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venerdì 3 ottobre 2025

UNO ALL'ORA

 


Ho scoperto che molti quattordicenni non sanno leggere l’orologio a lancette.

 I cellulari hanno reso obsoleto insegnarlo o impararlo. 


-di Alessandro D'Avenia


Sembra strano alla mia generazione che ne ha un ricordo indelebile. 

Entravamo nel tempo dei «grandi» in cui le cose accadevano all’ora precisa (soprattutto i cartoni animati). Ma non sospettavo di aver perso la magia dell’infanzia, quando il tempo non conta perché non lo si conta, non c’è ansia. Da quel momento invece il tempo cominciò a scorrere e le tre lancette lo segnalavano inesorabilmente. Accadeva da secoli: l’ombra delle meridiane, il flusso di sabbia nelle clessidre, l’ondeggiare dei pendoli. Non serviva leggere «Il pozzo e il pendolo» o «La maschera della morte rossa» di Poe per sentirsi «tagliare» dal tempo, bastava la lancetta che è infatti una «piccola lancia»: secondo e secolo vengono dal latino secare (tagliare), e una vita in media si estende tra questi due tagli.

Insomma, l’orologio affetta il tempo e quindi noi, che siamo tempo incarnato.

Invece le cifre sullo schermo fermano l’istante (scattano un’istantanea al tempo), non scorrono: appaiono. Non segnano il momento (da movimento) della Terra attorno al proprio asse ma l’attimo, parola che viene da soffio o atomo (il non tagliabile). Il tempo analogico scorre, il digitale è assoluto. Che cosa è meglio: che il tempo corra come le lancette o che si illumini sullo schermo?

Noi abbiamo due tempi quantificabili: quello storico, lineare e progressivo, che avanza come una sonda lanciata nello spazio, e quello cosmico, circolare e ricorsivo, che ritorna come le stagioni. Da come viviamo questi due tempi dipende la vita. Alcune culture, come quelle agricole, privilegiano il secondo, che garantisce ordine e frutti. Altre, come quelle tecnologiche, il primo, e cercano di accelerarlo perché il domani sarà migliore. Le Ore erano in Grecia divinità femminili che garantivano l’ordine ciclico del tempo e infatti hora significava stagione, per noi le ore sono invece torte di 60 fettine (minuto significa piccolo). Modi molto diversi di affrontare l’ora.

E proprio a partire dal rapporto con il tempo Claude Lévi-Strauss divideva le culture in fredde o calde, le prime cercano di frenare il corso lineare, perché è decadenza come accade nelle età della vita, più si è vicini all’origine da conservare (culto della Memoria) meglio è; le seconde amano accelerare perché il meglio è domani: progresso, evoluzione, innovazione (culto dell’Avvenire). La nostra, guidata dalla tecnologia, è una cultura caldissima, in accelerazione costante per raggiungere la felicità: più che il corso ci piace la corsa del tempo. Le prime culture (come i singoli) rischiano la malinconia (vivere nei ricordi) e il congelamento (la Memoria diventa prigione), le seconde l’ansia (la felicità è sempre dopo) e il surriscaldamento (il Futuro diventa distruzione), ma entrambe rischiano di andare fuori tempo e perdere il presente, o per eccesso di lentezza/conservazione o di velocità/sostituzione.

Come sempre la felicità sta nel mezzo. In un terzo tempo in cui la memoria si rinnova e il futuro si incarna, entrambi in un presente non quantificabile perché è interiore, cioè dipende dalla libertà: la posizione che decido di assumere in ogni istante. Un modo di essere che Agostino nelle «Confessioni», ben prima del surrogato contemporaneo (mindfulness), chiamava «presenza del presente», che accade solo grazie al «cointuitus», termine in cui univa «attenzione» e «intenzione», che rendono l’attimo «eterno».

L’istante ha densità e intensità tali — è pieno di senso — da fermarsi, è contemporaneamente memoria (presenza del passato) e speranza (presenza del futuro).

In questo senso l’ora che appare sullo schermo del cellulare lo evoca più del movimento delle lancette: unica e irripetibile. Ma come si fa a stare nell’istante con questa «attenzione» e «intenzione»? A fare dell’accensione dello schermo anche un’accensione di cuore, mente e corpo? In «cointuitus», il prefisso co- aggiunge a -intuitus(guardar dentro, fissare, prestare attenzione) il tenere insieme: è uno sguardo simultaneo, che collega, unifica, abbraccia. Che cosa? Kierkegaard ha risposto, grazie anche al fatto che in danese «istante» si dice «batter d’occhio» (øieblik, composto da occhio e lampo, eye più blink in inglese), che l’istante è il riflesso dell’eternità nel tempo, il punto di contatto dove eternità e tempo si toccano. Il filosofo ne parla nel suo libro sull’angoscia perché il vero istante comporta una scelta: la libertà ci sottrae al finito delle cose che non scegliamo e ci apre all’infinito di quelle possibili, e rende l’istante eterno se scelgo la vita e non la morte. Cioè?

Poter scegliere ci rende unici, una unicità che in realtà temiamo perché la libertà è impegnativa; infatti, tendiamo a nasconderci a noi stessi, a scomparire nella routine, nell’omologazione, nel «come tutti» che ci rassicura e garantisce esistenza (ma non vita). Evitiamo la solitudine buona (che è unicità non isolamento) e ci perdiamo nelle cose del mondo, quando siamo fatti per stare di fronte al mondo.

Lo spiega bene Jon Fosse, recente Nobel per la letteratura: «L’intera ideologia contemporanea, propagata quotidianamente dai media, ci dice che è questo che dobbiamo fare, scomparire nelle cose, sotto forma di produttori e consumatori, dobbiamo chiuderci nel mondo per sfuggire a noi stessi, alla nostra solitudine interiore, che non viene vista come qualcosa che ci lega a Dio, attraverso il silenzio, ma come qualcosa di spaventoso, minaccioso: abbiamo paura di noi stessi, e di Dio, molto semplicemente» («Il mistero della fede»).

La paura evita l’istante, preferisce il «distante». Ma diventa eterno solo l’istante (nel Medioevo i teologi parlavano di «nunc stans», l’adesso che rimane) che sottraiamo al mondo e alle sue regole mortifere, alle sue convenzioni e finzioni, trovandovi e immettendovi vita nuova a partire dalla nostra unicità. Per questo ci vuole «attenzione» (tensione verso ciò che ho davanti) e «intenzione» (impegno verso ciò che ho di fronte), altrimenti sparisco nelle cose, il mondo mi inghiotte. Solo la scelta della vita sottrae il tempo a lancette e schermi: essere riempiti e riempire l’attimo scegliendo di aumentare la vita, non la morte, in me e attorno a me. Tutto il resto è tempo perso, morto, nel senso che «è passato».

Tutto questo può sembrare lontano dal quotidiano, ma ne è la sostanza, basta forse un esempio che ciascuno poi adatterà al suo vissuto. Per me è eterna un’ora di lezione in cui metto: attenzione alla vita di ogni studente che mi capita di fronte e intenzione per far sì che l’ora serva a quella vita per crescere. Scelgo il presente, scelgo il mio studente: lo vorrei in classe se non ci fosse, lo vorrei nel mondo se non fosse nato. Per fare così devo però tirar fuori più vita da me, prima che da lui, una vita nuova. Questo comporta sì fatica ma anche gioia, perché l’ora trabocca di senso, non è un’ora di italiano a 17 euro, ma di vita che non muore e non c’era (da dove sgorghi richiede un altro articolo). Il tempo, circolare o lineare, che quantifichiamo con ombre, sabbia o lancette, è abbracciato e assunto in un altro tempo, che non è quantificato ma qualificato: dalla vita che scelgo. Noi siamo tempo incarnato e quando tocchiamo l’eterno è la carne che si eterna. Il sogno del transumanesimo è riuscirci con la tecnologia, sottraendo la coscienza al supporto carnale (mortale) e impiantarla in uno di silicio (immortale). In realtà questo è possibile già ora, e proprio nella carne.

Dante lo chiamava «trasumanare», che non era però andare oltre l’umano per raggiungere il paradiso, ma andare in paradiso per compiere l’umano. 

E non dopo la morte (in paradiso come all’inferno non ci si va, ci si è), adesso, come esclama il protagonista delle «Notti bianche» di Dostoevskij: «Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! È forse poco sia pure nell’intera vita di un uomo?».

Figuriamoci uno all’ora…

 Prof 2.0

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mercoledì 24 gennaio 2024

L'INTENSITA' DELL'ISTANTE


  È nella “intensità dell’istante” che si gioca il destino 

di questa generazione fragile



-          di Claudio Burgio

"L'intensità dell’istante" di Simone Riva: nelle pieghe della scuola e del tempo libero il vero protagonista è un ospite che ci cerca.

Apparentemente il testo de L’intensità dell’istante (Youcanprint, 2023) si snoda attraversato da un ordine semplicemente cronologico: una raccolta di articoli scritti sul Giornale di Monza dal settembre 2022 all’agosto 2023, incentrati sui grandi momenti dell’anno – da feste a eventi significativi – che scandiscono un normale anno di vita. In realtà, il libro di don Simone Riva è capace di far rivivere “piccoli episodi che però non sono mai piccoli” in veri e propri kairoi, ovvero in “momenti favorevoli”, in “tempo opportuno” per provocare, interrogare, cercare il senso di fatti circoscritti e puntuali eppure dotati di significato che va oltre i singoli episodi accaduti.

 La vita può essere interpretata in due modi: una ripetizione dell’identico e di fatti sconnessi tra loro, oppure la trama di una storia più grande di noi che si rivela strada facendo attraverso gli incontri e le situazioni che ci accadono. L’intensità dell’istante rappresenta l’affascinante itinerario educativo di un sacerdote nel quotidiano dialogo con le nuove generazioni e con il mondo adulto: nulla di costruito, solo il risuonare di voci, domande aperte, intuizioni che “toccano il cuore e la vita”, come ben annota don Alberto Cozzi nella sua bellissima prefazione. Il libro nasce dall’esperienza di chi ogni giorno è messo a contatto con giovani e adulti, per rileggere con loro la straordinaria avventura del presente: il cristianesimo, del resto, non è mera consolazione in attesa di una redenzione futura, ma è annuncio a noi contemporaneo, è educazione alla realtà totale così come è adesso.

 Un cristianesimo come alienazione dalla realtà contingente, come “religione del cielo vuoto” non serve e non entra nella vita soprattutto dei più giovani: i ragazzi hanno necessità di incontrare una Parola che faccia risorgere adesso e che alimenti un cammino di rinnovata fiducia e di liberazione dalle tante paure che attraversano la loro generazione.

 Mi pare che questa sia la prospettiva offertaci da don Simone: la lettura di L’intensità dell’istante offre uno spaccato di vita quotidiana in un ambito cruciale per la vita dei giovani soprattutto come quello scolastico. Ogni istante, ogni esperienza, ogni incontro, per quanto fugace, è espressione dotata di senso e non deve essere condannata all’insignificanza. Tutto è indice di intensità e di profondità se accompagnato dalla presenza di un Maestro.

 Ovunque si parla ancora oggi di “emergenza educativa” in termini preoccupati e negativi. Per dirla come il compianto Giuseppe Vico – già ordinario di pedagogia generale nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – l’emergenza educativa può essere intesa piuttosto come “molla della storia”: l’emergere, il rendersi visibile di un fenomeno educativo è già un sintomo di speranza se ascoltato e compreso attraverso un itinerario interpretativo che sappia farne scorgere i tratti e le ragioni profonde. Così, don Simone – portando alla luce tanti fatti, episodi di quotidianità normale – aiuta il lettore a “far emergere” un pensiero nuovo su questa generazione fragile e permette di interrompere l’afasia dei padri verso i figli che sembra connotare il nostro tempo: ogni fenomeno giovanile, in effetti, non può essere affrontato da chi non sappia cimentarsi con la vita dei ragazzi e con il rischio della libertà.

 In un’epoca di sempre nuove sfide educative, alle prese con un mondo adulto spesso disarmato di fronte a uno svuotamento etico apparentemente senza precedenti, il libro di don Simone offre uno sguardo decisamente capace di intercettare i grandi desideri che ancora si muovono nel cuore dei ragazzi: mossi da bisogni immediati, i giovani sono pur sempre abitati da grandi domande alle quali l’adulto non può sottrarsi. Le pagine di questo libro sono attraversate continuamente da quella ricerca di senso e di pienezza che rendono bella la vita: nella “trama silenziosa del quotidiano”, “le cose di sempre, piccole, quasi impercettibili” assumono la forma di un racconto pieno di bellezza e di realismo che invita il lettore a una presa di coscienza in più rispetto alle narrazioni spesso banali sulla condizione giovanile favorite dai media.

 Come quell’invito a “lasciarli andare” rivolto ai genitori, “perché sappiamo di Chi è l’abbraccio che li attende”, riprendendo un celebre testo di Charles Péguy: oggi, la sfida dell’educare sta proprio in questa fiducia che diventa Fede. È Dio che educa, è Dio che salva: noi siamo solo poveri Suoi strumenti: “Anziché preoccuparci di tenere a bada i ragazzi, organizzandoli e incasellandoli, occorre fare di tutto per lanciarli”, assumendo la consapevolezza che solo Dio “fa nuove tutte le cose”. Pur “con tutte le nostre furbizie”, i nostri tentativi di “porci come gli innovatori, i riformatori, quelli che cambiano rispetto a prima, quelli che riescono dove altri hanno fallito, quelli che correggono ciò che era sbagliato”, il protagonista delle nostre storie “è solo Lui”. È Lui “l’Ospite atteso dell’anima”: il libro di don Simone diventa un appello, un invito forte ad alzare lo sguardo per afferrare la bellezza di ogni istante.

 

Il Sussidiario


mercoledì 10 marzo 2021

ON LINE. PRIGIONIERI DELL'ISTANTE


Va ritrovato 

il senso del tempo

 Come la pandemia ha cambiato il nostro modo di pensare e di stare al mondo

Sottoposti a una dittatura delle procedure, il rischio è confondere la vita quotidiana con quella in rete. Ma nel ritmo delle macchine non c’è posto per relazioni e festa.



-         di ADRIANO FABRIS

Come ogni esperienza collettiva, anche la pandemia sta lasciando tracce permanenti. Di molte ci accorgeremo tra un po’. Non parlo solo delle conseguenze fisiche, più o meno evidenti in chi ha contratto il Covid ed è riuscito a guarire. Non parlo solo del dolore di chi, a causa della malattia, ha perduto persone care, senza neppure averle potute accompagnare negli ultimi istanti. Né parlo dell’estremo disagio di chi ha perso il lavoro e dei tanti che non riescono a trovarlo: la vera emergenza che non può essere affrontata solo con i sussidi. Parlo di qualcosa di più generale, che coinvolge tutti, anche chi dal virus non è stato colpito direttamente. Mi riferisco ai cambiamenti nel nostro modo di pensare, di guardare agli altri, di stare al mondo.

Anche qui c’è una trasformazione: meno evidente ma non meno radicale. E tuttavia bisogna intendersi. Non si tratta solo di una perdita. Infatti, come ogni esperienza, anche la pandemia offre opportunità che vanno sfruttate, insegnamenti di cui fare tesoro, accanto a pericoli da comprendere e da evitare. Pensiamo, per esempio, a come è cambiata in questi mesi la nostra esperienza dello spazio e del tempo. Pensiamo a quanto sono mutate le nostre relazioni. Per molti lo spazio quotidiano si è ristretto, spesso fino alla costrizione e al confinamento entro le mura di casa. L’apertura di spazi digitali ha supplito solo fino a un certo punto. Certo, abbiamo sperimentato che le tecnologie della comunicazione non comportano semplicemente una trasmissione di dati ma dischiudono ambienti molteplici, all’interno dei quali abitiamo. Ciò ha fornito una grande opportunità: ampliare gli orizzonti della nostra esperienza. Ma abbiamo anche capito che spazio fisico e ambienti online non sono la stessa cosa. In questi ambienti a mancarci è il corpo. La percezione resta limitata ai contorni dello schermo. E ci siamo accorti che le regole di questi nuovi spazi non sono le stesse della vita offline, che queste regole abbiamo bisogno di definirle per davvero, che non possiamo solo farcele imporre da questa o quella piattaforma. L’opportunità, insomma, è quella di ampliare le nostre capacità di relazione.

Il rischio è di confondere la vita quotidiana con quella in rete, sovrapponendo i comportamenti dell’una a quelli richiesti dall’altra. Purtroppo, tanti episodi recenti, che coinvolgono anche i nostri ragazzi, ci fanno capire come questo sia un rischio da non sottovalutare. La nostra esperienza del tempo, poi, ha subìto una trasformazione forse ancora più grande. Il tempo all’epoca del coronavirus si è fatto uniforme e indifferente. Ha perso continuità, si è concentrato nell’attimo. Da quest’attimo siamo sempre più assorbiti. Ogni istante – ad esempio durante lo smart working – richiede totale impegno e attenzione. Ciò non è privo di conseguenze per il nostro equilibrio psicofisico. Infatti, il venir meno delle abitudini consolidate ha provocato in molti disorientamento e la necessità di ricalibrare nuovi ritmi: non più dettati dalle relazioni sociali e dall’incontro con gli altri ma definiti da procedure e programmi con cui siamo costretti a interagire. Per molti l’orario della riunione è ricordato dalla piattaforma, ciò che bisogna fare per il lavoro dipende dalla capacità di adattarsi a un determinato protocollo. Ci troviamo sottoposti a una dittatura della procedura, che non siamo noi ma sono certe macchine a mettere in opera.

Tutto questo probabilmente resterà anche in futuro: almeno a detta degli esperti. Il problema è che il tempo delle macchine e dei programmi è un tempo quantitativo, un tempo tutto uguale. Non è il tempo della nostra esperienza, che qualitativamente è invece sempre diverso. Per noi la stessa mezz’ora pare volare via in un lampo, o sembra invece non finire mai. Se invece il nostro tempo viene standardizzato, se noi siamo costretti a seguire il suo ritmo meccanico, tutto si fa omogeneo. Tutto diventa indifferenziato e sembra, alla fine, essere indifferente. Ne è una riprova il venir meno della distinzione tra tempo di lavoro e tempo della festa, visto che le macchine non ammettono pause. E così la domenica cessa definitivamente di essere il giorno del Signore. Insomma: se il tempo delle relazioni interumane si eclissa, se cade la distinzione tra impegno e pausa, se i ritmi della vita non sono più stabiliti da noi ma da un programma, se le procedure che dobbiamo seguire non ci danno tregua e non distinguono tra giorno e notte, allora ciò che rimane è solo un tempo esploso, polverizzato. È un tempo che non offre più continuità. Che non collega più i vari aspetti della nostra vita. Che in definitiva non ci permette di costruire un’identità, di capire chi siamo.

Tutto ciò si riflette infine sulle relazioni che sostengono la nostra vita. Se c’è una cosa che la pandemia ha smascherato è l’illusione – moderna – della centralità dell’individuo isolato e autosufficiente. Abbiamo invece sperimentato sulla nostra pelle, proprio quando siamo stati costretti a isolarci, che le relazioni non possono essere tagliate via, perché sono la sostanza del nostro essere. Se questo è un indubbio guadagno, nel contempo tuttavia è emerso anche un modo di pensare che può essere fuorviante e pericoloso. La distanza, il distanziamento, si sono imposti come valori. Abbiamo imparato che, paradossalmente, si ama il prossimo tanto più quanto lo considera (e lo si tratta) come qualcuno che va tenuto lontano: per non contagiarci, per non contagiarlo. È il pericolo dell’indifferenza. Tenere a distanza il prossimo, vederlo soltanto da lontano, magari su uno schermo, ci fa addirittura pensare che ciò che lo riguarda sia una mera rappresentazione o – peggio – una montatura: come ritiene chi nega, assurdamente, la realtà della pandemia. Ma l’immagine non sostituisce la realtà. Il reale ha una forza di verità che prima o poi viene fuori. E che sollecita il nostro impegno.

Ecco dunque alcuni segni profondi che quest’esperienza – tragica per molti, difficile per tutti – sta lasciando. Ecco i rischi e i guadagni che essa comporta. Non sarà un’esperienza inutile, però, a un’unica condizione. Potrà restarne qualcosa di positivo solo se ne trarremo insegnamenti: solo se la pandemia non ce la lasceremo alle spalle, senza pensarci più, quando i vaccini saranno finalmente disponibili per tutti. Se saremo capaci di fare tesoro di ciò che è avvenuto e sta avvenendo potremo iniziare a conciliare e a gestire i nostri spazi, reali e virtuali. Potremo recuperare il vero senso del tempo: un tempo che scorre, non già bloccato nell’istante. Potremo riattivare le nostre relazioni, in tutto il loro spessore. E saremo in grado di ripartire – di ripartire davvero – su basi nuove. Perché bisogna andare avanti. E per andare avanti ci vuole una prospettiva. Già il semplice prenderci cura gli uni degli altri, soprattutto di coloro che da questa pandemia sono i più colpiti, può essere un primo passo concreto.

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