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domenica 24 maggio 2026

CARLO PETRINI

 


'Petrini parlava

 la stessa lingua

 di Francesco'

 

Ci mancherà  l’instancabile organizzatore,

 
e l’uomo di cultura capace di elaborare una visione originale 

sul ruolo dell’alimentazione, 

molto prima che questo diventasse un argomento «di moda».
 

di Luigi Ciotti

Persino nel mondo di oggi, in cui molta parte delle nostre attività è mediata dalla tecnologia, nutrirsi è rimasto un gesto che ci mette in relazione diretta e necessaria con la natura. Per questo Carlo aveva capito quanto fosse rilevante la cosa e il come mangiamo. Nell’attenzione verso il cibo, verso la sua qualità e la qualità del rapporto che lega produttori, consumatori e ambiente, ha sintetizzato una visione dell’ecologia integrale come cornice di vita e di senso necessaria per gli esseri umani. 

È in questo comune sentire che ha messo radici l’affinità, poi diventata stretta amicizia, con Papa Francesco. Non a caso gli fu chiesto di elaborare una Guida alla lettura dell’enciclica Laudato Sì, proprio a lui che non era credente, ma credeva profondamente nella missione che aveva scelto, e restava animato dalla fiducia incrollabile di riuscire a convincere e coinvolgere tanti altri. 

«È la gioia di poter credere in un cambiamento rivoluzionario, e in una nuova umanità», scriveva Carlo nel commento al testo del Papa, riconoscendosi in particolare nel suo richiamo «a coltivare e custodire», ripreso dalla Genesi, come «un rimando a qualcosa di antico e di ancestrale, che ci chiede sin dall’inizio dei giorni di vivere con equilibrio la nostra natura più profonda di esseri umani», ma anche come «un impegno rivoluzionario per il futuro». 

«Rivoluzione» era una parola che ritornava spesso nei suoi discorsi, e che in gioventù aveva forse inteso in un senso più letterale, come lo stravolgimento dell’ordine costituito là dove era diventato un ordine oppressivo, fondato sullo sfruttamento dei deboli. Ma era poi maturata in una visione giocata sulla prossimità, la gradualità e l’educazione. Un’aspirazione a cambiare il mondo una zolla di terra dopo l’altra, un contadino, una tavola, un mercato alla volta. 

Da qui era nato anche il sogno dell’Università del Gusto, che aveva scelto di aprire a Pollenzo, per radicarla in una terra fertile e conosciuta. E il suo capolavoro: il progetto Terra Madre

 Quante cose ci ha insegnato Carlo Petrini! Praticandole, non predicandole. Perché era un uomo di poche risposte e molte domande. E di coerenza assoluta fra parole e azioni. 

Nel promuovere la sacralità del cibo ha sempre difeso la sacralità della vita. La libertà e dignità della vita, in tutte le sue forme e contro tutti gli abusi, a partire da quelli del capitalismo predatorio che ci ha insegnato a riconoscere dietro le maschere accattivanti. 

Anche se non aveva un riferimento religioso, ho sempre pensato che questo suo amore per i frutti del creato, per il cibo come nutrimento non solo del corpo, ma dell’anima e dei rapporti fra le persone, avesse in sé qualcosa di intrinsecamente spirituale. Esiste un’energia profonda, una «spiritualità laica», che spinge ogni persona umana a farsi custode della dignità altrui e così manifestare la sua «bellezza». 

La sua voce e quella di Papa Francesco si sono intrecciate più volte per ribadire che la difesa della biodiversità e la lotta contro lo scarto non sono semplici opzioni, ma imperativi morali per la sopravvivenza della specie umana. E che si può lavorare insieme, credenti e non, per resistere alle tante forme di barbarie della società dell’ipermercato. 

Mi porto dietro le ultime parole che mi ha sussurrato pochi giorni fa, quando sono andato a salutarlo. «Luigi, io l’ho detto a Papa Francesco che non ero credente, ma lui mi ha risposto che comunque avrebbe pregato sempre per me. E allora io ti chiedo: prega anche tu per me, perché lo so che sto morendo».

L’ho fatto naturalmente. Pregherò per lui e per chi raccoglie la sua eredità, il suo potente messaggio. E cioè che ogni gesto quotidiano — dalla scelta di ciò che mangiamo al modo in cui trattiamo chi produce il nostro cibo — diventa un atto di resistenza e di costruzione collettiva. È attraverso questa dedizione ostinata, fatta di riflessione intellettuale e concretezza contadina, che è possibile seminare giustizia in un mondo che sembra aver smarrito il senso del limite e il valore fondamentale della cura. 


Fonte: La Stampa

Alzogliocchiversoilcielo

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martedì 28 aprile 2026

ECOLOGIA INTEGRALE IN FAMIGLIA

 


Un documento

 vaticano per 

"vivere l'ecologia

 integrale 

in famiglia"




I Dicasteri per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale 

e per i Laici, la famiglia e la vita pubblicano un testo congiunto

 per aiutare a 

"trasmettere in famiglia la cura Creato e della vita umana"

Vatican News

"L’Ecologia integrale nella vita della famiglia" è il titolo del Documento realizzato congiuntamente dai Dicasteri per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (Dssui) e per i Laici, la famiglia e la vita (Dlfv) per "trasmettere in famiglia la cura Creato e della vita umana".

Un comunicato informa che teologi, consulenti e coppie sposate sono stati coinvolti nella stesura del testo, concepito per accogliere gli appelli dei Papi Francesco e Leone XIV ad ascoltare il grido dei poveri e della Terra e a offrire una risposta concreta, mettendo in pratica gli insegnamenti dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia e dell’enciclica Laudato si’.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO



Terreno fertile per la società

"I valori che prendono forma e crescono nella famiglia costituiscono il terreno fertile da cui scaturisce la vita della società. Le famiglie sono quindi fondamentali per sviluppare e trasmettere il valore della cura della nostra casa comune e di ogni persona", scrivono nella presentazione i cardinali Michael Czerny e Kevin Farrell, prefetti dei due Dicasteri.

"Molte famiglie - continuano i due porporati - vivono già questa vocazione con cuore aperto e con la speranza che è Cristo Gesù.

In famiglia si imparano il dono di sé, la pazienza e la dedizione, l’accoglienza e la tutela della vita, affinché possa fiorire e svilupparsi pienamente; così come la complementarità e la reciprocità, lo scambio intergenerazionale e la solidarietà con altre famiglie, insieme alla trasmissione di conoscenze e tradizioni".

Spunti e riflessioni

Il Documento propone spunti utili alle famiglie, ai gruppi ecclesiali e ai singoli lettori per far fronte alle sfide ambientali attuali e per promuovere lo sviluppo integrale di ogni persona.

La prima parte raccoglie concetti fondamentali basati sugli scritti più significativi di Papa Francesco; la seconda contiene capitoli tematici che riflettono sette obiettivi tratti dalla Laudato si’ sull’ascolto del grido della terra, dei poveri e dei vulnerabili, sulla promozione dell’economia ecologica, sull’adozione di stili di vita ad hoc, su ecologia integrale e istruzione, sulla spiritualità ecologica in una prospettiva familiare e sulle famiglie che partecipano alla vita comunitaria.

Ogni capitolo sviluppa spiegazioni, implicazioni, domande e azioni concrete. "L'Ecologia integrale nella vita della famiglia" è disponibile gratuitamente in cinque lingue sui siti web ufficiali dei due Dicasteri.

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venerdì 3 ottobre 2025

IL GIULLARE DI DIO



San Francesco, complesso e radicale.

 Ecco perché ha senso prenderlo a modello

 Dal 2026 il 4 ottobre tornerà festa nazionale 

per ricordare un uomo che nutre 

il nostro immaginario collettivo da secoli.

 

-         Vito Mancuso

Che cosa in realtà festeggeremo il 4 ottobre di ogni anno celebrando a partire dall'anno prossimo la memoria di san Francesco d'Assisi trasformata in festa nazionale? La figura di questo popolarissimo santo, infatti, è ben lungi dall'avere la medesima interpretazione. 

Da un lato fu il primo nella storia a ricevere le stigmate e come tale è il simbolo del dolore di Cristo; dall'altro venne soprannominato "il giullare di Dio" già dai suoi contemporanei e come tale è diventato il simbolo altrettanto efficace della gioia spirituale che rasenta la pazzia. 

Da un lato fu un ribelle intransigente alle regole dell'economia, della politica e del potere alla base di questo mondo; dall'altro fu estremamente obbediente alla Chiesa e ai suoi ministri insegnando ai frati ad applicare scrupolosamente la medesima sottomissione. 

Da un lato superò l'antropocentrismo per il suo amore verso la natura e le prediche agli uccelli; dall'altro nella sua laude detta Cantico delle creature o di Frate Sole non nomina neppure un animale. 

Da un lato dimostra una cultura elementare e un uso del latino spesso imperfetto; dall'altro compone una delle poesie più belle e più amate della letteratura italiana. 

Da un lato disprezza i libri e lo studio mettendo in guardia i suoi frati dal dedicarvisi; dall'altro è all'origine di un ordine religioso da cui presto nasceranno alcuni tra i più acuti teologi e filosofi del tempo quali Alessandro di Hales, Ruggero Bacone, Roberto Grossatesta, Bonaventura, Duns Scoto, e Guglielmo di Occam dalla logica implacabile tramite il suo cosiddetto "rasoio". 

Da un lato si recò amichevolmente dal sultano d'Egitto dando vita a uno dei primi episodi del dialogo interreligioso, tant'è che Assisi è diventata la patria dell'ecumenismo e del pacifismo; dall'altro il suo ordine fu tra i più zelanti nel perseguitare gli eretici rivaleggiando con l'ordine dei domenicani nel sostenere la Santa Inquisizione, tant'è che Dostoevskij vestì il suo Grande Inquisitore non con l'abito cardinalizio ma con un saio. 

Da un lato il governo fascista ne promosse la memoria e D'Annunzio lo proclamò «il più italiano dei santi e il più santo degli italiani»; dall'altro la sinistra vede in lui il padre dell'ecologia e della lotta contro le ingiustizie, con la teologia della liberazione sudamericana che l'ha assunto quale modello e con papa Bergoglio che decise di chiamarsi proprio come lui. Chi fu quindi veramente Francesco d'Assisi, figlio di Pietro di Bernardone, un mercante che aveva scelto di chiamarlo così (e non Giovanni come voleva la moglie) per onorare i suoi affari con la Francia? 

Come per altri grandi personaggi del passato a partire da Gesù, la domanda sulla vera identità di san Francesco, e di conseguenza sul vero oggetto della festa nazionale, è destinata a rimanere senza una risposta definitiva. Il motivo è la situazione delle fonti francescane, cioè di quella ventina di opere sulle vicende biografiche di Francesco composte nei decenni successivi alla sua morte le quali presentano palesi difformità e vere e proprie contraddizioni. Lo mise in luce per primo lo storico francese Paul Sabatier con la sua Vita di San Francesco del 1894, dando origine alla cosiddetta "questione francescana" e subendo il subitaneo inserimento nel famigerato Indice dei libri proibiti della Chiesa cattolica. Ma i problemi non si risolvono con la censura e la violenza, e infatti a distanza di oltre un secolo la questione sollevata da Sabatier rimane del tutto intatta. Non a caso Alessandro Barbero nel suo recente libro su san Francesco pubblicato da Laterza ha scelto di non presentare "la" biografia del santo, ma di analizzare sette diverse versioni della sua vita, affermando all'inizio: «Certamente non mi illudo di essermi avvicinato più di altri a stanare il "vero" Francesco»; e concludendo alla fine: «L'enorme sforzo profuso dall'Ordine francescano per conservare la memoria di Francesco ha finito per creare non tanto il ricordo di un uomo veramente esistito, quanto un personaggio dell'immaginario collettivo». 

In questa società che vive sempre più di immagini individuali prodotte artificialmente dalla potentissima industria dell'intrattenimento, l'immaginario collettivo è molto importante e va nutrito, se non vogliamo perdere del tutto il fatto di essere una collettività, una società, forse addirittura una civiltà. E che tale immaginario collettivo venga nutrito tramite la figura di Francesco d'Assisi è una scelta, a mio avviso, assai felice, perché in questo mondo dove tutto sembra sottoposto alla logica del denaro e del potere, la figura di questo santo testimonia da otto secoli che l'esistenza umana si compie davvero quando vive onestamente in funzione di qualcosa di più grande di sé e di più grande del potere. 

Il punto di svolta nella sua vita fu l'incontro con la povertà più sconvolgente, quella dei lebbrosi. In un imprecisato giorno d'autunno del 1205 Francesco, allora ventiquattrenne, vide un lebbroso, scese da cavallo e lo baciò. Il risultato fu un radicale cambiamento interiore, descritto così nel suo Testamento del 1226: «E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo». Dicendo «uscire dal mondo» Francesco intendeva l'ingresso nella vita religiosa, ma, come ha scritto padre Balducci, egli «in realtà entrò nel mondo proprio nel momento che ne uscì». È nell'incontro con il dolore, infatti, che si attua la più profonda e più autentica comunione con la realtà che chiamiamo mondo. Prendersi cura del dolore e delle sue vittime produce quell'inaspettato cambiamento dell'intenzione del cuore e dello sguardo sul mondo che porta a riconoscere ciò che veramente conta nella vita e ad abbandonare le futilità. Ma c'è un incredibile paradosso: che la presa in carico del dolore produce in chi la compie l'opposto, cioè il sorgere della gioia. Per questo Francesco prescrisse nella Regola non bollata del 1221: «E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all'esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente allegri». Penso sia precisamente questa stretta connessione tra dolore e vera gioia la prospettiva da cui emerge la preziosità di san Francesco e della sua festa per chiunque abbia ancora fiducia nell'umanità e nella sua capacità di bene.

La Stampa

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martedì 29 ottobre 2024

LE DUE TRANSIZIONI


 Digitale e green,

 è gemella

 la transizione

 che ci porta nel futuro


Ne ha parlato Antonio Corda, legal affairs, external affairs & corporate communication director, Vodafone Italia, alla presentazione "Digitale e transizione ecologica: l'opinione degli italiani”, ricerca di Vodafone, curata da Youtrend. Secondo lo studio per oltre il 70% degli italiani è importante puntare sulla twin transition

di Alessio Nisi

La digitalizzazione è generalmente considerata un processo importante nella vita quotidiana: sette italiani su dieci affermano che l’introduzione di tecnologie digitali è molto o abbastanza importante per la loro vita di tutti i giorni. Una percezione questa particolarmente forte tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni (80%) e che diminuisce progressivamente nelle fasce anagrafiche successive, pur rimanendo significativa: il 75% tra i 35-49 anni, 76% tra i 50-64 anni e 59% tra chi ha 65 anni o più.

La gran parte degli italiani ha presente quanto siano importanti la transizione ecologica e quella digitale. Pochi però pensano che queste due transizioni possano, anzi debbano, andare assieme. Sono transizioni convergenti, non esiste una senza l’altra

La transizione gemella

Se da parte c’è una consapevolezza consolidata sui temi della transizione ecologica e della digitalizzazione (per il 61% del campione è completamente o abbastanza chiaro cosa significhi “transizione ecologica” e per il 70% cosa sia la digitalizzazione), è però ancora scarsa la conoscenza su cosa sia la transizione gemella (solo per il 17% è completamente o abbastanza chiara la definizione).

Però, una volta spiegato il suo significato, il 76% del campione afferma di considerarla un elemento importante. Un dato in linea con quanto rilevato per la transizione ecologica, ritenuta importante dal 74% degli italiani, e per la digitalizzazione, considerata rilevante dal 76%.

Lo studio

Sono alcuni dei risultati dell’indagine Vodafone – YoutrendDigitale e transizione ecologica: l’opinione degli italiani.

Lo studio ha analizzato la sensibilità degli italiani su questi temi e su quali fronti e settori è importante agire per raggiungere un’autentica transizione digitale ed ecologica. Il suo obiettivo? Indagare in profondità la conoscenza, la consapevolezza e il parere degli italiani sulla transizione gemella, definizione coniata dall’Unione europea per descrivere la strategia che integra la transizione ecologica e quella digitale per affrontare le sfide del contemporaneo.

 Chi deve coprire i costi?

Lo studio indaga anche che cosa pensano gli italiani su come realizzare la transizione ecologica dell’economia. Ebbene, il 40% degli italiani vorrebbe leggi più severe contro l’inquinamento, il 25% invece ritiene necessario piantare più alberi, mentre per il 13% la digitalizzazione delle imprese e dei processi industriali è la soluzione migliore.

Sempre per quanto riguarda le azioni per la transizione ecologica, il 62% afferma che sono le istituzioni (governi e Unione Europea) a dover coprire i costi della transizione gemella.

Antonio Corda, legal affairs, external affairs & corporate communication director, Vodafone Italia

Una sfida che coinvolge tutti

Per Antonio Corda, legal affairs, external affairs & corporate communication director, Vodafone Italia, «la transizione digitale e quella ecologica, se affrontate con successo, renderanno più competitivo il nostro Paese, garantendoci un futuro sostenibile e inclusivo. È una sfida che coinvolge tutti, cittadini, aziende e istituzioni».

Un momento della presentazione dell’indagine Vodafone-YouTrend “Digitale e transizione ecologica: l’opinione degli italiani”

I cittadini. In particolare, aggiunge, «anche i cittadini giocano un ruolo centrale, sia come consumatori che come promotori del cambiamento, grazie a comportamenti e scelte di acquisto sempre più consapevoli e sostenibili».

Non si può pensare di raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile lavorando in modo individuale, ma solo agendo in una logica di sistema


Le istituzioni. Fondamentale, sostiene Corda, «il dialogo con le istituzioni: abbiamo bisogno di politiche che sostengano e favoriscano investimenti in innovazione tecnologica sostenibile. Solo attraverso un’azione collettiva e integrata possiamo garantire progresso tecnologico e tutela dell’ambiente».

Il Terzo settore, in questo quadro, può avere un ruolo importante nell’educare, formare e far conoscere. Penso però anche a progetti in cui si coniuga l’impegno nella transizione ecologica e sociale

Digitale, elemento abilitante

Spesso, sottolinea sempre Corda, «si sente parlare di transizione ecologica e digitale come realtà separate. Sono invece convergenti. Non si può avere una reale transizione ecologica senza il digitale, come elemento abilitante. Il digitale deve essere sostenibile».

Importante, ma poco conosciuto

La ricerca, mette in evidenza Lorenzo Pregliascofounding partner di Youtrend, «che la scarsa conoscenza di un tema o di un processo non si traduce necessariamente in una sua bassa rilevanza per l’opinione pubblica. È il caso della transizione gemella: un termine chiaro solo per il 17% degli italiani, ma considerato importante dal 76% una volta spiegato».

La dualità della transizione

Questa ricerca, aggiunge, «fa emergere aspetti interessanti sulla dualità di questa transizione. Abbiamo analizzato l’impatto relativo delle componenti della transizione digitale e di quella ecologica nei diversi settori economici, evidenziando come la percezione della loro importanza vari significativamente. Ad esempio, la transizione digitale domina nelle telecomunicazioni, mentre quella ecologica è più sentita in altri settori. È comunque indubbio che gli italiani riconoscano l’importanza di entrambe le transizioni: il 74% ritiene importante agire sulla transizione ecologica, e il 76% dà la stessa rilevanza a quella digitale».

Vita

 

domenica 27 ottobre 2024

DALLA PARTE DEL SUOLO

 


L’ECOSISTEMA INVISIBILE

 

In uno strato sottilissimo di terra c’è la più alta densità vitale del pianeta. Il suolo è un ecosistema unico nel suo genere, di cui continuiamo a ignorare la bellezza. È anche quello più altruista, che permette di sopravvivere a tutto ciò che sta sopra. Eppure, noi lo maltrattiamo, avveleniamo, distruggiamo. Per fermare al più presto il suo consumo, serve riscoprire la meraviglia sotto i nostri piedi. Tornare a prendersi cura della terra, per salvare noi stessi insieme a lei.

Il suolo è sotto attacco da innumerevoli fronti: cemento, asfalto, microplastiche, pesticidi, liquami zootecnici, erosione e incendi. Sono colpi che feriscono a morte l’ecosistema più fragile e vitale sulla faccia del pianeta. Grande regolatore climatico e custode di un terzo della biodiversità terrestre in appena trenta centimetri di spessore, il suolo è infatti l’habitat di miliardi di esseri viventi che consentono alle piante di sopravvivere, oltre che una riserva preziosissima d’acqua e la fonte del 95% di tutto il cibo e del 99% delle calorie assunte da animali e umani. Ma di tutto questo non c’è traccia nel discorso pubblico, nei corsi scolastici, nei programmi politici, nei piani e nelle leggi urbanistiche. Il suolo continua a essere invisibile, considerato solo una superficie da irrorare di sostanze chimiche o soffocare a furia di villette, autostrade e capannoni. E così alla terra che calpestiamo non viene riconosciuto il suo status di corpo vivente, natura non rinnovabile e non resiliente, dato che richiede 2000 anni per crescere di soli 10 cm. Fuori dell’agenda dei beni comuni, il suolo rimane un prodotto di mercato, una risorsa da consumare senza scrupoli, con conseguenze drammatiche per l’ambiente e noi tutti.

Paolo Pileri ci guida alla scoperta della straordinaria ricchezza ecologica del suolo, della sua incredibile generosità e dei suoi benefici, additando chi ha l’ardire e l’ingratitudine di fargli male: logistica, agricoltura intensiva, inquinanti, cave, guerre, incentivi edilizi, piste da sci, parchi solari, piani urbanistici e altro ancora. Animato da una sincera passione ambientalista, questo libro ci aiuta a capire che cos’è davvero il suolo, per prendere parte attiva alla sua difesa e imparare a porre le domande giuste a tutti quei tecnici, amministratori e urbanisti che avallano il suo consumo, spesso camuffato da sostenibilità. Un libro, insomma, per dare voce alla terra e invitare il lettore a stare dalla parte del suolo. Nella crisi ecologica attuale, è questa l’unica parte che possiamo permetterci.

 

*Paolo Pileri insegna Usi del suolo ed effetti ambientali al Politecnico di Milano. Si occupa, oltre che di suolo e del suo consumo, anche di pianificazione di linee lente ciclabili e camminabili. È membro scientifico del rapporto nazionale sul consumo di suolo di ISPRA e ideatore del progetto di territorio VENTO, la dorsale cicloturistica tra Venezia e Torino. Tra i suoi libri: 100 parole per salvare il suolo (2018); Progettare la lentezza (2020); L’intelligenza del suolo (2022); Piazze scolastiche (con C. Renzoni e P. Savoldi, 2022);Urbanistica fragile (con R. Moscarelli, 2022).

 

Paolo Pilieri, Dalla parte del suolo

Edizioni Laterza 

Edizione: 2024, III rist. 2024

Pagine: 168

Collana: i Robinson / Letture

ISBN carta: 9788858155387

ISBN digitale: 9788858156339

 

 

 

sabato 28 ottobre 2023

PER UN'ECOLOGIA DEL CUORE

 Il Vangelo

 delle briciole

 

         di José Tolentino Mendonça

 

Abbiamo bisogno di un’ecologia del cuore che ci renda consapevoli di come gli esseri sono in connessione tra di loro.

 Abbiamo bisogno di diventare persone capaci di cura, praticando una responsabilità operativa nei riguardi di ciò che è comune, e non soltanto di quel che è nostro. Abbiamo bisogno di ascoltare i gemiti della terra così come ascoltiamo i gemiti del nostro corpo. Abbiamo bisogno di coltivare il fragile e fremente ruggito che pulsa in ogni vivente e acquista forza quando si sente riconosciuto e rassicurato. Abbiamo bisogno di uno sguardo che rimanga affascinato da tutte le creature e della capacità di integrarle nella grande e plurale danza della vita che sempre ci supera.

 Abbiamo bisogno di un’arte del riciclo, che ci insegni a dare una seconda opportunità alle cose che buttiamo via con tanta facilità.

 Abbiamo bisogno di un paziente impegno a trasformare, riconvertire, rammendare, riparare, risignificare, invece della nostra dispendiosa corsa ai consumi. Abbiamo bisogno di accettare il limite, di riconoscere che è già sufficiente e di fermarci, di far dipendere di meno la nostra soddisfazione dai falsi bisogni o dai nostri egoistici interessi, di pensare non solo a noi stessi e al mondo come siamo adesso, ma all’eco che ancora riverbererà per molto tempo dopo. Abbiamo bisogno di guardare al di là del nostro piccolo mondo per allargare lo sguardo oltre l'orizzonte, verso il futuro che viene.

 Abbiamo bisogno di capire che c’è una continuità fra il tetto che ci mette al riparo e la grande cupola terrestre, tra la nostra casa e la casa comune, tra il bene proprio e il bene di tutti.

 

www.avvenire.it

mercoledì 4 ottobre 2023

LAUDATE DEUM

 
Il grido del Papa 

per una risposta 

alla crisi climatica

Pubblicata l’esortazione apostolica di Francesco che specifica e completa l’enciclica del 2015: non reagiamo abbastanza, siamo vicini al punto di rottura. Critiche ai negazionisti: indubitabile l’origine umana del riscaldamento globale. L’impegno per la cura della casa comune scaturisce dalla fede cristiana

 «“Lodate Dio” è il nome di questa lettera. Perché un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso». Con queste parole si conclude la nuova esortazione apostolica di Papa Francesco, pubblicata il 4 ottobre, festa del Santo di Assisi. Un testo in continuità con la più ampia enciclica Laudato si’ del 2015. In 6 capitoli e 73 paragrafi il Successore di Pietro intende specificare e completare quanto già affermato nel precedente testo sull’ecologia integrale, e al tempo stesso lanciare un allarme e una chiamata alla corresponsabilità di fronte all’emergenza del cambiamento climatico, prima che sia troppo tardi. L’esortazione guarda in particolare alla COP28 che si terrà a Dubai tra fine novembre e inizi di dicembre. Il Pontefice scrive: «Con il passare del tempo, mi rendo conto che non reagiamo abbastanza, poiché il mondo che ci accoglie si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura» e «non c’è dubbio che l’impatto del cambiamento climatico danneggerà sempre più la vita di molte persone e famiglie» (2). È una «delle principali sfide che la società e la comunità globale devono affrontare» e «gli effetti del cambiamento climatico sono subiti dalle persone più vulnerabili, sia in patria che nel mondo» (3).

 I segni del cambio climatico sempre più evidenti

Il primo capitolo è dedicato alla crisi climatica globale. «Per quanto si cerchi di negarli, nasconderli, dissimularli o relativizzarli, i segni del cambiamento climatico sono lì, sempre più evidenti» spiega il Papa. Che osserva come «negli ultimi anni abbiamo assistito a fenomeni estremi, frequenti periodi di caldo anomalo, siccità e altri lamenti della terra», una «malattia silenziosa che colpisce tutti noi». Inoltre Francesco afferma: «è verificabile che alcuni cambiamenti climatici indotti dall’uomo aumentano significativamente la probabilità di eventi estremi più frequenti e più intensi». Il Pontefice, dopo aver ricordato che se si superano i 2 gradi di aumento della temperatura «le calotte glaciali della Groenlandia e di gran parte dell’Antartide si scioglieranno completamente, con conseguenze enormi e molto gravi per tutti» (5), a proposito di chi minimizza il cambiamento climatico, risponde: «quello a cui stiamo assistendo ora è un’insolita accelerazione del riscaldamento, con una velocità tale che basta una sola generazione – non secoli o millenni – per accorgersene». «Probabilmente tra pochi anni molte popolazioni dovranno spostare le loro case a causa di questi eventi» (6). Anche i freddi estremi sono «espressioni alternative della stessa causa» (7).

 La colpa non è dei poveri

«Nel tentativo di semplificare la realtà - scrive Francesco - non mancano coloro che incolpano i poveri di avere troppi figli e cercano di risolvere il problema mutilando le donne dei Paesi meno sviluppati. Come al solito, sembrerebbe che la colpa sia dei poveri. Ma la realtà è che una bassa percentuale più ricca della popolazione mondiale inquina di più rispetto al 50% di quella più povera e che le emissioni pro capite dei Paesi più ricchi sono di molto superiori a quelle dei più poveri. Come dimenticare che l’Africa, che ospita più della metà delle persone più povere del mondo, è responsabile solo di una minima parte delle emissioni storiche?» (9).

 Il Papa mette a tema anche la posizione di chi dice che gli sforzi per mitigare il cambiamento climatico riducendo l’uso di combustibili fossili «porteranno a una riduzione dei posti di lavoro». Ciò che sta accadendo, in realtà «è che milioni di persone perdono il lavoro a causa delle varie conseguenze del cambiamento climatico: l’innalzamento del livello del mare, la siccità e molti altri fenomeni che colpiscono il pianeta hanno lasciato parecchia gente alla deriva». Mentre «la transizione verso forme di energia rinnovabile, ben gestita» è in grado «di generare innumerevoli posti di lavoro in diversi settori. Per questo è necessario che i politici e gli imprenditori se ne occupino subito» (10).

 Indubitabile origine umana

«L’origine umana – “antropica” – del cambiamento climatico non può più essere messa in dubbio» afferma Francesco. «La concentrazione dei gas serra nell’atmosfera... è rimasta stabile fino al XIX secolo... Negli ultimi cinquant’anni l’aumento ha subito una forte accelerazione» (11). Allo stesso tempo la temperatura «è aumentata a una velocità inedita, senza precedenti negli ultimi duemila anni. In questo periodo la tendenza è stata di un riscaldamento di 0,15 gradi centigradi per decennio, il doppio rispetto agli ultimi 150 anni... A questo ritmo, solo tra dieci anni raggiungeremo il limite massimo globale auspicabile di 1,5 gradi centigradi» (12). Con conseguente acidificazione dei mari e scioglimento dei ghiacci. La coincidenza fra questi eventi e la crescita di emissioni di gas serra «non può essere nascosta. La stragrande maggioranza degli studiosi del clima sostiene questa correlazione e solo una minima percentuale di essi tenta di negare tale evidenza». Purtroppo, osserva amaramente il Pontefice, «la crisi climatica non è propriamente una questione che interessi alle grandi potenze economiche, che si preoccupano di ottenere il massimo profitto al minor costo e nel minor tempo possibili» (13).

 Siamo appena in tempo per evitare danni più drammatici

«Sono costretto - continua Francesco - a fare queste precisazioni, che possono sembrare ovvie, a causa di certe opinioni sprezzanti e irragionevoli che trovo anche all’interno della Chiesa cattolica. Ma non possiamo più dubitare che la ragione dell’insolita velocità di così pericolosi cambiamenti sia un fatto innegabile: gli enormi sviluppi connessi allo sfrenato intervento umano sulla natura» (14). Purtroppo alcune manifestazioni di questa crisi climatica sono già irreversibili per almeno centinaia di anni, mentre «lo scioglimento dei poli non può essere invertito per centinaia o migliaia di anni» (16). Siamo dunque appena in tempo per evitare danni ancora più drammatici. Il Papa scrive che «alcune diagnosi apocalittiche sembrano spesso irragionevoli o non sufficientemente fondate», ma «non possiamo dire con certezza» ciò che accadrà (17).  È quindi «urgente una visione più ampia... Non ci viene chiesto nulla di più che una certa responsabilità per l’eredità che lasceremo dietro di noi dopo il nostro passaggio in questo mondo» (18). Ricordando l’esperienza della pandemia di Covid-19 Francesco ripete «Tutto è collegato e nessuno si salva da solo» (19).

 Il paradigma tecnocratico: l’idea di un essere umano senza limiti

Nel secondo capitolo Francesco parla del paradigma tecnocratico che «consiste nel pensare come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia» (20) e «si nutre mostruosamente di sé stesso» (21) basandosi sull’idea di un essere umano senza limiti. «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo... È terribilmente rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità» (23). Purtroppo, come insegna anche la bomba atomica, «l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza» (24). Il Papa ribadisce che «il mondo che ci circonda non è un oggetto di sfruttamento, di uso sfrenato, di ambizione illimitata» (25). Ricorda pure che noi siamo inclusi nella natura, e «ciò esclude l’idea che l’essere umano sia un estraneo, un fattore esterno capace solo di danneggiare l’ambiente. Dev’essere considerato come parte della natura» (26); «i gruppi umani hanno spesso “creato” l’ambiente» (27).

 Decadenza etica del potere: marketing e falsa informazione

Abbiamo compiuto «progressi tecnologici impressionanti e sorprendenti, e non ci rendiamo conto che allo stesso tempo siamo diventati altamente pericolosi, capaci di mettere a repentaglio la vita di molti esseri e la nostra stessa sopravvivenza» (28). «La decadenza etica del potere reale è mascherata dal marketing e dalla falsa informazione, meccanismi utili nelle mani di chi ha maggiori risorse per influenzare l’opinione pubblica attraverso di essi». Grazie a questi meccanismi si convincono gli abitanti delle zone dove si vogliono realizzare progetti inquinanti illudendoli che si potranno generare delle opportunità economiche e occupazionali ma «non viene detto loro chiaramente che in seguito a tale progetto» resterà «una terra devastata» (29) e condizioni di vita molto più sfavorevoli. «La logica del massimo profitto al minimo costo, mascherata da razionalità, progresso e promesse illusorie, rende impossibile qualsiasi sincera preoccupazione per la casa comune e qualsiasi attenzione per la promozione degli scartati della società... Estasiati davanti alle promesse di tanti falsi profeti, i poveri stessi a volte cadono nell’inganno di un mondo che non viene costruito per loro» (31). Esiste «un dominio di coloro che sono nati con migliori condizioni di sviluppo» (32). Francesco li invita a chiedersi, «di fronte ai figli che pagheranno per i danni delle loro azioni», quale sia il senso della loro vita (33).

 Politica internazionale debole

Nel capitolo successivo dell’esortazione il Papa affronta il tema della debolezza della politica internazionale, insistendo sulla necessità di favorire «gli accordi multilaterali tra gli Stati» (34). Spiega che «quando si parla della possibilità di qualche forma di autorità mondiale regolata dal diritto, non necessariamente si deve pensare a un’autorità personale» ma di «organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali». Che «devono essere dotate di una reale autorità per “assicurare” la realizzazione di alcuni obiettivi irrinunciabili» (35). Francesco deplora che «le crisi globali vengano sprecate quando sarebbero l’occasione per apportare cambiamenti salutari. È quello che è successo nella crisi finanziaria del 2007-2008 e che si è ripetuto nella crisi del Covid-19», che hanno portato «maggiore individualismo, minore integrazione, maggiore libertà per i veri potenti, che trovano sempre il modo di uscire indenni» (36). «Più che salvare il vecchio multilateralismo, sembra che oggi la sfida sia quella di riconfigurarlo e ricrearlo alla luce della nuova situazione globale» (37) riconoscendo che tante aggregazioni e organizzazioni della società civile aiutano a compensare le debolezze della Comunità internazionale. Il Papa cita il processo di Ottawa sulle mine antiuomo che mostra come la società civile crea dinamiche efficienti che l’ONU non raggiunge.

 Inutili le istituzioni che preservano i più forti

Quello proposto da Francesco è «un multilateralismo “dal basso” e non semplicemente deciso dalle élite del potere... È auspicabile che ciò accada per quanto riguarda la crisi climatica. Perciò ribadisco che se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e municipale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali» (38). Dopo aver riaffermato il primato della persona umana e sulla difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza, Francesco spiega che «non si tratta di sostituire la politica, perché... le potenze emergenti stanno diventando sempre più rilevanti». «Proprio il fatto che le risposte ai problemi possano venire da qualsiasi Paese, per quanto piccolo, conduce a riconoscere il multilateralismo come una strada inevitabile» (40). È necessario dunque un «quadro diverso per una cooperazione efficace. Non basta pensare agli equilibri di potere, ma anche alla necessità di rispondere alle nuove sfide e di reagire con meccanismi globali». Servono «regole universali ed efficienti» (42). «Tutto ciò presuppone che si attui una nuova procedura per il processo decisionale»; servono «spazi di conversazione, consultazione, arbitrato, risoluzione dei conflitti, supervisione e, in sintesi, una sorta di maggiore “democratizzazione” nella sfera globale, per esprimere e includere le diverse situazioni. Non sarà più utile sostenere istituzioni che preservino i diritti dei più forti senza occuparsi dei diritti di tutti» (43).

 Le conferenze sul clima

Nel capitolo seguente Francesco descrive le diverse conferenze sul clima tenutesi fino ad oggi. Ricorda quella di Parigi, il cui accordo è entrato in vigore nel novembre 2016, ma «pur essendo vincolante, non tutti i requisiti sono obblighi in senso stretto e alcuni di essi lasciano spazio a un’ampia discrezionalità» (47), non sono previste sanzioni vere e proprie per gli obblighi non rispettati e mancano strumenti efficaci per garantirne l'osservanza. E «si sta ancora lavorando per stabilire procedure concrete di monitoraggio e fornire criteri generali per confrontare gli obiettivi dei diversi Paesi» (48). Il Papa accenna alla delusione per la COP di Madrid e ricorda che quella di Glasgow ha rilanciato gli obiettivi di Parigi, con molte “esortazioni”, ma «le proposte volte a garantire una transizione rapida ed efficace verso forme di energia alternativa e meno inquinante non sono riuscite a fare progressi» (49). La COP27 in Egitto del 2022 «è stata un ulteriore esempio della difficoltà dei negoziati» e anche se ha prodotto «almeno un progresso nel consolidamento del sistema di finanziamento per le “perdite e i danni” nei Paesi più colpiti dai disastri climatici» (51) anche su questo molti punti sono rimasti “imprecisi”. I negoziati internazionali «non possono avanzare in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale. Quanti subiranno le conseguenze che noi tentiamo di dissimulare, ricorderanno questa mancanza di coscienza e di responsabilità» (52).

 Cosa ci si aspetta dalla COP di Dubai?

Guardando alla COP28 Francesco scrive che «dire che non bisogna aspettarsi nulla sarebbe autolesionistico, perché significherebbe esporre tutta l’umanità, specialmente i più poveri, ai peggiori impatti del cambiamento climatico» (53). «Non possiamo rinunciare a sognare che la COP28 porti a una decisa accelerazione della transizione energetica, con impegni efficaci che possano essere monitorati in modo permanente. Questa Conferenza può essere un punto di svolta» (54). Il Papa osserva che «la necessaria transizione verso energie pulite... abbandonando i combustibili fossili, non sta procedendo abbastanza velocemente. Di conseguenza, ciò che si sta facendo rischia di essere interpretato solo come un gioco per distrarre» (55). Non si può cercare soltanto un rimedio tecnico ai problemi, «corriamo il rischio di rimanere bloccati nella logica di rattoppare... mentre sotto sotto va avanti un processo di deterioramento che continuiamo ad alimentare» (57).

 Basta ridicolizzare la questione ambientale

Francesco chiede di porre fine «all’irresponsabile presa in giro che presenta la questione come solo ambientale, “verde”, romantica, spesso ridicolizzata per interessi economici. Ammettiamo finalmente che si tratta di un problema umano e sociale in senso ampio e a vari livelli. Per questo si richiede un coinvolgimento di tutti». A proposito delle proteste dei gruppi radicalizzati, il Papa afferma che «essi occupano un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta a ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli» (58). Il Pontefice auspica che dalla COP28 emergano «forme vincolanti di transizione energetica» che siano efficienti, «vincolanti e facilmente monitorabili» (59). «Speriamo che quanti interverranno siano strateghi capaci di pensare al bene comune e al futuro dei loro figli, piuttosto che agli interessi di circostanza di qualche Paese o azienda. Possano così mostrare la nobiltà della politica e non la sua vergogna... Ai potenti oso ripetere questa domanda: “Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?”» (60).

 Un impegno che scaturisce dalla fede cristiana

Infine, il Papa ricorda che le motivazioni di questo impegno scaturiscono dalla fede cristiana, incoraggiando «i fratelli e le sorelle di altre religioni a fare lo stesso» (61). «La visione giudaico-cristiana del mondo sostiene il valore peculiare e centrale dell’essere umano in mezzo al meraviglioso concerto di tutti gli esseri». «Noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile» (67). «Questo non è un prodotto della nostra volontà, ha un’altra origine che si trova alla radice del nostro essere, perché Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda» (68). Ciò che conta, scrive Francesco, è ricordare che «non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali, senza una maturazione del modo di vivere e delle convinzioni sociali, e non ci sono cambiamenti culturali senza cambiamenti nelle persone» (70). «Gli sforzi delle famiglie per inquinare meno, ridurre gli sprechi, consumare in modo oculato, stanno creando una nuova cultura. Il semplice fatto di cambiare le abitudini personali, familiari e comunitarie» contribuisce «a realizzare grandi processi di trasformazione che operano dal profondo della società» (71). Il Pontefice conclude la sua esortazione ricordando che «le emissioni pro capite negli Stati Uniti sono circa il doppio di quelle di un abitante della Cina e circa sette volte maggiori rispetto alla media dei Paesi più poveri». E afferma che «un cambiamento diffuso dello stile di vita irresponsabile legato al modello occidentale avrebbe un impatto significativo a lungo termine. Così, con le indispensabili decisioni politiche, saremmo sulla strada della cura reciproca» (72).

 Vatican News

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “ LAUDATE DEUM “



giovedì 7 settembre 2023

GIORNATA MONDIALE DELL'ALFABETIZZAZIONE



MESSAGGIO 

DI PAPA FRANCESCO

Sua Santità Papa Francesco saluta tutti i partecipanti alla Conferenza Mondiale organizzata presso la sede dell'UNESCO a Parigi, nell'ambito della celebrazione della Giornata Internazionale dell'Alfabetizzazione 2023. Egli esprime inoltre la sua vicinanza a quanti sono coinvolti in varie iniziative a livello regionale, nazionale e locale in tutto il mondo, per celebrare questa importante giornata e per riflettere sul tema che ci è stato proposto quest'anno: «promuovere l'alfabetizzazione per un mondo in transizione: costruire le basi di un'economia sostenibile e pacifica».

 L'insegnamento e l'apprendimento dell'alfabetizzazione hanno un ruolo centrale e primordiale nello sviluppo di ogni persona, nella sua armonica integrazione nella comunità e nella sua partecipazione attiva ed effettiva al progresso della società. La Santa Sede apprezza particolarmente l'azione dell'UNESCO a favore di una alfabetizzazione che, pur rispondendo a esigenze economiche e pratiche, è fondamentalmente finalizzata alla promozione e allo sviluppo dell'uomo all’altezza della sua vocazione personale, sociale e spirituale.

 Le stime sul numero di persone prive delle competenze basilari dell’alfabetizzazione restano ancora allarmanti e ciò rappresenta un ostacolo al pieno sviluppo delle loro potenzialità. Il nostro mondo ha bisogno delle capacità e del contributo di tutti per affrontare al meglio le sfide del nostro tempo. Tra queste sfide, vorrei citarne tre:

 1) Una prima sfida è quella dell’alfabetizzazione per la pace. In un mondo lacerato da conflitti e tensioni, è fondamentale non abituarsi al vocabolario della guerra e della discordia. Man mano che si impara a ferire con armi sempre più ignobili, si può rinunciare a farlo. Come si può ferire una persona, un parente, un amico con parole dure e gesti vendicativi, così si può rinunciare a farlo. Apprendere il lessico della pace significa restituire il valore del dialogo, della pratica della gentilezza e del rispetto dell'altro. «Questo sforzo, vissuto ogni giorno, è capace di creare una sana convivenza che supera le incomprensioni e previene i conflitti… Trasfigura profondamente il modo di vivere, le relazioni sociali e il modo di dibattere e confrontarsi sulle idee. Facilita la ricerca del consenso e apre strade dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti» (Fratelli tutti, n. 224). D'altronde, la pace è ciò che la stessa UNESCO si è posta il compito di promuovere nella mente e nel cuore degli uomini, attraverso l'educazione, la scienza, la cultura e la comunicazione. Esse rimangono le uniche “armi” legittime ed efficaci da utilizzare, investendo più risorse ed energie per costruire la speranza in un futuro migliore.

 2) Una seconda sfida è quella dell’alfabetizzazione digitale. La rivoluzione digitale e gli sviluppi dell’intelligenza artificiale stanno rapidamente espandendo il nostro accesso alle informazioni e la nostra capacità di connetterci gli uni con gli altri oltre lo spazio fisico. Tuttavia, persiste un ampio “divario digitale”, con milioni di persone che rimangono ai margini perché private dell’accesso non solo ai beni essenziali ma anche alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Inoltre, sulle “autostrade digitali” molti sono feriti dalla divisione e dall’odio. A ciò si aggiunge il grave rischio di consegnare la vita umana alla logica dei dispositivi che ne decidono il valore. Per prevenire una tecnologia mal gestita, fuori controllo e addirittura dannosa per la persona, sarà quindi necessario che le politiche e le leggi volte a favorire l’acquisizione di competenze digitali non trascurino la più ampia riflessione etica sull’uso degli algoritmi, orientandone l’utilizzo delle nuove tecnologie verso un percorso responsabile e umano.

 3) Una terza sfida è quella dell’alfabetizzazione all’ecologia integrale. Dato che il degrado della natura è strettamente legato alla “cultura del rifiuto” che caratterizza oggi la convivenza umana, si tratterà di promuovere con pazienza e tenacia l’apprendimento di comportamenti più sobri e solidali che, oltre ad avere un impatto diretto sulla cura del prossimo e del creato, possano ispirare nel lungo termine una politica ed un’economia realmente sostenibili per la qualità della vita, a favore di tutti i popoli della terra e soprattutto di quelli che si trovano nelle situazioni più svantaggiate e a rischio .

 Il Santo Padre rivolge a tutte e a tutti i suoi migliori auguri e assicura la sua preghiera per la fecondità delle riflessioni di questa giornata, nonché per la buona riuscita del vostro impegno a favore dell'alfabetizzazione che mira a gettare le basi di società sostenibili e pacifiche. Su di voi, sui vostri collaboratori e su tutte le realtà impegnate nell'alfabetizzazione, Papa Francesco invoca abbondanti benedizioni di saggezza, di gioia e di pace.

 Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità

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