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giovedì 2 gennaio 2025

IL CASO OPEN ARMS

  


La sentenza sul caso Open Arms: 

un amaro spartiacque



Il procuratore di Cagliari: chiudere i porti a dei disperati

 che fuggono da guerre, carestie e malnutrizioni

 non ha nulla a che fare con una seria lotta 

ai trafficanti di esseri umani


- di Luigi Patronaggio *

Lungi dal commentare una sentenza le cui motivazioni non sono state ancora depositate e nella quasi certezza che le motivazioni della stessa saranno sorrette, sia in punto di fatto che in diritto, da una loro intrinseca ed inappuntabile coerenza, ciò che mi spinge a scrivere queste righe – non senza esitazioni e nella piena consapevolezza di espormi a critiche e censure – è l’amara constatazione che il contrasto all’immigrazione clandestina a partire dal 20 dicembre scorso non sarà più lo stesso.

Non sarà più quello che, pur nella severità dei controlli dovuti per la sicurezza nazionale, ha contraddistinto l’Italia come un Paese di accoglienza rispettoso del diritto delle genti e del mare, dei trattati internazionali e della Costituzione repubblicana. Va ricordato, infatti, che la Costituzione, memore di essere stata l’Italia una terra di migranti e di perseguitati politici, afferma in modo netto il diritto di asilo e riconosce, come ripetutamente affermato dal Giudice delle Leggi, in determinate situazioni, la protezione umanitaria internazionale.

Questa amara considerazione non ha nulla a che vedere con le ragioni giuridiche che hanno spinto i giudici di Palermo, al termine di un processo che nonostante il clamore mediatico è stato celebrato secondo le regole del giusto processo e nel pieno rispetto dei diritti e delle prerogative dell’imputato, ad assolvere l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ma si fonda sull’uso distorto e propagandistico che di tale sentenza da più parti si sta operando.

La Corte costituzionale e la Corte di cassazione, in conformità alle pronunzie della Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno più volte affermato che il contrasto all’immigrazione clandestina non possa prescindere dal rispetto degli human rights, dei fondamentali diritti alla vita e alla salute, dal riconoscimento del diritto alla presentazione ed un serio esame di una istanza di asilo o di protezione umanitaria internazionale. Gli stessi giudici hanno affermato che il rispetto dei trattati internazionali, sottoscritti dall’Italia sul dovere di salvataggio in mare, prevale sulle indicazioni amministrative di contenimento dell’immigrazione clandestina. E ancora, più volte, è stato autorevolmente sentenziato che “porto sicuro” per i migranti che provengono dal mare non è un semplice posto dove essere messi in salvo, ma il luogo più vicino al punto di salvataggio dove gli stessi possono avere riconosciuti i loro diritti fondamentali, articolando con una valida assistenza legale le loro istanze di protezione internazionale e di asilo.

L’amarezza nasce invece dalla vulgata secondo cui, d’ora in poi, per difendere i confini nazionali sarebbe legittimo imporre fantasiosi quanto impraticabili blocchi navali, ordinare alle navi delle Ong di percorrere, dopo pericolosi e sfiancanti salvataggi in mare, migliaia di miglia nautiche per raggiungere un porto sicuro scelto dall’autorità nazionale secondo estroversi disegni elettoralistici del momento, negare ai migranti il diritto alla corrispondenza telefonica con i loro cari, imporre loro pesanti cauzioni in denaro, ritenere aprioristicamente senza una valida istruttoria, assistita e in contraddittorio fra le parti, che si provenga da un Paese ritenuto, con una sorta di presunzione iuris et de iure, “sicuro”, chiudendo loro le porte del Paese che pure riconosce un ampio diritto di asilo a chi fugge da persecuzioni, discriminazioni politiche, sociali, religiose, razziali o sessuali.

Queste mie amarezze non sono frutto della fantasia di un giurista di parte, che per sgombrare il campo non appartiene ad alcuna corrente o congrega, ma si fondano su diverse e ripetute sentenze della Corte costituzionale e della Corte di cassazione e sulle stesse prudenti parole del Presidente della Repubblica. Potrei in questa sede citare sentenze e numeri di repertorio ma a nulla varrebbe a fronte della forza mediatica del dispositivo di assoluzione della sentenza di Palermo.

Nel piatto di questa mia amarezza si potrebbe aggiungere che il fenomeno migratorio in Italia è in decrescita, non ha la virulenza di altri Paesi dell’Unione Europea e che, dati alla mano, non costituisce l’unico problema d’ordine pubblico del nostro Paese. Un Paese, l’Italia, che a parte le complesse problematiche delle periferie delle grandi città metropolitane, riesce ad assorbire i flussi migratori, a impiegare preziosa mano d’opera in settori produttivi poco appetibili ai sempre numericamente inferiori cittadini italiani e che ha bisogno dei contributi previdenziali dei lavoratori stranieri per garantire le pensioni alla popolazione nazionale che invecchia sempre più velocemente.

Una concreta politica sociale e di integrazione, peraltro, sarebbe in grado di contenere i riflessi negativi di una immigrazione irregolare molto più efficacemente dei denari spesi per le c.d. esternalizzazioni (leggasi trasferimento coatto dei migranti verso Paesi terzi) che non solo i giudici italiani ed europei hanno ritenuto illegittime ma che perfino la Supreme Court inglese ha ritenuto illegittima richiamandosi al principio di non-refoulement sancito dalla Convenzione di Ginevra e dalla Corte europea dei diritti umani.

Mi rendo conto, peraltro, quanto impopolari siano queste mie osservazioni, che hanno la forza del diritto e, mi sia permesso, anche la forza dell’etica politica, in un mondo che sempre più spesso usa un linguaggio violento che riprende temi che ritenevamo la storia avesse cancellato per sempre.

In un Occidente democratico, che ha posto le sue aspettative di pace post-belliche sulla Convenzione dei Diritti dell’Uomo e sulle altre Carte sovranazionali, sentire il più importante degli uomini politici statunitensi parlare impunemente di volere porre in essere «la più grande deportazione di massa» mette i brividi e ci riporta alla mente le composte file di ebrei, di oppositori politici, di zingari, di omossessuali, o soltanto di soggetti ritenuti diversi, avviati verso i campi di concentramento nazisti o verso i gulag sovietici.
Così come il giurista, già esperto di criminalità transnazionale, non può non sobbalzare quando, come in un volgare gioco di carte napoletane, si mischiano i temi del contenimento dell’immigrazione clandestina con quelli della lotta ai trafficanti di esseri umani.

Sia ben chiaro, infatti, che chiudere i porti a dei disperati che fuggono da guerre, carestie e malnutrizioni non ha nulla a che fare con una seria lotta ai trafficanti di esseri umani. I grandi criminali internazionali di essere umani non sono gli scafisti occasionali che ci vantiamo di arrestare nei “mattinali” delle Questure costiere, ma sono potenti delinquenti, spesso protetti da governi e milizie di oltremare, che operano con metodi violenti e spregiudicati. Sono criminali che muovono grandi rimesse di denaro, che corrompono autorità nazionali, che hanno reti di protezione internazionali e che non hanno nessuna remora a ricorrere a torture, stupri sistematici ed omicidi di massa ove ce ne fosse bisogno.

Eppure, su questo fronte non ho contezza di indagini internazionali, di rogatorie internazionali, di iniziative di Procure e Tribunali Internazionali e meno che mai mi sembra che siano state emanate leggi o direttive volte a rescindere accordi e intese con autorità estere impresentabili o, di contro, a promuovere accordi credibili ed autorevoli in tema di investigazioni comuni.
Di tutto questo avevo necessità di scrivere perché odio gli indifferenti e i mistificatori e perché, cosa più importante, continuo a credere nella forza del diritto sul diritto alla forza.

* Procuratore generale presso la Corte d’Appellodi Cagliari,già procuratore della Repubblica di Agrigento

 www.avvenire.it


venerdì 15 dicembre 2023

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E PACE - MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO

 


Il Papa: l’intelligenza artificiale sia via di pace, non promuova fake news o la follia della guerra


Messaggio di Francesco per la Giornata Mondiale della Pace 2024

che si celebrerà il prossimo primo gennaio sul tema delle nuove tecnologie: “Se aggravano disuguaglianze e conflitti non possono essere considerate vero progresso”. Monito contro i gravi rischi delle campagne di disinformazione che possono alimentare terrorismo o interferire nei processi elettorali. Appello, poi, alla comunità internazionale perché adotti "un trattato internazionale vincolante” che regoli uso e sviluppo dell'IA

-di Salvatore Cernuzio - Città del Vaticano

Da una parte, “entusiasmanti opportunità” come il miglioramento del lavoro, delle condizioni di vita dei popoli, degli strumenti medici e delle interazioni personali; dall’altra, “gravi rischi”, come l’uso sregolato delle cosiddette armi “intelligenti”, il conseguente pericolo di attacchi terroristici, andando così a promuovere “la follia della guerra” o interventi volti a destabilizzare istituzioni di governo legittime, arrivando, ad esempio, a condizionare elezioni politiche. Vizi (possibili ed effettivi) e virtù dell’IA e delle nuove tecnologie il Papa le pone sul piatto della bilancia nel suo Messaggio per la 57.ma Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio 2024. “Intelligenza artificiale e pace” è il titolo del documento in cui il Pontefice porge i suoi auguri di pace - quanto mai pregnanti in un mondo lacerato dalle guerre - al popolo di Dio, alle nazioni, ai capi di Stato e di Governo, ai rappresentanti delle diverse religioni e della società civile.

No alla follia della guerra

È una pace, quella di cui parla il Papa, che passa anche attraverso il progresso della scienza e della tecnologia, che “nella misura in cui contribuisce a un migliore ordine della società umana", porta "al miglioramento dell’uomo e alla trasformazione del mondo”.  Di contro, questo stesso mondo divenuto scenario di una terza guerra mondiale a pezzi “non ha proprio bisogno che le nuove tecnologie contribuiscano all’iniquo sviluppo del mercato e del commercio delle armi, promuovendo la follia della guerra. Così facendo - scrive Francesco - non solo l’intelligenza, ma il cuore stesso dell’uomo, correrà il rischio di diventare sempre più ‘artificiale’”.

Straordinarie conquiste

Nel Messaggio Jorge Mario Bergoglio plaude alle “straordinarie conquiste della scienza e della tecnologia”, grazie alle quali “si è posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano la vita umana e causavano grandi sofferenze”. Allo stesso tempo, tali progressi tecnico-scientifici “stanno mettendo nelle mani dell’uomo una vasta gamma di possibilità”, e alcune - ammonisce il Papa - possono rappresentare “un rischio per la sopravvivenza e un pericolo per la casa comune”.

La libertà e la convivenza pacifica sono minacciate quando gli esseri umani cedono alla tentazione dell’egoismo, dell’interesse personale, della brama di profitto e della sete di potere.

Sistemi d’arma autonomi letali

Lo sguardo è sullo scenario internazionale: “La possibilità di condurre operazioni militari attraverso sistemi di controllo remoto ha portato a una minore percezione della devastazione da essi causata e della responsabilità del loro utilizzo, contribuendo a un approccio ancora più freddo e distaccato all’immensa tragedia della guerra”, scrive il Papa. È “grave motivo di preoccupazione etica” la ricerca sulle tecnologie emergenti nel settore dei cosiddetti “sistemi d’arma autonomi letali”, incluso l’utilizzo bellico dell’intelligenza artificiale.

Mai, afferma, i sistemi d’arma autonomi potranno essere “soggetti moralmente responsabili”. Una macchina, per quanto intelligente, “rimane pur sempre una macchina”. È “imperativo”, allora, “garantire una supervisione umana adeguata, significativa e coerente dei sistemi d’arma”.

Non possiamo nemmeno ignorare la possibilità che armi sofisticate finiscano nelle mani sbagliate, facilitando, ad esempio, attacchi terroristici o interventi volti a destabilizzare istituzioni di governo legittime.

Pavimentare le vie della pace

Le più avanzate applicazioni tecniche andrebbero quindi impiegate "per pavimentare le vie della pace”: “In un’ottica più positiva, se l’intelligenza artificiale fosse utilizzata per promuovere lo sviluppo umano integrale, potrebbe introdurre importanti innovazioni nell’agricoltura, nell’istruzione e nella cultura, un miglioramento del livello di vita di intere nazioni e popoli, la crescita della fraternità umana e dell’amicizia sociale”, sottolinea il Pontefice. In questo senso parla di una “algor-etica”, quale “sviluppo etico degli algoritmi” nella sperimentazione, progettazione, produzione, distribuzione e commercializzazione. Fasi in cui “le istituzioni educative e i responsabili del processo decisionale hanno un ruolo essenziale da svolgere”.

Un trattato su uso e sviluppo dell'IA

Più volte il Papa nel suo Messaggio esorta a controlli e supervisioni di tali processi. E lancia la proposta alla Comunità internazionale a “lavorare unita al fine di adottare un trattato internazionale vincolante”, che regoli lo sviluppo e l’uso dell’intelligenza artificiale nelle sue molteplici forme, tenendo conto della voce di tutte le parti interessate, compresi coloro che sono emarginati dal dibattito globale. 

Profonde trasformazioni

Tante, troppe, infatti, le “profonde trasformazioni” che le nuove tecnologie hanno già apportato nel campo della comunicazione, della pubblica amministrazione, dell’istruzione, dei consumi, delle interazioni personali e in innumerevoli altri aspetti della vita quotidiana.

Le tecnologie che impiegano una molteplicità di algoritmi possono estrarre, dalle tracce digitali lasciate su internet, dati che consentono di controllare le abitudini mentali e relazionali delle persone a fini commerciali o politici, spesso a loro insaputa, limitandone il consapevole esercizio della libertà di scelta.

Non un vero progresso

In uno spazio come il web, sovraccarico di informazioni, le tecnologie “possono strutturare il flusso di dati secondo criteri di selezione non sempre percepiti dall’utente”. I rischi sono reali e possono toccare la vita di “persone in carne ed ossa”. Le “forme di intelligenza” - giusto parlarne al plurale - hanno un impatto che “dipende anche da obiettivi e interessi di chi li possiede e li sviluppa, nonché dalle situazioni in cui vengono impiegati”, sottolinea il Pontefice. Non è detto che a priori il suo sviluppo “apporti un contributo benefico al futuro dell’umanità e alla pace tra i popoli”. E “non è sufficiente nemmeno presumere, da parte di chi progetta algoritmi e tecnologie digitali, un impegno ad agire in modo etico e responsabile”. Per questo bisogna “rafforzare o, se necessario, istituire organismi incaricati di esaminare le questioni etiche emergenti e di tutelare i diritti di quanti utilizzano forme di intelligenza artificiale o ne sono influenzati”. 

Gli sviluppi tecnologici che non portano a un miglioramento della qualità di vita di tutta l’umanità, ma al contrario aggravano le disuguaglianze e i conflitti, non potranno mai essere considerati vero progresso.

Sistemi che possono "allucinare"

Papa Francesco parla di “machine learning”, l’apprendimento automatico, e di “deep learning”, apprendimento profondo: “L’abilità di alcuni dispositivi nel produrre testi sintatticamente e semanticamente coerenti, ad esempio, non è garanzia di affidabilità”, rileva il Papa. Questi strumenti possono “allucinare”, cioè “generare affermazioni che a prima vista sembrano plausibili, ma che in realtà sono infondate o tradiscono pregiudizi”.

Va da sé quanto questo possa creare “seri problemi” se l’intelligenza artificiale viene impiegata in “campagne di disinformazione che diffondono notizie false” e portano a “una crescente sfiducia nei confronti dei mezzi di comunicazione”. Si dà il passo infatti a discriminazione, interferenza nei processi elettorali, controllo delle persone, esclusione digitale come pure all’“inasprimento di un individualismo sempre più scollegato dalla collettività”. Tutti fattori che rischiano di “alimentare i conflitti” e “ostacolare la pace”.

Il rischio di cadere nella spirale di una dittatura tecnologica

Inoltre, “la grande quantità di dati analizzati dalle intelligenze artificiali non è di per sé garanzia di imparzialità”, è il monito di Francesco. “Quando gli algoritmi estrapolano informazioni, corrono sempre il rischio di distorcerle, replicando le ingiustizie e i pregiudizi degli ambienti in cui esse hanno origine”. Nel sistema tecnocratico, che privilegia un efficientismo esasperato, si potrebbe finire per bypassare il “senso del limite”. Che, in altre parole, significa che nell’ossessione di “voler controllare tutto”, l’essere umano rischia di “perdere il controllo su sé stesso” e di “cadere nella spirale di una dittatura tecnologica”. Così “le disuguaglianze potrebbero crescere a dismisura, e la conoscenza e la ricchezza accumularsi nelle mani di pochi, con gravi rischi per le società democratiche e la coesistenza pacifica”.

In futuro, l’affidabilità di chi richiede un mutuo, l’idoneità di un individuo ad un lavoro, la possibilità di recidiva di un condannato o il diritto a ricevere asilo politico o assistenza sociale potrebbero essere determinati da sistemi di intelligenza artificiale.

Forme di manipolazione e controllo

Non solo: “Le forme di intelligenza artificiale sembrano in grado di influenzare le decisioni degli individui attraverso opzioni predeterminate associate a stimoli e dissuasioni, oppure mediante sistemi di regolazione delle scelte personali basati sull’organizzazione delle informazioni”. Sono “forme di manipolazione o di controllo sociale” che “richiedono un’attenzione e una supervisione accurate, e implicano una chiara responsabilità legale da parte dei produttori, di chi le impiega e delle autorità governative”, scrive il Papa. Avverte anche dal pericolo di “improprie graduatorie tra i cittadini”, generate da processi automatici che categorizzano gli individui: essi possono portare anche a “conflitti di potere”, afferma il Pontefice, a danno di “persone in carne ed ossa”.

Il rispetto fondamentale per la dignità umana postula di rifiutare che l’unicità della persona venga identificata con un insieme di dati.

 

Il tema del lavoro

Nel Messaggio papale si affronta infine il tema del lavoro: “Mansioni che un tempo erano appannaggio esclusivo della manodopera umana vengono rapidamente assorbite dalle applicazioni industriali dell’intelligenza artificiale”, scrive il Papa. Anche in questo caso,” c’è il rischio sostanziale di un vantaggio sproporzionato per pochi a scapito dell’impoverimento di molti”. L’appello è per la Comunità internazionale affinché abbia come “alta priorità” il rispetto della dignità dei lavoratori e l’importanza dell’occupazione per il benessere economico di persone, famiglie e società, la sicurezza degli impieghi e l’equità dei salari.

Appello a scuole e istituzioni

Da qui anche l’invito alle istituzioni ad educare all’uso di forme di intelligenza artificiale: “È necessario che gli utenti di ogni età, ma soprattutto i giovani, sviluppino una capacità di discernimento nell’uso di dati e contenuti raccolti sul web o prodotti da sistemi di intelligenza artificiale”, rimarca Francesco. “Le scuole, le università e le società scientifiche sono chiamate ad aiutare gli studenti e i professionisti a fare propri gli aspetti sociali ed etici dello sviluppo e dell’utilizzo della tecnologia”.

La preghiera del Papa

In conclusione, del Messaggio, una preghiera da parte del Vescovo di Roma per il nuovo anno:

 “Che il rapido sviluppo di forme di intelligenza artificiale non accresca le troppe disuguaglianze e ingiustizie già presenti nel mondo, ma contribuisca a porre fine a guerre e conflitti, e ad alleviare molte forme di sofferenza che affliggono la famiglia umana”.

Vatican News

MESSAGGIO PONTIFICIO