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L’efficacia di tale impegno non può prescindere da una trasformazione culturale che solo l’educazione può promuovere e garantire.
Questo volume, che raccoglie i contributi di studiosi ed esperti di sostenibilità a livello nazionale e internazionale, vuole essere uno strumento di riflessione e di discussione interdisciplinare, per studenti di tutti i corsi di laurea e per coloro i quali si interessano di questi temi, su quanto l’educazione possa rappresentare una risposta alle istanze di una società e di un mondo in continuo cambiamento, dove la stessa educazione non sempre è riconosciuta come il giusto investimento per il futuro, a discapito invece del suo potenziale, politico e valoriale prima di tutto, che può rappresentare, invece, l’opportunità che ogni giorno ciascuno si dà per contribuire a cambiare il mondo e a fare dello sviluppo sostenibile non un’utopia ma una bellissima realtà.
Enrico Giovannini è professore ordinario di Statistica economica e Sviluppo sostenibile all’Università di Roma “Tor Vergata”. È stato ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili del Governo Draghi e del Lavoro e delle Politiche sociali del Governo Letta. È co-fondatore e direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) e coordinatore del Gruppo Educazione della Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (RUS).
Gabriella Calvano è ricercatrice in Pedagogia generale e sociale presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Coordina il Gruppo Educazione nell’ambito della Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (RUS). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla relazione tra educazione e sviluppo sostenibile, sul ruolo delle università per la sostenibilità, sull’educazione alla cittadinanza globale.
La
leadership nell’organizzazione contemporanea
Nel
Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Massimiliano Monaci si sofferma
sulle nuove sfide per chi è chiamato ad un ruolo dirigenziale
Al
centro del dibattito sulla leadership nelle organizzazioni troviamo la ricerca
di nuovi paradigmi capaci di supportare l’azione d’impresa negli attuali
scenari economici e sociali contrassegnati da incertezza e cambiamento. Tra le
sfide più rilevanti, spicca il crescente bisogno – portato dalle persone nel
lavoro – di benessere personale, di esperienze di senso e di espressione del
proprio intero sé; come anche l’inarrestabile incremento dell’attenzione degli
stakeholder d’impresa verso la sostenibilità ed eticità delle pratiche
aziendali. Ciò si è tradotto nella proposta di modelli alternativi al
tradizionale stile di leadership direttivo. In essi, il processo della
leadership non vede seguaci passivi, bensì collaboratori che contribuiscono a
costruire percorsi comuni; mentre il ruolo del leader è decisivo nel facilitare
condizioni in cui si sviluppino relazioni, l’iniziativa individuale e culture
condivise orientate alla sostenibilità.
Tale ridirezionamento è rispecchiato in vari modelli su cui oggi si insiste, dalla leadership “trasformazionale” a quella “etica”. Le ultime frontiere sono le prospettive della “leadership spirituale” e della “leadership di cura”: la prima con l’invito a porsi in ascolto dell’esigenza di vita interiore dei lavoratori; la seconda, anche partendo dall’esperienza della pandemia, con l’indicazione della cura come dinamica di prossimità emotiva e relazionale in grado di creare valore dall’incertezza e dalle crisi. Questa evoluzione presenta chiare consonanze con molti principi e concezioni consolidati nel magistero della Chiesa. Basti pensare ai concetti di bene comune, sviluppo integrale delle persone nella loro interezza e unità, impresa quale “comunità di persone”, “significato soggettivo” del lavoro, gratuità animata dalla logica del dono.
Nel recente magistero di Francesco, troviamo ulteriori spunti illuminanti. Sull’urgente rilevanza del tema della sostenibilità socio-ambientale, ad esempio, si sottolinea il «bisogno di costruire leadership che indichino strade» (Laudato si’, 53). Una posizione ultimamente ribadita con la critica al “paradigma tecnocratico” «per il quale la realtà non umana è una mera risorsa» (Laudate Deum, 22). Si conferisce inoltre profondità ai fondamenti dell’attuale attenzione ai processi di cura, suggerendo che il servizio come “prendersi cura della fragilità” contribuisca alla solidità delle nostre costruzioni sociali (Fratelli tutti, 115). In conclusione, ha senza dubbio senso riferirsi oggi a una leadership di ispirazione cristiana. Essa arricchisce e insieme interpella le nuove direzioni del discorso sulla leadership nella ricerca di pratiche che rendano le imprese più umane e generino impatti positivi nei loro contesti. E si realizza pienamente quando i leader con «la loro partecipazione all’opera della creazione attraverso il governo delle loro aziende, possono percepire la grandezza della loro vocazione» (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, La vocazione del leader d’impresa, 8).
*Docente
di Sociologia dell’organizzazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore
Formazione
dei giovani
e
obiettivi
di sviluppo sostenibile
Nel
Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Simona Sandrini si sofferma sui
traguardi dell’Agenda ONU 2030 insistendo sulla necessità di dar vita a
percorsi di formazione che arrivino a creare reti solidali e progetti di
fraternità
-
di Simona Sandrini*
-
Grande
è l’impegno oggi di educatori, formatori, pedagogisti e insegnanti per
alfabetizzare le giovani generazioni sui molteplici temi dell’Agenda ONU 2030
per lo Sviluppo Sostenibile. Occorre pensare ai cambiamenti dell’assetto
ambientale e politico-economico-sociale anche e soprattutto in riferimento
all’esperienza personale: ossia, educare le nuove generazioni a porre in
stretta correlazione le variazioni auspicate nel mondo esterno e quelle che
possono realizzare nella propria sfera di vita. Muovere verso società eque,
solidali e durature significa, infatti, fare affidamento su nuove generazioni
giuste, generose e rispettose, che adottino per ciascun obiettivo di sviluppo
sostenibile stili di pensiero e azione, di vita e professione, di
comunicazione, produzione e consumo orientati al benessere come fraternità e al
bene comune come garanzia di dignità personale. Dal punto di vista pedagogico
ciò si traduce nel formare non solo giovani “iper-skillati” per competenze
specialistiche, in grado di realizzare traguardi di progresso funzionale sulla
scia dell’Agenda, ma anche dar vita a percorsi di formazione capaci di generare
il desiderio di avverare famiglie solidali, reti territoriali, comunità
scolastiche, economie di comunione, imprese sociali, progetti di rispetto,
fraternità e pace.
Più volte è stata affrontata la questione della leadership e del ruolo fondamentale di coloro che ricoprono posizioni di vertice in un contesto mutevole come quello attuale.
È importante, in questo scenario,
focalizzare l’attenzione sul significato sempre più centrale di leadership sostenibile per
le organizzazioni del Terzo settore e per la stessa
società civile.
La leadership sostenibile è
un processo di mobilitazione di un gruppo di persone verso obiettivi
collettivi. Non si tratta, dunque, di una persona o di una posizione, ma di
un processo, un percorso che i leader delle
organizzazioni possono praticare. Chiunque, in un’organizzazione, costruisca
relazioni verso obiettivi comuni sta esercitando la leadership.
Praticare
una leadership sostenibile significa promuovere un approccio olistico che
si concentra su quattro dimensioni relazionali: con sé stessi, con
i membri del team, con l’organizzazione e, infine, con il Pianeta.
I leader sono, dunque, “sostenibili” quando mantengono alti i livelli
di passione e motivazione personali attraverso un approccio
equilibrato alla loro carriera; quando creano quelle che chiamo “relazioni
compassionevoli”, ovvero significative e, quindi, durevoli e possibili nel
lungo periodo, con i membri del loro team; quando rafforzano questi
rapporti attraverso l’integrazione di un nucleo di valori nel
quotidiano della stessa organizzazione; quando perseguono gli Obiettivi
di sviluppo sostenibile dettati dalle Nazioni Unite: adottando
sia pratiche ambientali per combattere il
cambiamento climatico, sia comportamenti individuali e collettivi per ridurre
la povertà, favorire la Diversity&Inclusion o integrare
immigrati e rifugiati promuovendo, ad esempio, un’istruzione più
equa per tutti.
Una leadership sostenibile
è fondamentale, in particolare, per le organizzazioni del Terzo settore
nel mondo e, soprattutto, in Italia.
Le
ragioni sono numerose: la leadership è, in primis, un meccanismo
molto potente che può essere utilizzato per promuovere cambiamenti
sociali positivi e sviluppare il tessuto economico e sociale delle
nostre comunità locali in maniera coerente, coordinata e allineata coi bisogni
della collettività.
In
secondo luogo, perché aiuta i direttori esecutivi e in generale chi è
in posizioni di responsabilità a gestire le fortissime pressioni e ad
affrontare le sfide cui sono sottoposti quotidianamente. Ogni giorno, infatti,
chi è a capo di un’organizzazione non profit è chiamato creare
e sostenere un ambiente lavorativo che consenta al personale e
ai volontari di rinnovare il proprio impegno, affinare le
proprie capacità e imprimere il cambiamento necessario.
In terzo
luogo, le esigenze dei leader delle organizzazioni del Terzo
settore legate alla gestione delle emozioni sono diverse da
quelle dei leader delle aziende profit e
meritano quindi un’attenzione particolare.
I leader delle organizzazioni non profit, infatti, devono
mostrare continuamente emozioni positive e fornire uno spazio
sicuro o un contenitore per le emozioni negative che
i loro dipendenti sperimentano ogni giorno in prima linea, senza
lasciar fluire le proprie.
Eppure, ci sono diverse opzioni a disposizione dei leader per esprimere i loro turbamenti in modi che permettano all’organizzazione di funzionare efficacemente senza allontanarli dai membri del loro team, come ho ricordato in un recente articolo pubblicato insieme a Marie Dasborough dell’Università di Miami sul Journal of Organizational Behavior. Ma come fanno, a chi si rivolgono questi professionisti per rinnovare il loro impegno e affinare le proprie competenze? Come possono imparare a gestire lo stress, a creare relazioni durature con i donatori e i beneficiari, a concepire una visione per il futuro che faccia da guida e da ispirazione alle loro azioni?
Se vogliamo che le organizzazioni della società civile diventino sostenibili a
tutti i livelli e siano realmente efficaci nel tempo, dobbiamo avere una
visione più ampia dei bisogni dei loro leader. Dobbiamo formarli
perché siano loro stessi i primi a riconoscerli, perché sappiano impegnarsi per
lo sviluppo delle risorse interne, che significa lavorare per il rafforzamento
del Terzo settore, un comparto che genera valore condiviso e
contribuisce alla sostenibilità del Pianeta.
www.ilsole24ore.com/art/perche-terzo-settore-ha-bisogno-leadership-sostenibili-AFbFAODC
La conversione necessaria
- di Mauro Magatti
C'è uno scacco culturale che blocca la capacità di affrontare
con successo le tante questioni del nostro tempo: nel mondo interconnesso in
cui viviamo, continuiamo a ragionare e ad agire nella logica della
indipendenza, quando tutto è diventato interdipendente.
Nelle scienze contemporanee le teorie dei sistemi complessi – in
particolare quelli viventi – dicono che il tutto è superiore alla parte. Un
principio richiamato anche da Papa Francesco nella Evangelii gaudium.
Sostenere questo non implica che la parte scompaia, assorbita da
una logica di sistema.
Più semplicemente, ciò significa che ogni elemento, che pure
gode di autonomia, esiste solo in relazione al tutto e agli altri.
Quest’idea semplice – antica e oggi riconosciuta dalla scienza –
non riesce a diventare cultura comune, cioè a orientare le scelte dei grandi
decisori, politici ed economici, e a trasformare il modo di vivere e di
organizzare le nostre società.
Prendiamo la questione della sostenibilità.
La consapevolezza che il nostro modello di crescita crea effetti
distruttivi sull’ecosistema ha fatto finalmente molti passi in avanti.
Ma si fatica a trovare le soluzioni. Ognuno (Paese, impresa,
cittadino) guarda la questione dal proprio punto di vista, facendo bene
attenzione a non pagare più degli altri.
Ma così diventa difficile, se non impossibile, riuscire a
compiere le scelte che pure sappiamo di dover prendere.
Gli scienziati ci dicono che, con una ragionevole certezza,
intere regioni del globo sono destinate a subire un drastico peggioramento
delle proprie condizioni di vita.
I migranti
Già nel 2022 i migranti forzati sono stati più di 100 milioni,
di cui un terzo per ragioni climatiche (questi ultimi destinati a diventare,
secondo la Banca Mondiale, più di 200 milioni nel giro di due decenni). Se
questo è lo scenario, possiamo ragionevolmente pensare che esistano soluzioni
(muri e “ricollocamenti”) che non affrontino le ragioni della mobilità umana?
La verità è che sostenibilità e migrazioni sono questioni da
affrontare insieme attraverso politiche di collaborazione in grado di gestire
una problematica (il cambiamento climatico) che ha effetti diversi sui singoli
territori, pur derivando da una causa comune.
Nessun Paese, nessuna impresa, nessun individuo può immaginare
di gestire questo nodo senza considerare le interconnessioni globali.
La guerra
Un secondo esempio viene dalla guerra, in particolare da quella
in Ucraina.
La sciagurata decisione di Putin di attaccare uno Stato vicino,
con l’obiettivo di spostare di qualche centinaio di chilometri il confine
russo, si è rivelata del tutto sbagliata, anche perché anacronistica.
Una decisione presa con le categorie dell’Otto-Novecento. Come
onde telluriche, le conseguenze della guerra in Ucraina si sono diffuse ovunque
attraverso la crisi delle forniture di energia, di grano e delle altre materie
prime, gli effetti inflazionistici, la ridefinizione dei rapporti geopolitici.
La guerra è sempre sbagliata. Ma lo è ancora di più in un mondo in cui le interdipendenze fanno sì che le questioni locali siano sempre, contemporaneamente, globali.
Ed è chiaro oggi che la via d’uscita dal tragico errore di Putin
va cercata a partire dagli annodamenti che si sono stretti ancora di più negli
ultimi 16 mesi.
Le diverse parti del pianeta sono sempre più legate a un destino
comune.
A valle del grande salto prodotto dalla globalizzazione della
fine del XX secolo, oggi ci troviamo a un punto di non ritorno: in questa nuova
configurazione storica (bisogna insistere sulla sua novità, ancora troppo poco
riconosciuta) è necessaria una conversione dello sguardo.
Una nuova intelligenza
O meglio, una nuova intelligenza che, mettendosi in ascolto
della realtà (per citare di nuovo la Evangelii gaudium, «la realtà è superiore
all’idea»), sia capace di mettere da parte quell’ottusità che deriva dal porsi
nel mondo esclusivamente dal proprio punto di vista: mai come oggi è evidente
che nessuno si salva da solo, che siamo tutti legati, che c’è un bene
dell’intera umanità da cui bisogna partire per risolvere le questioni locali,
che ogni interesse particolare è legittimo solo in rapporto all’interesse
generale. Una prospettiva peraltro necessaria per arrivare a immaginare e
costruire quelle nuove istituzioni di cui abbiamo urgente bisogno per dirimere
i conflitti, delineare tempi e modi della transizione, reindirizzare le ingenti
risorse finanziare disponibili, gestire le emergenze.
C’è troppa gente in giro che continua a guardare il presente con
gli occhiali vecchi del secolo scorso.
E che, proprio per questo, causa grandi disastri e altrettante
sofferenze.
PER UN NUOVO MODELLO
DI SVILUPPO
Come rispondere alle tante sfide della nostra epoca: cambiamento climatico, pandemie, diseguaglianze. Il bene comune va posto come vero scopo delle scelte
Intelligenza collettiva e inclusiva
per un nuovo modello di sviluppo
- di Mariana Mazzucato *
Le sfide che ci troviamo ad
affrontare oggi sono immense: il riscaldamento globale sta diventando
irreversibile, i sistemi sanitari sono in crisi, il divario digitale sta
aumentando le disuguaglianze e i nostri modelli di business finanziarizzati
stanno facendo sì che il reddito sia sempre più orientato verso l’1% più ricco.
La disuguaglianza e l’accesso differenziato ai benefici del capitalismo del XXI
secolo stanno rendendo molti disillusi dai processi politici, facendo il gioco
dei populisti. Le soluzioni a queste sfide sono complesse. Richiedono
investimenti, regolamentazione e innovazione a livello sociale, organizzativo e
tecnologico. In particolare, il compito di fornire tali soluzioni non spetta
solo al governo o alle imprese, ma a molti tipi diversi di individui e
organizzazioni, compresi gli attori della società civile, come le associazioni
di cittadini e i sindacati.
Una questione cruciale è come promuovere l’intelligenza collettiva e l’interazione tra tutti questi attori in un modo che valorizzi tutti, pagando loro la giusta retribuzione, alimentando condizioni di lavoro di alta qualità e condividendo le conoscenze e i frutti del lavoro nel miglior modo possibile. Per fare ciò, abbiamo bisogno di una comprensione più chiara del valore come prodotto di un’azione collettiva e di una distinzione tra i profitti derivanti dagli investimenti collettivi e le rendite che definiamo estrattive – queste ultime derivano dalla capacità di un attore di distorcere i rendimenti a proprio favore, sia attraverso i diritti di proprietà intellettuale che gli strumenti finanziari.
Nella sua seconda enciclica, la Laudato si’, dedicata alla «cura della casa comune», papa Francesco sostiene con forza che il bene comune deve essere al centro di un mondo in continua evoluzione. In effetti, il bene comune è un’inquadratura utile, soprattutto quando il come raggiungere un obiettivo è importante quanto l’obiettivo stesso. Il Papa sostiene che i cambiamenti sociali, economici e politici dovrebbero essere orientati a proteggere le condizioni essenziali della vita umana per tutti. Il bene comune richiama la nostra attenzione sul necessario impegno di sostenere le persone più vulnerabili in modi concreti. Prendere decisioni per il bene comune significa difendere e custodire la dignità di coloro che sono esclusi socialmente, politicamente ed economicamente, costruendo una rete di solidarietà responsabile. Dobbiamo dare voce a chi non è ascoltato nei processi decisionali critici. Questo può essere fatto attraverso un nuovo modello di crescita, che non sia fatto per qualcuno ma con lui. Il modello di organizzazione cooperativa, ad esempio, è efficace nel riunire persone con mezzi limitati, mettendo in primo piano l’azione consapevole di tutti e di ciascuno.
Nella Laudato si’, papa Francesco sostiene giustamente che è obbligo dello Stato difendere il bene comune nell’interesse di tutti. Egli osserva anche che alcuni settori economici esercitano più potere degli Stati stessi. Per contrastare questa tendenza e allo stesso tempo affrontare le grandi sfide di oggi, è fondamentale un approccio al bene comune. Richiede un’economia politica di fondo che superi la nozione di bene pubblico come correzione e si orienti invece verso il bene comune come obiettivo. Dobbiamo fissare obiettivi chiari e porre l’accento sul processo di realizzazione, in modo che la giustizia e l’equità siano al centro del modello di business stesso. Se non abbiamo il coraggio di reimmaginare il nostro sistema attuale, resteremo bloccati nel ciclo infinito che ci porta a correggere attraverso la carità e la filantropia un modello di business rotto.
In questa direzione vanno i 17
Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG), che assumono problemi profondamente
complessi che richiedono investimenti e innovazioni tecnologiche, sociali e
organizzative da parte di tutti gli attori della società. Anche se i Paesi
hanno sottoscritto quegli obiettivi, nella maggior parte dei casi stiamo
facendo pochi progressi. Il fatto che “creiamo” denaro per le guerre ma
troviamo sempre scuse per non spendere abbastanza per le sfide sociali è
rivelatore. Lo facciamo anche quando gli organismi e le commissioni
internazionali ci dicono che il costo dell’inazione è maggiore di quello
dell’azione. E i soldi non bastano: è il tipo di collaborazione che conta.
Durante il Covid abbiamo sperimentato un investimento collettivo in termini di
ricerca sui vaccini, ma il risultato finale non ha creato un “bene comune”: non
siamo riusciti a vaccinare il mondo.
È chiaro che obiettivi ambiziosi come i 17 SDG richiedono la collaborazione di diversi attori, ma la domanda è: come? Troppo spesso siamo pigri con i concetti di partnership. Il fatto di essere “partner” non significa che si lavori bene insieme. Lavorare bene insieme intorno a obiettivi di bene comune significa fissare l’obiettivo insieme, orientando il “cosa” e il “come” per essere veramente collaborativi e produrre i risultati necessari: non solo vaccini, ma anche vaccini accessibili a tutti. E le “ricompense” quando appaiono, a volte come profitti per le imprese, devono essere condivise socialmente come i rischi assunti per risolvere il problema. Con l’approccio del bene comune, l’accento è posto sull’azione collettiva che deve essere alimentata per raggiungere il risultato. Il processo, quindi, è importante quasi quanto il risultato finale, come quello di un concerto.
Pertanto, dobbiamo considerare i modi in cui le “ricompense” – come le conoscenze e i profitti – possono essere condivise. Il sistema sanitario statunitense è noto per richiedere miliardi di investimenti pubblici – 45 miliardi di dollari da parte dei National Institutes of Health nel 2022 –, ma poi permette che i profitti siano privati. Mentre l’industria affronta “profitti in eccesso” sotto forma di rendite derivanti dai diritti di proprietà intellettuale, né i prezzi dei farmaci né i diritti di proprietà intellettuale riflettono il contributo pubblico.
In “Missione Economia”, un libro del 2021 edito in Italia da Laterza, ho mostrato i diversi modi in cui si può ottenere la condivisione delle ricompense, dalle condizioni sui prezzi al dettaglio e sui dispositivi di protezione individuale, a cui ci siamo abituati nei giorni della pandemia, alle condizioni sulla condivisione dei profitti, come ad esempio i modelli azionari. Le strutture di proprietà collettiva possono anche aiutare a condividere il valore in modo più equo con tutti i membri della società e con tutti coloro che hanno contribuito a creare quello stesso valore. Offrono l’opportunità di sfidare la concentrazione del potere in piccole cerchie di persone e in aziende già privilegiate. Diverse forme di condivisione della proprietà – come le cooperative, ma anche le partecipazioni azionarie – sono utili per socializzare i frutti del progresso così come i rischi.
Questo vale anche per l’economia digitale che si è espansa grazie a massicci investimenti pubblici. Tuttavia, con i dati nelle mani di pochi potenti, tecnologie chiave come l’intelligenza artificiale spesso riproducono pregiudizi e ingiustizie esistenti. Per contrastare questa pericolosa tendenza, dobbiamo costruire un’architettura digitale più inclusiva e trasparente. Attraverso termini e condizioni etiche, gli Stati dovrebbero governare le tecnologie emergenti per il bene comune.
Entrambi gli esempi illustrano il punto di vista di Francesco sulla concentrazione squilibrata del potere in particolari settori economici. In effetti, in questo spirito, il Papa ha sempre giustamente sottolineato i problemi del settore finanziario, che può essere estrattivo e alimentare se stesso piuttosto che l’economia reale. «Rinunciare a investire nelle persone, per ottenere un maggior profitto immediato, è un pessimo affare per la società», scrive nella Laudato si’ (128).
Queste considerazioni suggeriscono che le caratteristiche delle partnership – parassitarie, mutualistiche, simbiotiche – devono essere considerate nel processo del bene comune, dove l’intelligenza collettiva e la collaborazione sono fondamentali. Così come le metriche ESG della sostenibilità aiutano le aziende a rendicontare le loro azioni intra-organizzative, il bene comune richiede metriche per rendicontare le azioni inter-organizzative. Pertanto, il bene comune richiede una visione ampia dell’intero “ecosistema” della collaborazione. Scomponendo questi punti, si può affermare che gli attributi chiave del bene comune sono l’intensa collaborazione e l’intelligenza collettiva, la co-creazione dell’obiettivo, una progettazione realmente collaborativa di come raggiungere l’obiettivo e la condivisione di rischi e ricompense. Ecco perché l’approccio orientato alla missione della politica industriale e dell’innovazione è estremamente utile per l’approccio al bene comune, in quanto si concentra su un obiettivo chiaro, fissato da un governo, un’agenzia o un organismo internazionale, che richiede un’intensa collaborazione pubblica e privata (e di altro tipo) per “raggiungerlo”. Il processo è caratterizzato da tentativi ed errori, creando una dinamica tesa tra una direzione chiara e la possibilità di sperimentare dal basso verso l’alto.
In sintesi, è necessario portare al tavolo diverse voci per discutere di cosa significhi raggiungere una direzione di crescita più inclusiva, equa, giusta e sostenibile. Naturalmente, dobbiamo chiederci: giustizia secondo chi? Le risposte devono includere le voci dei più emarginati, sia che si tratti di comunità indigene, sia che si tratti di donne e persone di colore che sono state escluse dal processo di decisione su “cosa fare”. Il bene comune è un obiettivo da raggiungere insieme. Pone l’accento sul come e sul cosa. Offre l’opportunità di promuovere la compassione e la solidarietà umana, la condivisione delle conoscenze e l’apprendimento lungo il percorso per raggiungere gli obiettivi e difendere la qualità della vita su una terra interconnessa.
*Economista dell’innovazione, fondatrice e direttrice dell’Istituto per l’innovazione e la finalità pubblica dell’University College di Londra
Liberare le enormi potenzialità del Paese - bloccato in un immobilismo spesso condito dalla sfiducia - e rimettere le energie in movimento verso cinque direttrici. «Investire il futuro, prima le persone, contro la disuguaglianza demotivante, l'ecosistema della singolarità, la nuova cornice del bene comune della sostenibilità»: eccoli i cinque punti per liberare generatività indicati nel primo rapporto Italia Generativa, curato dal Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies dell'Università Cattolica con il sostegno di Fondazione Unipolis, e promosso da Associazione Comm.on, Generatività.it e Alleanza per la Generatività Sociale, presentato ieri al Senato. L’esame del contesto italiano, con il suo dinamismo sociale ed economico, e la comparazione con i Paesi europei conferma - questo l’obiettivo del rapporto - che ci sono aree di opportunità che vanno colte, anche cercando di capire come superare il blocco dello sviluppo all’interno della società italiana. Come? Lungo le direttrici relazionali di intergenerazionalità, complessità e contribuzione, i cui esiti sono già evidenziati nel titolo scelto: Italia in surplace. Dalla dispersione intergenerazionale all’ecosistema generativo.
L’immagine
che emerge è quella di un Paese che ha competenze e capacità, ma concentrato
nel rimanere in equilibrio sul posto, piuttosto che nel lanciarsi verso il
futuro che lo attende, vanificando così la propria forza, in cui gran parte
delle energie - pubbliche e private - sono impegnate nel tentativo di
conservare la posizione, più che a costruire un domani migliore, soprattutto
per i giovani. Da qui la necessità di fare uno scatto in avanti, concentrandosi
sulle «vere priorità». Che, per i curatori del rapporto, partono innanzitutto
dalla necessità di “investire il futuro”, cioè di tornare ad «ricoprire di
valore» il domani - spiega il sociologo della Cattolica Mauro Magatti - che
invita a «rimettere al centro delle logiche il tema del futuro», investendo sul
livello di fiducia e impostando un modello di sviluppo orientato alla
sostenibilità e digitalizzazione. La seconda mossa è quella di focalizzarsi
sulle persone, che vuol dire lavorare sul calo demografico, ritardi educativi,
gestione non positiva del fenomeno delle migrazioni. «Lo sviluppo sostenibile è
possibile infatti - continua Magatti - solo partendo dalle persone, senza
retorica però. Altrimenti non c’è futuro». Terza via sono le diseguaglianze che
«generano frustrazione e rabbia», nonostante l’ingente investimento in spesa
sociale del Paese. Alla logica dell’assistenza, perciò, nel welfare va
sostituita la capacità generativa. Quarto punto è l’ecosistema della
singolarità, ovvero riconoscere le peculiarità del nostro sistema produttivo,
«correggendo i difetti e sostenendo i pregi». Quinto punto, non per importanza,
il bene comune della sostenibilità. «Questo tema può essere - dice alla fine il
sociologo - la leva per ridefinire il bene comune e aprire un nuovo ciclo in
cui non basta cogliere le opportunità, ma serve crearne nuove, orientate allo
sviluppo integrale».
La
novità del metodo viene sottolineata dal presidente di Fondazione Unipolis,
Pierluigi Stefanini, per cui «proprio l’approccio trasformativo è essenziale,
altrimenti come Paese non ce la facciamo». In questo investimento sul futuro,
così il Pnrr diventa «occasione irripetibile - continua - se sappiamo dare una
risposta integrata ai problemi, dentro una cornice di sviluppo sostenibile».
Tuttavia se davanti si ha una strada breve, spiega il presidente Istat Gian
Carlo Blangiardo, «si vive alla giornata perché se non c’è una prospettiva di
ritorno non si investe. Ci stiamo giocando il futuro, se non invertiamo il
trend demografico».Se però si mobilitano le energie, come suggerisce il rapporto
- aggiunge il presidente del Cnel Tiziano Treu - occorre «orientarle con
politiche ordinate, suggerimenti pratici e indicazioni precise. Soprattutto
adesso che abbiamo una strada tracciata come quella del Pnrr». Riprende la
metafora del ciclista in surplace usata nel rapporto il presidente di Ifel
Alessandro Canelli, «ma il ciclista è in crisi psicologica. Investire però
energie e fiducia per riguardare insieme i nostri territori può essere il modo
per favorire una maggiore coesione.