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lunedì 28 settembre 2026

INSEGNANTI DELEGITTIMATI

 


 Violenza

nelle scuole? 


Favorita 

da anni 

di delegittimazione

degli

insegnanti


Il rettore dell’Università Roma Tre, analizza, da pedagogista, la progressiva crisi del sistema scolastico italiano. Decenni di delegittimazione del ruolo dei docenti, taglio del riconoscimento economico ed «elogio dell'incompetenza» hanno logorato l'autorevolezza delle istituzioni educative, trasformando la scuola da luogo di crescita collettiva a terreno di scontri individuali e performance

-di Annachiara Valle

«La nostra è sempre stata una scuola aperta, di grande inclusione, un modello per il mondo. Negli anni, però, la classe degli insegnanti è stata progressivamente delegittimata». Massimiliano Fiorucci, pedagogista, rettore dell’Università degli Studi Roma Tre, legge anche così gli ultimi avvenimenti nella capitale.

Massimiliano Fiorucci, pedagogista e rettore dell'Università degli Studi Roma Tre, in un incontro alla libreria San Paolo di Roma

Professore Roma è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa in una scuola media. Perché cresce questa violenza?

«Difficile rispondere, bisognerebbe conoscere meglio e più da vicino la vicenda, i contesti sociali e familiari, le situazioni. Però, a livello generale, secondo me, è sicuramente responsabile il prolungato messaggio di delegittimazione del valore della scuola e dell’educazione. C’è stata una fase storica nella quale gli insegnanti erano considerati figure di riferimento e autorevoli e la scuola era un’istituzione di valore da tutelare, un luogo rispettato da tutte le famiglie non un luogo in cui, come in qualche caso avviene oggi, i genitori vanno a difendere come sindacalisti i propri figli. Dopo anni di deleterio e irresponsabile elogio dell’incompetenza, per cui non c’è bisogno di studiare, di sapere, di conoscere per esprimere una opinione o per svolgere una determinata professione o per affermarsi nel mondo del lavoro, si è delegittimato il valore anche sociale degli insegnanti. Oltre, ovviamente, al peso dello scarso riconoscimento economico di queste figure professionali. E poi è venuta affermandosi la cultura della performance, è stato considerato più importante il risultato, che non il processo e il percorso di apprendimento».

A proposito di risultato, le nuove guide per la scuola mettono al centro il talento e il merito. Questo sarà un aiuto per gli studenti o un peso maggiore?

«Talenti e meriti vanno riconosciuti e valorizzati, ma per come sono formulate le nuove linee guida si rischia di fare in modo che questo ricada sui soggetti, sulla responsabilità individuale piuttosto che sociale. Il punto è che dobbiamo tenere in considerazione i contesti nei quali le persone crescono, le condizioni familiari, sociali, il background culturale, le opportunità, le relazioni, i territori dove capita di nascere. Non c’è nessun merito in questo. C’è sicuramente una dimensione individuale di talento e di merito che va coltivata e assecondata, ma la scuola deve in primo luogo cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni. Se potessi indicare una strada direi allora che bisogna privilegiare delle politiche di “discriminazione positiva”, cioè bisogna dare di più a chi ha di meno per fare in modo che tutti possano avere le stesse opportunità di crescere, di emanciparsi, di essere liberi e di far emergere i propri talenti».

In che direzione va la scuola con le nuove linee guida?

«Si afferma, fondamentalmente, un modello di scuola assimilazionista, eurocentrica, trasmissiva e in qualche modo anche autoritaria con poco spazio per la dimensione laboratoriale e dell’apprendimento trasformativo. Penso poi all’uso della storia. Qui c’è più un riferimento a narrazioni moralistiche ed edificanti attraverso molti aneddoti piuttosto che al pensiero critico e alla capacità di utilizzare le fonti storiche. Si va verso una funzione più identitaria, verso la costruzione di un modello di cittadino degli Stati nazionali piuttosto che, come andrebbe fatto in un’epoca come quella che stiamo vivendo, di costruzione di una cittadinanza globale aperta al dialogo e al confronto con gli altri».

Parlando proprio di Storia. Si insiste sull’importanza della Storia dell’Occidente, come se tutto fosse nato da noi. Vede un pericolo in questo?

«L’incipit del programma è folgorante. Vi si legge che “solo l’Occidente conosce la Storia”. È un’affermazione molto forte, problematica, identitaria che sottolinea questo sguardo euro ed etnocentrico. È pericoloso perché, se si guarda solo a se stessi, questo non predispone al dialogo, ma allo scontro».

Ci spiega meglio?

«Perché questa impostazione significa non riconoscere il valore degli altri e il fatto che tutte le culture non sono oggetti separati, non lo sono mai stati. Si tratta di una visione essenzialista. Tutte le culture sono in qualche modo miste, permeate e permeabili. Lo vediamo dalla toponomastica, dal linguaggio, dalle tradizione gastronomiche, dalle parole che usiamo. L’Italia è un territorio da sempre multiculturale e multireligioso. Gli ebrei, per fare un esempio, sono a Roma dal secondo secolo a.C., abbiamo molte minoranze linguistiche storiche in tutta Italia, siamo stati dominati e attraversati attraversati da tantissime popolazioni: dagli arabi, dai normanni, dagli spagnoli, dai francesi, ecc.. Ognuno di questi Paesi e popoli ha lasciato delle tracce nella nostra lingua e nella nostra cultura. E questo l’ha fatta evolvere. Le culture pure, isolate scompaiono, muoiono, di fatto non esistono. Tutti i sistemi culturali sono invece permeabili e dialogici. Le identità sono, di per sé, dinamiche. Solo attraverso il dialogo si può crescere, essere capaci di modificarsi e migliorare se stessi».

Parlando degli arabi mi veniva in mente la parmigiana, ricetta italiana, ma che non avremmo se gli arabi non avessero portato le melanzane nel nostro Paese.

«È assolutamente così. Ci sono tantissimi esempi in questo ambito e penso ai bellissimi libri di Massimo Montanari sull’identità italiana in cucina. In uno dei suoi scritti dal titolo “La Contea di Modica”, Leonardo Sciascia racconta come sia nato quel tipico cioccolato di "inarrivabile sapore, che sfiora l'assoluto". Quel cioccolato è arrivato attraverso gli spagnoli che, da Alicante in particolare, erano andati in centro America e avevano riportato in Sicilia una ricetta azteca attraverso cui si arriva poi alla famosa cioccolata di Modica. Ecco, quindi, che anche le tradizioni più “tradizionali”, in qualche modo, sono il frutto di questi scambi. E ancora pensiamo al pomodoro, alla polenta. Tutti prodotti legati anche alla scoperta dell’America (sarebbe più corretto definirla conquista assumendo il punto di vista delle popolazioni che già vi vivevano) e alla circolazione delle persone, delle merci, delle idee, delle parole. Per questo è antistorico considerare la storia solo dal punto di vista occidentale».

Tra i libri di testo entra anche la Bibbia. Ma si può capire il testo sacro senza la storia dell’Egitto, della Palestina, senza riconoscere la cultura dove quel testo è nato?

«È esattamente qui il problema, quello che lei dice è fondamentale. Ma anche qui mi sembra che si voglia fare una lettura un po’ ideologica della Bibbia e della religione, usandole per consolidare la narrazione sulle radici cristiane occidentali, ma escludendo tutto ciò che ha contribuito a creare e comprendere un testo complesso come quello della Bibbia così ricco e straordinariamente potente. Qui c’è una lettura di parte, forzata, identitaria che è quella che viene proposta dal Ministro Valditara nel libro “Il manifesto per l’Occidente” che ha curato insieme con Giampaolo Azzoni. In questo libro si tenta di delegittimare, senza riuscirci, tutti quegli autori, come Frantz Fanon, Edward Said, ecc. che hanno introdotto uno sguardo critico sull’Occidente e sulle sue responsabilità coloniali e non solo. Con questo non voglio negare i meriti che l’Occidente ha avuto. È il luogo dei diritti, del dialogo e dell’apertura, ma dobbiamo ricordare bene che è anche il luogo dei crimini, è il luogo nel quale sono nati i razzismi, il nazifascismo, i colonialismi, l’olocausto e che continua a tollerare al suo interno forme di integrazione subalterna e nuove schiavitù».

Si insiste anche sull’Odissea. La convince?

«L’Odissea è un racconto straordinario che fa parte della nostra storia. Ma anche qui non si possono capire la storia e la cultura a pezzi. I mondi vanno sempre contestualizzati. Ma quello che mi spaventa di più nelle indicazioni ministeriali è il privilegiare il racconto edificante, l’aneddoto piuttosto che l’approfondimento critico. Questa educazione un po’ moralistica mi sembra che sia un ritorno agli Stati nazionali dell’ottocento, una tentazione non solo italiana, ma del tutto anacronistica»

Eppure, la nostra è sempre stata una scuola aperta, vero?

«Straordinariamente aperta, al di là delle retoriche che se ne fanno. Se si vuole imparare dalla Storia ricordiamo i romani che hanno adottato l’editto di Caracalla che concede la cittadinanza a tutti gli abitanti sul territorio, quindi hanno superato lo ius sanguinis adottando lo ius soli. I romani hanno anche inventato il diritto d’asilo e hanno concesso a persone di origini diverse di diventare imperatori, si pensi solo per fare un esempio a Settimio Severo che proveniva dall’attuale Libia. Se ci si vuole rifare all’antichità potremmo imparare questa lezione. Tornando alla scuola, comunque, dal dopoguerra la nostra è sempre stata una scuola inclusiva, che ha superato le classi differenziali, che non ha mai adottato modelli separati per l’inserimento degli allievi con cittadinanza non italiana, che è stata capace di grandi sperimentazioni che hanno portato davvero a realizzare una scuola aperta a tutti. Abbiamo tutta una serie di documenti avanzatissimi dalla fine degli anni Ottanta fino al 2022 proprio sulle tematiche interculturali. Nelle nuove indicazioni, invece, il termine intercultura appare solo qualche volta con riferimento alle competenze e all’apprendimento delle lingue straniere. Uno sguardo chiuso e asfittico».

E invece sull’educazione affettiva. Perché c’è questa grande paura?

«Perché siamo ancora obiettivamente una società patriarcale, quindi un’educazione affettiva seria metterebbe in discussione modelli consolidati che, però, visto quello che sta succedendo, andrebbero messi seriamente in discussione. Nel nostro Paese, col numero di femminicidi che tristemente si registra ogni anno, andrebbe fatto un lavoro profondo sia sugli educatori/insegnanti sia sugli studenti e le studentesse perché siamo tutti un po’ impreparati. Un tema che non è rinviabile anche perché la scuola spesso per alcuni è l’unico luogo dove gli studenti possono conoscere prospettive e punti di vista diversi rispetto anche a quelli dell’ambiente di origine. Non sempre la famiglia trasmette valori positivi. Basti pensare che la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene in contesti familiari. Un’apertura e uno sguardo diverso sarebbero, allora, sicuramente un’opportunità data sin dall’età più giovane».

È positivo il ritorno del latino?

«Sicuramente è una materia importante. Se avessi potuto scegliere l’avrei messa come materia obbligatoria. Perché se è facoltativa, come è sempre avvenuto, sarà scelta da chi ha più risorse, da chi ha dietro una famiglia che magari ha fatto studi classici, che ha più libri in casa. Diventerà una questione di classe sociale. I più sfavoriti non faranno il latino e quindi saranno di nuovo, a conclusione della scuola, più svantaggiati. Penso che sia, invece, interessante la parte di geografia che ha una dimensione, contrariamente alla parte storica, più aperta al dialogo interculturale. In ogni caso ciò che è preoccupante è l’impianto poco allineato ai tempi e in contraddizione con la grande tradizione della scuola italiana. Una tradizione di inclusione, di apertura straordinarie che ne hanno fatto un punto di riferimento nel mondo per la sua modernità. La scuola che va disegnandosi mi sembra un po’ in contraddizione con quella di dialogo, della libertà, del pensiero critico e dell’emancipazione che poi è, di fatto, la scuola della Costituzione».

Famiglia Cristiana

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venerdì 21 agosto 2026

PALESTRA DEL PENSIERO

 


Latino e scrittura a mano come palestra del pensiero, la dirigente scrive al Ministro Valditara: "Dare ai ragazzi gli anticorpi per non farsi travolgere" 



La Dirigente Scolastica, Antonella Mongiardo, ha inviato una lettera al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, per richiamare l’attenzione sui risultati delle prove INVALSI 2026 e sull’opportunità rappresentata dal ritorno del latino nella scuola media.

La dirigente scrive in qualità di operatrice del settore, mossa dall’osservazione quotidiana delle classi e dalla lettura dei dati nazionali.

La lettera prende atto dei miglioramenti registrati nella riduzione della dispersione scolastica e nei progressi in inglese e competenze digitali, ma segnala con preoccupazione gli esiti negativi in italiano e matematica.

I dati indicano che 4 ragazzi su 10 presentano una competenza carente in matematica, mentre molti studenti mostrano difficoltà nella comprensione di un testo scritto in italiano e nell’espressione di un pensiero strutturato nella propria lingua madre.

La dirigente osserva che le prove standardizzate misurano le capacità di attenzione e di ragionamento, e che il dato di quattro su dieci rappresenta un campanello d’allarme, non una pagella negativa per le scuole.

L’emergenza linguistica e la responsabilità condivisa

La lettera sottolinea che il problema non è solo scolastico, ma assume i contorni di un’emergenza sociale. La scuola, da sola, non può affrontare l’impoverimento della lingua italiana, che la dirigente definisce un’emergenza nazionale. Le responsabilità sono diffuse e riguardano le famiglie, i media, le istituzioni e le imprese culturali.

La dirigente richiama la necessità di un corretto patto di corresponsabilità tra famiglia e scuola e avverte che, senza la capacità di argomentare in un italiano corretto e senza gli strumenti logico-matematici per analizzare i fatti, i giovani rischiano di essere privati della cittadinanza attiva e degli strumenti critici necessari per il loro futuro.

La dirigente sottolinea, poi, che i dati INVALSI non possono essere letti come una valutazione negativa per le scuole, che si impegnano con attività curricolari ed extracurricolari, recuperi pomeridiani e progetti di ampliamento dell’offerta formativa.

Viene evidenziato il contrasto tra la disinvoltura degli studenti nei codici della cultura pop globale e le difficoltà nella lingua madre e nella logica elementare.

Il latino come palestra del pensiero e le richieste al Ministero

La dirigente ha accolto con entusiasmo il ritorno del latino alla scuola media, denominato LEL, acronimo di Latino per l’Educazione Linguistica. La lettera precisa che l’interesse per il latino non è dettato da ragioni nostalgiche o dallo studio fine a sé stesso delle declinazioni, ma dalla consapevolezza che il latino offre una chiave di apertura culturale e allena la mente al ragionamento e alla precisione.

La dirigente propone di chiamare la disciplina anche LELL, ovvero Latino per l’Educazione Linguistica e Logica, perché tradurre dal latino costringe a smontare il pensiero, a capire i nessi e a usare la precisione, in modo analogo al debugging di un codice o alla risoluzione di un’equazione.

Il latino alle medie viene definito uno strumento di uguaglianza meritocratica, perché offre a tutti la stessa cassetta degli attrezzi.

Le nuove Linee Guida, secondo la dirigente, vanno nella direzione indicata e offrono due indicazioni preziose: la riscoperta della scrittura a mano, che rallenta il pensiero e lo rende riflessivo, e il valore dell’errore come opportunità di miglioramento, principio che il latino insegna immediatamente attraverso il sistema delle desinenze.

La dirigente chiede al Ministro un indirizzo nazionale chiaro e risorse vere, con laboratori, formazione e la possibilità di avere docenti con le competenze adeguate nell’organico.

La lettera conclude che il latino, la scrittura a mano e il valore dell’errore sono strumenti di libertà e anticorpi per il futuro, per dare ai ragazzi la capacità di pensare, di scegliere e di non farsi travolgere dal rumore.

Orizzonte Scuola

giovedì 29 gennaio 2026

TORNA IL LATINO

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IL RITORNO 

DEL LATINO 

A SCUOLA


Di Andrea Carlino

 

Sulla Gazzetta Ufficiale è pubblicato il decreto che introduce le nuove Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione.

Il provvedimento sostituisce integralmente le Indicazioni del 2012 ed entrerà in vigore l’11 febbraio 2026. Le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado dovranno adottare i nuovi curricoli a partire dall’anno scolastico 2026/2027, con un’implementazione graduale che inizierà dalle classi prime. Il testo rappresenta una revisione complessiva dell’assetto formativo del primo ciclo e introduce elementi di novità significativi nell’offerta didattica nazionale.

Reintroduzione del latino come disciplina curricolare opzionale

Le nuove Indicazioni reintroducono l’insegnamento del latino nella scuola secondaria di primo grado con modalità curricolare ma opzionale, a partire dalla seconda media. La disciplina sarà denominata “Latino per l’educazione linguistica” e prevederà un’ora aggiuntiva settimanale.

Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del Merito, ha definito il latino “una straordinaria palestra di logica” che serve a “potenziare il ragionamento” e migliorare la comprensione delle regole grammaticali e sintattiche della lingua italiana.

Il percorso didattico si propone di consolidare le regole grammaticali, arricchire il lessico e sviluppare l’educazione al ragionamento ordinato attraverso il confronto lessicale tra latino, italiano e lingue straniere moderne.

L’approccio prevede l’utilizzo di vocabolari digitali per l’analisi etimologica e attività laboratoriali per la comprensione di frasi e testi latini semplici. Le famiglie potranno scegliere se inserire questa disciplina nel percorso formativo dei propri figli.

Il Ministero sottolinea che attualmente meno del 40% degli studenti italiani ha accesso allo studio del latino, limitato principalmente ai licei classico, scientifico tradizionale, linguistico e delle scienze umane.

Competenze attese e consenso delle famiglie

Il testo ministeriale indica le competenze attese al termine della classe terza. Gli studenti dovranno comprendere l’importanza del latino per raggiungere una piena consapevolezza nella lettura e nella scrittura dell’italiano, riconoscere l’origine latina di parole italiane appartenenti a registri linguistici differenti e comprendere i primi elementi della lingua e della cultura latina.

Le competenze includono la consapevolezza della centralità del latino nella tradizione culturale italiana, con riferimento alla funzione della lingua classica nella produzione di testi e documenti con valenza storico-letteraria e giuridica, compresi quelli presenti nel patrimonio culturale nazionale. Il percorso formativo prevede il confronto interlinguistico con altre lingue flessive e connessioni interdisciplinari con le discipline STEM e l’educazione civica.

Nei mesi scorsi, un sondaggio commissionato dal Ministero su un campione di 1.200 genitori ha rilevato che 6 genitori su 10 apprezzano il ritorno del latino alle medie, con il 63% che valuta positivamente la proposta e il 21% che la giudica molto positivamente. L’indagine evidenzia che quasi il 90% dei genitori ritiene indispensabile il coinvolgimento di tutte le componenti scolastiche nella riforma.

Orizzonte Scuola

 

domenica 21 settembre 2025

LOQUERISNE LATINE ?

 


“Sul latino comica 

e ignorante polarizzazione.

 È la lingua della civiltà europea,

 estranea a qualsiasi 

forma di esclusivismo”

Lo scrive Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana nella prefazione all'ultimo libro di Francesco Lepore (Castelvecchi edizioni) dal titolo "Bellezza antica e sempre nuova. Il latino nel mondo di oggi"


 Da brocardi e locuzioni sbandierate dai ministri in Aula alle parole usate nei dialoghi quotidiani: il latino, oggetto di contesa per il suo rientro nei programmi scolastici, ancora riveste un un ruolo cruciale per capire a fondo l’italiano e l’identità culturale europea. Ad analizzarne l’uso, la diffusione e la sua attualità è Francesco Lepore nel suo ultimo libro “Bellezza antica e sempre nuova. Il latino nel mondo di oggi” (Castelvecchi editore). Perché “di questa lingua”, scrive il giornalista e scrittore, “madre certissima dell’italiano, ce ne facciamo molto di più di quel che si pensi”. Lingua di oltre duemila anni di civiltà, ha plasmato la nostra idea di persona, collettività, diritto. Ma il latino è anche una chiave sorprendente per leggere il presente. Nel testo, che si presenta con la prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi, si racconta di come la lingua antica continui a parlarci e affascinarci. Seguono cinquanta brevi articoli – le commentatiunculae – tratti dalla rubrica quotidiana “O tempora, o mores” che l’autore cura in latino sul giornale online Linkiesta. Cronache attualissime, da Trump a Sanremo, da Bolsonaro agli Europei, raccontate con testo a fronte in un latino che vuole ancora essere accessibile e raccontare il nostro mondo. Ilfattoquotidiano.it pubblica la prefazione di Zuppi e un estratto del volume.

***
Prefazione di Matteo Maria Zuppi

Mai come nel 2025 il latino è tornato al centro del dibattito pubblico dopo la annunciata reintroduzione di una tale materia nelle scuole secondarie di primo grado. Faccio parte della generazione che l’ha iniziato a studiare già alle medie, prima, dunque, che vi fosse abolito nel 1977, allenato peraltro da una mamma professoressa di latino che aveva lasciato la cattedra per dedicarsi all’aula dei figli! Ha messo in guardia l’ex rettore dell’Università di Bologna Ivano Dionigi a farne «una bandierina identitaria» o «una questione ideologica».

 Ed è quanto spiega Francesco Lepore in questo libro sul latino nel mondo di oggi. Nella prima parte dell’opera l’autore, che deve al papà, allievo di Francesco Arnaldi, l’amore per la lingua di Roma antica, sgombra infatti il campo da ogni equivoco. Nella temibile, a volte comica, certamente ignorante polarizzazione generalizzata, il latino non è appannaggio di nessuno. 

È ricchezza e bene comune, il mezzo per conoscere meglio l’italiano e le altre lingue europee, lingua di duemila anni della civiltà europea. 

Nel suo insieme, e per ciò stesso non solo quello classico, il latino ha infatti avuto un ruolo fondante nella costruzione dell’identità dell’Europa.

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Il Fatto Quotidiano

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domenica 27 ottobre 2024

CURRICULA o CURRICOLI ?

 


Quale è il plurale della parola “curriculum”?

- di Patrizio Lo Votrico

 "Curriculum" è uno di quei termini che dal latino sono arrivati fino a noi e che sono entrati nella nostra quotidianità, ma, nonostante ciò, solleva dei dubbi: quale è il suo plurale?

La parola latina curriculum è entrata nella lingua italiana attraverso l’espressione curriculum vitae, che significa “corso della vita in breve”. Questo utilizzo appare per la prima volta nel 1892. Successivamente, a partire dal 1941, si trova l’uso della parola singola curriculum, che si afferma in forma invariabile ed è registrata nei dizionari italiani come un sostantivo maschile invariabile. Tuttavia, nel latino classico, curriculum era un sostantivo neutro. Con il passaggio all’italiano, ha subito un cambiamento di genere, passando da neutro a maschile.

Il plurale corretto di “Curriculum”

Questo cambiamento di genere crea difficoltà e dubbi quando si tratta di più esemplari di curriculum e non più uno solo. Anche se esiste la forma italianizzata curricolo, con il rispettivo regolare curricoli, la parola latina originale curriculum continua ad essere la preferita. Il plurale corretto di curriculum sarebbe curricula, secondo le regole del latino. Tuttavia, questa forma incontra una certa resistenza, poiché la desinenza in -a, tipica del plurale dei neutri latini, non è comune nella morfologia italiana e presuppone una conoscenza di base del latino.

Anche vocabolari recenti come il GRADIT, il Vocabolario Treccani online e lo Zingarelli riconoscono una varietà di possibilità. Tra queste, la forma invariabile curriculum è accettata, trattando la parola come un prestito ormai stabilizzato che ha perso la sua forma plurale originaria. Questo accade anche con altri latinismi moderni, come referendum.

In conclusione, anche se la forma curricula sarebbe preferibile, viene talvolta percepita come un eccessivo sfoggio di erudizione. Le alternative sono curricoli, che non è molto diffusa, e l’invariato curriculum, ampiamente utilizzato e accettato.

Conclusioni sulle forme di “Curriculum”

La parola curriculum deriva dalla lingua latina e significa letteralmente “corso” o “percorso”. In ambito moderno, il termine si è affermato soprattutto con il significato di “curriculum vitae”, ossia il documento che elenca il percorso formativo e lavorativo di una persona.

Dal punto di vista linguistico, una delle questioni più frequenti riguarda la formazione del suo plurale. Seguendo la grammatica latina, il corrispettivo corretto di curriculum sarebbe curricula, poiché in latino i nomi neutri della seconda declinazione terminano in -um al singolare e in -a quando ci si riferisce a più di un esemplare.

Tuttavia, nell’uso quotidiano della lingua italiana, si sono sviluppate altre forme di plurale. Tra queste, troviamo curricoli, una forma italianizzata che rispetta le regole del nostro idioma, ma che non è largamente utilizzata. Molto più diffusa è la tendenza a mantenere la forma invariabile curriculum, trattandola come un forestierismo integrato nella lingua italiana, analogamente a quanto accade con parole come referendum, che è anch’esso invariato.

L’importanza di mettere la lingua latina nel “curriculum”

La lingua latina, spesso considerata una lingua morta, continua a rivestire un ruolo fondamentale nella formazione culturale e intellettuale. Studiarla oggi non significa semplicemente imparare una lingua che non è più parlata correntemente, ma entrare in contatto con le radici stesse della nostra cultura, della nostra storia e del nostro pensiero. Vediamo perché lo studio della lingua rimane rilevante.

1. Radici linguistiche e culturali

La lingua latina è la lingua madre di molte lingue moderne, come l’italiano, lo spagnolo, il francese, il portoghese e il rumeno, tutte appartenenti al ceppo delle lingue romanze. La conoscenza del latino facilita non solo l’apprendimento di queste lingue, ma anche la comprensione profonda delle strutture linguistiche. Molti termini, soprattutto nel campo delle scienze, della filosofia e della giurisprudenza, derivano direttamente dalla lingua latina, e conoscerne l’etimologia aiuta a comprendere meglio il loro significato e utilizzo.

Ad esempio, molte parole italiane quotidiane come “tempo”, “amore”, “vita” derivano da tale lingua classica (tempus, amor, vita). Questa influenza non si limita al lessico, ma coinvolge anche la grammatica e la sintassi. Conoscere il latino significa saper decodificare meglio le sfumature del linguaggio moderno.

2. Pensiero critico e logica

Non è solo una lingua, ma una chiave per comprendere la logica e la struttura del pensiero occidentale. Tradurre da questa lingua classica richiede un notevole sforzo di analisi e comprensione. La sua grammatica complessa obbliga lo studente a ragionare con attenzione e a sviluppare capacità di problem solving.

La pratica del tradurre costruisce un pensiero analitico, portando a sviluppare abilità critiche che sono utili in ogni ambito della vita.

Un esercizio di traduzione dalla lingua latina non è solo una questione di trovare corrispondenze lessicali, ma anche di interpretare il significato nel suo contesto e di restituirlo con coerenza. Questa operazione rende lo studio della lingua particolarmente formativo, non solo da un punto di vista linguistico, ma anche logico.

3. Importanza nelle discipline moderne

Questa lingua è presente in molti campi del sapere moderno, dalla biologia alla medicina, dalla giurisprudenza alla teologia. Molti termini scientifici e medici derivano direttamente dal latino, e una buona conoscenza della lingua può semplificare la comprensione di questi vocaboli tecnici.

In biologia, per esempio, i nomi scientifici delle specie animali e vegetali sono ancora oggi espressi in lingua latina, secondo la classificazione binomiale introdotta da Linneo nel XVIII secolo. Lo stesso vale per la medicina, dove molti termini anatomici, patologie e procedure mediche mantengono il loro nome in lingua latina. Avere familiarità con il latino permette quindi una maggiore comprensione di questi settori specializzati.

4. Sviluppo di competenze trasversali

Infine, il suo studio sviluppa una serie di competenze trasversali che risultano utili anche in contesti lavorativi. La capacità di analizzare, di risolvere problemi complessi, di lavorare con precisione e di comunicare efficacemente sono tutte abilità che si sviluppano nello studio della lingua latina. Queste competenze sono altamente trasferibili e possono essere applicate in una vasta gamma di professioni, dal diritto alla comunicazione, dalla scrittura alla gestione aziendale.

Nell’epoca della tecnologia e dell’innovazione, lo studio di suddetta lingua ci ricorda che le radici del progresso affondano nella conoscenza del passato.

 Liberiamo

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venerdì 8 marzo 2024

LOQUERISNE LATINE ?

 “Reintrodurre lo studio della lingua latina alla scuola media. Importante sarebbe conoscere le sue regole grammaticali”

 Nel suo libro “La scuola dei talenti”, edito da Piemme, il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara propone la reintroduzione dello studio della lingua latina alla scuola media.

 

Lo studio della lingua latina, con le sue regole grammaticali, rappresenta una palestra ideale per il ragionamento logico. La reintroduzione dei suoi elementi di base nella scuola media potrebbe contribuire a rafforzare questa capacità fondamentale.

 Il ragionamento del ministro parte da una considerazione riguardante l’insegnamento della matematica, spesso considerato un’impresa ardua, riservata a pochi eletti. La scuola gentiliana, con il suo approccio astratto e teorico, ha contribuito a rafforzare questo stereotipo, creando una barriera tra la matematica e la realtà quotidiana.

 Nel libro il ministro dell’Istruzione e del Merito si interroga sulla proposta didattica da presentare che si basa su un presupposto fondamentale: la matematica non è un’entità astratta e slegata dalla realtà, bensì uno strumento potente per comprenderla e interpretarla. La matematica nasce dall’osservazione del mondo che ci circonda e si interconnette con le altre discipline, contribuendo al progresso scientifico e socioeconomico dell’umanità.

 L’apprendimento esperienziale: toccare con mano la matematica

In linea con le intuizioni di Maria Montessori e don Lorenzo Milani, Valditara propone un insegnamento della matematica che sia concreto e interattivo. L’obiettivo è far sì che lo studente possa “toccare con mano” la matematica, sperimentandola attraverso attività laboratoriali e casi concreti.

 Dall’esperienza all’astrazione: un percorso di scoperta

L’approccio laboratoriale permette di partire dall’esperienza per poi formularne una teoria astratta. Invece di spiegare la fluidodinamica in modo assiomatico, il docente partirà da esempi concreti, come il volo di un aereo, per guidare gli studenti alla scoperta dei principi che lo governano, spiega il ministro.

 L’intelligenza in gioco: sviluppare le potenzialità di ogni studente

L’apprendimento esperienziale non si limita a stimolare la sfera logico-matematica, ma coinvolge anche altre intelligenze, come quella cinestetica, visuale e musicale. Secondo la teoria di Howard Gardner, queste intelligenze possono essere sviluppate e coordinate tra loro, favorendo un apprendimento più completo e significativo, aggiunge anche Valditara.

 Costruire la conoscenza insieme: il ruolo attivo dello studente

L’apprendimento è efficace solo se lo studente è attivamente coinvolto nella costruzione della conoscenza. Il metodo fenomenologico-induttivo, che pone al centro l’esperienza e l’osservazione, permette di creare un contesto relazionale in cui ogni studente è protagonista del proprio processo di apprendimento, conclude sul suo libro.

 Orizzonte Scuola

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sabato 1 luglio 2023

AUT AUT o ET ET ?

*Scuola*


La cultura classica

 e 

gli imperativi della tecnica

 

- di Luca Peyron

- Da qualche decennio il mondo della tecnica e dell’impresa insiste che la scuola e l’università si spostino il più possibile dalla lettera al numero, dal latino all’informatica, dalla letteratura classica a quella distopica. Gli argomenti, variamente ordinati e ordinanti, sono in prevalenza piuttosto uniformi, e non stupisce. Non stupisce perché nell’organizzazione sociale ove la macchina acquisisce sempre più spazio sembra che lo spazio dell’umano sia sempre più residuale e, soprattutto, al servizio della macchina. Uniforme, uniformabile, uniformato. Connettibile. Il mantra è: formate affinché i giovani trovino lavoro, formate quadri che possano stare sulla mia parete, ingranaggi che possano far muovere il motore della mia impresa. Il latino sa di vecchio.

Il greco non ne parliamo, ma avete visto che fino ha fatto l’economia greca? Manzoni superato. Beh, lo abbiamo ritirato fuori con il Covid e la peste, ma insomma mica capita una pandemia tutti i momenti. Chi ha ragione? Resto dell’idea che ha sempre ragione chi ha delle ragioni. Degli argomenti, un discorso. E abbia più spesso torto chi si ferma alle narrazioni, all’esempio dell’ultima ora, alla panzana che, nell’etimo, parla solo alla panza. L’etimo, appunto.

Nello spiegare ai miei studenti il capitalismo di sorveglianza o il neofeudalismo di certi schemi sociali o come funziona l’algocrazia ricorro spesso alle parole, alla loro radice
latina o greca. Non per fare sfoggio di cultura, ma per consegnare loro un orizzonte di senso. Tornare alla radice delle lingue, anche quelle antiche, non uccide quelle vive: le fa nuovamente fiorire. La lingua, primo artefatto tecnologico che l’essere umano abbia creato, non è infatti solo funzione di un messaggio, veicolo di informazione, strumento di correlazione. È prima di tutto custode del senso, accumulato nella sua storia, nelle sue mutazioni, nelle sue metamorfosi.

Mai come in un tempo di metamorfosi digitale saper ritornare alla radice ci permette di distinguere il frutto buono da quello avvelenato, la menzogna dalla verità. La res dalla fake. Non è solo questione di allenamento neuronale: chi ha incontrato Tacito o Livio e si è sorbito le parasanghe forse è più capace di pensiero laterale, di analisi e sintesi. Ma non è detto. Certamente chi è passato sotto le mura di Troia, chi ha attraversato il Peloponneso e i gironi danteschi, chi ha viaggiato sulla Luna prima che vi sbarcasse l’Apollo, molto semplicemente ha il gusto di immaginare e pensare. Che è sinergico, non sostitutivo, del pensiero che computa e risolve, che va meglio strutturato e più opportunamente insegnato. La logica cattolica non è mai aut aut, ma et et.

Nell’epoca delle macchine pensanti, sento fortemente il bisogno di sapere che ci sono e ci saranno uomini e donne che continuano a pensare, che si assumono la responsabilità di pensare perché hanno trovato nelle batracomiomachie o nella vicenda di Leon Battista Alberti fonte di ispirazione. L’educazione e la cultura per tutti, non solo per le élite, è stata una conquista meravigliosa. A cui oggi vogliamo rinunciare nel nome della fatidica frase: a cosa mi serve? In armi esiste un ruolo particolarmente duro e odioso: il servente al pezzo. Chi è? Il soldato, semplice, grande e grosso, che mette i proiettili nelle culatte dei cannoni e toglie i bossoli dopo lo sparo. Un compito terribile. Davvero desideriamo che i nostri figli siano serventi delle macchine e nulla di più? Leon Battista Alberti: ci ha fatto vedere in due dimensioni le tre, ha “inventato” la prospettiva. Ecco, è tutto qui. Prospettive.

Ogni volta che ci facciamo la domanda, rispetto alla cultura, a che cosa serve la risposta è sempre una sola. A farti servire. Ed è una cosa cattiva. Dal latino captivus, schiavo. Cristo ci ha resi liberi, ricordandoci che nella nostra carne, prima delle sue funzioni, vi è un logos che la abita. Che deve studiare più e meglio l’informatica, ma sulle ginocchia del Manzoni, andando ogni tanto a riveder le stelle.

 

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mercoledì 23 dicembre 2020

SENZA IL LATINO UNA VITA IN BIANCO E NERO

Vecchioni: senza il latino sarebbe una vita in bianco e nero

 Il cantautore Roberto Vecchioni, ospite di Anima Latina, vademecum settimanale per i cultori delle lingue classiche della Radio Vaticana, spiega che conoscere il latino e il greco ci aiuta a ridare senso alle parole. “Non possiamo amare le parole, se non le capiamo”

 Fabio Colagrande 

Dal giugno 2019 il canale italiano della Radio Vaticana trasmette un vademecum settimanale dedicato ai cultori della lingua latina, sui generis e ante litteram, che accompagna il notiziario in lingua latina Hebdomada Papae. La trasmissione - che s’intitola Anima Latina: radio colloquia de lingua ecclesiae - è realizzata con la collaborazione dell’Ufficio Lettere latine della Segreteria di Stato Vaticana ed è giunta il 13 dicembre scorso alla sua quarantesima puntata. Il programma - in onda la domenica alle 17.35 su Radio Vaticana - ospita settimanalmente gli scriptores dell’Ufficio Lettere latine che spiegano e commentano i tweet in lingua latina di Papa Francesco, i curiosi neologismi del Lexicon recentis latinitatis e le parole del gergo ecclesiale o le espressioni e i proverbi latini entrati nel linguaggio comune. Viene dato ampio spazio poi agli studiosi, i docenti, gli artisti e i letterati che, in Italia e non solo, coltivano, insegnano e promuovono in qualunque modo le lingue classiche. Proprio per festeggiare il traguardo delle quadraginta puntate, Anima Latina ha ospitato Roberto Vecchioni, uno dei padri della canzone d’autore italiana, che per molti anni è stato professore di greco e latino e attualmente insegna Forme di poesia in musica all’Università di Pavia. Vecchioni ha appena pubblicato un libro, "Lezioni di volo e di atterraggio", dedicato alla sua esperienza di insegnante. Ai nostri microfoni, gioca volentieri a fare il "professore".

Una trasmissione futurista

“Ce ne sono di folli al mondo!”, esordisce il prof. Vecchioni. “Ma per realizzare una trasmissione radio sul latino bisogna essere proprio unici e rari”. Qualcuno potrebbe considerarla una trasmissione oscurantista, fatta per i laudatores temporis acti, ma Vecchioni non è di questo avviso. “Io al contrario penso che siate degli antesignani, dei futuristi, di quelli che guardano avanti”. “La nostra vita si fonda su ciò che è successo nell’antichità, per cui voi rispolverate qualcosa di fondamentale che molti hanno lasciato nell’oblio, nel Lete, il fiume dantesco della dimenticanza”.

Secondo Vecchioni “rinnovare il senso della parola latina significa ridare senso alla parola italiana”, un senso che si sta perdendo in un modo “indecifrabile”. Inoltre, spiega, “il latino e il greco hanno una costruzione logica precisa e attenta a ciò che si vuole dire che ormai la lingua italiana ha un po’ perso”. “Se parli in latino ciò che dici e racconti è più intellegibile. Ma soprattutto sono più intellegibili i testi scritti. Se io leggo un buon Seneca, ma anche un Cicerone - anche se Cicerone è un po’ rompiscatole - mi rendo subito conto di come si discute, si discorre, di come si parla dell’anima, con parole precise e straordinarie che poi sono arrivate fino a noi. Quasi tutto quello che diciamo, infatti, è latino o greco”.

Usiamo parole che non capiamo

Il prof. Vecchioni si dice molto stupito dal fatto che ormai le persone pronuncino le parole senza conoscerne il significato e fa l’esempio proprio della parola “pandemia”. “Si tratta di una parola che nel senso maligno del termine non esiste. Pandemia è una parola di origine greca che significa ‘di tutto il popolo’ e basta. Nel termine non si fa cenno ad alcuna malattia: era la dea Venere, o Afrodite, che era chiamata pandémios perché spargeva il suo amore in tutto il mondo”.  “Quindi - conclude Vecchioni - una parola che per noi oggi è sinonimo di malattia, per gli antichi era segno di qualcosa di straordinario come l’amore fisico, quello in cui Venere era specializzata”.

Secondo Vecchioni le parole si perdono, se ne vanno, sfuggono. “Noi oggi adoperiamo delle parole che in latino o in greco sono più che intelligibili, ma non ne conosciamo il cuore, il corpo, la radice, non sappiano come sono nate e quindi non le intendiamo per niente”.  Secondo l’autore di canzoni come “Luci a San Siro” e “Samarcanda”, questo è un peccato gravissimo: “Non possiamo amarle le parole, se non le capiamo”.

Depositari di un tesoro

“Noi che amiamo e coltiviamo queste lingue - aggiunge Roberto Vecchioni - siamo i depositari di un tesoro che ormai rischia di perdersi. Arriverà un giorno in cui non sapremo più di che cosa stiamo parlando. Succede già ormai in ambito scientifico: molti hanno scordato come si fanno le addizioni perché stiamo dimenticando come si usa il cervello, demandando tutto a un altro cervello”.

Il rischio di perdere le sfumature

Ma cosa perderebbe davvero l’umanità se un giorno sparisse ogni conoscenza del latino, del greco, delle lingue classiche? Secondo Vecchioni la nostra sarebbe “un’altra umanità” e purtroppo ci siamo già avviati su questo cammino. “Io non mi considero un bacchettone o uno che rimpiange il passato. Sono un amante del tempo antico, ma non per questo sono fuori dal tempo. So benissimo che tutto ciò si perderà, ma i miei figli li ho educati al mondo classico e credo abbiano un tesoro su cui vivere”. “Mi auguro che i miei nipoti siano educati alla stessa maniera - aggiunge - perché voglio che qualcuno mantenga accesa questa fiamma”. “Il giorno in cui avremo dimenticato il latino e il greco avremo perso le sfumature, il piacere, la curiosità. Saremo molto più pragmatici, la vita sarà più veloce”, conclude Vecchioni. “Ma avremo perso i colori dell’esistenza, ci resteranno solo il bianco o il nero. Mentre il latino e il greco ce ne danno una gamma vastissima, ci danno i colori dell’arcobaleno”.

 

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