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martedì 25 febbraio 2020

UN VIRUS CHE CI PREOCCUPA E CI INTERROGA

Le patologie del corpo e 
quelle dell’anima

di Giuseppe Savagnone *

L’assurgere del coronavirus a protagonista quasi esclusivo della vita del nostro Paese non è solo un fenomeno che riguarda la sfera della salute fisica, ma sta mettendo in luce patologie che si annidano a un livello più profondo, quello dell’anima degli italiani, e che dovrebbero preoccuparci non meno dell’allarme sanitario.
Il virus come strumento di polemica partitica…
Una prima patologia è il clima di esasperata conflittualità politica che ha reso impossibile, perfino in questo momento di emergenza nazionale, una risposta solidale alla sfida del virus. Una parte dell’opposizione – quella che fa capo alla Lega – sembra concentrare in questi giorni la propria attenzione, più che sull’epidemia, sulle vere o presunte responsabilità del governo, trasformando lo stato di calamità nazionale in uno strumento per delegittimare  il premier e giungere, come ha sempre sperato, a nuove elezioni.
Per averne un saggio, basta leggere i titoli di prima pagina di alcuni quotidiani, portavoce abituali di questa destra politica, dove, a differenza di quelli delle altre testate, volti a informare sulla gravità della situazione e sulle misure prese per fronteggiarla, si pensa ad attaccare l’esecutivo.
… invece che come sfida che crea solidarietà
Ora, sono personalmente convinto (come molti altri) che, nella gestione dell’emergenza, si siano fatti alcuni errori – per esempio quello di bloccare i voli diretti con la Cina, rendendo così impossibile monitorare i viaggiatori provenienti da là e che sono giunti egualmente in Italia attraverso altri scali. Ma forse in questo momento sarebbe stato il caso di accantonare i propri rancori di parte e puntare, per una volta, sulla solidarietà nazionale. Tanto più che un indebolimento o addirittura le dimissioni del governo, in questa delicatissima congiuntura, avrebbero come unico effetto quello di consegnare il Paese al caos.
La soluzione è difendere le frontiere?
Una seconda patologia è l’ostinazione nell’attribuire la causa dei mali italiani alla mancata difesa delle frontiere. Alcuni giornali hanno legato l’accoglienza all’arrivo del contagio in Italia. Cosa che riprende la polemica del leader della Lega, Salvini, che in diversi interventi pubblici di questi giorni ha collegato il problema della diffusione del coronavirus a quello, da sempre centrale nella sua battaglia politica, della difesa delle frontiere dai migranti.
Citiamo alcuni di questi interventi: «Governo ha sottovalutato coronavirus, far sbarcare migranti ora è irresponsabile». «Forse ora qualcuno avrà capito che è necessario chiudere, controllare, blindare, bloccare, proteggere?». «Blindiamo e sigilliamo i confini».
Ma quali frontiere?
In realtà, proprio la diffusione del coronavirus sta evidenziando in modo irrefutabile l’impossibilità, nel mondo globalizzato, di “blindare e sigillare i confini”. Uno slogan fallace anche quando Salvini faceva il braccio di ferro con Carola Rakete, mentre centinaia di migranti, fuori dal raggio dei riflettori, sbarcavano sulle nostre spiagge dai barconi.
Adesso l’idea di chiudere le frontiere è resa ancora più assurda per il fatto che non si sa più quali siano queste frontiere. Quelle con l’Africa, ancora tenacemente evocate dal leader della Lega, non c’entrano nulla con l’epidemia in corso, che sicuramente non è venuta da là. E non ne abbiamo in comune con la Cina. L’unico blocco possibile, quello dei voli diretti, è stato probabilmente, come si diceva un errore, perché ha reso incontrollabile il flusso di coloro che venivano da quel Paese. E certo Salvini non pretende che «blindiamo» i nostri confini chiudendoci al mondo intero, perché una tale misura sarebbe, per l’Italia come per chiunque altro, un suicidio economico (si pensi al turismo, agli scambi commerciali…) .
Il virus è tra noi
Non c’è dunque nessuna frontiera da chiudere. Tanto più che il virus che ci aggredisce non ha nazionalità e non ha bisogno di chiedere nessun permesso di soggiorno, perché, quale che sia stata la sua originaria provenienza, sono degli italiani a esserne portatori, e non lo hanno preso in Cina, ma al bar sotto casa loro. La netta contrapposizione fra “noi di dentro” e “gli altri di fuori”, che è stata il leit motiv della campagna sull’opinione pubblica italiana in questi ultimi due anni, naufraga miseramente in una situazione in cui la minaccia può venire anche dal nostro vicino di casa.
Il virus come attentato alla sicurezza
Una terza patologia che il coronavirus sta rivelando è la fragilità di una popolazione italiana invecchiata, che da troppo tempo ha assunto come valore fondamentale la sicurezza e che teme sopra ogni altra cosa il rischio (quello della morte, ma anche quello della vita: vedi calo drammatico delle nascite). Da qui la diffidenza verso chi è “diverso”. Da qui il panico che si è impadronito del Paese davanti a questo virus “straniero”, sconosciuto, subito demonizzato come una nuova peste.
Il disaccordo tra gli scienziati
Non ho nulla contro il virologo Burioni, ma al posto suo avrei evitato, almeno per ovvi motivi psicologici, di paragonare la mortalità potenziale del Covid-19 a quella dell’influenza spagnola, che tra il 1918 e il 1920 fece milioni di vittime in tutto il mondo.
Non sono in grado di dare una valutazione sulla fondatezza di questa sua affermazione. Ma prendo atto che scienziati altrettanto autorevoli vedono la situazione in modo molto diverso. È il caso di Maria Rita Gismondo, virologa responsabile del laboratorio dell’ospedale Sacco di Milano: «A me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così. Guardate i numeri (…). Non è pandemia! Durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno! Per coronavirus 1!».
Anche un’altra illustre virologa italiana, Ilaria Capua, che negli Stati Uniti dirige il One Health Center of Excellence della University of Florida, intervistata da Lucia Annunziata, ha sostenuto che quella in atto è «una sindrome simil-influenzale» che potrebbe durare «fino a primavera inoltrata o prima dell’estate». E ha espresso la sua convinzione «che il virus farà il giro del mondo in tempi abbastanza rapidi, perché siamo tanti e il virus troverà tanti corpi, come batterie. Ma non vuol dire che ci saranno forme gravi, anzi molto probabilmente sarà sempre più debole».
Un giudizio che francamente non si presta a paralleli con la micidiale “spagnola”. E che di sicuro non autorizzerebbe le scene di panico collettivo a cui stiamo assistendo in questi giorni. Chi ha ragione? Le autorità fanno bene a prendere le misure più severe, tenendo conto delle peggiori eventualità, ma il loro invito alla calma andrebbe preso più sul serio.
Il virus ci costringe a vedere la nostra finitezza
Il punto è – e questa è forse la patologia più insidiosa, tra quelle messe in evidenza dal coronavirus – che l’individuo della società industrializzata e consumistica, inebriato e stordito dal suo frenetico attivismo, stenta ad accettare i limiti che derivano dalla sua strutturale finitezza. Anche se ci siamo ormai da tempo lasciati alle spalle le filosofie ottocentesche che esaltavano il Soggetto, mettendolo al posto di Dio, la maggior parte vive tenendo il più possibile lontano dal proprio sguardo l’ineluttabile realtà della sofferenza, della malattia e della morte. Come ha scritto Pascal, «gli uomini, non avendo potuto guarire la morte  (…), hanno deciso di non pensarci per rendersi felici». E d’altronde, ci siamo costruiti un tipo di vita in cui non c’è il tempo di pensare ad altro che alle scadenze immediate.
Questa anestesia collettiva ora viene messa in crisi. Per quanto possa essere ridotto, di fatto, l’effetto letale del coronavirus, nell’immaginario collettivo un’epidemia richiama sempre, inevitabilmente, la precarietà della vita e la possibilità angosciosa della morte. È questa angoscia che si annida sordamente al fondo del panico diffuso.
Una finestra sulla vita
Eppure, proprio perché ci costringe a fermarci e a riflettere, l’epidemia in corso, con i suoi tantissimi aspetti negativi, può anche essere l’occasione di una guarigione dalla superficialità a cui la fretta spesso ci costringe. E questa presa di coscienza non è necessariamente motivo di disperazione. La finitezza e la vulnerabilità non sono di per sé una maledizione. Se accettate, esse possono costituire, come ha detto qualcuno, «una finestra sulla vita», un modo per viverla più intensamente.
Unirci a quelli che fanno la loro parte
Forse dobbiamo a un virus l’occasione di guardarci allo specchio e di prendere coscienza dei nostri demoni. Senza dimenticare che questo specchio ci rimanda anche il volto di tanti che si stanno sforzando, in questi giorni, di fare, con serietà e con coraggio, il possibile e qualche volta l’impossibile per contribuire al bene comune. Ma il modo migliore per onorarli non è di tessere il loro elogio, bensì di imitarli come possiamo, facendo umilmente ciascuno la propria parte.

*Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.






venerdì 3 maggio 2019

STATO? NAZIONE ? STATO-NAZIONE? UNA SFIDA PER IL FUTURO

Papa: diffondete la coscienza di una rinnovata solidarietà internazionale

Udienza con Papa Francesco per la Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, una cinquantina di esperti di tutto il mondo, riunita dal 1 al 3 maggio per riflettere su un tema di grande attualità: “Nazione, Stato; Stato Nazione”. Per il Papa "sembra aprirsi una nuova stagione di confronto nucleare inquietante"

 di Adriana Masotti - Città del Vaticano
Vatican News

“La Chiesa osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune”. Le parole pronunciate da Papa Francesco di fronte ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali convocati in riunione plenaria, dicono il cuore del suo discorso e della Plenaria stessa che si è data quest’anno un tema cruciale: "Nazione, Stato; Stato Nazione". In apertura all'udienza, il saluto rivolto al Papa dal presidente dell'Accademia, l'economista Stefano Zamagni. 
L'idea di popolo: territorio, leggi e modo di vivere comune
La costatazione di partenza del discorso di Francesco è che oggi “alcuni Stati nazionali attuano le loro relazioni in uno spirito più di contrapposizione che di cooperazione”. Il Papa sottolinea “che le frontiere degli Stati non sempre coincidono con demarcazioni di popolazioni omogenee e che molte tensioni provengono da un’eccessiva rivendicazione di sovranità da parte degli Stati” e ricorda l’idea di popolo in San Tommaso per il quale, come un fiume ha sempre lo stesso nome, anche se l’acqua che vi scorre muta continuamente, così “‘un popolo è lo stesso non per l’identità di un’anima o degli uomini, ma per l’identità del territorio, o ancora di più, delle leggi e del modo di vivere’”.
La Chiesa ha sempre esortato all’amore del proprio popolo, della patria, al rispetto del tesoro delle varie espressioni culturali, degli usi e costumi e dei giusti modi di vivere radicati nei popoli. Nello stesso tempo, la Chiesa ha ammonito le persone, i popoli e i governi riguardo alle deviazioni di questo attaccamento quando verte in esclusione e odio altrui, quando diventa nazionalismo conflittuale che alza muri, anzi addirittura razzismo o antisemitismo.
“ Uno Stato che suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone verrebbe meno alla propria missione. Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni; penso all’Europa del secolo scorso. ”
Il migrante non è una minaccia ed è tenuto ad integrarsi 
E' comunemente riconosciuto che “lo Stato è al servizio della persona e dei raggruppamenti naturali delle persone - prosegue Francesco - troppo spesso, tuttavia, gli Stati vengono asserviti agli interessi di un gruppo dominante, per lo più per motivi di profitto economico”. E fa notare come il modo in cui uno Stato gestisce il fenomeno immigrazione “rivela la sua visione della dignità umana e del suo rapporto con l’umanità”. Il Papa ribadisce che: “Ogni persona umana è membro dell’umanità e ha la stessa dignità”. Ricordando i quattro principi già espressi, attorno ai quali si articolano i nostri obblighi verso i migranti: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, afferma:
Il migrante non è una minaccia alla cultura, ai costumi e ai valori della nazione che accoglie. Anche lui ha un dovere, quello di integrarsi nella nazione che lo riceve. Integrare non vuol dire assimilare, ma condividere il genere di vita della sua nuova patria, pur rimanendo sé stesso come persona, portatore di una propria vicenda biografica. In questo modo, il migrante potrà presentarsi ed essere riconosciuto come un’opportunità per arricchire il popolo che lo integra.
Lo Stato nazionale non può affrontare da solo le sfide globali
Compito dei governi è quello di “proteggere i migranti e regolare con la virtù della prudenza i flussi migratori”, osserva il Papa, preparando anche le popolazioni locali all’accoglienza. "Tutte le nazioni - prosegue - sono frutto dell’integrazione di ondate successive di persone (…) e tendono ad essere immagini della diversità dell’umanità” pur essendo legate da valori culturali comuni. Del resto nella situazione di globalizzazione che viviamo, “lo Stato nazionale non è più in grado di procurare da solo il bene comune alle sue popolazioni. Il bene comune è diventato mondiale e le nazioni devono associarsi per il proprio beneficio” e costituire “un’apposita autorità legalmente e concordemente costituita” che possa favorirlo. Il Papa cita alcune di queste sfide globali: il cambiamento climatico, le nuove schiavitù, la pace e, come esempi positivi da non disperdere, cita la cooperazione e la pace vissuta tra i diversi Paesi in Europa e la visione di Simón Bolivar di un America Latina come di una Patria Grande capace di valorizzare ogni singolo popolo.
“ È da auspicare che, ad esempio, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici apportati da questo cammino di avvicinamento e concordia tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra ”
Rilanciare il multilateralismo che rispetti le singole identità 
Papa Francesco parla della necessità di rilanciare il multilateralismo “opposto sia alle nuove spinte nazionalistiche, sia a una politica egemonica”, che allontani il rischio di nuovi conflitti, ma anche quello "della colonizzazione economica e ideologica delle superpotenze” sulle nazioni più deboli.
Di fronte al disegno di una globalizzazione immaginata come “sferica”, che livella le differenze e soffoca la localizzazione, è facile che riemergano sia i nazionalismi, sia gli imperialismi egemonici. Affinché la globalizzazione possa essere di beneficio per tutti, si deve pensare ad attuarne una forma “poliedrica”, sostenendo una sana lotta per il mutuo riconoscimento fra l’identità collettiva di ciascun popolo e nazione e la globalizzazione stessa, secondo il principio che il tutto viene prima delle parti, così da arrivare a uno stato generale di pace e di concordia.
No ad una nuova stagione di conflitto nucleare
Il Papa fa riferimento a “istituzioni intergovernative” in cui tutti gli Stati siano “effettivamente rappresentati”, in grado di sostituire “la logica della vendetta, la logica del dominio, della sopraffazione e del conflitto con quella del dialogo, della mediazione”, perché appartenenti alla stessa umanità. E  incoraggia la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali “nella ricerca di processi atti a superare ciò che divide le nazioni e a proporre nuovi cammini di cooperazione”. Riguardo alla pace”, costata amaramente che oggi “la stagione del disarmo nucleare multilaterale appare sorpassata”.
Anzi, sembra aprirsi una nuova stagione di confronto nucleare inquietante, perché cancella i progressi del recente passato e moltiplica il rischio delle guerre, anche per il possibile malfunzionamento di tecnologie molto progredite ma soggette sempre all’imponderabile naturale e umano. Se, adesso, non solo sulla terra ma anche nello spazio verranno collocate armi nucleari offensive e difensive, la cosiddetta nuova frontiera tecnologica avrà innalzato e non abbassato il pericolo di un olocausto nucleare.
Occorre diffondere la coscienza di una nuova solidarietà 
Da qui la chiamata di ogni singolo Stato ad una maggiore responsabilità perché, pur perseguendo il bene del proprio popolo, non trascuri l’edificazione del bene dell’intera umanità. Quindi l’invito conclusivo:
Cari amici (…) vi chiedo di collaborare con me nel diffondere questa coscienza di una rinnovata solidarietà internazionale nel rispetto della dignità umana, del bene comune, del rispetto del pianeta e del supremo bene della pace.






giovedì 28 giugno 2018

EXPANDING THE FORTERESS - ESPANDENDO LA FORTEZZA..... MIGRANTI E FRONTIERE, DITTATORI E ARMI

L'Unione Europea ha voltato le spalle ad un impegno incondizionato per i diritti umani, la democrazia, la libertà e la dignità umana espandendo negli ultimi anni in maniera problematica le proprie politiche di esternalizzazione delle frontiere. Lo sostiene un nuovo Rapporto elaborato dal Transnational Institute e Stop Wapenhandel (Campagna olandese contro il commercio di armi) e rilanciato in Italia dalla Rete Italiana per il Disarmo e dall’ARCI.
La collaborazione dell'UE con i Paesi limitrofi per il controllo delle migrazioni ha rafforzato i regimi autoritari, fornito un boom di profitti per le imprese della sicurezza e ai produttori di armamenti, distolto risorse dallo sviluppo e indebolito i diritti umani. Il Rapporto “Expanding the Fortress - Espandendo la Fortezza” esamina la rapida crescita degli accordi e delle misure di esternalizzazione delle frontiere iniziati nel 1992 ma che hanno sperimentato una forte accelerazione dal 2015.
Questo punto specifico è diventato un obiettivo centrale della politica e delle relazioni esterne dell'UE, inglobando anche le politiche di aiuto e commercio. Le misure adottate includono: formazione delle forze di sicurezza di Paesi terzi; donazioni di elicotteri, navi per pattugliamento e veicoli, apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio; sviluppo di sistemi di controllo biometrico; accordi per l'accettazione delle persone deportate.
Il Rapporto esamina da vicino i 35 paesi cui l'UE attribuisce priorità negli sforzi di esternalizzazione delle frontiere e rileva che:
• il 48% (17) ha un governo autoritario e solo quattro possono essere considerati Stati democratici • Il 100% (35) pone rischi estremi o elevati per il rispetto dei diritti umani;
• il 51% (18) è classificato come "basso" negli indicatori di sviluppo umano.
Nonostante ciò, l'Unione Europea e i suoi Stati membri non solo hanno firmato accordi per legittimare i Governi di tali Paesi e chiuso un occhio su violazioni dei diritti umani, ma hanno inoltre fornito finanziamenti, formazione e sostegno materiale proprio agli organi di sicurezza statali più responsabili nella repressione e negli abusi dei diritti umani.
Il Rapporto esamina in modo approfondito il modo in cui questa cooperazione si è sviluppata in Turchia, Libia, Egitto, Sudan, Niger, Mauritania e Mali, con sostegno diretto dall'UE nel suo insieme ma anche da singoli Stati Membri, in particolare Francia, Italia, Spagna e Germania. Il risultato di queste scelte: regimi statali incoraggiati a reprimere la società civile in generale e una tendenza di aumento della violenza e repressione dei rifugiati.
I rifugiati più vulnerabili sono stati costretti a cercare altre strade, spesso più pericolose, e affidarsi a trafficanti sempre più spregiudicati che hanno portato a un numero ancora maggiore di vittime nel Mediterraneo e nei deserti dell'Africa settentrionale. L'aumento dei finanziamenti per il controllo delle frontiere d’altro canto ha configurato un forte vantaggio per le imprese di armi e sicurezza che stanno investendo sempre più nelle tecnologie di sicurezza e di sorveglianza delle frontiere.
Tra i principali vincitori dei contratti per la sicurezza delle frontiere figurano il gigante francese delle armi Thales e l'azienda europea Airbus, entrambi importanti esportatori di armi nella regione, i fornitori biometrici Veridos, OT Morpho e Gemalto, le imprese tedesche Hensoldt e Rheinmetall, le imprese italiane Leonardo e Intermarine e le società turche di difesa Aselsan e Otokar.
Hanno aumentato i propri introiti anche un certo numero di società semi-pubbliche e organizzazioni internazionali come Civipol in Francia che forniscono consulenza, formazione e gestione dei progetti di sicurezza alle frontiere. L’autore del Rapporto Mark Akkerman ha dichiarato: “Questa ricerca rivela una politica di interazione dell'UE con la regione a lei più vicina ormai quasi ossessionata dal controllo della migrazione, indipendentemente dai costi per il Paese o per i profughi forzati.
Si tratta di un concetto di sicurezza limitato e fondamentalmente controproducente perché non affronta le cause profonde che spingono le persone a migrare e, rafforzando direttamente o indirettamente le forze militari e di sicurezza nella regione, rischia di esacerbare la repressione e alimentare i conflitti che porteranno ad ancora più rifugiati. È ora di cambiare rotta. Piuttosto che esternalizzare confini e muri, dovremmo portare al di fuori dei confini dell’Europa la vera solidarietà e il rispetto dei diritti umani".

  
(articolo tratto da www.unimondo.org)


lunedì 9 aprile 2018

CONFINE O INTERAZIONE?

L'ACCOGLIENZA: ANTIDOTO AGLI STECCATI 
Barriere, frontiere, muri... La modernità genera un bisogno di nuove fortificazioni, con conseguenze tutte da valutare. 
Dibattito fra i filosofi Forti e Ronchi


      Il concetto di confine. Un tema che oggi, più che mai, è attuale e fa da cerniera tra vita individuale e collettiva, tra soggetto, mente e città. Un tema che coinvolge non solo la politica, ma anche la società tutta, con la sua ricaduta nella contemporaneità, su temi quali l’accoglienza e le migrazioni, in un’epoca in cui spesso la paura attraversa le nostre strade, provocando un brontolio che proviene sì dal basso, ma che ha origini forse più antiche, che si ripercuotono dalla storia dell’umanità, fino ai giorni nostri. 
     Il concetto di confine, paradossalmente, ha una doppia valenza: può significare vicinanza, adiacenza, contiguità tra ciò che è limitrofo, ma al tempo stesso può estremizzare, creare una barriera, una frontiera, un muro. E nonostante il nostro sia un mondo che ha fatto della globalizzazione il suo simbolo, invece di aspirare a una dimensione universalistica, sempre più spesso si alzano muri, segnando a tutti gli effetti un confine, anche fisico, con l’esterno, il diverso, lo straniero. Ed è proprio in questo solco che si inserisce la riflessione di Simona Forti, docente della New School for Social Research di New York: «Questo è davvero uno dei paradossi della nostra epoca. 
       Alla fine del ’900, la caduta del muro di Berlino non ha soltanto solleticato l’illusione di una 'fine della storia', ma anche il sogno di uno spazio liscio, senza confini e barriere. A uno sguardo anche superficiale appare chiaro che al processo di globalizzazione corrisponde una sorta di ri-feudalizzazione: la costruzione di nuove fortezze, di nuovi muri, di feudi protetti e isolati. In poche parole, è come se al declino degli Stati sovrani - quella che viene definita la fine del modello Westfalia - si rispondesse con l’erigere 'stati murati', come dice Wendy Brown.
          Se si pensa alla proliferazione non di frontiere, ma di muri veri e propri, di controlli sfinenti, ovunque nel mondo, non si può che rimanere stupefatti. Più cresce il numero di agenzie internazionali, più veloce diventa la circolazione di flussi informatici e finanziari globali, più si hanno risposte difensive e reattive. Più si indebolisce la sovranità territoriale, più le differenze locali cercano di murare se stesse. Piccoli o grandi che siano, i privilegiati, nati e cresciuti in un luogo al momento 'fortunato', allontanano da sé, senza pietà, lo spettacolo di un’umanità dolente, non tanto perché portatrice di una diversità inconciliabile, quanto piuttosto perché spettro di ciò contro cui il temporaneo privilegio non appare più come garanzia. È ovvio che l’accoglienza dell’immigrazione va gestita, non improvvisata e soprattutto non sfruttata. Ma chiunque legga i numeri, le statistiche, non può davvero pensare che in essa stia 'il problema'. 
        Al concetto di confine, poi, si può legare quello di territorialità, introducendo un ulteriore elemento nella riflessione: la nozione di identità, indagata insieme a Rocco Ronchi, fondatore e docente della Scuola di Filosofia Praxis: «La nozione di identità è spesso utilizzata come arma nel dibattito politico e culturale contemporaneo, ma in realtà è una nozione complessa, in parte legata a una dimensione profondamente immaginaria. L’identità diventa un problema nella misura in cui è compromessa, nel momento in cui se ne avverte la perdita. 
        Senza sradicamento non c’è un’interrogazione sul tema di identità, soprattutto per chi lo rivendica come valore forte e come principio politico. Lo sradicato ha bisogno di un confine che gli assicuri una realtà immaginaria, ma anche quello di confine è un concetto ambiguo. Se non è stato trasgredito, non si disegna, e risponde inoltre a un bisogno di sicurezza che è espressione stessa dell’identità minacciata. Il punto è che dove c’è sradicato, c’è bisogno di dualismo. Di un nemico e un amico, concetti su cui si basano i pensieri identitari, perché senza nemico non c’è identità».
         Il tema di 'immaginario', a partire proprio dal senso contemporaneo di sradicamento, è una sensazione, però, che trascende in una dimensione geografica, quindi anche culturale; in questo senso, allora, si può davvero parlare di confini 'fisici', quindi geografici, e confini 'immaginari', oppure stiamo parlando dello stesso grande contenitore su cui costruiamo la nostra identità? «Credo sarebbe un enorme risultato educare, per così dire, alla disidentificazione – spiega ancora Forti – a percepire il paradosso di un doppio movimento, per il quale le nostre identità sono l’esito di un impulso necessario, ma al contempo sono risultati contingenti e transitori. So di essere provocatoria, e in minoranza, ma sono convinta che se invece di insistere sul multiculturalismo, quale visione che cerca di far coabitare le differenze etniche e culturali, puntassimo sulla consapevolezza di un io e di un noi già internamente segnati dalla differenza con se stessi, il cambiamento di atteggiamento non sarebbe solo locale e temporaneo, ma profondo, oserei dire rivoluzionario. La politica ha sempre giocato su questo bisogno di protezione e di identità. Senza una sua canalizzazione politica e culturale, il nostro 'bisogno di confini' rimarrebbe comunque, e non è detto che si tradurrebbe in una modalità più accettabile».
         Rispetto a questa tematica, Ronchi ipotizza anche una via d’uscita dialettica, propria della narrativa del concetto, cercando di assumere positivamente il senso di sradicamento, se lo vedessimo «non come minaccia, ma come condizione dell’essere umano, quindi dell’homo viator, immerso nella dimensione del viaggio - essenza stessa dell’uomo - cambierebbe il rapporto con il concetto. In una dimensione psicologica, poi, la questione di confine e identità sono legate a una proiezione immaginaria che va a soddisfare o alimentare paure, nelle quali si cerca di creare un’identità posticcia ma rassicurante.  
        Il mondo globalizzato è una grande esperienza speculativa e filosofica, ha aspetti che tutti conosciamo e che sono criticabili, ma come principio restituisce all’umanità la sua autentica dimensione, che è universale: «un solo mondo, un solo uomo». Identità, confine e memoria, in definitiva, si intrecciano su concetti quali distanza e perdita, superamento e trasgressione, esodo e condizioni dell’uomo, in un costante oscillare tra finis, che «ci restituisce l’idea di confine come barriera», spiega Forti, e limes, che «rimanda invece ad un’accezione di confine come filtro, come permanente negoziazione su chi è dentro e chi è fuori».