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giovedì 13 agosto 2026

TAYBEH

 

NON DIMENTICARE TAYBEH


Cisgiordania, i cristiani di Taybeh: abbandonati davanti alla violenza dei coloni

Gli attacchi israeliani sono ricorrenti a Taybeh, l'ultimo villaggio cristiano in Palestina, indicato come Efraim nella Bibbia. Il timore è che le famiglie saranno costrette ad abbandonare la propria terra. Padre Bashar Fawadleh, parroco di Cristo Redentore: "Vogliamo vivere in pace, giustizia e dignità"

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-Myriam Sandouno – Città del Vaticano

-“Non dimenticate Taybeh! Taybeh non deve scomparire nel silenzio”. È il grido d'allarme lanciato, ancora una volta, dal parroco, padre Bashar Fawadleh, che descrive la difficile situazione a est di Ramallah, in Cisgiordania, dove si trova l'ultimo villaggio interamente cristiano della Palestina. A Taybeh, identificata nella Bibbia come Efraim, si dice che Gesù e i suoi apostoli abbiano trovato rifugio. La comunità locale si trova ora ad affrontare atti di intimidazione da parte dei coloni israeliani e l'occupazione di proprietà private, come terreni agricoli e aree residenziali all'interno del villaggio.

Domenica scorsa, l'esercito israeliano ha dichiarato il villaggio chiuso ai non residenti, impedendo agli israeliani di accedervi. Tale misura non si applica ai palestinesi, al fine di "proteggere i cittadini della regione", in seguito a "diversi attacchi violenti commessi da israeliani nella zona", ha dichiarato un portavoce delle forze armate.

In un'intervista ai media vaticani, padre Fawadleh, sacerdote latino della parrocchia di Cristo Redentore, esorta la comunità internazionale ad agire, chiedendo il sostegno della Chiesa universale attraverso la preghiera.

Il villaggio palestinese è minacciato dalla possibile costruzione di un avamposto di coloni israeliani. Padre Bashar Fawadleh: "La Terra Santa non si preserva solo a parole. Deve ...

Padre Bashar, Taybeh continua a subire incursioni di coloni israeliani nelle proprietà palestinesi. Mercoledì scorso, alcuni di loro sono entrati in una casa appartenente a una famiglia della parrocchia di Cristo Redentore. Cosa è esattamente accaduto il 5 agosto scorso?

Quello che stiamo vivendo oggi è preoccupante. Questa casa di cui si è parlato era stata appena preparata per essere abitata. Per diversi giorni, due coloni sono entrati nella proprietà, portando il gregge di pecore fino al limite della casa, tagliando persino la recinzione. E non si è trattato di un episodio isolato, ma è una strategia di vessazione volta a creare un clima di paura e a costringere i palestinesi ad abbandonare la propria terra. Ringraziamo Dio che la famiglia sia fisicamente sana e salva. Non si trovava a casa durante l’ultima intrusione, ma non si può non ammettere che, sia fisicamente che psicologicamente, si tratta di un'esperienza molto difficile. Immaginate di preparare la vostra casa per poi scoprire che degli estranei vi sono entrati indisturbati. Questa è la situazione che stiamo vivendo qui a Taybeh. Anche adesso, mentre parlo, purtroppo, questi coloni sono tornati per piantare le tende. La situazione è davvero difficile da sopportare.

Altre famiglie sono state vittime di simili episodi negli ultimi giorni?

Molte famiglie soffrono a causa della presenza di questi coloni. A ovest, est e sud di Taybeh, molte persone sono vittime di questa violenza. Come sempre, viene appiccato il fuoco ai terreni incolti e, l’ultima volta, hanno incendiato una montagna a sud-est di Taybeh. I coloni israeliani vengono per causare danni e occupare la terra, da diversi mesi ormai, e la situazione si sta deteriorando drasticamente. Quasi ogni giorno assistiamo a incursioni e attacchi a proprietà private, alla distruzione di terreni agricoli, alla chiusura di strade, a restrizioni al traffico e a una pressione costante sulla popolazione.

Padre Bashar, gli abitanti di Taybeh, vivendo nella paura costante chiedono con urgenza alla comunità internazionale e alle missioni diplomatiche di intervenire e garantire la protezione della popolazione. Si sentono dimenticati?

Sì! Ci sentiamo dimenticati, ci sentiamo soli. Le possibilità di intervento esistono, ma purtroppo sono molto limitate e raramente efficaci. Per questo la presenza e la pressione della comunità internazionale sono oggi essenziali. Abbiamo bisogno di una protezione concreta per i civili e di una reale volontà politica di porre fine a questa violenza. Abbiamo bisogno di aiuto per poter continuare a vivere qui e testimoniare Gesù Cristo e i suoi seguaci. Questa è una responsabilità condivisa dalla presenza cristiana qui a Taybeh. Alla luce di tutto ciò che sta accadendo, alcuni residenti vogliono lasciare la loro terra e abbandonare tutto.

La comunità cristiana teme ora di scomparire. Come opera oggi la speranza in Gesù in coloro che, nonostante tutto, scelgono di restare?

Finora non c'è una soluzione, ma c'è qualcosa di molto speciale: la speranza in Gesù Cristo, la speranza nella Chiesa. Invitiamo la Chiesa universale a intensificare le sue preghiere per noi e a sostenere il Patriarcato latino di Gerusalemme, così come tutta la Terra Santa. Crediamo fermamente che la preghiera operi miracoli. Non dimentichiamo Taybeh! Invito tutte le diocesi della Chiesa cattolica in tutto il mondo a parlare della situazione del villaggio, di questi fratelli e sorelle in Cristo che vivono nella paura. La prima comunità cristiana in questa terra non deve scomparire nel silenzio. Insieme possiamo preservare questa viva testimonianza di fede. Va detto che la presenza delle missioni diplomatiche e del cardinale Pierbattista Pizzaballa (patriarca latino di Gerusalemme ndr) ci rassicura e ci dà un senso di sicurezza.

Come si stanno organizzando oggi le diverse comunità cristiane ortodosse, latine, melchite e greco-cattoliche per fornire aiuto alle vittime? Questi tragici eventi che state vivendo hanno in qualche modo rafforzato l'unità cristiana?

Di fronte a questa situazione, la comunità cristiana rimane unita. La Chiesa accompagna le famiglie, sostiene i più vulnerabili, rafforza la solidarietà tra i residenti e continua a difendere la dignità di ogni persona. Stiamo anche collaborando con le missioni diplomatiche, le organizzazioni internazionali e con i media affinché la realtà di Taybeh sia conosciuta e la nostra voce non venga messa a tacere. Per questo, tramite voi, vorrei chiedere a Papa Leone XIV di fare qualcosa per quest'ultimo villaggio cristiano in Cisgiordania, affinché cessino gli attacchi dei coloni e l'occupazione della nostra terra. Vogliamo vivere in pace, giustizia e dignità.

Quale simbolo rappresenta Taybeh per la comunità cristiana palestinese?

Un simbolo vitale e fondamentale per tutti, perché proprio ora si stanno preparando le celebrazioni per l’Anno Santo straordinario del 2033. Taybeh è in prima linea nella difesa del cristianesimo qui in Terra Santa. Gesù scelse di essere a Taybeh prima della sua passione, morte e risurrezione. Dobbiamo testimoniare il cristianesimo e la sua presenza in Terra Santa. Dobbiamo schierarci dalla parte di Taybeh.

Vatican News

 

 

 

venerdì 15 agosto 2025

LA TERRA DIMENTICATA

 


La terra dimenticata che smentisce Israele


- di  Giuseppe Savagnone 


Gli insediamenti illegali in Cisgiordania

Non ha sorpreso l’annuncio del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che è anche responsabile della gestione civile in Cisgiordania, di aver approvato un nuovo piano di insediamento che prevede la costruzione di 3.400 unità abitative per i coloni.

La sua realizzazione, ha spiegato con soddisfazione Smotrich, dividerà in due il territorio originariamente destinato, secondo la risoluzione dell’ONU del 1947, ad una entità politica parallela a quella ebraica, e così «seppellirà l’idea di uno Stato palestinese», proprio mentre ormai un numero crescente di paesi occidentali  dichiara di avere intenzione finalmente, di riconoscerlo. È chiaro che la mossa dl governo di Tel Aviv è una risposta a queste prese di posizione.

Del resto, già il 29 maggio Israele aveva varato la creazione di ventidue nuovi insediamenti ebraici in quelli che anticamente erano la Giudea e la Samaria – oggi Cisgiordania – , con una decisione che lo stesso Smotrich aveva definito «storica».

Ma anche subito prima e subito dopo il 7 ottobre, altri insediamenti erano stati creati, a spese degli abitanti arabi del territorio, cacciati dalle loro case. La più frequente delle strategie utilizzate dalle istituzioni israeliane per occupare questi terreni, facendo evacuare i villaggi e spianando le case con i bulldozer, è la loro trasformazione in aree di addestramento per l’esercito israeliano.

Il documentario No Other Land, premio Oscar del 2025 –  i cui registi sono un arabo e un israeliano – narra il caso di Masafer Yatta, un gruppo di villaggi nel sud della Cisgiordania a cui è stata riservata questa sorte.

Infine, in Cisgiordania, i coloni e le autorità israeliane utilizzano anche il controllo dell’acqua come un’arma. Oggi, Israele controlla circa l’80% delle riserve idriche della regione e l’estrazione di acqua da qualsiasi nuova fonte richiede i permessi del governo israeliano, quasi impossibili da ottenere.

La compente religiosa

Questo processo, con fasi alterne, dura dal 1967, a partire dalla strepitosa vittoria israeliana nella guerra dei Sei giorni. Una storica ebrea, Anna Foa, nel suo recente libro «Il suicidio di Israele», scrive che da questo momento «il sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare tutta la terra di Israele. 

Sebbene al governo fossero i laburisti, a partire dal 1967 iniziava nella West Bank occupata il fenomeno degli insediamenti da parte dei gruppi estremisti messianici». 

Significativo che due anni dopo, nel 2018, sia stata introdotta la Legge Fondamentale su Israele Stato-Nazione del popolo ebraico, di cui un paragrafo recita: «Lo Stato considera lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale, e agirà per incoraggiare e promuovere il suo sviluppo e consolidamento». 

Ed è nella logica del sionismo messianico che queste operazioni di conquista sono state e continuano ad essere compiute. Alla radice remota ci sono le parole di Ben Gurion, venerato in Israele come il “padre della patria”, il quale, contestando il concetto stesso di “Mandato britannico per la Palestina”, istituito dopo la Prima guerra mondiale, aveva dichiarato: «A nome degli ebrei, dico che la Bibbia è il nostro Mandato, la Bibbia che è stata scritta da noi, nella nostra lingua, in ebraico, proprio in questo Paese. Questo è il nostro Mandato. Il nostro diritto è antico quanto il popolo ebraico».

Ben Gurion non era un ebreo religioso, ma la Bibbia era il suo punto di riferimento e in particolare considerava il libro di Giosuè il modello storico per la conquista della Terra da parte del popolo ebraico, allora come adesso. Egli, scrive Anna Foa, era un «laico convinto», ed era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. 

«In realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultra-ortodossi».

Non a caso, in queste occupazioni, si registrano come un dato costante le violenze di coloni fanatici che si lanciano contro i residenti accusando loro, che ci vivono da secoli, gli occupanti abusivi, rivendicando la loro proprietà della “terra promessa” data da Dio ai loro avi.

L’attività di occupazione israeliana è stata più volte condannata come illegale e contraria al diritto internazionale dalle Nazioni Unite, ma né il governo di Tel Aviv né i paesi occidentali hanno mai appoggiato queste denunzie, anzi il 18 novembre il segretario di stato nel primo governo Trump, Mike Pompeo, ha dichiarato che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania non violano il diritto internazionale.

La Cisgiordania non è Gaza

Le vicende della Cisgiordania (o West Bank, come anche viene comunemente chiamata) solo ora stanno cominciando a venire in piena luce. Finora tutta l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale si è concentrata sulla guerra nella Striscia di Gaza e sulla reazione di Israele all’attacco del 7 ottobre.

Il punto è che con Hamas e con quell’attacco i palestinesi della Cisgiordania non hanno nulla a che fare, perché il territorio sarebbe se mai sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, gestita dall’OLP, in rottura radicale con Hamas – tra le due organizzazioni c’è stata addirittura uno scontro armato – e che, a differenza di Hamas, ha da tempo riconosciuto lo Stato ebraico.

Molti, pur perplessi di fronte alla reazione israeliana al 7 ottobre, si sono chiesti che cosa avrebbe potuto fare di diverso il governo di Tel Aviv. A dare una valutazione critiche risponde a questa domanda è Anna Foa, che racconta: «Invece di tirare dalla sua parte i palestinesi della West Bank e di prospettare la creazione dello Stato, mossa che avrebbe potuto dividerli da Hamas, il governo appoggiava le aggressioni contro i palestinesi (…) nei territori dell’autorità Palestinese».

In realtà, spiega la Foa, a Israele non interessava affatto rafforzare il suo rapporto con quella parte del popolo palestinese a cui non poteva rimproverare di volerlo distruggere e che quindi avrebbe avuto le carte in regola per formare uno Stato palestinese. Paradossalmente, il suo fine era lo stesso di quello di Hamas: «sabotare la soluzione dei due Stati».

È in questa logica che lo Stato ebraico ha sempre cercato di impedire la sostituzione, al vertice dell’Autorità Palestinese, del vecchissimo e corrotto Abu Mazen, tenendo in carcere – anzi gli ultimi due anni in isolamento – Marwan Barghouti, un leader della lotta per l’indipendenza della Palestina che non fa parte di Hamas ed èmolto popolare tra i palestinesi, al punto da essere da molti considerato un potenziale successore di Abu Mazen.

I palestinesi chiedono da tempo la sua liberazione, ma Israele si è sempre opposta e, proprio in questi giorni, ha fatto circolare un video dove viene contestato e deriso, nella sua cella, da Ben Gwir, che insieme a Smotrich rappresenta l’ala estremista del governo di Netanyahu.

La moglie di Barghouti, Fadwa, che guida una campagna internazionale per ottenere è il suo rilascio, ha dichiarato di non riuscire a riconoscere il marito nel video. «Forse una parte di me non vuole ammettere tutto ciò che il tuo viso e il tuo corpo esprimono, e ciò che tu e gli altri prigionieri state sopportando» ha detto.  Drammatico parallelismo con quello che dicono i parenti degli ostaggi di Hamas davanti ai video dei loro cari.

La smentita di una narrazione

Tutto questo getta un’ombra pesante sulla narrazione del governo israeliano, accettata e difesa da tutti suoi sostenitori, dopo il 7 ottobre, per giustificare la sua politica verso i palestinesi.

Le occupazioni e le violenze dei coloni, sostenuti dall’esercito, non possono essere in alcun modo giustificate con il mantra «Israele ha il diritto di difendersi», che ha a lungo coperto i massacri di civili nella Striscia. Neppure ha posto il motivo della vendetta. Nella West Bank non ci sono terroristi, responsabili della strage di ebrei,  che  si fanno scudo dei civili e, se questi vengono aggrediti e uccisi, non è certo per  difendersi o vendicarsi. È per cacciarli o distruggerli e prendersi la loro terra.

È guardando ai palestinesi della Cisgiordania che trova una irrefutabile conferma l’accusa di un genocidio, sia pure finalizzato alla pulizia etnica, rivolta sempre più frequentemente ad Israele a proposito della guerra di Gaza.

Siamo davanti a un evidente progetto di sostituzione etnica che non riguarda in alcun modo la sopravvivenza di Israele, ma minaccia piuttosto quella degli altri.

Appaiono del tutto unilaterali e fuorvianti, in questo quadro, gli inviti di Noemi Di Segni presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che, nel gennaio 2024 – mentre già erano evidenti sia la spietatezza dell’offensiva nella Striscia sia la politica di conquista nella Cisgiordania – chiedeva accoratamente di «far cessare gli appelli umanitari diretti unicamente verso Israele, un paese che agisce secondo morale e non si è sottratto alle norme internazionali», bollando le critiche nei suoi confronti come un chiaro rigurgito di «antisemitismo», frutto «dell’ignoranza e dell’ottusità dilagante».

Come appaiono inaccettabili i silenzi e la complicità dei governi “democratici”, che hanno per anni assistito, senza battere ciglio, a questa progressiva realizzazione di un progetto ispirato ad un sionismo messianico e fanatico, e che tutt’ora esitano nel sospendere il loro appoggio politico e militare ad Israele.

Il rischio è che, a causa di questa colpevole inerzia, il progetto che sale a Ben Gurion sia ormai troppo avanti per essere fermato e che, con l’azione congiunta a Gaza e nella West Bank, si realizzi davvero, sulla pelle dei palestinesi, il Grande Israele, che, a questo punto nessuno potrà più essere rimesso in questione.

Anna Foa, racconta di un filosofo ebreo, Yeshayahu Leibowitz, detto «la coscienza di Israele» e vincitore nel 1993 del prestigioso Premio Israele, da lui rifiutato, il quale «negava ogni diritto divino degli ebrei alla terra di Israele e sosteneva che l’occupazione avrebbe avvelenato l’animo degli israeliani trasformandoli in “giudeo-nazisti”». Forse siamo assistendo, grazie ai nostri governi, alla nascita del primo Stato democratico-giudeo-nazista della storia.

 www.tuttavia.eu

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