domenica 5 maggio 2019

9 maggio - GIORNATA DELL'EUROPA - SALVAGUARDARE LA DEMOCRAZIA- PACE E SOLIDARIETA'


Presidente della Repubblica: “L’ideale europeo, e la sua realizzazione nell’Unione, è stato – ed è tuttora – per tutto il mondo, un faro del diritto, delle libertà, del dialogo, della pace.   Un modo di vivere e di concepire la democrazia che va incoraggiato, rafforzato e protetto dalle numerose insidie contemporanee, che vanno dalle guerre commerciali, spesso causa di altri conflitti, alle negazioni dei diritti universali, al pericoloso processo di riarmo nucleare, al terrorismo fondamentalista di matrice islamista, alle tentazioni di risolvere la complessità dei problemi attraverso scorciatoie autoritarie”.
Celebrare la festa dell'Europa 2019 presso le istituzioni europee con la Giornata porte aperte a Bruxelles il 4 maggio, a Lussemburgo l’9 maggio e a Strasburgo il 19 maggio.
Gli uffici locali dell'UE in Europa e nel resto del mondo organizzano anche una serie di attività ed eventi per un pubblico di tutte le età.
La Giornata porte aperte è un'opportunità unica per scoprire come le istituzioni europee incidono sulla tua vita. Entra negli edifici delle istituzioni e partecipa ad attività speciali, come dibattiti pubblici e visite guidate.
A Bruxelles e a Strasburgo quest'anno il tema è quello di scegliere il proprio futuro. Le elezioni europee del 23-26 maggio ti offrono la possibilità di esprimerti su chi dovrà prendere decisioni importanti che influiscono sulla tua vita quotidiana. Impegnati a votare e assumiti la responsabilità per il futuro su stavoltavoto.eu.
La dichiarazione Schuman, rilasciata dall'allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman il 9 maggio 1950, proponeva la creazione di una Comunità europea del carbone e dell'acciaio, i cui membri avrebbero messo in comune le produzioni di carbone e acciaio.
La CECA (paesi fondatori: Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto a quella che si chiama oggi "Unione europea".

Contesto storico

Nel 1950, le nazioni europee cercavano ancora di risollevarsi dalle conseguenze devastanti della Seconda guerra mondiale, conclusasi cinque anni prima.
Determinati ad impedire il ripetersi di un simile terribile conflitto, i governi europei giunsero alla conclusione che la fusione delle produzioni di carbone e acciaio avrebbe fatto sì che una guerra tra Francia e Germania, storicamente rivali, diventasse – per citare Robert Schuman – "non solo impensabile, ma materialmente impossibile".
Si pensava, giustamente, che mettere in comune gli interessi economici avrebbe contribuito ad innalzare i livelli di vita e sarebbe stato il primo passo verso un'Europa più unita. L'adesione alla CECA era aperta ad altri paesi.

Principali citazioni

  • "La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano."
  • "L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto."
  • "La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio... cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime."

EMERGENZA ADOLESCENTI. IL CORAGGIO DI EDUCARE!

Chi ha vissuto l’esperienza della violenza gratuita e insensata, come quella che a Manduria ha portato alla morte di Antonio Stano, chiede uno scatto di dignità alle famiglie: «Ai ragazzi servono modelli» Anche gli educatori in campo dopo gli ultimi episodi di violenza. Bernardo (Fatebenefratelli): «Fenomeno in crescita, ecco come intervenire»
Maria Luisa Lavarone, la mamma di Arturo, accoltellato a Napoli nel 2017 da 4 suoi coetanei: «Ammettere le colpe dei propri figli è il primo passo»

 di VIVIANA DALOISO

La violenza dei piccoli, la sconfortante inadeguatezza dei grandi. In mezzo, il vuoto. Di dialogo, di ascolto, di senso. L’hanno vissuto nella propria carne, l’orrore di Manduria, Maria Luisa Iavarone e Paolo Picchio. Lei mamma coraggio di Arturo, il giovane accoltellato per le vie di Napoli da una baby gang nel dicembre del 2017; lui papà di Carolina, la ragazza che nel 2013 è arrivata a togliersi la vita per colpa dei bulli. Devastati, pieni di rabbia, questi genitori sono in campo, ogni giorno, accanto agli adolescenti e alle loro famiglie nel deserto dell’emergenza educativa. 
Tutto il contrario di quelli descritti dai fatti di cronaca degli ultimi giorni: «I nostri figli hanno sbagliato, ma qui ci sono solo bar» si è giustificata una mamma degli aguzzini che hanno rovinato al vita di Antonio Stano. «È vero, gli ho detto di buttare via il telefono per proteggerlo, ma non sapevo di quei video» gli fa eco uno dei papà degli stupratori di Viterbo. E ieri la donna di Lodi che entra a scuola e aggredisce la vicepreside, colpevole d’aver sospeso la figlia per motivi di condotta. Cosa succede, prima che ai ragazzi, agli adulti? «Il male che dovrebbe immediatamente richiamare l’attenzione sistemica di tutte le agenzie educative: famiglie, scuola, istituzioni» spiega Iavarone. È un fiume in piena, divisa tra l’impegno costante nelle scuole con l’associazione Artur (Adulti responsabili per un territorio unito contro il rischio), fondata dopo l’aggressione a suo figlio, e un processo snervante, per cui uno degli aggressori di Arturo è già libero di scorrazzare per il quartiere, un altro si avvia al patteggiamento. Come se nulla fosse successo. «La verità è che di fronte a questi fatti non si può più stare fermi.
E voglio proprio cominciare dai genitori, dalla mancanza di uno sguardo sui propri figli». Il ricordo corre al giorno che è scesa in strada per percorrere i 150 metri che separano la sua casa da quella della madre di uno di quei bulli: «Volevo parlarle, la porta è rimasta chiusa. Ripenso a lei tutte le volte che vedo genitori incapaci di riconoscere le colpe dei propri figli, perché riconoscerle significa anche ammettere che come adulti ne siamo responsabili». Li chiama «alibi», Maria Luisa Iavarone: «È ciò con cui ci sentiamo tutti “coperti”, al sicuro. Come quello di non avere le password per guardare dentro ai loro telefonini. La password che ci manca in realtà è quella delle relazioni». Lo sguardo si allarga alla scuola, l’altro tasto dolente dell’emergenza educativa: «Otteniamo il ripristino dell’ora di educazione civica, e questa è una buona notizia, ma buttiamo via la Storia dalla maturità e diciamo ai nostri ragazzi che di storia, di storie, in fondo non c’è più bisogno. Così li lasciamo appiattiti sul
presente delle chat, incapaci di proiettarsi in avanti o indietro e quindi anche nel-l’altro, del tutto insensibili». In una parola, disumani. «E ancora: togliamo la possibilità di mettere le note, di fatto azzerando quel poco di autorità rimasta agli insegnanti – continua Iavarone –. Questa settimana, a Napoli, è toccato a due ragazzi: accoltellati, per strada, da baby bulli. E io dico basta, dico che non possiamo più accettare questa deriva e che serve una rete, tra le agenzie educative, per invertire la rotta».
È lo stesso appello che lancia Paolo Picchio. La legge sul cyberbullismo – per cui ha lottato in prima linea dopo la morte di sua figlia, ad appena 16 anni, e che ha visto approvare dalla tribuna del Parlamento giusto due anni fa – non basta. Se ne è accorto tutte le volte che nell’ultimo anno ha incontrato i ragazzi, nelle scuole: «Più di 35mila, e penso a quelli che quando parlo scoppiano a piangere perché capiscono cosa vuol dire, che 'le parole fanno più male delle botte', come diceva la mia Carolina ». Nel messaggio devastante che la ragazza ha lasciato ai suoi persecutori («mi sembra di rivederli, in questi ragazzi di Manduria, spietati e del tutto incoscienti» dice) lui ha trovato la forza per urlare il suo 'non ci sto'. «Ma siamo troppo pochi. Agli incontri che organizziamo con la nostra Fondazione i genitori mancano sempre. Non hanno ancora capito, quello che sta accadendo ai propri figli. E che bisogna tornare ad educarli». A Fondazione Carolina «Le famiglie hanno dato prova di incapacità a controllare ed educare i giovani». Sono sconfortanti le parole messe nero su bianco dal gip del Tribunale di Taranto, Rita Romano, nell’ordinanza con cui ha deciso che i due maggiorenni coinvolti nell’indagine sulle violenze compiute ai danni di Antonio Stano, il 66enne di Manduria morto il 23 aprile, dovranno restare in carcere, condividendo appieno il gravissimo quadro accusatorio della Procura (anche in relazione al reato di tortura) e confermando la decisione adottata dal gip minorile, che ha mandato in carcere anche i sei minorenni corresponsabili dei fatti. Intanto il quadro delle persecuzioni si arricchisce di particolari sempre più agghiaccianti: Antonio Stano «era braccato dai suoi aguzzini», era vittima di un «trattamento inumano e degradante», era «terrorizzato, dileggiato, insultato anche con – in prima linea anche nell’istituzione dell’Osservatorio internazionale sul cyberbullismo voluto da Papa Francesco – la chiamano con sconforto la “pastorale della salamella”: «Ci rendiamo conto che per far partecipare gli adulti dobbiamo sempre organizzare qualche evento più strutturato, che comprenda un aperitivo, un’occasione di convivialità» spiega l’educatore dell’associazione Pepita onlus, Ivano Zoppi. Come se mettersi in discussione nell’educazione dei propri figli, sedendosi ad ascoltare e basta, fosse già un’onta o un’ammissione di colpa. 
Il gruppo di esperti (15 tra psicologi ed educatori), che supporta Fondazione Carolina, è intervenuto nelle scuole tutte le volte che si sono verificati episodi come quello di Manduria: «Da Lecce a Varese fino a Lodi, nel caso di un suicidio avvenuto recentemente, abbiamo toccato con mano la solitudine dei docenti, la mancanza di tempo e di fondi per dare continuità ai progetti educativi pur meritoriamente sputi, spinto in uno stato di confusione e disorientamento » che lo costringeva «ad invocare aiuto per la paura e l’esasperazione di fronte ai continui attacchi subiti». Di più: i video dei pestaggi che giravano su YouTube e sulle chat degli indagati e dei loro amici, ha evidenziato il giudice Romano, «erano divenuti merce di scambio tra i diversi giovani». Il tutto nel silenzio e nell’indifferenza generale, o addirittura con la complicità degli adulti: è il caso dello zio di uno degli aggressori, che avrebbe tentato di proteggere il nipote chiedendo di non fare il suo nome. O della madre di uno studente, che avvertita dalla professoressa di quanto stava accadendo (la docente aveva visionato i video) avrebbe detto che il marito aveva messo in punizione il figlio. Anche dalla scuola, d’altronde, non sarebbe mai partita alcuna segnalazione ai Servizi sociali. messi in atto per accompagnare i ragazzi nel disagio» continua Zoppi. Risultato: «Il ragazzo, che è sempre lo stesso coi suoi problemi e la sua richiesta di modelli, passa attraverso la scuola, la società sportiva, persino l’oratorio, senza che su di lui ci sia un patto di corresponsabilità educativa». E il più fragile diventa bullo, o vittima, che è lo stesso fallimento dal punto di vista educativo.
Sul nodo di un “patto” da rimettere in moto a cominciare dalla famiglia fino alla scuola e più su, alle istituzioni e allo Stato, insiste anche l’esperto di bullismo Luca Bernardo, direttore della Casa pediatrica Fatebenefratelli Sacco di Milano (l’unica struttura accreditata in Italia per la presa in cura del fenomeno) e responsabile del Coordinamento nazionale cyberbullismo presso il ministero dell’Istruzione. Oltre 1.200 i ragazzi presi in carico nel suo centro ogni anno, «nel 2019 drammaticamente in crescita – spiega –. 
Il nostro lavoro non a caso è quello di ricucire le relazioni che in ogni fenomeno di bullismo, sia ne caso di chi lo subisce che di chi lo agisce, sono compromesse ». 
Al centro del percorso di ricostruzione dei ragazzi ci sono proprio i genitori: «Penso a quelli di due dei ragazzi responsabili della morte di Carolina – racconta –. Hanno trascorso qui la loro messa in prova, che è durata due anni e mezzo su disposizione della Procura di Torino. Ogni giorno trascorso al centro lo hanno passato accompagnati dalle loro mamme e dai loro papà. Alla fine hanno preso coscienza di quello che hanno fatto». Educazione, rieducazione, «si può e si deve rimettere la questione in cima all’agenda del Paese».





sabato 4 maggio 2019

E' IL SIGNORE!

     (Anno C) (05/05/2019) 


Commento di don Lucio D'Abbraccio

In questa 3ª domenica di Pasqua l'evangelista Giovanni ci presenta un gruppo di apostoli incompleto, solo 7 su 11: «Si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli». Pietro è il leader, che decide di andare a pescare da solo: «Io vado a pescare», ma gli altri lo seguono: «Veniamo anche noi con te». L'evangelista prosegue scrivendo che: «quella notte non presero nulla». Perché la pesca è vana? Perché Gesù aveva detto: «Senza di me non potete far nulla» (cf Gv 15, 5). Ciò significa che non basta che sia Pietro a guidare la pesca, occorre che ci sia anche il Signore. Non è Pietro, dunque, che salva ma Cristo che salva tutti coloro che si fidano e si affidano a lui.
Quindi, dopo una notte di inutile fatica, all'alba Egli si accosta al piccolo gruppo di pescatori e ribalta la loro deludente situazione. I discepoli non sanno riconoscerlo, poiché sono ancora avvolti dalle tenebre dell'incredulità. Nonostante ciò accolgono l'invito di Gesù il quale dice: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Il risultato della loro pronta obbedienza è che «non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci». È allora che il discepolo amato grida: «È il Signore!». Udita questa confessione di fede sgorgata da un cuore che ama, Pietro si sente pervaso di vergogna, e, stringendosi «la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, si gettò in mare», mentre gli altri raggiungono la riva sulla barca. Giovanni scrive che: «Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane». Gesù, prosegue l'evangelista, disse loro: «Portate un po' del pesce che avete preso ora». Giovanni, scrutando in profondità l'episodio della pesca miracolosa, annota un particolare: «la rete era piena di centocinquantatré grossi pesci». Il numero centocinquantatré, nel mondo greco-romano, era il totale di tutte le specie di pesci allora ritenute esistenti. Giovanni, dunque, ci ricorda che la Chiesa è chiamata a raccogliere tutti i popoli nella fede, usando soltanto la forza dell'umiltà e dell'obbedienza alla parola del Risorto. Il nostro apostolato deve confrontarsi continuamente con questo insegnamento. Chiediamoci allora: siamo sempre obbedienti e docili alla parola del Signore? Il nostro apostolato lo svolgiamo con umiltà o con superbia?
Al termine del pasto in cui il Signore Gesù si è fatto nuovamente servo dei suoi discepoli, egli si rivolge a Pietro chiamandolo con il nome che questi aveva prima della vocazione. E lo fa ponendogli una precisa domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Il Risorto non lo sta rimproverando, ma gli sta dando la possibilità di riscattare il triplice rinnegamento, perché non rimanga nessun residuo di senso di colpa. Per tre volte, infatti, Pietro aveva negato di conoscere Gesù, e ora per tre volte il Signore lo interroga, al punto che Pietro, addolorato per questa insistenza, gli risponde: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gesù allora lo riabilita, chiamandolo per tre volte a essere pastore delle sue pecore: «Pasci le mie pecore». Il rinnegamento, dunque, è avvolto dalla misericordia, e Simone torna a essere Pietro, la Roccia della Chiesa.
La storia dei Papi, che sono i successori dell'umile pescatore di Galilea, va letta sempre alla luce di questo illuminante episodio e di queste decisive parole di Gesù. Il Signore, mentre conferma Pietro nel primato, gli ricorda con quale spirito deve esercitare l'autorità nella Chiesa. Comandare significa amare e servire, per questo Pietro è il «servo dei servi di Dio» e noi dobbiamo amarlo per questo e dobbiamo aiutarlo ad amare sempre di più, affinché il suo servizio, voluto da Gesù, sia luce per la Chiesa e per il mondo.
Infine il Risorto rivela a Pietro il futuro che lo attende: «Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Ebbene sì, Pietro glorificherà Dio accettando di essere condotto là dove non avrebbe voluto: al martirio, quando verserà il sangue per attestare la sua fedeltà a Cristo. E così risuona per lui ancora una volta la chiamata originaria del Signore: «Seguimi».
Chiediamo a Dio Padre misericordioso, affinché accresca in noi la luce della fede per poter proclamare davanti a tutti che Gesù, il Risorto, è il Signore.


ALLARME BABY GANG. CHE COSA PUO' FARE LA SCUOLA?

L’analisi degli ultimi terribili fatti di cronaca mette in luce la difficoltà degli adolescenti a rapportarsi col mondo degli adulti e la necessità delle agenzie educative di intervenire.
Secondo il vicepresidente Agesc Claudio Masotti la scuola non deve abdicare a quelli che sono i suoi diritti/ doveri ricordando e ricordandosi che una società non può reggersi in assenza del principio di autorità. Ribadire quali sono i valori fondanti in cui si basa una società è un dovere che non può essere messo in discussione e che va continuamente ribadito ed affermato.
Il dilagare della violenza esercitata da bande di delinquenti minorili è un argomento di stringente attualità che preoccupa i genitori. Secondo lo psichiatra ed educatore Maurizio Colombo la necessità, in età adolescenziale, di riunirsi in gruppi di coetanei, è un fatto fisiologico e parte integrante del percorso di presa di coscienza di sé e di emancipazione del ragazzo. Ciò può portare anche ad assumere atteggiamenti critici nei confronti dei genitori e del contesto sociale, ma non dovrebbe mai assumere contenuti devianti. «L’adolescente che un po’ per volta si distacca dal nucleo familiare, per elaborare la perdita è spinto a cercare sostegno in qualcosa che possa sostituirlo, magari contrapponendosi ad esso. Il genitore, che nell’infanzia era percepito come depositario di grandi virtù, sottoposto ad un più acuto esame critico, si rivela come “umano” e quindi fallibile e affetto da molte umane debolezze» spiega Colombo.
Sovente il ragazzo in una società consumistica in cui i valori tradizionali sono andati in crisi, rimprovera i suoi per non avergli garantito una “adeguata” ricchezza che gli può garantire uno status che spesso identificato nella possibilità di possedere oggetti di lusso. «Questo è particolarmente vero nelle comunità degli immigrati. Statisticamente la seconda generazione è la più a rischio: se la prima, infatti, ha patito il distacco dal paese natio ma ha continuato a valersi dei principi appresi nella terra natale, i figli degli immigrati si sentono completamente disancorati e lontani tanto dalla cultura di origine, tanto da quella del paese natale. «Si percepiscono discriminati e qualche difficoltà a scuola, unita al fatto di crescere in quartieri di periferia, acuiscono la frustrazione ed alimentano la convinzione di non poter riscattare la loro infelice condizione. Il risentimento e la conseguente disperazione si traducono in comportamenti smodatamente aggressivi». Ma, come hanno dimostrato i fatti terribili di Manduria – con una baby gang tutta italiana arrivata ad accanirsi contro un uomo anziano e disabile fino a farlo morire – «la convinzione di non potersi riscattare in alcun modo conduce ad un abietto nichilismo, evidenziato dalla teatralità che spesso identifica le loro imprese» in ogni contesto. Anche in quelli più agiati. Il desiderio di apparire ai propri occhi come a quelli dei compagni come onnipotenti, gioca un ruolo non secondario, ma l’aspetto più significativo è la volontà di urlare in faccia alla società la loro diversità, il furore, il disprezzo, «Contrariamente al delinquente comune, che si preoccupa di non essere identificato, il giovane teppista agisce in modo da essere riconosciuto come tale. Filma le sue malefatte, si abbiglia in modo inconfondibile, reitera il delitto in modo goffo e non studiato rinunciando così implicitamente alla possibilità di sottrarsi alla inevitabile punizione. Questo non per autopunirsi, ma perché – ribadisce Colombo – vuole testimoniare la sua esistenza, il suo rancore, e il suo odio nei confronti della società».



venerdì 3 maggio 2019

STATO? NAZIONE ? STATO-NAZIONE? UNA SFIDA PER IL FUTURO

Papa: diffondete la coscienza di una rinnovata solidarietà internazionale

Udienza con Papa Francesco per la Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, una cinquantina di esperti di tutto il mondo, riunita dal 1 al 3 maggio per riflettere su un tema di grande attualità: “Nazione, Stato; Stato Nazione”. Per il Papa "sembra aprirsi una nuova stagione di confronto nucleare inquietante"

 di Adriana Masotti - Città del Vaticano
Vatican News

“La Chiesa osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune”. Le parole pronunciate da Papa Francesco di fronte ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali convocati in riunione plenaria, dicono il cuore del suo discorso e della Plenaria stessa che si è data quest’anno un tema cruciale: "Nazione, Stato; Stato Nazione". In apertura all'udienza, il saluto rivolto al Papa dal presidente dell'Accademia, l'economista Stefano Zamagni. 
L'idea di popolo: territorio, leggi e modo di vivere comune
La costatazione di partenza del discorso di Francesco è che oggi “alcuni Stati nazionali attuano le loro relazioni in uno spirito più di contrapposizione che di cooperazione”. Il Papa sottolinea “che le frontiere degli Stati non sempre coincidono con demarcazioni di popolazioni omogenee e che molte tensioni provengono da un’eccessiva rivendicazione di sovranità da parte degli Stati” e ricorda l’idea di popolo in San Tommaso per il quale, come un fiume ha sempre lo stesso nome, anche se l’acqua che vi scorre muta continuamente, così “‘un popolo è lo stesso non per l’identità di un’anima o degli uomini, ma per l’identità del territorio, o ancora di più, delle leggi e del modo di vivere’”.
La Chiesa ha sempre esortato all’amore del proprio popolo, della patria, al rispetto del tesoro delle varie espressioni culturali, degli usi e costumi e dei giusti modi di vivere radicati nei popoli. Nello stesso tempo, la Chiesa ha ammonito le persone, i popoli e i governi riguardo alle deviazioni di questo attaccamento quando verte in esclusione e odio altrui, quando diventa nazionalismo conflittuale che alza muri, anzi addirittura razzismo o antisemitismo.
“ Uno Stato che suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone verrebbe meno alla propria missione. Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni; penso all’Europa del secolo scorso. ”
Il migrante non è una minaccia ed è tenuto ad integrarsi 
E' comunemente riconosciuto che “lo Stato è al servizio della persona e dei raggruppamenti naturali delle persone - prosegue Francesco - troppo spesso, tuttavia, gli Stati vengono asserviti agli interessi di un gruppo dominante, per lo più per motivi di profitto economico”. E fa notare come il modo in cui uno Stato gestisce il fenomeno immigrazione “rivela la sua visione della dignità umana e del suo rapporto con l’umanità”. Il Papa ribadisce che: “Ogni persona umana è membro dell’umanità e ha la stessa dignità”. Ricordando i quattro principi già espressi, attorno ai quali si articolano i nostri obblighi verso i migranti: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, afferma:
Il migrante non è una minaccia alla cultura, ai costumi e ai valori della nazione che accoglie. Anche lui ha un dovere, quello di integrarsi nella nazione che lo riceve. Integrare non vuol dire assimilare, ma condividere il genere di vita della sua nuova patria, pur rimanendo sé stesso come persona, portatore di una propria vicenda biografica. In questo modo, il migrante potrà presentarsi ed essere riconosciuto come un’opportunità per arricchire il popolo che lo integra.
Lo Stato nazionale non può affrontare da solo le sfide globali
Compito dei governi è quello di “proteggere i migranti e regolare con la virtù della prudenza i flussi migratori”, osserva il Papa, preparando anche le popolazioni locali all’accoglienza. "Tutte le nazioni - prosegue - sono frutto dell’integrazione di ondate successive di persone (…) e tendono ad essere immagini della diversità dell’umanità” pur essendo legate da valori culturali comuni. Del resto nella situazione di globalizzazione che viviamo, “lo Stato nazionale non è più in grado di procurare da solo il bene comune alle sue popolazioni. Il bene comune è diventato mondiale e le nazioni devono associarsi per il proprio beneficio” e costituire “un’apposita autorità legalmente e concordemente costituita” che possa favorirlo. Il Papa cita alcune di queste sfide globali: il cambiamento climatico, le nuove schiavitù, la pace e, come esempi positivi da non disperdere, cita la cooperazione e la pace vissuta tra i diversi Paesi in Europa e la visione di Simón Bolivar di un America Latina come di una Patria Grande capace di valorizzare ogni singolo popolo.
“ È da auspicare che, ad esempio, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici apportati da questo cammino di avvicinamento e concordia tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra ”
Rilanciare il multilateralismo che rispetti le singole identità 
Papa Francesco parla della necessità di rilanciare il multilateralismo “opposto sia alle nuove spinte nazionalistiche, sia a una politica egemonica”, che allontani il rischio di nuovi conflitti, ma anche quello "della colonizzazione economica e ideologica delle superpotenze” sulle nazioni più deboli.
Di fronte al disegno di una globalizzazione immaginata come “sferica”, che livella le differenze e soffoca la localizzazione, è facile che riemergano sia i nazionalismi, sia gli imperialismi egemonici. Affinché la globalizzazione possa essere di beneficio per tutti, si deve pensare ad attuarne una forma “poliedrica”, sostenendo una sana lotta per il mutuo riconoscimento fra l’identità collettiva di ciascun popolo e nazione e la globalizzazione stessa, secondo il principio che il tutto viene prima delle parti, così da arrivare a uno stato generale di pace e di concordia.
No ad una nuova stagione di conflitto nucleare
Il Papa fa riferimento a “istituzioni intergovernative” in cui tutti gli Stati siano “effettivamente rappresentati”, in grado di sostituire “la logica della vendetta, la logica del dominio, della sopraffazione e del conflitto con quella del dialogo, della mediazione”, perché appartenenti alla stessa umanità. E  incoraggia la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali “nella ricerca di processi atti a superare ciò che divide le nazioni e a proporre nuovi cammini di cooperazione”. Riguardo alla pace”, costata amaramente che oggi “la stagione del disarmo nucleare multilaterale appare sorpassata”.
Anzi, sembra aprirsi una nuova stagione di confronto nucleare inquietante, perché cancella i progressi del recente passato e moltiplica il rischio delle guerre, anche per il possibile malfunzionamento di tecnologie molto progredite ma soggette sempre all’imponderabile naturale e umano. Se, adesso, non solo sulla terra ma anche nello spazio verranno collocate armi nucleari offensive e difensive, la cosiddetta nuova frontiera tecnologica avrà innalzato e non abbassato il pericolo di un olocausto nucleare.
Occorre diffondere la coscienza di una nuova solidarietà 
Da qui la chiamata di ogni singolo Stato ad una maggiore responsabilità perché, pur perseguendo il bene del proprio popolo, non trascuri l’edificazione del bene dell’intera umanità. Quindi l’invito conclusivo:
Cari amici (…) vi chiedo di collaborare con me nel diffondere questa coscienza di una rinnovata solidarietà internazionale nel rispetto della dignità umana, del bene comune, del rispetto del pianeta e del supremo bene della pace.






5 MAGGIO - GIORNATA NAZIONALE PER LA LOTTA ALLA PEDOFILIA E LA PORNOGRAFIA

Come   mai   una   giornata   per   la   lotta   alla   pedofilia 

Sensibilizzazione e attenzione significano prevenzione. Per questo motivo il 5 maggio si celebra la Giornata Nazionale per la lotta alla pedofilia.
Prevenire significa favorire e potenziare tutte quelle condizioni individuali, familiari e sociali che proteggono un bambino da abusi sessuali, ostacolando il verificarsi di episodi che possono provocare traumi e difficoltà nella crescita. 
Una prevenzione efficace parte da un contesto educativo, familiare e sociale capace di far emergere situazioni che tendono a restare nascoste. Nella prevenzione degli abusi sessuali e nel contrasto della pedofilia (anche nel mondo virtuale) è di primaria importanza aiutare le vittime a raccontarsi, a non chiudersi nel dolore e nel senso di colpa, offrire loro tutto l’ascolto, la comprensione e l’aiuto di cui hanno bisogno. 
Telefono Azzurro ogni anno celebra questa giornata presentando dati aggiornati sull’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini in Italia, nonché sul tema della pedofilia, favorendo tavole rotonde e dibattiti sui temi della prevenzione, dell’ascolto delle vittime e della loro terapia, sul profilo dei pedofili, sulla pedofilia al femminile, sull’adescamento online e sul trattamento degli autori di questi reati. 
Ogni anno i bambini e gli adolescenti vengono coinvolti in questa riflessione, in quanto attori fondamentali di ogni intervento di prevenzione. 

AIMC - IL MAESTRO - marzo-aprile 2019