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domenica 21 giugno 2026

LA PATRIMONIALE

 


La patrimoniale


 tra Marx 


e

 il Vangelo




-di  Giuseppe Savagnone 

Il rapporto Caritas

In un momento in cui il governo, per bocca della premier Giorgia Meloni, rivendica con fierezza i risultati della sua politica economica e i guadagni, in termine di benessere, che ne sono derivati agli italiani, ha avuto l’effetto di una doccia fredda la pubblicazione del rapporto annuale della Caritas, da cui risulta, nel 2025, un ulteriore aumento dell’1,7% delle persone assistite, con una crescita, negli ultimi dieci anni, del 48%. Nel 2025 sono state sostenute oltre 282mila persone, il dato più alto mai registrato.

Per certi versi, la nostra presidente del Consiglio non ha torto di essere soddisfatta dell’aumento impressionante degli occupati. Secondo i dati Istat, il tasso di occupazione è salito al 62,7%, con il numero di occupati pari a 24 milioni 200mila unità, con circa 1,3 milioni di lavoratori in più rispetto a prima della pandemia (gennaio 2020). Il tasso di disoccupazione scende, così, al 5,1%. Ed è significativo in particolare che la crescita riguardi i dipendenti a tempo indeterminato (16 milioni 420mila) e gli autonomi (5 milioni 223mila), a fronte della diminuzione di quelli a termine (2 milioni 659mila). Non si tratta, insomma, di precariato.

Certo, malgrado questi progressi, l’Italia resta fra gli ultimi posti in Europa. Inoltre l’aumento in questione non tocca la fascia di età tra i 25 e i 34 anni, per cui anzi si registra una contrazione. I giovani non riescono ad entrare nel mercato del lavoro. Ma non basterebbero questi aspetti critici a incrinare l’immagine di una società in crescita.

Il rapporto della Caritas, invece, porta alla luce un elemento allarmante, che mette in discussione proprio questa immagine, perché evidenzia la presenza sempre più rilevante di lavoratori poveri – il 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni (nel 2015 questo fenomeno si attestava al 13,3%) –, di persone, cioè, che, pur avendo un’occupazione, non riescono a sottrarsi a situazioni di vulnerabilità economica e sociale.

Un fenomeno che del resto è in linea con il dato, fornito dall’Istat, secondo cui, tra il 2019 e il 2024, le retribuzioni reali in Italia sono calate dell’8%, il dato peggiore tra i principali Paesi europei. Perciò, se nel 2015 gli occupati erano il 13,3% degli assistiti dalla Caritas, oggi ne rappresentano il 24%. Non basta avere un lavoro per sfuggire alla povertà, anche a quella che gli economisti chiamano “assoluta”.

Povertà assoluta che attanaglia, sempre secondo l’Istat, circa 5,7 milioni di persone, cioè il 9,8% della popolazione, e 2,2 milioni di famiglie, l’8,4% del totale. Ad essere nelle condizioni peggiori è, come sempre, il Mezzogiorno ma, in termini relativi, sono le regioni del Nord a registrare l’incremento maggiore.

Ciò che rende questa situazione incomprensibile – in un Paese che occupa il settimo posto nella graduatoria dei Paesi più industrializzati del mondo – è la sperequazione che vede una parte della popolazione sempre più ricca e una sempre più povera. Tra il 2010 e il 2025 la ricchezza complessiva del Paese è cresciuta di oltre 2.000 miliardi di euro, ma il 91% di questa ricchezza è stato assorbito dal 5% più ricco delle famiglie. Alla metà più povera della popolazione è arrivato appena il 2,7%. Cosicché oggi il 5% più ricco degli italiani controlla il 48% della ricchezza nazionale, superando il totale detenuto dal 90% della popolazione. E il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede il 60,6% della ricchezza netta complessiva.

Un contrasto stridente, tanto più grave in un momento in cui, dopo la guerra contro l’Iran, i prezzi, già in crescita per l’inflazione, rischiano di aumentare ulteriormente e di mettere in ginocchio le fasce meno abbienti.

La polemica sulla patrimoniale

È in questo contesto che è esplosa la polemica sulla possibilità di stabilire delle misure che permettano allo Stato di attingere ai patrimoni più elevati per sostenere le famiglie più povere. La cosiddetta “patrimoniale”, che non riguarderebbe i redditi, ma la ricchezza posseduta dalle persone.

Forse è bene ricordare che l’Italia è probabilmente il Paese europeo in cui i grandi patrimoni sono più tutelati. Lo confermano i dati relativi alle imposte di successione. La tassa di successione italiana è infatti la più bassa a livello europeo, con aliquote che oscillano tra il 4 e l’8%. In Germania la tassa di successione oscilla tra il 7% e il 50%, in Spagna tra il 34% e l’86%, in Francia tra il 5% e il 60%, in Gran Bretagna è del 40%.

Già nel 2025 la Cgil di Maurizio Landini aveva lanciato l’idea di un contributo di solidarietà dell’1% a carico dei patrimoni superiori ai 2 milioni di euro (escludendo la prima casa). L’ipotesi oggi più strutturata è la proposta di legge di iniziativa popolare “1% Equo”, depositata in Cassazione nel maggio 2026. Lo schema indicato dai promotori è progressivo: 1% sulla quota di ricchezza eccedente i 2 milioni fino a 5 milioni; 1,7% tra 5 e 8 milioni; 2,1% tra 8 e 20 milioni; 3,5% oltre 20 milioni.  

Una proposta, però, sostenuta solo dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Bonelli e Fratoianni, e che ha trovato l’immediata reazione da parte della premier, la quale ha scritto sui social: «Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra. È rassicurante sapere che, con la destra al Governo, non vedranno mai la luce». Le ha fatto eco il vice-premier Tajani che ha evocato uno slogan spesso ripetuto da Berlusconi: «Mai le mani nelle tasche degli italiani!». 

Il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, il leader di Italia Viva Matteo Renzi e il segretario di Azione Carlo Calenda si sono anche loro detti contrari, mentre la segretaria del Pd, Elly Schlein, che pure per prima aveva osato introdurre il termine  “patrimoniale” nel dibattito politico, si è affrettata a precisare che la misura «non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista. Ne discuteremo».

Da parte loro, i giornali e i politici di destra non perdono occasione per rimarcare la loro presa di distanza da quella che ritengono una misura di estrema violenza nei confronti dei cittadini ed evocano lo spettro del socialismo marxista. Si continua a ripetere che il ceto medio verrebbe colpito mortalmente da una ingiusta sottrazione dei frutti del suo onesto lavoro. E anche molti economisti sono convinti che si tratti di una tassa controproducente, perché può incentivare il trasferimento all’estero dei capitali e scoraggiare gli investimenti.

Non è Marx, è la dottrina sociale della Chiesa

Sono pochi a ricordare che in realtà la redistribuzione dei beni è un problema etico, prima che economico, e costituisce un punto fondamentale dell’idea di giustizia della dottrina sociale cristiana. Lo ricordava Francesco, nell’enciclica Laudato si’: «La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata» (n. 93). Lo ha ribadito papa Leone nella Magnifica humanitas: «La tradizione della Chiesa ha visto nella proprietà un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune» (n. 66).

Su questo i padri della Chiesa sono concordi. Essi sostengono, come scrive uno di essi, sant’Ambrogio, che «la terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi», cosicché «non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene».  Paolo VI, citando queste parole nella sua enciclica Populorum progressio commentava: «È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario» (n. 22).

Non può non venire alla mente, leggendo queste parole, che Trump, dopo aver tagliato da 17 a 1,7 miliardi di dollari gli aiuti degli Stati Uniti alle popolazioni povere del terzo mondo – provocando una paurosa crisi alimentare e sanitaria attualmente in corso – sta spendendo 600 milioni di dollari per la nuova sala da ballo costruita in suo onore alla Casa Bianca.

Ma colpisce anche, per restare in Italia, il confronto tra il dato Istat, secondo cui in Italia nel 2026 ci sono 10.000 persone che non hanno un tetto e la notizia di questi giorni della vendita, al prezzo approssimativo di 500 milioni di euro, di Villa Certosa, «il rifugio» di Berlusconi in Sardegna, con 14 camere da letto, 7 piscine, un eliporto e un bunker atomico, che era peraltro solo una della ventina di residenze di lusso in cui amava soggiornare.

Senza caldeggiare un astratto egualitarismo che misconosca i differenti meriti dei singoli, è evidente che siamo davanti a una sproporzione che nessuna diversità tra i membri di una società può giustificare. È giusto che si raccolgano i frutti delle proprie doti di iniziativa, del proprio impegno, del contributo dato alla collettività, ma questo non può voler dire il diritto a una ricchezza smisurata, in un contesto in cui altre persone vivono in condizioni di indigenza incompatibili con la dignità umana.

Il significato etico-politico delle tasse

E a garantire questa condizione di base del bene comune dev’essere lo Stato, anche grazie allo strumento tributario. La destra da sempre demonizza le tasse come una inaccettabile ruberia ai danni dei cittadini. In realtà esse si fondano sulla premessa che nessun uomo è un’isola e che perciò nessuno “si fa da sé”. Come dimostra l’esperienza dolorosa dei “baby-lupo”, senza quello che riceve dalla società nessun essere umano sarebbe in grado neppure di parlare e di camminare in postura eretta. Figuriamoci tutto il resto. Siamo tutti debitori gli uni agli altri. Un legame che nella visione cristiana, ricordata recentemente da papa Francesco, si chiama “fraternità”.

E se è vero che – come dice la dottrina della destinazione universale ricordata recentemente da papa Leone – i beni di ciascuno gli appartengono nella misura in cui servono anche agli altri, è giusto che il superfluo di alcuni venga redistribuito per assicurare ad altri il necessario. E in questo caso di superfluo si parla, visto che la patrimoniale – malgrado la fuorviante campagna di disinformazione contro di essa – non riguarderebbe affatto il ceto medio, ma quella ristretta élite del 10% delle famiglie italiane che possiede il 60,6% della ricchezza nazionale.  

Dove l’essenziale non è lo strumento tributario con cui questa redistribuzione viene attuata, ma la scelta etica che indirizza la politica al bene comune. È proprio questa scelta che la nostra classe politica – anche prima che a governare fosse la destra – non ha mai saputo e voluto fare. I partiti attualmente all’opposizione sono stati a lungo al governo, ma la patrimoniale non l’hanno mai fatta e i poveri sono rimasti tali, perché il sistema fiscale, al di là delle possibili formule, non ha mai davvero funzionato per redistribuire la ricchezza.

Naturalmente bisognerebbe fare i conti con i rischi profilati da molti esperti, soprattutto quello di una fuga di capitali e di investimenti. Per questo, come è stato giustamente notato, il progetto della patrimoniale non può prescindere da una più ampia programmazione europea, che impedica o almeno scoraggi operazioni in tal senso. E proprio la mancanza di uno sforzo in questa direzione è il segno di quanto poco seriamente se ne stia parlando, anche da molti che la propongono.

Ma forse ancora una volta – come è stato per la Palestina e per il referendum sulla Giustizia – può essere l’opinione pubblica a precedere e a sollecitare i partiti, se è vero che, secondo i sondaggi, più di metà degli italiani guarda con favore a quella che fino a ieri era uno spauracchio. A questo punto ci sarebbe una sollecitazione a studiare meglio le modalità concrete per scongiurare i pericoli.

E se poi il 10% – quello che possiede oggi il 60% dei beni – ci resterà male, ce ne faremo una ragione.

www.tuttavia.eu

martedì 29 aprile 2025

LA FORZA DEL VOLONTARIATO


Presentata 

la ricerca "NOI+"


Presentata a Roma l'indagine Caritas he ha coinvolto quasi diecimila ragazzi e ragazze in tutta Italia. 

Don Pagniello: “Animati dal desiderio di fare qualcosa per la propria comunità”

 

Francesco Ricupero - Città del Vaticano

 “I volontari non solo sono spesso capaci di operare bene, ma sono anche consapevoli di ciò che può far crescere la società in umanità e nella prospettiva del bene comune”: è quanto ha affermato, lunedì mattina, don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana nel corso della presentazione della ricerca sulle competenze dei volontari italiani nata dall’indagine “NOI+. Valorizza te stesso, valorizzi il volontariato” promossa da Forum Terzo Settore e Caritas Italiana, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre. All’evento ha preso parte, tra gli altri, il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci.

Agenti di cambiamento

Tra gli aspetti che sono emersi dalla ricerca, il volontariato viene considerato innanzitutto una pratica di solidarietà ma, per chi ne fa esperienza, è anche un luogo di formazione, crescita personale e apprendimento costante. I volontari percepiscono di essere agenti di cambiamento e ritengono che la loro attività abbia un impatto rilevante sia sulla realtà circostante che su sé stessi. “Dare piena attuazione alle normative che promuovono lo sviluppo del servizio volontario – ha aggiunto don Pagniello - va a beneficio di tutti, a cominciare dalle pubbliche istituzioni più vicine ai cittadini”.

Coinvolti diecimila volontari

L’indagine NOI+, che ha coinvolto circa diecimila volontari in tutta Italia, ha rilevato che la motivazione principale che spinge a fare volontariato è quella di offrire un contributo alla comunità (87,6 per cento) ma, soprattutto tra i più giovani, assume particolare importanza la possibilità di sviluppare i propri punti di forza e l’opportunità di arricchimento professionale. Oltre la metà dei volontari ritiene che il proprio impegno abbia un forte impatto nel modificare la realtà e più del 75 per cento afferma che fare volontariato ha cambiato profondamente il proprio modo di pensare. Inoltre, lo studio si è concentrato sull’impatto formativo del volontariato, mettendo in luce come l’impegno solidale favorisca lo sviluppo delle cosiddette “soft skills”, come le competenze personali, sociali e civiche: oltre il 50 per cento degli intervistati le mette in campo sempre o spesso durante la propria attività volontaria.

A sostegno delle comunità

La gran parte dei volontari italiani svolge, durante l’impegno solidale, svariate competenze trasversali, come la capacità di collaborare, gestire le proprie emozioni e i conflitti, sviluppare pensiero critico, apprendere lungo tutte le fasi della vita, affrontare i cambiamenti. “Dalla ricerca – prosegue il direttore di Caritas Italiana - emerge come i volontari siano animati dal desiderio di fare qualcosa per la propria comunità”. Si tratta di un dato assai confortante in un momento storico segnato dall’individualismo e dall’indifferenza. “I volontari e le volontarie, sono anche consapevoli di dare con il loro impegno un contributo efficace al cambiamento in meglio della società nel suo complesso. Un cambiamento che parte dalla loro stessa crescita personale. Anche questo – conclude Pagniello - ci parla del volontariato, e dei volontari, come una delle risorse più preziose del nostro Paese”.

 Vatican News



sabato 1 febbraio 2025

GIOVANI IN SERVIZIO

 Giovani precari ma impegnati

 Aiutare gli altri è una passione


ILRAPPORTO

Nello studio “Giovani in Caritas: tra sogno e realtà” 

632 ragazzi descrivono il proprio presente,

 elencano le difficoltà ed immaginano il loro futuro,

 fuori e dentro l’organismo pastorale Cei


- di ILARIA BERETTA

In un Paese che invecchia e basato sul lavoro precario, i giovani impegnati nelle associazioni di volontariato sono merce preziosa che pure, però, corre il rischio di essere considerata solo come manodopera, vincolata a ruoli operativi e quasi mai coinvolta nei processi decisionali. Senza paura di fare autocritica, Caritas Italiana ha da tempo deciso di ribaltare questa prospettiva, mettendo al centro del proprio piano strategico e, prima ancora, dell’analisi del suo Centro studi proprio le nuove generazioni. Lo dimostra il rapporto, presentato ieri, “Giovani in Caritas: tra sogno e realtà” che segue due precedenti studi di analisi sull’identità e il lavoro dei ragazzi e completa la fotografia dell’impegno dei giovani in Caritas aggiungendo le loro prospettive: per sé e per il futuro dell’organizzazione.

L’indagine – promossa dal Servizio Giovani e Volontariato e dal Servizio Studi di Caritas Italiana – ha interpellato 632 giovani, di età compresa tra 16 e 35 anni, distribuiti equamente nelle diverse regioni , che a vario titolo – volontari, servizio civilisti, dipendenti, tirocinanti... – hanno incrociato la strada dell’organismo pastorale Cei. Si tratta in gran parte di ragazze (68,4%), di cittadinanza italiana (97,2%), con un’età media di 24 anni e mezzo a cui è stato chiesto di presentarsi e descrivere il proprio presente, raccontare dove e come si immaginano di vivere, fuori e dentro Caritas, e quali sono gli ostacoli che avvertono sul proprio cammino.

Più di sette su dieci (precisamente il 71,7%) dichiarano che la loro passione principale è “aiutare gli altri”. Tra le passioni che spiccano in senso negativo invece c’è il fare politica, una sfera di azione che interessa solo l’8,9% dei giovani. A servizio del prossimo i giovani si mettono soprattutto nei centri d’ascolto, nelle Caritas parrocchiali e nelle attività per giovani. La loro presenza nell’organizzazione crolla invece nelle iniziative dedicate alla formazione, nell’osservatorio su risorse e povertà e nelle attività internazionali: tutti settori in cui la competenza dei giovani potrebbe invece essere valorizzata. «Questo dato – commenta Walter Nanni, sociologo ed autore del rapporto – deve porci una domanda: gli adulti in Caritas sono disposti a dare fiducia ai giovani, ad affidare loro anche ruoli di leadership e responsabilità?» La risposta alla questione è tutt’altro che una faccenda interna. Dal rapporto, infatti, emerge che – nonostante le difficoltà economiche e il timore di non trovare un lavoro abbastanza redditizio (in cima alle preoccupazioni dei giovani interpellati) – per molti l’esperienza in Caritas non è negoziabile. Un

buon 29% fa i salti mortali per non rinunciare all’impegno di servizio, affiancando alla collaborazione con Caritas sia lo studio sia il lavoro. L’attività caritativa è per giovani che la praticano una vera e propria scuola di vita, da cui dipende l’attuale soddisfazione ma anche lo stile della strada che si sceglierà di intraprendere in futuro. «Questi dati – riflette il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello – ci dicono che il desiderio di solidarietà e di impegno per il bene comune è vivo e profondamente radicato. Un’attenzione che, più volte, abbiamo riscontrato in particolari situazioni di emergenza, quando la chiamata a tendere una mano per aiutare persone in difficoltà, ha raggiunto e motivato l’impegno di moltissimi giovani – anche quelli che consideriamo “lontani” da certi mondi ed esperienze – pronti ad offrire il proprio contributo».

Se però il volontariato non è una parentesi della vita, gli enti solidali hanno una grande responsabilità: far crescere i giovani e far superare loro anche la scarsa fiducia in se stessi che risulta al terzo posto degli ostacoli che i ragazzi vedono davanti a sé. Un’idea potrebbe essere proprio provare a coinvolgere i giovani nelle fasi di progettazione e decisione: cosa che – emerge dallo studio – non è accaduta al 44,6% degli intervistati che pure idee da condividere ne avrebbe. Il 78% di loro, per esempio, dovendo ripensare Caritas, punterebbe molto di più sulla comunicazione delle attività dell’organizzazione verso l’esterno mentre il 74% ne immagina una gestione più efficace. «Da questo studio – commenta Walter Nanni – concludiamo che forse il ruolo di Caritas è formare i ragazzi, trattandoli da adulti, e poi restituirli alla società dove potranno impegnarsi con ruoli di cittadinanza attiva».

«Trovo interessante – plaude all’iniziativa Diego Mesa, docente di Sociologia della famiglia dell’Università Cattolica di Brescia – che Caritas non abbia dato per scontato di conoscere i giovani che collaborano e abbia dedicato tempo e spazio per ascoltarli. È l’unico modo per non ingabbiare a priori i ragazzi in etichette e a trattarli come soggetti in formazione ma il cui parere va preso sul serio».

 

www.avvenire.it

 

venerdì 22 maggio 2020

LO SVILUPPO UMANO INTEGRALE ALL'EPOCA DEL CORONA VIRUS


 Dossier Caritas per anniversario della Laudato Si'   

Cinque anni fa, il 24 maggio del 2015, papa Francesco firmava la Laudato si’. Questa lettera enciclica, nella tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa, fissa un nuovo paradigma per lo sviluppo umano integrale, dove sono riconosciuti i diritti di ogni persona umana nel pianeta che è la nostra casa comune. La ricorrenza, che stiamo ricordando all'interno di una settimana di riflessione, cade quest'anno in piena emergenza da pandemia per la diffusione del COVID-19, fonte di terribili sofferenze, che hanno avuto ripercussione in misura maggiore soprattutto sulle persone più fragili e vulnerabili.
 A questi due temi Caritas Italiana dedica il suo 56° Dossier con Dati e Testimonianze (DDT), dal titolo "Sviluppo umano integrale al tempo del Coronavirus. Ipotesi di futuro a partire dalla Laudato si’" (.pdf). La riflessione parte dall'esperienza vissuta da tutti noi e da una grande parte dell'umanità - alcune storie raccolte nel dossier ci parlano di quanto sta avvenendo in paesi come lo Sri Lanka, Filippine e Nepal; ma le sue implicazioni sono globali.

"La pandemia - si legge nel testo - è una situazione imprevista, eppure non imprevedibile. La probabilità che si ripresenti aumenta in ragione della pressione esercitata dal genere umano sull’ambiente. é necessario pertanto riconoscere cosa sta cambiando nella nostra vita con riferimento alle modalità di lavoro, all’uso della tecnologia, ai modelli di sviluppo economico, alla politica, la società, allo spazio globale. Necessario riprendere il cammino. A partire dalla nostra responsabilità di lasciarci toccare da quanto avviene, e di non essere spettatori del cambiamento. La Laudato si’ ci indica la prospettiva di un mondo in grado di assicurare una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti e alle generazioni future".
Scritta ben prima della pandemia, la Laudato si’ dice parole profetiche sul rischio delle eccessive diseguaglianze, sulla necessità di stabilire una nuova alleanza tra umanità e natura, sull’urgenza di riformare profondamente i principi alla base di una economia e una società che sembrano avere l’esclusione e lo scarto come conseguenza necessaria.
 “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, – ha sottolineato papa Francesco nel momento straordinario di preghiera del 27 marzo sul sagrato di San Pietro -  non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.
Il DDT ha dunque l’obiettivo di segnalare alcune piste di riflessione su come la visione delineata dalla Dottrina Sociale, in particolare a partire dalla Laudato si’, ci può aiutare a riprendere il cammino invertendo la rotta e dando un contributo attivo e responsabile per costruire un futuro più giusto e rispettoso della dignità di tutti nel tempo del “dopo Covid-19”.
 
Il Dossier si aggiunge ai 55 già pubblicati da Caritas Italiana a partire dal 2015, tutti disponibili on-line.



  • Scarica il DOSSIER (.pdf)





  • venerdì 29 settembre 2017

    SHARE THE JOURNEY - La campagna internazionale per i migranti

    Share the journey. 
    Campagna Caritas Internationalis per i migranti   
    È stata lanciata ufficialmente da papa Francesco il 27 settembre, durante l'Udienza generale da piazza San Pietro,alla presenza di persone migranti e rifugiate, attualmente accolte tramite i progetti Caritas,la Campagna di Caritas Internationalis "Share the journey" (#sharejourney), nata con l'obiettivo di promuovere la “cultura dell'incontro” nelle comunità da cui i migranti partono o ritornano, in quelle in cui transitano e in quelle in cui scelgono di stabilire le loro case.

    Attraverso “Share the journey” si vuole capire e contribuire a far capire perché così tante persone stanno lasciando la loro terra in questo momento storico. Si vogliono anche stimolare le comunità a costruire relazioni con rifugiati e migranti, accendere una luce e illuminare la strada. La migrazione è una storia molto antica, ma questa campagna mira ad aiutare le comunità a vederla con occhi nuovi e un cuore aperto.
     L'appello del Santo Padre
    Sono lieto di accogliere i rappresentanti della Caritas, qui convenuti per dare inizio ufficiale alla campagna Condividiamo il viaggio – bel nome della vostra campagna: condividere il viaggio –, che ho voluto far coincidere con questa udienza. Do il benvenuto ai migranti, richiedenti asilo e rifugiati che, assieme agli operatori della Caritas Italiana e di altre organizzazioni cattoliche, sono segno di una Chiesa che cerca di essere aperta, inclusiva, accogliente. Grazie a tutti voi per il vostro instancabile servizio. Voi avete fatto già l’applauso, ma loro meritano tutti davvero un grande applauso, da tutti!
     Con il vostro impegno quotidiano, voi ci ricordate che Cristo stesso ci chiede di accogliere i nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati con le braccia, con le braccia ben aperte. Accogliere proprio così, con le braccia ben aperte. Quando le braccia sono aperte, sono pronte a un abbraccio sincero, a un abbraccio affettuoso, un abbraccio avvolgente, un po’ come questo colonnato in Piazza, che rappresenta la Chiesa madre che abbraccia tutti nella condivisione del viaggio comune.".

    Le parole del Papa (video - 27/09/2017)