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venerdì 14 agosto 2026

LA MISERIA GLOBALE

 

Gli Obiettivi di sviluppo sostenibile che le Nazioni Unite si sono impegnate a raggiungere entro il 2030 hanno ai primi due posti l’eliminazione della povertà estrema e della fame in tutto il mondo. 

Non si tratta di idee fantasiose di qualche sognatore, bensì di decisioni ufficialmente fatte proprie dai governanti di pressoché tutta l’umanità. Già prima dell’emergenza Covid-19 vi erano ostacoli non da poco, soprattutto nell’Africa subsahariana. 

Con la pandemia vi è stato un forte peggioramento della situazione e un arretramento anche in aree che sembravano sulla strada per lasciarsi alle spalle la miseria, quali l’India o l’America Latina. 

Ciononostante, il traguardo può essere raggiunto. 

Questo libro propone delle soluzioni pratiche per riuscire a raggiungere un obiettivo che sta diventando sempre più urgente.


Antonio La Spina
é professore ordinario di Sociologia e insegna anche Valutazione delle politiche pubbliche presso l'Università LUISS. 

Dirige insieme a Bernardo Giorgio Mattarella il Master in Management e politiche della amministrazioni pubbliche (Luiss School of Government/Scuola Nazionale dell'Amministrazione). Ha insegnato nelle Università di Macerata, Messina, Milano Cattolica e Palermo. E' direttore, insieme a Luca Verzichelli, della Rivista Italiana di Politiche Pubbliche. E' componente della direzione della Rassegna italiana di sociologia, del comitato scientifico di Aggiornamenti sociali, di Studi di Sociologia, della Rivista economica del Mezzogiorno e dell’Istituto Bachelet. 

Tra le sue pubblicazioni con il Mulino segnaliamo: La politica per il Mezzogiorno. Le politiche pubbliche in Italia (2003); Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno" (2005); Le autorità indipendenti (con S. Cavatorto, 2008), I costi dell'illegalità. Mafia ed estorsioni in Sicilia (2008); I costi dell'illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania" (2010); (con Efisio Espa) Analisi e valutazione delle politiche pubbliche (2011).

mercoledì 4 febbraio 2026

RIPRENDERSI IL DOMANI


 QUALE FUTURO ?



L’Agenda 2030 

e il metodo Asvis



-          DI ENRICO GIOVANNINI*

Che futuro ci auguriamo per noi e i nostri cari? 

Che cosa siamo disposti a fare per realizzarlo?

Possono sembrare domande inutili, quasi offensive visto lo stato odierno del mondo. Ma sono le domande che, in un modo o nell’altro, ci poniamo spesso, se non ogni giorno.

Dieci anni fa il mondo sembrava pronto a mettersi all’opera per cambiare il corso della storia, dopo un “anno mirabile” (il 2015) caratterizzato dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco (maggio), dall’Accordo di Addis Abeba sul finanziamento ai Paesi in via di sviluppo (luglio), dalla firma dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile da parte di tutti i Paesi delle Nazioni Unite (settembre) e dall’Accordo di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico (dicembre). Sembrava che i leader politici, ma anche delle imprese e della società civile, fossero finalmente pronti a lavorare insieme per raggiungere, entro il 2030, quei 17 Obiettivi dell’Agenda 2030 che delineavano un mondo futuro senza povertà e disuguaglianze di genere, senza disoccupazione e sfruttamento, senza guerre e conflitti, capace di realizzare una prosperità compatibile con i limiti planetari e la qualità dell’ambiente, all’insegna del principio “nessuno sia lasciato indietro”.

Dieci anni fa ben pochi nel nostro Paese conoscevano l’Agenda 2030 e il concetto stesso di sviluppo sostenibile, e ancora meno persone pensavano di poter fare qualcosa per realizzarlo. Nel 2014 ero stato coinvolto dal Segretario generale dell’Onu nel disegno dell’Agenda, in particolare per l’aspetto di monitoraggio statistico.

Una volta firmata, mi domandai quindi come costruire un soggetto destinato a trasformare l’utopia che sembrava pervadere il mondo in azioni concrete anche nel nostro Paese. Ne parlai con Pierluigi Stefanini, all’epoca presidente dell’Unipol, e insieme ci mettemmo all’opera per contattare i vertici delle associazioni imprenditoriali, delle organizzazioni sindacali, degli enti del Terzo Settore, del mondo della ricerca, proponendo loro di lavorare insieme per l’attuazione concreta dell’Agenda 2030. Una proposta decisamente “indecente” per un Paese in cui la logica della “rottamazione” sembrava destinata ad applicarsi anche ai corpi intermedi, al punto che Matteo Renzi all’epoca disse che «la disintermediazione dei corpi intermedi è un fatto, e viene dai fenomeni di cambiamento che la realtà sta producendo».

Fu anche la voglia di dimostrare che le organizzazioni della società civile non erano “corpi morti intermedi” a far sì che, intorno a un primo nucleo di una cinquantina di soggetti, nacque l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis), che oggi compie dieci anni ed è diventata, con i suoi 300 soggetti della società civile italiana, la più grande rete di questo tipo mai creata in Italia. Un’esperienza unica al mondo, secondo l’Onu, per ampiezza e profondità d’azione, che in questi dieci anni ha conseguito risultati importanti, a partire dalla modifica della Costituzione per includere la tutela dell’ambiente tra i compiti della Repubblica «anche nell’interesse delle future generazioni».

Il successo dell’Asvis, conseguito anche grazie al contributo degli oltre mille esperti che operano, su base volontaria, nei suoi gruppi di lavoro, non può far dimenticare che dieci anni dopo le problematiche che portarono alla sua nascita sussistono ancora, anzi. Se a livello globale, a causa di guerre, pandemia, crisi climatica, riduzione degli aiuti allo sviluppo solo il 18% dei 169 Target specifici dell’Agenda 2030 saranno raggiunti tra cinque anni, per sei Obiettivi su 17 (povertà, disuguaglianze, sistemi idrici e sociosanitari, condizioni degli ecosistemi terrestri, qualità della governance, partnership) l’Italia si trova ora in una condizione peggiore di quella del 2010, con differenze territoriali in aumento per varie dimensioni.

Alcuni sostengono che si debba accettare la sconfitta, riconoscere che i milioni di giovani che riempivano le strade di tutto il mondo erano degli stupidi idealisti, che i ricchi e potenti possederanno per sempre la terra, che la crisi climatica sia «la più grande truffa della storia» (copyright Trump) e così via. Soprattutto, che preoccuparsi della fine del mese invece che della fine del mondo è l’unica cosa sensata da fare, accantonando quelle domande citate all’inizio. Invece l’Asvis non solo non disarma, ma rilancia il suo impegno anche con il progetto “Ecosistema Futuro” (www.ecosistemafuturo.it) per mettere il futuro, o meglio i futuri, al centro del dibattito culturale, politico ed economico. Il progetto sta già aggregando, attraverso il  cosiddetto “metodo Asvis”, tanti soggetti che oggi, ma ancora ognuno per conto proprio, si impegnano a costruire un futuro migliore: imprese che innovano, centri di ricerca che trovano soluzioni rivoluzionarie, scuole e università che educano le giovani generazioni.

In un’epoca come questa lasciare che qualcun altro si occupi del nostro futuro non è decisamente una buona idea, nonostante gli insuccessi, la stanchezza e il clima di sfiducia che prende tanti. 

Come recita la famosa poesia di Rudyard Kipling al figlio, «se riuscirai a costringere cuore, nervi e tendini a servire il tuo traguardo quando sono da tempo sfiniti, e a tenere duro quando in te non resta altro se non la volontà che dice loro “tenete duro” … tua sarà la terra e tutto ciò che è in essa e – quel che più conta – sarai un Uomo, figlio mio».

*Direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile (Asvis)

www.avvenire.it

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venerdì 17 ottobre 2025

DIGITAL RERUM NOVARUM

  


 Intelligenza artificiale 

per 

pace, 

giustizia e sviluppo


Nel seminario organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali il 16 e 17 ottobre alla Casina Pio IV in Vaticano, 50 esperti mondiali di diverse discipline si sono scambiati esperienze per promuovere un uso responsabile, etico e umanistico della tecnologia digitale. Costituita una Rete IA dell'America Latina per lo Sviluppo Umano Integrale

Vatican News

Con lo slogan "Digital Rerum Novarum, un'intelligenza artificiale per la pace, la giustizia sociale e lo sviluppo umano integrale", la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha convocato il 16 e 17 ottobre alla Casina Pio IV in Vaticano 50 esperti mondiali di diverse discipline, per promuovere uno scambio di esperienze che possano servire a promuovere un uso responsabile, etico e umanistico della tecnologia più dirompente del nostro tempo.

È stata inoltre costituita una Rete IA dell'America Latina per lo Sviluppo Umano Integrale, che avrà lo scopo di integrare l'applicazione di questa nuova tecnologia tenendo conto del "grido dei poveri" e dell'impulso di politiche produttive integrali, sotto l'ispirazione di un'ecologia integrale. Il seminario ha armonizzato prospettive sia accademiche che pratiche, combinando la ricerca teorica con l'analisi di casi concreti.

È stata sottolineata l'importanza di fermare la corsa agli armamenti nell'ambito dell'IA per la guerra, in linea con gli appelli di Papa Leone XIV sulla promozione dell'"audacia del disarmo". È stata inoltre evidenziata la necessità di armonizzare le molteplici iniziative di regolamentazione dell'IA, in un quadro globale comune che sia vincolante e preveda conseguenze in caso di inadempienza, sotto la supervisione di un'istituzionalità adeguata all'era digitale.

Il momento di pensare "fuori dalla scatola opaca degli algoritmi" e all'interno delle sfide sociali del nostro tempo, per ascoltare meglio i settori più vulnerabili, ha occupato un posto essenziale nelle discussioni. È stata inoltre sottolineata in modo particolare l'armonia ambientale con lo sviluppo dei data center che consumano grandi quantità di energia, l'infrastruttura fisica per l'espansione dell'IA compatibile con un nuovo modello di sviluppo industriale e la necessità di cooperazione regionale nei paesi più svantaggiati.

Il futuro del lavoro è stato analizzato da una prospettiva integrale, sotto il concetto di giustizia sociale tecnologica, che richiede un patto tra lavoratori, imprenditori, comunità scientifica e Stato, per distribuire ex ante i potenziali benefici dell'applicazione dell'IA nel mondo privato e pubblico. In questa prospettiva, sono state analizzate proposte di reddito di base universale, capitale di base universale e di rafforzamento delle catene del valore globali che tengano conto dell'adeguata distribuzione dei progressi tecnologici come bene pubblico globale.

Altri elementi chiave analizzati sono stati i dati che rispettano la privacy e riflettono la diversità culturale, geografica e sociale, la capacità di calcolo, la connettività, l'elettricità, la sicurezza informatica, la mitigazione dei rischi e le competenze lavorative adeguate. È stata inoltre sottolineata la necessità di superare la concentrazione monopolistica nel mercato dell'IA e, di conseguenza, l'importanza della trasparenza e dell'innovazione istituzionale. Da questo punto di vista, è stata anche menzionata l'importanza di pensare in modo creativo a nuovi modelli di business che stabiliscano incentivi adeguati.

È necessaria un'IA che sia parte di una politica industriale innovativa, al passo con i tempi dell'innovazione, con la capacità di avere un piano di sviluppo che contempli la dimensione del lavoro umano come meccanismo centrale di integrazione sociale. Un'IA che rispetti i diritti umani fondamentali implica anche innovazione, poiché comporta la creazione di "neuro-diritti" che tengano conto dei pericoli dell'interazione della mente e del cervello umano con strumenti tecnologici invasivi. In tutti i casi, in linea con recenti dichiarazioni scientifiche, è stata sottolineata l'importanza che le persone abbiano sempre l'ultima parola nel momento in cui si definiscono le decisioni fondamentali sull'uso delle tecnologie di IA.

È stata inoltre costituita una Rete di Conoscenza sull'IA per lo Sviluppo Umano Integrale per l'America Latina, con la partecipazione delle istituzioni e degli esperti presenti, con lo scopo di sottolineare la presenza dei paesi della regione con il resto delle istituzioni globali. Sotto l'egida del PASS e con il supporto delle conoscenze, tra gli altri, dell'Università del Massachusetts, dell'Università di Notre Dame, del Laboratorio di Intelligenza Artificiale dell'Università di Buenos Aires, della Fondazione Getulio Vargas, dell'AI Civic Lab della Northeastern University, della Confederazione dei Laboratori di IA in Europa, del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, la Fondazione Alana, il Centro Nazionale di Intelligenza Artificiale del Cile, la Banca di Sviluppo dell'America Latina e l'Istituto di Firenze dell'Università Europea.

La rete organizzerà incontri periodici con lo scopo di scambiare conoscenze, migliori pratiche, analizzare gli ostacoli all'implementazione e promuovere un'ampia partecipazione delle istituzioni della regione, per soddisfare il postulato secondo cui "le macchine più innovative sono al servizio delle persone, e non viceversa".

Il seminario, realizzato in collaborazione con l'Università di Notre Dame, è stato inaugurato dal cardinale Peter Turkson, cancelliere del PASS, che ha illustrato il lavoro svolto dall'istituzione che guida in questo campo negli ultimi decenni, e da suor Helen Alford, presidente del PASS, che ha sottolineato il rapporto essenziale che l'IA ha con il concetto di pace e sviluppo. Il panel che ha discusso sul futuro del lavoro è stato coordinato da Monsignor Paul Tighe, segretario del Dicastero della Cultura e dell'Educazione. Gustavo Beliz e Paolo Carozza, membri del PASS, hanno sottolineato anche nell'inaugurazione del seminario la necessità di promuovere un dialogo multidisciplinare che superi il paradigma tecnocratico e l'importanza di promuovere misure proattive per un'integrazione positiva, cooperativa e inclusiva dell'IA per lo sviluppo umano integrale.

Tra gli esperti presenti al PASS figuravano, tra gli altri: David Autor, del MIT; Jaron Lanier (ricercatore principale di Microsoft); Daniel Innerarity, dell'Università d'Europa; Nathan Gardels del Berggruen Institute; Carme Artigas, Jimena Viveros e Vanina Martínez della Commissione di alto livello delle Nazioni Unite sull'IA; Molly Kinder, del Brookings Institute; Tongdong Bai, della Fudan University in Cina; Jeffrey Sachs, della Columbia University; Luis Moreno Ocampo e Nestor Caticha dell'Università di San Paolo; Markus Brunnermeier della Princeton University; Delfina Belli della Future Society; Rebeka Finlay, del Partnership for Artificial Intelligence; Paul Nemitz, del Collegio d'Europa; Gregory Reichberg dell'Istituto di ricerca per la pace di Oslo; Mateo Balero del Centro di supercalcolo di Barcellona; James Williams dell'Oxford Internet Institute;  e Nitesh Chawla dell'Università di Notre Dame. 

venerdì 12 settembre 2025

IN CERCA DI FELICITA'

 


"La felicità è una costruzione collettiva"

L’ultima ricerca Gallup evidenzia che a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento, ovunque tranne gli Stati Uniti e gran parte dell'Europa.

 

-         di Mauro Magatti 

-          L’ultima ricerca Gallup evidenzia che a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento.

Un risultato dovuto in larga parte al miglioramento del tenore di vita nelle economie emergenti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.

Al contrario, continua la tendenza negativa dei Paesi occidentali (Australia compresa): negli ultimi vent’anni, il numero di persone soddisfatte negli USA è sceso dal 70% al 49%.

In Europa, invece, si è passati dal 55% al 42%.

Unica eccezione il Nord Europa, dove si registra un netto miglioramento, dal 50% al 65%.

Al di là dei limiti dello strumento utilizzato (viene misurata la percezione soggettiva), la ricerca segnala dunque un significativo deterioramento del benessere percepito nei Paesi avanzati.

La spiegazione non può essere ridotta alla sola dimensione economica.

Negli USA, il PIL è aumentato costantemente nel corso degli anni. Cosi in Germania e Inghilterra.

Ma questo non è bastato.

Il fatto è che, superata una certa soglia, la felicità non aumenta in modo proporzionale al PIL. Anzi, può addirittura diminuire.

Ciò è dovuto a due ragioni principali.

La prima è che, nelle società avanzate, la crescita non distribuisce i propri benefici a tutti i gruppi sociali.

Al contrario, le disuguaglianze aumentano, così come la precarietà e il lavoro fragile.

Perciò, non è affatto detto che una maggiore crescita economica significhi un maggiore benessere per tutti.

La seconda, puntualmente rilevata dai ricercatori, è che nelle società ad alto reddito la vita diventa difficile e solitaria.

E quando non si dispone di un adeguato capitale economico, culturale e relazionale, a crescere sono la solitudine, la depressione e lo stress legato alle performance richieste.

È questo il male sottile che sta colpendo le società occidentali: l’insoddisfazione diffusa alimenta la sfiducia nelle istituzioni e nelle élite, favorisce le pulsioni populiste e rende più difficile il dialogo sociale.

Altri dati raccolti da Gallup permettono di concludere che lo sviluppo di una società avanzata è un processo sofisticato che, oltre all’aspetto economico, coinvolge almeno altri tre pilastri.

In primo luogo, la qualità dei contesti relazionali, a partire da quelli familiari.

Non è sufficiente vivere in case confortevoli o avere redditi elevati: il benessere umano dipende in larga misura dalla capacità di stabilire e mantenere legami affettivi solidi.

Le famiglie e le reti di prossimità, come gli amici, i vicini e le associazioni, sono un potente antidoto alla solitudine e alla frammentazione sociale.

Le politiche che sostengono la genitorialità, la conciliazione tra lavoro e vita privata e la creazione di spazi di incontro e socialità hanno un impatto significativo sulla felicità collettiva.

In secondo luogo, la qualità dei beni collettivi.

L’eccezione del Nord Europa insegna molto da questo punto di vista: la legalita, l’ambiente, l’istruzione pubblica, i trasporti efficienti e accessibili, gli spazi verdi urbani e la sicurezza dei quartieri sono tutti fattori che contribuiscono a creare un contesto di vita più sereno e vivibile.

A differenza dei beni di consumo individuali, i beni collettivi generano benefici diffusi e duraturi, rafforzando il senso di appartenenza e la fiducia reciproca.

Trascurarli significa compromettere il tessuto sociale e, di conseguenza, la qualità della vita. Infine, ciò che fa la differenza è la possibilità di impegnarsi (in modo professionale o volontario), in luoghi e organizzazioni che perseguono uno scopo positivo e sono attenti alle nuove sensibilità sociali.

Lo sfruttamento fine a sé stesso e le logiche esclusivamente strumentali non motivano nessuno e riducono la felicita.

La lezione della ricerca Gallup è quindi duplice.

Il miglioramento materiale resta fondamentale per chi parte da condizioni di svantaggio: ridurre la povertà e garantire i diritti fondamentali è una priorità globale.

Ma nelle società che hanno già superato questa soglia, il compito è più complesso: bisogna ricostruire le condizioni sociali, culturali e istituzionali che rendono possibile una vita buona.

Le economie prospere hanno bisogno di un tessuto sociale che favorisca la risonanza e il riconoscimento reciproco e di assetti politico-istituzionali capaci di prendersi cura dei beni pubblici.

La felicità, come sottolinea il Rapporto, è una costruzione collettiva tanto quanto un’esperienza individuale. Riguarda l’io e il noi.

La felicità dipende sì dalle opportunità economiche, ma anche, e soprattutto, dalla qualità delle relazioni, dalla cura dei beni comuni e dalla possibilità di dare un senso condiviso alla propria esistenza.

Solo integrando queste dimensioni, lo sviluppo può dirsi davvero sostenibile.

Per l’economia e per le persone.

E quindi per la democrazia.

 

Corriere della Sera

sabato 29 marzo 2025

RISCHIO POVERTA'


Un italiano su quattro rischia la povertà o esclusione sociale

 



-di Giuseppe Savagnone

  

Due rapporti allarmanti

Nello stesso giorno in cui i giornali di destra – «Libero», «La Verità», «Il Tempo» –   hanno consacrato il titolo di prima pagina allo scatto d’ira di Prodi contro la giornalista che l’intervistava, «Avvenire» lo ha dedicato al rapporto Istat, appena pubblicato, in cui si denuncia la progressiva diminuzione delle entrate degli italiani.

«Ancora impoveriti», titolava il giornale cattolico. E, nell’occhiello: «L’Istat segnala come le famiglie abbiano redditi inferiori dell’8,7% rispetto a quello conseguiti nel 2007». Nel sommario sotto il titolo, poi, si leggeva che «un italiano su quattro è a rischio povertà», e che anche tra i lavoratori «il 20% guadagna troppo poco, il 10% è misero».

Forse ci saranno lettori che considerano centrale per il futuro del nostro paese la questione se l’ormai più che ottantenne “padre” della «Margherita e dell’«Ulivo» abbia o no tirato una ciocca di capelli della sua intervistatrice – come evidentemente pensano i direttori dei quotidiani prima citati – , ma, per quanto ci riguarda, a noi sembra che la notizia a cui ha dato risalto «Avvenire» sia ben più significativa e meriti una riflessione.

Il documento in questione è il report dell’Istat su “Condizioni di vita e reddito delle famiglie, anni 2023-2024”, pubblicato mercoledì 26 marzo. Come sintetizza «Il sole 24ore», dal rapporto risulta che «nel 2024 il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2023 era il 22,8%)».

Siamo davanti, dunque, a un fenomeno che coinvolge quasi un quarto degli italiani e che è in continuo peggioramento, soprattutto per gli anziani soli e le famiglie numerose. Ma il problema riguarda tutti. Anche il 10,3% degli occupati, secondo il rapporto, non sono in grado di procurarsi i beni necessari alla vita .

All’origine di questo progressivo immiserimento, c’è una inadeguatezza delle retribuzioni dei lavoratori. A questo è dedicato un altro recente report, il Rapporto mondiale sui salari 2024-2025, pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) il 24 marzo.

In esso si segnala che in Italia, mentre i salari nominali crescono – nel 2023 si è registrato un aumento del +4,2% – o, quanto meno, si mantengono stabili, il potere d’acquisto dei lavoratori si contrae.

Da questo punto di vista, il nostro paese registra il peggiore risultato rispetto all’intero gruppo del G20: dal 2008 a oggi, i salari reali sono diminuiti dell’8,7%, un dato che pone l’Italia in fondo alla classifica globale. Mentre in Francia c’è stato un aumento di circa il 5 per cento, in Germania di quasi il 15, noi siamo l’unico paese, tra le economie avanzate, a registrare una flessione così marcata.

Alla ricerca delle cause

Secondo molti il problema principale che ha determinato la mancata crescita degli stipendi è che l’economia italiana, in questi ultimi vent’anni, non è sostanzialmente cresciuta, anche per le scelte industriali del paese, orientate più sui settori tradizionali (e che pagano peggio) che su quelli più innovativi e ad alta potenzialità di crescita.

Ma c’è chi sottolinea che – mentre fino all’inizio del 2000 i salari italiani sono cresciuti, eppur debolmente, a un ritmo superiore rispetto alla produttività –  a partire dal 2022 la situazione si è rovesciata: la produttività del lavoro ha ripreso ad aumentare, mentre la crescita retributiva è rimasta pressoché nulla. I lavoratori contribuiscono in misura maggiore alla crescita, senza però riceverne un beneficio proporzionale.

Questo anche perché l’export italiano, per essere competitivo nel mondo ha sempre tenuto bassi i salari, anziché aumentare la produttività, come ad esempio ha sempre fatto la Germania. 

Ma il problema – notano altri – è più generale e ha a che fare con l’indebolimento del ruolo dei sindacati. Gli aumenti salariali, negli altri paesi europei, passano infatti dai rinnovi dei cosiddetti contratti collettivi, negoziati a livello nazionale e rinnovati puntualmente, di solito dopo un triennio, tenendo conto della crescita del costo della vita e delle altre circostanze che possono giustificare nuove e più vantaggiose condizioni per i lavoratori.

In Italia, invece, l’Istat nel 2024 segnalava che il 50% dei lavoratori aveva un contratto scaduto e che dunque il suo stipendio era fermo.  

L’inflazione degli ultimi anni ha ulteriormente aggravato le cose: dal gennaio 2021 al febbraio 2025 i prezzi sono aumentati complessivamente di quasi il 18 per cento, mentre le retribuzioni contrattuali dell’8,2, cioè meno della metà. Gli adeguamenti retributivi attuati in risposta all’aumento dei prezzi si sono rivelati insufficienti a compensare la perdita di potere d’acquisto.

L’impatto è stato particolarmente pesante per i redditi più bassi, che destinano una quota maggiore del proprio stipendio ai beni di prima necessità, i cui prezzi hanno subito gli aumenti più consistenti.

L’erosione del potere d’acquisto è diventata così non solo una questione economica, ma anche un tema di giustizia sociale, perché accresce le disuguaglianze, già molto marcate.

L’Italia è, tra i principali stati membri dell’UE, quello che registra il divario più ampio tra ricchi e poveri: l’1% detiene il 13,6% di tutto il reddito nazionale e il 5% delle famiglie possiede quasi la metà – il 48% – della ricchezza.

Le rivendicazioni  entusiastiche del governo

Davanti a questo quadro, aggiornato al biennio 2023-2024, non può non lasciare perplessi la grande soddisfazione con cui Giorgia Meloni e i rappresentanti dei partiti di maggioranza rivendicano i risultati conseguiti, proprio nel campo economico, durante questi tre anni di governo.

Il cavallo di battaglia è l’aumento del numero degli occupati, che è è passato dai 23,519 milioni del luglio 2023 ai 24,222 milioni del gennaio 2025, con un tasso di occupazione del 62,8%. Si tratta del livello più alto dal 2004. È un dato di fatto che nei primi due anni di governo di Giorgia Meloni l’occupazione è cresciuta di 847mila unità (+3,6%).

Naturalmente non sono mancate le obiezioni. Secondo la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, dietro al record del numero degli occupati si nasconde la crescita dei contratti a tempo determinato. In verità, i numeri smentiscono questa tesi. Secondo l’Istat, sotto il governo Meloni gli occupati dipendenti a tempo indeterminato sono aumentati di quasi 940 mila unità, mentre quelli a termine sono scesi di 266 mila unità.

Il problema è un altro. Le aziende assumono tanto perché pagano poco. La spiegazione più plausibile dell’apparente miracolo italiano del lavoro è verosimilmente legata alla bassa o inesistente crescita dei salari.

Per le imprese il costo del lavoro in termini reali in Italia è diminuito di quasi il 10%. Così, l’aumento del tasso di occupazione, che potrebbe essere visto come un successo, si colloca in un quadro in cui si abbassa la media dei salari e aumenta il numero di occupati con redditi bassi.

Senza dire che la crescita dell’occupazione non riguarda tutte le fasce. Essa è stata spinta soprattutto dall’aumento dei lavoratori maschi, che rappresentano circa l’80% di tutto il rialzo dell’ultimo anno, raggiungendo i 14 milioni, mentre le donne sono stabili intorno ai 10,2 milioni.

Resta inoltre aperta la questione giovanile. Il 93% dei nuovi occupati ha più di 50 anni. Incrementi più modesti ci sono stati nella fascia più giovane della popolazione, e ancora più modesti in quella tra i 35 e i 49 anni.

Per non parlare degli stranieri, schiacciati quasi sempre su basse qualifiche e i cui salari sono quasi del 30% inferiori a quelli dei lavoratori italiani.

Uscire dalla logica della campagna elettorale

Non si possono certo attribuire a questo governo tutte le colpe dell’attuale situazione. Tuttavia, è evidente che la sua politica non solo non l’ha cambiata, ma neppure si è mossa nella direzione di farlo.

La demonizzazione delle tasse, che sono il principale meccanismo di redistribuzione della ricchezza; l’indebolimento del pubblico e il favore scoperto nei confronti del privato – specialmente nell’ambito della sanità – , con la conseguente penalizzazione di chi non è in grado di fruire dei servizi a pagamento; lo sforzo constante di ridurre quanto più possibile l’influenza dei sindacati, rendendo così possibile il mancato rinnovo dei contratti di lavoro; la palese ostilità nei confronti degli stranieri, di cui vengono ostacolati in tutti i modi l’integrazione  e l’inserimento nel mercato del lavoro, delineano un progetto di società in cui i poveri sono destinati a diventare sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.

I due rapporti – dell’Istat e dell’ILO – da cui siamo partiti non sono che lo specchio di questa tendenza. I proclami di «missione compiuta», volti a puntare i riflettori sui parziali successi, non possono nascondere la realtà di una nave “Italia” che sta affondando. Anche se si cerca in tutti i modi – e purtroppo con successo – di distrarre l’opinione pubblica su problemi del tutto marginali (come la lite di Prodi con la giornalista), contando sul fatto che ad annegare sono comunque i passeggeri invisibili della terza classe, nella stiva.

 

www.tuttavia.eu


 

martedì 12 novembre 2024

IL MEGA e IL MAGA


 Un Mega contro il Maga di Trump

Il past president del Cese, l'organismo che rappresenta la società civile europee, Luca Jahier analizza i molti importanti dossier che coinvolgono l'Ue nella nuova era trumpiana, per concludere che occorre rispondere al "Make America Great Again" del tycoon con il "Make Europe Great Again"

di Luca Jahier

È da un anno che in Europa si dibatte sulla eventualità di un ritorno di Donald Trump. Ma questo lungo tempo di attesa non pare aver finora prodotto strategie operative e quel salto di qualità che sarebbe necessario, prima per non perire e poi per svolgere quel ruolo che l’Europa ha svolto con grandi risultati nei decenni passati, cioè di coniugare il volto di un altro Occidente, promotore di pace, progresso condiviso e multilateralismo.

Dal nucleare, al clima, tutti i ripiegamenti Usa

Non è certo un mistero capire quali saranno le linee di impatto della seconda amministrazione Trump sull’Europa: basta guardare a cosa è successo durante la sua prima presidenza. Principale sponsor e sostenitore della Brexit, ritenendo che l’Europa unita non fosse interesse degli Usa e arrivando persino a definire l’Ue come il peggior nemico degli Stati Uniti, con gli esiti che sappiamo, ma che allora fecero molti adepti in molti paesi europei. Poi l’uscita dall’accordo sul nucleare con l’Iran, l’uscita dall’accordo di Parigi sul clima, l’imposizione di dazi commerciai nei confronti di diverse esportazioni europee per finire alla sfida rispetto alle spese per la difesa in ambito Nato. In questo secondo mandato si possono solo aspettare elementi di maggiore assertività su questi punti, sia perché le strategie di questa presidenza sono state preparate con molta più solidità della precedente, sia perché le spinte per una nuova primazia americana sugli scenari internazionali è molto più impellente di allora, sia per gli aspetti della sfida della rivoluzione tecnologica ed economica in corso, sia perché l’asse principale del confronto geopolitico mondiale è quello del Pacifico e dello scontro con la Cina (con la quale i dazi su alcuni prodotti sono già al 60%) e gli Stati Uniti non intendono più perdere troppo tempo con l’Europa o il Medio Oriente.

Trump I e II, ecco le differenze

La differenza radicale di oggi con la prima amministrazione Trump è il fatto che allora in Europa vi erano alcune leadership solidissime, da Macron a Merkel, affiancate da Juncker e Tusk (l’altro Donald) che riuscirono in tempi brevi a darsi strategie unitarie per fronteggiare le politiche aggressive verso l’Europa di Trump. L’esempio probabilmente di maggior successo in questo è stato la gestione nel negoziato della Brexit, sul quale, contro la previsione di molti, l’Europa non solo non si è divisa ma ha saputo persino rafforzarsi, pur perdendo un membro di grande peso. La seconda è che ora siamo in una situazione di “guerra estesa”, i cui punti di maggiore e devastante crisi sono il fronte ucraino e il Medio Oriente. E questo non solo pesa già per gli enormi costi in vite umane ma anche in spese militari e per la difesa e costi economici che abbiamo e dovremo sostenere, ma anche per le grandi incognite rispetto al futuro, di fronte al quale l’annunciato abbandono dell’Ucraina da parte di Trump e un suo negoziato diretto con Putin per congelare il conflitto sulle posizioni attuali, per ora, sarebbe assai nero per l’Ucraina, per la Moldova, per la Georgia, ma anche peer l’Europa e per le aeree più vicine, a partire dai Balcani.

Finita la speranza coltivata da molti che non finisse così, resta ora la crudezza di una realtà da affrontare, evitando il rischio della rincorsa disordinata alla corte del vincitore per ottenere qualche favore sui propri specifici interessi nazionali. Al di là di coloro che in Europa esultano e si aspettano che esso dia una spinta alle forse populiste e nazionaliste nelle prossime tornate elettorali (da Orban a Le Pen passando per l’Afd tedesca) se comincerà quella sorte di “pellegrinaggio a Lourdes” di cui si sono già viste alcune avvisaglie, allora non resta che la rassegnazione, che già Balzac aveva definito una sorta di suicidio quotidiano. Analogamente sarebbe quello di attestarsi, come insieme dei paesi europei e delle istituzioni comuni, su una sola postura di strategie difensive, secondo una logica di limitare per quanto possibile i danni oggi, sperando in un domani migliore. Una postura dal fiato molto corto e che però già si intravede dai timidissimi risultati del vertice di Budapest di questi giorni.

Il tweet di Gonzales Laya: «Il futuro dell’Europa è nelle mani dell’Europa»

Mi pare che il migliore commento politico al risultato del voto sia contenuto in un tweet di Arancia Gonzales Laya, già ministro degli Esteri spagnolo e oggi succeduta a Enrico Letta come decana della Paris School of international Affairs, a Science Po. “Trump non è il problema, Harris non sarebbe stata la soluzione. Il futuro dell’Europa è nelle mani dell’Europa. Il lavoro deve cominciare ora” Agli inizi di quest’anno di ho scritto un libro Fare l’Europa, fare la pacePer evitare il collasso del progetto europeo (Feltrinelli), indicando una concreta Agenda della speranza per questa nuova fase post elezioni europee.

Insomma, è ora che la risposta a ciò che ormai ha sostituito il cuore della tradizione repubblicana americana, cioè il “movimento Maga”, ancora richiamato da Trump nel suo discorso della vittoria come il più grande evento politico della storia americana, diventi per l’Europa il Mega “make Europe great again”!

È il tempo di fare quello che ebbi già a definire come un “salto quantico”, in termine di politiche, di integrazione, di istituzioni e investimenti comuni che è la sola condizione per non frantumare quanto abbiamo costruito, preservare il nostro modello sociale e democratico e poter definire un nuovo ruolo negli scenari internazionali così sconquassati che stiamo vivendo. Dopo la caduta del muro di Berlino l’Europa seppe superare le reticenze accelerando sul mercato interno e progettando sia l’Euro che il più grande allargamento della storia. Dopo la pandemia, l’Europa ha saputo rispondere con il Next generation EU, basato su 750 miliardi di debiti europei, finalizzati in gran parte a rafforzare la strategia del Green Deal e della transizione digitale, che era stata messa al centro della legislatura pochi mesi prima.

L’agenda delle cose possibili

Ora l’agenda delle cose possibili e necessarie è molto ampia, ma credo che una strategia solida si possa basare almeno su questi cinque punti. Assumere l’Agenda Draghi e il Rapporto Letta come progetto costituente di questa e della prossima legislatura, a partire da una solida strategia industriale e di sovranità strategica e dall’Unione del mercato dei capitali, per favorire i flussi degli investimenti necessari. Un fondo europeo per la Difesa, basato sul debito comune. Un decisivo rilancio della Agenda verde, sul quale l’Europa ha oggi un vantaggio competitivo, anche in ambito tecnologico. Affrontare il nodo dei meccanismi decisionali in seno all’UE, abolendo almeno il potere di veto. Fare dell’allargamento, della politica Mediterranea e di una alleanza strategica con l’Africa gli assi traenti di una decisiva politica estera comune. Sono tutti aspetti per i quali i piani concreti ci sono, con già precisi riferimenti nelle deleghe dei nuovi commissari europei che entreranno in funzione, Ci vuole però un salto decisivo di leadership politica nelle capitali europee, in molte della quali prevale oggi una condizione di fragilità sia economica che politica, che sostenga quella che si può presumere sarà un tandem ai vertici europei molto forte e molto sintonico, Von der Leyen e Costa, che tra poche settimane dovrebbero essere nel piano dei loro rispettivi mandati.

La sola speranza non è certo una strategia, ma oggi siamo chiamati ad evitare che il mondo cada in uno scenario tipo anni ‘30 dello scorso secolo, quando gli USA fecero una scelta isolazionista  a seguito della crisi del ’29, e siamo sfidati non solo a dare un buon futuro a noi europei ma anche a rappresentare il volto di un altro Occidente nelle dinamiche delle relazioni internazionali.

Luca Jahier è past president del Cese, l’organismo di rappresentanza della società civile europea

Vita

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venerdì 13 settembre 2024

IL BEN VIVERE

 
La forza positiva dell’homo generativus

Riduce le diseguaglianze e si può educare 

Il Rapporto 2024 sul Ben-vivere in Italia invita a investire sulle “persone generative”, capaci di combinare abilità personali e creatività con l’intenzione di agire positivamente sulla vita degli altri

 

- di SERGIO GATTI

 Le disuguaglianze di vario genere, soprattutto quelle di reddito, minano la democrazia sostanziale. È uno dei punti più rilevanti e gravi emersi anche di recente sia nel percorso di preparazione sia nelle giornate di lavoro triestine della 50ma Settima sociale dei cattolici in Italia tenutasi lo scorso luglio. Diverse e originali le analisi proposte. Molte e molto concrete le indicazioni emerse, sia come buone pratiche replicabili sia come proposte di coinvolgimento rivolte a tutti. Non solo ai cattolici. Come si rivolgono a tutti le indicazioni che emergono dal Rapporto 2024 sul Ben-vivere e la Generatività in Italia, promosso dal Festival nazionale dell’Economia civile, sostenuto da Federcasse con il supporto di Fondosviluppo e in partnership con Avvenire.

 Il Rapporto 2024, il sesto della serie, si concentra proprio sull’analisi e sull’interpretazione delle diverse forme di disuguaglianza e giunge ad alcune prime conclusioni. La prima: se si vogliono ridurre le diseguaglianze fra Centro-Nord e Sud e fra Comuni capoluogo e comuni non capoluogo, con particolare attenzione alla questione delle aree interne dove vivono oltre 13 milioni di italiani), occorre investire sulla generatività. «Sono le persone generative che fanno la differenza e non la provenienza geografica o l’essere residenti in una determinata tipologia di comune », precisa il Rapporto che sarà edito da Ecra e che verrà presentato a Firenze il 5 ottobre prossimo in occasione della VI edizione del Festival.

 Ma come si può definire l’homo generativus?

 Quella persona che è in grado di combinare la creatività e le capacità personali con l’abilità e l’intenzione di incidere positivamente sulla vita degli altri. Tale generatività risulta sempre più un fattore decisivo a livello sia individuale (soddisfazione e ricchezza di senso di vivere) sia delle comunità (affrontare e vincere le sfide della transizione).

 Cosa significa allora investire nella generatività? Vuol dire, in sintesi, investire sulle sue cinque dimensioni caratterizzanti: a) la scelta quotidiana - da parte dei cittadini, delle aziende, delle amministrazioni - di consumare e di investire scegliendo consapevolmente il produttore di beni/erogatore di servizi che rispettino le norme della sostenibilità integrale e promuovano uno sviluppo inclusivo (il “voto col portafoglio”); b) il dinamismo familiare e professionale; c) lo spirito imprenditoriale e la creatività cooperativa; d) l’impegno sociale; e) l’impegno ambientale. Ma non basta. Secondo i curatori del Rapporto - Becchetti, Bova, De Rosa, Semplici - questo investimento deve articolarsi seguendo tre strategie fra loro intrecciate e complementari: una, sistemica o istituzionale (“dall’alto”), un’altra a livello personale (“dal basso individuale”), la terza di comunità (“dal basso cooperativa”).

 Mentre si avvicina la scadenza del 20 settembre, entro la quale i governi dei 27 paesi dell’Unione europea dovranno presentare i propri Piani di bilanci strutturali pluriennali, come richiesto dalla riforma della governance fiscale della Ue (il nuovo Patto di stabilità e crescita) è evidente il dilemma che interroga il governo italiano (non solo l’attuale): cosa sacrificare e cosa privilegiare nelle priorità di investimento strategico su tanti fronti. Cominciando proprio dalla necessità di ridurre quanto più possibile le disuguaglianze strutturali in termini di servizi di cittadinanza: istruzione, salute, casa, servizi all’infanzia e le persone non autosufficienti, mobilità e connettività, innovazione e ricerca). I Paesi ad alto indebitamento (e ad alta evasione fiscale) come il nostro, risultano più vulnerabili e maggiormente esposti agli effetti negativi delle crisi di qualsiasi genere. Se non hai abbastanza risorse per investire su nuove frontiere e neanche per fare manutenzione dell’esistente (edilizia scolastica, sanitaria, carceraria; servizi agli anziani; ricerca e innovazione…), il patrimonio materiale e immateriale del paese perde valore e funzionalità.

 Il Rapporto 2024 sul Ben-vivere accentua il proprio connotato di strumento non solo di analisi, ma anche di policy da costruire in modo partecipato e capaci di attivare «lo sviluppo integrale, integrato e integrante dei territori». Policy che hanno necessità di ancorarsi ad un più intenso e pienamente intenzionale impegno educativo di lungo periodo alla democrazia partecipata che è una delle forme più avanzate e sofisticate della fraternità. E qui ancora una volta papa Bergoglio indica la strada: «La fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza. Che cosa accade senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento come valori?» (§103, Fratelli tutti).

 La generatività delle persone può rappresentare l’enzima capace di controbilanciare l’effetto negativo delle diseguaglianze e di avviare percorsi per la loro correzione. E di recente, Paolo Venturi direttore di Aiccon, ha ricordato come la «creazione di valore sociale nasce dall’inclusione e dall’attivazione della persona, dalla sua valorizzazione. È infatti il potenziamento della persona nella sua integralità (desiderio incluso) che permette un cambiamento tanto nei bisogni, quanto nei contesti». La definizione dell’homo generativus contemporaneo sembra in linea con la visione originale di Antonio Genovesi “inventore” a fine ‘700 della Scuola napoletana di Economia civile.

 *Direttore generale Federcasse


www.avvenire.it 

lunedì 25 marzo 2024

GIOVANI, FORMAZIONE, SVILUPPO

 

Formazione

 dei giovani


e

obiettivi 

di sviluppo sostenibile


Nel Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Simona Sandrini si sofferma sui traguardi dell’Agenda ONU 2030 insistendo sulla necessità di dar vita a percorsi di formazione che arrivino a creare reti solidali e progetti di fraternità

 

-         di Simona Sandrini*

-          

Grande è l’impegno oggi di educatori, formatori, pedagogisti e insegnanti per alfabetizzare le giovani generazioni sui molteplici temi dell’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Occorre pensare ai cambiamenti dell’assetto ambientale e politico-economico-sociale anche e soprattutto in riferimento all’esperienza personale: ossia, educare le nuove generazioni a porre in stretta correlazione le variazioni auspicate nel mondo esterno e quelle che possono realizzare nella propria sfera di vita. Muovere verso società eque, solidali e durature significa, infatti, fare affidamento su nuove generazioni giuste, generose e rispettose, che adottino per ciascun obiettivo di sviluppo sostenibile stili di pensiero e azione, di vita e professione, di comunicazione, produzione e consumo orientati al benessere come fraternità e al bene comune come garanzia di dignità personale. Dal punto di vista pedagogico ciò si traduce nel formare non solo giovani “iper-skillati” per competenze specialistiche, in grado di realizzare traguardi di progresso funzionale sulla scia dell’Agenda, ma anche dar vita a percorsi di formazione capaci di generare il desiderio di avverare famiglie solidali, reti territoriali, comunità scolastiche, economie di comunione, imprese sociali, progetti di rispetto, fraternità e pace.

 Le giovani generazioni sono portatrici di un potenziale di sviluppo che coincide con il bene di tutti e di ciascuno: chi meglio della gioventù, per le caratteristiche di vivacità, creatività e apertura al nuovo, potrebbe accompagnare con motivazione il processo trasformativo della transizione ecologica? Ai giovani spetta un compito immaginativo, al limite tra volere e dovere, in cui, all’appiattimento sul dato di realtà e sulle fatiche della comunità di vita nel pianeta, si sostituisca un anelito di speranza creativa, un tocco di libertà immaginativa, che lasci intravedere scenari futuri di bellezza proprio a partire dalle fragilità del progresso per come è stato concepito fino ad ora. I giovani, afferma Papa Francesco, sono «l’adesso di Dio»: «essere giovani, più che un’età, è uno stato del cuore» (Christus vivit, 2019, 34). Ancora: «abbiamo bisogno, piuttosto, di progetti che li rafforzino, li accompagnino e li proiettino verso l’incontro con gli altri, il servizio generoso, la missione» (Christus vivit, 30). La fraternità (Fratelli tutti, 2020) diviene orizzonte formativo in esperienze di partecipazione, condivisione e collaborazione.

 *Docente di Progettazione e coordinamento pedagogico presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

 Vatican News

mercoledì 13 marzo 2024

REGIONI DIFFERENZIATE


Pubblichiamo, per gentile concessione dell’Ufficio per la Pastorale della cultura della diocesi di Palermo, il testo di Giuseppe Savagnone sulla reazione dei vescovi delle diocesi siciliane al ddl Calderoli (sulla «autonomia differenziata» delle regioni), già approvato in Senato (23 gennaio) e ora in discussione alla Camera. Questo articolo sarà in seguito pubblicato nella rubrica «I chiaroscuri» che l’autore firma per il sito della Pastorale della cultura.

 - di Giuseppe  Savagnone*

Ha destato una notevole eco sulla stampa (con l’eccezione dei giornali governativi) il comunicato stampa dello scorso 5 marzo, con il quale i vescovi di Sicilia hanno preso posizione nei confronti del disegno di legge sulla autonomia differenziata, attualmente in discussione alla Camera dopo l’approvazione in Senato, il 23 gennaio scorso.

 Sarebbe riduttivo vedere in questo documento una semplice preoccupazione per gli interessi della Sicilia. Esso va letto alla luce della grande attenzione che la Chiesa italiana ha manifestato, alla fine del secolo scorso e nei primi anni di questo, ai rapporti fra le diverse aree del nostro paese, e in particolare tra Settentrione e Meridione.

 Non si può infatti dimenticare che il tema dell’autonomia delle regioni si intreccia strettamente con quella che una volta veniva chiamata «questione meridionale». Lo evidenzia, se non altro, il fatto che a chiedere con insistenza la riforma sono le prospere regioni del Nord, anche se quelle del Sud, almeno quelle governate da maggioranze di destra, Sicilia compresa, si sono dette anch’esse favorevoli.

 Lo sfondo dottrinale

Forse non tutti ricordano che su questa complessa problematica la Conferenza Episcopale Italiana ha sentito l’esigenza di pronunziarsi con due ampi documenti, Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà, del 1989, e Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, del 2010, che autorevolmente leggono la questione alla luce della dottrina sociale cattolica e meritano perciò, soprattutto in questo momento, l’attenzione di tutti, e in particolare dei credenti.

 In entrambi questi documenti il punto fondamentale su cui i vescovi poggiavano la loro riflessione era che «il paese non crescerà se non insieme» e che «il bene comune è molto di più della somma del bene delle singole parti» (Per un Paese solidale, n.1).

 Siamo lontanissimi, però, da un cieco statalismo, che i cattolici italiani hanno sempre strenuamente combattuto fin dal tempo del Risorgimento. Nella Costituente sono stati loro a volere introdurre nella Costituzione repubblicana il regionalismo. E il principio di sussidiarietà, oggi spesso invocato in sede sia nazionale che europea, ha la sua prima matrice proprio nell’insegnamento sociale della Chiesa. A questo proposito si ricordava, nel secondo documento della CEI, «la sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro» (n. 8). Alla luce della loro storia, nessuno è meno sospetto dei cattolici di voler misconoscere i valori e le esigenze differenziate delle diverse regioni italiane.

 Ciò che i vescovi hanno voluto combattere, già dalla fine del secolo scorso, è piuttosto una deriva culturale che «ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo» (n. 5). Il silenzio calato sulla questione meridionale era ai loro occhi un indizio inquietante dell’eclisse del senso del bene comune che si è registrata in questi ultimi anni in Italia.

 È dunque in nome di questo bene comune e della solidarietà da esso richiesto che la Chiesa fissava, già nel 2010, dei limiti precisi alle autonomie reginali. Perché, se la solidarietà richiede sempre la sussidiarietà, è vero anche il reciproco: «La prospettiva di riarticolare l’assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia». Ciò che serve, sottolineavano i vescovi, è un «federalismo solidale», che «rafforzerebbe l’unità del Paese, rinnovando il modo di concorrervi da parte delle diverse realtà regionali».

 Secondo la Conferenza Episcopale Italiana «un sano federalismo rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio», costringendo in qualche modo gli amministratori meridionali a «rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini». Ma «l’impegno dello Stato deve rimanere intatto (…) per evitare che si creino di fatto diritti di cittadinanza differenziati a seconda dell’appartenenza regionale» (n. 8).

 La solidarietà nazionale compromessa

È su questo sfondo che va letto il comunicato dei vescovi siciliani. In esso la critica fondamentale al DDL sull’autonomia differenziata è di non tener conto degli «squilibri strutturali ed economici fortemente presenti nel meridione e che potrebbero portare a colpire in modo grave l’unità nazionale in favore di preoccupanti spinte secessioniste istituzionalizzate». Invece di favorire una sussidiarietà al servizio della solidarietà, la riforma rischia, secondo loro, di dissolvere l’unità nazionale in nome degli interessi particolaristici di alcune regioni.

 In questa logica, nel documento della Conferenza Episcopale sicula si sottolinea che «la differenziazione è da considerarsi come un corollario del principio di sussidiarietà» all’interno di un quadro nazionale unitario, e che perciò «la dislocazione differenziata di funzioni legislative in singole Regioni non è affatto (…) un “diritto” di alcune Regioni (o dei loro “popoli”)».

E in questa luce si comprendono le «criticità» del ddl in esame alla Camera segnalate nel comunicato dei vescovi. Ne sono un esempio, secondo loro, «le modalità di finanziamento delle funzioni attribuite» alle regioni autonome, previste agli art. 5 e 6.

 Il ddl prevede che questo finanziamento avvenga «attraverso compartecipazioni al gettito di uno o più tributi erariali maturato nel territorio regionale». Ma «la compartecipazione si collega alla produttività dei territori regionali, con la conseguenza che territori maggiormente produttivi avrebbero introiti maggiori di altre realtà territoriali con una produttività storicamente ridotta e ciò trasformerebbe la differenziazione in diseguaglianza con l’evidente rischio di colpire concretamente la coesione dei territori mettendo in grave pericolo l’unità nazionale».

 Questo pericolo, si osserva nel comunicato, è ancora più evidente se si considera che «nell’art 10, dedicato alle misure perequative, non v’è traccia di fondo perequativo di solidarietà nazionale che permetta di riequilibrare le forti disomogeneità territoriali». Su questo punto i vescovi siciliani sono molto chiari: «Fino a che le regioni del meridione non raggiungono, con un fondo dedicato, almeno la media della capacità fiscale nazionale per abitante non si può affrontare per nessuna regione il tema dell’autonomia differenziata a meno che non si preveda un fondo di solidarietà nazionale vincolato a sanare le disparità delle capacità fiscali territoriali».

 E aggiungono: «Anche la riduzione del cosiddetto “Fondo complementare” da 4 miliardi e 400 milioni di euro, a poco più di 700 milioni di euro rappresenta un ulteriore rischio per le regioni più povere».

 Le «criticità» relative ai LEP

Da parte della maggioranza si insiste sempre sulla garanzia rappresentata dai LEP (livelli essenziali delle prestazioni), che dovrebbero essere determinati prima di procedere alla realizzazione della riforma. Ma nel comunicato dei vescovi proprio il tema dei LEP è considerato motivo di ulteriore «criticità». Innanzi tutto, perché nel ddl «manca un esplicito e necessario richiamo all’art. 2 Cost. fonte del dovere di solidarietà sociale in favore dei soggetti meno abbienti, che costituirebbe un ulteriore e migliore ancoraggio costituzionale anche a garanzia e vincolo nella determinazione dei LEP».

 Inoltre, in riferimento all’art. 3 del ddl, si fa notare che «appare poco prudente la scelta di consentire al Governo di adottare dei decreti legislativi per la determinazione dei LEP posto che con tale scelta il Parlamento, attraverso delle Commissioni, potrà soltanto esprimere un parere su quanto deciso dal Governo ed in caso di silenzio il Decreto legislativo potrà essere comunque adottato».

 Le conseguenze per la Sicilia (e per le altre regioni di difficoltà)

È in questo contesto più ampio, e che riguarda tutto il nostro paese, che i vescovi siciliani guardano alle conseguenze per l’Isola del passaggio a «uno Stato “Arlecchino”», facendo notare «che secondo degli studi fatti dalla Ragioneria Generale dello Stato, la Sicilia perderà 1 miliardo e 300 milioni di euro circa l’anno: un impatto disastroso per una economia già in grande sofferenza».

 Infine, sempre per quanto riguarda la Sicilia, regione a Statuto speciale, il comunicato fa presente che, prima di perseguire ulteriori forme di autonomia differenziata, bisognerebbe che venisse effettivamente realizzato il dettato dello Statuto della Regione siciliana che, all’art. 38, prevede:

 «1. Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici. 2. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale. 3. Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo».

 «Quindi», osservano i vescovi, «oltre che rilevare ciò che di critico esiste nell’attuale riforma, la classe dirigente politica siciliana dovrebbe chiedere al governo nazionale l’attuazione completa dello statuto e non sprecare le risorse in dotazione».

 L’ultima frase accenna – per la verità forse troppo di passaggio e timidamente − al grande problema che fa da contraltare alle sperequazioni della riforma e che da sempre viene segnalato, sia a livello di CEI che di CESi, e che è quello delle responsabilità della classe politica del Meridione e di quella siciliana in particolare.

 Già nel documento della Conferenza Episcopale Italiana del 1989 si diceva chiaramente: «Sono necessari, e doverosi, l’aiuto e la solidarietà dell’intera Nazione, ma in primo luogo sono i meridionali i responsabili di ciò che il Sud sarà nel futuro» (n. 15).

 La soluzione non può essere l’assistenzialismo. L’aiuto che il Paese può e deve dare al Sud è di stimolarlo a trovare in se stesso le energie e le risorse per uscire dal degrado. E ciò richiede un impegno dei cattolici per rinnovare una classe politica meridionale che, al di là delle contrapposizioni partitiche, risente ancora spesso di un invasivo stile clientelare, in cui affonda le sue radici la presenza della mafia.

 Ma il rimedio a questo non è certo una dissoluzione dell’unità nazionale, che rischia di consegnare il Sud alle sue peggiori derive.

*Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo