E
PERDONO
Vorrei parlarvi di un
tema a me molto caro quello della riconciliazione e del perdono elementi
essenziali per questa ormai parola con cui tutti si riempiono la bocca ma che
nessuno o quasi agisce in conseguenza a cosa predica, ovviamente la parola è
pace.
E quando parliamo di pace
mi viene sempre in mente un episodio particolare del poverello di Assisi
l’incontro con il lupo di Gubbio, una bellissima cittadina umbra che mi è
capitato di visitare più volte nelle mie peregrinazioni in quella splendida
regione ripercorrendo le orme di Frate Francesco.
È ti sembra di respirare la stessa aria di quando ottocento anni fa frate
Francesco riuscì a riconciliare un lupo bestia pericolosa per antonomasia ed
una città intera, che a pensarci bene dopo ottocento anni è proprio quello che
ci vorrebbe per fare terminare prima le nostre guerre personali e poi le guerre
che stanno insanguinando il nostro povero mondo.
E per continuare la riflessione vi propongo un bell’articolo di Riccardo
Mensuali pubblicato ieri su Avvenire dal titolo:
“I nostri troppi “frate Lupo” e la via francescana per riconciliarsi”
Questo tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti: dai social
alla guerra, ci sentiamo minacciati da lupi sfuggiti di mano che non dovrebbero
stare tra noi.
Francesco d’Assisi mostra
però la via per una convivenza ritrovata dove si inventano i passi di una
mediazione proprio dove e quando sembra impossibile.
Il Lupo di Gubbio con ogni probabilità non è mai esistito.
Al tempo di Francesco,
però, i lupi erano davvero pericolosi: una minaccia piuttosto nuova, in parte
dovuta allo sviluppo delle città, che all’epoca del santo di Assisi era tratto
della modernità, segno dei tempi.
Per questo, l’episodio
attrae la nostra attenzione.
Conflittualità
Anche i nostri giorni
sono minacciati da una crescente dose di conflittualità e, d’altra parte, da
una pericolosa mancanza di mediatori, dell’arte della diplomazia.
Anche a livello di rapporti umani, non solo di geopolitica.
Quella del Lupo di Gubbio è leggenda incentrata su un vero e proprio topos
fiabesco: il lupo cattivo.
In bocca al lupo
Un’immagine tipicamente
medievale: non a caso anche la storia di Cappuccetto Rosso nasce nel cuore del
Medioevo (la prima attestazione risale intorno all’anno mille) mentre
l’espressione “in bocca al lupo” è attestata dal 1294.
Spiega Domenico
Sebastiani: «Il lupo diviene bestia antropofaga, e innumerevoli sono – in varie
parti d’Europa – le segnalazioni e le cronache, sia civili che ecclesiastiche,
circa uomini e soprattutto fanciulli attaccati e sbranati dai lupi.
I forti disboscamenti e
l’aumento delle aree coltivate privavano l’animale del proprio habitat naturale
e della selvaggina di cui si nutriva, costringendolo ad avvicinarsi a spazi
urbanizzati per attaccare animali domestici e, talvolta, le stesse persone. Ecco dunque il moltiplicarsi, in tutta
Europa, del culto di santi protettori dai lupi».
I “lupi” dei nostri
giorni.
I “lupi” si sono
avvicinati e moltiplicati, nel volto di guerre che iniziano ma non finiscono,
nel nuovo culto delle emozioni forti, nella violenza fai da te, spacciata per
difesa privata, e in un clima velenoso, torbido e minaccioso che l’ambiente
della Rete, sfuggito di mano, sembra aver prodotto.
Il linguaggio feroce dei social appare, spesso, proprio come qualcosa che non
era previsto quando Internet nacque: una realtà, in parte, sfuggita di mano,
sottratta al nostro controllo.
Un lupo che non dovrebbe
stare tra noi e invece ci si ritrova.
Il nostro tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti. Di forza pacificatrice.
Discernimento
Di discernimento lento e
razionale delle cause di odi, guerre, contrapposizioni.
Anche nelle famiglie, nei partiti, nel vivere civile che si fa sempre più
incivile, da lupo mannaro.
Nell’incontro tra
Francesco e il lupo, ritroviamo un vero e proprio modello di creatività
diplomatica, di riconciliazione tra chi vive in conflitto.
Proprio ciò di cui abbiamo bisogno oggi.
Nel capitolo XXI dei Fioretti di San Francesco si legge: «Al tempo che Santo Francesco dimorava nella città d’Agobio, nel contado d’Agobio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini, intantochè tutti i cittadini istavano in gran paura, perocchè spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della terra, come se eglino andassero a combattere». Francesco decide di andare incontro al lupo, nonostante tutti, a Gubbio, cerchino di dissuaderlo. «Frate lupo – gli dice il Santo –, tu fai molti danni in queste parti, ed hai fatti grandi maleficii, guastando e uccidendo le creature di Dio, senza sua licenza: e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere gli uomini, fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu degno se’ delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica.
Frate lupo
Ma io voglio, frate lupo,
far la pace fra te e costoro; sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti
perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più».
Francesco non fa sconti:
il lupo si è macchiato di gravi colpe.
E insiste: «Frate lupo, dappoiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io
ti prometto, che io ti farò dare le spese continuamente, mentre che tu viverai,
dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperciocché io
so bene che per la fame tu hai fatto ogni male».
Ammansita la fiera,
rimaneva ancora da ammansire il popolo.
Perché le guerre si fanno
sempre in due.
Il Santo, riunita la
popolazione, predica che non è la bocca del lupo il pericolo maggiore: «Perché
quella può uccidere solo il corpo».
La bocca da temere è invece quella dell’inferno, nella quale si è dannati per
l’eterno.
È dai peccati, dunque, che bisogna guardarsi, più che dagli animali selvatici.
«Quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine
tiene in paura e in tremore la bocca di un piccolo animale?».
Il popolo, con voce unanime, promette dunque di nutrire il lupo, che visse due
anni a Gubbio, entrando nelle case come un qualsiasi animale domestico.
La convivenza ritrovata.
Non tutti gli studiosi
concordano sullo sfondo storico di ispirazione.
Per Franco Cardini il lupo simboleggia il male che incombe sulla città e i suoi
abitanti.
L’animale, per
antonomasia avido e feroce – si pensi alla lupa dantesca quale personificazione
dell’avidità – rispecchierebbe i difetti tipici delle città comunali
dell’epoca.
Altri mettono in
relazione l’episodio leggendario con un fatto invece storico, la conversione
dei ladroni di San Sepolcro.
A ogni modo, quello che
più rende significativo, per noi, l’episodio dei Fioretti è il fatto che
Francesco, in realtà, non “converte” solo il lupo feroce ma un’intera città
alla causa di una necessaria opera di conciliazione.
Chiama “fratello” anche il lupo.
E non esita a esortare i cittadini a convertirsi. Non addomestica soltanto una bestia: parla, fa dialogare e affronta alla radice le motivazioni dello scontro, le ragioni profonde del conflitto: la fame per il lupo, la paura e l’avidità per il popolo.
Quella di Francesco non è
una pace ideologica, per partito preso.
Il mediatore
Caso mai una lezione di
pace politica. Francesco è mediatore.
Per mediare bisogna
fuggire gli estremi, far convergere.
Non c’è una parte da
difendere a priori. Ci sono dei passi da inventare e da far compiere.
Con pazienza, con
verifiche. C’è un lupo e la sua fame.
C’è il popolo, le sue
paure, il suo diritto alla sicurezza ma anche la sua totale incapacità di
parlare con la bestia affamata.
Non esiste una “parte”
che è buona a prescindere: questo è il presupposto dei tifosi, non dei
pacificatori.
In un conflitto, l’unica priorità è ricomporlo. Raggiungere la fine delle ostilità è l’unico faro.
Non fomenta guerre,
Francesco: avrebbe potuto consigliare al lupo di andare a rubare solo il cibo
dei ricchi, soluzione ideologica per mantenerlo, lo scontro, senza sgonfiarlo.
Avrebbe potuto suggerire
che la popolazione spendesse per armarsi di fucili, visto che il popolo aveva
ben diritto di difendersi.
La strada del Santo è la
strada evangelica.
La strada evangelica
Strada di ricerche di vie
perché le parti si avvicino, con una sola priorità: che cessino le ostilità.
Che se ne riconoscano le
ragioni. In una guerra, che sia in casa o sul confine tra Stati tutti sono
chiamati alla propria “conversione”, a passi di discernimento complesso e
ragionato.
Per arrivare a sciogliere
nodi. In una guerra, nessuno può prevalere da solo.
Né il lupo, né il popolo che lo voleva abbattere.
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