IN UN DESERTO
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di MAURIZIO PATRICIELLO
Le guerre fratricide mettono in crisi la fede di chi crede in Dio.
Il pensiero di chiunque, anche
del più acerrimo ateo o agnostico, nel sentire pronunciare il nome di Dio va
alla pace, alla giustizia, alla tolleranza, al perdono, alla solidarietà, alla pietà,
alla misericordia. Le bombe assassine sono un inno alla violenza e alla morte.
Che possiamo fare, noi poveri esseri umani, davanti a uno scempio di queste
dimensioni? Chi sono io, prete di periferia, di fronte a coloro che con un
solo, cinico pollice alzato possono decretare la mia fine e quella di milioni
di uomini e donne?
Non pochi, in questi
mesi, sono caduti nella disperazione, aggiungendo sofferenza a sofferenza.
La Chiesa oggi prega,
digiuna, condivide, soffre e offre. Perché la preghiera? Siamo, dunque, più
misericordiosi del Padre della misericordia, da pensare di impietosirlo con le
nostre suppliche? Qualcuno davvero crede che, come un grande vecchio, Lui se ne
stia assiso su un trono d’oro, aspettando che i suoi figli, impauriti e
depressi, lo implorino? Perché pregare, dunque?
Innanzitutto, perché ce
lo ha chiesto Gesù.
Che cosa accade quando
un’anima, o meglio, una comunità parrocchiale, o un’intera nazione prega,
nessuno, nemmeno il più santo dei mistici, potrà mai dirlo con assoluta
certezza. Obbediamo ed entriamo nell’alone del mistero. Godendo noi per primi
del frutto della nostra obbedienza. Il muratore che aggiunge mattone a mattone
non conosce il progetto del fabbricato come l’architetto. Solo alla fine si
accorgerà di aver contribuito a innalzare una cattedrale nella quale
risuoneranno le melodie liturgiche. Per adesso deve solo obbedire al mastro.
Ecco, oggi, ci viene chiesto di fare proprio così.
Bussare con la certezza che la porta sbarrata sarà aperta.
Come pellegrini, continuare a
cercare; come pezzenti, insistere nel tendere la mano. Pregare è un
atto di fiducia immenso. Non è facile credere che il deserto, arido e assolato,
verrà ricoperto di fiori profumati. Eppure, davanti a una bara con dentro la
salma di Raffaele, mio nipote, la settimana scorsa, con le lacrime agli occhi e
il cuore a lutto, ho cantato: « Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il
Salvatore». La fede è questo: sperare contro ogni speranza. Chi prega sta
mettendo in atto una rivoluzione. In un mondo dove tutto ha un prezzo, dove si
è tentati di non credere più a nessuno, dove poche decine di persone possono –
se vogliono – decretare la fine della vita su questa meravigliosa pallina
chiamata Terra, un popolo che sa prostrarsi davanti a Dio sta mettendo un
cuneo nel cuore del male. La preghiera è gettare a piene mani chicchi
di grano senza la pretesa di voler sentire il profumo del pane cotto al forno.
Prego perché ha pregato Gesù; prego perché hanno pregato i santi; prego perché,
nei secoli, hanno pregato milioni di credenti. Prego perché ogni volta che lo
faccio sento dentro di me il desiderio di donarmi totalmente a Dio e ai
fratelli; perché avverto il terrore di fare male al prossimo, fosse anche solo
per una sola parola cattiva pronunciata.
E il digiuno? Mi sovviene
il ricordo di una pagina letta anni fa. Cito a memoria. Il giovane frate Davide
Maria Turoldo, durante la Seconda guerra mondiale, era convalescente in
ospedale. Un soldato, suo vicino di letto, aveva la febbre altissima. Si lamentò
tutta la notte. Delirava. La mattina seguente, un giovane prete, riposato,
sbarbato, pulito, profumato, entrò nella stanza. Si
chinò amorevolmente sul paziente che non aveva nemmeno la forza
di aprire gli occhi. Gli disse parole belle, di conforto. Gli parlò
della croce e del Crocifisso. L’uomo ascoltava, poi, con un fil di
voce gli rispose: «Reverendo, lei ha mai sofferto quel che sto
soffrendo io? No? Allora, se ne vada». «Da quel giorno –
dirà l’ormai famoso padre Turoldo – non mi sono mai più permesso di
aprire la bocca davanti a un ammalato grave o a un moribondo». Confesso che
accade anche a me. Nella vita delle persone si entra in punta di piedi, in
silenzio, con rispetto, come in un reparto di rianimazione.
Oggi non mangiamo, o ci
accontenteremo solo di un pasto frugale. Perché? Che cosa potrà ottenere il
nostro piccolo sacrificio? Lo facciamo per sentirci Chiesa, casa, famiglia. Per
condividere, almeno per poche ore, la sorte dei nostri fratelli e delle nostre
sorelle, che desidererebbero gustare anche solo una zuppa di patate calde, con
serenità, senza il terrore che la casa gli crolli in testa. Digiuniamo per
meglio assaporare e apprezzare tutto quel ben di Dio che, sovente, dalle tavole
finisce nella spazzatura.
Preghiamo e digiuniamo per gridare ai fratelli e alle sorelle sotto le bombe: non siete soli. Siamo con voi. Perdonateci.
Il vostro dolore è il nostro dolore. La vostra gioia è la
nostra gioia. La vostra speranza è la speranza della Chiesa e di tutte le persone
di buona volontà. Digiuniamo perché digiunò Gesù; perché lo hanno fatto i
santi; perché lo faceva la mia mamma in Quaresima. Preghiera e digiuno.
Insieme.
Per spalancare il nostro
animo alla misericordia. Per rimanere umili e obbedienti. Per essere profeti di
pace in un mondo che non sa più vivere e sognare.
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