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martedì 13 ottobre 2026

EDUCAZIONE AFFETTIVA

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 Perché parlarne ai bambini

 (e come farlo davvero)



di Maria Teresa Bianco 



Come parlare ai nostri figli di educazione affettiva e come farlo nel modo corretto.

 Risponde alle domande la dott.ssa Barbara Bove Angeretti

In questo articolo

Educazione affettiva e bambini: come parlarne

Parlare di educazione affettiva oggi significa affrontare uno dei temi più urgenti della crescita dei nostri figli. In un'epoca in cui l'emotività si esprime spesso attraverso schermi e social, insegnare ai bambini a riconoscere e gestire i propri sentimenti è un passo fondamentale per costruire relazioni sane e consapevoli.

Ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Barbara Bove Angeretti, psicologa dello sviluppo, formatrice e divulgatrice scientifica, seguitissima sui social da oltre 113mila persone. Con lei abbiamo cercato di capire da dove partire, come affrontare il tema in famiglia e perché l'educazione affettiva è una vera forma di prevenzione per il benessere futuro dei nostri figli.

Quando iniziare a parlarne

Dottoressa, si parla tanto di educazione affettiva, ma spesso non si sa quando cominciare. A che età  è giusto introdurre questo tema ai bambini e come farlo in modo naturale, senza forzature?  

L'educazione affettiva e sessuale comincia da subito, anche se molti genitori non se ne  rendono conto. Nei primi anni di vita significa, molto semplicemente, usare nel  quotidiano, o almeno insegnare al bambino a identificare e nominare correttamente le  parti del corpo, usando termini scientificamente corretti come vulva, pene, scroto o utero. 

Se già questi termini creano disagio nel genitore, è un segnale importante: significa che il  tema va prima integrato e normalizzato da noi, per poterlo poi trasmettere con  naturalezza.  

Educazione affettiva non significa necessariamente "parlare di sesso", ma aiutare i  bambini a conoscere il proprio corpo, riconoscere le emozioni, rispettare i confini e  comprendere quelli altrui. Tutto ciò deve avvenire in modo proporzionato all'età, con un  linguaggio semplice, tecnico, ma connotato dal proprio sistema valoriale che  comprenderà temi come limite o spazio personale, consenso ecc. 

Quando il genitore è a proprio agio, anche il bambino percepisce il messaggio come naturale e sicuro.

Se invece si avverte fatica o confusione nel trattare questi argomenti,  può essere utile confrontarsi con un professionista per acquisire strumenti comunicativi  adeguati. 

Famiglia e scuola: un lavoro di squadra

L'educazione affettiva non può essere solo compito della scuola. In che modo i genitori possono  dare continuità a casa e quali piccoli gesti quotidiani fanno davvero la differenza?  

L'educazione affettiva e sessuale non è una semplice trasmissione di informazioni  biologico sanitarie, riguarda la costruzione del senso del sé, dell'identità, del rispetto del  valore e delle relazioni; è qualcosa che riguarda le convinzioni etiche e religiose che  riguarda il modo in cui ciascuna famiglia interpreta l'intimità, il corpo, l'amore ed è ciò che  ci rende unici come individui. Per questo la responsabilità primaria deve spettare alla  famiglia che rappresenta il primo contesto in cui il bambino apprende cosa significhi il  rispetto, il confine, il consenso, la fiducia e la reciprocità.

La scuola però non deve essere assente perché deve porre una base minima qualora la  famiglia assente, su questi temi, lo fosse davvero. Il suo compito non è sostituirsi però ai  genitori, ma integrare per sostenere il processo educativo quando la famiglia non è in  grado per mancanza di strumenti a volte di linguaggio o di sensibilità di offrire ai ragazzi le  risposte di cui hanno bisogno. La scuola può fornire competenze, linguaggi e spazi di  confronto che aiutino a tradurre in termini concreti i valori appresi a casa e può offrire un  filtro di pensiero critico utile soprattutto in un'epoca in cui la sessualità è spesso  banalizzata o distorta da modelli mediatici.  

In altre parole la scuola dovrebbe essere un presidio di supporto non di supplenza, non  può e non deve sostituirsi alla famiglia, ma dovrebbe offrire strumenti per comprendere e  discernere.

Famiglia e scuola dovrebbero essere due ambienti che parlano la stessa  lingua emotiva. 

Figli che crescono in un mondo complesso

Oggi i nostri figli vivono in una società più esposta e più fragile di un tempo. Perché l'educazione  affettiva è così urgente proprio ora?  

Perché i bambini e i ragazzi di oggi (più che quelli di un tempo) crescono in un mondo  dove tutto è visibile, ma pochissimo è davvero compreso. Hanno accesso precoce a immagini, linguaggi e modelli relazionali adulti — spesso distorti — ma non hanno ancora  gli strumenti emotivi per interpretarli. 

L'educazione affettiva oggi è urgente perché non serve solo a "prevenire", ma a costruire senso: aiuta i giovani a capire cosa significa rispetto, consenso, intimità, privacy, confine,  responsabilità. 

In un tempo dove la comunicazione è rapida ma le relazioni sono fragili, l'educazione affettiva diventa una bussola interiore: insegna ad ascoltare il proprio corpo, riconoscere le emozioni, distinguere ciò che è desiderio da ciò che è bisogno, e ciò che è piacere da ciò che è manipolazione, a tollerare la frustrazione di un rifiuto senza distruggersi o distruggere. 

Quando l’affettività manca

Cosa succede a un bambino o a un adolescente che non riceve una vera educazione affettiva? Si  possono riconoscere dei segnali d'allarme o dei comportamenti che dovrebbero far riflettere?  

Quando l'educazione affettiva manca, il bambino cresce sapendo molte cose, ovvero avendo e gestendo molte informazioni, ma non sa cosa sente e non sa come gestirlo. Senza un modello che insegni a riconoscere, nominare e regolare le emozioni, il rischio è  che l'affettività resti confusa con la dipendenza, il bisogno di approvazione o il controllo  dell'altro.

Nei più piccoli i segnali possono essere regressioni improvvise, irritabilità, ansia da  separazione (tale da rendere molto difficile o impossibile la gestione del pianto), comportamenti oppositivi, aggressivi fisicamente o verbalmente, comunicazione  manipolatorie o inadeguate rispetto all'età.

Negli adolescenti emergono spesso chiusura emotiva, relazioni disfunzionali, dipendenza affettiva o aggressività relazionale (la necessità di dominare o svalutare per sentirsi sicuri). 

L'assenza di educazione affettiva non genera sempre un disagio visibile, ma svuota di significato le relazioni. 

Recuperare è possibile, ma serve tempo, coerenza e adulti disposti a parlare di emozioni con onestà, anche quando è scomodo. Perché ciò che un bambino non impara a  nominare, finirà per esprimerlo — nel corpo, nel comportamento o nei legami. 

Il suo consiglio ai grandi

Dott.ssa Bove Angeretti, se dovesse dare un solo consiglio a genitori e insegnanti per iniziare un percorso di educazione  affettiva autentico, da dove direbbe di partire?  

Direi di partire da sé. 

Prima di parlare ai bambini di affettività, gli adulti devono riconciliarsi con la propria, con il  linguaggio, con il corpo, con l'emozione. Perché non si può insegnare a relazionarsi con  serenità, se certe parole o certi temi ci mettono ancora a disagio. 

Come dicevo, il primo passo concreto è usare o almeno insegnare da subito termini corretti per nominare le parti del corpo, è un gesto semplice ma potentissimo perchè  restituisce al bambino il diritto di conoscere sé stesso senza vergogna. 

Il secondo è rispettare per essere rispettati, quindi smettere di fare il solletico se il  bambino dice basta e accettare un "no" dal bambino se non vuole dare un bacio a nonna o un abbraccio a zio. 

Poi vengono i gesti quotidiani: ascoltare, chiedere scusa, rispettare i confini, dare il buon esempio nel modo in cui si ama, si comunica e si gestisce il conflitto. 

L'educazione affettiva non è un progetto da iniziare "quando saranno grandi", ma un modo di stare in relazione — che comincia ogni volta che un adulto sceglie di essere un modello emotivamente affidabile.

Considerazioni

L'educazione affettiva non è una materia da insegnare, ma un percorso da vivere insieme ai nostri figli, giorno dopo giorno. Richiede ascolto, presenza e un linguaggio emotivo che spesso noi adulti dobbiamo reimparare prima di poterlo trasmettere.

Come ricorda la Dott.ssa Bove Angeretti, ogni bambino che sa dare un nome alle proprie emozioni sarà un adulto più consapevole, capace di costruire relazioni sane e di riconoscere il valore profondo dell'empatia.

Nostrofiglio.it


lunedì 21 settembre 2026

EDUCAZIONE AFFETTIVA


 NON E' UN CORSO

  Fare l’educatore/insegnante all’alba di questo terzo millennio che vive profonde emergenze come l’Intelligenza Artificiale; la Crisi Climatica; l’Inverno Demografico; le Migrazioni e le Remigrazioni; le Guerre non è certo facile ma nulla è facile quando hai a che fare ad esempio con l’educazione affettiva che è il pilastro per la costruzione di uomini e donne responsabili che possano a loro volta generare una comunità più giusta e libera e a tal proposito voglio proporvi un interessante punto di vista del poeta forlivese Davide Rondoni spiegato all’interno di un articolo pubblicato una settimana fa su Avvenire dal titolo: “L’educazione affettiva non è un corso: è il compito della scuola”

-di Francesco Sciacchitano

Per educare i sentimenti non bastano regole e specialisti. Servono adulti capaci di accompagnare i ragazzi, attraverso arte e poesia, nei territori dell’animo umano.

Inizia la scuola. E lì bisogna affrontare il tremendo e il magnifico.

Infatti, lì, in quelle aule dove adulti e ragazzi si incontrano e a lungo tutti i giorni potrebbe iniziare una grande opera di educazione affettiva.

Cosa di cui da più parti si invoca la necessità e non solo per certi sconvolgenti fatti di cronaca nera.

Ma una scuola che delega tale educazione affettiva a specialisti, a corsi ad hoc, significa una scuola che ammette il proprio mastodontico e grottesco fallimento.
Se infatti – avendo a disposizione ore e ore di arte, scienza, letteratura, religione – occorre avvalersi dello “psicologo di Stato” come già paventava Pasolini, come avviene nelle peggiori dittature del mondo, allora significa che si è falliti nel vero compito della scuola.

Che insieme alla famiglia ha un compito educativo.

Istruire e non educare è un ossimoro, o un modo per sfuggire le responsabilità.
E però a scuola – e in Italia! – sono quasi inesistenti o cenerentole la musica, l’arte, la poesia, e tutto quel patrimonio che educherebbe a conoscere l’animo umano, a sfiorarne i suoi abissi tenendo però la luce negli occhi se possibile, insomma tutto quel patrimonio che nei millenni ha condotto le persone a fare i conti con se stesse, con i sentimenti, con la profondità e con la banalità del male, con le passioni e la loro bellezza ma anche i loro possibili deliri.

Come pensate di educare affettivamente dei giovani? con dei discorsini? con delle regolette?
O sarebbe meglio avere adulti disposti – a viso e cuore aperto – a viaggiare con i ragazzi nei meandri dell’anima, degli affetti, delle passioni?

Invece no, si pretende di tirare su dei ragazzi che non hanno problemi perché gli si fa un po’ di psicoterapia, o due chiacchiere sul sesso, o due istruzioni per l’uso.
E adulti riparati dietro alla trasmissione di “competenze”, meglio se soprattutto competenze tecniche e tecnologiche perché quelle si che servono al mondo.
E così rarissimamente un ragazzo italiano a scuola può commuoversi, ed educarsi affettivamente ascoltando Vivaldi, Donizetti, Baudelaire…

In Italia, patria delle arti, l’arte è considerata inutile o secondarissima nel percorso formativo ed educativo.

E sapete perché? Perché è pericolosa. Cioè costringe gli adulti che sono insegnanti a lambire zone pericolose, che non sono misurabili in competenze e voti.
Che non lasciano tranquilli nessuno.

Ma l’educazione è un rischio, non una prassi da eseguire, non un protocollo da rispettare.
I ragazzi italiani sono mediamente bravi nelle competenze richieste dall’Ocse.
Ma poco più della metà sentono come luogo importante la scuola, dicono i dati.
E l’Istat ci conferma che la scuola fa “andar via” la voglia di leggere, di ascoltare buona musica, di cercare arte.

In Italia, sottolineo.

E intanto la cronaca ci regala notizie di fatti terribili e i numeri in aumento di giovani nelle carceri. Sì, certo appena dico queste cose mi dicono che il problema è un altro.
Il benaltrismo tipico.

Che la famiglia dovrebbe (peccato che cercano di esautorarla e il Ministro prova a resistere) e che l’immigrazione, e che i soldi, e che i muri…

Tutto vero, ma il problema è che stiamo negando noi stessi.

E di fronte a una emergenza educativa, a una necessità di adulazione affettiva, nascondiamo i violini, i versi dei poeti, le dolci musiche popolari, i delicati profili del Crivelli, i tamburi forsennati, le voci celestiali, le sfumature femminili della Gentileschi, i canti abissali di Leopardi, le nostalgie di Pavese (solo il 5% dei maturandi ha commentato una sua poesia lo scorso anno).

Ecco il nostro disastro fatto pagare ai giovani.



sabato 6 giugno 2026

EDUCARE ALL'AMORE

 


PREVENIRE

 LA 

VIOLENZA




Lo psicologo Damiano Rizzi: «Prevenire la violenza significa insegnare agli adolescenti che andarsene è un diritto»

Lo psicoterapeuta e presidente di Soleterre ha appena pubblicato il libro “Adolescenza, parliamone. Educare all'amore per prevenire la violenza”. «La violenza non nasce all’improvviso: affonda le sue radici nel modo in cui impariamo ad amare, a gestire il rifiuto e a stare nelle relazioni», dice. Per questo l'approvazione della legge sul consenso informato voluta dal ministro Valditara è un errore

 di Veronica Rossi

Con l’approvazione della legge sul consenso informato voluta dal ministro Giuseppe Valditara, l’Italia torna – o resta – al “Medioevo delle relazioni”. Ne è convinto Damiano Rizzi, psicologo, psicoterapeuta e presidente di Fondazione Soleterre, da poco in libreria con il suo Adolescenza, parliamone. Educare all’amore per prevenire la violenza (Piemme). L’educazione sessuale e affettiva saranno proibiti all’infanzia e alla primaria, mentre alle secondarie servirà il consenso dei genitori. L’Italia così rimane uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere una Educazione Sessuale Comprensiva, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Unesco riconoscono come diritto umano fondamentale.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è l’attaccamento e come influenza anche la vita da adolescenti e da adulti e la capacità di stare in una relazione?

Sembra un concetto difficile, ma si può spiegare in maniera molto semplice: è il modo in cui siamo stati visti o non visti, amati o non amati, riconosciuti o non riconosciuti dai nostri genitori. Questo influenza la modalità con cui cerchiamo e diamo amore agli altri e poi, più avanti, come stiamo all’interno delle relazioni intime e sessuali. Nel momento in cui ci innamoriamo, infatti, si riattiva l’attaccamento: avere una relazione di attaccamento sicuro significa avere un imprinting che ci fa sentire sicuri anche davanti alle perdite d’amore.
Quando un bambino nasce, passa da una situazione in cui aveva tutto a una in cui deve imparare a chiedere e a ricevere. Per esempio, ci sarà il momento, per chi è allattato al seno, in cui il seno non c’è. Ed è un passaggio fondamentale, perché il piccolo deve imparare a immaginarsi ciò che non ha. Se la mamma gli sta vicino, lo consola, ecco che riempie il vuoto con le parole, con la presenza, con l’affetto. Se tutto questo non c’è e il bambino viene lasciato solo, senza mangiare e senza calore accanto, si sente totalmente perso. Come fa a immaginare, così, qualcosa di sostitutivo? Cercherà disperatamente quello che non ha, a volte compiendo anche azioni sconsiderate.

E poi questo attaccamento lo portiamo con noi anche nell’età adulta.

Certamente. Che l’attaccamento sia sicuro, insicuro o disorganizzato, è qualcosa che ci portiamo in dote lungo tutto l’arco della vita. Affermare questo non significa che non possiamo cambiarlo o modificarlo, però va riconosciuto che è molto importante: se abbiamo trasmesso ai nostri figli e alle nostre figlie la capacità di regolare le emozioni e di stare in una relazione, quando avviene una rottura la vivranno in maniera più serena, anche se il dolore c’è sempre. Resterà tuttavia la speranza di trovare altri rapporti o che quello esistente possa evolvere in maniera diversa. Chi invece non ha avuto la possibilità di imparare a modulare una relazione, con l’abbandono vive spesso un collasso psichico. È esattamente quello che vediamo nei casi di violenza, quando lui viene lasciato e lo considera qualcosa di inaccettabile, perché ha a che vedere proprio con la sua identità. Le persone, però, purtroppo non sanno queste cose, perché nessuno gliele spiega. Anche se si potrebbero imparare: non sono un’esclusiva degli psicologi.

Un ruolo importante, in questo senso, ha l’educazione affettiva e sessuale, che dovrebbe cominciare già dai primi anni. Eppure, è proprio di oggi la notizia dell’approvazione definitiva del ddl Valditara sul consenso informato. Qual è il motivo, secondo lei, di questa contrarietà della politica a un insegnamento che, secondo diverse ricerche, diminuisce violenza, gravidanze indesiderate e malattie, aumentando allo stesso tempo la consapevolezza e la sicurezza dei più giovani?

Parliamo dell’Italia. Siamo uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere la cosiddetta “educazione sessuale comprensiva” nella scuola, che non significa solo parlare di sesso, ma anche di tutte le dinamiche relazionali: il consenso, il possesso, il senso del limite, lo stare nelle relazioni. Si potrebbe dare la colpa solo a questo Governo, al suo scagliarsi contro la teoria gender – che poi è un’invenzione – ma se si guarda bene è dal 1975 che l’Italia non riesce a introdurre l’educazione sessuale nelle scuole. Siamo il Paese del Vaticano, degli obiettori di coscienza e c’è un tema di sessuofobia: spesso si preferisce lasciare l’avvicinamento al sesso ai contenuti pornografici, a cui ormai iniziano ad accedere bambini anche di 8 o 9 anni. C’è molta mistificazione, poca conoscenza e tanta confusione. Anche il fatto che si dica che serve il consenso informato presuppone che l’educazione sessuale e affettiva ci sia già.

L’Italia è uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere la cosiddetta “educazione sessuale comprensiva” nelle scuole

Ma non è così? No. Si parla di attività che vengono svolte durante le ore di educazione civica, oppure attraverso progetti esterni, magari il pomeriggio. Oggi il ministro Valditara ha dichiarato: «Abbiamo sconfitto la follia gender». Chiunque abbia studiato sociologia sa che il genere è un fatto culturale: c’è un’educazione che porta al maschile e una che porta al femminile. Tra l’altro stiamo ancora a parlare di maschi e femmine, in un contesto in cui esistono anche altre categorie di definizione e di autodefinizione, così come molte possibilità di vivere il piacere attraverso i corpi. Mi sembra che siamo un po’ al Medioevo. C’è un utilizzo ideologico del tema.

Quali conseguenze può avere l’accesso sempre più precoce a contenuti pornografici?

Si rischia di immaginare una facilità di accesso al corpo dell’altro che non passa più attraverso una richiesta di consenso: nei filmati pornografici si passa direttamente all’azione. In una giovane mente che non ha ancora sperimentato molto, si crea l’aspettativa e la pretesa che tutto possa essere così facile e veloce. E questa pretesa può anche diventare qualcosa che somiglia molto allo stupro.

E se a guardare sono delle ragazze? Possono pensare che sia quello il modo giusto di stare in un rapporto intimo?

Esattamente. E poi c’è anche la paura di non deludere. E fin qui siamo ancora nell’ambito del “porno classico”. Nel frattempo le cose sono andate molto più avanti. Oggi si prendono appuntamenti su app deliberatamente per vedersi e fare sesso. C’è sempre più difficoltà a stare nella relazione. Tutti i portali online di fatto non devono rispettare nessun codice di autoregolamentazione. Possibile che non ci sia un limite di accesso reale per i minorenni? La tendenza è sempre quella di caricare il problema sulle spalle delle vittime: le famiglie devono mettere delle regole. Ma perché non è il sito porno, visto che c’è una legge che non permette ai minorenni di accedere, a occuparsi di questo? Oggi non ci sono veri vincoli, dal momento che i sistemi che vengono usati sono facilmente aggirabili.

A proposito delle attività online dei ragazzi, nel libro cita anche tutta la questione legata alla manosfera e agli incel, i “celibi involontari”. Quali rischi porta con sé questo fenomeno?

Per i maschi la prima relazione sessuale è ancora una specie di conquista, una medaglia. A un certo punto i ragazzi che si definiscono un po’ più in difficoltà nelle relazioni, per diversi motivi, compiono una sorta di ribaltamento: non sono io che devo aggiustare qualcosa che non va in me, ma sono le donne che scelgono sempre una minima percentuale di maschi. Si tratta di un fenomeno estremamente preoccupante, che negli Stati Uniti già si è trasformato in una guerriglia. I gruppi di incel uniscono ragazzi dal punto di vista identitario, danno una spiegazione alla loro angoscia e alla loro frustrazione. Ma questo passa attraverso la distruzione dell’altro, in questo caso delle donne.

Che cosa possono fare i genitori che vogliano educare i loro figli a non essere violenti e le loro figlie a evitare relazioni tossiche e pericolose?

Innanzitutto ci sono degli strumenti, come il mio libro o altri simili, che permettono di avere le prime informazioni. Poi ci sono associazioni e organizzazioni che continuano a fare attività di educazione alle relazioni. C’è anche la possibilità di informarsi attraverso gli psicoterapeuti. Infine, c’è un livello ulteriore: allearsi per chiedere un cambiamento. I governanti, in teoria, dovrebbero rappresentarci: dovremmo muoverci per ottenere quello che vogliamo. Se non lo facciamo, vuol dire ci va bene così. Ma allora poi diventa un controsenso scandalizzarsi quando accade la violenza. La violenza è strutturale, non è un’emergenza: se non si fa niente per evitarla, scoppia quando meno te l’aspetti.

VITA

 

EDUCAZIONE AFFETTIVA E SESSUALE



Il ministro parla 

di «riforma storica»

Anche per gli studenti più grandi servirà il consenso informato per lezioni su tematiche riguardo sessualità e affettività

Esultano le associazioni delle famiglie, che ora chiedono l’istituzione di un osservatorio


-di PAOLO FERRARIO

Il consenso informato a scuola è legge. Con il via libera definitivo del Senato (78 voti favorevoli, 38 contrari e nessun astenuto), d’ora in avanti le scuole medie e superiori dovranno obbligatoriamente ottenere il consenso delle famiglie, prima di proporre iniziative che riguardano tematiche relative a sessualità ed affettività. Diversa la disciplina per le scuole dell’infanzia e primaria: qui il divieto è assoluto. Questi argomenti, stabilisce la legge, non possono essere affrontati in alcuna forma.

Una «riforma storica» per il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha dato il nome al disegno di legge e ora ricorda che, con questa norma «ridiamo voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni». Il ministro vuole fare chiarezza su alcune questioni che hanno acceso il dibattito parlamentare. «Non è vero che con questa legge non si potrà fare educazione affettiva: il Governo per la prima volta ha reso stabilmente obbligatoria in tutti i gradi di scuola l’educazione al rispetto, alle relazioni e alla empatia – ricorda Valditara -. Non è vero che non si farà l’educazione sessuale in senso biologico: continuerà a farsi nei programmi di scienze in tutti i gradi di scuola. Per la prima volta – sottolinea il Ministro – introduciamo nei programmi delle medie l’educazione alla prevenzione dei rischi derivanti dalle malattie sessualmente trasmissibili. Nelle vecchie Indicazioni nazionali per la scuola del primo ciclo non era prevista. Sarà introdotta anche nei programmi di scienze per le superiori».

Anche per la sottosegretaria Paola Frassinetti, la legge rappresenta «un importante passo avanti nella direzione della trasparenza, della correttezza informativa e della piena collaborazione tra scuola e famiglia».

Non la pensa così la senatrice del Partito democratico, Simona Malpezzi, che, intervenendo in aula, ha parlato della legge come del «primo regalo politico a Vannacci e a Futuro Nazionale». «Questo è un precedente gravissimo non solo per la scuola, ma per le famiglie: state dicendo ai genitori di aver paura degli insegnanti. E noi non ci saremo mai», ha concluso la senatrice dem. E di «passo indietro per il Paese» ha parlato la senatrice del Movimento 5 Stelle, Barbara Floridia. «La scuola non è soltanto trasmissione di nozioni – ha proseguito –: è il luogo in cui si impara a confrontarsi con la complessità del mondo. Questo provvedimento è il manifesto della paura della libertà e della diversità di questo governo e di questa maggioranza».

Critica anche la posizione di Save the children. Secondo Giorgia D’Errico, direttrice relazioni Istituzionali, la nuova legge «rischia di indebolire l’alleanza educativa tra scuola e famiglia e rafforzare le disuguaglianze educative». In Italia meno della metà degli adolescenti (47%) ha fatto educazione sessuale e affettiva a scuola, secondo i dati dell’ultima ricerca di Save the Children “Stavo solo scherzando”. Di segno opposto le reazioni delle associazioni delle famiglie. «Per anni i genitori hanno visto erosa la loro centralità nel percorso educativo dei figli, spesso esclusi o scavalcati da logiche burocratiche e ideologiche che non tenevano conto del loro ruolo primario – ricorda Antonio Affinita, direttore generale del Moige, il Movimento genitori –. Oggi il Parlamento riconosce ciò che la Costituzione italiana ha sempre sancito: i genitori sono i primi e principali educatori dei propri figli. La comunità, la scuola, le istituzioni – aggiunge Affinita – hanno un ruolo prezioso e insostituibile di supporto alla genitorialità, ma devono operare in sinergia con le famiglie, non in loro sostituzione. Questo provvedimento segna un punto di svolta rispetto a una cultura statalista nell’educazione che va definitivamente superata. I genitori non sono un ostacolo: sono il perno del sistema educativo», conclude il direttore generale del Moige.

Per l’associazione Pro Vita&Famiglia l’approvazione del ddl Valditara è una «vittoria storica». «Con questa legge – esulta Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione – i genitori potranno conoscere, individuare e respingere in anticipo progetti inappropriati che promuovono tra i minori il genere fluido, l’aborto, l’utero in affitto e una visione ideologica della sessualità, spesso sotto l’etichetta della parità di genere o del contrasto agli stereotipi o alle discriminazioni. Ma la legge non basta – ribadisce Coghe –: chiediamo al Ministero di istituire un Osservatorio permanente sul consenso informato, per garantirne la corretta applicazione e impedire che la norma sia sabotata sui territori camuffando i progetti per farli apparire estranei all’ambito sessuo-affettivo».

Per l’associazione Articolo 26, la legge sul consenso informato è «giusta e necessaria », dichiara il presidente Carlo Stacchiola. «Si tratta del coronamento di un lavoro di tanti anni – aggiunge – un impegno volto alla salvaguardia del principio della libertà educativa delle famiglie e che la nostra associazione di genitori ha da sempre vissuto nello spirito della alleanza educativa tra scuola e famiglia». Marco Cortellessa, vice-presidente dell’associazione, prosegue: «La legge è un passo avanti fondamentale nella direzione giusta del patrimonio umano condiviso da tutti e rappresentato dalle principali carte internazionali; come Articolo 26 sappiamo che si tratta di un primo passo e continueremo a impegnarci perché altri obiettivi associativi come la piena libertà di scelta scolastica, l’osservatorio sul consenso informato o gli strumenti concreti a supporto dei genitori siano fatti propri dalla classe politica in un tempo in cui le sfide in ambito educativo sono molto delicate e richiedono coesione e lavoro condiviso per il bene comune».

Anche per il network di associazioni “Ditelo sui tetti”, la riforma «rafforza l’alleanza tra famiglia e scuola», sottolinea il coordinatore Domenico Menorello. E, conclude, «riconosce e valorizza un principio fondamentale del nostro ordinamento: il ruolo educativo primario della famiglia, sancito dall’articolo 30 della Costituzione».

www.avvenire.it

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sabato 14 giugno 2025

EDUCAZIONE SENTIMENTALE



  A scuola riparte

 da “Io ti credo”


Un percorso di educazione all’affettivita e alla sessualità promosso nelle scuole di Palermo da Edi onlus e Fondazione Eos nell’ambito del progetto “Traiettorie Urbane”, dà parola ai ragazzi e decostruisce i loro pregiudizi. 

di Gilda Sciortino

Che oggi sia necessario e urgente un lavoro educativo e formativo sulla violenza di genere e sulla tutela da abusi e maltrattamenti ce lo dicono prima di tutto i dati. Nel solo 2023, infatti, gli adolescenti che hanno subito violenza sessuale in Italia sono stati 912, 70 dei quali proprio a scuola. Anche per le persone LGBTQ+, la scuola non è sempre un luogo sicuro: il 68% ha subito tra i suoi muri episodi di bullismo o discriminazione, mentre oltre la metà nasconde la propria identità per timore. Spesso, questi temi non vengono nemmeno affrontati nei percorsi scolastici. Ma, quando accade, allora la stessa scuola diventa uno spazio sicuro in cui il tempo in un certo senso si ferma per consentire poi di ripartire con una nuova marcia.

“La voce della scuola senza stereotipi”, iniziativa promossa da Edi Onlus insieme alla scuola media “Antonio Ugo” di Palermo, all’interno del progetto “Traiettorie Urbane“, finanziato da Fondazione EOS Edison Orizzonte Sociale e da impresa sociale Con I Bambini, si conclude un’intensa azione educativa e formativa che ha fatto convergere i temi della prevenzione alla violenza di genere e dei generi, così come quelli della tutela da abusi e maltrattamenti.

Abbiamo conquistato la fiducia di ogni singolo ragazzo giorno dopo giorno. Quando hanno capito che eravamo lì per ascoltarli e non per gudicare o impartire lezioni di morale, è stato come ritrovarsi in un grande abbraccio.

Praticamente una tavola intergenerazionale sull’educazione affettiva e sessuale olistica che ha messo al centro il bisogno di educare al rispetto e alla libertà di essere. Un’alleanza educativa tra studenti, insegnanti e istituzioni per dire basta a tabù e silenzi su affettività, identità e consenso. 

I protagonisti? Naturalmente – anche se spesso non è per nulla scontato – gli adolescenti, che hanno colto subito e con grande consenso il senso di questo percorso, dimostrando di avere le idee molto chiare su tanti temi, ma soprattutto di essere decisi a pretendere dagli adulti una voce senza stereotipi che li aiutasse a capire molti meccanismi.

Non a caso VITA ha dedicato agli adolescenti un numero, sentendo l’urgenza di fare un sforzo per andare oltre un racconto che parla di loro e non fa mai parlare loro.

Parte dal bullismo omolesbobitransfobico il racconto che gli studenti della 2P del Liceo “Danilo Dolci” di Palermo fanno attraverso il video dal titolo “Identità”, che porta sullo schermo il vissuto di chi subisce discriminazioni per il suo orientamento sessuale, espressione o identità di genere. Promuove una scuola sicura, inclusiva e accogliente per tutte le identità perché “essere se stessi non è una scelta: è un diritto umano fondamentale”.

«Abbiamo voluto parlare di violenza contro i generi », spiega Rebecca, per gli amici Rebbi, 16 anni ad agosto, studentessa della 2P dell’indirizzo Scienze Umane del “Danilo Dolci”, «in particolare quella contro la categoria LGBTQ+, dimostrando come anche dei piccoli gesti solidali possono fare la differenza. Abbiamo anche riflettuto su cosa sono gli stereotipi e cosa i pregiudizi, sfatando  quelli legati per esempio al lavoro. Questo perché ancora si presume che le donne non possono fare alcuni lavori che sono “da uomo”».

Un percorso che – come la cronaca dimostra – non ha potuto esimersi dall’affrontare anche il tema del consenso.

“Io ti credo” non è solo una frase, è un’azione da compiere

Ecco, dunque, che l’altro video realizzato dagli studenti della 2Q del “Danilo Dolci”, affronta il tema della violenza sessuale e il ruolo della scuola nella prevenzione e nel supporto alle vittime. Un’occasione per sensibilizzare sull’importanza di ascoltare e credere a chi trova il coraggio di denunciare. “Io ti credo” sottolinea che la scuola deve essere un luogo sicuro, accogliente e che protegge. Combatte lo stigma e i pregiudizi che silenziano le vittime. Promuove una cultura di solidarietà, ascolto e responsabilità condivisa.

«Questo percorso ha lasciato molti valori a tutti, non solo a me», commenta Miriam, 16 anni,  studentessa della 2Q dell’indirizzo Linguistico del “Danilo Dolci”. «Parlo di valori che non useremo solo in ambito scolastico, ma in generale nella vita, per approcciarci alle persone, in una comunità dove possiamo vivere serenamente. Abbiamo asfaltato anche noi molti pregiudizi, tra cui il consenso, poiché il video racconta di una ragazza che veniva stuprata e non avevo il coraggio di parlarne. Lei aveva detto esplicitamente no, ma non è stata ascoltata. Non rimarrà, però, sola perchè, alla fine del video tutti i personaggi le dicono che le credono e che le sarebbero state accanto. Purtroppo, in molti casi di stupro c’è un pregiudizio nei confronti delle vittime che si ritrovano a dovere mentire su quello che è accaduto loro».

Dai social la spinta ad alzare i toni

«Purtroppo i social hanno una grande influenza. Intanto passa l’idea che il ragazzo geloso, che ti tratta male, è un bravo ragazzo», tengono a precisare Manuela e Alessia, 16 anni entrambe e anche loro studentesse della 2Q, «ma ovviamente non è così. Si pensa, poi, che, se tu stai con un bravo ragazzo, stai con una persona noiosa, quindi non ti diverti. Meglio vivere il brivido, l’emozione di chi ha modi bruschi e spesso anche violenti. A scuola dovremmo lavorare di più sulla gelosia, la possessività, la proprietà, spiegando che non sono cose buone per noi e per chi ci sta accanto».

Spesso si riproducono modelli negativi vissuti in famiglia

«Tutto dipende da persona a persona», secondo Manuela, «ma conta sempre l’educazione che hai ricevuto. Se un ragazzo ha vissuto in una famiglia dove il padre e la madre sono separati, dove magari c’è un contesto tossico perché manca la serenità e i toni sono sempre accesi, riprodurrà l’unico modello che conosce avendo difficoltà ad accettarne uno diverso. Spesso il modello maschile porta tanti pregiudizi e stereotipi. E poi ci sono i social come Tik Tok dove, soprattutto dopo la pandemia, è cresciuto il livello di aggressività. Prima era soltanto un luogo in cui la persona si poteva esprimere ballando, cantando, divertendo e divertendosi, ora è diventato tutto più tossico. C’è tanto bullismo e cyberbullismo».

 Un presente pieno di dubbi, un futuro evanescente

«Crediamo di non avere molto futuro, anche perché con tutto quello che viviamo, sono in tanti a pensare di non servire a nulla. Io ne sono un esempio», si sfoga Alessia, «perchè, sino alle medie, ero convinta che faceva figo non studiare, pensando di potere essere più popolare. Invece, da quando sono alle superiori, ho capito che è importante, perché è il mio futuro. Rispetto, poi, all’educazione sentimentale e sessuale, ritengo che dovrebbe essere materia ufficiale a scuola. Eviterebbe di fare arrivare molte ragazze a un punto di non ritorno».

Un progetto che ha insegnato tanto, ma soprattutto ha mostrato che gli “spazi sicuri” a scuola non si improvvisano. Per questo, Edi Onlus ha scelto di sviluppare dei percorsi dedicati a docenti, educatori ed educatrici, formatori e formatrici, con l’obiettivo di costruire ambienti educativi capaci di decostruire stereotipi e contrastare ogni forma di violenza. Soprattutto quella agita nei confronti degli adolescenti. Nel 2023 si è lavorato sul tema delle emozioni nella relazione educativa, la tutela e il benessere a scuola; nel 2024-25, il percorso ha offerto strumenti teorici e pratici per affrontare temi come relazioni affettive, identità, salute e benessere, diritti, rispetto del corpo, consenso, e prevenzione delle discriminazioni e della violenza di genere.

Attraverso i laboratori di advocacy partecipata in diverse scuole di Palermo, ragazzi e ragazze, riflettando sul concetto di “spazio sicuro”, hanno approfondito temi come l’amore romantico, l’identità sessuale, il body shaming,  la violenza di genere e le diverse forme di discriminazione.

L’importanza di sapere cosa fare

«Dentro questo progetto c’è un’attività che si chiama “Child Safeguarding”, ossia la tutela dei minori da abusi e maltrattamenti», spiega Alessia Maso, coordinatrice di “Traiettorie Urbane” e vicepresidente di Edi. «Rispetto a questo tema ci siamo resi conto che le associazioni stesse non sono preparate, nel senso che noi tutti spesso non sappiamo cosa fare nel momento in cui riceviamo una confidenza. Quello che abbiamo fatto è stato costruire una policy, quindi un codice di condotta e tutta una serie di procedure, per sapere come agireal fine di tutelare al massimo la persona minorenne. In alcuni casi, il migliore supporto che possiamo dare è quello di individuare un’unica persona, che è poi il nostro referente responsabile per il Child Safeguarding, che sa bene a quali servizi indirizzare la richiesta, ma soprattutto come comportarsi».

Formarsi per prevenire situazioni di abuso e maltrattamento

«Oggi ci sono 96 operatori e operatrici sparsi su tutta l’area del capoluogo siciliano che, grazie alle associazioni che costituiscono la rete di Traiettorie, lavorano a stretto contatto con gli insegnanti del territorio. Abbiamo fatto una prima formazione incentrata sull’educare con le emozioni», conclude Maso, «perché l’idea di fondo è che, se abbiamo uno spazio sicuro in cui i ragazzi e ragazze si fidano a portare le proprie esperienze, possiamo fare emergere le fragilità e rispondere con percorsi di benessere. Abbiamo, poi, ritenuto fondamentale puntare a una formazione più specifica sulla violenza di genere e oggi, grazie a Fondazione Eos che ci ha dato un ulteriore finanziamento, siamo seguendo un percorso di educazione contro gli stereotipi che ha coinvolto insegnanti, educatori ed educatrici, quindi i team andati nelle classi con cui abbiamo lavorato a due piccoli mini-video di sensibilizzazione: uno sul bullismo omofobico, mentre l’altro sulla violenza contro le donne, in realtà sullo stupro. Lo abbiamo realizzato dopo l’omicidio di Sara Campanella, del quale la classe sentì subito l’esigenza di parlare. Hanno capito che di noi si potevano fidare e oggi abbiamo davanti a noi un futuro pieno di grandi aspettative. Da entrambe le parti».


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martedì 6 settembre 2011

EDUCARE AL FARSI DONO

Dal Congresso Eucaristico Nazionale un messaggio per gli educatori:
Davanti alla “frammentazione dei saperi, delle persone, delle relazioni e delle componenti sociali”, la sfera dell’affettività può rappresentare “un nucleo generatore di unità”. Se è vero infatti che l’affettività “è un campo problematico”, è altrettanto vero che può essere “uno spazio per sperimentare una nuova via dove incontrare l’uomo”.
" ....... l’obiettivo dell’azione educatrice – è di condurre a una maturazione adeguata e responsabile della sfera affettiva.....»,
E' necessaria   «una progettualità educativa che sappia accompagnare in maniera continuativa il bambino, il ragazzo, il giovane .......... l’esperienza dell’amore spinge i giovani ad uscire da sé per approdare al territorio dell’altro.......  Un «decentramento» che «permette di avvicinarsi all’altro, di conoscerlo, di comprenderlo e di amarlo», e che diviene «fecondo quando è aperto al dono e alla vita».

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Eucarestia, sinfonia di vitaLeggi: Educare al farsi dono