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mercoledì 25 giugno 2025

LO STUDENTE E LO STATO

 


Dialogo

 tra uno studente 

e lo Stato

 

- di  Alessandro D’Avenia


 

Siamo nel pieno degli esami di Maturità, detti anche di Stato perché è lo Stato a verificare che lo studente «colto» non sia né acerbo né marcio, pronto per nutrire altri. Ma se invertissimo le parti e fosse lo studente a interrogare lo Stato? Se gli chiedesse, come facciamo noi: dopo che farai? In che progetto impegnerai le tue energie? Lo Stato che cosa risponderebbe? Posta la domanda allo Stato attuale, direbbe: «In guerra. Come Stato dell'Ue sono in riarmo, ma soprattutto perché, con altri Stati, sono Nato. E mi è appena stato chiesto di portare le risorse militari al 5% del mio PIL». 

Lo studente fa notare che, spendendo già l'1,6% (una trentina di miliardi nel 2024), arrivare a quella cifra significa investire 66 miliardi in più all'anno: «Rimango sempre stupito di come tutti questi soldi compaiono dal nulla...». 

Lo Stato risponde che sa il fatto suo. «Come fai?”. “Tasse o tagli sulla spesa sociale. O privatizzazioni. O debito…»”. 

 Lo Studente: «Lo sai che così per me sarà impossibile sostenere il welfare di una piramide sociale già rovesciata (più morti dei nati, più anziani dei giovani)? Sembra che tu ignori lo Stato delle cose». 

Lo Stato sorride sornione, ma lo studente incalza: «Quindi a conti fatti investirai più in spesa militare che sulla scuola (4,2%)?». Lo Stato per nulla costernato: «Il mondo va così, bisogna stare al passo: è la ragion di Stato!». «E la mia?». «Che cosa?». «Ragione...». «Ne hai una che valga più di quella di un intero Stato?». «In fondo dovrebbe essere la tua…». «Spiegati». 

 

«Negli ultimi due anni ho cambiato tre insegnanti di matematica, e proprio quest'anno, quello della maturità, cioè quello in cui tu vuoi che io sia maturo, fino a ottobre siamo rimasti senza sostituto, poi è arrivato un supplente. Prima che capisse chi fossimo era Natale...». «Hai ragione. Proprio l'anno scorso ho fatto il record di insegnanti precari: 230.000 su 900.000 cattedre, uno su quattro ha un contratto a termine». «E perché lo fai?». «Costa meno». «E per cosa li risparmi questi soldi?». «Ne abbiamo già parlato...». «E le condizioni di lavoro inaccettabili per gli insegnanti e la discontinuità didattica ed educativa? Il nostro lavoro è studiare, perché non ne hai rispetto (parola che hai scelto per la traccia del mio tema di maturità)? E non è una novità, la situazione è così da anni. E peggiora...». 

 

Lo Stato tace. «E poi sai io vorrei diventare insegnante, ma forse meglio lasciar perdere«. «Effettivamente... Meglio essere realisti». «Che cosa consigli?». «Non ti attira la carriera militare? Avremo nuovissimi carri armati e caccia da pilotare, e confortevoli basi in cui vivere. Tutto all'avanguardia!». «Ma perché allora la mia scuola non è a norma? Il riscaldamento non va, manca il laboratorio, la palestra è piccola e la biblioteca è chiusa da anni? E poi ci vorrebbe qualche pianta, è peggio di un ospedale...». 

Lo Stato: «Io investo 8000 euro all'anno per te e per i 7 milioni di studenti della scuola: la retta di una scuola d'élite». «Perché allora il servizio non è d'élite?». Lo Stato balbetta: «Burocrazia, sprechi... va così». «Ma non puoi far qualcosa? Perché Stato deve significare “fato” e non “fatto”? La professoressa di storia ci ha spiegato che il tuo PIL dipende fortemente dagli investimenti in istruzione e ricerca, perché le persone istruite sono più produttive, capaci di utilizzare nuove tecnologie, risolvere problemi complessi e adattarsi a nuovi contesti. Ogni anno aggiuntivo di istruzione può far aumentare il PIL pro capite di circa il 9%...». «È vero, ma ci sono cose più urgenti della cultura, come la difesa. Che te ne fai della cultura se sei sotto attacco?». «Ma non abbiamo dichiarato guerra e nessuno lo ha fatto a noi... E poi mi hanno sempre detto che le cose importanti vengono prima delle urgenti». «Non sempre». «Sono in guerra e non lo so?». 

Lo Stato si fa diplomatico: «Lo so io. E poi devi sapere che ė l'economia a determinare la politica, e l'economia adesso deve inseguire la guerra, perché è necessaria». «Necessaria? Al riguardo vorrei mi commentassi il testo di un filosofo: “Ciò che noi chiamiamo Stato è, in ultima analisi, una macchina per fare guerre e questa sua costitutiva vocazione finisce con l’emergere al di là di tutti gli scopi più o meno edificanti che esso può darsi per giustificare la sua esistenza. Questo oggi è evidente... i governi perseguono a ogni costo una politica di guerra per la quale si possono certamente identificare scopi e giustificazioni, ma il cui movente ultimo è inconscio e riposa sulla natura stessa dello Stato come macchina di guerra. Questo spiega perché la guerra sia perseguita anche a costo di andare incontro alla propria possibile autodistruzione. Ed è vano sperare che una macchina da guerra possa arrestarsi di fronte a questo rischio. Andrà avanti fino alla fine, qualunque sia il prezzo da pagare"» (Giorgio Agamben, Lo Stato e la guerra, 4 giugno 2025). 

 Lo Stato si indispettisce: «Ti sembro una macchina da guerra? I filosofi esagerano...». «Anche gli storici? Il libro dice che nel XX secolo gli Stati più influenti hanno fatto almeno 100 milioni di morti...». Lo Stato ci pensa: «Non è stato un gran secolo, devo ammetterlo, ma questo andrà meglio». «Ma se iniziano guerre dappertutto». «Sei un po' fissato!». «I telegiornali lo sono…». «È la televisione...». «Di Stato... E io devo crescere in questo Stato. Di paura». «Non devi averne. Tutto si risolve, dalla guerra di Troia a oggi è sempre stato così». «Tu sei sempre stato così?». «Quel che è stato è Stato...». «Ma io non voglio ridurmi in questo stato». «Non c'è futuro senza difesa». «Non c'è difesa senza futuro. Perché non difendi le persone in tempo di pace, mettendo energie per educazione, istruzione, ricerca, dispersione scolastica, NEET… insomma quelle cose che in emergenza da noi lo sono da tempo?». 

Lo Stato tace. «Che cosa è sono stato?» chiede lo studente. «Il passato prossimo di essere». «E il futuro prossimo?». «Non esiste». «Sì». «E quale sarebbe?». «Lo hai davanti». «Ma è proprio per lasciare a te un futuro migliore che faccio tutto questo...». «Il futuro non è un oggetto da lasciare ma tempo incarnato: il domani di ciò che c'è già. Se non curi adesso i semi, non avrai frutti». «E che accadrà?». «Che non sarai Stato».

 

 Corriere della Sera

sabato 25 settembre 2021

STATO E MAFIA, UNA VICENDA CHE C'INTERROGA

- di Giuseppe Savagnone *


 Alterne vicende giudiziarie

Ha destato reazioni contrastanti l’assoluzione piena dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, da parte della Corte d’assise d’appello di Palermo. Nella sentenza di primo grado, tre anni e mezzo fa, l’ex collaboratore e “braccio destro” di Berlusconi era stato condannato a dodici anni di carcere come «cinghia di trasmissione» tra i clan e gli interlocutori istituzionali, nella cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, volta a convincere la mafia a desistere dalla strategia stragista, in cambio di un’attenuazione dell’art. 41-bis che prevedeva il carcere duro per i boss.

Perplessità o in qualche caso sdegno si registrano nei commenti della sinistra, mentre esultano i giornali di destra.  «Una sentenza di verità», titola uno di essi. Altri parlano di una «bufala» finalmente smascherata e della fine di una «persecuzione».

Non sono molti, stranamente, a ricordare che in realtà Dell’Utri è appena reduce da una condanna a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, inflittagli nel 2013 dalla Corte d’Appello di Palermo e confermata nel 2014 dalla Corte di Cassazione, perché ritenuto il mediatore di un patto tra Berlusconi e la mafia siciliana. Pena ridotta a poco più di cinque anni e scontata in parte in carcere, in parte agli arresti domiciliari. L’ulteriore condanna, ora annullata, si aggiungeva a questa, ormai passata agli atti e consegnata alla storia.

Siamo dunque davanti a una vicenda giudiziaria da leggere in un contesto più ampio, che peraltro va ben al di là degli anni della Seconda Repubblica e che è il caso di ricostruire, senza fermarsi alle polemiche contingenti, alla luce di una storia che comincia con l’unità d’Italia. Perché in questo caso, come in tanti altri, il presente si capisce meglio alla luce del passato e una società senza memoria, come la nostra, rischia di non cogliere il senso più profondo di quello che sta vivendo.

Le radici del problema: come gestire l’unità d’Italia?

È la storia a dirci che, dopo l’unità, il problema dei rapporti tra Nord e Sud diventò drammatico. I governi della cosiddetta “Destra storica”, formati, dopo il 1861, da piemontesi e toscani, non capivano nulla della mentalità e delle esigenze del Meridione e concepivano l’unificazione come una proiezione su di esso della legislazione del Piemonte. Si era fatta l’Italia ma, secondo l’espressione di D’Azeglio, bisognava ora «fare gli italiani». Solo che si stentava a rinunziare a un modello univoco di unità e di cittadinanza, che era indigeribile da Roma in giù. Senza parlare dei disastrosi effetti che l’unità ebbe per le manifatture del Sud, travolte dal mercato unico, che le esponeva alla concorrenza vincente di quelle settentrionali.

Da qui il brigantaggio meridionale, affrontato con tremenda durezza grazie alla legge Pica. Da qui la ribellione di Palermo, nel 1866, repressa a cannonate dalla flotta italiana.

Il modello rigido di unità voluto dalla “Destra storica” costava insomma troppe lacrime e sangue e non funzionava. Da qui la proposta fatta dalla “Sinistra” (anche questa liberale), che vinse le elezioni del 1876 alleandosi con le classi dirigenti meridionali, a cui si prometteva un ampio campo autonomo d’azione, in cambio di una fedeltà sostanziale al nuovo Regno.

Si deve a questa alleanza se un ampio sottobosco di malavitosi al servizio dei notabili siciliani poté fiorire e consolidare il proprio potere incuneandosi tra la popolazione e lo Stato, percepito al Sud come lontano e minaccioso. Siamo alle origini prossime (quelle remote risalgono alla dominazione spagnola) del potere della mafia, che poté avvalersi anche di una tacita “alleanza” con la Chiesa, anch’essa emarginata dal nuovo sistema politico.

«Il ministro della malavita»

Tutto questo, naturalmente, richiedeva il mantenimento di un compromesso costante fra i governi liberali di Roma e questi centri di potere che operavano spesso oltre i margini della legalità, e che però erano utili per convogliare i voti e appoggiare i partiti di governo. Uno scambio di favori che funzionò. Al punto che ben due primi ministri del Regno, dopo la svolta, Crispi e Di Rudinì, furono siciliani. In un contesto che però si basava sull’abbandono del Meridione alle sue tendenze più regressive.

Si spiega così perché Giolitti, il più importante, forse, tra i nostri presidenti del Consiglio, autore di una politica innovativa che ha segnato una svolta nella nostra storia, sia stato però definito da Gaetano Salvemini, nel titolo di un suo libro, «il ministro della malavita» proprio per la sua compromissione con casi di clientelismo e di corruzione verificatisi nell’Italia del Sud.

La tacita convivenza tra Stato e Mafia, dal dopoguerra in poi

Non si può non tenere presente questa storia quando si parla di quella, già molto più vicina a noi, dei governi democristiani del dopoguerra. È famoso il caso dell’on. Andreotti, più volte presidente del Consiglio, finito sotto processo per associazione mafiosa. Tra le accuse rivolte all’uomo politico c’era quella di avere baciato, durante un suo viaggio in Sicilia, il boss Riina. Non so se l’accusa fosse vera – come è noto Andretti alla fine fu assolto (in parte per sopravvenuta prescrizione) –, ma è certo che il suo uomo di fiducia nell’Isola, Salvo Lima, svolgeva la funzione di “proconsole” e aveva stretti rapporti con la mafia (da cui infatti venne ucciso in un agguato, probabilmente per non aver rispettato gli accordi).

Non si trattava, peraltro, di un problema legato a una sola persona. Ancora una volta una stupefacente mancanza di memoria storica fa sì che si riversino solo su Andreotti le responsabilità di questa collusione con la mafia e non si ricordi che Lima, prima di essere andreottiano, aveva fatto parte, insieme a Vito Ciancimino e Giovanni Gioia, di un terzetto di spregiudicati politici legati ad Amintore Fanfani (anch’egli una grande personalità della storia della Democrazia cristiana).

A rendere più facile questa convivenza pacifica e perfino collaborativa tra uomini di governo e mafia sono state, a lungo, la sottovalutazione della gravità del fenomeno mafioso e una certa tendenza a valorizzarne, addirittura, la pretesa funzione di “forza d’ordine”, in una società come quella siciliana, in cui lo Stato non riusciva spesso ad avere il controllo del territorio.

È impressionante che ancora nel gennaio del 1955, il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Giuseppe Guido Loschiavo, in occasione della morte di Calogero Vizzini, ritenuto il vertice della gerarchia mafiosa, abbia potuto tranquillamente scrivere su una rivista giuridica: «Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura: è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, la Giustizia, e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi e ai fuorilegge (…) ha affiancato addirittura le forze dell’ordine (…) Oggi si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto alle leggi dello Stato e del miglioramento sociale della collettività». Lascio immaginare a chi legge cosa accadrebbe oggi se un alto magistrato scrivesse qualcosa di simile.

Non c’è da stupirsi, perciò, che una certa forma di “collaborazione” tra Stato e mafia si sia a lungo mantenuta e abbia dato luogo a una logica ricorrente, di cui naturalmente, finita l’era democristiana, ha verosimilmente fruito il nuovo potere berlusconiano. Qui il “proconsole” è stato – secondo la sentenza del 2014 – Marcello Dell’Utri. Con ottimi risultati: nelle elezioni del 2001 la Casa delle libertà fece, in Sicilia, un impressionante en plein, vincendo in tutti i sessantun collegi uninominali in ballo (20 al senato e 41 alla Camera). Un risultato che, per chi conosce l’ambiente umano dell’Isola, sarebbe inspiegabile senza l’aiuto dei “poteri forti” che controllano il territorio.

L’urgenza di un reale cambiamento culturale

Tutto questo, ovviamente, non implica alcuna critica alla sentenza della Corte d’assise d’appello di Palermo. C’è una “verità processuale”, che risulta da un complesso di fattori emersi nel giudizio, di cui il giudice deve tenere conto – carte, testimonianze, etc. – e che, in uno Stato di diritto, deve prevalere sulle convinzioni extragiudiziali presenti nell’opinione pubblica o nella mente degli stessi giudici.

La verità – nel nudo significato di questo termine, che implica una aderenza ai fatti reali – può non coincidere con quella accertabile nel processo. Ed è giusto che sia così. Solo negli Stati totalitari si può condannare qualcuno prescindendo dalle prove che si hanno contro di lui.

Peraltro, al di là del caso Dell’Utri, da quanto detto nascono domande inquietanti che riguardano il Meridione – in particolare ho presente la Sicilia –, il suo passato, ma soprattutto il suo presente e il suo futuro. Quella che emerge è la storia di un popolo che, pur con le sue grandi qualità umane, non è mai riuscito ad avere una vera coscienza del bene comune ed è rimasto in una certa misura prigioniero di logiche feudali e familiste, di cui la mafia è sta l’espressione criminale.

Il problema, perciò, non è solo Cosa Nostra, ma una mentalità, una cultura che l’ha alimentata e continua a essere presente, in forme meno eclatanti, nell’amministrazione pubblica, nell’esercizio dei diritti politici, nella vita quotidiana dei privati.

È da questa cultura che derivano molti mali del Sud. Non possono bastare i soldi del Recovery Fund a superarli – quanti finanziamenti, in passato (si pensi alla Cassa per il Mezzogiorno) sono andati a vuoto, sperperati o finiti nelle tasche dei mafiosi! –, se non sopravvengono un atteggiamento e uno stile diverso da parte delle persone.

Non mancano, per fortuna, persone e gruppi che lottano con tutte le loro forze per il cambiamento. Ma bisogna riconoscere che è una battaglia ancora lontana dall’essere vinta. È su questa battaglia culturale che oggi più che mai bisogna concentrarsi. Perché la politica, in Sicilia e in tutto il Sud, non sia più inquinata da logiche perverse che produrranno sempre, se non vengono corrette, i frutti avvelenati che nessuna sentenza di assoluzione può nascondere.

 

*Ufficio Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

 

domenica 11 luglio 2021

DDL ZAN. VISIONE ANTROPOLOGICA E LEGGI DELLO STATO

 

 Ddl Zan, democrazia,

     questione  (anche teologica) 

               della persona

-         di GIUSEPPE LORIZIO*

        

Nel dibattito profondo e appassionato circa la legge contro l’omo-transfobia per chi cerca di pensare e far pensare si pongono delle questioni fondamentali, che superano il livello politico- partitico e giuridico-legislativo. E il teologo non le può accantonare assistendo dalla finestra al susseguirsi degli eventi. Tanto più che egli è, e non può non essere, cittadino consapevole della propria appartenenza alla città di Dio e a quella degli uomini, senza confusione, ma anche senza separazione, come recita il Concilio di Calcedonia.

Una recente intervista a Stefano Fassina, intellettuale e parlamentare di sinistra, ha messo in luce un nodo teorico decisivo: «La questione fondamentale è che l’articolo 1 [dell’attuale disegno di legge] contiene una visione antropologica. E una visione antropologica non può essere legge dello Stato. Il rafforzamento necessario e urgente della normativa antidiscriminatoria non può essere legato, mi ripeto ancora per essere più chiaro possibile, a una visione antropologica» ('Avvenire' 7 luglio 2021). 

Che cosa è in gioco, se non l’umano, che si caratterizza per il passaggio (in questa terra) di un 'io' in una corporeità, fisica e determinata, il cui realismo non può essere facilmente eluso a favore di un soggettivismo indiscriminato? Viene dunque alla ribalta la discussione sulla 'persona', sui suoi inalienabili diritti e doveri, ma anche sulla visione che la società e lo Stato sono chiamati a esprimere di questa singolarità inviolabile, di cui la legge dovrebbe garantire in primo luogo la sussistenza, condannando ogni forma di violenza nei suoi confronti. Tuttavia, all’argomentazione del deputato, si potrebbe obiettare il fatto che in ogni caso una legge ha alle sue spalle una visione antropologica, persino le leggi più curvate sull’economico. E di questo abbiamo tutti, da intellettuali e da credenti, il dovere di continuare a discutere.

Questa sottolineatura mi conduce al nocciolo della riflessione. Proprio perché dell’umano si tratta, e dell’uomo in quanto persona, ogni volta che ci si accinge a formare una legge, come cittadino non della città celeste, ma di questa stupenda nazione che è l’Italia, mi sento garantito dalla Costituzione repubblicana, che agli articoli 55 e 70 afferma il bicameralismo e l’«esercizio collettivo» (art. 70) del potere legislativo. E questo perché rispettosa della complessità delle questioni e dei risvolti antropologici che esse mettono in campo di volta in volta. Problematiche che hanno bisogno di tempo di riflessione, di dialogo e di dibattito.

La sapienza dei padri della Repubblica tende a mettere in guardia dalla fretta e dal prendere decisioni istantanee (tutto e subito!), quando invece si richiede tempo e matura riflessione. Nella fattispecie, come direbbero i giuristi, alla cui categoria non appartengo affatto, ma che mi interpella come cittadino, blindare un testo legislativo nel passaggio da una camera all’altra non è per nulla rispettoso della Costituzione. Se ciò può accadere (per esempio, nel caso della fiducia posta dall’esecutivo), non è questo il caso, in quanto il premier ha detto che la questione è del Parlamento (ossia delle due Camere), non del Governo in carica e neppure della sola Camera che l’ha già votata.

Tirare la giacca al Senato o blindare il testo con il diktat: 'o prendere o lasciare!', significa non aver compreso né la posta in gioco, né l’ordinamento della nostra Repubblica. Cerchiamo pertanto di essere democratici nella vita e non solo nell’etichetta partitica.

 

*Pontificia Università Lateranense

 

www.avvenire.it

 

 

venerdì 3 maggio 2019

STATO? NAZIONE ? STATO-NAZIONE? UNA SFIDA PER IL FUTURO

Papa: diffondete la coscienza di una rinnovata solidarietà internazionale

Udienza con Papa Francesco per la Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, una cinquantina di esperti di tutto il mondo, riunita dal 1 al 3 maggio per riflettere su un tema di grande attualità: “Nazione, Stato; Stato Nazione”. Per il Papa "sembra aprirsi una nuova stagione di confronto nucleare inquietante"

 di Adriana Masotti - Città del Vaticano
Vatican News

“La Chiesa osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune”. Le parole pronunciate da Papa Francesco di fronte ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali convocati in riunione plenaria, dicono il cuore del suo discorso e della Plenaria stessa che si è data quest’anno un tema cruciale: "Nazione, Stato; Stato Nazione". In apertura all'udienza, il saluto rivolto al Papa dal presidente dell'Accademia, l'economista Stefano Zamagni. 
L'idea di popolo: territorio, leggi e modo di vivere comune
La costatazione di partenza del discorso di Francesco è che oggi “alcuni Stati nazionali attuano le loro relazioni in uno spirito più di contrapposizione che di cooperazione”. Il Papa sottolinea “che le frontiere degli Stati non sempre coincidono con demarcazioni di popolazioni omogenee e che molte tensioni provengono da un’eccessiva rivendicazione di sovranità da parte degli Stati” e ricorda l’idea di popolo in San Tommaso per il quale, come un fiume ha sempre lo stesso nome, anche se l’acqua che vi scorre muta continuamente, così “‘un popolo è lo stesso non per l’identità di un’anima o degli uomini, ma per l’identità del territorio, o ancora di più, delle leggi e del modo di vivere’”.
La Chiesa ha sempre esortato all’amore del proprio popolo, della patria, al rispetto del tesoro delle varie espressioni culturali, degli usi e costumi e dei giusti modi di vivere radicati nei popoli. Nello stesso tempo, la Chiesa ha ammonito le persone, i popoli e i governi riguardo alle deviazioni di questo attaccamento quando verte in esclusione e odio altrui, quando diventa nazionalismo conflittuale che alza muri, anzi addirittura razzismo o antisemitismo.
“ Uno Stato che suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone verrebbe meno alla propria missione. Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni; penso all’Europa del secolo scorso. ”
Il migrante non è una minaccia ed è tenuto ad integrarsi 
E' comunemente riconosciuto che “lo Stato è al servizio della persona e dei raggruppamenti naturali delle persone - prosegue Francesco - troppo spesso, tuttavia, gli Stati vengono asserviti agli interessi di un gruppo dominante, per lo più per motivi di profitto economico”. E fa notare come il modo in cui uno Stato gestisce il fenomeno immigrazione “rivela la sua visione della dignità umana e del suo rapporto con l’umanità”. Il Papa ribadisce che: “Ogni persona umana è membro dell’umanità e ha la stessa dignità”. Ricordando i quattro principi già espressi, attorno ai quali si articolano i nostri obblighi verso i migranti: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, afferma:
Il migrante non è una minaccia alla cultura, ai costumi e ai valori della nazione che accoglie. Anche lui ha un dovere, quello di integrarsi nella nazione che lo riceve. Integrare non vuol dire assimilare, ma condividere il genere di vita della sua nuova patria, pur rimanendo sé stesso come persona, portatore di una propria vicenda biografica. In questo modo, il migrante potrà presentarsi ed essere riconosciuto come un’opportunità per arricchire il popolo che lo integra.
Lo Stato nazionale non può affrontare da solo le sfide globali
Compito dei governi è quello di “proteggere i migranti e regolare con la virtù della prudenza i flussi migratori”, osserva il Papa, preparando anche le popolazioni locali all’accoglienza. "Tutte le nazioni - prosegue - sono frutto dell’integrazione di ondate successive di persone (…) e tendono ad essere immagini della diversità dell’umanità” pur essendo legate da valori culturali comuni. Del resto nella situazione di globalizzazione che viviamo, “lo Stato nazionale non è più in grado di procurare da solo il bene comune alle sue popolazioni. Il bene comune è diventato mondiale e le nazioni devono associarsi per il proprio beneficio” e costituire “un’apposita autorità legalmente e concordemente costituita” che possa favorirlo. Il Papa cita alcune di queste sfide globali: il cambiamento climatico, le nuove schiavitù, la pace e, come esempi positivi da non disperdere, cita la cooperazione e la pace vissuta tra i diversi Paesi in Europa e la visione di Simón Bolivar di un America Latina come di una Patria Grande capace di valorizzare ogni singolo popolo.
“ È da auspicare che, ad esempio, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici apportati da questo cammino di avvicinamento e concordia tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra ”
Rilanciare il multilateralismo che rispetti le singole identità 
Papa Francesco parla della necessità di rilanciare il multilateralismo “opposto sia alle nuove spinte nazionalistiche, sia a una politica egemonica”, che allontani il rischio di nuovi conflitti, ma anche quello "della colonizzazione economica e ideologica delle superpotenze” sulle nazioni più deboli.
Di fronte al disegno di una globalizzazione immaginata come “sferica”, che livella le differenze e soffoca la localizzazione, è facile che riemergano sia i nazionalismi, sia gli imperialismi egemonici. Affinché la globalizzazione possa essere di beneficio per tutti, si deve pensare ad attuarne una forma “poliedrica”, sostenendo una sana lotta per il mutuo riconoscimento fra l’identità collettiva di ciascun popolo e nazione e la globalizzazione stessa, secondo il principio che il tutto viene prima delle parti, così da arrivare a uno stato generale di pace e di concordia.
No ad una nuova stagione di conflitto nucleare
Il Papa fa riferimento a “istituzioni intergovernative” in cui tutti gli Stati siano “effettivamente rappresentati”, in grado di sostituire “la logica della vendetta, la logica del dominio, della sopraffazione e del conflitto con quella del dialogo, della mediazione”, perché appartenenti alla stessa umanità. E  incoraggia la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali “nella ricerca di processi atti a superare ciò che divide le nazioni e a proporre nuovi cammini di cooperazione”. Riguardo alla pace”, costata amaramente che oggi “la stagione del disarmo nucleare multilaterale appare sorpassata”.
Anzi, sembra aprirsi una nuova stagione di confronto nucleare inquietante, perché cancella i progressi del recente passato e moltiplica il rischio delle guerre, anche per il possibile malfunzionamento di tecnologie molto progredite ma soggette sempre all’imponderabile naturale e umano. Se, adesso, non solo sulla terra ma anche nello spazio verranno collocate armi nucleari offensive e difensive, la cosiddetta nuova frontiera tecnologica avrà innalzato e non abbassato il pericolo di un olocausto nucleare.
Occorre diffondere la coscienza di una nuova solidarietà 
Da qui la chiamata di ogni singolo Stato ad una maggiore responsabilità perché, pur perseguendo il bene del proprio popolo, non trascuri l’edificazione del bene dell’intera umanità. Quindi l’invito conclusivo:
Cari amici (…) vi chiedo di collaborare con me nel diffondere questa coscienza di una rinnovata solidarietà internazionale nel rispetto della dignità umana, del bene comune, del rispetto del pianeta e del supremo bene della pace.