“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.” M.L.King
In un tempo traumatizzato
dalle guerre e dall’incertezza per il nostro avvenire il tema della sicurezza
si è caricato di una valenza che non è più solo politica, ma assume anche una
connotazione mentale. Ridurre l’esigenza di sicurezza alla manifestazione di un
rudimentale analfabetismo politico non solo è un errore strategico che spalanca
praterie per una predicazione “alla” Vannacci, ma segnala soprattutto l’incapacità di
comprendere il carattere inaggirabile della pulsione securitaria.
L’essere umano non è,
infatti, solamente un «animale sociale» — come riteneva classicamente Aristotele — ma è anche animato da una spinta
(antisociale) a rifiutare l’estraneo, lo straniero, a identificarlo, come
direbbe Freud, con l’ostile in quanto fattore di perturbazione del
suo equilibrio interno.
La pulsione a chiudersi anziché ad aprirsi non è, dunque,
una patologia mentale, ma una attitudine fondamentale dell’essere umano
destinata ad accentuarsi di fronte a situazioni di incertezza e di disordine.
La pulsione securitaria nasce dalla necessità di tracciare confini identitari che possano proteggere la
vita individuale e collettiva dall’irruzione dell’estraneo.
Prima ancora di essere
politica, l’esigenza di sicurezza è dunque una esigenza psichica.
Se la figura di Ulisse mette in luce il carattere
avventuroso della nostra vita, la fame di conoscenza che la conduce a varcare i
confini, a sentirsi attratta dall’ignoto, non bisognerebbe mai dimenticare che esiste
nell’essere umano anche una spinta altrettanto intensa a preservare e a
difendere i propri confini: chiudere una porta, recintare una proprietà,
edificare una frontiera rispondono all’esigenza psichicamente elementare di
distinguere il famigliare dall’estraneo. Il confine non è dunque soltanto una
astratta linea geografica, ma una forma essenziale della nostra organizzazione
mentale.
Per questa ragione la
richiesta di sicurezza non può essere liquidata come un comportamento
politicamente regressivo o come il frutto di un’azione di mera propaganda
organizzata a fini elettorali. È un errore clamoroso che spesso coinvolge anche
esponenti illustri della sinistra.
Dovremmo ricordare loro
che non esiste solo il fascino irresistibile di Ulisse, ma anche l’acuta
osservazione di Elias Canetti che mette in rilievo la particolare
sensazione che ci investe quando, camminando lungo un grande viale cittadino o
salendo su di un tram, urtiamo accidentalmente uno sconosciuto. Per un istante
i nostri confini personali vengono violati. Qualcuno che non conosciamo è
entrato abusivamente nel nostro spazio fisico interrompendo una distanza che ci
protegge.
Per un verso, dunque,
l’umanità non sarebbe mai uscita dai propri confini se l’ignoto avesse prodotto
soltanto paura, ma, per un altro verso, l’ignoto può suscitare un
brivido capace di trasformare la curiosità per lo straniero in una minaccia di
violazione.
L’esasperazione
ideologica della pulsione securitaria è ovviamente sempre possibile.
Nel corso del Novecento
ha provocato drammi senza precedenti. Il rischio della sua trasformazione in
xenofobia, in culto della razza e della salute o, addirittura, nella fantasia
delirante di un mondo finalmente liberato da ogni forma di alterità, si è avverato
tragicamente.
Tuttavia, chiudere i
confini, alzare barricate, difendere il proprio territorio non sono soltanto
gesti ideologici, ma rispondono a un fantasma fondamentale: costruire un luogo
protetto dall’irruzione dell’esterno. Freud faceva l’esempio del guscio che
assicura protezione di fronte agli stimoli imprevedibili provenienti
dall’esterno: un dentro senza fuori, uno spazio finalmente sottratto
all’imprevisto.
Il compito di una
politica all’altezza della sfida della democrazia dovrebbe essere quello di
riconoscere l’esistenza della pulsione securitaria. Senza irridere la chiamata
alle armi di cui si fa portavoce il generale Vannacci, bisognerebbe avere il
coraggio di sostenere che l’inclusione non comporta la cancellazione della
propria identità nazionale, che l’accoglienza non comporta la negazione della
propria memoria storica, che il confine come luogo di scambio non comporta la
sua soppressione come soglia che definisce un’appartenenza.
Nondimeno, la domanda di
sicurezza è inesauribile perché non può mai essere pienamente soddisfatta: più
il mondo appare precario, disordinato, imprevedibile, più cresce il desiderio
di stabilire confini sempre più netti; più le identità si mescolano, più può
emergere la tentazione a solidificarle. Ma il problema è che la sicurezza
assoluta coincide solo con la morte. Un mondo completamente sicuro sarebbe un
mondo senza sorpresa, senza alterità e senza rischio.
È questa la
contraddizione che bisognerebbe riuscire a rendere feconda: non si dovrebbe
semplicemente opporre apertura a chiusura, libertà a sicurezza. Se, come
sappiamo, una società che organizza la propria identità intorno alla paura è
destinata a trasformare la protezione in una forma di segregazione, non
dovremmo nemmeno dimenticare che una società che nega l’esistenza della paura
finisce per consegnarsi ai peggiori propagandisti della reazione.
Il compito della politica
non è quello di sopprimere la pulsione securitaria, ma di tenerne conto dandole
una forma che non distrugga ciò che pretende di proteggere. Non abbiamo paura
soltanto perché qualcuno ci ha insegnato ad averne. Abbiamo paura perché siamo
esseri vulnerabili, esposti alle insidie del mondo. La civiltà non comincia
quando eliminiamo la paura, ma quando impariamo a non trasformarla in una
spinta aggressiva. La paura non è l’esito di un deficit cognitivo ma ci
appartiene. Cosa ne possiamo fare? La brace che alimenta la follia di una
società chiusa su se stessa che trasforma i suoi confini in muraglie o una
domanda di sicurezza da tenere in seria considerazione, non negata e non
schernita snobisticamente come se fosse solo il prodotto pregiudiziale di una
cattiva educazione o di una manipolazione propagandistica?
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