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venerdì 27 marzo 2026

OUTDOOR EDUCATION

 

Outdoor education e cervello. 


Perché il corpo 

facilita l’apprendimento




 

Il mondo della vita è una riflessione filosofica che ha la forza di scardinare paradigmi consolidati. Tutto inizia dal corpo, dal suo essere situato, immerso in un contesto storico e culturale stratificato, abitato da simboli che diamo per scontati, da quelle “ovvietà” che, proprio perché familiari, finiscono per nascondere il loro significato più profondo. Eppure, sotto questa complessità, la vita conserva una semplicità originaria: è naturale come il respiro, essenziale come il battito, irripetibile e unica in ogni sua manifestazione.

Negli ultimi decenni le neuroscienze cognitive hanno progressivamente trasformato la nostra comprensione dei processi di apprendimento, mostrando con chiarezza che la mente non opera in modo disincarnato, isolata dal resto dell’organismo, ma è profondamente radicata nel corpo e nell’ambiente. Non apprendiamo soltanto “con la testa”, come una tradizione scolastica fortemente trasmissiva ci ha a lungo indotto a credere, bensì con l’intero organismo, attraverso un intreccio continuo tra percezione, movimento, emozione e relazione. Ogni gesto, ogni postura, ogni esperienza sensoriale contribuisce a modellare la rete neurale che sostiene il pensiero.

In questa prospettiva, l’outdoor education non può essere ridotta a metodologia alternativa o a semplice strategia motivazionale per rendere le lezioni più coinvolgenti. È, piuttosto, una proposta pedagogica che trova solide radici nelle evidenze neuroscientifiche contemporanee. Riportare l’apprendimento all’esterno, in contatto con la natura, significa restituire unità all’esperienza formativa, ricomporre quella frattura artificiale tra sapere e vita che per troppo tempo ha segnato la scuola.

Riconoscere che il corpo facilita l’apprendimento implica accettare che il cervello è un organo plastico, dinamico, estremamente sensibile agli stimoli ambientali e alla qualità delle esperienze vissute. L’ambiente naturale, lungi dall’essere uno scenario decorativo, si configura come un autentico mediatore cognitivo: attiva reti neurali complesse, stimola l’attenzione diffusa, favorisce la regolazione emotiva, sostiene processi di memorizzazione più stabili e significativi.

Imparare all’aria aperta non è dunque un ritorno romantico alla natura, ma un atto coerente con ciò che oggi sappiamo sul funzionamento del cervello. È il riconoscimento che il sapere nasce dall’incontro tra corpo e mondo, tra esperienza concreta e riflessione, e che ogni apprendimento autentico è, prima di tutto, un’esperienza vissuta.

Il corpo che pensa. Fondamenti neuroscientifici dell’apprendimento incarnato

La teoria dell’embodied cognition ha evidenziato come i processi cognitivi siano radicati nell’esperienza corporea e nella relazione con l’ambiente. Il pensiero non si sviluppa in una dimensione astratta e disincarnata, ma nasce dall’interazione concreta con il mondo, attraverso i sensi e il movimento. Ogni azione, ogni gesto, ogni esplorazione spaziale contribuisce a modellare le reti neurali che sostengono la comprensione e la memoria.

Quando uno studente osserva un fenomeno naturale, manipola materiali, misura distanze, orienta il proprio corpo nello spazio, non sta semplicemente eseguendo un compito operativo, ma sta attivando un sistema integrato che coinvolge corteccia sensoriale, aree motorie, ippocampo, corteccia prefrontale e sistemi emotivi. L’apprendimento diventa così un’esperienza globale, nella quale percezione e concettualizzazione si intrecciano in modo indissolubile.

La plasticità cerebrale rappresenta il presupposto biologico di questo processo. Le connessioni sinaptiche si rafforzano quando l’esperienza è ricca, multisensoriale e significativa. L’outdoor education, offrendo stimoli vari, imprevedibili e autentici, crea le condizioni ideali perché il cervello costruisca mappe neurali più articolate e resilienti, capaci di sostenere apprendimenti trasferibili anche in contesti differenti.

Il cervello in movimento. Neurobiologia dell’attività fisica e funzioni cognitive

Il movimento non è un elemento accessorio del processo educativo, ma una componente strutturale dello sviluppo cognitivo. Numerosi studi hanno dimostrato che l’attività fisica favorisce la produzione di fattori neurotrofici, in particolare del BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor – Fattore Neurotrofico Cerebrale) che è una proteina, appartenente alla famiglia delle neurotrofine, che sostiene la sopravvivenza dei neuroni e la formazione di nuove sinapsi. Camminare, esplorare un sentiero, svolgere attività di osservazione dinamica all’aperto non significa interrompere l’apprendimento, ma potenziarlo a livello biologico.

L’aumento dell’irrorazione sanguigna cerebrale e la maggiore ossigenazione dei tessuti nervosi migliorano le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e la capacità di concentrazione. L’ippocampo, struttura cruciale per la memoria dichiarativa e per l’orientamento spaziale, trae particolare beneficio dalle esperienze ambientali complesse e dalla navigazione nello spazio reale. L’esperienza di orientarsi in un bosco o di organizzare un’attività cooperativa all’aperto attiva circuiti neurali che difficilmente verrebbero stimolati in un contesto statico e sedentario.

Il movimento, inoltre, produce un effetto regolativo sul piano emotivo. L’attività fisica contribuisce a modulare i livelli di cortisolo, riducendo lo stress e favorendo uno stato di attivazione ottimale. In tale condizione la corteccia prefrontale può esercitare in modo più efficace le sue funzioni di pianificazione, controllo inibitorio e flessibilità cognitiva, elementi essenziali per un apprendimento consapevole e riflessivo.

Emozione e memoria. L’esperienza che lascia traccia

Il cervello apprende in modo più duraturo quando l’esperienza è emotivamente significativa. L’outdoor education favorisce questo intreccio tra emozione e conoscenza, poiché propone situazioni autentiche, spesso caratterizzate da sorpresa, meraviglia e coinvolgimento personale. L’odore della terra dopo la pioggia, la percezione del vento sulla pelle, il suono degli elementi naturali diventano ancore sensoriali che rafforzano il consolidamento della memoria.

Dal punto di vista neurobiologico l’amigdala e l’ippocampo collaborano nel processo di consolidamento mnestico, soprattutto quando l’esperienza è carica di significato emotivo. Un concetto appreso in un contesto esperienziale ricco e coinvolgente viene codificato in modo più profondo rispetto a un’informazione ricevuta passivamente. Studiare fenomeni scientifici direttamente in ambiente naturale consente di integrare dimensione percettiva, riflessione teorica e risonanza emotiva, generando una memoria più stabile e accessibile.

Inoltre, l’emozione positiva associata all’apprendimento riduce l’attivazione difensiva dell’amigdala e favorisce un clima di sicurezza psicologica. Quando lo studente si sente parte di un’esperienza condivisa e significativa, il suo sistema nervoso si orienta verso l’esplorazione e non verso la difesa, rendendo più fluido il processo di acquisizione e rielaborazione delle conoscenze.

Attenzione rigenerativa e benessere cognitivo

Gli ambienti naturali favoriscono una forma di attenzione definita rigenerativa, caratterizzata da un coinvolgimento spontaneo e non forzato. In un contesto naturale la mente non è sottoposta a un sovraccarico di stimoli artificiali e frammentati, ma può concentrarsi in modo disteso su elementi che catturano l’interesse senza richiedere uno sforzo eccessivo.

La riduzione dei livelli di stress e la modulazione del sistema nervoso autonomo contribuiscono a ristabilire un equilibrio fisiologico che sostiene le funzioni cognitive superiori. La corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse e della riflessione metacognitiva, beneficia di questo stato di calma vigile, mostrando una maggiore efficienza nei compiti di problem solving e di pianificazione.

L’outdoor education, integrando momenti di osservazione silenziosa, attività cooperative e riflessione guidata, permette di alternare attivazione e recupero, favorendo un ritmo più armonico tra concentrazione e distensione. In tal modo, l’apprendimento non si configura come un processo forzato e faticoso, ma come un’esperienza sostenibile nel tempo.

Apprendere con tutto sé stessi. Dimensione relazionale e metacognitiva

L’apprendimento all’aperto non coinvolge soltanto la dimensione individuale, ma si sviluppa all’interno di una trama relazionale intensa. Le attività cooperative, la condivisione di compiti, la gestione dell’imprevisto favoriscono lo sviluppo di competenze socio emotive e metacognitive. Lo studente impara a osservare non solo l’ambiente, ma anche sé stesso mentre apprende, sviluppando consapevolezza dei propri processi cognitivi.

Il corpo diventa spazio di comunicazione, attraverso posture, gesti, sguardi e movimenti che costruiscono significato condiviso. In questo contesto il docente assume il ruolo di facilitatore e regista di esperienze, capace di guidare la riflessione e di trasformare l’esperienza concreta in sapere formalizzato. L’integrazione tra azione e pensiero favorisce un apprendimento profondo, nel quale teoria e pratica si alimentano reciprocamente.

L’outdoor education promuove inoltre un senso di appartenenza e di responsabilità verso l’ambiente, contribuendo alla formazione di una coscienza ecologica. La relazione diretta con la natura non rimane sul piano percettivo, ma si traduce in consapevolezza etica, rafforzando la dimensione valoriale dell’educazione.

Tuttoscuola


 

lunedì 3 marzo 2025

CORPO E ANIMA


"Corpo, gioia e libertà"


di Ritanna Armeni

Quando uscì nel 2020, il libro di Teresa ForcadesIl corpo gioia di Dio (Gabrielli editori) già il titolo annunciava una posizione controcorrente, un approfondimento senza censure su un tema scomodo: il corpo.

La lettura confermò la suggestione del titolo scelto dalla monaca di clausura benedettina, teologa, medico, femminista, che l’anno dopo pubblicava Forte come la morte è questo amore. Otto lezioni sul Cantico dei cantici (Castelvecchi), in cui, con il rigore e la passione che la contraddistinguono, Forcades da una lettura audace del celebre testo presente nella Bibbia ebraica e cristiana che parla esclusivamente di amore. 

Dal monastero di Montserrat, sulle montagne della Catalogna (Spagna), Teresa Forcades, 59 anni, ha risposto alle domande di Donne Chiesa Mondo

Per molto tempo nella cultura cristiana il corpo è stato contrapposto all’anima. Due entità estranee l’una all’altra e in contrapposizione È ancora oggi così oppure qualcosa è cambiato? 

L’incarnazione, l’Eucaristia (mangiare il Corpo di Cristo!), la risurrezione della carne. Il corpo ha un ruolo centrale sorprendente nel cristianesimo. Questa centralità non giunge da Platone né dagli altri filosofi dell’antica Grecia e, che io sappia, non si trova in nessun’ altra tradizione religiosa. 

Il Verbo si fece carne (Giovanni 1, 14). Davvero sorprendente. La pienezza di Dio “infilata”, per così dire, “dentro” un corpo umano. Talmente sorprendente che noi cristiani abbiamo avuto e tuttora abbiamo difficoltà a vivere in coerenza con la soppressione della dicotomia tra corpo e anima che l’Incarnazione di Gesù rappresenta. Abbiamo platonizzato il cristianesimo e quindi diffidato del corpo e dei suoi piaceri. Abbiamo sostenuto il valore più alto del corpo nella teoria teologica e, al tempo stesso, lo abbiamo svilito nella pratica morale. Grazie a Dio, questo comincia a cambiare. Vedere il nostro corpo come luogo gioioso d’incontro tra il divino e l'umano per molti potrebbe essere una novità gradita e potenzialmente capace di cambiare la vita. 

Nella Chiesa il corpo delle donne è stato visto spesso come veicolo della concupiscenza e del peccato. E, quindi, origine del disordine del mondo. Ancora oggi è così? O qualcosa comincia a cambiare anche su questa questione? 

Dentro e fuori la Chiesa il corpo femminile è stato sia riverito, sia disprezzato. È l’ineludibile e irrisolvibile contraddizione del patriarcato: le donne sono viste come oggetto di desiderio (sono pure, ispirano, curano, guariscono) e al tempo stesso come inferiori (son malvage, bisognose di guida e di controllo, inaffidabili). È impossibile essere entrambe le cose. Il corpo delle donne deve essere “perfetto” secondo standard di bellezza sempre più irrealistici e deve essere controllato attraverso la violenza psicologica e fisica. 

La religione, in generale, e il cattolicesimo in particolare sono stati spesso parte di questa violenza. E sappiamo che la violenza perpetrata “nel nome di Dio” è quella più profonda e dannosa. La soluzione? Che le donne parlino per loro stesse. Più parliamo per noi stesse, più errori faremo, proprio come gli uomini quando parlano per loro. Che sia così. Il problema non è fare errori. Il problema è essere sostituita nel tuo agire da un rappresentante religioso o laico. 

Quanto ha pesato l’ idea negativa del corpo delle donne – luogo di concupiscenza e di peccato – già detto nella domanda precedente nella definizione del loro ruolo nella Chiesa? Quanto ha contribuito ad una posizione sottoposta e marginale? 

Il problema non è l’“idea negativa”, bensì la combinazione impossibile di “idealizzazione e denigrazione”. Se il corpo delle donne fosse “solo negativo”, sarebbe molto più tollerabile. Così, invece, il messaggio è altamente tossico, indigeribile. 

Da Paolo VI a Giovanni Paolo II a Papa Francesco, tutti hanno elogiato la donna come avente in qualche modo un ruolo superiore nella Chiesa, il ruolo della maternità, che tutte le donne dovrebbero condividere con Maria. Il seno e il grembo/la vagina vengono elogiati e riveriti come simboli di maternità e di potere femminile, mentre vengono temuti e aborriti nella loro fisicità concreta da alcuni uomini celibi che da adulti non hanno mai avuto contatti con loro. 

L’amore fra gli esseri umani può esistere senza il corpo? Oppure questo è secondario rispetto all’attrazione dello spirito come, del resto, molti hanno sostenuto e sostengono? 

Tommaso d’Aquino ha affermato che non possiamo essere “persone” senza il corpo. La sola anima non costituisce una persona. L’amore tra esseri umani non può esistere senza il corpo, perché l’essere umano non può esistere senza di esso. C’è un corpo terreno e un corpo celeste, un corpo fisico e un corpo spirituale. Ma rimane sempre il bisogno di avere un corpo come principio che personalizza la nostra identità. Il corpo è ciò che mi rende diversa da te: nel tempo e nello spazio, il corpo deve essere fisico; al di là del tempo e dello spazio, sarà spirituale, ma potrà trasmettere e comunicare la mia identità individuale a coloro che mi amano e permetterà loro di trasmettermi il loro amore. Il contatto fisico senza legame spirituale è nella migliore delle ipotesi noioso e per niente interessante, nella peggiore, invece, violento. Un legame spirituale senza sesso ovviamente è possibile e piacevole, ma non è come “esistere senza un corpo”. 

Il corpo, come ha chiaramente affermato Teresa d’Avila, è parte di ogni nostra relazione, perfino della nostra relazione con Dio. Il corpo è felice di sperimentare l’amore e può essere toccato fino nel profondo da uno sguardo amorevole, da una presenza amorevole o da una parola amorevole. Non serve il contatto fisico perché il corpo sia parte dell’esperienza. Siamo esseri incarnati sempre, e tutto ciò che sperimentiamo, senza eccezione alcuna, lo sperimentiamo con il corpo. 

Al corpo luogo negativo e del peccato la società moderna contrappone il corpo libero, che cerca il piacere senza limiti. Ma è vera libertà quella che la cultura dominante propone o una nuova e inedita idea di sfruttamento e di subalternità?

Nella nostra cultura tardo capitalistica esiste lo sfruttamento e la mercificazione del corpo. Ragazze sempre più giovani (e anche ragazzi) vengono sessualizzati e sottoposti a standard di bellezza irrealistici e in costante mutamento. 

L’età di chi si ammala di anoressia si è abbassata e la percentuale dei casi è aumentata. La chirurgia estetica è diventata comune e viene applicata alle parti più intime del corpo. C’è tanto da criticare nella nostra cultura per quanto riguarda il modo in cui tratta il corpo. Ma è anche vero che molte donne stanno trovando la libertà di vestirsi come vogliono, dopo che per molti secoli (da sempre) sono state costrette a conformarsi a un rigoroso codice di abbigliamento, e che molte donne (e uomini) stanno osando esprimere, esplorare e godere della propria identità senza doversi conformare a rigidi ruoli di genere. 

Secondo me, l’importante non è chiarire se il nostro momento storico è più o meno libero rispetto a quelli precedenti, bensì avere la lucidità di identificarne i pericoli più pressanti e il coraggio di affrontarli, insieme. 

 L'Osservatore Romano inserto Donne Chiesa Mondo marzo 2025


 

 

mercoledì 5 febbraio 2025

LA VOCE DEL SILENZIO

  

ASCOLTARE
 IL
 CORPO

-     



    -di Luciano Manicardi



 Atti del Seminario sulla corporeità  

Progettando il seminario, abbiamo sentito il bisogno di collocare il cammino di riscoperta delle dimensioni della corporeità - in rapporto a noi stessi, alla sensibilità contemporanea, all’azione come educatori - entro una riflessione biblica. 

Perché la Bibbia non ha paura del corpo, né lo sminuisce o frammenta, ma lo considera intero, dono del Dio della vita. Con il corpo, perciò, e non nonostante il corpo, l’uomo è degno di stare in dialogo aperto col Signore. 

Non è forse un caso che gli ebrei preghino in piedi e probabilmente la Parola che si fa carne non avrebbe potuto essere concepita in una cultura differente. 

Luciano Manicardimonaco di Bose, ha accettato con generosità di accompagnarci in questo percorso e gli siamo profondamente grati per la profondità e la lucidità partecipe del suo intervento. Le sue riflessioni, dedicate al soffio vitale, al corpo che siamo, al corpo che prega - a partire dalla lettura della vicenda del profeta Elia, del movimento della voce e del corpo nei Salmi, della passione erotica del Cantico dei Cantici - ci hanno aperto a una nuova conoscenza dei testi, supportata anche dalla filologia. Ne abbiamo ricavato una comprensione esistenziale e non solo intellettuale. 

I tempi del seminario sono stati scanditi da tre incontri, che hanno completato senza forzature i temi affrontati e dato luce alle esperienze che i partecipanti vivevano. Riproponiamo qui i testi integrali di Manicardi, felici di condividerne la ricchezza teologica e umana.

 1. Ascoltare il corpo. L’esperienza spirituale di Elia in 1Re 19, 9-13 

 La crisi è deserto, sconvolgimento, clamore assordante, timore per la sorte, il futuro, la sopravvivenza. Quando la polvere si posa, nel silenzio si fanno spazio la resistenza, il coraggio, la speranza. E la vita riparte da dentro di noi.

 La crisi di un uomo, di un profeta 

 Il profeta Elia, in un momento di grave crisi della sua vita, dopo aver sconfitto e ucciso i profeti del dio Baal, viene perseguitato dalla regina Gezabele che vuole la sua vita, lo vuole uccidere, e lui è preda della paura, fugge nel deserto e lì esprime il suo sconforto e la sua angoscia. “Desideroso di morire, disse: ‘Ora basta, Signore, Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri’. Si coricò e si addormentò” (1Re 4-5). Elia vive un momento di depressione, vive una tentazione suicidaria. Le sue parole, che lo portano a paragonarsi ai suoi padri e a scoprirsi non migliore di loro, rivelano un suo attaccamento al proprio ego, un’immaturità, un protagonismo che deve essere purificato. Ma gli viene indicato di proseguire il cammino, di inoltrarsi nel deserto. 

Nel deserto occorre non disertare, potremmo dire: le crisi vanno guardate in faccia e allora possono divenire, proprio nelle strettezze in cui ci conducono, l’occasione di una rinascita. Elia si introduce nel deserto, cammina per 40 giorni e 40 notti fino a giungere al monte di Dio, l’Horeb, il monte dove Mosè aveva conosciuto la teofania (Es 19,16-25). 

 La voce del silenzio 

 Ecco come il testo descrive l’incontro con Dio: 

 Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: ‘Che cosa fai qui, Elia?’. Egli rispose: ‘Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché i figli d’Israele hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita’. Gli disse: ‘Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore’. Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, la voce di un silenzio sottile. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”. 

 La traduzione che trovate nella Bibbia di Gerusalemme italiana parla di “sussurro di una brezza leggera” (1Re 19,12) che è la fedele traduzione delle antiche versioni greca e latina che hanno normalizzato il testo ebraico che parla inequivocabilmente di “voce di silenzio sottile”. Gli antichi traduttori hanno sentito l’espressione “voce di silenzio” come un ossimoro, tuttavia il significato dell’espressione ebraica è assolutamente certo: qui si parla di un fenomeno interiore, non di un fenomeno atmosferico come una brezza. 

Anche nei testi di Qumran viene ripresa questa espressione per indicare la liturgia angelica definita molte volte come “voce del silenzio divino”, “voce di silenzio di benedizione”. Il testo di 1Re ci pone di fronte a un silenzio che parla. Noi pensiamo che voce e silenzio si oppongano: o c’è la voce o c’è il silenzio. Ma è proprio così? John Cage scrisse un brano musicale che si intitolava “4 minuti e 33 secondi” composto di tre movimenti: il primo di 30 secondi, un secondo di 2 minuti di 23 secondi, il terzo di 1 minuto e 40 secondi. Un tempo in cui egli non suonava nulla. Non risuonava una sola nota. Forse far risuonare quel silenzio ci insegnerebbe qualcosa sul silenzio, come forse scoprì anche John Cage. Il quale, mentre sperimentava questo spazio privo di suoni, aveva sentito un rumore grave e uno acuto. La registrazione era avvenuta però in una stanza senza eco. Ma aveva sentito dei rumori: uno grave e uno acuto. I rumori che provenivano dal suo apparato cardiocircolatorio e nervoso. 

Anche il silenzio ha un rumore. Esiste il silenzio assoluto? Anche cercando il silenzio assoluto, in realtà ci imbatteremmo sempre nel soffio dell’aria che esce dai polmoni, nel battito del cuore, nei gorgoglii dello stomaco. 

Se l’uomo è l’essere che ha la parola, come ci ricorda Aristotele, l’uomo comunica anche con il silenzio, l’uomo è anche l’essere che sa fare silenzio. 

Fare silenzio implica che il silenzio (non il mero tacere), sia un’azione. Fare silenzio ci porta ad abitare il nostro corpo, ad ascoltare le nostre emozioni, a fare quel lavoro interiore che è fondamentale dal punto di vista spirituale. 

Tutto ciò che è spirituale, infatti, non avviene se non nel corpo. 

 L’esperienza spirituale di Elia 

 La traduzione fedele al testo ebraico del brano di 1Re ci dice che l’esperienza di Elia è interiore. L’incontro con Dio è esperienza intima, interiore. 

Alla luce della voce del silenzio possiamo rileggere il nostro testo e reinterpretarlo. Troviamo tre cose: il vento impetuoso e gagliardo, il terremoto e il fuoco, seguiti dalla voce del silenzio. 

Gli esegeti hanno riconosciuto in questo passo uno schema di tipo letterario frequente in altri testi biblici, soprattutto profetici e sapienziali. È uno schema che presenta tre cose più una. Presenta tre realtà a cui ne segue una quarta che è la più importante di tutte, quella decisiva. Per esempio, nel libro dei Proverbi sta scritto: 

 Tre cose non si saziano mai, anzi quattro non dicono mai: ‘Basta!’ il regno dei morti, il grembo sterile, la terra mai sazia d’acqua e il fuoco che mai dice: ‘Basta!’” (Pr 30,15-16). 

 Si tratta di quattro cose omogenee, tutte dello stesso ordine. E l’ultima non è antitetica, ma decisiva. Analogamente in Pr 30,18-19: 

 Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente nella roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane donna”. 

 Le prime tre cose oltrepassano la capacità di comprensione dell’uomo, ma la quarta le supera tutte, è la più misteriosa. La cosa più comune, l’unione sessuale tra l’uomo e la donna, è anche la più sfuggente, la più ardua da comprendere. Anche nei profeti è presente questo schema. In Amos 1-2 troviamo più volte, come parola pronunciata dal Signore, l’espressione “per tre peccati di... , anzi per quattro non revocherò il mio decreto di condanna” (cf. Am 1,3.6.9.11.13; 2,1.4.6), dove il quarto peccato è la goccia che fa traboccare il vaso, quella che porta le cose al di là del limite di sopportazione, ma sempre di peccato si tratta, come per le prime tre. 

Dunque, comprendendo il testo di 1Re alla luce di questo schema, le cose elencate devono essere tutte dello stesso ordine, ma se la quarta – come abbiamo visto – è senza ombra di dubbio un fenomeno interiore, dobbiamo ricomprendere le precedenti. 

Così superiamo l’antica traduzione greca che ha reso fenomeno atmosferico quell’ultimo elemento che non lo era. Alla luce di questo dobbiamo comprendere i tre fenomeni atmosferici precedenti come fenomeni interiori. Si tratta di cogliere la dimensione simbolica di vento, terremoto, fuoco. Alla luce di questo schema anche l’espressione che ripete che “il Signore non era nel vento, non era nel terremoto, non era nel fuoco”, va intesa indicare non una assenza assoluta ma che il Signore non era in quei fenomeni come nell’ultimo. 

 Vento, terremoto, fuoco: volontà, emozione, eros 

 Come possiamo interpretare sul piano simbolico il vento impetuoso? Non esiste in natura un vento che spacchi le rocce e le montagne. Ma in ebraico vento, ruach, significa anche alito, respiro, spirito. Ruach è forza, potenza che può schiacciare, può anche travolgere chi la detiene. Già nella tradizione ebraica il vento è stato interpretato come forza di volontà. E se c’è un profeta che è stato forte e mosso da una volontà ferrea è proprio Elia (cf. Sir 48,1-11). Lo Spirito investe anche la dimensione volitiva della persona: il volere è la capacità di una persona di decidersi per un fine, di orientare tutto se stesso, corpo, anima, spirito, per raggiungere un determinato fine. Ma l’esperienza spirituale non è riducibile a volontà. L’esperienza spirituale non può essere volontarismo. 

Il terremoto in ebraico è espresso da un termine che significa “tremore, tremito”. Che designa una dimensione psicologica più che un fenomeno atmosferico. Ci sono dei brani biblici in cui il termine designa fenomeni interiori, una reazione emotiva. In Ez 12,18 questo termine designa “trepidazione”, “tremore”, e indica una reazione emotiva dell’uomo. Se vogliamo mantenere la traduzione “terremoto”, dobbiamo comprendere che si tratta di un terremoto interiore, di uno sconvolgimento intimo. Siamo rinviati alla sfera emotiva, che certamente accompagna l’esperienza spirituale, ma non la può esaurire. L’esperienza spirituale non può essere emozionalismo. 

Infine, il fuoco. Il fuoco è simbolo del farsi presente di Dio, che è fuoco divorante. Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente, un arbusto che bruciava ma non si consumava. Ma il fuoco rinvia anche alla dimensione passionale, affettiva, erotica. Nel Cantico dei Cantici, che è un inno all’amore un ragazzo e di una ragazza, non c’è mai il nome di Dio. O meglio, lo si trova una sola volta, quando si dice che l’eros è fiamma del Signore (Ct 8,6): l’eros è dipinto come fuoco. Anche qui ci viene detto che l’incontro con Dio non è estraneo alla dimensione affettiva ed erotica dell’uomo, ma anche che l’affettività non può esaurire l’esperienza spirituale. 

Dunque, volontà, emotività, affettività, hanno a che fare con l’esperienza di Dio. Ma c’è un ulteriore elemento: la voce del silenzio, che è il luogo culminante dell’esperienza di Dio, dell’incontro con lui. Ecco le tre dimensioni che sono inerenti all’esperienza spirituale, perché nulla di spirituale avviene se non nella corporeità, ma ecco anche il luogo intimo, la dimensione più profonda che supera e va ancora più in profondità dell’esperienza spirituale raggiungendo l’indicibile, l’ineffabile, il mistero. Il quarto elemento è quello in cui l’esperienza spirituale esce dall’ambiguità. Anche se non si dice che il Signore era nella voce del silenzio. Il testo narra che, come ascoltò la voce del silenzio, Elia si coprì il volto con il mantello, cosciente di essere alla presenza di Dio. Nessuno può vedere Dio, altrimenti muore (Es 33,20). Ma l’uomo può ascoltarlo: Elia si fermò all’ingresso della caverna ed ecco la voce del Signore che gli parla. Elia percepisce la presenza del Signore nella voce del silenzio, qualcosa che è più profondo delle dimensioni emotive, affettive, volitive, qualcosa che rende apofatica l’esperienza spirituale. È una voce silenziosa. Nessun eccesso di zelo, nessun sussulto emotivo, non una passione incontrollata, ma tutto che si pacifica, si sintetizza ed essenzializza in qualcosa di più profondo. 

 L’azione dello Spirito 

 Si può annotare, en passant, che i quattro simboli del vento, del sisma, del fuoco e della voce si ritrovano quasi identici in un testo capitale del Nuovo Testamento per indicare lo Spirito santo. In At 2,2-6, il testo che parla della Pentecoste, le immagini del rombo (At 2,2), del vento impetuoso (At 2,2), del fuoco (At 2,3) e della voce (At 2,6) concorrono a evocare lo Spirito di Dio e la sua discesa. Uno spirito che trova il suo inveramento nella voce che annuncia l’evangelo in tutte le lingue del mondo. 

Capiamo allora l’importanza della rilettura del testo di 1Re 19. Esso ci consente di cogliere un’esperienza spirituale che abbraccia la totalità dell’essere umano, tutta la sua corporeità. E che ci fornisce anche dei suggerimenti di tipo pedagogico: la presenza di Dio, dunque la vita di fede, concerne tutto l’essere personale e dunque corpo, anima, spirito. La dimensione volitiva è riguardata, ma mai e poi mai l’esperienza di fede può esaurirsi nel volere e men che meno nel dovere. L’esperienza spirituale abbraccia anche il mondo delle emozioni, ma non può ridursi alla dimensione emotiva. Riguarda anche la dimensione affettiva ed erotica, ma non può coincidere con l’esperienza affettiva, con il trovarsi bene nel calore del gruppo amicale. Più in profondo c’è la potenza del silenzio. Che è linguaggio da abitare, da decodificare e in cui scoprire la presenza, misteriosa, discreta, ma reale, di Dio stesso.

 Servire 


 

 

martedì 25 luglio 2023

TUTTO PASSA E QUASI ORMA NON LASCIA

Anche il corpo è un divenire, è stato creato per essere mutato, migliorato, trasformato a favore della vita che esso stesso porta come sete e chiede come pienezza

- di Rosanna Virgili

   

Il nostro organismo, il confronto con il tempo, il desiderio innato di eternità.

 Anche il corpo è un divenire, è stato creato per essere mutato, migliorato, trasformato a favore della vita che esso stesso porta come sete e chiede come pienezza Rosanna Virgili conclude oggi un percorso di riflessione in sei tappe su Corpo e Parola. A partire dai testi biblici la teologa e biblista ha offerto uno sguardo aperto ai mutamenti antropologici in corso, guardando alle ricadute sui Sacramenti della fede cattolica

 «Come sono belli i tuoi occhi dietro il velo» dice il Cantico dei Cantici alludendo a ciò che traspare del viso di lei coperto da un velo. Trame di seta che lo rendono ancor più affascinante e desiderabile. Ora le donne, da noi, non tengono più nulla dietro un velo, specialmente d’estate. Se ancora ai tempi di Totò mostrare il corpo con un bikini significava liberarsi da moralismi repressivi esercitati dai patriarcati familiari e sociali, che volevano soffocarne la pelle dentro degli “scafandri da palombari” (= costumi interi e castigati), oggi segnala, invece, più che voglia di esibire quasi un’indifferenza, un’estraneità tra sé e il proprio corpo e tra il proprio corpo e quello degli altri. Una nudità senza attesa, membra inermi esposte agli anonimi passanti e pure al vuoto di uno sguardo d’amore. Un corpo senza porte, senza un velo a vegliarne l’intimità. Il corpo si trasmette sempre più come immagine e il “velo” si trasforma nella prosaica calza da mettere sulla telecamera affinché si ottenga un effetto flou che spiani le rughe così da rendere impossibile l’emergere dei segni del tempo sulla fronte e sul collo. Ridotto ad immagine il corpo non sembra veicolare più il passato quindi la storia, le esperienze, le maternità, gli allattamenti, tutte le cicatrici che la vita vi ha scolpito. Qualcosa che molti condannano come fosse un peccato e qualcuno, con rara sapienza, non accettava, dicendo: “c’ho messo tanti anni a fare queste rughe perché dovrei cancellarle?” (Anna Magnani). Ma il desiderio di togliersi di dosso il peso degli anni è un’ansia indiscutibile del corpo. Di uomini e di donne. Il desiderio di rimuovere i difetti, le imperfezioni, le disarmonie, le malattie, tutte le forme più disparate della corruzione è viscerale e appartiene al corpo stesso. O meglio a quella che potremmo chiamare: l’anima del corpo.

 Un altro corpo

 Come è noto, i cristiani attendono e confidano nella resurrezione del corpo. Si tratta di un altro corpo quello che continuerà a vivere dopo la morte. Come sarà allora? Paolo è il primo ad argomentare su ciò: «Ma qualcuno dirà: “Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?” (…) Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere (...) Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; (…) è seminato corpo animale risorge corpo spirituale» (1Cor 15,35-44). La metafora è efficace ma resta l’interrogativo non solo su come sarà concretamente possibile trovarsi in un altro corpo, ma anche su come immaginarlo. Che ne sarà dei nostri difetti fisici che tanto ci disturbano nella vita mortale? Sorge inoltre un’ulteriore domanda: ma se saremo trasformati e perfetti, come faremo a riconoscerci? Non verremo mica tutti omologati secondo i canoni della chirurgia plastica?

 Com’è bella giovinezza

 Prima ancora che il cristianesimo proponesse la fede nella resurrezione della carne e quindi nella speranza di trovarsi in un corpo tessuto di spirito e libero dalla corruzione del tempo, alcuni sono stati più attenti e si son detti: a quale età si vorrebbe intercettare il per sempre? Ed ecco i miti dell’eterna giovinezza. Uno dei più antichi si trova nell’epopea di Gilgamesh un testo in accadico risalente alla fine del secondo millennio avanti Cristo. Trovandosi di fronte al cadavere del suo amico Enkidu, Gilgamesh prende la decisione di andare alla ricerca di una pianta il cui nome è: “Vecchio ringiovanisci”. Nonostante fosse stato avvertito da una locandiera saggia – Siduri – che non l’avrebbe mai trovata, Gilgamesh insistette e riuscì ad averla. Ma lungo il viaggio di ritorno, distrattamente, la appoggiò su una pietra e un serpente, fulmineo, la ingoiò! Mentre quest’ultimo cambiò la pelle e ringiovanì, Gilgamesh dovette rientrare ad Uruk nelle spoglie mortali. Le delusioni che seguono a questo tipo di miti non fanno dimenticare, tuttavia, la bellezza della giovinezza e il desiderio di goderne per sempre. C’è chi – come Lorenzo il Magnifico – suggerisce di approfittarne più possibile almeno finché dura: « Com’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia del doman non c’è certezza ». Quasi un eco a un testo sublime del Qoèlet: « Godi, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi » (11,9).

 Può forse un uomo rinascere quando è vecchio?

 «Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse (…) “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito” » (Gv 3,1-6). Non è facile comprendere di cosa parlasse concretamente Gesù in risposta alla domanda di Nicodemo. Ma è certo che questa domanda rimane più attuale che mai. Parliamo, infatti, oggi, di post-mortali, di eterna giovinezza e di appiattimento del tempo su di un’unica età. Yubal Noah Harari, nel suo Homo Deus, dice che saranno le scienze a darci quello che le religioni ci hanno promesso. Che dire? Importante è che l’anima non vaghi astratta dal corpo come pure che il corpo non si riduca a una carcassa senz’anima.

 Generato, non creato.

 Il verbo generare contiene una polisemia: la perdita, la rinascita, lo sviluppo da un seme a un corpo. “Generato e non creato”, la definizione che il Credo cattolico dà del Figlio di Dio incarnato è questa: egli è frutto e fonte di un processo. Venendo da un dinamismo, da un mutamento, da una trasformazione, continuerà a trasformarsi ed a trasformare: dal corpo animale a quello spirituale. Il corpo resta, ma non le sue strutture. Se, infatti, il primo è fatto di carne (basar) e di anima (nefeš) il secondo è fatto di spirito (pneuma). Una prospettiva del genere sul corpo dovrebbe liberare da qualsiasi attaccamento al dato “creato”. Difendere il dato naturale non costituisce il primo interesse del cristiano. Del resto nella Bibbia non si legge di una “legge naturale”, ma di diversi atti di creazione compiuti da Dio. Da essi si avvia un processo segnato dal tempo e dalla sapienza dell’uomo, il quale accetta il suo limite, sempre in rapporto con la Trascendenza. Abbiamo osservato come non si nasca né figli, né fratelli, ma si diventi tali. Abbiamo visto come anche la paternità e la maternità siano dei processi e non dei canoni assoluti e fissi. Dobbiamo concludere che anche il corpo è un divenire, è stato creato per essere mutato, migliorato, trasformato a favore della vita che esso stesso porta come sete e chiede come pienezza. L’anima del cristianesimo, presente in tutti i libri del canone biblico, consiste di una tensione del corpo alla vita, al superamento del limite posto dalla morte; è quanto abbiamo potuto dimostrare attraverso la lettura di molti testi. Il corpo sessuato è fatto per superare l’individualità e per vincere la solitudine; per continuare nell’apertura alla discendenza e nel fine primario dei figli, per mezzo dei quali ci si vuole procurare un plusvalore di vita dopo la morte.

 La storia del corpo che la Bibbia racconta è quella di un continuo divenire, della libertà e dell’audacia che spesso ha portato a spostare le caratteristiche dell’identità di genere, pur di garantire un futuro alla famiglia, alla società e alla civiltà. Ma ha anche continuamente cambiato gli schemi storici delle sue incarnazioni, seguendo le ragioni della Sapienza e dello Spirito: la comunione, l’amore, il patto tra due o più. Ed è questa la vera distanza tra il pensiero biblico sul corpo e quello della cultura contemporanea: quest’ultima è curiosa di vedere se sia possibile mutare i corpi delle persone allo scopo di una loro sempre maggiore autonomia, al servizio dell’individuo, affinché possa emanciparsi da qualsiasi bisogno o legame con il corpo dell’altro. Ciò porta non solo alla morte di Dio, che è l’Altro per eccellenza, ed alla morte del prossimo, ma anche alla morte dell’“umano”, così come la Bibbia lo concepisce. Essa, infatti, segue una direzione opposta, apre tutte le sue pagine ai mutamenti del corpo in vista della vita comune, dell’amore vicendevole, del riscatto dei poveri, della comunione tra le creature: « Per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo” ». ( Ef 2,16). La sua “umanità” è quella che tende all’inclusività, all’abbattimento dei muri, alla riconciliazione materiale e morale, alla resurrezione, alla costruzione di un “corpo” universale di pace. In questa tensione il corpo si trasforma, poiché nella Parola dell’abbraccio esso trova la Vita.

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venerdì 28 maggio 2021

IL TRANSUMANO E L'IDENTITA' DI GENERE


 L’architrave del ddl Zan è solo l’esito ultimo di un’ideologia che punta a cambiare la nostra condizione

La cancellazione della differenza sessuale consegna al mercato un individuo perfettamente neutro, soggetto fluido, precario assoluto. Perfino nel suo corpo

-         - di MARINA TERRAGNI

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L’allattamento maschile è una pratica già piuttosto diffusa nel mondo occidentale, in particolare negli Stati Uniti: atto politico-performativo e/o feticismo autoginefilo, senza troppe differenze. Indurre la produzione di latte in un maschio non è così difficile, basta l’assunzione off label e in dosi adeguate di un gastroprotettore piuttosto comune. Esiste anche la chirurgia di 'nullificazione del sesso' per persone non-binary: interventi demolitivi che rimuovono del tutto i genitali senza nemmeno abbozzare quelli del sesso opposto, conferendo al pube l’aspetto di quello di una bambola. Venduta – a tariffe ragguardevoli – come libertà, ricorda l’orrore delle mutilazioni genitali. Ecco il transumanesimo. Meglio distrarsi dai dettagli, per quanto stupefacenti, e osservare il quadro d’insieme. L’ orizzonte transumano sembra orientare sempre di più la proposta progressista: il vuoto del fine-guerra fredda si è progressivamente colmato di un dirittismo individualistico ossessivo. Modello di ogni libertà diventa potersi resettarsi in radice, nel corpo, manipolando e riconfigurando i propri caratteri sessuali primari e secondari o avventurandosi in percorsi di ibridazione almeno simbolica con le altre specie, e perfino con il non-vivente.

Le geografie politiche otto-novecentesche – destra e sinistra – non danno adeguatamente conto del quadro. Prendiamo la Spagna. Il Psoe, maggiore partito della sinistra, si oppone alla libera identità di genere, o self-id, ma non al commercio di ovociti (quel Paese è il più grande fornitore d’Europa). Non è raro vedere nelle università grandi cartelli pubblicitari per cooptare ragazze che non riescono a pagarsi gli studi. D’altro canto l’utero in affitto è sempre stato un cavallo di battaglia di Ciudadanos, formazione di destra.

Sui temi transumani la faglia destra-sinistra si muove a zig zag. E non basta nemmeno, come per altri temi sensibili, parlare di trasversalità. La bandiera, certo, è tenuta più alta da una sinistra che a quanto pare non trova altri contenuti per significare la propria vocazione al progresso, e cavalca il transumano come un destino ineluttabile: si veda l’ultima, iconica cover dell’Espresso con il transman incinta. Il popolo di sinistra spesso non capisce ma si adegua, autocensurandosi ed evitando la rogna del libero pensiero ' uncorrect'. Dal canto suo, la destra tende ad arroccarsi su posizioni esasperatamente conservatrici che si spingono fino al rifiuto della 'semplice' omosessualità. L’alternativa al progetto transumano non può venire di qui. E da dove, allora?

Il fatto è che questo progetto è in larga parte business, il che complica ulteriormente il quadro. Qualcuno ha calcolato che ogni bambina/o transitato verso l’altro sesso può fruttare a Big Pharma una media di 1 milione e 300mila dollari in terapie ormonali a vita e per inevitabili patologie iatrogene (esclusi interventi chirurgici ed eventuali complicazioni). Non è strano che la propaganda dei transattivisti punti alle scuole per introdurre prima possibile la libera scelta del genere e la cosiddetta 'carriera alias', ovvero la possibilità di essere riconosciuti e chiamati con nomi e pronomi corrispondenti al genere di elezione, diversi da quelli anagrafici. In Canada, paradiso del transumanesimo, nelle scuole è stato ingaggiato Gegi, magico unicorno che non solo aiuta i bambini a scegliere ma insegna anche, da amico del cuore, come difendersi da genitori impiccioni che provino a mettere i bastoni fra le ruote.

I profitti di Big Pharma però sono il meno. La questione del business transumano è molto più complessa e nessuno l’ha spiegata meglio del filosofo Ivan Illich, padre dell’ecologismo contemporaneo, che nel 1984 in Gender aveva profetizzato il «sogno futurista di una società moderna in cui le persone sono plastiche, e le loro scelte di di- ventare dentisti, maschi, protestanti o manipolatori di geni meritano tutte il medesimo rispetto». Illich lo chiama «imbroglio unisex » e vede l’annullamento della differenza sessuale come «un cambiamento della condizione umana che non ha precedenti » e che si rende necessario perché la differenza sessuale, «segno caratteristico della civiltà tribale e contadina», è ritenuta un «ostacolo allo sviluppo». «La scomparsa del genere – aggiunge – è la condizione decisiva dell’ascesa del capitalismo e di un modo di vivere che dipende da merci prodotte industrialmente»: se all’economia di sussistenza corrispondono differenza sessuale e relazioni, il mercato chiede l’individuo neutro. Illich gli dà il nome di neutrum oeconomicum, «soggetto su cui si basa la teoria economica ». Un soggetto fluido, flessibile, fungibile. Un precario assoluto, perfino nel corpo, soggetto-oggetto perfetto per il neocapitalismo liberale, in una logica del profitto senza regole, limiti o contrappesi.

Tradizionalmente la difesa dei capitalisti e del business sarebbe un lavoro della destra, non della sinistra. Qui in apparenza sta capitando il contrario. Ma le cose sono ancora più complicate. In effetti i più grandi capitalisti che la storia umana abbia mai conosciuto, capi delle aziende hi-tech della Silicon Valley (Google, Amazon, Facebook...) – i cosiddetti capitalisti della sorveglianza, come li chiama Shoshana Zuboff –, ostentano un look decisamente progressista. Posizionandosi dalla parte giusta della Storia, Mark Zuckenberg alla fine ha bannato Donald Trump. Eppure non aveva disdegnato di farci affari, vedi lo scandalo Cambridge Analytica. Business is business.

       Il diritto di fare profitti multimiliardari sfruttando i nostri dati sensibili ( big data) fa leva su un perfetto indifferentismo politico rivestito di progressismo. In realtà destra, sinistra, perfino la democrazia non contano più nulla se provano a ostacolare il profittevole lavoro degli algoritmi. I nostri avatar social somigliano ai nuovi avatar di carne post-umani, corpi 'liberamente' smontati e riassemblati in identità alias.

Nel suo Il capitalismo della sorveglianzaZuboff chiarisce che il vero obiettivo delle aziende della Valley non è tanto scrutare i nostri comportamenti quanto piuttosto influenzarli e modificarli per massimizzare i profitti. A quanto pare lavorare sui comportamenti non basta più: anche i nostri corpi, come profetizzato da Illich, vanno modificati per le ragioni del profitto. I social ci fanno sentire liberi, e anche la guerra contro il corpo nella nuova dimensione onlife – definizione del filosofo della comunicazione Luciano Floridi –, ambiente delle nuove generazioni, viene venduta come libertà. I l transumanesimo si presenta come una cosa nuova: non lo è affatto. Appare come futuro ma è solo l’ultima – forse l’estrema – figura fenomenologica e glitterata di un passato brutale e arcaico. L’uomo che allatta è la perfetta rappresentazione di quel moto invidioso delle origini che ha dato vita all’oppressione patriarcale. La negazione della realtà del corpo – questa volta in direzione di un impalpabile percepito, l’«identità di genere» – è una mossa antica e reiterata nei millenni. È rinascere dalla testa maschile purificati dalla materia femminile. La stessa storia di sempre. Ma il transumanesimo non è affatto un destino ineluttabile. L’alternativa è lì dove è sempre stata, se la si fosse voluta vedere. È ricominciare dal punto in cui si è generato l’errore capitale: l’aver fatto della donna l’Altro, l’eccentrico e l’abietto, per fare largo a un unico Soggetto sessuato al maschile. L’alternativa è ripartire da quella relazione materna, aggredita ovunque, che oggi costituisce l’estremo punto di resistenza. Se il soggetto del transumanesimo è l’individuo assoluto irto di diritti, quello del neoumanesimo è più donna che uomo. Meglio: è l’inscindibile due rappresentato dalla relazione materna, l’atomo non divisibile di una nuova possibile civiltà umana a radice femminile. Ci si deve porre in ascolto autentico delle donne, non limitarsi alla graziosa concessione di diritti. Si deve guardare quello che stanno facendo in difesa delle bambine e dei bambini, figli reali e simbolici, di loro stesse, della continuità della vita. Si deve saper riconoscere che la posizione della donna non è ai margini, dove è stata sospinta. Che le donne non sono una minoranza – come la definisce strabicamente il ddl Zan –, bisognosa di tutela e di politiche inclusive. La natura ha collocato la donna al centro insieme al figlio. Ne ha fatto la madre del mondo. Sono capaci gli uomini di accettare questa centralità e questa autorità femminile, che è al contempo cura, e di mettersi in ascolto autentico delle donne? Perché altra strada non c’è.

Su questi nodi la faglia culturale destra-sinistra si muove in modo imprevedibile. Né l’ossessivo «dirittismo» individualistico né il rifiuto dei temi più controversi offrono risposte a un progetto di manipolazione senza precedenti L’estremo punto di resistenza è l’insuperabile relazione materna, fondamento di un neoumanesimo a radice femminile.

 

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