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lunedì 25 maggio 2026

LA TORTA ODISSEA

 


NON HO L'ETA'




 
a 15 anni è ozioso

 (e cosa serve davvero).


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa abbiamo portato a termine un'odissea: l'Odissea. Abbiamo letto integralmente il poema in classe ad alta voce, e quando ho pronunciato l'ultimo dei 12.110 versi si è levato un applauso e i miei quattordicenni hanno svelato una torta fatta in casa per festeggiare. La «Torta Odissea» è al cacao, a forma a cuore (Itaca), con una «O» al centro, buonissima. Un viaggio inaugurato a settembre: «Ma è un mattone», dissero quando annunciai l'impresa. «Sì - risposi - per costruirci una casa che resiste al tempo, se non volete accontentarvi di rifugi improvvisati dalla dopamina, che verranno spazzati via al primo incontro vero con la vita: il primo lutto, il primo amore, la prima crisi». Abbiamo disposto i banchi a ferro di cavallo e affidato a ciascuno la voce di un personaggio, perché l'unica interpretazione di un testo è proprio la sua «interpretazione», viverlo, eseguirlo, come in musica, tanto più se si tratta di 24 «canti»: 30 minuti ciascuno ad alta voce. Basterebbero 12 ore filate, ma li centelliniamo come un vino pregiato, un (in-)canto a settimana: 24 settimane (noi 23 perché una volta hanno chiesto di leggerne due di seguito, un caso di binge-reading scolastico). Mai avremmo festeggiato con una torta la lettura di un brano antologico, perché festa si fa solo quando si compie un'impresa «memorabile», cioè che rimane. Dove? 

 Dopo aver finito la lettura ho mostrato loro il trailer di «Odissey», l'atteso film di Cristopher Nolan. I ragazzi, oltre ad aver riconosciuto personaggi e episodi, forti della lettura integrale (i libri consunti, pieni di appunti e posti-it per me sono già un voto, e una studentessa ha detto alla madre che la sua Odissea va conservata per bene) hanno notato delle incongruenze. A scuola testiamo soprattutto la capacità mnemonica, dimenticando che l'intelligenza specificamente umana non è un magazzino ma un processo, che ha nell'attenzione la linfa e nella meta-cognizione il frutto: tenuta e capacità di giudicare i propri pensieri/sentimenti, valutare il pensato e il sentito e verificare se corrispondono alla realtà o a pregiudizi, illusioni, automatismi... Non c'è intelligenza senza consapevolezza dei propri pensieri, perché intelligenza (da inter, tra, dentro, e legere, cogliere) è capacità di scegliere. Intelligente non è chi sa più dati sull'Odissea (quella è capacità mnemonica che oggi identifichiamo con l'intelligenza tanto da definire tale quella artificiale), ma chi ha attivato la «modalità» Ulisse: capacità di stare di fronte al caos del reale e decidere, di volta in volta, chi essere e che cosa fare, senza soccombere o lasciarsi manipolare.  

 Un'intelligenza attenta e attiva: osserva, giudica, valuta, discerne, sceglie, inventa, crea...  

Nel poema più volte l'eroe parla a se stesso, mostrando l'unicità umana: abbiamo quella che, metaforicamente, chiamiamo «interiorità» o «profondità», intercapedine tra noi e il mondo, che ci consente di comprenderlo, trasformando il caos in cosmo, l'incompiuto in sfida.  

Di recente si è discusso se leggere Manzoni a 15 anni o dopo, dibattito ozioso perché da sempre siamo noi insegnanti a sapere se e come adattare al tipo di classe e alunni quello che i programmi indicano: siamo postini che devono consegnare lettere proprio al tuo numero (e senso) civico. I quindicenni di quarant'anni fa non erano più intelligenti, ma erano sfidati a diventarlo. Come? Non «abbassando il tiro»: l'arciere per arrivare a segno dirige infatti la mira più in alto. È così anche nell'educazione: solo puntando più in alto si fa centro.  

Per esperienza posso dire che bisogna farlo anche prima. Quando ho iniziato a insegnare, nel 2000, in una scuola media romana, inaugurammo un progetto che dura da allora: «Il classico di classe» (lettura integrale di un'opera in ogni classe). In una, essendo a Roma, scegliemmo l'Eneide. Trasformammo la lettura del poema in un di gioco di ruolo: la classe era divisa in tre gruppi di ricercatori (geografi, antropologi, teologi) a seconda dell'aspetto da indagare. Ho incontrato di recente uno di quegli alunni, quasi quarantenne, che ricorda bene quella lettura, perché la memoria a lungo termine non si attiva con l'interrogazione ma con la densità dell'esperienza vissuta. Chi dimentica un viaggio impegnativo e avventuroso? La vita sentita, anima e corpo, diventa così termine di paragone, metro di giudizio per tutto ciò che si incontrerà in futuro. Per questo sono felice di aver contribuito a realizzare un libro appena uscito: «Il cammino verso la felicità: la Divina Commedia raccontata a mio figlio» (Mondadori). Il viaggio integrale di Dante raccontato da un professore universitario di filologia e paleografia, Paolo Pellegrini (sua una bella biografia dantesca uscita per Einaudi nel 2021), come faceva con i figli piccoli per far capire loro il suo strano lavoro, e illustrato dal bravissimo Fabiano Fiorin. Una Commedia che, in base a livello e sensibilità, si può dar da leggere o leggere insieme a figli e alunni dai 6 ai 13 anni, per cominciare a gustare la più bella storia mai scritta, che comincia proprio quando il suo autore, a 9 anni, vide per la prima volta Beatrice.  

I bambini hanno diritto a storie di qualità, perché le storie sono strumenti di conoscenza di sé e del mondo, necessari a sviluppare un'intelligenza capace di giudicare la verità di ciò che incontrano: dove c'è realtà e dove illusione, perché chi «intellige» (legge dentro) diventa libero. Rinunciare a questo significa lasciare i bambini in balia del più forte: pensieri non pensati, sentimenti non sentiti. La «torta Odissea» mi ha ricordato che un capolavoro è un compleanno dell'umano e dell'umanità, come dice un personaggio dei «Demoni» di Dostoevskij: «Io sono un vecchio superato, e dichiaro solennemente che lo spirito della vita soffia come prima e la forza vitale non è esaurita nei giovani. L’entusiasmo della gioventù contemporanea è puro e luminoso come quello dei nostri tempi. È accaduta solo una cosa: uno spostamento di scopi, la sostituzione di una bellezza con un’altra! Tutto il malinteso sta nel dubbio se sia più bello Shakespeare o un paio di stivali, Raffaello o il petrolio... ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello sono già il vero frutto di tutto il genere umano e, forse, il frutto più alto che mai possa essere! È già stata raggiunta la forma di bellezza senza cui forse non acconsentirei nemmeno a vivere».  

La scuola, dentro o fuori dalle mura, è la «conversazione» tra i «perenni» e i «recenti», i primi rispondono alla domanda dei secondi: come si fa a non morire? Come acconsentire alla vita? Ma per essere davvero «perenni» hanno bisogno di testimoni. Non si tratta di decidere se leggere Manzoni ma di avere adulti che incarnino il romanzo, come aveva intuito nel 1953 Ray Bradbury in Fahrenheit 451, in cui non narrava una civiltà del futuro senza libri, ma descriveva quella in cui, distratti e manipolati, si smette di leggere: la nostra.  

Invece di linee guida sui programmi abbiamo bisogno di una riforma dell'accompagnamento alla lettura dai 6 ai 18 anni. Servono, come nel libro di Bradbury, persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica, audiolibri viventi. Basterebbe un'ora a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (circa 400 ore di lettura per 30 pagine l'ora) per regalare ai nostri ragazzi 12.000 pagine incarnate (un libro da 800 pagine l'anno, o 2 da 400 o 4 da 200...). Ascolto attivo: caccia ai tesori del testo, appunti e domande. Interrogativi, non interrogazioni. Intelligenza carnale, perché la bellezza è passeggera nella mente, ma è immortale nella carne.

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo


giovedì 18 settembre 2025

LIBRI E LETTURE A SCUOLA

 


 La letteratura 

chiede di uscire 

dalla gabbia

 del “programma”, 

ma i prof sono pronti?

 

-      


  di Monica Bottai

 

La scuola è cominciata, quale momento migliore per cambiare subito l’approccio alla letteratura (e naturalmente il suo studio)?

Ed eccoci rientrati a scuola, con l’ansia settembrina di scoprire come questi corridoi e queste aule riprenderanno vita. Continuando dunque il discorso su libri e letture, non possiamo non cambiare visuale, passando dal delectare vacanziero ad un più cogente docere.

La progettazione è cruciale e preziosa, ma forse ancora troppi di noi docenti la confondono con una lista di contenuti, magari ripetuta simile di anno in anno, secondo “quel che prevede il programma”, “quel che c’è nel libro di testo”, “quel che serve per l’esame di maturità”.  Ma siamo sicuri che siano davvero questi i criteri? O piuttosto questa è una delle consuetudini, una delle leggi non scritte, di cui si è persa l’origine e sicuramente l’efficacia?

 La maggior parte dei docenti di italiano del triennio ha in mente certi contenuti da proporre ed oscilla fra due modelli impliciti di riferimento: un primo modello storicistico, in cui la letteratura coincide con un canone ben definito, corrispondente agli elementi costitutivi ed identitari della nazione (lingua, valori, evoluzione storico-sociale); e un secondo modello linguistico, di stampo strutturalista, in cui la letteratura è soprattutto oggetto di analisi testuale (lingua, stile, retorica).

In ogni caso, la proposta didattica solitamente inizia dall’analisi del contesto (biografie, epoche, fatti storici), per poi focalizzarsi su un certo numero di letture. Con questa impostazione, il docente garantisce la trasmissione della conoscenza storica e letteraria alle generazioni future, la consegna di una tradizione e di monumenti letterari essenziali, individuando come esito dell’apprendimento le azioni di memorizzazione, ripetizione, riscrittura, magari anche rielaborazione, dei contenuti trasmessi.

Dentro tutto questo, tuttavia, non si può non rilevare uno scollamento sostanziale dei nostri ragazzi dalla lettura, dalla comprensione della letteratura, dall’interesse stesso per i grandi autori. Questo è un nodo con cui dobbiamo fare i conti ed è cruciale non tanto per i pochi che escono dalla scuola arricchiti culturalmente ed umanamente, bensì per la maggioranza di chi entra nelle aule, ma ne esce sostanzialmente dimentico di più o meno tutti i contenuti e memore, invece, di noia e disamore. Ci sono elementi su cui riflettere o su cui possiamo rischiare qualche cambiamento?

Un docente di italiano della secondaria legge utilizzando antologie e manuali di storia della letteratura, moltiplicantisi in un moto perpetuo, sempre uguali ed enciclopedici, con parcellizzazione dei romanzi, pagine critiche che nessuno legge, laboratori per acquisire “competenze” che competenze non sono. Nonostante l’utilità di questo strumento, non possiamo non riconoscere quanto esso sia omologato ed omologante per i docenti, che scambiano l’indice del manuale per le indicazioni ministeriali e i testi selezionati per il programma da svolgere.

Appunto, il programma: perché le parole canone o programma o unità didattica – parole scomparse da anni dal dettato legislativo – aleggiano ancora dentro le nostre aule? Se siamo professionisti un po’ più strutturati di qualsiasi idealista romantico stile attimo fuggente, dobbiamo avere consapevolezza che nomina sunt consequentia – o substantia, aggiungo io – rerum. Quale differenza fra programmazione, programma, progettazione? quale funzione ha oggi il canone desanctisiano? quale ruolo hanno i testi “classici”? come rendere possibile ai nostri ragazzi sperimentare almeno uno dei quattordici punti che Calvino elenca per definire i classici? d’altro canto, cosa ci salva da eventuali soggettivismi nelle nostre scelte? come operare selezioni consapevoli, adeguate, efficaci?

Non si tratta di eliminare i manuali né di svalutare i classici, ma di rivalutarli contestualizzandoli ed ampliando il loro novero, secondo il criterio della polivalenza e delle connessioni possibili con il mondo. Non si tratta nemmeno di agire con spontaneismo emotivo, ma di partecipare ad un percorso educativo profondo e guidato, in cui la classe diventi vera officina letteraria, centrata sulla collaborazione fra chi legge e ciò che viene letto, in un’esperienza condivisa e realmente trasformativa.

Perché dunque a settembre non dedichiamo più tempo a chiederci: quale scopo ha la letteratura oggi per i ragazzi? quali bisogni ed esigenze hanno alunni ed alunne di questo anno davanti a me? quali contenuti/attività possono rispondere ai bisogni rilevati? perché dovrebbero leggere quello che propongo? quale convenienza ha la fatica che dovranno compiere nella lettura? è davvero indispensabile studiare in sequenza il susseguirsi di epoche e di scrittori e indugiare così tanto su periodizzazioni astratte e sui numerosi -ismi? perché non prenderci invece del tempo in più per gustare il messaggio di un testo? Quali storie selezionare, quali autori?

Queste domande possono tracciare l’inizio di una progettazione a ritroso, in cui le storie, i testi, le narrazioni, attivate in esperienze estetiche, saranno a servizio della maturazione esistenziale dei nostri alunni.  Soltanto così le proposte letterarie acquisiranno precise dimensioni formative: la significatività (il senso dell’oggetto di conoscenza proposto), il coinvolgimento emotivo (il gusto ed il piacere per quello che si fa), la dimensione critica (il rapporto dialettico fra soggetto ed oggetto di conoscenza), la dimensione comunitaria (il protagonismo inclusivo e partecipato).

Agire così attua la conversione più importante per la lettura in classe, quella dal fare storia della letteratura al fare letteratura. Chiaramente questo approccio richiede un ripensamento dei tempi, l’abbandono dell’enciclopedismo imperante, la revisione dell’impostazione storicistica tradizionale – dal momento che contesti, biografie, date, rendono gli autori verosimili agli occhi dei nostri studenti, ma raramente aiutano a renderli vivi – ed anche una revisione dei criteri per fare le nostre proposte.

Sicuramente la narratività, la possibilità dell’immedesimazione e la pluralità dei significati sono essenziali per andare al di là della mera comprensione linguistica dell’opera, utile solo ad essere sottoposta ad un’analisi, ma incapace di attivare un qualsiasi processo di interpretazione, di immedesimazione, di crescita personale.

Non solo: introdurre i nostri alunni nel mondo letterario implica un vero scarto rispetto al loro vissuto linguistico, sia per la dimensione lessicale, sia per quella argomentativa, pertanto è indispensabile offrire esperienze linguistiche significative, in cui utilizzare testi di più autori per creare laboratori lessicali, tematici o semantici, dove le parole siano riscoperte dentro la loro esperienza presente.

Infine, poiché la commistione di lingue e generi, gli intrecci e le contaminazioni, costituiscono le caratteristiche del mondo contemporaneo, è necessario introdurre più confronti diacronici e internazionali, per moduli o generi, che permetterebbero sia di approfondire la specificità della nostra storia letteraria, sia di cogliere un elemento fondante del vissuto dei nostri alunni, cioè la mondialità.

Il vero inghippo sta nella difficoltà o timore ad accettare quella che sembra una perdita di controllo e di potere: accettare di essere un po’ funamboli, in bilico fra passi misurati e vuoti imprevisti; un po’ attori, fra copione ed improvvisazione; un po’ esploratori, fra territori noti e spazi sconosciuti; un po’ mediatori, fra ciò che perseguiamo e ciò che mi darà e dirà chi ho davanti a me.

Ma questo è un cambiamento che non arriva dal ministero e che soltanto il singolo soggetto docente può realizzare e, come tale, nasce da una maturata consapevolezza, oltre che dalla disponibilità a soprassedere su molte questioni non pertinenti, inutili o persino false.

 Il Sussidiario

giovedì 9 gennaio 2025

L'UOMO CHE VENDEVA IL TEMPO

 

Nel negozio di Vettore, ciascuno trova ciò che desidera: mezz’ora in più per giocare con gli amici; altri cinque minuti sotto le coperte; una giornata da dedicare a una nuova invenzione. Vettore lavora da mattina a sera, e il tempo che gli avanza lo regala a chi non può comprarlo.

 Finché un giorno, proprio quando è lui ad averne più bisogno, scopre di aver finito le scorte.

Non c’è più tempo! E ora come si fa? Qualcuno bussa alla porta con la soluzione…

 Dalla penna di Luca Cognolato, con le tavole di Marco Paschetta, una storia che aiuta i bambini a comprendere il valore del tempo come bene comune: da preservare, custodire e persino regalare, condividendolo con chi ne ha bisogno.

 Luca Cognolato

Docente in un istituto superiore, da anni scrive libri per bambini e ragazzi, sempre più spesso in coppia con Silvia del Francia. Il romanzo L’eroe invisibile (Einaudi) è stato inserito tra i “White Ravens” della Internationale Jugendbibliothek, mentre l’albo Lo zainetto di Matilde (Carthusia) ha vinto il Silent Book Contest Gianni de Conno Award.

Segue il basket e la torta millefoglie, ma per motivi diversi.

Per Terre di mezzo Editore è stato pubblicato L’uomo che vendeva il tempo (2024) illustrato da Marco Paschetta.

 Età: 5-7 anni

ISBN: 9791259960962

Anno: 2024

Pagine: 32

€ 15,00

domenica 4 agosto 2024

LEGGERE APRE LA MENTE E IL CUORE

 Il Papa: la letteratura 

educa cuore e mente, 

apre all’ascolto degli altri

Francesco indirizza una lettera ai candidati al sacerdozio, e pure agli operatori pastorali e a tutti i cristiani, per sottolineare il “valore della lettura di romanzi e poesie nel cammino di maturazione personale”, perché i libri aprono nuovi spazi interiori, arricchiscono, aiutano ad affrontare la vita e a capire l'altro. Le opere letterarie sono una sorta di “palestra di discernimento”, scrive il Pontefice, e agevolano il pastore “a entrare in un fecondo dialogo con la cultura del suo tempo"

 -di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

 Un buon libro apre la mente, sollecita il cuore, allena alla vita. Parola di Papa Francesco, che ha preso carta e penna per far comprendere ai futuri sacerdoti, ma anche a “tutti gli agenti pastorali” e a “qualsiasi cristiano”, il “valore della lettura di romanzi e poesie nel cammino di maturazione personale”. Con la “Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione”, vergata il 17 luglio e pubblicata oggi, 4 agosto, il Pontefice intende “risvegliare l’amore per la lettura” e soprattutto “proporre un radicale cambio di passo” nella preparazione dei candidati al sacerdozio, perché si dia più spazio alla lettura di opere letterarie. Perché la letteratura può “educare il cuore e la mente del pastore” a “un esercizio libero e umile della propria razionalità” e al “riconoscimento fecondo del pluralismo dei linguaggi umani”, può ampliare la sensibilità umana e condurre a “una grande apertura spirituale. Inoltre compito dei credenti, e dei sacerdoti in particolare, è “‘toccare’ il cuore dell’essere umano contemporaneo affinché si commuova e si apra dinanzi all’annuncio del Signore Gesù”, e in tutto ciò “l’apporto che la letteratura e la poesia possono offrire è di ineguagliabile valore”.

 Gli effetti benefici della lettura

Nel testo, Francesco sottolinea anzitutto gli effetti benefici di un buon libro che, “spesso nella noia delle vacanze, nel caldo e nella solitudine di alcuni quartieri deserti”, può essere “un’oasi che ci allontana da altre scelte che non ci fanno bene”, e che, nei “momenti di stanchezza, di rabbia, di delusione, di fallimento, e quando neanche nella preghiera riusciamo a trovare ancora la quiete dell’anima”, può aiutare ad attraversare momenti difficili e ad “avere un po’ più di serenità”. Perché magari “quella lettura ci apre nuovi spazi interiori” che aiutano a non chiudersi “in quelle poche idee ossessive”, le quali poi “intrappolano in maniera inesorabile”. Ci si dedicava alla lettura più spesso “prima della onnipresenza dei media, dei social, dei cellulari e di altri dispositivi”, osserva il Papa, che evidenzia come in un prodotto audiovisivo, seppure “più completo”, “il margine e il tempo per ‘arricchire’ la narrazione o interpretarla sono solitamente ridotti”, mentre leggendo un libro “il lettore è molto più attivo”. Un’opera letteraria è “un testo vivo e sempre fecondo”. Succede, infatti, che “nella lettura, il lettore si arricchisce di ciò che riceve dall'autore”, e questo “gli permette di far fiorire la ricchezza della propria persona”.

 Dedicare tempo alla letteratura

Se è positivo che “in alcuni seminari, si superi l’ossessione per gli schermi - e per le velenose, superficiali e violente fake news - e si dedichi tempo alla letteratura”, alla lettura, a parlare di “libri, nuovi o vecchi, che continuano a dirci tante cose”, riconosce Francesco, invece, in generale, “nel percorso formativo di chi è avviato al ministero ordinato” non c’è uno spazio adeguato per la letteratura, ritenuta “un’espressione minore della cultura che non apparterrebbe al cammino di preparazione e dunque all’esperienza pastorale concreta dei futuri sacerdoti”. “Tale impostazione non va bene”, afferma il Papa, porta a “una forma di grave impoverimento intellettuale e spirituale dei futuri presbiteri”, che non hanno così “un accesso privilegiato, tramite appunto la letteratura, al cuore della cultura umana e più nello specifico al cuore dell’essere umano”. Perché, in pratica, la letteratura ha a che fare, “con ciò che ciascuno di noi desidera dalla vita” ed “entra in un rapporto intimo con la nostra esistenza concreta, con le sue tensioni essenziali, con i suoi desideri e i suoi significati”.

 I libri compagni di viaggio

Ricordando gli anni della sua docenza in una scuola di gesuiti a Santa Fe, tra il 1964 e il 1965, il Papa racconta che come professore di Letteratura, agli alunni c’era da far studiare El Cid, mentre loro “chiedevano di leggere García Lorca”. “Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi” rammenta Francesco, aggiungendo che preferivano “le opere letterarie contemporanee” ma che “leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e poi passavano ad altri autori”, perché “alla fine, il cuore cerca di più, ed ognuno trova la sua strada nella letteratura”. A tal proposito il Papa, confida di amare “gli artisti tragici, perché tutti potremmo sentire le loro opere come nostre, come espressione dei nostri propri drammi”. Il Pontefice avverte che non bisogna “leggere qualcosa per obbligo”, semmai si devono selezionare le proprie letture “con apertura, sorpresa, flessibilità”.

 Far incontrare Gesù fatto carne

Oggi, per “rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne”, credenti e sacerdoti, nell’annunciare il Vangelo, devono impegnarsi perché “tutti possano incontrarsi con un Gesù Cristo fatto carne, fatto umano, fatto storia”. Non si deve mai perdere di vista “la ‘carne’ di Gesù Cristo”, raccomanda il Pontefice, “quella carne fatta di passioni, emozioni, sentimenti, racconti concreti, mani che toccano e guariscono, sguardi che liberano e incoraggiano, di ospitalità, di perdono, di indignazione, di coraggio, di intrepidezza: in una parola, di amore”. Per questo, rimarca Francesco, “un’assidua frequentazione della letteratura può rendere i futuri sacerdoti e tutti gli agenti pastorali ancora più sensibili alla piena umanità” di Cristo “in cui si riversa pienamente la sua divinità”.

 L’abitudine a leggere ha esiti positivi

Nella lettera, il Papa enuncia anche le conseguenze positive che per gli studiosi scaturiscono dall’“abitudine a leggere”, che aiuta “ad acquisire un vocabolario più ampio”, “a sviluppare vari aspetti” della propria intelligenza”, “stimola anche l’immaginazione e la creatività”, “permette di imparare ad esprimere in modo più ricco le proprie narrazioni”, “migliora anche la capacità di concentrazione, riduce i livelli di deterioramento cognitivo, calma lo stress e l’ansia”. In concreto, leggere “ci prepara a comprendere e quindi ad affrontare le varie situazioni che possono presentarsi nella vita”, prosegue Francesco, “nella lettura ci tuffiamo nei personaggi, nelle preoccupazioni, nei drammi, nei pericoli, nelle paure delle persone che hanno superato alla fine le sfide della vita”. E con Borges si può giungere a definire la letteratura “ascoltare la voce di qualcuno”.

 Rallentare, contemplare, ascoltare

La letteratura serve “a fare efficacemente esperienza della vita”. E se “il nostro sguardo ordinario sul mondo è come ‘ridotto’ e limitato a causa della pressione” dei diversi impegni personali e “anche il servizio - cultuale, pastorale, caritativo - può diventare” solo qualcosa da dover fare, il rischio è quello di “cadere in un efficientismo che banalizza il discernimento, impoverisce la sensibilità e riduce la complessità”. E allora nel “nostro vivere quotidiano” bisogna imparare “a prendere le distanze da ciò che è immediato”, è il suggerimento del Papa, “a rallentare, a contemplare e ad ascoltare”, cosa che può accadere quando ci si ferma a leggere un libro. Serve “recuperare modi di rapportarsi alla realtà ospitali, non strategici”, occorre “distanza, lentezza, libertà” per un approccio al reale, in parole povere, e la letteratura consente di “allenare lo sguardo a cercare ed esplorare la verità delle persone e delle situazioni”, “ci aiuta a dire la nostra presenza nel mondo”. Inoltre, insiste il Papa, “leggendo un testo letterario” vediamo con gli occhi degli altri, sviluppiamo “il potere empatico dell’immaginazione”, “scopriamo che ciò che sentiamo non è soltanto nostro, è universale, e così anche la persona più abbandonata non si sente sola”.

Vatican News

 

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
SUL RUOLO DELLA LETTERATURA NELLA FORMAZIONE

 

lunedì 29 aprile 2024

L'AMORE FA I MIRACOLI

Tra le pagine dei grandi romanzi

La letteratura ci insegna ad amare: è una maestra di sentimenti, una fonte di sapienza, il giardino in cui Dio respira di nascosto. 

Seguendo questa intuizione, don Paolo Alliata ci conduce tra le pagine dei grandi romanzi, cercando il soffio che ci nutre. Perché l’amore trova sempre il modo per raggiungerci, declinandosi nelle forme, nelle storie, nelle voci più diverse. 

L’amore di Romain Gary è memoria e resistenza, nel volo degli aquiloni che inseguono l’azzurro. L’amore che scalda il cuore del professor Stoner è un sonetto di Shakespeare che schiude la porta sull’eterno. 

L’amore di Kundera oscilla tra leggerezza e pesantezza, vulnerabilità e compassione: è la voce bambina che canta. L’amore che aleggia nella resurrezione secondo Tolstoj è metamorfosi, grazia, primavera che arriva anche in città. 

L’amore, per Steinbeck, è profezia, preghiera in movimento, marcia collettiva verso la libertà. L’amore che sostiene C.S. Lewis è pianto che volge in letizia, legame che scavalca la morte, fede. 

L’amore è quella forza che ci spinge a tuffarci nelle cose così come sono. Che ci rende vivi, non nelle aspettative, ma nella nostalgia di infinito, un infinito tanto più potente quanto incolmabile.

 

Con una prefazione di Isabella Guanzini

 




mercoledì 13 marzo 2024

ANNA KARENINA IL SABATO SERA

 


«Ehi prof,» mi avete chiesto, «ma davvero hai scritto un nuovo libro? E perché gli hai dato un nome tanto strano?»

Vedete, so bene che ci sono quelli come la Tamaro che vorrebbero far bandire i classici perché «tanto i giovani non possono capirli», quelli che tirano in ballo il patriarcato per censurare Omero e infine quelli che addirittura se la prendono con le fiabe per bambini!

Ecco, io non ne posso più di questa follia della cancel culture. Ma di cosa parla «Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera?» Di quei libri che ognuno di noi dovrebbe leggere almeno una volta nella vita, quei libri che non puoi fare a meno di rileggere: loro sono sempre uguali. Tu non sei più lo stesso. Perché ci emozionano e ci fanno riflettere e tanto: sulla verità, sulla follia, sul bene e sul male. Pensate al 1984.

Di cosa parla? Di un Ministero della Verità e di un popolo controllato dalla Paura e un Grande Fratello che dice alla gente cosa pensare. Vi suona familiare? O pensate ad Anna Karenina. È la storia di una donna che vuole pensare con la propria testa e sentire con il proprio cuore in una società che impedisce alle donne di avere un cervello. E mentre lo leggi, non puoi fare a meno di domandarti: chi decide chi possiamo amare? E quanto è preziosa la nostra libertà, il libero arbitrio?

E’ stato proprio per rispondere a queste e a tante altre domande che ho scritto «Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera.» L’ho scritto per svelarvi i segreti di queste letture che ti allargano la mente e ti inebriano l’anima. E per condividere con voi quello che ho appreso in tanti anni sull’arte di leggere, affinché abbiate nuovi occhi, nuove orecchie per assaporare il rumore sottile della prosa. Perché, se leggete questi libri con attenzione, noterete dei dettagli che a molti sfuggono, dettagli però capaci di spalancarvi un universo.

Questo libro lo dedico a tutti quelli che amano leggere e non vogliono mai smettere di imparare, a quelli che si chiedono continuamente il perché delle cose e che se ne fregano di passare per strani in una società ha fatto della superficialità un vanto e del conformismo una moda perché «se non impariamo a sollevarci appena più su del normale, rischiamo davvero di lasciarci sfuggire il meglio della vita.»

➡️ Se volete leggere anche voi «Inmamorarsi di Anna Karenina il sabato sera» (Feltrinelli editore) potete leggerne un estratto gratuito o ordinarlo qui: https://www.amazon.it/Innamorarsi-Karenina-leggere-classici-lezioni/dp/8807174359 Guendalina Middei, anche se voi mi conoscete come Professor X #cultura #letteratura #scuola #letteraturarussa




giovedì 4 gennaio 2024

ORIENTAMENTO. EDUCARE ALLA SCELTA


 La scuola e l’orientamento: anche la letteratura può aiutare gli studenti a decidere quale sarà il loro futuro.

 

-        - di Monica Bottai

-          

Il tema dell’orientamento è ben presente fin dagli anni settanta nei documenti ministeriali rivolti alla scuola superiore di primo grado, ma è soprattutto dagli anni novanta che, a livello nazionale ed europeo, la questione si amplia ed inizia ad includere il secondo grado dell’istruzione, nonché l’università: dal 1997 (Dm 487/1997) fino a tutto il primo decennio successivo, si susseguono varie note e circolari sulle tematiche orientative (strategie anti-dispersione, competenze chiave, apprendimento permanente), con lo scopo di supportare il successo formativo degli studenti dentro i percorsi scolastici italiani ed europei. Nel secondo decennio del duemila, la Cm 43/2009 ed il Dm 774/2019 hanno fissato contenuti ed indicazioni imprescindibili, adesso ripresi ed approfonditi nell’ultimissimo documento emanato (Dm 328/2022), che riguarda direttamente tanti docenti divenuti tutor ed orientatori nei propri istituti, grazie ad un percorso di formazione specifico ed impegnativo svoltosi nei mesi estivi.

 L’importanza decisiva della questione è di per sé evidente a ciascuno, ma la portata innovativa del decreto risiede nella centralità riservata alla didattica orientativa: infatti, nei materiali di studio rivolti ai docenti tutor, non soltanto si parla di percorsi specifici, attività mirate, figure dedicate, ma si insiste sulla necessità di un cambiamento sostanziale e strutturale delle singole attività disciplinari nel senso espresso dalle stesse Linee guida, dove leggiamo: “L’attività didattica in ottica orientativa è organizzata a partire dalle esperienze degli studenti, con il superamento della sola dimensione trasmissiva delle conoscenze e con la valorizzazione della didattica laboratoriale, di tempi e spazi flessibili, e delle opportunità offerte dall’esercizio dell’autonomia”. Le discipline hanno parziali valenze orientative per la loro struttura intrinseca, ma esprimono tutta la loro efficacia soprattutto secondo la modalità con cui sono proposte: infatti, attraverso variegate situazioni formative e dentro l’interazione fra conoscenza ed esperienza, le singole discipline possono offrire opportunità dinamiche ed attive per la conoscenza di sé stessi, per il potenziamento delle competenze trasversali e di cittadinanza.

 Capiamo bene che, in tale ottica, le azioni di consulenza, di accompagnamento specifico, di confronto con i vari soggetti orientanti sono sì importanti, ma soltanto conclusive di un percorso almeno quinquennale, in cui lo studente ha avuto modo e tempo di conoscersi e sperimentarsi in rapporto con i docenti e le loro proposte. Il nodo orientativo fondamentale coincide con un’educazione alla scelta, cioè alla capacità di affrontare contesti e situazioni problematiche in cui sperimentare la propria libera autonomia decisionale. Sarà dunque necessario destrutturare e ristrutturare i contenuti delle discipline, selezionare strumenti adeguati, progettare le attività secondo tale nodo tematico.

 Proviamo adesso a pensare quale contributo possa dare l’ambito umanistico, in particolare l’italiano: proporre esercitazioni sulla scrittura di un curriculum o, piuttosto, offrire storie con cui paragonarsi, personaggi a cui ispirarsi, situazioni su cui dibattere? Soprattutto la lettura a voce alta può creare percorsi immersivi stimolanti ed offrire suggestive occasioni di confronto su tutto ciò che ruota intorno alla questione della scelta, del futuro, dell’ideale di vita, del senso del lavoro e di ogni altro tema orientativo. Fra autori classici e contemporanei, ogni docente può trovare utilissimi contributi per iniziare un percorso fin dal biennio: ad esempio, prendendo come riferimento Il giovane Holden (nella traduzione recente di Matteo Colombo), perché non tessere legami con altri titoli quali Il lottatore di sumo che non diventava grosso (E. Schmitt), Ombre sulla sabbia (A. Chambers), Il barone rampante (Calvino) e Niente (J. Teller ricalca la mitica ascesa sull’albero con una durezza implacabile e tragica), Se punti alla luna (M. Vareille)? Sono tutte storie in cui il protagonista cerca la sua strada, fra ribellione, ricerca di senso, incontro con persone significative, rischi e fallimenti, partenze e anche ritorni, o addirittura la morte.

 Invece, al triennio, perché non leggere K. Brooks col suo ultimo Bad Castro (la decisione per il cambiamento è sempre possibile, personale e libera, indipendente da qualsiasi fattore antecedente), R. Cormer e La guerra del cioccolato (il coraggio di dire no), J. Reynolds con La lunga discesa (quali sono le regole da seguire? chi le stabilisce? quale rapporto fra regole e coscienza personale?), A. Ferrara con Vivavoce (non esistono talenti inutili), M. Sedwick, Santa Muerte (rischiare tutto per la vita di un altro, di un amico)?

 Non sono storie a tema, non sono storie didascaliche, ma trame in cui immergerci e rischiare un giudizio, una posizione, una domanda, anche sul fallimento e, in tal caso, ci viene in aiuto il drammatico racconto di London, Una bistecca, oppure le belle storie di J. Reynolds, fra sport e successi, paure e difficoltà. Possiamo anche utilizzare racconti e saggistica, grazie alle bellissime storie raccolte da M. Calabresi (Cosa tiene accese le stelle; Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa), che, come pochi altri, riesce a raccontare la realtà come una riserva inesauribile di imprevisti, opportunità, speranze; o grazie a preziosi volumetti guida per educatori, come quello curato da A. Ferrara per la San Paolo, dal titolo Scappati di mano, con microracconti ed attività per adolescenti.

 Tuttavia, il percorso orientativo inizia al grado di studi precedente, ma, anche in tal caso, abbiamo a disposizione storie e strumenti significativi: dai percorsi curati per la Loescher da Giusti a Batini, a romanzi come Il Rinomato Catalogo Walker & Dawn (D. Morosinotto), Il grande gioco (D. Almond), Non restare indietro (C. Greppi), Continua a camminare (G. Clima), tanto per citarne alcuni, dove il protagonista cresce e si paragona con la realtà, incontra maestri, compie scelte, vive il rischio della propria libertà in azione. Ma le storie, per fortuna, non mancano e ce ne sono molte altre che aspettano di essere scoperte e vissute coi nostri ragazzi, che hanno tanto bisogno di nutrire la propria umanità ed il proprio immaginario presente per progettare un loro futuro possibile. Se abbiamo fatto così durante la loro infanzia, quando le fiabe erano il primo modello con cui guardare il mondo e conoscerlo, perché non recuperare quella dimensione narrativa anche negli anni decisivi della giovinezza? Il metodo non cambia. Cambiano le storie, ma la compagnia di qualcuno che legge con te la tua umanità e la realtà rimane sempre l’elemento decisivo da cui partire, per qualsiasi viaggio.

 Il Sussidiario

giovedì 28 settembre 2023

ITALO CALVINO

 Cent’anni 

con Italo Calvino

 Quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita di Italo Calvino. Riprendiamo la nota distinzione calviniana tra «sfida al labirinto» e «resa al labirinto» [1] per percorrere alcuni sentieri possibili nella complessa, stratificata e multiforme produzione dello scrittore ligure.


- di Diego Mattei

 Vita e formazione

Inquieto, intellettualmente vivacissimo e dalla creatività multiforme, nella vita privata schivo e di poche parole, Calvino costituisce un unicum nel panorama italiano [2].

Il primo tratto precipuo è l’ambiente familiare e d’infanzia. Figlio di due scienziati – il padre agronomo, con esperienze di lavoro internazionale, la madre prima donna a ricoprire in Italia l’incarico di docente di botanica generale –, Italo nasce a Santiago de Las Vegas, nei pressi de L’Avana di Cuba, il 15 ottobre 1923[3]. Entrambi i genitori erano liberi pensatori, agnostici, se non apertamente anticlericali: il padre fu mazziniano, anarchico e poi socialista; la madre atea e socialista. Italo crebbe in un contesto intriso di internazionalità. Sanremo, prima della Seconda guerra mondiale, era luogo di villeggiatura di nobili e ricchi inglesi. Italo stesso fu iscritto a un asilo inglese e poi a una scuola elementare valdese. Estraneo all’influsso culturale fascista, in un clima familiare contraddistinto dalla razionalità scientifica e volterriana, al termine del liceo (dove fu compagno di classe di Eugenio Scalfari) si iscrisse alla facoltà di Agraria, che frequentò prima a Torino e poi a Firenze. Dopo la caduta di Mussolini, Italo riparò a Sanremo, nascondendosi, dopo l’8 settembre del 1943, nella piccola proprietà di famiglia di San Giovanni, per evitare l’arruolamento obbligatorio nell’esercito della Repubblica di Salò. Partecipò in modo attivo alla Resistenza con il soprannome di «Santiago» insieme al fratello Floriano[4], di qualche anno più giovane, combattendo anche alcune battaglie nella Brigata Garibaldi, legata al Partito comunista italiano. Dopo la fine della guerra, si iscrisse alla Facoltà di Lettere e si laureò con una tesi su Joseph Conrad.

 

Fin dal 1946, e per quasi tutto il resto della sua vita, collaborò con la casa editrice Einaudi, ricoprendo molteplici incarichi. Essa fu senz’altro il luogo vero della formazione di Italo. Questo elemento costituisce la seconda caratteristica peculiare della formazione e della figura dello scrittore. Pochissimi altri autori ebbero la possibilità di conoscere il mondo del libro da entrambi i versanti, come autori e come editori; nessuno al livello raggiunto da Calvino. All’alter ego ironico del personaggio del dottor Cavedagna, editore, in Se una notte d’inverno un viaggiatore, fa dire: «Da tanti anni lavoro in una casa editrice […]; mi passano tanti libri per le mani, […] ma posso dire che leggo?» [5].

 La letteratura italiana è segnata dalla sua impronta, non solo come autore, ma anche come editore. Insieme a Vittorini e Pavese creò un vero e proprio stile di selezione e presentazione dei libri nelle cosiddette «quarte di copertina». Fu proprio Pavese, conosciuto in Einaudi, a spingerlo a scrivere e pubblicare Il sentiero dei nidi di ragno. Negli uffici della casa editrice divenne amico di Natalia Ginzburg, Felice Balbo, Giulio Bollati, Paolo Boringhieri, Renato Solmi e Luciano Foà. Innumerevoli sono state le collaborazioni con giornali e riviste nell’arco della sua vita: dalla sezione torinese dell’Unità, dove scrisse i primi brevi racconti giovanili, fino a la Repubblica, fondata e diretta dall’antico compagno di classe Eugenio Scalfari. Impegnato in politica fino al 1956, dopo i fatti di Ungheria e le scelte dei quadri dirigenti del Pci[6] si dimise dal partito il 1° agosto del 1957.

 Con Einaudi Calvino pubblicò quasi tutti i suoi scritti, che spaziano in una grande varietà di generi. Quando la ricerca intellettuale lo spingeva in direzioni sconosciute ad altri scrittori, egli inventava per sé stesso ruoli inediti. Più che eclettico, fu creativo e razionalmente sperimentatore, «capricciosamente ingegnoso», come afferma Mario Barenghi[7], suo fine interprete.

 Nel 1967 Calvino si trasferì a Parigi. Lì conobbe Roland Barthes, Georges Perec, Raymond Queneau, di cui tradusse Les fleurs bleues, ed entrò nell’Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle). È l’incontro con la semiologia strutturalista e la tecnica combinatoria. L’una e l’altra segneranno lo stile di Calvino, che lascia decisamente da parte l’impegno politico[8], ancora presente ne Il barone rampante, per riflettere in modo più insistito sul linguaggio e sul valore del linguaggio. Va qui notata la contemporaneità dell’uscita del romanzo con le dimissioni dal Pci, e Cosimo Piovasco di Rondò ne è certo l’alter ego trasfigurato.

 Calvino visse a Parigi per 13 anni, senza mai interrompere le relazioni con Einaudi e con l’Italia, dove trascorreva lunghi periodi nel corso dell’anno e le intere vacanze estive. Sposatosi nel 1964 a Cuba con Esther Judith Singer, traduttrice argentina di religione ebraica, ebbe la figlia Giovanna nel 1965. Rientrato in Italia nel 1980, morì nell’ospedale di Siena il 6 settembre 1985, in seguito a un ictus che lo aveva colpito nella sua casa di Castiglione della Pescaia.

 Il grande numero di saggi, di conferenze, di note di lavoro e di riflessioni teoriche, di varia ampiezza, costituisce un «fondo di lavoro» ricchissimo. Come ha osservato Barenghi, Calvino è uno scrittore che si autopresenta, un autore che come pochi altri ha riflettuto sulla propria produzione, e così accade che chi voglia presentarlo lo realizzi facendo ricorso ai suoi scritti teorici e ai suoi saggi. Lo faremo anche noi.

 La fase neorealistica e fiabesca di Calvino: lo scrivere per immagini

Accogliendo l’immagine usata da Claudio Milanini[9], che descrive la produzione di Calvino come un albero che estende la propria chioma in direzioni diverse (pensiamo che l’immagine sarebbe piaciuta allo scrittore, per il passato di scienza botanica così importante in famiglia) e non si sviluppa in modo lineare progressivo, da A a B a C, individuiamo due grandi periodi della produzione calviniana: il primo va dagli esordi nel 1947 fino al 1963[10]; il secondo dal 1965 alla morte, nel 1985[11].

 Il primo periodo è quello segnato dal neorealismo [12] de Il sentiero dei nidi di ragno e dei racconti di Ultimo viene il corvo [13], al quale l’autore intrecciò poi la ricerca e la scrittura fiabesca[14]. Ancora nel 1955, nel saggio Il midollo del leone egli scriveva: «Noi pure siamo tra quelli che credono in una letteratura che sia presenza attiva nella storia, in una letteratura come educazione, di grado e di qualità insostituibile. […] La letteratura deve rivolgersi a quegli uomini, deve – mentre impara da loro – insegnar loro, servire a loro, e può servire solo in una cosa: aiutandoli a esser sempre più intelligenti, sensibili, moralmente forti» [15]. In Calvino l’intento etico della scrittura è evidente [16].

 Allo stile e alla sensibilità fiabeschi appartengono le opere che gli diedero maggiore notorietà. Ci riferiamo ai due racconti lunghi e al romanzo breve che compongono la trilogia de I nostri antenati, così titolata nell’edizione cofanetto del 1960. Si tratta dei notissimi Il visconte dimezzato del 1951, Il barone rampante del 1957 e Il cavaliere inesistente del 1959.

 Una delle caratteristiche di Calvino è quella di averci regalato personaggi icastici. Altri scrittori italiani del Novecento hanno composto storie più appassionanti e travolgenti, ma solo Calvino nella semplicità di una scrittura controllata, a volte fredda, ma sempre trasparente, è riuscito a inventare e regalare figure simboliche oggi imprescindibili. Riguardo al suo stile, possiamo considerare la nota di Barenghi come appropriata: «Nell’insieme, la ricerca di Calvino segue il principio di contemperare innovazione e leggibilità, tensione sperimentale e forza comunicativa: evitando da un lato di adagiarsi in formule prevedibili e rassicuranti, dall’altro di esasperare la sofisticazione formale al punto di restringere il novero dei destinatari a una élite di specialisti. Di qui la fedeltà a una scrittura tersa e precisa, elegante, ma priva di affettazioni letterarie, che sublima gli usi vivi della lingua, serbando un occhio di riguardo alle attività pratiche (di necessità aderenti ai dati di realtà): uno stile fluente e perspicuo anche nei momenti di maggiore rarefazione, capace di avvicinarsi ai modi dimessi del parlato senza nulla cedere in fatto di proprietà e compostezza» [17].

 L’incipit de Il barone rampante è tra i più noti della letteratura italiana: «Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi» [18]. Nella fondamentale Postfazione ai Nostri antenati, nell’edizione del 1960 che li raccoglie insieme, Calvino racconta come sia arrivato a questo genere, alieno al neorealismo delle prime prove di letteratura: «Così provai a scrivere altri romanzi neorealistici, su temi della vita popolare di quegli anni, ma non riuscivano bene, e li lasciavo manoscritti nel cassetto. […] Se avessi usato un tono più riflessivo e preoccupato, tutto sarebbe sfumato nel grigio, nel triste, perdevo quel timbro che era mio, cioè l’unica giustificazione del fatto che a scrivere fossi io e non un altro» [19].

 Il primo libro della saga, Il visconte dimezzato, nasce in effetti come «passatempo privato», alieno da qualsiasi intento di dichiarazione di poetica, allegoria moralistica o politica. All’inizio c’è un’immagine a cui la scrittura dà spessore e fornisce occasioni di azione. Molti anni dopo, Calvino riprenderà il valore dell’immagine e dello scrivere per immagini nel capitolo dedicato alla «Visibilità» delle fondamentali Lezioni americane [20]. È interessante come in quel saggio egli già avverta e denunci il rischio che l’uomo moderno possa perdere la facoltà di immaginare in autonomia, per la proliferazione di figure ed effigi «artificiali» che ne assediano la fantasia[21]. Inaspettatamente lo scrittore sanremese dedica un esame attento e puntuale all’importanza che l’immaginazione riveste negli Esercizi spirituali (ES) di sant’Ignazio di Loyola, citando in modo esatto la «composizione di luogo» e distinguendo ciò che viene richiesto nel contesto della Prima settimana degli ES e l’esercizio della «Contemplazione del mondo da parte della Trinità» nella Seconda settimana. Colpisce questa conoscenza e il riferimento a un testo spirituale in una produzione letteraria e saggistica che è altrimenti poverissima di riferimenti ecclesiali, e ancor più religiosi e di fede [22]. La conoscenza della Compagnia di Gesù e dei gesuiti doveva però essere antica se nel suo romanzo più compiuto (Il barone rampante) Calvino inserisce in vari passaggi come personaggi avversari i gesuiti [23] e, uno per tutti, il padre spirituale massone Sulpicio de Guadalete.

 In tema di fiabe, non possiamo non citare la Raccolta delle fiabe italiane, che uscì nel 1956 e che rese lo scrittore il quasi-corrispettivo di altri autori in Europa: Hans Christian Andersen in Danimarca; i fratelli Jacob Ludwig Karl e Wilhelm Karl Grimm in Germania; Charles Perrault e Jean de La Fontaine in Francia. Con questa opera Calvino copre un vuoto della nostra letteratura. Fondamentale è l’introduzione della raccolta, scritta dall’autore stesso, in cui descrive la genesi dell’opera e presenta il materiale sul quale ha lavorato. È interessante leggere le pagine di Lavagetto [24], nelle quali viene valorizzato e messo in luce il ruolo compositivo di riscrittura svolto da Calvino, dalla minima elaborazione alla più ampia riscrittura e composizione autonoma. Il frutto di questo lavoro certosino sarà fecondo. L’ascolto minuzioso delle storie semplici delle fiabe permetterà all’autore di conoscere e impossessarsi dei meccanismi delle storie, dei mattoni fondamentali che le compongono e danno loro vita.

 Scrive Calvino: «I romanzi che ci piacerebbe di scrivere o di leggere sono romanzi d’azione, ma non per un residuo di culto vitalistico o energetico: ciò che ci interessa sopra ogni altra cosa sono le prove che l’uomo attraversa e il modo in cui egli le supera. Lo stampo delle favole più remote: il bambino abbandonato nel bosco o il cavaliere che deve superare incontri con belve e incantesimi, resta lo schema insostituibile di tutte le storie umane, resta il disegno dei grandi romanzi esemplari in cui una personalità morale si realizza muovendosi in una natura o in una società spietate» [25].

 La nota del 1960 contiene inoltre un’affermazione centrale per orientarsi nella produzione letteraria successiva. «Il racconto [Il visconte dimezzato] per sua interna spontanea propulsione a quello che è sempre stato e resta il mio vero tema narrativo: una persona si pone volontariamente una difficile regola e la segue fino alle ultime conseguenze, perché senza di questa non sarebbe sé stesso né per sé né per gli altri» [26]. Questa affermazione di poetica ci sembra faccia il paio con un’altra. Parlando del valore della «Leggerezza», nelle Lezioni americane Calvino afferma: «Dopo quarant’anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alla città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e del linguaggio»[27]. Questa dichiarazione è particolarmente pregnante, perché esaustiva dei grandi blocchi della produzione calviniana: oltre al riferimento al ciclo dei Nostri Antenati, vi è quello alle Cosmicomiche nelle diverse e successive edizioni (1965, 1968, 1984), ai racconti di Ti con Zero, alle Città invisibili, al Castello dei destini incrociati e a Se una notte d’inverno un viaggiatore.

 Calvino fu autore di fiction, per lo più di short stories, che gli permisero di raggiungere quell’intensità che costituisce uno dei tratti caratteristici della sua scrittura [28]. Questo è evidente nei racconti (sia quelli giovanili di Ultimo viene il corvo, sia quelli della maturità, Cosmicomiche e Ti con zero), nelle prose brevi delle Città invisibili e in quelle di Palomar. «Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca di un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile. […] In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi il cui massimo di invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine, come quel libro senza uguali in altre letterature che è le Operette morali di Leopardi» [29].

 La sfida della trasformazione dell’autorialità oggi

«Stabiliti questi procedimenti, affidato a un computer il compito di fare queste operazioni, avremo la macchina capace di sostituire il poeta e lo scrittore? Così come abbiamo già macchine che leggono, macchine che eseguono un’analisi linguistica dei testi letterali, macchine che traducono, macchine che riassumono, così avremo macchine capaci di ideare e comporre poesie e romanzi?» [30]. Questo si chiedeva Calvino in una conferenza del novembre del 1967, poi riportata nel testo Cibernetica e fantasmi (Appunti sulla narrativa come processo combinatorio), che troviamo all’interno della raccolta di saggi Una pietra sopra, del 1980.

 Le affermazioni dello scrittore ligure colpiscono per la loro carica profetica. Egli aggiunge: «E in questo momento non penso a una macchina capace solo di una produzione letteraria diciamo così di serie, già meccanica di per se stessa; penso a una macchina scrivente che metta in gioco sulla pagina tutti quegli elementi che siamo soliti considerare i più gelosi attributi dell’intimità psicologica, dell’esperienza vissuta, dell’imprevedibilità degli scatti d’umore, i sussulti e gli strazi e le illuminazioni interiori» [31].

 È di questi mesi la discussione sulla tecnologia conosciuta come ChatGPT, capace di produrre testi autonomi. Si tratta di «un linguaggio addestrato su un vasto corpus di testi per generare altro testo in modo autonomo e rispondere alle domande degli utenti, utilizzando una tecnologia di apprendimento automatico, chiamata Transformer, che gli consente di capire il contesto del testo e generare risposte appropriate» [32]. Che cosa avrebbe detto lo scrittore a proposito di ChatGPT?

 A fronte della possibilità che l’autorialità, con il connesso incarico pedagogico [33], venga dismessa a favore dell’intelligenza artificiale, quale direzione può prendere la letteratura? Centrale è il ruolo del lettore e l’operazione della lettura [34]. «Smontato e rimontato il processo della composizione letteraria, il momento decisivo della vita letteraria sarà la lettura» [35]. Afferma il generale Arkadian Porphyritch in Se una notte d’inverno un viaggiatore: «Ho capito i miei limiti […]. Nella lettura avviene qualcosa su cui non ho potere» [36].

 La letteratura così attuata viene impoverita? Secondo Calvino, no, essa «continuerà a essere un luogo privilegiato della coscienza umana» [37]. Andiamo verso la morte della figura dell’autore, «questo personaggio a cui si continuano ad attribuire funzioni che non gli competono, l’autore come espositore della propria anima alla mostra permanente delle anime; l’autore come utente d’organi sensori e interpretativi più ricettivi della media; l’autore, questo personaggio anacronistico, portatore di messaggi, direttore di coscienze, dicitore di conferenze alle società culturali» [38]. Ne Le città invisibili, il Gran Khan a un certo punto accusa Marco Polo così: «Piombandogli addosso, piantandogli un ginocchio sul petto, afferrandolo per la barba: – Questo volevo sapere da te: confessa cosa contrabbandi: stati d’animo, stati di grazia, elegie!»[39]. Poter dire «scrive» come si dice «piove!», un verbo impersonale per non contaminare con la propria limitata individualità [40]. «Come scriverei bene se non ci fossi!»[41], afferma Silas Flannery in Se una notte d’inverno un viaggiatore, se l’autore fosse solo una mano, una mano mozza che impugna la penna.

 Non vi può essere affermazione più netta di contrasto rispetto alla tendenza contemporanea di esaltazione del personaggio-scrittore-autore, che spesso conta più dell’opera [42].

 Calvino si rivolge a un lettore consapevole. Il punto più maturo di questa ricerca viene raggiunto in Se una notte d’inverno un viaggiatore, iper-romanzo, prova estrema di meta-letteratura, di impianto strutturalista e combinatorio, che mostra in modo lampante che la «letteratura è tutta implicita nel linguaggio, è solo permutazione d’un insieme finito di elementi e funzioni» [43]. Si può sfuggire all’indistinto del mondo continuo, al mare dell’oggettività [44], per riscoprire la possibilità di un mondo «discreto»[45].

 Il lettore diventa allora il protagonista Lettore (e corrispettiva Lettrice) in Se una notte d’inverno un viaggiatore. Non conta lo scrittore, che diventa ghostwriter di sé stesso e creatore di copie e finte opere. Silas Flannery osserva la Lettrice con un binocolo, da lontano, per cogliere sul suo viso le reazioni al romanzo che ha scritto, che vorrebbe scrivere, che scriverà.

 La letteratura è allora chiamata a una piatta espressione di combinazioni di parole e funzioni, di attanti e strutture? La letteratura è la scacchiera del gioco degli scacchi tra Kublai e Marco ne Le città invisibili?[46]. La letteratura è quell’operazione di combinazione di tarocchi, immagini semplici e potenti, immagini che si trasformano in parole, che le sostituiscono addirittura, visto che i viaggiatori hanno perso l’uso della parola. Nel silenzio, si intrecciano storie, che compongono un tappeto, una trama o un intreccio che può essere letto da sinistra a destra o viceversa, dall’alto verso il basso o viceversa. E nella Taverna dei destini incrociati le storie individuali compongono le grandi storie: il racconto di Amleto, di Edipo, di Parsifal e del Graal, di Faust, di re Lear. Le nostre storie in quelle dei miti, o quelle dei miti nelle nostre quotidiane e inapparenti?

 Vi è un tono meditabondo e quasi vulnerabile nel capitolo «Anch’io cerco di dire la mia» della Taverna dei destini incrociati [47]. Per poche pagine il velo dell’autorialità si apre, e sentiamo viva la voce di Calvino che scrive: «La scrittura insomma ha un sottosuolo che appartiene alla specie, o almeno alla civiltà, o almeno a una categoria di reddito. E io? E quel tanto o quel poco di squisitamente mio personale che credevo di metterci?»[48]. Il ritratto che Calvino in quel punto dà di sé è persino struggente, con tutte le sfumature della revisione di vita di un uomo che per intero l’ha dedicata alle lettere: «Scarta un tarocco, scarta l’altro, mi ritrovo con poche carte in mano. Il Cavaliere di spade, L’Eremita, Il Bagatto sono sempre io come di volta in volta mi sono immaginato d’essere mentre continuo a star seduto menando la penna su e giù per il foglio. Per sentieri d’inchiostro s’allontana al galoppo lo slancio guerriero della giovinezza, l’ansia esistenziale, l’energia dell’avventura spesi in una carneficina di cancellature e fogli appallottolati. E nella carta che segue mi ritrovo nei panni d’un vecchio monaco, segregato da anni nella sua cella, topo di biblioteca che perlustra a lume di lanterna una sapienza dimenticata tra le note a piè di pagina e i rimandi degli indici analitici. Forse è arrivato il momento d’ammettere che il tarocco numero uno è il solo che rappresenta onestamente quello che sono riuscito a essere: un giocoliere o illusionista che dispone sul suo banco da fiera un certo numero di figure e spostandole, connettendole e scambiandole ottiene un certo numero di effetti»[49].

 Autore come Bagatto, giocoliere, mago, artigiano. Anche come cavaliere o eremita. Così Calvino prende a icona di vita intellettuale i tanti San Giorgio che schiacciano la testa del drago, uomini di azione; i San Girolamo, icone di vita ritirata, intenti nella traduzione della Bibbia sulla soglia di una grotta. Ora Bagatto, ora San Giorgio o San Girolamo, Calvino aspira per sé a essere guerriero e savio «in ogni cosa che fa e pensa» e a tenere a bada ora il drago, ora il leone, immagini differenti che indicano nell’una e nell’altra condizione di vita l’esigenza della lotta che comunque va assunta. Si tratta di un’intuizione sedimentata, perché già ne Il cavaliere inesistente lo scrittore aveva usato come alter ego una guerriera che si dedica alla preghiera e combatte l’ardua battaglia della scrittura: Calvino prima Bradamante e poi Suor Teodora.

 Per quale scopo combattere? «Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»[50]. Così terminano Le città invisibili. Nel «labirinto» del mondo calviniano, che abbiamo interrogato nella brevità di questo articolo, ci piace concludere con questa immagine, di cura e responsabilità. Perché il distacco calviniano non è indifferenza, non è «separare la propria dall’altrui sorte».

 Conclusioni

Calvino è figura centrale nella letteratura italiana del Novecento. Lo è stato come editore e come autore. Ha attraversato le inquietudini della società italiana, lo slancio della ricostruzione dopo il disastro della Seconda guerra mondiale, la delusione del crollo degli ideali e l’amarezza di fronte al vuoto della società dei costumi. Lo ha fatto con la sua cifra, unica, di «poeta» e favolista, prima neorealista e poi innovatore e sperimentatore, senza mai rinunciare all’equilibrio di una scrittura cristallina. Ha regalato alla letteratura italiana figure ora imprescindibili: il visconte, il barone, il cavaliere, Marcovaldo. La meditazione più bella sulla democrazia è la sua Giornata d’uno scrutatore. Così come la letteratura del nostro Paese sarebbe più povera senza le vertiginose e psichedeliche prose delle Cosmicomiche, senza la grazia sospesa delle Città invisibili. Il suo Se una notte d’inverno un viaggiatore costituisce un punto di riferimento per ogni riflessione meta-letteraria, un manuale di narratologia. Oggi ogni testo in questo ambito parte dal suo iper-romanzo.

 

Anche come saggista Calvino è un punto di riferimento fondamentale, in particolare con il saggio Lezioni americane, nel quale ha «ignazianamente» riletto la sua esperienza letteraria per porre i criteri della letteratura del domani.

 

Di fronte alle tensioni e alle sfide di un mondo che sempre più scopre aree di applicazione dell’intelligenza artificiale, possiamo dire che la ricerca calviniana del secondo periodo della sua produzione offre fecondi spunti di riflessione. Se le sperimentazioni strutturaliste e combinatorie in senso stretto possono dirsi superate, alcuni frutti di quelle teorizzazioni sono attuali. In modo particolare ci sembra importante l’affermazione del valore della lettura, dell’operazione del leggere, del ruolo del lettore. Dopo decenni di ipertrofia della figura dell’autore, a fronte del rischio che esso venga sminuito e «declassato» dall’intelligenza artificiale, la valorizzazione del lettore apre spazi di libertà e responsabilità, cura e formazione. In una cornice teorica altra e storicamente connotata, già Calvino aspirava alla cancellazione dell’individualità dell’autore, non per condurre a posizioni nichiliste, ma per aprirsi a un mistero che chiama le parole per essere detto. In questo senso, se l’autore può venir meno, non può mancare l’intelligenza critica del lettore.

 Lo scrittore ligure usa il riferimento al testo sacro per dirlo: «Il libro unico, che contiene il tutto, non potrebb’esser altro che il testo sacro, la parola totale rivelata. Ma io non credo che la totalità sia contenibile nel linguaggio; il mio problema è ciò che resta fuori, il non-scritto, il non-scrivibile» [51]. Ci spiace che non abbia avuto l’onestà di scrivere la parola «Bibbia» in quel luogo, ma abbia preferito usare solo il riferimento al Corano.

 Calvino costituisce un’eccezione anche dal punto di vista dello sguardo di fede sulla realtà. Possiamo dire che, rispetto al contesto italiano del suo tempo, egli ricevette una formazione «anomala», così razionale, agnostica, anche anticlericale. Rispetto ad altri intellettuali con un background analogo, tuttavia, nei suoi scritti non si percepisce il livore della feroce condanna né lo sdegno o la disistima per chi si dichiara credente. Non è scrittore spirituale, anche se sua è forse una delle affermazioni più belle sull’amore, ne La giornata d’uno scrutatore: «L’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo»[52]. È sotto il suo sguardo che il luogo della sofferenza diviene la Città, per noi cristiani la Civitas Dei di Agostino: «Anche l’ultima città dell’imperfezione ha la sua ora perfetta, pensò lo scrutatore, l’ora, l’attimo, in cui in ogni città c’è la Città»[53]. Di Calvino, agnostico[54], possiamo apprezzare l’impegno etico, la coerenza di vita e l’interesse per il bene pubblico.

 

La Civiltà Cattolica

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I. Calvino, Saggi 1945-1985, t. I, Milano, Mondadori, 2001, 123. ↑

 

Per la biografia di Calvino, punto di riferimento è la «Cronologia», a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, in I. Calvino, Romanzi e racconti, vol. I, Milano, Mondadori, 2003, LXIII-LXXXVI. ↑

 

Per una presentazione dei luoghi calviniani, cfr M. Barenghi, Italo Calvino, le linee e i margini, Bologna, il Mulino, 2007, 15-21. ↑

 

Floriano Calvino diventerà poi un geologo di fama internazionale e insegnerà per molti anni all’Università di Genova. ↑

 

I. Calvino, Romanzi e racconti, vol. I, cit., 704. ↑

 

L’immobilismo di Togliatti e di altri dirigenti di partito fu oggetto di ironia nel racconto La gran bonaccia delle Antille. ↑

 

Cfr M. Barenghi, Italo Calvino, le linee e i margini, cit., 35. ↑

 

La meditazione sul potere più pregnante è ancora frutto della penna di Calvino, nel racconto Il re in ascolto, uscito postumo nella raccolta Sotto il sole giaguaro del 1986. ↑

 

Tra le opere critiche che ci hanno aiutato nella lettura di Calvino, oltre a C. Milanini, L’utopia discontinua. Saggi su Italo Calvino, Roma, Carocci, 2022, ricordiamo: C. Ossola, Italo Calvino. L’invisibile e il suo dove, Milano, Vita e Pensiero, 2016; F. Centofanti, Italo Calvino. Una trascendenza mancata, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1993. ↑

 

A questo periodo appartengono il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, del 1947; la raccolta dei racconti di Ultimo viene il corvo, del 1949; L’entrata in guerra, del 1954, Il visconte dimezzato, del 1951, La formica argentina, del 1953-1954; Le fiabe italiane, del 1956; Il barone rampante, del 1957; La speculazione edilizia, del 1956-1957; La nuvola di smog, del 1958; Il cavaliere inesistente, del 1959; Marcovaldo ovvero le stagioni in città, del 1963; La giornata d’uno scrutatore, del 1963. ↑

 

A questo periodo appartengono Le cosmicomiche, del 1965, con le aggiunte successive in nuove edizioni; La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche, del 1968; Cosmicomiche vecchie e nuove, del 1984; Ti con zero, del 1967; Le città invisibili, del 1972; Il castello dei destini incrociati, del 1973; Se una notte d’inverno un viaggiatore, del 1979; Palomar, del 1983. ↑

 

Sul giudizio dato da Calvino sul neorealismo il testo di riferimento è la Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno nella riedizione del 1964. Si tratta di un breve saggio che permette all’autore di dire quel che il neorealismo è stato, quel che ha comportato in termini di sacrificio di memoria, e lo stato della situazione rispetto alla letteratura della Resistenza, nella cui cornice Calvino riconosce il valore assoluto della prosa di Beppe Fenoglio, del quale era uscito l’anno prima il libro Una storia privata. L’omaggio all’amico scrittore delle Langhe piemontesi è commosso. Cfr D. Mattei, «Il sapore dell’assoluto in Beppe Fenoglio», in Civ. Catt. 2023 II 549-561. ↑

 

Pavese intuì subito il tono «fiabesco» della scrittura di Calvino. In effetti, tra i racconti della Resistenza molti sono quelli che assumono evidenti cadenze fiabesche o tonalità simboliche che li distaccano da testi di altri scrittori contemporanei. ↑

 

Alla compresenza di realismo e di tono fiabesco è legata una delle più note descrizioni della prosa dello scrittore ligure. Vittorini affermò che Calvino alterna «un realismo a carica fiabesca» a «fiabe a carica realistica». ↑

 

I. Calvino, Saggi 1945-1985, t. I, cit., 21. ↑

 

Sulla valenza della categoria di azione e progetto in Calvino, cfr M. Barenghi, Italo Calvino, le linee e i margini, cit., 45-47. ↑

 

Ivi, 30. ↑

 

I. Calvino, Romanzi e racconti, vol. I, cit., 549. ↑

 

Ivi, 1209. ↑

 

Calvino distingue due processi immaginativi: quello che va dalla parola all’immagine; e quello opposto, che va dall’immagine alla parola. Cfr I. Calvino, Saggi 1945-1985, t. I, cit., 699. ↑

 

Cfr ivi, 707. ↑

 

Cfr ivi, 699-702. Tra i personaggi religiosi, possiamo citare l’abate Fauchelafleur de Il barone rampante, le suore e i sacerdoti del Cottolengo, e soprattutto la Madre ne La giornata d’uno scrutatore. ↑

 

Cfr Id., Romanzi e racconti, vol. I, cit., 605; 653; 680; 687; 743 et alia. ↑

 

Cfr M. Lavagetto, «Introduzione», in I. Calvino, Sulla fiaba, Milano, Mondadori, 2023, 3-20. ↑

 

I. Calvino, Saggi 1945-1985, t. I, cit., 23. Sul valore iniziatico come spinta propulsiva della scrittura di Calvino, cfr M. Barenghi, Italo Calvino, le linee e i margini, cit., 73 s. Sulla presenza di figure di fanciulli e ragazzi nella letteratura a partire dall’Ottocento in Nievo, Stendhal, Twain, Stevenson e Kipling, cfr I. Calvino, Saggi 1945-1985, t. I, cit., 41-43. ↑

 

Id., Romanzi e racconti, vol. I, cit., 1213. ↑

 

Id., Saggi 1945-1985, t. I, cit., 631. ↑

 

Barenghi parla di «un variegato repertorio di soluzioni narrative che uniscono rigore razionale e gusto dell’avventura, umorismo e moralità, indugio riflessivo e tratto fantastico, osservazione empirica ed elaborazione cognitiva, dando luogo nella fase più matura a un’intera costellazione di sottogeneri (postavanguardistici, piuttosto che post moderni): dal racconto-saggio all’iper-romanzo, dall’avventura percettiva o sensoriale alla narrativizzazione di immagini, senza dimenticare le ingegnose forme di incorniciamento e costruzione modulare» (M. Barenghi, Italo Calvino, le linee e i margini, cit., 30). ↑

 

I. Calvino, Saggi 1945-1985, t. I., cit., 671. ↑

 

Ivi, 212 s. ↑

 

Ivi, 213. ↑

 

Questa è la risposta data da ChatGPT a chi chiedeva cosa fosse ChatGPT: in sostanza, una definizione di autoconsapevolezza dell’AI. Cfr D. Semeraro, «ChatGPT, ecco come funziona l’intelligenza artificiale più evoluta», in https://tinyurl.com/mt2aza8e ↑

 

«Le cose che la letteratura può ricercare e insegnare sono poche ma insostituibili: il modo di guardare il prossimo e se stessi, di porre in relazione fatti personali e fatti generali, di attribuire valore a piccole cose o grandi, di considerare i propri limiti e vizi e gli altrui, di trovare le proporzioni della vita, e il posto dell’amore in essa, e la sua forza e il suo ritmo, e il posto della morte, il modo di pensarci o non pensarci; la letteratura può insegnare la durezza, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo, e tante altre di queste cose necessarie e difficili. Il resto lo si vada a imparare altrove, dalla scienza, dalla storia, dalla vita, come noi tutti dobbiamo continuamente andare a impararlo» (I. Calvino, Saggi 1945-1985, t. I, cit., 21 s). ↑

 

Calvino individua sette tipi di lettori nel capitolo XI di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Cfr Id., Romanzi e racconti, vol. II, Milano, Mondadori, 2004, 865-866. ↑

 

Id., Saggi 1945-1985, t. I, cit., 215. ↑

 

Id., Romanzi e racconti, vol. II, cit., 850. ↑

 

Id., Saggi 1945-1985, t. I, cit., 215. ↑

 

Ivi, 216. ↑

 

Id., Romanzi e racconti, vol. II, cit., 442. ↑

 

Cfr ivi, 784. ↑

 

Ivi, 779. ↑

 

Cfr G. Simonetti, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Bologna, il Mulino, 2018, 26-30. ↑

 

Cfr I. Calvino, Saggi 1945-1985, t. I, cit., 217. ↑

 

Cfr ivi, 52-60. ↑

 

Cfr ivi, 209; 211. ↑

 

Cfr Id., Romanzi e racconti, vol. II, cit., 462; 469. ↑

 

Cfr ivi, 591-602. ↑

 

Ivi, 595. ↑

 

Ivi, 596. ↑

 

Ivi, 498. ↑

 

Ivi, 790. ↑

 

Ivi, 69. ↑

 

Ivi, 78. ↑

 

Nel saggio Natura e storia nel romanzo, frutto di una conferenza del 1958, Calvino afferma: «Perciò, per quanto il grande afflato biblico di un Dostoevskij e di un Tolstoj non cessi d’ispirarci emozione e ammirazione, la nostra lezione di forza preferiamo trarla dall’agnosticismo del piccolo Cechov, come una limpida lente che non nasconde nulla della negatività del mondo ma non ci persuade a sentircene vinti» (Id., Saggi 1945-1985, t. I, cit., 38 s). ↑