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mercoledì 19 giugno 2024

ESSERE LEADER OGGI


La leadership nell’organizzazione contemporanea

 

Nel Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Massimiliano Monaci si sofferma sulle nuove sfide per chi è chiamato ad un ruolo dirigenziale

 -di Massimiliano Monaci*

Costruire percorsi comuni

Al centro del dibattito sulla leadership nelle organizzazioni troviamo la ricerca di nuovi paradigmi capaci di supportare l’azione d’impresa negli attuali scenari economici e sociali contrassegnati da incertezza e cambiamento. Tra le sfide più rilevanti, spicca il crescente bisogno – portato dalle persone nel lavoro – di benessere personale, di esperienze di senso e di espressione del proprio intero sé; come anche l’inarrestabile incremento dell’attenzione degli stakeholder d’impresa verso la sostenibilità ed eticità delle pratiche aziendali. Ciò si è tradotto nella proposta di modelli alternativi al tradizionale stile di leadership direttivo. In essi, il processo della leadership non vede seguaci passivi, bensì collaboratori che contribuiscono a costruire percorsi comuni; mentre il ruolo del leader è decisivo nel facilitare condizioni in cui si sviluppino relazioni, l’iniziativa individuale e culture condivise orientate alla sostenibilità.

La leadership di cura 

Tale ridirezionamento è rispecchiato in vari modelli su cui oggi si insiste, dalla leadership “trasformazionale” a quella “etica”. Le ultime frontiere sono le prospettive della “leadership spirituale” e della “leadership di cura”: la prima con l’invito a porsi in ascolto dell’esigenza di vita interiore dei lavoratori; la seconda, anche partendo dall’esperienza della pandemia, con l’indicazione della cura come dinamica di prossimità emotiva e relazionale in grado di creare valore dall’incertezza e dalle crisi. Questa evoluzione presenta chiare consonanze con molti principi e concezioni consolidati nel magistero della Chiesa. Basti pensare ai concetti di bene comune, sviluppo integrale delle persone nella loro interezza e unità, impresa quale “comunità di persone”, “significato soggettivo” del lavoro, gratuità animata dalla logica del dono.

La sostenibilità 

Nel recente magistero di Francesco, troviamo ulteriori spunti illuminanti. Sull’urgente rilevanza del tema della sostenibilità socio-ambientale, ad esempio, si sottolinea il «bisogno di costruire leadership che indichino strade» (Laudato si’, 53). Una posizione ultimamente ribadita con la critica al “paradigma tecnocratico” «per il quale la realtà non umana è una mera risorsa» (Laudate Deum, 22). Si conferisce inoltre profondità ai fondamenti dell’attuale attenzione ai processi di cura, suggerendo che il servizio come “prendersi cura della fragilità” contribuisca alla solidità delle nostre costruzioni sociali (Fratelli tutti, 115). In conclusione, ha senza dubbio senso riferirsi oggi a una leadership di ispirazione cristiana. Essa arricchisce e insieme interpella le nuove direzioni del discorso sulla leadership nella ricerca di pratiche che rendano le imprese più umane e generino impatti positivi nei loro contesti. E si realizza pienamente quando i leader con «la loro partecipazione all’opera della creazione attraverso il governo delle loro aziende, possono percepire la grandezza della loro vocazione» (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, La vocazione del leader d’impresa, 8).

 

*Docente di Sociologia dell’organizzazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

 

giovedì 13 giugno 2024

UN CAMMINO DI SANTITA'


 Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

LA SINODALITÀ

 E 

L’ESPERIENZA 

DEI MOVIMENTI

ABSTRACT

-        - di Elisa Lisiero*

Nei movimenti ecclesiali e, in generale, nelle realtà aggregative riconosciute dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, la dimensione della sinodalità procede dal loro essere e dalla loro natura comunionale e relazionale e tende ad una meta ben precisa, cioè la missione.

È quanto è emerso dalle sintesi della consultazione sinodale, realizzata durante la prima tappa del Sinodo nel 2022, in cui sono state coinvolte le realtà aggregative sotto la competenza diretta del Dicastero. 

Dai testi si evince una sinodalità tradotta in strutture e prassi concrete, sperimentate nel corso degli anni che, pur non essendo esenti da sfide e dalla necessità di un’ulteriore maturazione, costituiscono un’esperienza preziosa, posta al servizio della missione della Chiesa nelle sue differenti sfaccettature. Tali prassi e strutture possono essere ricondotte ad alcuni ambiti principali quali: la condivisione fraterna; il governo; la liturgia e la spiritualità; l’annuncio e la carità. Altre ineriscono al rapporto tra i vari movimenti e alla relazione con le chiese particolari.

Come si comprende dalla Relazione di sintesi della XVI  Assemblea Generale Ordinaria dei Sinodo dei Vescovi, Una Chiesa sinodale in missione, la pratica sinodale contiene in sé stessa una carica profetica: questo vale anche per le prassi e le strutture sinodali dei movimenti e delle realtà aggregative riconosciute dal Dicastero. 

In particolare, le strutture di condivisione fraterna, come piccoli gruppi e piccole comunità, che spesso costituiscono la trama associativa dei movimenti, testimoniano uno spirito di amicizia e di famiglia che sgorga da uno stesso carisma o da un ideale evangelico, in contrasto con l’individualismo e la solitudine che attanaglia la società odierna. Dalle modalità di governo, in cui si evidenziano pratiche di corresponsabilità, emerge un nuovo ideale di leadership partecipato e condiviso; la dimensione comunitaria della preghiera comunica la bellezza della fede vissuta secondo uno spirito di famiglia; l’annuncio, che procede in primo luogo dall’essere comunità, esprime la forza della comunione missionaria.

La dedizione ai poveri e agli esclusi, mediante azioni messe in campo insieme, trasmette uno sguardo nuovo di dignità e fraternità a chi è relegato nelle tante periferie del mondo. In questo momento storico non mancano certamente le sfide per le realtà aggregative postconciliari, sia al loro interno che all’esterno, in particolare nel rapporto con le chiese particolari in cui sono inserite. 

Tuttavia le “scintille profetiche”, evidenziate dalle strutture e prassi sinodali presenti al loro interno, continuano a essere fonte di ispirazione  e cammino di santità. 

*Facoltà di Diritto Canonico, Pontificia Università della Santa Croce, Roma, Italia



giovedì 15 febbraio 2024

UN LEADER SOSTENIBILE ?

* EVITARE LA SINDROME DELLA CELEBRITA'*

Più volte  è stata affrontata la questione della leadership e del ruolo fondamentale di coloro che ricoprono posizioni di vertice in un contesto mutevole come quello attuale. 

È importante, in questo scenario, focalizzare l’attenzione sul significato sempre più centrale di leadership sostenibile per le organizzazioni del Terzo settore e per la stessa società civile.

La leadership sostenibile è un processo di mobilitazione di un gruppo di persone verso obiettivi collettivi. Non si tratta, dunque, di una persona o di una posizione, ma di un processo, un percorso che i leader delle organizzazioni possono praticare. Chiunque, in un’organizzazione, costruisca relazioni verso obiettivi comuni sta esercitando la leadership.

Praticare una leadership sostenibile significa promuovere un approccio olistico che si concentra su quattro dimensioni relazionali: con sé stessi, con i membri del team, con l’organizzazione e, infine, con il Pianeta. I leader sono, dunque, “sostenibili” quando mantengono alti i livelli di passione e motivazione personali attraverso un approccio equilibrato alla loro carriera; quando creano quelle che chiamo “relazioni compassionevoli”, ovvero significative e, quindi, durevoli e possibili nel lungo periodo, con i membri del loro team; quando rafforzano questi rapporti attraverso l’integrazione di un nucleo di valori nel quotidiano della stessa organizzazione; quando perseguono gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dettati dalle Nazioni Unite: adottando sia pratiche ambientali per combattere il cambiamento climatico, sia comportamenti individuali e collettivi per ridurre la povertà, favorire la Diversity&Inclusion o integrare immigrati e rifugiati promuovendo, ad esempio, un’istruzione più equa per tutti.

Una leadership sostenibile è fondamentale, in particolare, per le organizzazioni del Terzo settore nel mondo e, soprattutto, in Italia.

Le ragioni sono numerose: la leadership è, in primis, un meccanismo molto potente che può essere utilizzato per promuovere cambiamenti sociali positivi e sviluppare il tessuto economico e sociale delle nostre comunità locali in maniera coerente, coordinata e allineata coi bisogni della collettività.

In secondo luogo, perché aiuta i direttori esecutivi e in generale chi è in posizioni di responsabilità a gestire le fortissime pressioni e ad affrontare le sfide cui sono sottoposti quotidianamente. Ogni giorno, infatti, chi è a capo di un’organizzazione non profit è chiamato creare e sostenere un ambiente lavorativo che consenta al personale e ai volontari di rinnovare il proprio impegno, affinare le proprie capacità e imprimere il cambiamento necessario.

In terzo luogo, le esigenze dei leader delle organizzazioni del Terzo settore legate alla gestione delle emozioni sono diverse da quelle dei leader delle aziende profit e meritano quindi un’attenzione particolare.

I leader delle organizzazioni non profit, infatti, devono mostrare continuamente emozioni positive e fornire uno spazio sicuro o un contenitore per le emozioni negative che i loro dipendenti sperimentano ogni giorno in prima linea, senza lasciar fluire le proprie.

Eppure, ci sono diverse opzioni a disposizione dei leader per esprimere i loro turbamenti in modi che permettano all’organizzazione di funzionare efficacemente senza allontanarli dai membri del loro team, come ho ricordato in un recente articolo pubblicato insieme a Marie Dasborough dell’Università di Miami sul Journal of Organizational Behavior. Ma come fanno, a chi si rivolgono questi professionisti per rinnovare il loro impegno e affinare le proprie competenze? Come possono imparare a gestire lo stress, a creare relazioni durature con i donatori e i beneficiari, a concepire una visione per il futuro che faccia da guida e da ispirazione alle loro azioni?


Se vogliamo che le organizzazioni della società civile diventino sostenibili a tutti i livelli e siano realmente efficaci nel tempo, dobbiamo avere una visione più ampia dei bisogni dei loro leader. Dobbiamo formarli perché siano loro stessi i primi a riconoscerli, perché sappiano impegnarsi per lo sviluppo delle risorse interne, che significa lavorare per il rafforzamento del Terzo settoreun comparto che genera valore condiviso e contribuisce alla sostenibilità del Pianeta.

www.ilsole24ore.com/art/perche-terzo-settore-ha-bisogno-leadership-sostenibili-AFbFAODC

 

lunedì 23 ottobre 2023

GOVERNO E PARTECIPAZIONE NELLE ASSOCIAZIONI



Leadership 

e governance

nelle comunità

 associative

 

-di Alessandro Bruni e Andrea Gandini

 

Nelle comunità associative, dopo le prime fasi di avvio istituzionale, nasce il problema organizzativo e della direzione, ovvero chi determina cosa c'è da fare e come governare l'operatività. Solitamente questa fase di sviluppo nasce dall'opera di un leader ideologico o spirituale che determina il collante dei fini da perseguire, ma questo solitamente non basta a rendere funzionale una associazione di volontari.

 Nella fase costitutiva seguente, al leader ideologico si affiancano più persone con compiti operativi quali l'amministratore e da più persone che si fanno carico di attività specifiche. Costoro si trovano nella situazione complessa di mantenere i fini ideologici di base e al contempo di esprimere l'operatività con una efficienza che permetta la sopravvivenza dell'associazione.

 Costoro, che chiameremo collaboratori o soci attivi, dipendono direttamente dal Presidente o dal Direttore e svolgono un'attività di rilevante importanza ai fini dello sviluppo e dell'attuazione degli obiettivi dell'associazione. In una fase ancora successiva, a questi si affiancano altre persone con compiti via via più operativi che vanno a costituire il team di gestione dell'associazione.

 Bisogna chiarire che Presidente, Direttore amministrativo, soci attivi e team di gestione sono tutti volontari e operano tutti in regime di "primi tra pari". Questo significa che in una associazione di volontari non può esistere un “capo” così come è conosciuto in una azienda dove esiste una precisa gerarchia di ruolo prima ancora che di competenza. Lo staff aziendale è strutturato con l'unico fine di far aumentare il profitto o il fatturato dell'impresa. Se il team operativo riesce nell'intento, viene confermato, se non ci riesce viene sostituito. Questa logica può essere applicata nelle comunità di volontariato? No, ovviamente.

 Infatti, diversamente dalle imprese, nelle associazioni di volontariato il fine è legato a diversi fattori: riconoscimento dell'idea motivante, riconoscimento nell'ambito sociale, capacità di attrarre per motivi ideologici, capacità di attrarre per azioni concrete svolte nel conteso sociale, capacità di aumentare il numero dei soci. Ciascuna di queste attività ha necessità di un referente che sommi adesione ideale a competenze operative specifiche. Due qualità senza le quali il lavoro associativo non può progredire. Deviare dai fini significa snaturare l'associazione, essere incompetenti significa portarla al disastro.

 Di qui la domanda: i collaboratori di una associazione volontaria devono agire come leader o come capo? La risposta è molto semplice: devono agire come leader per riconosciuta competenza specifica soprattutto perché i soci sono tutti volontari e non operano per fini di lucro (quindi non hanno un fine esistenziale di sopravvivenza). Questo modello, ovvio in teoria, non è facile da costruire poiché tra i volontari, per loro cultura personale, alcuni vorrebbero avere la “comodità” di un capo che ordina (attività volontaria passiva, senza troppo coinvolgimento decisionale), altri vorrebbero avere “empatia” da un leader che coinvolge ed istruisce (attività volontaria attiva che vuole impegno emotivo). I soci più attivi nella gestione di una associazione di volontariato devono essere capaci di soddisfare entrambe le esigenze con il giusto mix di competenza, qualità operativa pratica su come si fanno le cose, qualità relazionali sociali e umane e qualità creative-ideative. Eventuali forme di nepotismo e/o di autoreferenza danneggiano la qualità delle relazioni e delle stesse associazioni.

 Organizzare e guidare un gruppo di volontari non è certo impresa facile, mancando qualsiasi relazione gerarchica e dove ciascuno vale uno per definizione. La differenza di ruolo la fa solo la competenza e la responsabilità. Ogni volontario ha il proprio carattere, le proprie abilità e le proprie motivazioni di appartenenza. Le persone non sono tutte uguali e proprio per questo ragionano in maniera diversa portando linfa creativa, ma anche anarchia operativa.

 Ma se la motivazione e l'ideale sono il cemento comune e condiviso dei soci, la competenza e la responsabilità sono espressioni che possono essere espresse solo individualmente. Infatti, nessuna impresa o associazione può essere governata con efficienza se i leader non si assumono individualmente l'onere delle competenza e della responsabilità. È bene non cadere nella illusoria sicumera della responsabilità collegiale o condivisa che può essere esercitata solo nello stabilire i fini di una associazione e non nell'esecuzione gestionale-operativa.

 Concludendo, qual è la differenza tra il capo e il leader in una associazione di volontariato?

 Il capo “comanda e ordina”, ma ha spesso poche vere competenze operative. Il capo è quello che vuole che le cose siano fatte come lui ha pensato senza avere sul tema molte competenze e di conseguenza dice agli altri quello che devono fare, ma che lui stesso non è capace di fare. Accentra il comando e pretende obbedienza, specie da quelli che hanno più competenze di lui. Il capo giudica, attribuisce i compiti: è efficace nell'emergenza, ma nel lungo periodo tende per egocentrismo a demolire il team demotivando. Il capo “non è mai solo”, perché molti lo temono e lui è soddisfatto di avere subalterni timorosi che ne riconoscono il ruolo prima della competenza.

 Il leader “pone le domande e spiega le soluzioni chiarendo il perché e il come si fa”. Deve avere profonde competenze teoriche e pratiche che gli permettano, prima di attribuire compiti, di essere lui stesso capace di svolgerli. Il leader accentra la responsabilità e condivide l'operatività, guida con l’esempio e mostra come si fa. Il leader non giudica, motiva e decide per sé prima di decidere per gli altri. Il leader è una persona che si assume in primis la responsabilità dell’andamento delle cose. Il leader “è solo” perché a lui spetta il peso della responsabilità decisionale, avendo attorno consiglieri che ne riconoscono la competenza prima del ruolo.

 Il punto fondamentale per ogni volontario è riuscire a stabilire il suo personale livello di partecipazione nelle attività nell'associazione. Essendo tutti i soci volontari si deve presumere che ogni socio dia il massimo di quel che resta delle sue attività irrinunciabili per vivere (famiglia, lavoro, altre attività personali). Quindi ad ogni socio deve essere lasciata la libertà di partecipazione in base alle sue scelte personali che rimangono assolutamente non giudicabili e non poste in una scala di merito. Chi dà molto lo fa perché si sente di farlo e ha lo stesso merito di chi dà poco perché si parte dalla presunzione che entrambi i soci comunque stiano dando il loro personale massimo.

 Per forza di cose, e non per meritocrazia, i soci attivi sono quelli che per disponibilità possono più facilmente farsi carico di compiti operativi e gestionali. D’altra parte, senza questi soci la gestione dell'associazione si azzererebbe portando allo scioglimento. L'alchimia corretta per una governance efficace di una associazione di volontariato è un mix di soci uniti nel riconoscimento del lavoro dell'altro nel quale non si fa differenza tra chi si impegna di più e chi si impegna di meno. Sempre che venga posto in alto grado il rispetto della competenza personale, dell'assunzione personale di responsabilità operativa e del livello di partecipazione in funzione delle disponibilità personali.

 Madrugada

sabato 8 agosto 2020

ESSERE LEADER


Suggerimenti per una leadership di più alto profilo


L’esercizio della facoltà di decidere per sé e per gli altri può avere un solo metro di valutazione realmente efficace: deve contribuire a rendere migliore il presente e il futuro della collettività e dei singoli individui
La cronica mancanza di veri leader sulla scena mondiale non può non indurre una riflessione su quanto sia centrale nella storia e nella società il tema del potere e di come il relativo esercizio sia in grado di cambiare la realtà, incidendo profondamente sulla vita di chi verrà dopo, anche a distanza di secoli.
Infiniti sono i modi in cui il potere può essere interpretato, vissuto e trasmesso ma solo uno è il metro con cui i contemporanei ed i posteri ne danno una valutazione: se esso contribuisca o meno a rendere migliore il presente e il futuro della collettività e dei singoli individui.
Se, cioè, l’esercizio della facoltà di decidere per sé e per gli altri sia percepito come una grande opportunità di cambiamento che renderà impossibile ogni ritorno al passato. Se, ancora, il passaggio di questo o di quell’uomo abbia segnato una svolta piccola o grande nella storia di una comunità, sia essa un impero, una nazione o una pur piccola frazione di mondo.
Coloro che esercitano il potere hanno, se lo vogliono, una molteplicità di modelli cui ispirare la propria concezione di esso, rendendola adeguata ai tempi in cui la trasformano in azione concreta e coerente con il continuo farsi del mondo.
La saggezza di Augusto, il travaglio interiore di Abraham Lincoln, il superamento dei limiti fisici di Franklin Delano Roosevelt, la determinazione di Winston Churchill, la lungimiranza e il rigore morale di Alcide De Gasperi, il coraggio di perdonare di Nelson Mandela, l’energia di Giovanni Paolo II di denunciare la paura quale male assoluto, indicando nella promozione del cambiamento interiore il bene possibile, hanno creato mondi nuovi e modi inediti di viverli. Essi hanno lasciato tracce profonde che il tempo non è riuscito a cancellare, tanto che rimangono ancora oggi un monito e un esempio per quanti governano l’epoca in cui vivono.
Spesso tali figure emergono in momenti di crisi profonda di valori, di confuse visioni del mondo, di fedi vacillanti, di gravi tensioni sociali e politiche, spesso alla fine di sanguinose tirannie o di dilanianti conflitti bellici e sociali. Esse hanno la capacità di pacificare, di riconciliare e di ricostruire, laddove non sono rimaste che distruzione e macerie di ogni genere, immaginando un futuro possibile di prosperità e di pace fondato sulla giustizia e sulla tolleranza.
Aprono strade nuove piuttosto che sbarrare quelle esistenti, costruiscono ponti, dove le distanze appaiono incolmabili, prosciugano le paludi dell’odio e del rancore e, su un terreno così bonificato, posano le fondamenta di nuove e durature epoche storiche. Ma soprattutto, sanno farsi da parte quando percepiscono l’opera come avviata e la necessità che altri, migliori di sé, la possano portare a compimento. In quel momento diventano eterni poiché il ricordo che lasciano ritirandosi li ingigantisce nella memoria e nella gratitudine di chi ne ha compreso il valore, il progetto, la generosità.
Diverso è il destino di quanti considerano se stessi “il progetto” e ne fondano la realizzazione sull’imposizione della propria egemonia, sulla propria presunta indispensabilità, sul proprio smisurato egocentrismo. Generalmente la Storia se ne libera in modo violento o, più recentemente, consegnandoli a un oblio opaco, quando non ad una damnatio memoriae, che ne cancella il ricordo nel volgere di pochi anni.
Da qualche tempo la riflessione sulla leadership s’interroga sul nuovo significato da dare al termine potere: da sostantivo che rinvia al significato di dominio, a verbo (da cui peraltro il sostantivo proviene) inteso come dono della facoltà di agire, abilitando anche gli altri “a poter potere”.
Si tratta di quella capacità che il potere ha, se vuole, di rendere liberi e non dipendenti, di far volare e non di trattenere, di promuovere e non di reprimere, in una parola, di essere generativo. Il leader evoca e non invoca, provoca e non revoca, convoca e non avoca, è univoco e non equivoco.
Costituisce se stesso come un ponte tra il presente che brucia e il futuro, che indica come un mondo di cui desiderare di far parte. Egli si carica del dolore, dello smarrimento,delle speranze e delle aspirazioni della comunità che quel ponte sceglie di percorrere. Il suo motto è «I care»: mi sta a cuore, mi interessa, mi faccio carico.
Viviamo anni difficili in cui la peggiore dimensione del potere ha avuto infinite occasioni di venir fuori, quasi oscurando il ricordo di esempi che non sono mancati in un passato ormai troppo lontano e dimenticato.
Attraversiamo un’epoca oscura in cui, smarrito il ricordo di grandi statisti, ci accontentiamo di fruste repliche affidate a clown tristi, ad acrobati sbilenchi e a giocolieri sbadati che, nonostante le mille prove allo specchio che onanisticamente li gratificano, non riescono più nemmeno a divertire un pubblico che, ben oltre la derisione, prova piuttosto per essi solo compassione.
Ed è a questo punto che, di solito, nel circo del mondo irrompono gli illusionisti. Non sono più bravi degli altri artisti, né più talentuosi. Sono solo più furbi ed hanno la capacità di distrarre gli spettatori affinché essi non si accorgano del trucco attuato per simulare il prodigio che lascerà tutti a bocca aperta.
Gli illusionisti sono sempre dei solisti e si circondano di mezze figure e di abili compari, che non esisterebbero se non alla loro ombra, ma su cui riversano la propria ira allorché si rivelano maldestri o ne sospettano un barlume di capacità che potrebbe in futuro farne dei pericolosi concorrenti. E allora, giù botte e insulti che ne puniscono la goffaggine, mentre un pubblico divertito e inconsapevole di essere la prima vera ed unica vittima della narcosi volutamente indotta da trucchi ottici e da celati doppifondi, esplode nell’applauso liberatorio e torna a casa, finalmente appagato.
Il nostro è il tempo degli illusionisti. Derivano tutti dallo stesso ceppo che nei secoli ha generato i peggiori detentori del potere, coloro che sono durati più a lungo e che hanno creato i maggiori danni ai propri contemporanei ed a numerose generazioni di posteri.
Essi nascono nelle catastrofi che spesso hanno contribuito a creare e di esse si servono per legittimare il proprio comportamento, usando quel bisogno di illusioni che il mondo manifesta continuamente per continuare a sopravvivere e da cui si libera solo attraverso un bagno di realtà che ha talvolta il colore della rivolta e il sapore del sangue.
Ma spesso, è troppo tardi e quegli illusionisti, finalmente scoperti, non ci sono già più. Tra un agitarsi di veli neri da cui compaiono come dal nulla bianche colombe e s’innalzano fitte coltri di nebbie colorate, altri ne appaiono con volti che sembrano diversi ma dietro i quali si cela il ghigno di chi è certo che occorrerà molto tempo prima di essere riconosciuto sotto le nuove mentite spoglie. E sarà un altro spettacolo nell’eterno circo del potere.
Allievo di Gregory Bateson, indimenticabile autore di “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi 1977, Robert W. Dilts ha associato l’idea di leadership al concetto di “andare”, dirigersi con altri verso qualcosa, verso una qualche visione, una possibilità che aiuti a migliorare la nostra vita e quella degli altri.
Ne riporto alcuni brani tratti dal libro “Leadership e visione creativa”, Guerini e Associati, 1998:
«Ogni forma di leadership è accomunata da quattro caratteristiche: Per prima, la capacità di essere in grado di esprimere una visione, perché senza una visione non si va da nessuna parte. Non necessariamente un’immagine: può essere una direzione, una sensazione, o una visione espressa in modo verbale. La seconda è che i leader devono essere capaci di motivare il popolo che li circonda, saper prendere una posizione, essere chiari, responsabilizzare e ispirare gli altri, tirar fuori da loro la passione. La terza caratteristica di un leader efficace è l’abilità di incoraggiare il lavoro di squadra, di essere capaci a far lavorare assieme le persone. La quarta caratteristica, la più importante, è quella di essere un esempio, leader di se stessi. Guidare con esempio significa esprimere sicurezza, comunicare non solo attraverso le parole, ma con le azioni, il linguaggio del corpo. In una parola, con il carisma. Qualità che i leader portano dentro e che – insieme alla comunicazione efficace e alla capacità di comprendere le persone e la loro motivazione – consente di incoraggiare il lavoro di squadra, motivando gli altri».
E ancora:
«Una certa dose di carisma è invece indispensabile quando il leader vuole ispirare le persone e guidarle attraverso i valori: allora bisogna arrivare al cuore della gente. Il sapere non è più sufficiente, occorre quella marcia in più che chiamiamo carisma. Il carisma non si può ridurre a un set di comportamenti, non è uno stile che rende riconoscibili e omologabili le persone che lo possiedono. È qualcosa di più profondo, ha a che fare semmai con i valori e l’identità e si manifesta in modi diversi. Gandhi, per esempio, aveva un carisma diverso da quello di Martin Luther King. Il leader dei neri possedeva una forte componente ispirativa, era un visionario, un sognatore, una personalità forte. Gandhi aveva un profilo basso, una semplicità e una grazia che sprigionavano una grande umanità. Eppure entrambi possedevano carisma. Non dobbiamo confondere il carisma con lo stile: un leader può essere pacato, persino taciturno, e tuttavia esercitare carisma. Pensiamo per esempio agli asceti o ai santi. I leader spirituali non puntano ai risultati di breve termine o ai vantaggi contingenti. Sono spinti da una visione che guarda lontano, che risponde a domande superiori quali “Che contributo voglio dare al mio gruppo, alla comunità, al mondo intero?”, “Quale eredità voglio lasciare?”. È questo progetto più ampio, questa visione trascendente, a fornire loro la carica necessaria a superare i mille ostacoli che incontrano lungo il cammino e a trasformare infine il sogno in realtà. Il carisma è una “risorsa interiore” che dipende innanzitutto dalla capacità di essere connessi con se stessi e con la propria vision. Serve un profondo allineamento fra i principi professati e i comportamenti agiti. Quando sprigioniamo carisma influenziamo gli altri anche senza ricorrere alle parole, poiché il carisma passa soprattutto attraverso il linguaggio non verbale, la parte meno razionale e controllabile di noi stessi. È da questa connessione che viene quella carica di energia positiva che chiamiamo carisma. La leadership, dunque, non è uno stato di grazia, né una dote innata, ma un processo che richiede la presenza di quattro fattori che agiscono simultaneamente: il sé (leader), gli altri (followers), gli obiettivi (vision/mission), il contesto (enviroment/milieu). La leadership non dipende solo dalla doti personali, sebbene queste abbiano un certo peso, ma dall’interazione fra questi quattro fattori. In generale la leadership – spiega Dilts – è la capacità di coinvolgere le persone nel perseguire un obiettivo comune. Etimologicamente, infatti, to lead significa guidare, ma anche ‘aprire la strada’ andando avanti per primi».
E, aggiunge chi scrive, «Lead the way» è la cortese espressione idiomatica che i britannici usano nelle situazioni di imbarazzo, circa la precedenza da offrire a qualcuno di riguardo nel varcare una soglia.
Così, prosegue Dilts, «per riuscire occorrono: autoconsapevolezza, equilibrio interiore, coerenza fra valori e i comportamenti. “Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”, diceva Gandhi. Una leadership autentica viene dal di dentro (dal proprio sé) e si espande verso l’esterno, generando circoli virtuosi di energia positiva che dall’interno vanno verso l’esterno. È qui che subentra quello che Dilts chiama il ‘gioco interiore’ (i miei valori, le mie convinzioni, la mia identità). Il ‘gioco esterno’ ha invece a che fare con i comportamenti richiesti dall’ambiente (leggi, regole, procedure ecc.). Quando gioco interiore e gioco esterno sono allineati, otteniamo performance eccellenti senza nemmeno doverci sforzare troppo».
Con una frase a effetto, Dilts avverte: «Chiunque può udire un grido, ma solo chi è in grado di cogliere i sussurri che sottendono le tempeste può avere successo. L’attenzione ai segnali deboli, attraverso l’esercizio di un monitoraggio costante, deve diventare una delle principali occupazioni del leader. Quando le minacce sono ormai evidenti, è tardi per evitarne le conseguenze».
Sintonia non da poco con un leader spirituale indiscusso quale Giovanni XXIII, la cui influenza universale fermò il conflitto atomico che stava per realizzarsi durante la crisi dei missili di Cuba, nel 1961. Il “Papa Buono” indicò nell’ enciclica Pacem in terris emanata nel medesimo anno, la necessità di «leggere i segni dei tempi» quale strategia sagace e anticipatoria per non essere travolti dalle catastrofi che nel mondo possono scatenarsi per la volontà o per l’incuria dell’Uomo.
Una lezione ancora più antica sugli strumenti per esercitare la leadership giunge dal magistero senza tempo di Aristotele, padre della filosofia laica, pratica e razionale.
La Retorica, Τέχνη ῥητορική, è una delle opere acroamatiche, cioè composte dal filosofo per essere studiate dai suoi allievi nel Liceo. Nel primo libro, lo Stagirita individua i tre caratteri Discorso deliberativo, γένος συμβουλευτικόν. Di questo tipo di retorica fanno parte i discorsi di esortazione pubblici, come nel caso di leggi e di costituzioni. «Un discorso deliberativo tratterà dunque temi politici o morali, e i suoi fini saranno la felicità e il bene; inoltre, avendo per oggetto decisioni in vista dell’avvenire, il suo tempo di riferimento è il futuro».
Ma, è nel secondo libro del Maestro di Alessandro Magno che sono indicate le tre categorie su cui si regge la comunicazione politica di un buon leader: Pathos (πάθος), Ethos (ἦθος) e Logos( λόγος).
Pathos significa “sofferenza ed esperienza”. Il concetto si traduce nell’abilità dell’oratore di evocare emozioni e sentimenti nel pubblico. Il pathos è associato all’emozione, mira a simpatizzare con il pubblico, fa appello all’immaginazione di quest’ultimo e genera l’empatia.
Ethos è la seconda categoria, può tradursi con “carattere, comportamento” e proviene dalla parola greca ethikos, che significa morale e capacità di mostrare che la propria personalità si basa sulla morale. L’ethos è formato dall’attendibilità e dall’accreditamento nei confronti dei destinatari del messaggio politico.
Logos, infine, è la parola, il discorso o la ragione. Il logos è il ragionamento logico che si cela dietro le argomentazioni del comunicatore. Fa riferimento a qualunque tentativo di fare appello all’intelletto e ad argomentazioni logiche.
Quanto poi alla credibilità del locutore, il Padre della democrazia così conclude, nel libro “Gamma della Metafisica”, evocando il principio di non contraddizione:
«Il principio più sicuro di tutti è quello intorno al quale è impossibile essere nel falso. Questo principio è necessariamente il più conoscibile,[…] e non ipotetico, perché non è una ipotesi il principio che deve necessariamente possedere chi voglia comprendere una qualsiasi delle cose che sono, e quando si vuole arrivare a conoscere qualcosa, è necessario possedere già ciò che si deve necessariamente conoscere per conoscere una cosa qualsiasi. […] È impossibile che la stessa cosa insieme inerisca e non inerisca alla medesima cosa e secondo il medesimo rispetto; e si aggiungano tutte le altre determinazioni che si potranno aggiungere per evitare difficoltà di carattere dialettico.[…]Nessuno può ritenere che la medesima cosa sia e non sia, come alcuni credono che dicesse Eraclito».
Et de hoc satis
In tempi di comunicazione basata su fake news e di leader improvvisati che poca familiarità hanno con la cultura della Magna Grecia, pur essendovi, alcuni di essi, nati e, qualche volta, studiato, credo non sia generoso andare oltre, rischiando di generare, da eventuali auto percezioni di inadeguatezza, un’ulteriore, e più preoccupante, colpevole arroganza.




giovedì 9 aprile 2020

IL MONDO CHE VERRA'

Aspettando il dopo-virus

Sulle pagine dell'Osservatore Romano l'intervista al presidente della Pontificia accademia delle Scienze Sociali sul dopo coronavirus, che includerà "nemici" importanti, a partire dal neoliberismo, ma anche e soprattutto un'epoca migliore


di Marco Bellizi

Nel “nuovo mondo” del dopovirus il nemico numero uno sarà il liberismo. E insieme ad esso, almeno in Italia, la burocrazia, l'ostinazione nel rifiutare il principio di sussidiarietà, la resistenza alle opportunità che la tecnologia ha dimostrato di poter fornire. Nonostante questo compito impegnativo all'orizzonte, secondo Stefano Zamagni, economista, presidente della Pontificia accademia delle Scienze Sociali, il futuro comunque sarà migliore del passato. L'Europa, per esempio, sarà più forte e i sovranismi, nell'immediato, saranno costretti ad arretrare. Perché tutto questo accada, però, occorrono iniziative tempestive, coraggiose e lungimiranti. In Italia, per esempio, servirebbe un think tank, un gruppo di esperti  politicamente indipendenti e  desiderosi di dare una mano al loro paese, in grado di elaborare nel termine di poche settimane un vasto progetto con cui ripartire, quando si avvierà finalmente la famosa “fase 2”.
Professor Zamagni, prima di tutto mi permetta una domanda ineludibile: lei è favorevole alla riapertura in Italia, in tempi brevi, delle attività produttive, anche correndo qualche rischio, o preferisce attendere il via libera degli scienziati?
R. - Il punto è delicato e richiede una risposta articolata. Circola uno studio recente realizzato da un team di esperti dell'Università di Alicante, istituzione piuttosto attendibile, secondo il quale in Italia e in Spagna il 24 aprile sarà  la data di un deciso cambio di rotta, in positivo, dell'epidemia. Se questo è vero  ha un senso riaprire. Altri studi però mostrano scenari diversi. Ci sono pareri discordanti anche a livello scientifico: questo va detto. I police makers, i governanti, sono costretti a basarsi su questi dati, che non sono concordi. Purtroppo, negli anni passati, quando era possibile farlo, gli istituti scientifici non sono stati messi nella condizione di effettuare studi che adesso sarebbero preziosi. Bisogna dire con chiarezza, però, che non si muore solo di virus: se entro due mesi la situazione non si risolvesse si potrebbe cominciare  a morire anche per denutrizione, per cattiva alimentazione, per insufficiente assistenza sanitaria. I modi per riaprire gradualmente ci sono. Occorre iniziare con le attività che producono valore aggiunto: le partite di calcio, tanto per intendersi, non sono fra queste.  Fino ad ora, durante questa crisi, abbiamo solo redistribuito valore, senza produrlo. E' chiaro che così non possiamo reggere. E qui devo dire che le autorità italiane non hanno mostrato di voler valorizzare i tanti organismi del cosiddetto “terzo settore” che potrebbero fare un mondo di bene. Ho sottoscritto, assieme ad altri, un appello per avviare il servizio civile universale. Ci sono 80000 giovani che in base agli ultimi bandi sono pronti a lavorare gratuitamente per un anno. Lo stesso vale per molte fondazioni sanitarie. Sarebbe un vero e proprio esercito pronto a scendere in campo. Parliamo di circa 360 mila organizzazioni. Il problema è che ci sono alcuni settori che sono contrari al principio di sussidiarietà. C'è troppo dogmatismo e poca cultura. Prendiamo il tema della fragilità e della vulnerabilità, di cui si parla molto in questi giorni. Sfugge una distinzione fra queste due categorie. Noi in questi giorni siamo intervenuti a favore dei più fragili, di chi si trova in condizione di bisogno. Ed era giusto farlo. Ma la vulnerabilità è la condizione di chi, con una percentuale di probabilità superiore al 50 per cento, entro un determinato lasso di tempo potrebbe trovarsi fra quelli che oggi vengono  definiti fragili.
In questi giorni abbiamo sentito molti pareri, anche diversi, in merito agli effetti che il lockdown avrà sull'economia italiana e su quella mondiale. Si può dire ormai, almeno a grandi linee, quali saranno le principali emergenze che si dovranno affrontare nell'immediato?
R. - In primo luogo bisogna passare dal Welfare State alla Welfare Society: ammettere anzitutto che la salute non è un bene privato ma pubblico. Questo virus ce lo sta dimostrando chiaramente: se io mi ammalo finisco con il fare ammalare anche gli altri. Diventa un problema comune. Poi occorre passare dal modello  della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” alla “convergenza scuola-lavoro”, perchè i due mondi non sono alternativi. Nei progetti educativi bisogna introdurre il termine “conazione” (conoscenza e azione). Il sapere va usato in senso trasformativo. Oggi le imprese hanno fame di conoscenza eppure non riescono a impiegare chi la possiede. Naturalmente ciò comporta riscrivere l'architettura filosofica che è alla base della scuola. E' lo stesso concetto attorno al quale ruota il progetto educativo che il Papa ha inteso promuovere e che verrà rilanciato nei prossimi mesi. Un altro punto fondamentale è quello della deburocratizzazione. Nessuno ha l'onestà di dire che la burocrazia c'è per colpa di tutti i partiti politici, e sottolineo tutti,  che l'hanno creata a colpi di leggi a partire dagli anni '80 del secolo scorso in poi (il miracolo economico precedente si è potuto verificare proprio in assenza di questo genere di ostacoli). La burocrazia la si tiene in vita in virtù di quella che viene definita la rentseeking: non è altro che uno strumento per mantenere o estrarre rendita. Ecco, bisogna far partire una lotta senza quartiere contro le posizioni di rendita che si annidano nella burocrazia. Anche perché per mantenere il burocrate, per giustificare il suo stipendio, l'unico modo è fargli produrre carte su carte, in un processo autorigenerativo. Altro punto fondamentale è quello del tasso di imprenditorialità, che in Italia è calato molto: muoiono molte più imprese di quante ne nascano, e quando dicono “muoiono” mi riferisco anche a quelle che passano di mano ad aziende francesi o tedesche pur mantenendo il marchio formalmente invariato. C'è differenza fra imprenditorialità e managerialità. In Italia ci sono tanti bravissimi manager, abbiamo ottime e numerose business school. Il problema è che mentre il manager ha bisogno di tecnica, l'imprenditore ha bisogno di cultura, di alta cultura. E qui le nostre università hanno delle colpe, sfido chiunque a dimostrare il contrario. Infine c'è la questione della “tassazione promozionale”, quella che gli inglesi definiscono Optimal taxation theory: le tasse le deve pagare soprattutto chi ha rendita, non chi produce valore. Se questo facesse parte di un programma elettorale scommetto che la gente lo voterebbe in massa. Mi piacerebbe sapere cosa hanno da dire su questo punto i grandi fautori della meritocrazia...Se si fosse realmente meritocratici si dovrebbe essere d’accordo. Ma bisogna intervenire subito. Serve un think tank composto da esperti indipendenti, liberi da vincoli partitici, che  abbiano a cuore le sorti del paese e che nel termine di tre mesi siano in grado di elaborare un progetto.
Cosa ci ha insegnato, ci sta insegnando, questa pandemia, sotto il profilo dei rapporti economici e sociali?
R. - La lezione principale è che il modello liberista è il nemico numero uno. Fino a qualche tempo fa c'era chi ancora inneggiava al neoliberismo. O chi confondeva il globalismo con la globalizzazione, quando naturalmente si tratta di cose molte diverse. È sempre il vecchio concetto caro ad Adam Smith, secondo cui la marea quando si alza solleva tanto le imbarcazioni grandi quanto quelle piccole, la teoria secondo la quale in economia c'è sempre una mano invisibile che aggiusta  tutte le cose. C'è voluto il Papa con la Evangelii Gaudium a fare presente che non è così. Oggi chi ancora sostiene le posizioni neoliberiste o è un incompetente o lo fa in cattiva fede. La pandemia di questi giorni somiglia tanto  alla “distruzione creatrice” di cui parlava Joseph Schumpeter  nel 1912, quella che viene considerata la componente fisiologica del capitalismo, la cui ontologia ruota attorno appunto al principio darwiniano  del far morire per ricreare. Secondo l'economista austriaco, non c'è niente che si può fare per evitarlo. Il problema è che dalla dimensione economica questo principio si è spostato a livello sociale. E i più poveri, i più fragili, sono quelli che pagano. Lo vediamo in questi giorni, anche a livello sanitario, con la drammatica scelta di chi curare. Questo meccanismo va domato: la dimensione del creare deve prevalere su quella distruttiva, in modo che la prima possa compensare gli effetti della seconda. Ma sono certo che questo accadrà, perchè la gente sta aprendo gli occhi. Vede, bisogna distinguere sempre fra capitalismo ed economia di mercato. Dire che bisogna accettare il primo per salvare il secondo è una grande falsità. Dovremmo cambiare anche i libri di economia in uso all'università, che finora hanno insegnato questo. Poi naturalmente occorre continuare a lavorare anche sull'eccessiva finanziarizzazione dell'economia, che del resto è già entrata in crisi da tempo...
Didattica a distanza, smart working, telelavoro, ecommerce: meno tempo sprecato, meno inquinamento, maggiore efficienza. Sarà davvero questa l'eredità positiva che il virus lascerà al mondo o fatalmente si tornerà indietro?
R. - Se non fosse accaduto quello che è accaduto ci sarebbero voluti anni per convincerci ad andare in questa direzione. Ora, se non altro, possiamo dire che se dopo l'emergenza un'azienda non si adatta allo smartworking o al telelavoro la colpa è solo sua: la tecnologia, come si è visto, c'è e funziona senza particolari problemi. Purtroppo anche qui è ben presente la mentalità di cui si parlava prima, quella della rendita di posizione, del timore di usare criteri di valutazione diversi. Una trasformazione del genere farà cambiare anche i meccanismi di contrattazione collettiva e le relazioni industriali. Anche il mondo sindacale potrebbe venirne rinvigorito, a patto che i suoi esponenti ne siano all'altezza. Si dovrà essere pagati non in base al tempo di lavoro, ma in base ai progetti, imparare a valutare l'outcome, non l'output, il risultato finale, non il mero prodotto quotidiano.
Al momento comunque rimangono alcune note dolenti. O quanto meno alcune criticità. A suo parere come si sta comportando l'Europa? E' davvero a un bivio, come osservano in molti? Come ne uscirà?
R. - Ne uscirà rafforzata. Anche i paesi più ricchi della comunità si renderanno conto che occorre riscrivere i trattati, da quello di Maastricht a quello di Dublino. Di fronte a situazioni come quelle che stiamo vivendo, occorre prendere coscienza che non ci si può fermare all'unione monetaria ma occorre andare avanti. Torna anche qui il concetto di vulnerabilità: a un certo punto l'Europa si è sentita forte, meno fragile. Ma rimane al momento estremamente vulnerabile. Credo però, come già sta accadendo in questi giorni,  che gli antieuropeisti e i sovranisti, inevitabilmente, verranno messi a tacere. Almeno per qualche tempo.  I nazionalisti pretendono di essere interpreti del bene della nazione e degli interessi del popolo. La realtà ci dice invece che la salvezza è nella cooperazione.
Questo a livello europeo. In scala mondiale alcuni dei paesi più influenti o emergenti  sono guidati però da leader che nel passato si sono dimostrati un po' refrattari all'idea della cooperazione...
R.- In effetti, a livello mondiale sono un po' meno ottimista. La colpa anche qui è tutta occidentale. Siamo noi che abbiamo permesso che certi stati diventassero dei giganti economici, potenti ma fondati su linee di sviluppo così lontane da quelle proprie delle nostre democrazie e soprattutto così noncuranti dei diritti umani...Bisogna cambiare registro. E per  questo occorre un'Europa forte. Le potenzialità per primeggiare ci sono, ci sarebbero tutte. Eppure continuiamo ad azzannarci fra noi, a insistere su politiche di austerità che tra l'altro non hanno alcun vantaggio scientificamente fondato.
Quanto l'economia civile, l'economia verde, la microeconomia possono realmente costituire un'occasione concreta di sviluppo?
R. - L'economia civile è un paradigma teorico che viene rifiutato forse anche perché nasce in ambienti cattolici. Le sue caratteristiche sono semplici: non esclude nessuno dal mercato; afferma che il fine dell'agire economico è il bene comune, non il bene totale; afferma che l'ordine sociale è il frutto dell'interazione fra stato, mercato e società civile; non accetta il principio del “Noma”, dei Non-overlapping magisteria (la teoria secondo qui scienza e religione avrebbero aree di indagine diverse e non sovrapponibili, ndr). Quest'ultima è una teoria antica. Se ne può trovare origine sin dal  1829, quando Richard  Whatley, arcivescovo anglicano e professore di economia a Oxford, affermava che l'economia è una scienza neutrale che deve essere separata dall'etica e dalla politica. Un concetto antico ma assolutamente inaccettabile.
Chi a suo parere può assumere la leadership nel guidare questi processi innovativi?
R.- Questo è un falso problema. È l'uso che dà il metodo, secondo l'epistemologia: è una delle poche affermazioni di Kant sulle quali sono d'accordo. Prima di cercare il leader devi creare le coscienze. A quel punto il leader verrà fuori. Bisogna che la gente cambi, come dire, il mindset. Fece lo stesso anche Gesù, in fondo, affidandosi agli analfabeti, Pietro per primo, ed esortandoli ad andare in giro a convincere gli altri. Quando nelle persone inietti il desiderio del cambiamento, si è già a buon punto.




giovedì 17 gennaio 2019

ALTA FORMAZIONE PER DIRIGENTI E DOCENTI

AIMC / UNIVERSITÀ “FEDERICO II” di NAPOLI
Corsi di Alta Formazione -A.A. 2018/2019

Sono pubblicati il bando e gli allegati di ciascuno dei quattro Corsi di Alta Formazione che l’AIMC indice, di concerto con il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, nell'ambito dell’Accordo Quadro e dell’Accordo Attuativo del 28 dicembre 2018,
nell’A.A 2018/19 sui temi:

- “Cittadinanza attiva e legalità ”;
- “Educazione alla cultura economica ”;
- “Inclusione scolastica e sociale ”;
- “Leadership per la promozione del successo
formativo ”.

I corsi intendono proporre approfondimenti rispettivamente sui temi:
- società come luogo di attivazione di cittadinanza democratica e di promozione della legalità, nonché formare i cittadini italiani che siano allo stesso tempo cittadini dell’Europa e del mondo, stimolando lo sviluppo nell’uomo-cittadino dell’etica della responsabilità, del senso della legalità e dell’appartenenza a una comunità residente in un determinato territorio;
- principali concetti dell’economia politica così come sono approfonditi nel dibattito fra gli studiosi.
Saranno in particolare esaminati i temi della disoccupazione, dell’inflazione, del debito e deficit pubblico, dello sviluppo economico e della sua sostenibilità sociale, economica e ambientale;
- inclusione sociale con particolare attenzione all’inclusione scolastica e alla sua centralità per la costruzione di città-inclusive. Il percorso formativo sarà concentrato particolarmente sulle cause economiche, sociali e istituzionali dell’esclusione e sull’analisi delle politiche di inclusione con lo studio di buone prassi sia in ambito scolastico che sociale;
- importanza della leadership quale leva strategica dell’organizzazione e del management. Far acquisire o accrescere nei partecipanti gli strumenti di leadership per un’ efficace gestione del contesto lavorativo. Lavorare sulla leadership efficace che è dinamica, innovativa, richiede uno stile che ispiri, motivi, influenzi, sviluppi sia i risultati presenti sia quelli futuri. Aiutare i partecipanti a trovare in se stessi le qualità del leader . Individuare i comportamenti di leadership più efficaci nelle diverse situazioni gestionali (leadership situazionale). 
I corsi seguiranno un percorso altamente professionale, atto a fornire un aggiornamento di elevato profilo. 
Sono previste 60 ore circa, di cui 30 dedicate all'attività formativa in aula, 10 dedicate all'attività formativa e-learning e 20 di laboratori tematici, studi di casi specifici e consegna dell’elaborato finale.
L’attività didattica in aula si svolgerà presumibilmente un giorno ogni due settimane presso i locali del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” mentre l’attività formativa e-learning si svolgerà attraverso la piattaforma http://www.aimc.it/online/
La frequenza è obbligatoria. 
I corsi si concluderanno entro il 10 giugno 2019.
Per il conseguimento dell’attestato finale è necessario aver frequentato completamente l’intero percorso didattico del corso e superato la prova finale.
Il numero minimo per l’attivazione dei corsi è di 25 (venticinque) iscritti.
I bandi di concorso e relative graduatorie sono pubblicati presso il Dipartimento di Scienze Politiche in Via L. Rodinò, 22 e V ia Mezzocannone, 4 - 80138 Napoli nonché attraverso i siti del Dipartimento www .scienzepolitiche.unina.it e dell’ AIMC www .aimc.it.

Ecco i corsi:

CITTADINANZA ATTIVA E LEGALITÀ

EDUCAZIONE ALLA CULTURA ECONOMICA

INCLUSIONE SCOLASTICA E SOCIALE

LEADERSHIP PER LA PROMOZIONE DEL SUCCESSO FORMATIVO









venerdì 29 dicembre 2017

GOVERNANCE ISTITUZIONI SCOLASTICHE - RUOLO DEL DIRIGENTE - CORSO DI FORMAZIONE


Il percorso formativo prevede: Prove di verifica e colloqui; Esercitazioni mediante simulazioni;  analisi e studio di casi; commento critico delle prove di verifica

Iscrizioni entro il 10 gennaio


            SCHEDA DI PRENOTAZIONE