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mercoledì 14 ottobre 2026

WOLFANGO E LA BAMBINA

 


Seminare speranza


Aprendo finestre sul proprio passato, nella sua vecchiaia un uomo ricompone la travagliata costruzione della propria identità e ripercorre il cammino che gli ha permesso di evadere dalla gabbia in cui sembrava destinato a restare.

A segnare i primi anni della sua vita sono la povertà affettiva, la miseria economica e culturale, la convinzione dei genitori che il suo futuro dovesse essere la semplice replica del loro precario presente. Ma è la sua sete di un altrove – di emozioni, relazioni e conoscenza – a dargli il coraggio di opporsi al destino.

Saldo alle proprie radici, il protagonista scioglie a poco a poco i lacci del pregiudizio, della disistima e dell’insignificanza sociale, fra vittorie e sconfitte, simbolicamente rappresentate dalle carte pescate dal mazzo della vita.

Ne nasce il racconto di un percorso di emancipazione, libertà e amore.

Una storia vera, capace di farsi specchio di molti altri cammini di riscatto, di ricerca di sé, di speranza.


Adriana Lafranconi – Wolfango e la bambina – ed. Studium, 2026

 Adriana Lafranconi è stata maestra, dirigente scolastica, impegnata nella ricerca in università, formatrice. Attualmente è responsabile del Dipartimento Scienze Sociali, Università delle Tre Età, Sede di Mandello Lario. Con Il paese sul lago. Cento e un personaggio in scena, Marcianum Press (2024) esordisce nella narrativa.

lunedì 28 settembre 2026

INSEGNANTI DELEGITTIMATI

 


 Violenza

nelle scuole? 


Favorita 

da anni 

di delegittimazione

degli

insegnanti


Il rettore dell’Università Roma Tre, analizza, da pedagogista, la progressiva crisi del sistema scolastico italiano. Decenni di delegittimazione del ruolo dei docenti, taglio del riconoscimento economico ed «elogio dell'incompetenza» hanno logorato l'autorevolezza delle istituzioni educative, trasformando la scuola da luogo di crescita collettiva a terreno di scontri individuali e performance

-di Annachiara Valle

«La nostra è sempre stata una scuola aperta, di grande inclusione, un modello per il mondo. Negli anni, però, la classe degli insegnanti è stata progressivamente delegittimata». Massimiliano Fiorucci, pedagogista, rettore dell’Università degli Studi Roma Tre, legge anche così gli ultimi avvenimenti nella capitale.

Massimiliano Fiorucci, pedagogista e rettore dell'Università degli Studi Roma Tre, in un incontro alla libreria San Paolo di Roma

Professore Roma è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa in una scuola media. Perché cresce questa violenza?

«Difficile rispondere, bisognerebbe conoscere meglio e più da vicino la vicenda, i contesti sociali e familiari, le situazioni. Però, a livello generale, secondo me, è sicuramente responsabile il prolungato messaggio di delegittimazione del valore della scuola e dell’educazione. C’è stata una fase storica nella quale gli insegnanti erano considerati figure di riferimento e autorevoli e la scuola era un’istituzione di valore da tutelare, un luogo rispettato da tutte le famiglie non un luogo in cui, come in qualche caso avviene oggi, i genitori vanno a difendere come sindacalisti i propri figli. Dopo anni di deleterio e irresponsabile elogio dell’incompetenza, per cui non c’è bisogno di studiare, di sapere, di conoscere per esprimere una opinione o per svolgere una determinata professione o per affermarsi nel mondo del lavoro, si è delegittimato il valore anche sociale degli insegnanti. Oltre, ovviamente, al peso dello scarso riconoscimento economico di queste figure professionali. E poi è venuta affermandosi la cultura della performance, è stato considerato più importante il risultato, che non il processo e il percorso di apprendimento».

A proposito di risultato, le nuove guide per la scuola mettono al centro il talento e il merito. Questo sarà un aiuto per gli studenti o un peso maggiore?

«Talenti e meriti vanno riconosciuti e valorizzati, ma per come sono formulate le nuove linee guida si rischia di fare in modo che questo ricada sui soggetti, sulla responsabilità individuale piuttosto che sociale. Il punto è che dobbiamo tenere in considerazione i contesti nei quali le persone crescono, le condizioni familiari, sociali, il background culturale, le opportunità, le relazioni, i territori dove capita di nascere. Non c’è nessun merito in questo. C’è sicuramente una dimensione individuale di talento e di merito che va coltivata e assecondata, ma la scuola deve in primo luogo cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni. Se potessi indicare una strada direi allora che bisogna privilegiare delle politiche di “discriminazione positiva”, cioè bisogna dare di più a chi ha di meno per fare in modo che tutti possano avere le stesse opportunità di crescere, di emanciparsi, di essere liberi e di far emergere i propri talenti».

In che direzione va la scuola con le nuove linee guida?

«Si afferma, fondamentalmente, un modello di scuola assimilazionista, eurocentrica, trasmissiva e in qualche modo anche autoritaria con poco spazio per la dimensione laboratoriale e dell’apprendimento trasformativo. Penso poi all’uso della storia. Qui c’è più un riferimento a narrazioni moralistiche ed edificanti attraverso molti aneddoti piuttosto che al pensiero critico e alla capacità di utilizzare le fonti storiche. Si va verso una funzione più identitaria, verso la costruzione di un modello di cittadino degli Stati nazionali piuttosto che, come andrebbe fatto in un’epoca come quella che stiamo vivendo, di costruzione di una cittadinanza globale aperta al dialogo e al confronto con gli altri».

Parlando proprio di Storia. Si insiste sull’importanza della Storia dell’Occidente, come se tutto fosse nato da noi. Vede un pericolo in questo?

«L’incipit del programma è folgorante. Vi si legge che “solo l’Occidente conosce la Storia”. È un’affermazione molto forte, problematica, identitaria che sottolinea questo sguardo euro ed etnocentrico. È pericoloso perché, se si guarda solo a se stessi, questo non predispone al dialogo, ma allo scontro».

Ci spiega meglio?

«Perché questa impostazione significa non riconoscere il valore degli altri e il fatto che tutte le culture non sono oggetti separati, non lo sono mai stati. Si tratta di una visione essenzialista. Tutte le culture sono in qualche modo miste, permeate e permeabili. Lo vediamo dalla toponomastica, dal linguaggio, dalle tradizione gastronomiche, dalle parole che usiamo. L’Italia è un territorio da sempre multiculturale e multireligioso. Gli ebrei, per fare un esempio, sono a Roma dal secondo secolo a.C., abbiamo molte minoranze linguistiche storiche in tutta Italia, siamo stati dominati e attraversati attraversati da tantissime popolazioni: dagli arabi, dai normanni, dagli spagnoli, dai francesi, ecc.. Ognuno di questi Paesi e popoli ha lasciato delle tracce nella nostra lingua e nella nostra cultura. E questo l’ha fatta evolvere. Le culture pure, isolate scompaiono, muoiono, di fatto non esistono. Tutti i sistemi culturali sono invece permeabili e dialogici. Le identità sono, di per sé, dinamiche. Solo attraverso il dialogo si può crescere, essere capaci di modificarsi e migliorare se stessi».

Parlando degli arabi mi veniva in mente la parmigiana, ricetta italiana, ma che non avremmo se gli arabi non avessero portato le melanzane nel nostro Paese.

«È assolutamente così. Ci sono tantissimi esempi in questo ambito e penso ai bellissimi libri di Massimo Montanari sull’identità italiana in cucina. In uno dei suoi scritti dal titolo “La Contea di Modica”, Leonardo Sciascia racconta come sia nato quel tipico cioccolato di "inarrivabile sapore, che sfiora l'assoluto". Quel cioccolato è arrivato attraverso gli spagnoli che, da Alicante in particolare, erano andati in centro America e avevano riportato in Sicilia una ricetta azteca attraverso cui si arriva poi alla famosa cioccolata di Modica. Ecco, quindi, che anche le tradizioni più “tradizionali”, in qualche modo, sono il frutto di questi scambi. E ancora pensiamo al pomodoro, alla polenta. Tutti prodotti legati anche alla scoperta dell’America (sarebbe più corretto definirla conquista assumendo il punto di vista delle popolazioni che già vi vivevano) e alla circolazione delle persone, delle merci, delle idee, delle parole. Per questo è antistorico considerare la storia solo dal punto di vista occidentale».

Tra i libri di testo entra anche la Bibbia. Ma si può capire il testo sacro senza la storia dell’Egitto, della Palestina, senza riconoscere la cultura dove quel testo è nato?

«È esattamente qui il problema, quello che lei dice è fondamentale. Ma anche qui mi sembra che si voglia fare una lettura un po’ ideologica della Bibbia e della religione, usandole per consolidare la narrazione sulle radici cristiane occidentali, ma escludendo tutto ciò che ha contribuito a creare e comprendere un testo complesso come quello della Bibbia così ricco e straordinariamente potente. Qui c’è una lettura di parte, forzata, identitaria che è quella che viene proposta dal Ministro Valditara nel libro “Il manifesto per l’Occidente” che ha curato insieme con Giampaolo Azzoni. In questo libro si tenta di delegittimare, senza riuscirci, tutti quegli autori, come Frantz Fanon, Edward Said, ecc. che hanno introdotto uno sguardo critico sull’Occidente e sulle sue responsabilità coloniali e non solo. Con questo non voglio negare i meriti che l’Occidente ha avuto. È il luogo dei diritti, del dialogo e dell’apertura, ma dobbiamo ricordare bene che è anche il luogo dei crimini, è il luogo nel quale sono nati i razzismi, il nazifascismo, i colonialismi, l’olocausto e che continua a tollerare al suo interno forme di integrazione subalterna e nuove schiavitù».

Si insiste anche sull’Odissea. La convince?

«L’Odissea è un racconto straordinario che fa parte della nostra storia. Ma anche qui non si possono capire la storia e la cultura a pezzi. I mondi vanno sempre contestualizzati. Ma quello che mi spaventa di più nelle indicazioni ministeriali è il privilegiare il racconto edificante, l’aneddoto piuttosto che l’approfondimento critico. Questa educazione un po’ moralistica mi sembra che sia un ritorno agli Stati nazionali dell’ottocento, una tentazione non solo italiana, ma del tutto anacronistica»

Eppure, la nostra è sempre stata una scuola aperta, vero?

«Straordinariamente aperta, al di là delle retoriche che se ne fanno. Se si vuole imparare dalla Storia ricordiamo i romani che hanno adottato l’editto di Caracalla che concede la cittadinanza a tutti gli abitanti sul territorio, quindi hanno superato lo ius sanguinis adottando lo ius soli. I romani hanno anche inventato il diritto d’asilo e hanno concesso a persone di origini diverse di diventare imperatori, si pensi solo per fare un esempio a Settimio Severo che proveniva dall’attuale Libia. Se ci si vuole rifare all’antichità potremmo imparare questa lezione. Tornando alla scuola, comunque, dal dopoguerra la nostra è sempre stata una scuola inclusiva, che ha superato le classi differenziali, che non ha mai adottato modelli separati per l’inserimento degli allievi con cittadinanza non italiana, che è stata capace di grandi sperimentazioni che hanno portato davvero a realizzare una scuola aperta a tutti. Abbiamo tutta una serie di documenti avanzatissimi dalla fine degli anni Ottanta fino al 2022 proprio sulle tematiche interculturali. Nelle nuove indicazioni, invece, il termine intercultura appare solo qualche volta con riferimento alle competenze e all’apprendimento delle lingue straniere. Uno sguardo chiuso e asfittico».

E invece sull’educazione affettiva. Perché c’è questa grande paura?

«Perché siamo ancora obiettivamente una società patriarcale, quindi un’educazione affettiva seria metterebbe in discussione modelli consolidati che, però, visto quello che sta succedendo, andrebbero messi seriamente in discussione. Nel nostro Paese, col numero di femminicidi che tristemente si registra ogni anno, andrebbe fatto un lavoro profondo sia sugli educatori/insegnanti sia sugli studenti e le studentesse perché siamo tutti un po’ impreparati. Un tema che non è rinviabile anche perché la scuola spesso per alcuni è l’unico luogo dove gli studenti possono conoscere prospettive e punti di vista diversi rispetto anche a quelli dell’ambiente di origine. Non sempre la famiglia trasmette valori positivi. Basti pensare che la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene in contesti familiari. Un’apertura e uno sguardo diverso sarebbero, allora, sicuramente un’opportunità data sin dall’età più giovane».

È positivo il ritorno del latino?

«Sicuramente è una materia importante. Se avessi potuto scegliere l’avrei messa come materia obbligatoria. Perché se è facoltativa, come è sempre avvenuto, sarà scelta da chi ha più risorse, da chi ha dietro una famiglia che magari ha fatto studi classici, che ha più libri in casa. Diventerà una questione di classe sociale. I più sfavoriti non faranno il latino e quindi saranno di nuovo, a conclusione della scuola, più svantaggiati. Penso che sia, invece, interessante la parte di geografia che ha una dimensione, contrariamente alla parte storica, più aperta al dialogo interculturale. In ogni caso ciò che è preoccupante è l’impianto poco allineato ai tempi e in contraddizione con la grande tradizione della scuola italiana. Una tradizione di inclusione, di apertura straordinarie che ne hanno fatto un punto di riferimento nel mondo per la sua modernità. La scuola che va disegnandosi mi sembra un po’ in contraddizione con quella di dialogo, della libertà, del pensiero critico e dell’emancipazione che poi è, di fatto, la scuola della Costituzione».

Famiglia Cristiana

Immagine


lunedì 21 settembre 2026

INTELLIGENZA ARTIGIANALE AFFETTIVA

 


<-di Alessandro D’Avenia


Non c’è ricreazione senza cibo.

 Da bambino scartavo con trepidazione il panino che trovavo in  cartella: salame, formaggio, cioccolata?

 Invidiavo le più seducenti merendine dei compagni che poi, però,  affamati, elemosinavano un pezzo della mia merenda in cambio di un morso del loro magro spuntino. E così non solo mi saziavo, ma avevo un dolce sempre diverso. 

La ricreazione era una festa! Me lo ha ricordato una classe di quindicenni che festeggiano a ricreazione tutti i compleanni con dolci fatti in casa da loro.  

 Un gesto rivoluzionario. 

Primo, perché in un’epoca di ego voraci, per i quali l’altro è o un ostacolo o un mezzo, all’altro loro dedicano tempo e attenzione celebrandone l’origine e quindi l’originalità, prescindendo da meriti e convenienze; secondo, perché cucinare, nell’attuale datificazione della vita e smaterializzazione del corpo, è Intelligenza Artigianale Affettiva, che la macchina non può imitare, perché non conosce la gratuità e le mani. 

Lievito batte silicio in gioia di vivere, perché l’appartenere è per l’anima ciò che l’abbraccio è per il corpo. Per conoscere la salute di una comunità (famiglia, gruppo, città, nazione...) osservate che cosa celebra e come: la festa è la «fede» (sistema di valori) su cui si fondano quei legami. 

 Quella di compleanno a ricreazione professa questo credo: è bello che tu ci sia, ci unisce! 

Forse il ragazzo che ha accoltellato in diretta social la sua professoressa, sarebbe uscito dalla sua prigione online se avesse provato una ri-creazione così.



Corriere della Sera

Alzogliocchiversoicielo


 

EDUCAZIONE SENTIMENTALE PER ADULTI

 


Educazione sentimentale per adulti, è urgente!


di Rosella De Leonibus



Sì, amare in modo adulto non è un’impresa facile, presuppone maturità, sicurezza, e nello stesso tempo rispetto dell’altra persona, e il bisogno di aprirsi all’esperienza più intima che ci sia, quella che ci cambierà più profondamente di ogni altra, e più radicalmente ci metterà in gioco. Forse per questo fa così paura, e forse allora non è strano, come sostengono alcuni studiosi, che in epoca di identità liquide siano liquide anche le relazioni, così liquide da vaporizzarsi facilmente, o da cambiare forma altrettanto rapidamente a seconda delle circostanze… Ma vituperare il presente per evocare i bei tempi andati, la cui bellezza resta tutta da dimostrare, resta un esercizio vano, al cui posto risulta più utile osservare, descrivere, cercare di comprendere e attivare nuove risorse.

Formule tossiche del legame: il gaslighting

È questa seconda via quella che cercherò di percorrere, descrivendo la fenomenologia di alcune evenienze tossiche che spesso si incontrano nelle relazioni affettive. Partiamo per oggi dalla più pesante e distruttiva, il cosiddetto gaslighting, quella pratica che consiste nel delegittimare e denigrare il pensiero, le scelte, le opinioni e il comportamento di un-una partner, addirittura il suo stesso corpo, i suoi gusti alimentari, le sue abitudini quotidiane. Si tratta di violenza psicologica, quella che non lascia lividi, ma disattiva il rispetto per se stesse, per se stessi, fino al punto di creare una sensazione dolorosa di confusione mentale, umiliazione, abbattimento emotivo, che distrugge, nella persona che lo subisce, la capacità di pensare con chiarezza, affrontare i problemi e salvaguardarsi. Tanto è perversa questa forma di abuso psicologico che, chi la perpetra, arriva anche a sostenere che il destinatario si sia immaginate o inventate le accuse e le vessazioni che dichiara di aver subìto. Nelle coppie in cui si osserva questo meccanismo comunicativo abusante (perché il gaslighting non resta un fatto privato, e già sarebbe gravissimo, ma viene svolto anche in presenza di terzi, in modo tale che lo show abbia spettatori che applaudano), si nota un profondo senso di insicurezza e un inconfessato sentimento di inferiorità dal lato del partner che lo agisce, e spesso trapela anche un fondo di rancore, un sentimento di vendetta che si esprime a dosi quotidiane, come a voler schiacciare la soggettività dell’altra persona. Cosa è accaduto in una coppia del genere? Nei casi più eclatanti siamo davanti ad una amarissima tappa dell’escalation della violenza di genere, e le evidenze comportamentali di cui sopra sono amplificate e legittimate dalla base culturale di tipo patriarcale che permea tutt’ora i rapporti di coppia. Nelle situazioni meno drammatiche invece, quando si indaga sulle puntate precedenti, si notano disequilibri importanti tra i due partner, dove quello dei due che aveva la posizione esistenziale o culturale o umana più debole è prevalso, nella divisione del potere all’interno della coppia, ma per poter restare in tale posizione di maggior peso deve togliere valore all’interlocutore, tagliargli le gambe, in un certo senso, per non perdere la propria posizione di dominanza. Riguardo all’altra persona, quella che inizialmente aveva una posizione di maggior peso, si registrano comportamenti di sottomissione nelle fasi iniziali della vita della coppia, i quali venivano giustificati dal tentativo di riequilibrare una relazione che partiva già sbilanciata. Quindi, dal sottomettersi e farsi più piccoli per non pesare troppo, si passa di fatto a legittimare il bisogno dell’altro di prevalere, in modo da stabilire un equilibrio sbilanciato dal lato opposto rispetto a quello degli inizi.

Risorse da attivare

Che risorse si possono attivare nelle coppie da poco formate, per non incorrere in una tale perversa gestione del problema dell’equilibrio tra i partner? Escludiamo le situazioni che concretizzano la fattispecie della violenza di genere, perché in questi casi occorre proteggersi sottraendosi alla relazione e interrompendola. Solo dopo, in situazione di sicurezza, si potrà lavorare sul ripristino dell’autostima e sulla capacità di farsi rispettare dal lato di chi ha subìto il gaslighting, mentre dal lato del partner abusante si potranno attivare percorsi seri di consapevolezza e di responsabilizzazione, fino a poter riconoscere il modo distruttivo in cui veniva gestito il potere e accettare che una supremazia ottenuta con la violenza psicologica non cancella un sentimento di inferiorità che ha bisogno di altri livelli più profondi di elaborazione. Il grosso del lavoro sul gaslighting è di tipo preventivo. Innanzitutto occorre che, chi pone in essere una relazione di coppia con un progetto di lungo termine, abbia chiaro che l’amore non è un sentimento soltanto di tipo romantico, ma si basa necessariamente, nella vita quotidiana, su un costante monitoraggio della variabile «potere», nel senso del peso che ciascuno dei due si riconosce e riconosce all’altro-a nelle decisioni comuni, nell’immagine esterna della coppia, nella gestione finanziaria, nel tempo libero, nei rapporti con le famiglie d’origine… Se una giovane coppia non ha contezza di quanto pesi l’equilibrio di queste forme di potere, di quanto sia intrinseca questa variabile rispetto alla relazione affettiva, tenderà ad immaginare che la relazione romantica possa fare a meno di doversi confrontare con tutto ciò, che l’amore automaticamente possa risolvere questi e altri problemi, e che nel caso basterà sopportare, fare un passo indietro, oppure alzare i toni, pigiare un po’ di più sulla leva del potere, per riequilibrare un rapporto che era partito già troppo sbilanciato. E bisogna che, chi si impegna in una relazione di coppia, possa accedere ad un buon livello di consapevolezza di sé, possa conoscere e riconoscere i propri punti di forza e i propri punti deboli, e consolidare una immagine di sé stabile ma non rigida, potenzialmente in evoluzione, e assumersi la responsabilità di questa evoluzione in prima persona, rinunciando a «coprire» i propri vuoti a spese del partner. Bisogna cancellare dalla mentalità di chi si ama quella dannosissima ottica sacrificale che induce a risolvere i problemi di coppia e le carenze del partner a spese della dignità umana e della integrità psichica propria o dell’altra persona. Bisogna insegnare alle ragazze e ai ragazzi che nessuna formula sana dell’amore ammette la violenza psicologica, l’umiliazione, la svalutazione del partner, né nella forma agìta, né nella forma subìta.

Relazioni ben equilibrate

Bisogna sottolineare quanto nelle relazioni d’amore sia fondamentale un certo equilibrio tra le due persone, su molti piani: sul piano della maturità psicologica, sul piano della consapevolezza, sul piano della capacità di comunicare in modo rispettoso, sul piano dei valori, sul piano dei progetti, sul piano della stima, sul piano dell’impegno, sul piano della fiducia… Perché una relazione di coppia che parte già squilibrata è come un marciatore che parte con una gamba più corta dell’altra. Presto non riuscirà a camminare bene, si farà male, e dovrà fermarsi. È come un calesse con due cavalli dove uno è più debole dell’altro, e dove quello più forte, per non umiliare il suo compagno, cammina più lento e lascia che sia il più debole a «fare il passo», dando di sé un’immagine fuorviante e lasciando in mano all’altro un potere che poi quest’ultimo farà fatica a sostenere. Certo, non sarà possibile bilanciare esattamente ciascuna variabile, ma almeno che ci sia un buon bilanciamento nell’insieme è fondamentale, altrimenti la via d’uscita è il conflitto distruttivo, aperto e lacerante, o nascosto e devastante come nel gaslighting. L’ostacolo più grande per aprirsi da adulti ad una sana forma di educazione sentimentale è nella ideologia dell’amore romantico, come forza capace di superare qualunque ostacolo. Sono gli slanci iniziali che ci fanno uscire dal nostro io, ci fanno aprire il cuore verso una persona tutto sommato sconosciuta, ci fanno sognare un futuro insieme, ci gratificano con scariche benefiche di endorfine. Ma sono altri i passaggi che poi ci permettono di costruire una relazione stabile e duratura, che costituisca una base sicura e un nido caldo per noi partener in primis, e poi anche per le figlie e i figli che vorremo mettere al mondo. Sono passaggi che hanno a che vedere con la capacità di amare in modo adulto, partendo dal porsi nella coppia come soggetti autonomi che non vogliono bastare a se stessi, ma impegnarsi in un legame che possa dar valore e forza a ciascuno dei due, e produrre benessere e sicurezza, crescita e vitalità verso l’interno e verso l’esterno della relazione. Un tale cammino lo si comincia da bambini, da bambine, con l’educare l’espressione dei bisogni e delle emozioni, e con il riconoscere la dignità dell’altra persona, le sue specificità, con l’allenarsi a cooperare per un maggior bene comune anziché prevalere per affermare se stessi a spese dell’altro. Non solo per fare un bambino ci vuole un intero villaggio, come recita un famoso proverbio africano, ma per fare una coppia felice ci vuole una educazione sentimentale che inizi molto presto e duri tutta la vita.

Gaslighting

Il termine fa riferimento all’opera teatrale inglese «Gas Light» di Patrick Hamilton del 1938, dove il protagonista, per raggiungere i suoi obiettivi senza essere scoperto dalla moglie, utilizza una serie di metodi per farla dubitare di se stessa e della sua stessa percezione. Con gaslighting si intende proprio quella forma di abuso e di manipolazione psicologica che spinge la vittima a dubitare della sua percezione della realtà e dei suoi pensieri. «Si tratta di una forma di violenza psicologica insidiosa, dove le menzogne dell’abusatore vengono presentate alla vittima come verità anche davanti a evidenze. Queste ultime, invece, sono indicate spesso come frutto dell’immaginazione della vittima o di un suo errore», interviene lo psicoterapeuta. Il gaslighting può comportare effetti gravissimi sulla psiche di chi lo riceve, perché «può ledere l’autonomia e la capacità di decisione e di valutazione della vittima, gettandola in uno stato confusionale». 

https://www.skuola.net/school-love/fenomeni-online-amore-ghosting-benchingorbiting.html 

 

lunedì 6 aprile 2026

INCIPIT VITA NOVA

 


Geometrie dell'anima

 e alfabeti del cuore: 

"Incipit VitaNova" di LucianoCorradini

 

In un'epoca segnata, per dirla con Zygmunt Bauman, dalla "liquidità" dei legami e da un progressivo, e non di rado doloroso, sfaldamento dell'istituzione familiare, l'opera di Luciano Corradini, Incipit Vita Nova, si offre al lettore come un viatico prezioso, un breviario laico e spirituale al contempo. Il titolo stesso, programmatico e solenne, si abbevera alla fonte dantesca: quella «rubrica la quale dice: Incipit vita nova» che segna, per il Sommo Poeta così come per l'autore, la linea di demarcazione tra l'inconsapevolezza e la presa di coscienza, rivelandosi come la «storia documentata, commentata, idealizzata di un amore giovanile e della scoperta di una vocazione».

Al centro della narrazione – incastonata nella prestigiosa collana Ars cooperativa naturae edita da Diogene Multimedia – vi è un carteggio giovanile consumato tra il 1952 e il 1954. Un dialogo furtivo, lontano dalle odierne ed effimere comunicazioni digitali, affidato a foglietti celati nei libri o alle pagine di un quadernetto mimetizzato sotto il titolo "Appunti di storia". Protagonisti sono due liceali: da un lato il giovane Luciano, il quale, mosso da un impeto che unisce fede, passione e una precoce vocazione pedagogica, traccia le coordinate di un amore assoluto, sognando sin d'allora la fondazione di una "nuova e santa famiglia”; dall'altra, una fanciulla che qui assume il senhal squisitamente dantesco di Beatrice. Ciò che avvince e rapisce il lettore, sin dalle prime battute, è l'altissimo registro etico e linguistico di questi adolescenti degli anni Cinquanta.

 La prosa di Luciano è febbricitante, intrisa di un ardore che fonde misticismo e urgenza terrena: «Quando, a letto, prima di dormire, penso a te, vorrei correre qui sul tavolo e scrivere ciò che mi sembra di non averti detto mai abbastanza: ti amo. E se ti dico queste due magiche parole che mi fanno tremare le labbra e il cuore [...] sono convinto di non averti ancora detto tutto». Di contro, Beatrice oppone una ritrosia saggia, un pudore intriso di speranza e lucida consapevolezza: «Sappi però che se un giorno questa mia simpatia si mutasse in amore, mi sentirei la donna più fortunata del mondo». La grandezza letteraria e umana di questo epistolario risiede nella sua profonda compenetrazione con la temperie culturale del Liceo Classico (l'Ariosto di Reggio Emilia, nello specifico), che funge non da mero sfondo, ma da lente ermeneutica.

I turbamenti dei due giovani non sono mai disgiunti dalla riflessione sui classici. Corradini interroga i giganti della letteratura, respinge con forza il lirismo passivamente erotico e sensuale di Mimnermo, Lucrezio o Catullo, e tenta di decifrare le inesplicabili dinamiche amorose femminili attraverso i versi del Tasso. Nell'Aminta, confessa l'autore, sembra celarsi il mistero della ritrosia di Beatrice: «La donna fugge e fa ch'altri la prenda, pugna e fa ch'altri la vinca». Tuttavia, l'anelito di Luciano guarda ben più in alto, a quel dantesco «Amor che a nullo amato amar perdona» che pretende, per sua intrinseca natura, reciprocità e dono assoluto. È un'educazione ai sentimenti in cui, mutuando la poetica di Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, l’autore ci rammenta che amare significa primariamente «addomesticare», ovvero creare legami impossibili.

Eppure, come accade nelle più fulgide parabole umane, il carteggio con Beatrice non sfocia in un'unione matrimoniale. Ma lungi dal rappresentare un fallimento, quel triennio si rivela una magnifica paideia, un tirocinio spirituale e umano, un «cantiere incredibilmente bello, serio (forse troppo) e terribile» in cui si è forgiato l'uomo adulto, capace di accogliere il vero compimento del suo destino.

La vera, autentica "vita nova" si invera infatti negli anni universitari, all'ombra della Cattolica di Milano, con l'ingresso in scena di Bona Bonomelli. È qui che il sostrato lirico, lungamente allestito, trova la sua luminosa epifania terrena. Alla dichiarazione di Luciano, Bona risponde con una frase di disarmante, candida bellezza, pregna di quel timore reverenziale che si deve alle cose sacre: «Direi che è impossibile, perché sarebbe troppo bello». Da questo stupore germoglia un'unione solidissima, un patto nuziale capace di celebrare il traguardo del mezzo secolo, allietato da figli, nipoti e pronipoti. Da quello struggimento giovanile e da quelle attese, come riconoscerà Luciano scrivendo a Beatrice trentacinque anni dopo, sono nate due famiglie, a testimonianza che nulla, nell'economia dell'amore, va mai sprecato.

 Chiudere le pagine di Incipit Vita Nova significa, in ultima istanza, fare esperienza di un'intensa gratitudine. L'opera di Corradini trascende il perimetro del manifesto pedagogico o del semplice memoir, per farsi reliquiario palpitante di un sentimento che ha saputo sconfiggere l'inesorabile usura del tempo. Ciò che stringe il cuore, in una morsa di dolcissima malinconia, non è soltanto il candore di quei fremiti celati tra le pagine di un quaderno di liceo, ma il miracolo – umanissimo e al contempo intriso di sacro – della loro prodigiosa incarnazione.

In un presente in cui l'amore è sovente declinato al condizionale, assottigliato nella liquidità degli affetti o consumato nella fugacità di un istante, questo libro, che evoca il tempo in cui i sentimenti venivano coltivati con pudore, responsabilità e inesauribile speranza, si leva come un canto coraggioso e struggente. Ci ricorda, con la voce velata dalla tenerezza di chi contempla una vita intera spesa per l'altro, che amare significa farsi custodi instancabili del destino altrui.

 Quel seme gettato con mani tremanti in una lontana primavera del 1952 non si è disperso nel vento dei decenni, ma si è fatto radice, quercia, dimora. Così, l'ultima riga di questo carteggio non segna un congedo, ma un nuovo, inestinguibile incipit. Corradini ci consegna il legato di una certezza che emoziona e lascia senza parole: il quotidiano donarsi non è rinuncia, bensì il solo, magnifico telaio su cui l'anima umana possa tessere la propria luce. Un piccolo capolavoro di grazia che ci prende per mano e ci invita, sommessamente, a non smettere mai di avere sete d'eterno e a non temere la vertigine di quel “per sempre”.

Franco Mileto

 Corradini


mercoledì 26 novembre 2025

LA SCUOLA DEGLI AMANTI


Sesso, affetti, relazioni

 e 

il Grande

 Confidente 

Artificiale

 

Il 42% dei ragazzi tra 15 e 19 anni chiede aiuto all’AI in momenti di tristezza, solitudine, ansia, o consigli su scelte, relazioni, sentimenti (dati appena presentati da Save the children nella XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia a rischio in Italia).

 

-di Alessandro D’Avenia

 Che cosa dicono queste statistiche? Che l’educazione artificiale ha rimpiazzato quella sentimentale. Ricordate l’educazione civica, confinata nell’ora di storia? Data l’ignoranza sul tema, da qualche anno è diventata trasversale a tutte le discipline con un suo monte ore e un voto. La insegniamo tutti perché non è una materia come le altre, le precede: il «civico» (diritti e doveri) abbraccia tutta la vita di un «animale politico». E anche se si riceve un voto a parte in civica, la vera qualifica è il «comportamento» (un tempo «condotta», nella pagella elementare di mia madre addirittura «gentilezza», a ogni epoca le sue sfumature): come ti rapporti con il mondo? Se non raggiungi la sufficienza non passi, anche se eccelli nel resto. La chiamiamo «educazione» perché coinvolge tutta la persona: sta alla vita come il respiro. Le educazioni (logico-matematica, linguistica, artistica, motoria...) sono infatti forme culturali permanenti e necessarie a proteggere la vita e a permetterle di svilupparsi. L’uomo non è solo animale «politico» ma anche «prolifico», ha e dà la vita, necessita quindi di un’educazione sessuale e affettiva. Quale aspetto totale della vita protegge e sviluppa questa educazione? E la scuola che fa? 

 L’uomo «culturalizza» gli istinti. Noi non mangiamo solo per nutrirci, ma per stare a tavola mentre ci nutriamo: trasformiamo in relazioni e arte un bisogno primario. Lo stesso accade con la vita. Non ci accoppiamo solo per riprodurci, ma per amarci, conoscerci, gioire. Abbiamo la vita sessuale più sorprendente del mondo: a differenza di un cane facciamo l’amore viso a viso, quando ci pare, anche nei periodi infecondi o non più fertili, tendenzialmente non in pubblico... Insomma siamo una curiosa eccezione che richiede attenzioni speciali. L’educazione sessuale-affettiva dovrebbe essere quindi una festa celebrata attorno alla cosa più bella: affidarsi l’uno all’altro per darsi e dare la vita, e invece oggi è ridotta a paure e indicazioni sanitarie, necessarie di certo ma che non possono esaurire l’argomento se non al prezzo di far coincidere il sesso con una cosa pericolosa. Così un adolescente nel pieno del passaggio esaltante e tremebondo della pubertà, perde il gusto dell’eros: paura e confusione, per poi dover chiedere aiuto al Confidente Artificiale. 

 L’Occidente ha scelto l’antica radice gen- per il mistero della vita: generare, geniale, genitali, generoso, genuino, genitori, gentile, gente... Che cosa serve quindi per coltivare una «radice» così feconda? Educare alla relazione. E cioè? Sesso viene forse da secare, tagliare: due elementi tra loro morfologicamente implicati a vicenda per generare effetti — beni relazionali — materiali o immateriali, necessari a (sopra-)vivere. Il rapporto genitore-figlio genera protezione, educazione, continuità. Il rapporto docente-studente genera cultura, crescita, libertà. Il rapporto tra amici genera fiducia, aiuto, confidenza. Il rapporto affettivo-sessuale genera unione, gioia, conoscenza, altra vita. Le relazioni sono i riti che danno possibilità alla vita di essere tale. 

 Questo significa che «educazione affettivo-sessuale» a scuola non può essere il nome di poche ore condotte da esperti, perché è di fatto l’unica materia — la materia prima — di tutta la settimana: siamo immersi nelle relazioni come nell’aria ma solo quando l’aria è cattiva ci accorgiamo che esiste. Ed è quello che sta accadendo, allora bisogna «cambiare» l’aria. Come? 

Non bastano gli esperti che a scuola ci sono già: docenti e psicologo. Di certo l’insegnante di scienze spiega l’apparato riproduttivo, quello di inglese la fenomenologia amorosa adolescenziale di Romeo e Giulietta, quello di chimica le dinamiche ormonali, quello di latino le poesie erotiche di Catullo e lo psicologo è disponibile per i ragazzi... ma l’aspetto trasversale che coinvolge tutte le discipline e in tutte si manifesta a diverso titolo non è la somma di questi contenuti, ma è un vissuto unitario: la modalità in cui si realizza la vita delle relazioni incarnate, come i docenti si relazionano tra loro e con gli studenti. Un bambino impara a relazionarsi dal modo in cui gli adulti (genitori, parenti, docenti, educatori...) lo fanno tra loro e con lui. A differenza degli animali che si accoppiano, noi «facciamo l’amore», cioè creiamo la relazione, amiamo come siamo «educati» ad amare. 

 Posso ricevere «istruzione» fisio-psico-sanitaria, ma sono «educato» all’affettività e alla sessualità dalla qualità delle relazioni attorno a me. Lo spiego con la storia del poeta che non aveva mai visto il mare. Abitando nel cuore della sua regione ne aveva solo sentito parlare. Un giorno riuscì a raccogliere il denaro per il viaggio verso il Mediterraneo. Arrivato in albergo, l’oste gli indicò la strada. Egli andò e si sedette a riva, rimanendo in silenzio a guardare sino a sera. Quando tornò l’oste gli chiese come era andata. Il poeta rispose: «Non l’ho visto», lasciando perplesso l’interlocutore. La stessa scena si ripeté per sei giorni, fino alla sera del settimo, quando tornò raggiante urlando all’oste: «Ce l’ho fatta!». Raccontò che aveva visto tornare una barca, da cui erano scesi dei marinai: «Ho visto il mare negli occhi di coloro che fanno il mare e dal mare sono fatti». Verità incarnata: lo stesso vale per chi fa ed è fatto dall’amore, gli umani. Quello che serve è un’educazione che attraverso relazioni sane (lo è quella in cui uno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno) faccia venir voglia di incarnarle a propria volta, di ri-fare l’amore ricevuto, continuarlo o migliorarlo, dopo aver vissuto e compreso perché funziona o meno. Poi chiaramente sta a ciascuno elaborare, anche con fatica, che cosa far proprio e cosa cambiare di ciò che ci è stato trasmesso, per avere una vita di relazioni più vera e gioiosa di quella ricevuta e perché ogni rapporto ha fragilità e unicità che nessuna «istruzione» può esaurire. 

 La scuola degli amanti (titolo alternativo del Così fan tutte di Mozart e Da Ponte) non chiude mai, dura tutta la vita. In questa scuola può dirsi «educato», affettivamente e sessualmente, chi sente la vita altrui in modo tale che ferirla o accarezzarla è ferire o accarezzare la propria. Nel recente fatto di cronaca milanese i magistrati hanno evidenziato la «disumana indifferenza» dei giovanissimi accoltellatori: non sentono la vita ma la morte, che li eccita più della vita, tipico delle culture esangui. Manca loro l’educazione che si vede/vive, come il poeta con i marinai, negli adulti di riferimento. E la scuola che può fare? In una temperie culturale narcisistica, individualistica e consumistica, alimentata dalla virtualità digitale, l’educazione alle relazioni potrebbe partire a scuola approfondendo con i ragazzi le origini culturali e i limiti di questi «visori» e di queste «visioni» del mondo, per restituire poi loro l’alfabeto dell’intelligenza emotiva, proprio come si insegna quello per scrivere: occorre prima scardinare l’idea oggi dominante che per avere vita bisogna prendersela o comprarla, cioè che il controllo è relazione quando è invece la sua consumazione, e poi educare la capacità di riconoscere e dare nome a emozioni, gesti e sentimenti (è per esempio dimostrato che chi non legge fatica a riconoscere i sentimenti altrui). 

 Perché i ragazzi ignorano le infinite sfumature dell’amore e non quelle dei siti porno? Perché abbiamo lasciato che li educhi chi capita, e non noi e la cultura vera. E così molte adolescenti raccontano che il primo rapporto è di fatto una violenza, perché i ragazzi «imitano» ciò che vedono fare a quelli che hanno scambiato per marinai, ma erano solo pirati. La scuola può fare un lavoro culturale più serio dell’attuale querelle elettorale, sul modello dell’educazione civica, affidando degli approfondimenti a noi docenti, con eventuali esperti, scelti in base alle necessità e alla maturità dei ragazzi. Se chiedono a un chatbot e non a noi, non è perché l’IA è cattiva ma perché noi abbiamo una cultura delle relazioni povera e un progetto culturale esangue. 

 Anni fa in una scatola nascosta trovammo le lettere di corteggiamento dei miei genitori. Le abbiamo catalogate per data in un volume che abbiamo regalato loro in un anniversario. C’è stata per me più educazione sessual-affettiva in quella scatola che in mille istruzioni ricevute, magari da loro stessi. Tutto comincia dal raccontare ai figli come ci si è conosciuti, scelti, amati, e continua con il tenersi per mano, un biglietto affettuoso, chiedere scusa, una carezza, un complimento, una foto, una parola di incoraggiamento, una passeggiata, un regalo, una telefonata... Questa è la scuola degli amanti, la guidano coloro che «generano» vita e vite, educatori a ogni titolo, e hanno, come quei marinai con il mare, l’amore negli occhi: lì è l’educazione sessuale e affettiva di un ragazzo, che allora, come il poeta, a quegli occhi domanderà il mistero della vita, e non, perché disperato, a ChatGPT. 

 Corriere della Sera

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venerdì 25 ottobre 2024

ALFABETIZZARE LE EMOZIONI

 


-Crepet, occorre che i giovani ritornino gradatamente a vivere, ad emozionarsi, a sentire. Solo le emozioni più contrastanti aiutano a crescere senza farsi mai annullare dalla paura -

 

“L’alfabetizzazione delle emozioni non può che partire dalla piena riacquisizione di tutti i nostri sensi. La famiglia e la scuola devono aiutare il bambino a prendere possesso di questa sua.”

 L’attività lavorativa connota una parte rilevante del nostro tempo e senza accorgercene questo spesso comporta dei sacrifici: si trascurano le relazioni sentimentali e si assiste ad un “panorama affettivo molto inaridito”.

 L’analfabetismo emotivo, sul quale si sofferma il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, rappresenta un aspetto invalidante sia per gli adulti che per i giovani, l’assenza di emozioni finisce con renderci aridi e privi di sensazioni.

 “Perché i bambini di oggi possano essere uomini e donne sentimentali di domani occorre che la scuola non sia più finalizzata unicamente alla costruzione di un’identità basata sul lavoro ma anche sul non lavoro. Gli insegnanti dovrebbero educare i loro bambini a perdere felicemente e senza sensi di colpa il loro tempo”, queste le parole dello psichiatra.

 Ciò che occorre comprendere fino in fondo è come i nuovi mezzi di comunicazione, attraverso l’avvento del progresso, abbiano completamente modificato e sovvertito il nostro modo di relazionarci, prediligendo appunto una relazione algida e virtuale ad una invece basata sulla vicinanza fisica e sull’affetto reciproco.

 L’affettività degli adolescenti si è profondamente trasformata. Occorre quindi una nuova metodologia pedagogica che sia in grado di farci riscoprire cosa siano le emozioni, le sensazioni.

 “L’alfabetizzazione delle emozioni non può che partire dalla piena riacquisizione di tutti i nostri sensi. La famiglia e la scuola devono aiutare il bambino a prendere possesso di questa sua enorme potenzialità, troppo spesso inibita e rimossa”, sottolinea Crepet nella sua riflessione.

 I genitori hanno completamente dimenticato cosa significhi abbracciare, accarezzare, baciare i loro figli, convinti che la comunicazione presupponga solo il dialogo e l’ascolto, non richiedendo nient’altro.

 Perfino il dolore e la morte vengono espulsi dal mondo affettivo del bambino, così da evitare qualsiasi evento traumatico o dolore ritenuto superfluo.

 In realtà i nostri figli hanno paura delle paure degli adulti e, nonostante questo gioco di parole, tutto ciò rende i giovanissimi sempre più fragili, incapaci di elaborare qualsiasi dolore, ovattati e cresciuti in un mondo dove tutto è edulcorato o semplicemente estremamente facilitato.

 Ed allora sono proprio le emozioni più intense, le paure, la capacità di metabolizzare i momenti più difficili, che permettono di conoscere i nostri limiti, di misurarci con la delusione, ma allo stesso modo di crescere, riappropriandoci della nostra identità.

 Non è semplice ristabilire un equilibrio spesso molto instabile ma occorre gradatamente ritornare a vivere, ad emozionarsi, a sentire; occorre riempire quel vuoto che ci attanaglia e che spesso non ci permette di vivere serenamente.

 I giovanissimi necessitano di guide e porti sicuri: educatori, genitori ed insegnanti, svolgono un ruolo fondamentale nel loro percorso di crescita, supportandoli nelle loro scelte ed aiutandoli a comprendere fino in fondo come superare i momenti più difficili così da non lasciarsi mai travolgere o annullare dalla paura.

 Non bisogna mai desistere, occorre perseveranza e determinazione per poter riscoprire la propria forza: solo in questo modo i giovani impareranno a gestire le emozioni più contrastanti senza percepire quel senso di inadeguatezza o smarrimento ma anzi avendo già sperimentato delle soluzioni alle problematiche che si presenteranno nella loro vita.

 Scuola Oggi

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giovedì 2 maggio 2024

I GIOVANI, IL CORPO, GLI AFFETTI

 


L’amore vero 

salva dagli abusi

- di Emanuela Vinai

 

«E questo mi induce a interrogarmi sulle emanazioni del corpo rappresentate dalla figura, dall’andatura, dalla voce, dal sorriso, dalla calligrafia, dalla gestualità, dalla mimica, uniche tracce lasciate nella nostra memoria da coloro che abbiamo davvero guardato». Quanta verità in questo passaggio di «Storia di un corpo» di Daniel Pennac. L’amore si riconosce da quel che si nota, e resta impresso, dell’essere amato, nella sua totalità: nel suo muoversi nel mondo, nei suoi atteggiamenti, nella luce dello sguardo, in quei piccoli difetti che diventano le perfette imperfezioni, in quella indivisibile unità tra il corpo nella sua fisicità e chi quel corpo lo fa vivere. Se è così, quanto può essere riduttivo, limitante, ristretto, un (ab)uso del corpo, considerato come disgiunto dalla persona?

 Il tema della corporeità e dell’affettività, soprattutto quando parliamo di giovani e ai giovani, è qualcosa che deve interpellarci nel saper trovare parole nuove, con radici antiche, che raccontino della bellezza di una relazione sana, improntata sul rispetto reciproco e sull’importanza, necessaria, di scoprire i limiti della persona. Quando parliamo dell’esperienza dell’affettività, facciamo riferimento a una dimensione relazionale cui va riservata un’attenzione speciale, uno spazio prezioso che occorre costruire, coltivare, custodire. L’apporto educativo della tutela dei minori passa anche attraverso l’educazione a un corpo che sia soggetto e non oggetto, a un’esperienza serena dell’affettività.

 Oggi il pensiero dominante, spinto da una certa pubblicistica che troppo spesso propone modelli di guadagno facile connessi alla svendita del corpo, è quello che si lega alla soggettività assoluta, in cui l’imperativo è la centratura su sé stessi e sul soddisfacimento dei propri desideri, senza dare valore e riconoscimento all’altro e nemmeno, paradossalmente, alla preziosità del sé. C’è una nuova generazione che cresce a contatto diretto con modi di pensare e di relazionarsi con la corporeità molto diretti, disintermediati, che nel tempo corrono il rischio di diventare rapporti di abuso, perché non c’è rispetto dell’altro. Quanto è importante individuare con precisione il valore del consenso e dell’essere consenzienti? Se ogni cosa è consumo, mercificazione, prestazione basata sull’aumento del gradimento, nel meccanismo perverso dei like, quanto può essere davvero libera la scelta di mettersi in vista a tutti i costi?

 I meccanismi dell’abuso passano anche attraverso lo sfruttamento delle fragilità, delle insicurezze, degli smarrimenti che sono connaturati al nostro essere umani e che negli anni dell’adolescenza e della giovinezza sentiamo ancora più forti. Chi sono io? Cos’è questo corpo che si trasforma, cosa sono questi sentimenti contrastanti che si agitano nel mio animo e a cui non so dare un nome? Cosa determina la mia fame di volere essere amato, visto, riconosciuto?

 Un progetto educativo che abbia a cuore una crescita autentica deve partire dalla persona, dalla sua dignità intrinseca. Chi abusa che visione ha della persona? Vede solo un essere, una cosa, che può utilizzare a suo piacimento. Nell’assenza totale di empatia e di incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni si ritrova una visione nociva della sessualità e della corporeità, mentre il primo principio di una relazione sana è quello del non usarsi e non usare, impegnandosi in scelte coerenti e corrispondenti.

 Nella formazione un tema insistito è relativo alla presa di consapevolezza degli abusi. Se le segnalazioni di comportamenti ambigui (o abusanti) stanno pian piano emergendo, è perché attraverso la divulgazione delle linee guida, l’ascolto sul territorio, le pubblicazioni dei sussidi, si comprende che esistono “le parole per dirlo”. E che non abbiamo timore di usarle. La visione sistemica del fenomeno degli abusi spinge su quattro leve fondamentali: formazione, vigilanza, contrasto, accompagnamento. E tutto questo è reso possibile dal coinvolgimento della comunità tutta, perché il primo tassello di un ambiente sicuro è ruolo del contesto, che è la comunità.

 La Chiesa, nelle parole di chi se ne è allontanato, è percepita come quell’entità slegata dall’attualità, che vuole soltanto proibire. Al contrario, va reso evidente che le buone prassi aiutano a vigilare su noi stessi e gli altri per riconoscere il male in tempo. I no danno fastidio, ma dovrebbero essere pronunciati a favore di quella ricerca della felicità che approfondisce il perché, il significato di ciò che è. Per questo la prevenzione non è né accusatoria né oppositiva, ma propositiva e dinamica.

 I giovani hanno fame di queste cose, il problema è che trovano nutrimenti sbagliati. Scontiamo, a fronte di infiniti dibattiti, una preoccupante lacuna nella presenza di interlocutori e accompagnatori adeguatamente formati su temi su cui i ragazzi sono tanto sensibili quanto facilmente disorientati.

 E allora, se ci chiediamo quale contributo possiamo dare come Servizio per la tutela dei minori a quello che è il progetto educativo di una pastorale dedicata ai giovani, la prima domanda è: in che cosa possiamo lavorare insieme? La prospettiva giusta è nel camminare su un percorso comune, aiutandosi reciprocamente con quella sinergia positiva del formare e informare comunità e persone, in cui si è d’accordo che fare certe cose non è un bene. Puntiamo a un modo più bello e più sano di relazionarsi, all’essere testimoni credibili del vivere relazioni buone, in cui tutti si sentano bene. E al sicuro.

 www.avvenire.it

 

mercoledì 20 dicembre 2023

AFFETTIVITA' E RELAZIONI


Affettività e relazioni, 

cosa si muove dopo il caso “garanti” e Valditara

 


Il caso dei garanti non è stato facile da gestire in Viale Trastevere. Ora le associazioni chiedono più potere e l'autonomia di Valditara si restringe


-         di Max Ferrario

          

Il caso Cecchettin non è stato facile da gestire in Viale Trastevere. La vicenda dei garanti prima nominati e poi ritirati ha avuto infatti ripercussioni che non si sono del tutto assorbite. Conviene riepilogare brevemente la vicenda.

 La spinta emotiva, fortissima, e il pensiero di gran parte dell’opinione pubblica che poneva il problema della necessità di educare i giovani al rispetto tra generi per prevenire i femminicidi ha spinto il ministro Valditara a prendere iniziative. In una prima nota emanata il 24 novembre, il ministro ha dato disposizione alle scuole di avviare percorsi progettuali sul tema “Educazione alle relazioni”, stanziando 15 milioni a favore delle scuole secondarie di secondo grado.

La Nota non ha avuto alcun riscontro polemico poiché dava indicazioni secondo una modalità consolidata per iniziative di questo tipo: coinvolgimento attivo degli studenti, indicazione di  un docente referente, costituzione di focus group che avessero come riferimento la classe, acquisizione del consenso dei genitori degli studenti coinvolti, individuazione per ogni gruppo classe del docente che potesse fungere da animatore, formazione di ciascun docente “animatore”, attribuzione al Fonags del compito di raccordare le modalità di attuazione dei percorsi, collaborazione dell’Indire per organizzare i percorsi di formazione dei docenti e collaborazione “dell’Ordine degli psicologi e di altri organismi scientifici e professionali qualificati”.

 A questa iniziativa Valditara ha fatto seguire un video messaggio (“la violenza contro le donne è negazione dei diritti umani. La scuola costituzionale in prima linea in questa battaglia”) e il 6 dicembre, giorno successivo ai funerali di Giulia, ha inviato una lettera alle scuole invitandole a diffondere il discorso pronunciato dal padre durante le esequie.

 Fin qui tutto bene, fatto salvo qualche brontolio delle scuole per il fatto di vedersi appioppare sulle spalle nuovi impegni in aggiunta al già ricco carico ordinario.

 A questo punto il ministro ha avvertito il bisogno di una decisione politica: la nomina di un garante che coordinasse il progetto e redigesse le linee guida per le scuole. E la scelta è caduta su Paola Concia, ex deputata Pd che da sette anni ha dato vita a Didacta Italia, spin off di Didacta Germania, l’evento più importante al mondo per la scuola del futuro. La Concia è politica navigata, ma l’opzione competenza indotto Valditara a “dimenticarsi” dei trascorsi ideologici radicali pro-diritti civili di lesbiche, gay, bisessuali e transgender e portavoce del tavolo nazionale LGBT.

 La cosa più sorprendente è che il ministro abbia scelto la nomina senza un confronto con la sua maggioranza. La politica ha regole sue, una buccia di banana è sempre in agguato. Al diffondersi della notizia vi è stata subito una reazione fortissima, non solo da parte del mondo associativo familiare, anche non cattolico, ma anche di esponenti politici di partiti di maggioranza, compresa la stessa Lega, partito di Valditara. L’auto sbanda, l’unica è controsterzare per evitare di finire fuori strada: e i tempi politici sono strettissimi, poiché l’annuncio ufficiale di un garante va dato al più presto. Non c’è più tempo per ascoltare consigli, pur buoni, verificare e/o coinvolgere le parti interessate. Occorre scegliere, subito. Valditara allarga a tre il gruppo dei garanti, comunicandolo ufficialmente, e compensa la presenza di Paola Concia con due esponenti del mondo cattolico: Paola Zerman e suor Anna Monia Alfieri.

 Ma a questa seconda scelta la reazione delle associazioni è ancora più forte, basta andare sui loro siti per rendersi conto anche dei toni usati: Age, Agesc, Articolo 26, Famiglia e scuola, Insieme per educare, tra i primi, fino alla più recente intervista di Massimo Gandolfini a Pro Vita & Famiglia. Una scelta che ha messo pubblicamente in difficoltà gli esperti nominati. Le associazioni hanno sottolineato la loro stima per le persone scelte, le critiche vanno piuttosto all’impostazione e alle modalità usate. In sintesi:

 – l’educazione viene, ancora una volta, delegata in via esclusiva alla scuola, mentre su questi temi spetta alla famiglia. La scuola semmai può/deve fare da partner per sostenere le famiglie e aiutarle nel loro compito educativo;

 – l’errore di aver completamente escluso la componente dei genitori dal gruppo dei garanti.

 – il vero responsabile dell’educazione all’affettività e alla relazione sono i genitori e la famiglia, così come recita l’art. 30 della Costituzione italiana e l’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

 – l’educazione alla relazione e all’affettività è strettamente legata a valori e principi che la famiglia detiene e vuole trasmettere ai propri figli, principi che possono essere molto diversi a seconda del terreno culturale e religioso di appartenenza; è improprio che lo Stato entri nelle scuole arrogandosi il diritto di toccare questi temi perché non gli spetta.

 Tutto questo è accaduto in due giorni. Il 9 dicembre Valditara ritira l’incarico ai garanti. “Il progetto ‘Educare alle relazioni’ andrà avanti senza alcun garante – spiega il ministro nella sua nota –. Nel suo svolgimento concreto si continuerà il dialogo con le associazioni rappresentative dei genitori, dei docenti e degli studenti”.

 Basterà? Probabilmente no, perché c’è già chi, tra le associazioni, chiede il ritiro del progetto ed una sua completa revisione. Questo sicuramente complicherà il già complesso lavoro che dovrà fare il ministro, poiché chi ha fatto pressioni per uno stop e lo ha ottenuto vorrà sicuramente essere coinvolto ed avere voce in capitolo, rendendo più difficile la necessaria mediazione per trovare un punto di accordo.

 E sul piano politico? Difficilmente vincerà la modalità salomonica che afferma “l’uomo saggio è colui che ha il coraggio di cambiare opinione”; il passo indietro, frutto di errori e pressioni e/o costrizioni politiche, potrebbe avere uno strascico. Quel che sarà lo capiremo nel prossimo futuro.

 Il Sussidario

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