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martedì 21 gennaio 2025

LEGGERE E SCRIVERE

L'UMANO 

NON E' 

NE' DI DESTRA

 NE' DI SINISTRA 

La riforma della scuola

Aggiungiamo alla riforma la cura della scrittura manuale e ore di lettura ad alta voce per tutto il percorso scolastico.

 

-di Alessandro D’Avenia

 

La riforma dei programmi nella scuola elementare e media di cui si è parlato la scorsa settimana è stata subito cannibalizzata dalla semplificazione binaria: che cosa è di destra o di sinistra? 

La Bibbia, la storia dell'Occidente, la musica, l'epica, il latino? Quando saremo meno ostaggi di questo moralismo ideologico che impedisce di capire che cosa serve in un luogo, la scuola, il cui scopo è mettere i nuovi arrivati in condizione di coltivare autonomamente la vita e cercare la verità, invece di renderli preda del pensiero non pensato e dominante, che il filosofo Bacone chiamava già secoli fa idoli della conoscenza, illusioni ideologiche? Lo scopo della cultura non è fare campagna elettorale, ma diminuire lo spazio della paura e dell'ignoranza per conquistarlo alla libertà e al coraggio della verità. La domanda non è se il latino sia proprio di una formazione conservatrice o progressista, ma se serva a liberarsi da falsi automatismi del pensiero, dalla incapacità di leggere se stessi e la realtà, dalla difficoltà di attingere alla sorgente inesauribile di vita e di bene comune che è la propria unicità, perché «ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne» (V. Grossman, Vita e Destino). L'umano nell'uomo non è a destra né a sinistra. È oltre. Dove? 

 Tra i regali che mia nipote settenne ha chiesto a Natale è apparsa una scacchiera. Mi sono stupito, io alla sua età non l'avrei mai chiesta, ma poi ho scoperto che nella sua scuola dedicano tempo curricolare agli scacchi, come allenamento alla riflessione e al pensiero logico e strategico. Un gioco antico come gli scacchi non è di sicuro di destra o di sinistra, è gioia di stare al mondo e una bambina lo sente. Quella scacchiera è «scuola»: un'intercapedine tra io e pressione mondana (tutti fan così), un luogo in cui l'anima respira tanto da avvertire subito se in quello che tutti fanno manca l'aria che serve alla propria unicità. La scacchiera mi ha ricordato che all'inizio di 1984 di Orwell, la ribellione del protagonista, Winston, al controllo psico-politico del Grande Fratello comincia da un quaderno comprato di nascosto: «un quaderno di rara bellezza, con la carta liscia e vellutata, di un tipo che non si produceva da almeno quarant'anni. Era entrato di soppiatto nella bottega e lo aveva comprato. Non sapeva neanche per quale motivo particolare lo desiderasse tanto. Se l'era portato a casa con un certo senso di colpa: anche se non vi era scritto niente, era un oggetto compromettente. Ciò che ora stava per fare era iniziare un diario, un atto che, se lo avessero scoperto, avrebbero punito con la morte o, nella migliore delle ipotesi, con venticinque anni di lavori forzati». Winston non sa più scrivere a mano e ricominciare lo risveglia: «Intinse la penna nell'inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava fin nelle viscere. Segnare quella carta era un atto definitivo, cruciale». Quel diario scritto a mano è l'inizio della sua liberazione, e comincia a ricordare, capire, vedere, agire, anche a costo di perdere la vita. Per affrancarsi dal controllo odierno, in cui la psico-politica è l'algoritmo di profilazione (il capitalismo della sorveglianza operato da aziende che, in cambio di servizi apparentemente gratuiti, ci schedano per vendere dati che servono a orientare i nostri consumi), bisogna tornare al diario scritto a mano. Per questo, ispirato non da romanticherie ma dall'osservatorio di 25 anni di insegnamento, propongo di aggiungere alla riforma la cura della scrittura manuale per tutto il percorso scolastico, istituendo un'ora di «calligrafia», in cui il bello (calli-) riguarda forma e contenuto come un tutt'uno. Il motivo (che la cultura orientale mostra da secoli) è scientificamente accertato: scrivere a mano, per un essere corporeo, è un gesto più efficace della digitazione o del solo input visivo (quanti schermi sono entrati nelle classi in questi anni a scapito delle penne). Un recente studio, di cui ha dato conto il Corriere, ha confrontato i risultati di due gruppi di undicenni: alcuni dovevano imparare delle parole scrivendole a mano, altri tramite lettura visiva, per poi riconoscerle e spiegarle. Il primo gruppo ha avuto risultati nettamente migliori: accuratezza, risposte corrette e rapide. La scrittura manuale infatti, coinvolgendo il corpo in modo più completo e lento (che poi lento non è), consente di prestare attenzione ai dettagli, cioè la memoria a lungo termine che definisce chi siamo. Che un'attenzione multisensoriale lenta renda più attenti è l'acqua calda, ma noi crediamo che l'acqua calda siano rapidità e schermi. Eppure, la difficoltà dei ragazzi delle superiori nello scrivere a mano (grafie illeggibili, corsivo zoppicante, spazi non rispettati) va di pari passo con la debolezza di attenzione, ragionamento e presa sulla realtà, tanto che con quelli del primo anno è necessario un lavoro dedicato proprio alla (calli-)grafia. Mi piacerebbe un Maestro di Calligrafia che, per l'intero percorso scolastico, alleni l'intelligenza attraverso il gesto accurato applicandolo alla scrittura diaristica che si evolverà di anno in anno in modi diversi: 13 anni di diario ben (forma e contenuto sono tutt'uno) scritto sono un allenamento formidabile alla ricerca della verità e una difesa dalle menzogne dell'informazione, basti pensare ai Diari passati alla storia e che ancora leggiamo per la verità che hanno conservato in un mondo che pensava e faceva tutt'altro. Quello di Winston mi porta a un altro gesto liberatorio dal controllo delle masse, in un altro romanzo profetico pubblicato nel 1953, quattro anni dopo quello di Orwell. In Fahrenheit 451 di Ray Bradbury infatti i libri vengono bruciati perché la gente si abbandoni totalmente all'intrattenimento di massa (nelle case non ci sono scaffali ma schermi giganti e media interattivi). La decadenza della libertà non è cominciata col bruciare i libri, ma con il disinteresse per la lettura. Altro che distopia: in tema di lettura in Italia è più distopico l'ultimo rapporto Censis. Montag, il protagonista del romanzo, troverà un gruppo di cittadini che hanno inventato un modo di resistere, imparare i libri a memoria tanto da identificarsi con essi: «Voglio presentarti Jonathan Swift, autore di quel malvagio libro politico, I Viaggi di Gulliver! E quest'altro è Charles Darwin, e questo è Schopenhauer, e questo è Einstein. Qui ci siamo tutti, Montag: Aristofane, Gandhi, Buddha, Confucio. Siamo anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni... Trasmetteremo i libri ai nostri figli, oralmente, e lasceremo loro il compito di fare altrettanto coi loro discendenti. Naturalmente molte cose andranno perdute con questo sistema. Ma non puoi obbligare la gente ad ascoltare, se non vuole. Dovrà tuttavia venire a noi a suo tempo, chiedendosi che cosa esattamente sia accaduto e perché il mondo sia scoppiato in aria sotto il suo governo». 

Che cosa fa scoppiare il mondo e che cosa invece lo salva? È una idea, anche questa frutto di questi anni di esperienza, per la lettura a scuola: non fare i libri «a brani» ma incarnarli. E allora ben vengano i libri-mondo, impegnativi e necessari, come la Bibbia, l'Odissea, l'Eneide... e non per ragioni identitarie ma perché offrono le parole per dire tutto, per definire noi stessi e quindi raccontarci agli altri. Senza parole precise siamo in balia di Babele: il potere e la guerra. 

Per questo propongo ore di lettura per tutto il percorso scolastico, con persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica. Due ore a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (750 ore di lettura per 30 pagine l'ora) regalerebbero ai nostri studenti quasi 25.000 pagine (50 libri da 500 pagine, 3 libri essenziali all'anno), senza interrogazioni, solo ascolto, qualche brano da imparare a memoria e domande dei ragazzi, perché i testi non siano pre-testi, ma messa a fuoco delle parole meglio dette sul mondo. 

Grazie a questa «scuola di lettura e di scrittura» forse avremmo più studenti che, come una bambina con la scacchiera, preferirebbero la libertà alle dipendenze, la verità alla sottomissione. E questo non è di destra, né di sinistra. È oltre: è umano. 

 

 Alzogliocchiversoilcielo



domenica 4 agosto 2024

LEGGERE APRE LA MENTE E IL CUORE

 Il Papa: la letteratura 

educa cuore e mente, 

apre all’ascolto degli altri

Francesco indirizza una lettera ai candidati al sacerdozio, e pure agli operatori pastorali e a tutti i cristiani, per sottolineare il “valore della lettura di romanzi e poesie nel cammino di maturazione personale”, perché i libri aprono nuovi spazi interiori, arricchiscono, aiutano ad affrontare la vita e a capire l'altro. Le opere letterarie sono una sorta di “palestra di discernimento”, scrive il Pontefice, e agevolano il pastore “a entrare in un fecondo dialogo con la cultura del suo tempo"

 -di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

 Un buon libro apre la mente, sollecita il cuore, allena alla vita. Parola di Papa Francesco, che ha preso carta e penna per far comprendere ai futuri sacerdoti, ma anche a “tutti gli agenti pastorali” e a “qualsiasi cristiano”, il “valore della lettura di romanzi e poesie nel cammino di maturazione personale”. Con la “Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione”, vergata il 17 luglio e pubblicata oggi, 4 agosto, il Pontefice intende “risvegliare l’amore per la lettura” e soprattutto “proporre un radicale cambio di passo” nella preparazione dei candidati al sacerdozio, perché si dia più spazio alla lettura di opere letterarie. Perché la letteratura può “educare il cuore e la mente del pastore” a “un esercizio libero e umile della propria razionalità” e al “riconoscimento fecondo del pluralismo dei linguaggi umani”, può ampliare la sensibilità umana e condurre a “una grande apertura spirituale. Inoltre compito dei credenti, e dei sacerdoti in particolare, è “‘toccare’ il cuore dell’essere umano contemporaneo affinché si commuova e si apra dinanzi all’annuncio del Signore Gesù”, e in tutto ciò “l’apporto che la letteratura e la poesia possono offrire è di ineguagliabile valore”.

 Gli effetti benefici della lettura

Nel testo, Francesco sottolinea anzitutto gli effetti benefici di un buon libro che, “spesso nella noia delle vacanze, nel caldo e nella solitudine di alcuni quartieri deserti”, può essere “un’oasi che ci allontana da altre scelte che non ci fanno bene”, e che, nei “momenti di stanchezza, di rabbia, di delusione, di fallimento, e quando neanche nella preghiera riusciamo a trovare ancora la quiete dell’anima”, può aiutare ad attraversare momenti difficili e ad “avere un po’ più di serenità”. Perché magari “quella lettura ci apre nuovi spazi interiori” che aiutano a non chiudersi “in quelle poche idee ossessive”, le quali poi “intrappolano in maniera inesorabile”. Ci si dedicava alla lettura più spesso “prima della onnipresenza dei media, dei social, dei cellulari e di altri dispositivi”, osserva il Papa, che evidenzia come in un prodotto audiovisivo, seppure “più completo”, “il margine e il tempo per ‘arricchire’ la narrazione o interpretarla sono solitamente ridotti”, mentre leggendo un libro “il lettore è molto più attivo”. Un’opera letteraria è “un testo vivo e sempre fecondo”. Succede, infatti, che “nella lettura, il lettore si arricchisce di ciò che riceve dall'autore”, e questo “gli permette di far fiorire la ricchezza della propria persona”.

 Dedicare tempo alla letteratura

Se è positivo che “in alcuni seminari, si superi l’ossessione per gli schermi - e per le velenose, superficiali e violente fake news - e si dedichi tempo alla letteratura”, alla lettura, a parlare di “libri, nuovi o vecchi, che continuano a dirci tante cose”, riconosce Francesco, invece, in generale, “nel percorso formativo di chi è avviato al ministero ordinato” non c’è uno spazio adeguato per la letteratura, ritenuta “un’espressione minore della cultura che non apparterrebbe al cammino di preparazione e dunque all’esperienza pastorale concreta dei futuri sacerdoti”. “Tale impostazione non va bene”, afferma il Papa, porta a “una forma di grave impoverimento intellettuale e spirituale dei futuri presbiteri”, che non hanno così “un accesso privilegiato, tramite appunto la letteratura, al cuore della cultura umana e più nello specifico al cuore dell’essere umano”. Perché, in pratica, la letteratura ha a che fare, “con ciò che ciascuno di noi desidera dalla vita” ed “entra in un rapporto intimo con la nostra esistenza concreta, con le sue tensioni essenziali, con i suoi desideri e i suoi significati”.

 I libri compagni di viaggio

Ricordando gli anni della sua docenza in una scuola di gesuiti a Santa Fe, tra il 1964 e il 1965, il Papa racconta che come professore di Letteratura, agli alunni c’era da far studiare El Cid, mentre loro “chiedevano di leggere García Lorca”. “Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi” rammenta Francesco, aggiungendo che preferivano “le opere letterarie contemporanee” ma che “leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e poi passavano ad altri autori”, perché “alla fine, il cuore cerca di più, ed ognuno trova la sua strada nella letteratura”. A tal proposito il Papa, confida di amare “gli artisti tragici, perché tutti potremmo sentire le loro opere come nostre, come espressione dei nostri propri drammi”. Il Pontefice avverte che non bisogna “leggere qualcosa per obbligo”, semmai si devono selezionare le proprie letture “con apertura, sorpresa, flessibilità”.

 Far incontrare Gesù fatto carne

Oggi, per “rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne”, credenti e sacerdoti, nell’annunciare il Vangelo, devono impegnarsi perché “tutti possano incontrarsi con un Gesù Cristo fatto carne, fatto umano, fatto storia”. Non si deve mai perdere di vista “la ‘carne’ di Gesù Cristo”, raccomanda il Pontefice, “quella carne fatta di passioni, emozioni, sentimenti, racconti concreti, mani che toccano e guariscono, sguardi che liberano e incoraggiano, di ospitalità, di perdono, di indignazione, di coraggio, di intrepidezza: in una parola, di amore”. Per questo, rimarca Francesco, “un’assidua frequentazione della letteratura può rendere i futuri sacerdoti e tutti gli agenti pastorali ancora più sensibili alla piena umanità” di Cristo “in cui si riversa pienamente la sua divinità”.

 L’abitudine a leggere ha esiti positivi

Nella lettera, il Papa enuncia anche le conseguenze positive che per gli studiosi scaturiscono dall’“abitudine a leggere”, che aiuta “ad acquisire un vocabolario più ampio”, “a sviluppare vari aspetti” della propria intelligenza”, “stimola anche l’immaginazione e la creatività”, “permette di imparare ad esprimere in modo più ricco le proprie narrazioni”, “migliora anche la capacità di concentrazione, riduce i livelli di deterioramento cognitivo, calma lo stress e l’ansia”. In concreto, leggere “ci prepara a comprendere e quindi ad affrontare le varie situazioni che possono presentarsi nella vita”, prosegue Francesco, “nella lettura ci tuffiamo nei personaggi, nelle preoccupazioni, nei drammi, nei pericoli, nelle paure delle persone che hanno superato alla fine le sfide della vita”. E con Borges si può giungere a definire la letteratura “ascoltare la voce di qualcuno”.

 Rallentare, contemplare, ascoltare

La letteratura serve “a fare efficacemente esperienza della vita”. E se “il nostro sguardo ordinario sul mondo è come ‘ridotto’ e limitato a causa della pressione” dei diversi impegni personali e “anche il servizio - cultuale, pastorale, caritativo - può diventare” solo qualcosa da dover fare, il rischio è quello di “cadere in un efficientismo che banalizza il discernimento, impoverisce la sensibilità e riduce la complessità”. E allora nel “nostro vivere quotidiano” bisogna imparare “a prendere le distanze da ciò che è immediato”, è il suggerimento del Papa, “a rallentare, a contemplare e ad ascoltare”, cosa che può accadere quando ci si ferma a leggere un libro. Serve “recuperare modi di rapportarsi alla realtà ospitali, non strategici”, occorre “distanza, lentezza, libertà” per un approccio al reale, in parole povere, e la letteratura consente di “allenare lo sguardo a cercare ed esplorare la verità delle persone e delle situazioni”, “ci aiuta a dire la nostra presenza nel mondo”. Inoltre, insiste il Papa, “leggendo un testo letterario” vediamo con gli occhi degli altri, sviluppiamo “il potere empatico dell’immaginazione”, “scopriamo che ciò che sentiamo non è soltanto nostro, è universale, e così anche la persona più abbandonata non si sente sola”.

Vatican News

 

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
SUL RUOLO DELLA LETTERATURA NELLA FORMAZIONE

 

sabato 16 settembre 2023

TABLET E LETTURA

 La lezione svedese: 

via i tablet da scuola, 

si disimpara a leggere

L’utilizzo della penna invece della tastiera fino almeno ai 14 anni non solo è auspicabile ma rimane un criterio inderogabile per la qualità dei processi di crescita.

-         di Daniele Novara*

La goccia che ha portato a questa inversione di marcia arriva dallo studio internazionale PIRLS del 2021 che ha mostrato come la capacità di lettura degli studenti svedesi si fosse abbassata, in 5 anni, di 11 punti. E di come un fattore chiave di questo peggioramento fosse l’eccessivo utilizzo di dispositivi digitali. Questa decisione del Paese scandinavo getta un sasso nell’acqua stagnante legata alla convinzione che il miglioramento della scuola passi necessariamente dall’aumento della digitalizzazione. L’iniziativa svedese apre una possibilità di dibattito su una questione che equivocamente viene data per scontata, che più tecnologia significhi una scuola migliore.

Un equivoco che lascia sottintendere la possibilità della tecnologia di sopperire alle carenze professionali e pedagogiche degli insegnanti. Come affermano tutte le ricerche internazionali, la verità è che il fattore umano nella scuola resta l’elemento prevalente e non esiste un piano B che permetta di evitare una formazione continua, permanente e sistematica dei professionisti scolastici. Se guardiamo la situazione italiana, va ricordato che l’unica area scolastica che ha giovato di finanziamenti sostanziali negli ultimi dieci anni è proprio quella della digitalizzazione dimenticandosi quasi totalmente della necessità di formazione più strettamente pedagogica.

Mi permetto di fare un banale elenco di ciò che intendo: la gestione della classe come gruppo, la valutazione formativa, il lavoro di équipe fra docenti, la conoscenza delle fasi psico-evolutive e neuro-cognitive degli alunni età per età, la progettazione delle competenze socio-affettive, come quelle relative ai litigi e alla gestione del bullismo in un’ottica non giudiziaria. Negli ultimi anni invece la digitalizzazione ha goduto di un finanziamento di circa un miliardo di euro che, con l’ultima tranche del PNRR, potrebbe addirittura raddoppiare. Sono cifre enormi, specialmente a confronto di ciò che viene stanziato per i pochi progetti di formazione pedagogica e socio-relazionale rivolti ai docenti e agli alunni.

Utile infine sottolineare due punti. Prima di tutto, in ogni epoca la scuola ha avuto i suoi supporti tecnologici che si sono evoluti. Per esempio, io in prima elementare scrivevo con il pennino, strumento fortunatamente sostituito dalla penna. In ambito scolastico è normale avere tecnologie, il punto è farne buon uso. In secondo luogo, la tecnologia digitale, nel momento in cui diventa di carattere individuale, con tablet e account personali per ogni studente, sposta di molto il baricentro dell’apprendimento. La tecnologia in aula va gestita in maniera collettiva, una LIM per tutta la classe, un computer da utilizzare in gruppo. I dispositivi tecnologici non hanno un impatto sempre favorevole all’apprendimento.

 

Per questo motivo l’utilizzo della penna invece della tastiera fino almeno ai 14 anni non solo è auspicabile ma rimane un criterio inderogabile per la qualità dei processi di crescita. Il passaggio dal quaderno cartaceo a quello digitale è una scelta che oggi come oggi non può essere fatta con la naturalezza con cui a suo tempo si passò dal pennino alla penna a sfera perché la posta in gioco è ben più alta. La decisione della Svezia sollecita la scuola italiana a evitare di procedere nell’attuale direzione senza una necessaria e approfondita riflessione, specialmente alla luce di tutti i complessi dati scientifici.

*Pedagogista

www.avvenire.it

 

 

venerdì 14 aprile 2023

IL GRAZIE DI GIUSEPPE


 Giuseppe legge libri insieme agli alunni: 

un susseguirsi di doni e scoperte 

e un grazie reciproco.

 E un dono in più: una lettera di Pietro Abelardo

- di  Corrado Bagnoli

In tempi di ChatGPT, di dibattiti e di sfide tra intelligenze vere e virtuali, di emergenze educative che si riaccendono e si aggravano ogni giorno, il mio vecchio amico Giuseppe prosegue imperterrito, anche da pensionato qual è ormai da qualche anno, il suo mestiere. Il mestiere di leggere ai ragazzi un libro, di chiedere loro di ragionarci su, di scriverci sopra per scoprire che cosa hanno dentro. Non i libri, ma loro, i ragazzi. E che non servono programmi e artifici se quel libro, quel professore ti mette con le spalle al muro e con gli occhi dritti puntati sul tuo mondo e su quello che hai intorno.

Anche quest’anno Giuseppe ha finito il suo percorso con le classi seconde. E i ragazzi gli hanno scritto lettere e-mail sorprendenti. Cose mai viste. Quando stava a scuola e faceva il professore, era come se ciò che faceva fosse considerato scontato: se sei un professore di ruolo, svolgi il tuo ruolo. Non si pensava che ci fosse bisogno di dirsi altro, forse. Quello che contava era quel mestiere di vivere giorno dopo giorno, crescendo – e per lui invecchiando – insieme; di fare, come voleva Betocchi nella sua poesia, un’opera comune.

Ma adesso che finito il libro lui se ne va via e la scuola per i ragazzi continua, adesso legge e rilegge le mail e non può starsene in silenzio. Io gli ho chiesto di darmi un ritaglio di quello che si sono scritti – grazie alla scuola, oltre la scuola, dopo la scuola – lui e i ragazzi. Senza ChatGPT, senza nemmeno correttore automatico: le lettere degli alunni mostravano con soddisfazione qualche errore grammaticale o sintattico, ma non era questo che c’era in ballo.

E Giuseppe ha scritto così ad Alessandro, Francesca, Claudia, Marta, Flavio, Marta, Tommaso, Sara, Tommaso, Lorenzo, Giulia, Luca, Tommaso, Christian, Elisabetta Laura, Maria, Christian, Lisa (la gemella buona), Giada, Stefano, Sabrina, Giulia, Noemi, Elisa, Angelica, Cesare, Giorgio, Francesco, Tomas, Diego e Alessio, Sofia, Alessio, Jennifer, Mario: “grazie davvero! Come abbiamo letto insieme, in … dovremmo imparare a dire grazie. Ricominciare a farlo. E io lo faccio qui, più che commosso per quanto avete scritto nelle vostre lettere a fine percorso; per quanto avete confessato nei vostri testi durante l’anno; per come siete stati capaci di lasciarvi interrogare dalle pagine del libro e dalle mie domande. Qualcuno di voi dice che ha imparato ad amare la lettura, altri dicono che hanno scoperto il piacere della scrittura; altri ancora che si sono sentiti parte di un’avventura di crescita e maturazione in cui non credevano all’inizio. Tutti però ringraziate: me, i vostri compagni e amici, la vostra insegnante. Tutti ringraziate per la commozione di alcuni di voi; per le verità che abbiamo scoperto in queste ore; persino per il divertimento che, nonostante la serietà che vi è stata chiesta, abbiamo vissuto. È un susseguisi di grazie. E non soltanto nel senso del dire grazie. È un susseguirsi di doni e scoperte, cioè di grazie, appunto, quello che è accaduto tra noi: certo ci siamo impegnati, abbiamo lavorato insieme, ma per me – e anche per voi, come si vede bene dalle vostre parole – quanto poi è accaduto è sempre molto di più di quanto uno possa immaginarsi all’inizio pensando a un progetto. Una grazia, quindi. Sono qui con in tasca ancora le vostre parole, con dentro gli occhi alcuni gesti capitati tra noi e ho davvero un grande desiderio: quello che questa cosa possa ripetersi per noi. Nulla è scontato: non sto pensando solo alla proposta dell’attività anche per l’anno prossimo. Voglio invece che possa riaccadere sempre questa grandezza, questa bellezza che abbiamo vissuto e provato. Con un altro libro l’anno prossimo, certo. Ma, ancora di più, ogni giorno in quello che facciamo e viviamo quotidianamente. Senza smentirmi mai, vi consegno ancora qualche parola da leggere, un piccolo testo di Pietro Abelardo al figlio Astrolabio, contenuto in un libricino dal titolo Insegnamenti al figlio. È una paginetta in cui si parla dell’imparare e dell’insegnare. E ormai l’abbiamo capito tutti: nessuno insegna, se non impara; spesso anzi impara di più colui che dovrebbe insegnare. E proprio da quelli che dovrebbero imparare da lui. Così è successo a me con voi. Eccola, leggetela insieme alla prof. Fateci su qualche pensiero. E non stanchiamoci mai di dire grazie”.

“Astrolabio, figlio mio, dolcezza della mia esistenza, ti lascio questo piccolo testamento spirituale, come insegnamento dell’apprendere e dell’insegnare. Sii teso ad apprendere più che a insegnare, poiché insegnando sei utile agli altri, ma solo imparando farai il tuo bene; e non abbandonare lo studio fino a quando non avrai la certezza di non aver più nulla da apprendere. Subisci il fascino di ciò che è detto e non di chi lo dice, evitando in tal modo l’accettazione passiva del sapere, e preoccupati che il tuo docente non ti impedisca di progredire per tuo conto, tenendoti legato a sé per amore. Come è vero che ci si nutre del frutto e non delle foglie del melo, così anteponi sempre il significato al significante e ricorda: la persuasione ha bisogno di catturare gli animi con discorsi ornati, ma all’insegnamento si addice la chiarezza. Là dove manchi la ricchezza dei contenuti abbondano le parole; è infatti costume di chi non ha progetto moltiplicare le strade o sfinirsi in tentativi. Che certezza potrà mai trasmetterti chi dubita di sé? Solo chi ha una logica di azione resta se stesso, fermo come il Sole, mentre lo stolto è instabile come l’erratica Luna; poiché chi ha una mente provvida incede con passo sicuro: prima medita a lungo e poi parla correttamente, per non doversi giudicare con vergogna. Il desiderio di comprendere ciò che dicono i dotti e ciò che fanno i buoni arda sempre nel tuo cuore”.

SCUOLA/ Studenti e prof, la regola "delle cinque A" per amare la lettura

www.ilsussidiario.it

 

 

 

mercoledì 13 gennaio 2021

ECOGESES. LIBRI PER LA FORMAZIONE CONTINUA


RECENTI PUBBLICAZIONI DELLA COOPERATIVA ECOGESE-AIMC





DaD ... PARLIAMONE

LA FEDE IN DIALOGO

DAI SAPERI ESSENZIALI ALLE COMPETENZE

DIDATTICA DELLA MATEMATICA

CONOSCENZA E AZIONI DELL'INTELLETTO

EDUCAZIONE DI QUALITA' EQUA E INCLUSIVA IN AULA

EDUCAZIONE MOTORIA PER LA SCUOLA DELL'INFANZIA E PRIMARIA

CULTURE ed EDUCAZIONE. SGUARDI DAL QUOTIDIANO

CURRICOLO E FORMAZIONE IN LONERGAN

L'ANTROPOLOGIA DI LONERGAN 

Vedi catalogo


 


venerdì 27 novembre 2020

INTELLIGENZA IN PERICOLO NEI PAESI SVILUPPATI


 Christophe Clave *

 Il Quoziente d'Intelligenza (QI) medio della popolazione mondiale è in continuo aumento (effetto Flynn). Questo almeno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni 90. Da allora il QI è invece in diminuzione... È l'inversione dell'Effetto Flynn. La tesi è ancora discussa e molti studi sono in corso da anni senza riuscire a placare il dibattito. Sembra che il livello d'intelligenza misurato dai test diminuisca nei Paesi più sviluppati. Molte possono essere le cause di questo fenomeno. Una di queste potrebbe essere l'impoverimento del linguaggio. Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l'impoverimento della lingua: non si tratta solo della riduzione del vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso.

La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo. La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di «colpi mortali» alla precisione e alla varietà dell'espressione. Solo un esempio: eliminare la parola «signorina» (ormai desueta) non vuol dire solo rinunciare all'estetica di una parola, ma anche promuovere involontariamente l'idea che tra una bambina e una donna non ci siano fasi intermedie.

Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero. Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall'incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole. Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile. Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. La storia è ricca di esempi e molti libri (Georges Orwell - 1984; Ray Bradbury - Fahrenheit 451) hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c'è pensiero senza parole.

Come si può costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza il condizionale? Come si può prendere in considerazione il futuro senza una coniugazione al futuro? Come è possibile catturare una temporalità, una successione di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, e la loro durata relativa, senza una lingua che distingue tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe essere, e ciò che sarà dopo che ciò che sarebbe potuto accadere, è realmente accaduto?

Cari genitori e insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c'è la libertà. Coloro che affermano la necessità di semplificare l'ortografia, scontare la lingua dei suoi «difetti», abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell'impoverimento della mente umana.

Non c'è libertà senza necessità. Non c'è bellezza senza il pensiero della bellezza.

Quoziente intelligenza

 *Docente di Strategia e Politica d’impresa,  Institut d'Etudes Politiques de Paris


sabato 18 luglio 2020

UN PAESE CHE NON LEGGE E' UN PAESE CHE NON COMPRENDE


NOI, CONSEGNATI

 AL PRESSAPPOCO

di Alessandro  Zaccuri

Si entra in libreria con più circospezione del solito, si accenna un saluto al titolare seduto in cassa, quasi non ci si arrischia a chiedere come sta andando. Protagonista di effimeri e tempestosi dibattiti nelle settimane più dure dell’emergenza coronavirus (riaprire no, riaprire sì, riaprire chi?), il mondo del libro italiano sta oggi attraversando una crisi che si annuncia devastante. Tale, per intenderci, da far rimpiangere la clamorosa flessione del 2008, quando il mercato si ridusse di un terzo. A confermare l’allarme – già percepito, in modo più o meno empirico, dagli addetti ai lavori e dai semplici appassionati – sono i dati dell’indagine realizzata da Cepell e Aie (si tratta rispettivamente del Centro per il libro e la lettura e dell’Associazione italiana editori) per valutare le conseguenze della Covid-19 sui 'consumi culturali' del Paese. In discussione non c’è soltanto la sorte delle librerie, che in questi mesi hanno drasticamente ridotto la loro attività a parziale beneficio del commercio online, ma il ruolo che la lettura dovrebbe svolgere in una fase tanto delicata. E che invece, con ogni evidenza, non riesce più a svolgere da tempo.
Ancora una volta, la pandemia ingrandisce e accelera un fenomeno già in atto. Ciò non toglie che la situazione, una volta trascritta in termini percentuali, resti sconfortante. Nello scorso mese di maggio, per esempio, solo il 58% degli italiani afferma di aver letto almeno un libro nell’anno precedente, con una riduzione del 15% rispetto allo stesso mese del 2019. La quota scende al 50% se si prende in esame il periodo aprile-maggio 2020, quello del pieno lockdown. Perché non si legge, perché non si è letto neppure allora? Gli intervistati danno risposte diverse, che vanno dalla comprensibile preoccupazione (anche molti lettori forti, andrà ammesso, non trovavano più la concentrazione necessaria) alla meno plausibile mancanza di tempo. E poi c’è la concorrenza della rete e delle piattaforme, certo, degli smartphone e delle serie tv. Ma la risposta forse potrebbe essere più brutale e diretta: gli italiani non leggono perché in Italia la lettura non è ritenuta importante. A parole sì, ci mancherebbe altro. La retorica del buon libro, lo struggimento per il profumo della carta (chi ha abbastanza libri in casa sa che il problema è semmai la polvere), la parete che arreda grazie alle copertine sistemate per nuances. Questo però è corredo, ornamento, non risorsa strategica.
Lo si è visto durante il lockdown, appunto, con le incertezze sul sistema scolastico e con la sostanziale scomparsa dell’università dal dibattito pubblico.
Perché la lettura – su questo occorre essere chiari – non è unicamente questione di romanzi e di poesie, che pure danno un apporto decisivo alla formazione della coscienza personale.
Si possono leggere saggi filosofici e trattati di economia, per esempio, ed è indispensabile che si legga di scienza e di teologia, di matematica come di spiritualità. La realtà è complessa, lo è sempre stata. Da qualche tempo, però, questa stessa complessità è maggiormente percepita e le sue conseguenze sono più evidenti, come l’andamento del contagio ha drammaticamente confermato. Per questo bisognerebbe leggere di più, non di meno.
Preoccuparsi per il destino del libro non significa soltanto prendersi a cuore il futuro di un settore merceologico, per quanto lavoro e dignità vadano garantiti a tutti: redattori editoriali e librai, promotori e addirittura autori. Il punto è che un Paese senza lettori è un Paese che non legge, ossia che non ha gli strumenti per interpretare il presente. Si affida all’emozione, al sentito dire, all’equivoco del pressappoco.
S i è visto nei mesi scorsi, ripetiamolo, e c’è da temere che si continuerà a vedere per un bel pezzo, se è vero – come sostiene la stessa indagine Cepell-Aie – che gli italiani d’ora in poi non prevedono affatto di tornare a concentrarsi sulla lettura. Di rallentare un po’, semmai. Di concedersi qualche altra distrazione. In questo, purtroppo, non vige più distinzione di classe, né di ruolo. Anche gli osservatori più coriacei e meno disposti alla nostalgia si sorprendono ogni tanto a vagheggiare il passato, quando in Parlamento sedevano persone che i libri, anziché scriverli, li leggevano. Per scacciare il malumore, allora, si prova a fare un salto in libreria. Si entra, si saluta, non si chiede più come sta andando.



domenica 13 ottobre 2019

LEGGERE AD ALTA VOCE FA BENE

Più bravi a scuola e più preparati ad affrontare la vita:
 la lettura ad alta voce fa bene ai bambini.

 - Una ricerca condotta da Giunti Scuola e Università di Perugia su 1.500 alunni delle elementari dimostra che le loro capacità di comprensione del testo e abilità cognitive migliorano del 20 per cento - 

di VALERIA STRAMBI

Leggere fa bene. Farlo ad alta voce, che sia in classe, sul pullman della gita o seduti sui cuscini nel cortile della scuola, fa ancora meglio. A dimostrarlo una ricerca condotta su 1.500 bambini tra i 6 e gli 11 anni che frequentano le elementari a Torino, Modena e Lecce. Gli alunni, tutti i giorni per un'ora al giorno e per 100 giorni, hanno ascoltato le storie di Pinocchio, del GGG o della Fabbrica di cioccolato lette dai loro insegnanti. Ma niente compiti a casa, analisi logica, voti o interrogazioni, la lettura doveva essere percepita come un piacere e non come un obbligo.
I risultati dello studio, condotto da Giunti Scuola e Giunti Editore in collaborazione con l'Università di Perugia e presentato in anteprima a Firenze alla Fiera Didacta Italia dedicata all'innovazione nella scuola, parlano chiaro. La lettura ad alta voce incide dal 10 al 20 per cento su aspetti cruciali dell'apprendimento. Il successo scolastico dei bambini migliora, aumentano le loro capacità di comprensione del testo così come le loro abilità cognitive: sono più coinvolti, si interessano di più, partecipano alla discussione, sviluppano una maggiore padronanza della lingua e si sentono anche più a loro agio con i compagni. Non solo: l'esposizione alla lettura ad alta voce è in grado di determinare questi benefici per tutti gli alunni, per quelli che sono un po' più indietro e per chi, invece, ha già un rendimento alto.
La ricerca è stata diretta da Federico Batini, professore di pedagogia sperimentale dell'Università di Perugia, mentre Giunti ha messo a disposizione dei maestri, gratuitamente, una lista di libri per bambini. "È la prima volta che facciamo un'indagine di questa portata, che ci ha permesso di spaziare dal nord al sud d'Italia e tra scuole sia centrali che di periferia - spiega Batini - Abbiamo utilizzato strumenti di rilevazione come le prove Mt e le prove Invalsi applicate sia al gruppo sperimentale (quello in cui avveniva la lettura ad alta voce) sia al gruppo di controllo (quello che non aveva modificato le proprie abitudini). Parliamo, in totale, di oltre 12 mila ore per raccogliere e analizzare le risposte dei bambini".
Ma che cosa ci dicono i dati? I bambini sottoposti alla lettura ad alta voce aumentano la loro capacità di comprensione del testo fino a un 10 per cento rispetto al loro punto di partenza. Un miglioramento significativo emerge anche nello sviluppo delle abilità cognitive di base, in media del 18-20 per cento. Vale a dire che gli alunni riescono a gestire meglio le informazioni in entrata, scritte o orali, ma sono anche più preparati ad affrontare un compito di storia, di matematica, oppure una situazione problematica a casa o una partita di calcio o un saggio di danza. Una parte di dati è infine stata riservata alla misurazione del quoziente intellettivo verbale, che ha rilevato un aumento medio del 10-15 per cento dell'indice relativo all'area verbale che compone il quoziente intellettivo dei bambini.
"La lettura ad alta voce può essere considerato uno strumento di 'educazione democratica' e andrebbe inserita in modo stabile nelle scuole di ogni ordine e grado come palestra per la vita, come esercizio in grado di allenare la mente - aggiunge Batini - Non ha costi ulteriori per la scuola, perché somministrata dai docenti della classe stessa, che anzi, sono ancora più motivati e creativi nell'inventare set e riti speciali per segnalare l'ora di lettura ai bambini. Ma soprattutto, è per tutti. Così potremmo raggiungere una vera democrazia dell'apprendimento: leggere ad alta voce a scuola tutti i giorni, per un tempo congruo, riuscirebbe a ridurre il notevole impatto che la provenienza socio-culturale ha sulle probabilità di successo formativo e sulla vita futura delle persone".


"La Repubblica”

F. Batini, Leggere ad alta voce. Metodi e strategie per costruire competenze per la vita, Giunti Editore, € 12,75




domenica 5 febbraio 2017

PARLARE E SCRIVERE IN BUON ITALIANO. Un problema per molti. Che cosa fare?

“Gli studenti non sanno l’italiano”.
 La denuncia di 600 prof universitari
Appello accorato dei docenti che chiedono un intervento urgente al governo e al Parlamento. «Nelle tesi di laurea, errori da terza elementare. Bisogna ripartire dai fondamentali: grammatica, ortografia, comprensione del testo»

di Orsola Riva

Possibile ritrovarsi a correggere una tesi di laurea dovendo usare la matita rossa e blu come in un temino della scuola elementare? Purtroppo sì. Basta leggere alcune delle testimonianze drammatiche dei 600 professori universitari che in pochi giorni hanno sottoscritto un accorato appello al governo e al Parlamento per mettere in campo un piano di emergenza che rilanci lo studio della lingua italiana nelle scuole elementari e medie. Ripartendo dai fondamentali: «dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano». Può sembrare un ritorno indietro ma, come spiega Giorgio Ragazzini, uno dei quattro docenti di scuola media e superiore del Gruppo di Firenze che hanno promosso la lettera, «forse stiamo risentendo anche di una svalutazione della grammatica e dell’ortografia che risale agli anni 70». E invece, come già si diceva in un film diventato di culto dopo gli anni del riflusso, «chi parla male pensa male». O, come preferisce ricordare il professor Ragazzini citando Sciascia, «l’italiano non è l’italiano, è il ragionare».

«E’ chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente - si legge nella lettera -. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana». La notizia non è nuova, ma non per questo è meno drammatica. Anche dall’ultimo rapporto Ocse-Pisa che misura le competenze dei quindicenni di mezzo mondo i nostri ragazzi sono usciti con le ossa rotte. E a sorpresa è soprattutto in italiano che andiamo male. Con buona pace della stanca retorica anti-crociana. Dal 2000 a oggi non abbiamo recuperato mezza posizione, mentre in matematica, dove pure eravamo molto più indietro, abbiamo fatto enormi passi avanti.

In  “Corriere della Sera”




venerdì 31 ottobre 2014

IL LIBRO TORNA A SCUOLA

A scuola il LIBRO torna a farsi sentire


Nelle classi le letture a voce alta di “Libriamoci”, promosse dal Centro per il libro.

Parla il presidente Montroni




Romano Montroni ha capito di essere sulla strada giusta quando ha ricevuto la visita di un vigile urbano della sua città, Bologna. «Era il comandante in persona, ma non si era scomodato per notificarmi una multa – scherza –. Ci teneva a dirmi che avrebbe partecipato anche lui, come volontario, alla nostra iniziativa». Libraio di lungo corso, responsabile prima della catena Feltrinelli e poi, più di recente, delle Librerie Coop, da qualche mese Montroni è il presidente del Centro per il libro e la lettura, l’organismo istituito dal ministero dei Beni e delle attività culturali con l’intento di accorciare la distanza, ancora abissale, tra gli italiani e la parola scritta. E da dove cominciare, si è domandato Montroni, se non dalla scuola? Così, sull’onda dell’entusiasmo e insieme dell’urgenza (le ultime statistiche relative agli indici di lettura collocano l’Italia al penultimo posto in Europa), è nato il progetto “Libriamoci”: tre giorni di letture a voce alta, da domani a venerdì, che coinvolgeranno gli istituti di ogni ordine e grado in tutto il Paese, non senza qualche sconfinamento all’estero. «Guardi, lo so benissimo che la proposta in sé non ha nulla di rivoluzionario – ammette Montroni – e non solo perché già gli antichi leggevano ad alta voce ........

venerdì 19 marzo 2010

RAGAZZI SENZA PAROLE


Italianisti a confronto sul fenomeno della povertà linguistica delle giovani generazioni. Come ridurre il fenomeno?
Leggi : Ragazzi senza parole