare la parola dei più giovani come parte integrante del processo democratico», mentre dal Senato il presidente Ignazio La Russa ha ribadito il valore dell’ascolto «come cardine della tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti». Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha poi definito l’ascolto come presupposto essenziale affinché «famiglie, scuole e istituzioni possano intercettare tempestivamente segnali di malessere o pericolo e rispondere in modo efficace alle richieste di aiuto dei ragazzi».

www.vita.it


sabato 14 marzo 2026

LA FAMIGLIA NEL BOSCO

 

La famiglia del bosco, 


i giudici


 e le leggi




di Giuseppe Savagnone 


Giorgia Meloni e l’opinione pubblica contro i giudici

Nel suo atteso intervento, a Milano, a chiusura della campagna a favore del Sì nel referendum, Giorgia Meloni ha affermato che, se la riforma non dovesse passare, «ci ritroveremo (…) figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco».

Dove i giudici – a dispetto delle assicurazioni, più volte ribadite dalla stessa  premier, che questa, «a differenza di quello che si dice non è una riforma contro i magistrati» – vengono espressamente additati come i responsabili di una azione spregevole com’è quella di strappare i figli alle proprie madri, in nome di una loro pregiudiziale ideologica.

Come ha già fatto nei giorni scorsi, Meloni utilizza la grande eco mediatica della vicenda della “famiglia del bosco” per arginare l’allarmante rimonta del No, che lo ha visto passare nel giro di poche settimane da uno svantaggio di dieci punti a una posizione di sostanziale parità con il Sì.

Che ci stia riuscendo o meno, è sicuro però che questa drammatica storia, sta offrendo agli occhi di molti un’inquietante immagine di disumanità della giustizia, che certamente non basta a giustificare le parole della capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi – «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione» –, ma, in questa vigilia del voto referendario, non spinge certo a guardare i giudici con fiducia e simpatia.

Soprattutto dopo che i magistrati non solo hanno sospeso (non revocato) la potestà genitoriale di Catherine e Nathan e imposto la separazione della madre e dei figli – ospitati in una casa-famiglia, a Vasto –  dal padre, ma, dopo qualche mese, hanno addirittura deciso di allontanare dai bambini anche la madre, dando luogo ad un addio straziante che ha avuto su internet una diffusione virale.

In un post pubblicato sui social, Giorgia Meloni ha scritto: «Le ultime notizie che riguardano la famiglia Trevallion, la “famiglia nel bosco”, mi lasciano senza parole (…). Il mio pensiero va ai bambini e ai loro genitori colpiti da una assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico».

Infatti, ha sottolineato la nostra premier, «il compito dei Tribunali per i Minorenni è quello di tutelare i bambini (…) agendo nel superiore interesse del minore. E dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono allontanati dal padre, poi dalla madre (…) perché i giudici del Tribunale dei Minorenni non condividono lo stile di vita della famiglia? Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vadano educati i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici».

Saremmo davanti, più precisamente, a una concezione statalista che misconosce i diritti della famiglia, che a Meloni sono sempre stati molto a cuore. «Perché i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e (…) una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti». 

Sulla stessa linea il vicepremier Salvini, che ha parlato di «violenza di Stato» e, davanti all’ordinanza del Tribunale, ha scritto: «Per questi giudici una sola parola: Vergogna».

Anche noti psichiatri e psicologi, da Andreoli ad Ammanniti, intervistati, hanno dato un giudizio nettamente negativo. E l’opinione pubblica è stata unanimemente solidale con la famiglia Trevallion. Tanto che davanti alla struttura di Vasto dove Catherine ha trascorso diverse settimane, insieme ai suoi tre figli, è stato organizzato un sit-in spontaneo di protesta.

Prima dell’uragano

Lo scenario sembra non ammettere dubbi. Uno solo ne rimane: cosa può avere spinto i magistrati dell’Aquila a queste decisioni disumane? Secondo Meloni, una ideologia che ignora il valore della famiglia. Se è così, bisogna attribuire loro un fanatismo che sfida anche il martirio, visto che la presidente del Tribunale, Cecilia Angrisano, è da settimane tempestata sui social da messaggi minacciosi del tipo “Attenta ai tuoi figli se li hai…”, “Spero che tu possa soffrire le pene dell’inferno”, tanto da giustificare la decisione del ministero dell’Interno di innalzare la vigilanza a protezione della sua persona. Siamo davanti a una specie di talebana, pronta a tutto pur di penalizzare una tranquilla famigliola?

Prima di accogliere questa conclusione estrema, forse è giusto provare a ricostruire questa storia fin dall’inizio, situando i suoi ultimi esiti drammatici nel loro contesto, che spesso il clamore del circo mediatico ha fatto perdere di vista.

Tutto ha inizio quando, nel 2021, i coniugi australiani Nathan Trevallion e Catherine Birmingham vengono in Italia e vanno ad abitare, con i loro tre figli piccoli – una bambina e due gemelli – in un casolare situato nel bosco vicino Palmoli (in provincia di Chieti). Il loro desiderio – assolutamente comprensibile e segretamente condiviso da molti di noi – è di sfuggire agli artifici soffocanti di una civiltà che estrania gli esseri umani dalla natura. Per questo hanno scelto una casa isolata, priva di tutte quelle comodità che oggi, nella società consumistica, vengono ritenute indispensabili: acqua corrente, energia elettrica, riscaldamento, servizi igienici.

Una scelta coraggiosa, che però anche delle conseguenze per i figli. I bambini crescono – oggi la più grande ha otto anni, i due più piccoli sei – senza pediatra, senza vaccinazioni, senza andare a scuola, senza quasi avere quei rapporti con altri bambini. Non è un caso, ma una scelta. Sul suo sito internet Catherine espone la sua visione educativa, poi ribadita parlando con le assistenti sociali – che l’apprendimento formale dovrebbe iniziare solo dopo i sette anni, perché «il cervello è maggiormente predisposto ad apprendere dopo aver fatto esperienze dirette nella natura». Col risultato che, a tutt’oggi, i bambini non sanno né leggere né scrivere e a malapena conoscono la lingua italiana.

Di tutto ciò nessuno sa nulla finché, nel settembre del 2024, il padre non raccoglie per il pranzo dei funghi che si rivelano velenosi. Fedeli alla loro scelta di non avvalersi della civiltà, Nathan e Catherine non chiamano il 118. È un contadino, che abita in una baita vicina, che per puro caso li trova, loro e i loro figli, privi di sensi, e dà l’allarme, probabilmente salvando loro la vita. Ma anche in ospedale, Catherine è indomabile nella sua coerenza e cerca di impedire che ai figli venga messo il sondino naso-gastrico che si usa in questi casi.

L’intervento delle autorità

Da qui partono le segnalazioni e i controlli. I carabinieri descrivono una situazione di «sostanziale abbandono». I servizi sociali intervengono e propongono un percorso che comprende la ristrutturazione dell’alloggio, nonché visite mediche ed incontri educativi per i bambini. Dopo avere inizialmente acconsentito, i genitori cambiano idea e rifiutano. Catherine anzi si allontana con i suoi figli e per un po’ di tempo se ne perdono le tracce.

Quando ritorna a Palmoli, il comune offre alla famiglia una casa più confortevole, con il riscaldamento. L’offerta viene rifiutata. Un imprenditore mette a disposizione un’altra abitazione, gratis. L’offerta viene rifiutata. Un geometra e una ditta edile si offrono di ristrutturare lo stesso casolare scelto fin dall’inizio dai Trevallion. L’offerta viene rifiutata.

Non solo. I coniugi negano l’accesso settimanale a un centro socio-psico-educativo, destinato a favorire la socializzazione dei figli e il sostegno alla genitorialità, interrompendo successivamente anche i contatti con gli operatori sociali e impedendo verifiche dirette sulle condizioni dei bambini.

È a questo punto che viene coinvolto il Tribunale dei Minori il quale, sulla base delle relazioni dei Carabinieri e dei Servizi Sociali, applica, come in tanti altri casi, l’art. 403 del Codice Civile, secondo cui «quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o si trova esposto, nell’ambiente familiare, a grave pregiudizio e pericolo per la sua incolumità psico-fisica (…), la pubblica autorità (…) lo colloca in luogo sicuro», anche a prezzo dell’«allontanamento da uno o da entrambi i genitori».

Si preferisce non separare la madre dai figli, per cui vengono trasferiti insieme nella casa famiglia di Vasto, dove, con l’aiuto di una esperta insegnante, viene intrapreso un programma di recupero dell’alfabetizzazione e della socializzazione. Con buoni risultati, all’inizio, compromessi però col passare del tempo – secondo  le relazioni degli operatori sociali – da atteggiamenti sempre più ostili della madre nei confronti delle educatrici e dell’insegnante, squalificandole e contestandole apertamente e scoraggiando la collaborazione dei figli .

Non solo. Catherine avrebbe progressivamente ignorato le regole organizzative della comunità, portando i figli nel proprio alloggio al piano superiore per lunghi periodi e impedendo di fatto la supervisione del personale. «Decide e attua in maniera autonoma e contraria alle direttive – si legge nella relazione – rimandando ai bambini di non dare importanza alle nostre osservazioni».

Sotto questo influsso negativo, i bambini avrebbero iniziato a mettere in atto comportamenti distruttivi e aggressivi, rompendo oggetti e tentando addirittura di colpire le educatrici con bastoni ricavati da persiane danneggiate. Alla luce di sviluppi, la casa-famiglia ha segnalato al Tribunale l’impossibilità di proseguire l’intervento educativo.

È sulla base di questi rapporti degli operatori sociali, non delle proprie teorie sulla famiglia, che il giudice ha dovuto decidere di allontanare quella che la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone ha definito «a tutti gli effetti una madre pericolosa». E in questa logica l’ordinanza del Tribunale consente invece al padre – che fin dall’inizio ha mostrato un atteggiamento più collaborativo e che ora ha preso le distanze dalla moglie – di recarsi quotidianamente nella struttura protetta di Vasto per visitare i tre figli.

In questo contesto rientra anche lo sforzo di Nathan per svelenire il clima creatosi intorno alla sua famiglia dai mass media e dalla politica, chiedendo di smetterla con presidi o proteste.

I giudici e la legge

Davanti a questa storia – ben più complessa di quello che emerge dal flusso mediatico – non può non apparire sorprendente la reazione della nostra premier e del nostro vicepremier, che hanno accusato i giudici di agire, contro il diritto, per una preconcetta ideologia statalista.

A parte il già citato art. 403, proprio l’attuale governo nel 2023, col decreto Caivano, ha introdotto la pena di due anni di detenzione per i genitori che non adempiono l’obbligo scolastico. Meloni aveva espressamente rivendicato questa innovazione in una intervista televisiva, facendo presente che fino ad allora la pena era solo una multa di 30 euro: «Non al giorno eh, 30 euro, punto». Ma, aveva continuato, «siamo intervenuti. Oggi se non mandi tuo figlio a scuola, se non consenti a tuo figlio di essere educato per essere una persona libera e avere le opportunità che una società normale gli deve garantire, è previsto anche il carcere e che ti tolgo la potestà genitoriale».

Oggi, con una stupefacente capriola, la stessa Meloni che ha fortemente voluto il decreto Caivano, accusa i giudici che sanzionano, peraltro moderatamente (nessuno è andato in prigione) l’evasione dall’obbligo scolastico della famiglia Trevallion e «resta senza parole» davanti alla separazione dei bambini dalla madre. Forse anche i bambini di Caivano avranno pianto vedendo la madre o il padre andare in prigione, ma lo scopo dell’obbligo scolastico non di farli contenti, ma di garantire loro una adeguata istruzione, quali che siano i criteri dei genitori.

Perché è vero che i bambini non sono dello Stato, ma non sono neppure di papa e mamma, come sostiene Meloni. Per la precisione, non sono proprietà di nessuno perché sono persone e lo Stato, con le sue leggi e il suo sistema giudiziario, deve vegliare per garantire la loro crescita.

Sulle modalità concrete in cui realizzare questo obiettivo è il nostro ordinamento giuridico a dover decidere e chi sceglie di vivere in Italia – come gli esponenti del nostro governo non perdono occasione per ricordare in tema di immigrazione – deve adeguarsi alle nostre leggi. E accusare i giudici di farle rispettare può essere una efficace mossa propagandistica in vista del referendum, ma contraddice la logica della sovranità a cui un governo sovranista dovrebbe essere  particolarmente sensibile.

www.tuttavia.eu

Foto di Haberdoedas su Unsplash

 


 

sabato 28 febbraio 2026

MINORI E SOCIAL

 


Non basta

 il divieto per i minori.


 «Regolamentare 

le piattaforme»



Mentre molti Paesi stanno valutando l’introduzione di un’età minima di accesso ai social, arriva l’invito di Michael O’Flaherty, commissario europeo per i diritti umani,  a non distogliere l’attenzione dagli obblighi legali delle big tech

-         di ILARIA SOLAINI

Se si ragiona soltanto su un divieto di acceso ai social media per gli adolescenti con meno 14 anni, si corre il rischio di rinunciare ad avere garanzie dalle piattaforme per avere un ambiente digitale sicuro per tutti?

Mentre molti Paesi in Europa - e non solo - stanno valutando l’introduzione di un’età minima per l’accesso alle piattaforme di social media è arrivato l’invito alla «cautela nell’imporre divieti generalizzati» dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Non perché i minori non vadano tutelati, ma perché le big tech si assumano le proprie responsabilità nel controllo dei contenuti e nell’offrire una maggiore trasparenza dell’algoritmo a chiunque.

 «L’attenzione rivolta alla limitazione dell’accesso non dovrebbe distogliere l’attenzione dal garantire che le piattaforme rispettino i diritti umani attraverso chiari obblighi legali, una supervisione indipendente e un’effettiva responsabilità», ha affermato il Commissario Michael O’Flaherty. Le sue parole sono state molte nette: «Gli sforzi per limitare l’accesso dei minori attraverso divieti generalizzati e verifiche obbligatorie dell’età nascono da preoccupazioni legittime, poiché l’attuale ecosistema online sta deludendo i minori – ha continuato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa –. I bambini sono esposti a contenuti violenti, sessuali o angoscianti, a forme di adescamento e a una dilagante disinformazione». Se algoritmi opachi possono indirizzare verso materiale estremo, secondo O’Flaherty bisogna anche far fronte a «progetti manipolativi che influenzano il comportamento dei minori». 

Esiste poi «la raccolta pervasiva di dati che compromette la loro privacy. Questi risultati sono prevedibili conseguenze di specifiche scelte di progettazione e modelli di business, che richiedono un intervento normativo alla fonte». Aspetti su cui, tra l’altro, si sta concentrando anche il processo americano che si è aperto lo scorso 27 gennaio alla Corte suprema della California che vede alcune big tech come Alphabet, casa madre di Youtube, e Meta Platforms proprietaria di Instagram e Facebook, accusate di aver consapevolmente progettato le piattaforme social per creare dipendenza e incoraggiare un consumo incontrollato dei contenuti social da parte dei più giovani.

Secondo il parere del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, «gli Stati dovrebbero obbligare le piattaforme a prevenire e mitigare i rischi per i diritti dei bambini fin dalla progettazione e ritenere le piattaforme responsabili di eventuali inadempienze. Data la pervasività dei sistemi algoritmici, una regolamentazione completa è essenziale. Ciò include la garanzia della trasparenza e della verificabilità degli algoritmi, ma anche degli efficaci meccanismi di segnalazione e ricorso, delle valutazioni del rischio per i diritti dei minori e delle restrizioni sulla pubblicità mirata. Questi obblighi devono essere applicabili, soggetti a supervisione indipendente e supportati da sanzioni e responsabilità che costituiscano efficaci deterrenti» ha sottolineato ancora il Commissario. Online esiste già una mappa, a cura dell’organizzazione non governativa americana Tech Policy press, che monitora questi sforzi legislativi nel mondo che danno la misura di come dopo il divieto australiano, non ci sia solo l’Italia e una serie di Paesi europei che stanno ragionando su disegni di legge che impongono un limite di età per l’accesso ai social, ma anche l’Indonesia, la Malesia, la Cina e il Vietnam, il Brasile, oltre a Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Norvegia e Turchia. Eppure, è tutt’altro che definito il dibattito su come affrontare e con quali strumenti monitorare l’uso dei social per bambini e adolescenti. 

Esistono i sostenitori di un vero e proprio divieto di accesso ai social, imposto per legge, che inquadrano il limite di una maggiore età come fosse una misura di protezione della salute pubblica, necessaria da tempo e paragonata alle restrizioni sull’alcol o sul gioco d’azzardo. 

Mentre chi ha un approccio critico ribatte che i divieti assoluti potrebbero essere tecnicamente permeabili, e, di conseguenza, spingere gli adolescenti verso angoli ancora meno regolamentati di Internet. 

Al tempo stesso, esistono preoccupazioni legate alla libertà di espressione e, non ultimo, viene messo in luce l’aspetto invasivo dei sistemi di verifica dell’età. 

er molti, insomma, la sfida non è se i social media rappresentino o meno dei rischi, ma come sia possibile preparare i giovani a navigare in sicurezza in una realtà digitale che non possono evitare.

www.avvenire.it 

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martedì 25 novembre 2025

I MINORI E LA SCUOLA

 


È stata pubblicata la nuova ricerca di Telefono Arcobaleno sul tema: 
LA SCUOLA E LA PROTEZIONE DEL MINORE. 

La scuola è infatti il luogo dove vengono intercettati i segnali del disagio, ma chi deve intervenire a tutela del minore? E come deve farlo? Quali figure e quali istituzioni devono essere coinvolti? Chi ha la regia e il coordinamento dei diversi interventi? 

Lo studio di Telefono Arcobaleno è mirato a rilevare la capacità degli insegnanti siciliani di osservare e ascoltare i segnali di disagio espressi dai loro alunni e di intervenire precocemente a loro tutela.

LINK ALLA PUBBLICAZIONE:


L’indagine conoscitiva ha inteso indagare le opinioni, l’esperienza e le strategie di intervento a tutela dei minori adottate dagli insegnanti siciliani in materia di abuso infantile, bullismo e cyberbullismo, stereotipi e discriminazioni di genere. 

I risultati dello studio condotto, oltre a restituire una fotografia di una parte del sistema di tutela dei minorenni, rappresentano informazioni preziose di supporto al miglioramento dei modelli di intervento per gli insegnanti che si trovino a dover fronteggiare eventuali condizioni di disagio espresse dai loro alunni o situazioni pregiudizievoli per il loro percorso evolutivo.



venerdì 11 aprile 2025

SAPERE ASCOLTARE I MINORI

«Ascolto, 
relazioni 

in presenza 

e fiducia» 

Le buone pratiche per i diritti dei minori

 Bambini e adolescenti chiedono agli adulti

 momenti di ascolto “in presenza”

 

-         di LUCA  LIVERANI

-          

Ascoltare i bambini e gli adolescenti per riconoscere a pieno i loro diritti. Ma anche perché così si può costruire una società migliore per tutti. È il messaggio che arriva dall’incontro tra ragazzi e istituzioni, promosso dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali per celebrare la prima Giornata nazionale dell'ascolto dei minori, istituita dal governo il 9 aprile.

All’incontro, organizzato alla Casa delle armi del Foro Italico, arrivano oltre duecento ragazze e ragazzi tra i 13 e i 16 anni da quattro istituti scolastici del Lazio. Per una giornata di lavori di gruppo e per porre le loro domande con esponenti del governo. Ma non solo: c’è anche l’arcivescovo di Siena Augusto Paolo Lojudice, per molti anni parroco e vescovo ausiliare nelle periferie romane.

A introdurre l’incontro è la viceministro del Lavoro e delle politiche sociali Maria Teresa Bellucci, che rivela come l’idea della Giornata dell’ascolto sia nata qualche tempo fa proprio da un colloquio con l’arcivescovo Lojudice. « I bambini e gli adolescenti ci chiedono di vivere relazioni in presenza - dice la sottosegretaria Bellucci - non soltanto online e sui social. Ci chiedono di essere ascoltati. E questo è un viaggio che durerà fino al 20 novembre, Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Perché quando ci ascoltiamo - aggiunge - ci mettiamo nei panni dell’altro. Solo così possiamo capire cosa gli sta accadendo. Crediamo di ascoltare, ma spesso ci limitiamo a “sentire”. Abbiamo voluto promuovere il diritto all’ascolto, che è il senso stesso della relazione».

La relazione

All’evento non fa mancare un suo messaggio la presidente del Consiglio: Giorgia Meloni sottolinea che «la capacità di ascoltare le necessità, le speranze e le difficoltà di bambini e ragazzi non è solo un modo per rispondere alle loro più immediate esigenze, ma è anche e soprattutto la chiave di volta per costruire una società migliore». Ascoltare, sostiene la premier, «equivale a dire: “Io ci sono per te”. È un messaggio potente, per certi versi rivoluzionario - sostiene - soprattutto per un'epoca come la nostra che ci ha abituato alla frenesia del quotidiano e disabituato all'ascolto».

La solitudine

Poi comincia il dialogo. Una ragazzina chiede all’arcivescovo Lojudice se «anche lui ha mai provato la solitudine, e se la Chiesa può contribuire a sviluppare l’ascolto degli adolescenti ». «Succede a tutti a volte di entrare in un tunnel - risponde l’Arcivescovo - di sentirsi in una stanza buia. Per cause personali, per problemi, per incompnensioni anche in famiglia. Anche per me ci sono stati momenti particolari, ma ho avuto la fortuna, o è stata la Provvidenza, di sentire sempre vicino a me la presenza di Dio. Ogni volta mi sono detto: ce la posso fare, affrontando un problema alla volta».

Molto importante, avverte monsignor Lojudice «è non trovarsi mai soli, ma cercare un adulto che vi dia garanzie di fiducia. Perché, a parte i genitori, non dovete dare fiducia cieca agli adulti. C’è un mondo che non pensa sempre al bene dei ragazzi, abbiate senso di discernimento ».

La fede

L’arcivescovo di Siena spiega che «come lo sport ha bisogno di allenamento, anche la fede va alimentata e nutrita perché cresca, avvicinandosi al Vangelo. A me da piccolo ha sempre affascinato la figura di Gesù, era qualcuno che dava una svolta alle cose della vita. Mi piaceva questo andare controcorrente». E conclude: «Ho sempre creduto che si debba guardare la realtà con gli occhi dei bambini, immediati e spontanei».

Altra domanda, stavolta alla ministro del Lavoro e delle politiche sociali Maria Elvira Calderone. « In questo mondo di grandi cambiamenti, noi ragazzi come possiamo prepararci al lavoro nel modo giusto?». La risposta della ministro è «siate esigenti verso i vostri insegnanti, genitori, nonni. Non vi accontentate. E non chiudetevi nelle vostre stanze con la realtà aumentata digitale e virtuale, ma attivate momenti di condivisione con loro».

Lo sport

Poi è il turno del ministro per lo sport e i giovani, Andrea Abodi, che al Foro italico è un po’ il padrone di casa: «Cosa possono fare le istituzioni - chiede Matthew - per diffondere lo sport nelle periferie?». Il ministro si impegna a «moltiplicare l’offerta di playground: in un anno abbiamo già realizzato 1.250 di questi campi da gioco aperti, nei comuni del Sud sotto i 10 mila abitanti». L’ultima domanda è alla Garante per l’Infanzia e l’adolescenza Marina Terragni. Greta le chiede se ha mai avuto paura, dopo gli studi, di entrare nel mondo degli adulti: «Sì, e anche in tante altre occasioni. La paura - dice Terragni - è un sentimento fisiologico che ci dà l’adrenalina necessaria per progredire. Voi oggi avete altre paure, investiti come siete dalla rivoluzione digitale degli smartphone. Paura di non essere all’altezza, paura di non avere un gran numero di like, paure proprie della generazione Z in avanti».

Gestire il conflitto

Il consiglio per avere un ascolto efficace da parte degli adulti è: « Non diteci retoricamente quello che pensate possa farci piacere. Abbiamo fame di ascoltarvi, voi potete suggerirci gli anticorpi. Ci avete detto voi che i genitori non devono regalare il telefonino già alla prima comunione». E conclude: « Non abbiate paura del conflitto con gli adulti, ma della mala gestione del conflitto. Non abbiate paura del giudizio, dite sempre la verità».

 www.avvenire.it