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martedì 12 maggio 2026

TESTIMONI

I discepoli lo sono stati, tanto che hanno convinto molti loro contemporanei. 

Anche noi lo siamo, se ci affidiamo alla potenza dello Spirito Santo.

 


di Enzo Bianchi 

 

Noi crediamo fermamente che Gesù di Nazareth, crocifisso il 7 Aprile dell’anno 30 della nostra era dai romani e dai giudei, sia stato richiamato dai morti dalla potenza di Dio il terzo giorno. Ne siamo convinti, non ne siamo certi, ma la nostra fede ha come fondamento la testimonianza innanzitutto delle donne discepole e poi dei Dodici.

Tutti questi nel terzo giorno hanno annunciato di aver avuto una rivelazione (tramite l’angelo interprete dell’evento della tomba vuota): Gesù era risorto, era vivente. Questo annuncio che la morte non era più l’ultima parola e che l’amore vissuto da Gesù tutta la vita fino alla fine si era mostrato più forte della morte ha convinto i primi credenti cristiani. 

Pensiamoci bene: la nostra fede si basa sulla testimonianza di alcune donne, di alcuni discepoli, mentre noi non abbiamo visto nulla, tantomeno abbiamo visto Gesù risorto dai morti. Eppure questa testimonianza ci è apparsa e ci appare credibile grazie allo Spirito santo che nel nostro cuore sussurra: “Gesù Cristo è vivente, è il Signore!”. Certamente quelle donne e quei discepoli erano credibili, affidabili e risvegliavano la fede. E noi siamo testimoni credibili?

Chi ci incontra è portato a credere che Gesù, il Signore nostro, è risorto? Oppure è portato addirittura a diffidare delle nostre parole non accompagnate dalla vita, parole vuote, retoriche, che non costano nulla?


Famiglia Cristiana 

sabato 20 gennaio 2024

CONVERTIRSI


LASCIATE LE RETI, LO SEGUIRONO


 III Domenica del Tempo Ordinario 

 Vangelo : Mc 1,14-20

 

-         Commento di S. E. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

 Il Vangelo di questa domenica (Mc 1,14-20) ci porta sulle rive del lago di Tiberiade, in Galilea, dove Gesù si reca dopo l’evento del battesimo, lungo il Giordano.

 Appresa la notizia dell’arresto del Battista, Gesù lascia la Giudea e ritorna nei luoghi dove è cresciuto.

 Qui inizia la sua missione pubblica, e l’evangelista Marco ci racconta che questo inizio si compie in due modi: innanzitutto Gesù annuncia che il tempo è compiuto e che il regno di Dio è vicino (Mc 1,15); poi, passando lungo le rive del lago, chiama quattro uomini, che erano lì a lavorare, e li invita a seguirlo (Mc 1,16-20).

 Per entrare in questo brano, vorrei fermarmi innanzitutto su una delle prime parole pronunciate da Gesù. Dopo aver detto che un tempo nuovo sta iniziando, Gesù invita tutti alla conversione: “Convertitevi” (Mc 1,15).

 Può accadere di pensare che convertirsi significhi mettere in atto atteggiamenti diversi, un radicale cambiamento di vita da ottenere con un notevole sforzo personale. Oppure che una conversione dipenda necessariamente da eventi eclatanti, come quella di san Paolo sulla via di Damasco.

 E siccome non siamo capaci di grandi sforzi, e poiché grandi eventi a noi non accadono, pensiamo che la conversione non sia una cosa per noi.

 In realtà la buona notizia del Vangelo di oggi è un’altra.

 Convertirsi dice qualcosa di noi, di ogni uomo, qualcosa di molto importante.

 Dice che nessuno è destinato a rimanere sempre uguale, sempre prigioniero degli stessi schemi, degli stessi pensieri, degli stessi atteggiamenti.

 Dice che ognuno, sempre, può cambiare, può ricominciare, può essere nuovo.

 Convertirsi, prima che essere una fatica, è una possibilità, ed è ciò che dà speranza alla vita.

 Allora Gesù inizia a dare compimento alla sua missione annunciando questo, che è possibile per tutti una vita nuova, che c’è un passaggio a cui tutti siamo chiamati e che ciascuno può fare; e per far questo non è necessario sforzarsi più di quanto si abbia fatto finora, ma semplicemente arrendersi all’incontro con il Signore Gesù.

 Convertirsi è anche uno sguardo sull’altro, su chi mi sta accanto: perché neppure l’altro è condannato a ripetere lo stesso schema di vita, anche per l’altro la novità è possibile, come per me.

 La seconda parte del brano (Mc 1,16-20) ci racconta plasticamente come avvenga tutto questo.

 Degli uomini, due coppie di fratelli, stanno lavorando sul lago, perché sono pescatori.

 Gesù passa accanto a loro, li vede e li sceglie come suoi amici, suoi discepoli.

 E loro lasciano la loro vita di prima e, seguendo Gesù, ne iniziano una nuova.

 I discepoli scelgono di accogliere la scelta di Dio, e accettano che questo implichi un lasciare qualcosa a cui prima tenevano molto. Accettano soprattutto di lasciare un’immagine di sé che si erano giustamente costruiti, con il loro lavoro, con le loro cose, e accettano di pensarsi in un modo nuovo, come capaci di altro: “Vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1,17)

 Allora possiamo dire che la conversione è questo, è un lasciarsi scegliere dal Signore, è vivere come persone che il Signore ha scelto.

 Perché l’amore è fondamentalmente una scelta, è scegliere di legarsi a qualcuno e rimanere in questo legame.

 Il Signore sceglie di legarsi con la vita di ciascuno di noi e chiede che noi facciamo altrettanto.

 Tutto quello che succederà dopo, lungo le vie della Galilea e della Giudea, lungo le pagine del Vangelo, sarà in fondo l’accadere di questa parola dentro la vita singola di tante altre persone: tanti che si lasciano alle spalle un passato senza speranza e si lasciano rimettere in cammino dall’incontro con il Signore.

 Malati, lebbrosi, peccatori, ma anche osservanti della legge, persone oneste, persone che cercano Dio: la vita nuova è vita per tutti.

  +Pierbattista

Alzogliocchiversoilcielo


domenica 23 aprile 2023

ALLO SPEZZAR DEL PANE

Vangelo. 

 Lc 24,13-35

Commento di don Luigi Maria Episcopo



 Il racconto dei discepoli di Emmaus è uno dei racconti più famosi delle apparizioni del Risorto. E forse lo è per un duplice motivo: tutti noi ci sentiamo un po’ come questi discepoli, confusi e molto spesso delusi nelle nostre aspettative; allo stesso tempo ciò che stiamo cercando non si trova in un luogo ma lì dove siamo, dove stiamo camminando, dove sta accadendo la nostra vita. Ma ciò che colpisce di più è l’incapacità di questi discepoli ad accorgersi che stanno camminando e conversando con Gesù in persona:

 “Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”.

 Sembra che l’evangelista Luca voglia suggerirci un rischio in cui tutti noi possiamo incorrere: se siamo discepoli automaticamente capiamo e vediamo Gesù sempre. La verità però è un’altra: i discepoli non sono digiuni della parola delle Scritture. Essi conoscono da vicino anche la vicenda di Gesù e molto probabilmente sono stati testimoni oculari di molte cose che lo riguardano. Ma la cosa che per loro è inconcepibile è l’esperienza della Croce. Essi si rifiutano di leggere la vicenda di Gesù e di tutta l’opera di Dio a partire proprio dallo “scandalo” della Croce. Allora è proprio Gesù che li aiuta a rileggere tutto da una prospettiva che non è più solo quella dell’intuizione umana, ma è la prospettiva dell’amore di Dio:

 “«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”.

 La Croce molto spesso è ciò che manda in tilt la nostra vita, ma per un cristiano essa rappresenta la chiave di lettura più profonda della vita stessa. Dobbiamo sempre decidere se vogliamo credere al Dio delle nostre aspettative o se vogliamo credere al Dio di Gesù Cristo. La Pasqua è il capovolgimento della prospettiva, e te ne accorgi perché ancor prima di capire che è Lui, il cuore comincia di nuovo ad ardere. 

Cercoiltuovolto

sabato 21 gennaio 2023

ECCOCI !


 - Terza domenica durante l’anno, anno di Matteo

- Is 8, 23-9,3/1Cor 1,10-13/ Mt 4,12-23

 - Dal Vangelo secondo Matteo - 

Mt 4, 12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: "Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta". Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino". Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: "Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini". Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

 Commento di Paolo Curtaz

Eccoci

 Hanno arrestato il Battista, tira una brutta aria per profeti e affini. Gesù dovrebbe prudentemente scappare, tornare nel suo buco di paese, a Nazareth. Meglio non farsi vedere in giro, meglio non essere associato a certe compagnie.

Così faremmo noi. Così farei io.

Non così opera il Figlio dell’uomo che è venuto a gettare il fuoco sulla terra. Che brucia di desiderio. Che arde. Non fugge: inizia la sua missione.Partendo dagli ultimi. Da quelle due parti di Israele, Zabulon e Neftali, fra le prime a soccombere alla protervia delle nazioni, ad opere degli Assiri, sei secoli prima.

Una terra meticcia, straniera, contaminata, perduta. Vero: una terra perduta. Come la nostra Europa sempre più aliena alla fede. Come la nostra Italia, con le chiese svuotate e i preti smarriti. Ma non è venuto esattamente per salvare chi è perduto, il Signore? E, oso, per chi nemmeno sa più di esserlo?

Pagina che mi scuote, che mi spinge. In questo nostro tempo in cui corriamo il rischio di scoraggiarci, di chiuderci dentro le nostre sacrestie, in cui ci sentiamo ignorati, sviliti, Gesù propone un’alternativa: svegliati, reagisci, esci, riparti, osa. Pagina che illumina questa nostra Chiesa intimidita, rissosa, che rischia di cedere alla mondanità, di imitare il mondo, dividendosi in partigianerie, in tifoserie.

Come se il problema fosse in che lingua celebrare o quali aperture concedere. Come se, invece, il dramma fosse la mancanza di fede nelle nostre parole, nelle nostre strutture, nel nostro annuncio.

E la mancanza di fuoco. E di passione. Seguiamo il Maestro, andiamo ad abitare là dove non c’è nemmeno più speranza. Torniamo ad essere illuminati, per portare luce.

Accorgetevi

Parla, il Maestro. Inizia a dire. Parla, la Parola. E sono parole che consolano e scuotono.

Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino.  Dio ti si è fatto vicino, è venuto lui, lui viene da te. Accorgitene. Solleva lo sguardo. Svegliati.

È qui, Dio. Smettila di piangerti addosso. Finisci di lamentarti.

È qui, non lo vedi? Allora cambia direzione, cambia strada, ferma l’auto che altri conducono e prendi il tuo posto al volante della tua vita e inverti la rotta. Guidala verso il Signore.

Prega, ama, medita, opera.

Svegliati. Non aspettare che altri lo facciano per te. Nemmeno Dio. Tuo è il sangue che serve per le analisi. Nessuno si può sostituire a te. Allora, dice il Signore, datti una mossa.  Dobbiamo annunciare il Vangelo. A volte anche con le parole. Meglio se con le nostre scelte. Meglio se con la nostra passione. Meglio se amati e amanti.

 Ripartendo dalla Scrittura accolta e meditata, conosciuta e vissuta, come ci ricorda questa domenica dedicata alla Parola.

Discepoli

Vede due fratelli. Poi altri due. Sembrano pescatori, sono identificati, come noi, da ciò che fanno. Ma lo sguardo di Gesù è diverso, vede oltre, legge oltre l’apparenza.

Simone il cocciuto non sa ancora di essere Pietro. Giovanni non sa ancora di essere un boanerghes, capace di far tuonare la Parola.

Nemmeno noi sappiamo bene cosa siamo finché non ci mettiamo alla sequela del Signore, finché non abbiamo il coraggio di lasciare tutto, di osare, di credere, di vedere anche noi ciò che Dio solo vede. Il meglio di noi stessi. Il meglio di me.

Quando scopriamo con che sguardo siamo amati, mettiamo le ali e spicchiamo il volo.

Venite dietro di me, ci ripete, oggi, il Signore. Anche se non ne siamo degni, anche se abbiamo affondato i nostri sogni nel profondo del mare dell’abitudine, anche se ci siamo rasseganti a restare con le reti vuote. Venite dietro di me, ci dice colui che ci conosce fino in fondo. Il solo, forse, che ci conosce. Il solo che ci ama senza condizioni, senza misura, senza tentennamenti. Si fida di noi, di me. Potrebbe farne a meno, ma chiede il nostro aiuto. Il mio. Siamo fragili, certo. E inadeguati.

Paolo rimprovera e scuote i suoi fratelli nella fede. Si dividono in gruppi, in caste, seguono ognuno un guru invece di ascoltare il Maestro. Giocano a dividere la Chiesa, brandendo i papi come scusa. Siamo credenti credibili se abbiamo il coraggio di lasciar prevalere il Signore nelle nostre azioni. Se usciamo dalle nostre piccole logiche per bruciare d’amore come il Cristo.

Il Regno

Venite dietro di me. Per raccontare l’essenziale. Poche frasi, pochi concetti. Dio si è fatto presente, si è reso accessibile, è vicino, si fa vicino, accorgitene, convertiti. Cioè: cambia sguardo, prospettiva, direzione, opinione. Cambia perché Dio è diverso e la tua vita è diversa, tu sei diverso. Il Regno si è fatto vicino, è a portata di mano.

 Il Regno che è la scoperta dell’amore come unica e somma legge che regola l’Universo e le nostre vite. L’amore che regge ogni cosa. E l’amore allora guarisce. Gesù parla e la sua Parola guarisce, mi guarisce, ci guarisce. Perché è una Parola creativa, nuova e inattesa, gravida e feconda.  Così cominciamo questo anno. Da discepoli. Sapendoci amati, scegliendo di amare.

Venite dietro di me.

Eccoci, Signore, se ancora ci vuoi, fragili e deboli, feriti e claudicanti, eccoci. Pronti a raggiungere le periferie che ti ami abitare, perché, buon Dio!, le conosciamo così bene quelle periferie! Ci abbiamo vissuto da tempo. Le abbiamo esplorate, ci abitano, ci danno identità.

 Eccoci, Signore, fragili come Pietro e Andrea, come Giacomo e Giovanni, eppure ancora disposti a diventare pescatori di umanità, a far germogliare tutta l’umanità che portiamo nel cuore e che tu hai onorato e santificato diventando uomo.

Eccoci.

Paolo Curtaz


 

sabato 18 maggio 2019

AMATEVI GLI UNI GLI ALTRI

-    Dal Vangelo secondo Giovanni     Gv 13,31-33a.34-35
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».


Commento al Vangelo del 19 Maggio 2019 - Paolo Curtaz
Gloriosi e glorificati
Cosa è fondamentale nella mia vita?
Cosa è in testa alla classifica delle cose necessarie, assolute, imperdibili?
Un po’ di salute, certo, quel benessere che mi garantisca una vita dignitosa, degli affetti sinceri che costruiscono e danno forza, sì. Ma oltre queste cose necessarie?
Essere famosi, risponde il mondo. Essere come i calciatori milionari, come gli youtuber che guardano i nostri figli adolescenti, avere molti follower, fare carriera nell’azienda in cui lavoro.
Amare, risponde il Signore.
La cosa che ci è più necessaria nella vita è imparare ad amare, amare ed essere amati.
Glorie
Per cinque volte in una frase Gesù parla di gloria e glorificazione e di come lui, grazie al Padre, sta per essere glorificato.
Gesù parla con convinzione e determinazione della gloria e del fatto che sta per essere glorificato.
Magnifico.
Solo che lo dice durante l’ultima cena, poco prima di essere arrestato. Lo dice nel momento stesso in cui il suo destino è segnato. Lo dice quando Giuda esce per andare a denunciarlo.
Gesù insiste, esagera: ora sono stato glorificato, dice.
Nel momento più doloroso del tradimento, quando una persona che ti ama e che ti ha seguito ti inganna, Gesù afferma che potrà manifestare pienamente la sua gloria.
Ma lo è lo fa?
No, Gesù compie qualcosa di straordinario: guarda al di là del presente, vede il bicchiere mezzo pieno, non si chiude in se stesso, depresso o rabbioso, per il tradimento. Poiché Giuda lo sta tradendo potrà dimostrargli che gli vuole bene sul serio.
Proprio perché sta per essere ucciso, potrà manifestare a tutti gli uomini quanto li ama, quanto ci ama, quanto è serio il suo amore. Nel tradimento di Giuda vediamo la misura dell’amore di Gesù.
Giuda si è perso, certo, vero.
Ma il Signore non è venuto proprio a salvare chi era perduto?
La perdizione non è, appunto, il luogo teologico della salvezza?
Non veniamo salvati proprio perché, prima, ci siamo smarriti?
Con Giuda Gesù potrà dimostrare qual è la misura dell’amore di Dio: l’assenza di misura.
Ogni uomo che prende coscienza di sé si pone la domanda: sono perduto o salvato?
Gesù risponde: sei perduto e sei salvato.
Gli apostoli non capiscono, come non hanno capito il gesto della lavanda dei piedi.
Pietro, poco dopo, dirà che egli è disposto a dare la vita per Gesù.
Pietro, ormai, si prende per Dio, lo vuole salvare.
Gesù gli ricorderà che è lui a dare la vita per i suoi discepoli.
Un gallo urlerà ricordando a Pietro il suo limite. Non per Dio deve morire, ma con lui.
Tutto ciò che può fare il discepolo è imitare il Maestro, non sostituirlo.
Se
Gesù parla della sua gloria, una gloria che consiste nel manifestare quanto ci ama.
E chiede a noi di fare altrettanto.
La gloria è poter dimostrare il proprio amore. Un amore sano, centrato, luminoso, concreto, umile, oblato, fecondo, rispettoso.
E se, invece di passare la vita ad elemosinare un applauso iniziassimo a voler amare?
Amatevi
Tra Giuda e Pietro gli altri evangelisti pongono l’ultima Cena.
Giovanni salta il racconto della cena per sostituirlo con la lavanda: la liturgia è falsa se non diventa servizio al fratello debole. Giovanni osa di più: tra i due tradimenti e le due salvezze (Giuda è salvato dal male, Pietro dal finto bene) inserisce l’unico comandamento dell’amore.
Gesù chiede di amarci (amare me, amare te) dell’amore con cui egli ci ha amato.

Corregge gli altri evangelisti. Il più grande comandamento non è amare Dio e il prossimo.




sabato 21 luglio 2018

ERANO COME PECORE SENZA PASTORE

Dal Vangelo secondo Marco -
Mc 6, 30-34

30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Commento di Enzo Bianchi

Tornano dunque da Gesù, colui che li aveva inviati e abilitati alla missione, tornano alla fonte, tornano a colui che li aveva chiamati “perché stessero con lui”, oltre che “per mandarli a predicare” (Mc 3,14). Essi “raccontano a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato”: azioni e parole che erano state comandate da Gesù, ma che soprattutto gli apostoli avevano imparato ad assumere stando con lui, coinvolti nella sua vita, vivendo con lui, il loro rabbi, maestro e profeta. Sappiamo di che cosa era fatto questo loro servizio: l’annuncio del Regno di Dio veniente, della necessaria conversione, e una prassi di umanità autentica che si manifestava nell’incontrare le persone, nell’accoglierle, nel dare loro fiducia risvegliando la loro fede, nello sperare insieme a loro, nel liberarle, per quanto possibile, da oppressioni diverse dovute alla presenza del Male operante nel mondo. Marco non dice che gli inviati hanno fatto cose straordinarie, miracoli, perché ciò che era sufficiente l’hanno eseguito in obbedienza al mandato di Gesù.
Ecco dunque i discepoli-apostoli riuniti intorno a Gesù, che da autentico pastore della sua comunità ascolta ciò che essi hanno vissuto e sperimentato nella missione. Vi è un vero dialogo tra Gesù e gli inviati (descritto più diffusamente in Lc 10,17-20), nel quale vengono evidenziate fatiche e gioie, risultati e fallimenti di quella missione in Galilea anticipatrice della missione a tutte le genti da parte di coloro che Gesù risorto invierà.
Gli apostoli sono stanchi, e Gesù, che è stato raggiunto dalla notizia della decapitazione di Giovanni, il suo rabbi, nella sua tristezza decide di prendere le distanze dalla predicazione che lo impegnava e lo affaticava. Dice dunque ai Dodici: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto (kat’ idian eis éremon tópon), e riposatevi un po’”. Gesù li chiama ancora una volta a seguirlo, a “stare con lui”, per condividere con lui la preghiera al Padre, per approfondire la vocazione e la missione, per riposarsi. È un invito pieno di tenerezza, di sollecitudine per i discepoli, ma anche per Gesù è una necessità: egli deve fare discernimento sulla sua missione, soprattutto ora che Giovanni il Battista, con la morte violenta subita, diventa precursore anche del suo futuro.
Marco annota anche che quanti cercavano Gesù e venivano da lui erano talmente numerosi che i discepoli, impegnati nell’organizzare questi incontri personali con Gesù, non avevano neppure il tempo di preparare da mangiare e di mangiare. Sì, anche per Gesù, come per ciascuno di noi, occorre a volte avere il coraggio e la forza di prendere le distanze da ciò che si fa, occorre uscire dall’agitazione delle moltitudini, dal rumore delle folle, da quel turbinio di occupazioni che rischiano di travolgerci. Lavorare, impegnarsi seriamente con tutta la propria persona è necessario ed è umano, ma lo è altrettanto la dimensione della solitudine, del silenzio, della quiete. Se noi sentissimo nel nostro cuore questa chiamata: “Fuggi, fa’ silenzio, cerca quiete” (Detti dei padri del deserto, Serie alfabetica, Arsenio 2), saremmo certamente più disponibili a trovare un “luogo deserto”, uno spazio solitario in cui pensare, meditare, ascoltando il silenzio, il nostro cuore, la voce di Dio che cerca di parlarci nel nostro intimo più profondo. Senza ottemperare a questa esigenza, si cade nella superficialità, ci si disperde, si finisce per vivere senza sapere dove si va.
Ma questo tentativo di sfuggire alla folla e di trovare solitudine e riposo fallisce: la folla che da giorni segue Gesù prevede le sue mosse e a piedi raggiunge prima di lui quella riva deserta del lago. Gesù allora, sbarcando, la vede e la osserva con attenzione: non è preso dalla soddisfazione del successo, del fatto che tanta gente lo cerca e lo trova, ma è mosso a viscerale compassione (verbo splanchnízo). Le sue viscere si commuovono come quelle di Dio nei confronti del suo popolo oppresso (cf. Os 11,8); egli si commuove e soffre con un fremito causato solo dall’amore verso quella gente. Sì, è gente incredula, che cerca Gesù con ambiguità e interessi non trasparenti, ma per Gesù merita compassione. Sono “pecore senza pastore”, non hanno nessuno che dia loro da mangiare cibo, nessuno che si prenda cura di loro, nessuno che rivolga loro la parola per sostenerli nel duro mestiere di vivere e nessuno che li sostenga nei loro dubbi e contraddizioni. Gesù si intenerisce e rivive la compassione di Mosè quando vede il suo popolo senza pastore (cf. Nm 27,17) e la compassione dei profeti che soffrono al vedere il popolo di Dio disperso e oppresso dai cattivi pastori (cf. 1Re 22,17; Ez 34,5; Zc 10,3-12).
        Non resta dunque a Gesù che farsi “pastore buono ” (Gv 10,11.14) di quella folla: obbedisce puntualmente e fa ciò che Dio, il Padre suo, vuole che lui faccia a suo nome, quale Figlio inviato nel mondo. Gesù dunque legge la fame di quella gente, fame di cui forse non sono pienamente coscienti, fame della Parola: vogliono che Gesù insegni, cioè “parli loro la Parola”, come Marco dice altrove (cf. Mc 2,2; 4,33). Ciò che è decisivo è che Gesù sia presente e parli, perché lui è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1.14). Gesù lo fa lungamente, come stando sotto un giogo: il giogo della misericordia che lo spinge a questa compassione, a questa fatica, a questa parola indirizzata a quanti suscitano in lui sentimenti di tenerezza. Aveva avuto misericordia degli apostoli ritornati stanchi e li aveva chiamati al riposo, e ora ha misericordia delle folle e interrompe il proprio riposo. Solo la compassione misericordiosa lo guidava e ne determinava il comportamento e le azioni durante la sua itineranza. La folla che impedisce a Gesù di realizzare il suo progetto buono e urgente di riposo necessario non causa in lui fastidio, reazioni di impazienza, ma gli fornisce un’occasione per partecipare ai sentimenti di Dio che ha compassione del suo popolo privo di pastori.
Questo è un grande insegnamento per noi: su ogni nostra decisione, su ogni nostra scelta necessaria e buona, ciò che deve avere il primato è la misericordia. Se ogni nostra scelta e ogni nostra azione non obbediscono innanzitutto alla misericordia, non sono conformi ai “sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5): sentimenti umani ma in profondità sentimenti di Dio, colui che è Santo e mostra la sua santità in mezzo al suo popolo con la compassione, scegliendo che nel suo cuore la misericordia regni sulla giustizia (cf. Os 11,7-9). Soprattutto i pastori di comunità dovrebbero molto interrogarsi su questa disponibilità a dare la precedenza alle domande della comunità rispetto alle loro scelte e alle loro pur buone iniziative. Dovrebbero chiedersi se in loro la misericordia, cioè l’amore viscerale di compassione, è sempre immanente al “compiere ogni giustizia” (cf. Mt 3,15). Non lo si dimentichi: nel cristianesimo non si danno compimento della giustizia e misericordia, ma solo misericordia nel compimento della giustizia o compimento della giustizia nella misericordia.
Prima di dare il pane Gesù dà la Parola, per saziare gli uomini e le donne che lo seguono. Ma presto darà anche il pane, perché la sua tenerezza non riguarda solo la loro sete di Parola ma anche la loro fame di pane.
    p. Enzo Bianchi, Monastero di Bose



sabato 13 gennaio 2018

CHE COSA CERCATE?

VANGELO DELLA DOMENICA       
Enzo Bianchi, priore di Bose
Gv  1,35-42


In quel tempo, Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro.

In questa domenica che segue la festa del battesimo del Signore, l’ordo liturgico ci propone l’incontro dei primi discepoli con Gesù, secondo il racconto del quarto vangelo.
Siamo nella settimana inaugurale della vita pubblica di Gesù (cf. Gv 1,19-2,12). Due giorni dopo l’interrogatorio di Giovanni il Battista da parte delle autorità sacerdotali venute da Gerusalemme, Gesù passa e cammina davanti a Giovanni e a due suoi discepoli. E fissando lo sguardo su Gesù, il Battista afferma: “Ecco, guardate l’Agnello di Dio!”. È una vera e propria presentazione di Gesù, l’indicazione che proprio lui è il Servo di Dio, l’Agnello pasquale che porta la liberazione al suo popolo (il termine aramaico talja contiene infatti entrambi questi significati). Giovanni, da vero rabbi e maestro, in-segna, fa segno ai discepoli e così dà un orientamento alla loro ricerca: non li aveva se-dotti (portati a sé), non li trattiene presso di sé, ma li e-duca, li conduce fuori, verso il Messia. Ascoltate le parole del Battista, subito i due si mettono a seguire Gesù, si pongono sulle sue tracce, vanno dove egli va.
Ed ecco che improvvisamente Gesù si volta indietro, li osserva con uno sguardo penetrante e chiede loro: “Che cosa cercate?”. Domanda, questa, ineludibile per chiunque voglia mettersi alla sequela di Gesù, dunque domanda rivolta ancora oggi a noi che tentiamo di seguirlo. “Che cosa cerchi veramente? Qual è il tuo desiderio più profondo?”. Queste sono le prime parole pronunciate da Gesù secondo il quarto vangelo; non un’affermazione, non una dichiarazione, come magari cci attenderemmo, ma una domanda: “Che cosa cerchi?”. In tal modo Gesù mostra che la sua sequela non può avvenire per incanto, per infatuazione, per una semplice scelta di appartenenza: il discepolo può imboccare un cammino sbagliato, se non sa riconoscere che cosa e chi veramente cerca – “si revera Deum quaerit”, “se veramente cerca Dio”, dice la Regola di Benedetto (58,7) –, se non è impegnato a cercare, disposto a lasciare le sue sicurezze per aprirsi al dono di Dio. Cercare è un’operazione e un atteggiamento assolutamente necessario per ascoltare e accogliere la propria verità presente nell’intimo, là dove il Signore parla. 
A questa domanda i due discepoli rispondono con un’altra domanda: “Rabbi, dove dimori verbo méno)?”   ....

sabato 12 agosto 2017

NON ABBIATE PAURA! - Liturgia domenica 13 agosto 2017

NON ABBIATE PAURA!


Nelle tempeste
Elia è scoraggiato. Pensava, uccidendo i sacerdoti del dio Baal, portati in Israele dalla regina Gezabele, di riportare la folla al Dio di Israele, di sollevare una rivoluzione. Non è così: non solo la gente lo abbandona, ma la regina promette vendetta e il profeta deve scappare nel deserto.
Vuole morire, ammette il suo sbaglio: Dio non si impone. E lui, arrogante e violento, non è migliore dei suoi padri.
Gesù è scoraggiato: hanno arrestato e ucciso Giovanni Battista, l’aria si fa pesante.
Ma la cosa peggiore è che, dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù scopre che i suoi discepoli non hanno capito praticamente nulla del suo messaggio, delle sue parole. Davanti alla folla affamata hanno suggerito al Maestro di cacciarli, di rimandarli a casa.
Gli apostoli sono scoraggiati: non hanno capito la ragione dell’improvvisa durezza del Signore che li ha costretti in malo modo a salire sulla barca per raggiungere l’altra riva, quella dei pagani, quella evitata accuratamente dagli ebrei. E si sta alzando un forte vento, ci mancava.
Fatica
La vita è così: inevitabilmente mischia luce e ombra, momenti esaltanti e momenti faticosi, grandi gioie e forti dubbi. Ci mette davanti alla violenza: quella che portiamo nel cuore, come Elia, che deve fare i conti col proprio fanatismo, quella politica che spazza via gli avversari come il Battista, quella dell’egoismo che impedisce ai discepoli di capire il gesto del Maestro, quella degli elementi della natura che ci ricordano che siamo ospiti su questa terra.
Eppure proprio nel momento della fatica scopriamo chi siamo.
E se, invece di ripiegarci su noi stessi, osiamo metterci in discussione, attendere, cambiare, sperare, pregare, agire, qualcosa accade. Saliamo di livello, cambiamo frequenza, entriamo dentro noi stessi, dentro la Storia, dentro gli eventi. Ma, per farlo, dobbiamo necessariamente affrontare i nostri fantasmi e le nostre paure.
La regina Gezabele, per Elia, il dubbio di avere scelto le persone sbagliate, per Gesù, il mare in tempesta, per Pietro e gli altri.
Imparare il silenzio
Elia spaventato e consumato, desideroso di morire nel deserto, non si chiude a piangere se stesso, si mette in cammino. L’illusoria vittoria intrisa di sangue non ha fatto che peggiorare le cose.
No, Dio non è nella violenza, questo ora ha capito Elia che si ritrova sul monte dell’alleanza.
Questo vorrei capissero coloro che continuano ad uccidere profanando il nome di Dio.
E qui, sull’Oreb, Elia capisce e ci fa capire qualcosa di splendido. Dio non è nella violenza, né nei grandi eventi naturali o nei prodigi, ma nell’intimo di ciascuno di noi.
Nella brezza del mattino anzi, come più precisamente, nella voce del silenzio.
Abbiamo disimparato l’ascolto del silenzio. Il luogo dove incontriamo Dio.
Imparare a scegliere
Come possono non avere capito? Come possono, davanti alla prima vera prova, avere mostrato tanta indifferenza e tanto cinismo? Cosa serve amare, seguire, accudire, istruire, vivere con loro se poi non hanno cambiato il loro cuore?
La notte di Gesù sul monte a pregare è tormentata e lugubre. Coloro che ha scelto con tanta cura e tanta passione, coloro che ha voluto con sé, che ha istruito, hanno mostrato tutta la loro grettezza.
Prega, il Signore. Forse un po’ stordito e deluso. Non sa che fare.
Intanto si alza un forte vento sul lago. Gesù sceglie. Sceglie di non sceglierne altri. Non migliori, non più coerenti, non eccezionali. Sceglie quei dodici.
Sceglie noi, fragili e incoerenti. Sceglie questa Chiesa composta di fango e santità. I discepoli, noi discepoli, sono spaventati. Dalla furia del vento e delle onde.
E lì, nel cuore della notte, sono raggiunti dal Signore, ma lo vedono come un fantasma. Non lo hanno riconosciuto nel fratello affamato. Come possono riconoscerlo qui, ora?
Solo Matteo ci parla dell’episodio di Pietro. Di quella richiesta, ingenua oltre ogni limite, di raggiungere Gesù camminando sulle acque.
E si getta, Pietro. Si fida. E affonda. No, non è capace, come noi non siamo capaci, di camminare davvero su ciò che ci spaventa, di passeggiare fischiettando sul ciglio del baratro che costeggia la nostra vita. Vorremmo, ma non siamo così coraggiosi, né così santi.
Solo il Maestro, solo il Signore può dominare le alte onde del mare, da sempre, nella Bibbia, potente e oscuro simbolo del male e della paura. Solo lui. Noi non siamo capaci, ma il Signore ci sfida, ci spinge ad osare.
Anche oggi Pietro, questo nostro Pietro, deve condurre la barca in mezzo alle onde. E, come se non bastasse la violenza di chi attacca la Chiesa e di chi invece la blandisce e la seduce, si ritrova qualche compagno di viaggio che inizia a bucare il fondo della barca, rilasciando patenti di ortodossia ai papi dall’alto della loro conoscenza e della loro intransigenza. È sempre accaduto, con ogni Pietro.
Ma Pietro, questo Pietro, ogni Pietro, sa bene che il Signore Gesù ci raggiunge nella tempesta. Sempre.
Davanti ai dubbi di fede, davanti alle tempeste della vita, il discepolo è chiamato, come Elia, ad ascoltare nel suo cuore il silenzioso mormorio di Dio, recuperando quella dimensione assoluta che è il silenzio, la preghiera, l’ascolto meditato del grande e quieto oceano della presenza di Dio, per vedere il volto di Dio che si nasconde nel vento, che pare evanescente come un fantasma.
Solo così possiamo arrivare all’altra riva.

                                                                                                Paolo Curtaz in  “Ti racconto la parola”