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giovedì 11 giugno 2026

NOI SIAMO I TEMPI

 


 Leone in Spagna, perfetta letizia





-di ROSANNA VIRGILI

«Siate voi migliori e i tempi saranno migliori

Noi siamo i tempi»! Antonio Banderas esplode nella climax del suo discorso davanti a papa Leone mentre tutta la platea del Movistar di Madrid corrisponde il suo consenso con un applauso scrosciante.

La star che rappresentata la Spagna nel cinema mondiale cita Sant’Agostino e la sua concezione del tempo che – come è noto – è continua costruzione “spirituale” in un presente fatto di movimento, d’opportunità, di promessa. Riconosce alla Chiesa di essere stata la più grande produttrice d’arte nella storia e di aver dato al Volto del Cristo il primato d’essere “immaginato” più di ogni altro al mondo.

E la sera di domenica 7 giugno nell’Arena castigliana quel Volto sembra assumere un’ulteriore incarnazione fatta di migliaia di volti protesi a guardare, ad ascoltare, ad accogliere, ad abbracciare la trasparenza del viso del Papa. Tutt’altro che un idolo per gente in gran parte, non credente, attori, cantanti, danzatrici di flamenco, Rettori ed economisti di un Paese – come la Spagna – laico e “secolarizzato”, come si diceva una volta. Ma un Paese in busqueda e pure in cercania, che si presenta mite anch’esso, che sembra consapevole di non potersi salvare da solo e non crede, e non vuole nemmeno farlo.

Un popolo immenso che si riversa spontaneamente sulle strade, nelle arene, negli stadi, nelle chiese, nelle piazze, di giorno e di notte come raramente accade nei Paesi – ricchi – del Vecchio Continente. Se gli fai la domanda: perché siete qui? Rispondono: per salutare con riconoscenza chi viene a farci visita per pura amicizia, per stima e gratitudine. 

Una perfetta letizia

Chi non c’è stato credo non possa immaginare il tipo di “trionfo” che ha avuto il Papa in Spagna nei giorni passati. Anzi: non lo chiamerei trionfo, ma incontro come tra due che si cercano, che nutrono un’attesa e che finalmente possono liberare ‒ trovandosi ‒ una perfetta letizia! Vi ringrazio per l’“alegria” ha detto più volte, col pudore che gli è tipico, Papa Leòn. Mentre attendeva con docilità al fitto programma, non riusciva a nascondere tuttavia dove tenesse il cuore: negli occhi della gente! La sfiorava con occhiate furtive, con sorrisi inevitabili, con la spontaneità di chi è felice per quella sorprendente sintonia. Così Papa Leone è stato testimone di una Chiesa “disarmata” quindi tenera, vicina, amica. Accanto, insieme, dentro il desiderio di dignità e di luce morale, di armonia intellettuale, di bellezza spirituale di cui ha sete la gente non solo in Spagna. Il discorso che il Papa ha fatto nell’incontro coi membri del Parlamento la mattina di lunedì 8 giugno è stato, appunto nel segno del «dialogo con i popoli e con gli Stati». «La Chiesa cammina con l’umanità», ne condivide le speranze e le ferite, ascolta le domande di ogni epoca e si lascia interpellare «da tutto ciò che riguarda l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi». Così ha esordito mettendo in chiaro la ragione per cui ha accettato l’invito a rivolgersi al Parlamento di un Paese che rappresenta tutti e non solo i cattolici. Una premessa che avremmo ritenuto ormai scontata, in Occidente, ma che torna invece a dover essere riconfermata a fronte di chiese e di nuove comunità cristiane che pretendono di mettere la bandiera del loro “vangelo” sui governi – o alle dipendenze ‒ dei Paesi democratici. Il Papa ribadisce la nobile distinzione evangelica: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,21) e continua il suo discorso dicendo che la Chiesa: «Riconosce “l’autonomia delle realtà terrene” e “la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica”; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune». 

Un’idea dell’umano

Mentre invita i Deputati a servire la comunità civile per mezzo delle istituzioni e delle leggi, condivide con loro la riflessione che per far ciò occorre avere un’idea dell’umano. Che non devono inventare ma rinnovare con la ricchezza della grande tradizione letteraria, filosofica, teologica spagnola. Il primo autore ad esser citato è Cervantes col suo Don Chisciotte e l’amore per la libertà che è «è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini»; e poi c’è Teresa d’Avila con la sua profondità spirituale e Miguel de Unamuno che insegna che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto»! Pensieri e ideali fondamentali per lo sviluppo della civiltà europea moderna e contemporanea. Infine il Papa si attarda a meditare sulla sapienza della scuola di Salamanca: «In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana».

A Madrid, in questi primi giorni di giugno, è apparsa un’“intuizione” per l’Europa la quale si manifesta, oggi, come sconfitta, afona, imbarbarita, bellicosa, immemore delle intelligenze e delle sapienze, delle conquiste sudate e pagate a caro prezzo, che son gettate nell’oblìo e nel disprezzo. Ma la Chiesa Cattolica nella persona del Papa risponde con amore e determinazione a quella che sente come la prima delle responsabilità: la cura e il futuro di una magnifica humanitas, dono divino, di cui la nostra civiltà è stata culla e nutrice e che oggi cerca uomini e donne cui passare il testimone.

www.avvenire.it

 

martedì 21 gennaio 2025

LEGGERE E SCRIVERE

L'UMANO 

NON E' 

NE' DI DESTRA

 NE' DI SINISTRA 

La riforma della scuola

Aggiungiamo alla riforma la cura della scrittura manuale e ore di lettura ad alta voce per tutto il percorso scolastico.

 

-di Alessandro D’Avenia

 

La riforma dei programmi nella scuola elementare e media di cui si è parlato la scorsa settimana è stata subito cannibalizzata dalla semplificazione binaria: che cosa è di destra o di sinistra? 

La Bibbia, la storia dell'Occidente, la musica, l'epica, il latino? Quando saremo meno ostaggi di questo moralismo ideologico che impedisce di capire che cosa serve in un luogo, la scuola, il cui scopo è mettere i nuovi arrivati in condizione di coltivare autonomamente la vita e cercare la verità, invece di renderli preda del pensiero non pensato e dominante, che il filosofo Bacone chiamava già secoli fa idoli della conoscenza, illusioni ideologiche? Lo scopo della cultura non è fare campagna elettorale, ma diminuire lo spazio della paura e dell'ignoranza per conquistarlo alla libertà e al coraggio della verità. La domanda non è se il latino sia proprio di una formazione conservatrice o progressista, ma se serva a liberarsi da falsi automatismi del pensiero, dalla incapacità di leggere se stessi e la realtà, dalla difficoltà di attingere alla sorgente inesauribile di vita e di bene comune che è la propria unicità, perché «ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne» (V. Grossman, Vita e Destino). L'umano nell'uomo non è a destra né a sinistra. È oltre. Dove? 

 Tra i regali che mia nipote settenne ha chiesto a Natale è apparsa una scacchiera. Mi sono stupito, io alla sua età non l'avrei mai chiesta, ma poi ho scoperto che nella sua scuola dedicano tempo curricolare agli scacchi, come allenamento alla riflessione e al pensiero logico e strategico. Un gioco antico come gli scacchi non è di sicuro di destra o di sinistra, è gioia di stare al mondo e una bambina lo sente. Quella scacchiera è «scuola»: un'intercapedine tra io e pressione mondana (tutti fan così), un luogo in cui l'anima respira tanto da avvertire subito se in quello che tutti fanno manca l'aria che serve alla propria unicità. La scacchiera mi ha ricordato che all'inizio di 1984 di Orwell, la ribellione del protagonista, Winston, al controllo psico-politico del Grande Fratello comincia da un quaderno comprato di nascosto: «un quaderno di rara bellezza, con la carta liscia e vellutata, di un tipo che non si produceva da almeno quarant'anni. Era entrato di soppiatto nella bottega e lo aveva comprato. Non sapeva neanche per quale motivo particolare lo desiderasse tanto. Se l'era portato a casa con un certo senso di colpa: anche se non vi era scritto niente, era un oggetto compromettente. Ciò che ora stava per fare era iniziare un diario, un atto che, se lo avessero scoperto, avrebbero punito con la morte o, nella migliore delle ipotesi, con venticinque anni di lavori forzati». Winston non sa più scrivere a mano e ricominciare lo risveglia: «Intinse la penna nell'inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava fin nelle viscere. Segnare quella carta era un atto definitivo, cruciale». Quel diario scritto a mano è l'inizio della sua liberazione, e comincia a ricordare, capire, vedere, agire, anche a costo di perdere la vita. Per affrancarsi dal controllo odierno, in cui la psico-politica è l'algoritmo di profilazione (il capitalismo della sorveglianza operato da aziende che, in cambio di servizi apparentemente gratuiti, ci schedano per vendere dati che servono a orientare i nostri consumi), bisogna tornare al diario scritto a mano. Per questo, ispirato non da romanticherie ma dall'osservatorio di 25 anni di insegnamento, propongo di aggiungere alla riforma la cura della scrittura manuale per tutto il percorso scolastico, istituendo un'ora di «calligrafia», in cui il bello (calli-) riguarda forma e contenuto come un tutt'uno. Il motivo (che la cultura orientale mostra da secoli) è scientificamente accertato: scrivere a mano, per un essere corporeo, è un gesto più efficace della digitazione o del solo input visivo (quanti schermi sono entrati nelle classi in questi anni a scapito delle penne). Un recente studio, di cui ha dato conto il Corriere, ha confrontato i risultati di due gruppi di undicenni: alcuni dovevano imparare delle parole scrivendole a mano, altri tramite lettura visiva, per poi riconoscerle e spiegarle. Il primo gruppo ha avuto risultati nettamente migliori: accuratezza, risposte corrette e rapide. La scrittura manuale infatti, coinvolgendo il corpo in modo più completo e lento (che poi lento non è), consente di prestare attenzione ai dettagli, cioè la memoria a lungo termine che definisce chi siamo. Che un'attenzione multisensoriale lenta renda più attenti è l'acqua calda, ma noi crediamo che l'acqua calda siano rapidità e schermi. Eppure, la difficoltà dei ragazzi delle superiori nello scrivere a mano (grafie illeggibili, corsivo zoppicante, spazi non rispettati) va di pari passo con la debolezza di attenzione, ragionamento e presa sulla realtà, tanto che con quelli del primo anno è necessario un lavoro dedicato proprio alla (calli-)grafia. Mi piacerebbe un Maestro di Calligrafia che, per l'intero percorso scolastico, alleni l'intelligenza attraverso il gesto accurato applicandolo alla scrittura diaristica che si evolverà di anno in anno in modi diversi: 13 anni di diario ben (forma e contenuto sono tutt'uno) scritto sono un allenamento formidabile alla ricerca della verità e una difesa dalle menzogne dell'informazione, basti pensare ai Diari passati alla storia e che ancora leggiamo per la verità che hanno conservato in un mondo che pensava e faceva tutt'altro. Quello di Winston mi porta a un altro gesto liberatorio dal controllo delle masse, in un altro romanzo profetico pubblicato nel 1953, quattro anni dopo quello di Orwell. In Fahrenheit 451 di Ray Bradbury infatti i libri vengono bruciati perché la gente si abbandoni totalmente all'intrattenimento di massa (nelle case non ci sono scaffali ma schermi giganti e media interattivi). La decadenza della libertà non è cominciata col bruciare i libri, ma con il disinteresse per la lettura. Altro che distopia: in tema di lettura in Italia è più distopico l'ultimo rapporto Censis. Montag, il protagonista del romanzo, troverà un gruppo di cittadini che hanno inventato un modo di resistere, imparare i libri a memoria tanto da identificarsi con essi: «Voglio presentarti Jonathan Swift, autore di quel malvagio libro politico, I Viaggi di Gulliver! E quest'altro è Charles Darwin, e questo è Schopenhauer, e questo è Einstein. Qui ci siamo tutti, Montag: Aristofane, Gandhi, Buddha, Confucio. Siamo anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni... Trasmetteremo i libri ai nostri figli, oralmente, e lasceremo loro il compito di fare altrettanto coi loro discendenti. Naturalmente molte cose andranno perdute con questo sistema. Ma non puoi obbligare la gente ad ascoltare, se non vuole. Dovrà tuttavia venire a noi a suo tempo, chiedendosi che cosa esattamente sia accaduto e perché il mondo sia scoppiato in aria sotto il suo governo». 

Che cosa fa scoppiare il mondo e che cosa invece lo salva? È una idea, anche questa frutto di questi anni di esperienza, per la lettura a scuola: non fare i libri «a brani» ma incarnarli. E allora ben vengano i libri-mondo, impegnativi e necessari, come la Bibbia, l'Odissea, l'Eneide... e non per ragioni identitarie ma perché offrono le parole per dire tutto, per definire noi stessi e quindi raccontarci agli altri. Senza parole precise siamo in balia di Babele: il potere e la guerra. 

Per questo propongo ore di lettura per tutto il percorso scolastico, con persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica. Due ore a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (750 ore di lettura per 30 pagine l'ora) regalerebbero ai nostri studenti quasi 25.000 pagine (50 libri da 500 pagine, 3 libri essenziali all'anno), senza interrogazioni, solo ascolto, qualche brano da imparare a memoria e domande dei ragazzi, perché i testi non siano pre-testi, ma messa a fuoco delle parole meglio dette sul mondo. 

Grazie a questa «scuola di lettura e di scrittura» forse avremmo più studenti che, come una bambina con la scacchiera, preferirebbero la libertà alle dipendenze, la verità alla sottomissione. E questo non è di destra, né di sinistra. È oltre: è umano. 

 

 Alzogliocchiversoilcielo



mercoledì 15 gennaio 2025

ARRIVA LA GENERAZIONE BETA


 Immersa nell'AI, 

avrà sete di spirito

Secondo il Pew Research Center le coorti generazionali «possono fornire un modo per capire come le diverse esperienze formative (come gli eventi mondiali e i cambiamenti tecnologici, economici e sociali) interagiscono con il ciclo di vita per plasmare la visione del mondo delle persone».

Dal dopoguerra a oggi diverse generazioni si sono succedute: dai boomers (1946-1964) alla generazione X (1965-1979); dai Millennials (1980-1994), i primi “nativi digitali” alla generazione Z (1995-2009) segnata dall’esperienza del Covid-19 e dalla pervasività del digitale fino alla generazione Alfa (2010-2024 detta anche iPad generation o generazione degli screenagers. E con il nuovo anno si affaccia la generazione Beta (2025-2039). Benché non ci siano ancora, ovviamente, comportamenti osservabili, si può già dire che la gen B vivrà in un'epoca in cui l'IA (intelligenza artificiale) e l'automazione saranno pienamente integrate nella vita di tutti i giorni, dall'istruzione ai luoghi di lavoro, dalla sanità all'intrattenimento. Con mutazioni antropologiche che a stento riusciamo a immaginare. 

È vero che il focus sulle generazioni aiuta a comprendere meglio i cambiamenti d’epoca; è altrettanto vero che, in sintonia con l’accelerazione costante del cambiamento, il numero di anni che definisce una coorte generazionale si è notevolmente ridotto (dai 18 anni dei boomers ai 14 della gen Alfa), ma soprattutto gli elementi che caratterizzano l’esperienza comune delle ultime generazioni sono sempre più quasi esclusivamente tecnologici. A parte il Covid, che ha messo il mondo in pausa per oltre un anno, contano sempre meno i grandi avvenimenti che inaugurano fasi storiche nuove (la gen Z ha poca o nessuna memoria di quell’11 settembre che ha aperto l’era dello “scontro di civiltà”, per esempio) e sempre più le tappe dello sviluppo tecnologico. 

Il filosofo Bernard Stiegler scriveva che non è la dimensione cronologica che fa le generazioni, ma la trasmissione dei saperi: un saper fare, un saper vivere, un saper pensare. Oggi forse dovrebbe rivedere questa sua interpretazione, dal momento che la trasmissione di saperi non avviene più da una generazione all’altra, ma attraverso quelle estensioni di noi stessi, come chiamava McLuhan, che sono le tecnologie. Questi organi estroflessi che ci consentono di trattenere la memoria e di anticipare il futuro diventano pervasivamente sempre più presenti nella nostra quotidianità. 

Tornano alla memoria la distinzione in ere che McLuhan aveva proposto negli anni ’60 – l’era orale della parola parlata, l’era scritta della stampa, l’era elettrica della televisione – alle quali oggi aggiungiamo l’era digitale e social delle gen Z e Alfa e l’era dell’intelligenza artificiale della gen B. Un’intelligenza artificiale sempre meno strumentale, sempre più capace di assomigliare all’umano, superandolo in molte delle sue capacità e prestazioni. Nell’era dell’intelligenza artificiale generativa tocca all’umano dimostrare che esiste una differenza tra il generare attraverso il rapporto con l’alterità e il generare grazie ad algoritmi. La gen B rischia di essere la prima per la quale la distinzione tra umano e non umano, intelligenza umana e intelligenza artificiale, organismo e tecnologia non merita nemmeno di essere sollevata. 

Posto che i media non sono strumenti, bensì parte costitutiva dell’ambiente in cui noi viviamo e della nostra quotidianità, e posto che l’essere umano non può non adattarsi all’ambiente in cui vive, va ricordata una specificità dell’umano che è quella di adattarsi modificando, imprimendo una direzione, secondo l’accezione più autentica del termine “abitare” (che in molte lingue è sinonimo di “esistere”). 

G. H. Wells, visionario scrittore britannico (e autore, tra l’altro, di quella “Guerra dei mondi” che ispirò la celebre trasmissione radiofonica di Orson Welles) sosteneva che «Il futuro è una gara, una gara tra l'istruzione e la catastrofe». 

Per abitare questo ambiente in cui l’intelligenza artificiale generativa accompagna, permea e orienta la quasi totalità dei processi individuali e collettivi a livello planetario diventa ancora più fondamentale una educazione che non si limiti a potenziare le capacità di adattamento al nuovo ambiente e le competenze necessarie, ma che preservi il nucleo fecondo di specificità che caratterizza l’umano. Dove il pensiero non si riduce a calcolo, ma (secondo l’accezione originaria) comporta una dimensione spirituale. E lo spirito non è una dimensione a sé, incorporea e aleatoria, ma il soffio che permea la vita e la rende viva, che rende il pensiero libero e le relazioni capaci di sottrarsi alla logica dell’utile e del dominio. 

È significativo che Paul Valery, parlando della crisi dello spirito nell’Europa del dopoguerra, utilizzasse la parola esprit sia nel senso di spirito che nel senso di intelligenza. Quell’intelligenza capace di cogliere anche l’invisibile, quell’esprit de finesse di cui ha scritto Pascal, senza coltivare il quale la gen B sarà anche la prima che rischia di essere totalmente eterodiretta da quella mirabile opera dell’uomo che, senza essere considerata come tale, diventerà onnicomprensiva e totalizzante.

 Alzogliocchiversoilicelo

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venerdì 25 novembre 2022

ALLA RICERCA DELL'UMANO


INTERVISTA 

SERGIO MASSIRONI

 - di Rocco Gumina*

Le società complessa nella quale viviamo è contraddistinta da un fluire infinito di informazioni, eventi e crisi. In questo contesto, tutto è fluido perciò si stenta a individuare il senso profondo degli avvenimenti e della storia in generale. La Chiesa cattolica, attualmente impegnata in un processo di riflessione e riforma tramite il percorso sinodale, avverte profondamente la crisi dell’epoca dei cambiamenti e, pertanto, abbisogna di un cammino di ripensamento radicale. Di questo tema discutiamo con don Sergio Massironi. Direttore di ricerca presso il Dicastero vaticano per lo Sviluppo Umano Integrale, si occupa del rinnovamento della teologia a partire dai margini e dalle periferie. Di recente, per le edizioni Castelvecchi, ha pubblicato il suo ultimo volume intitolato "Cattolico cioè incompleto". Un’identità estroversa. Un’appartenenza antitotalitaria.

 – Don Massironi, nel suo ultimo libro, lei sostiene che la vera cifra del cattolicesimo sia il perenne riconoscimento della propria incompletezza. Da ciò, ne consegue un’identità dialettica diretta alla continua ricerca di tutto ciò che è umano. Quali sono i motivi che la spingono a ritenere che questo sia una possibile declinazione del cattolicesimo nel XXI secolo?

 Grazie per questa domanda. Per rispondere devo anzitutto riconoscere un grande debito: nessuno è se stesso e arriva a cogliere le parole che deve dire, senza avere ascoltato e ricevuto molto. Il titolo di questo libro rinvia direttamente, come scrivo nell’introduzione, a delle espressioni provocatorie di papa Francesco: «Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto».

 Ascoltandole, si è stabilita in me la connessione con quanto ci insegnava, da arcivescovo di Milano, un uomo per molti aspetti diverso da Bergoglio: il cardinale Scola, infatti, insisteva sul fatto che “cattolico” non significhi tanto “universale”, quanto “ciò che rinvia all’intero”. Se a definire la mia identità è il rimando ad altro, significa che decisiva è la sua apertura: il suo avere un sapore non è quindi alternativo al rimanere estroversa. Scriveva Simone Weil in un libro che ho studiato con Roberta De Monticelli: «Quando un pittore di autentico valore va in un museo, la sua originalità si sente rafforzata».

 Il volume si intitola La prima radice ed è uno dei migliori scritti del Novecento sul tema controverso dell’identità. In Cattolico, cioè incompleto tento di raccogliere questa eredità e di inserirmi – lo faccio a più riprese ed esplicitamente – nel solco del maggiore riferimento della mia giovinezza, il cardinale Carlo Maria Martini. A dieci anni dalla morte è sempre più chiaro come il suo rapporto con la Parola di Dio e con la Chiesa-istituzione sia stato nutrito dall’incontro con gli altri e insieme lo abbia reso possibile a livelli sempre più radicali. Il suo ministero rappresenta una delle più efficaci declinazioni del Vaticano II, realizzatasi in anni in cui venti freddi rischiavano di congelare i germogli della primavera conciliare.

 Oggi tutto – non solo il papa, ma la frantumazione delle vicende individuali e sociali e la complessità del panorama internazionale – chiede alla Chiesa di dare seguito al Concilio, alla «continua ricerca – come diceva nella sua domanda – di tutto ciò che è umano». Per il mistero stesso dell’incarnazione, infatti, solo questa è la via che consente di entrare in tutto ciò che è divino.

 – La sua proposta pare avanzare la necessità di un esercizio di costante interpretazione evangelica della realtà. Quali conseguenze può generare questo stile di approccio al mondo e alla storia per i cristiani e per la Chiesa di oggi?

 “Interpretare” è un verbo decisivo. Non solo condensa, in ambito filosofico, la svolta ermeneutica del secolo scorso, ormai imprescindibile nell’elaborazione di un pensiero serio e pubblicamente sostenibile; la vera questione è molto più antica. Quello che nel libro chiamo “il corpo a corpo” con il testo biblico ha reso l’ebraismo, e di conseguenza il cristianesimo, vere e proprie culture dell’attenzione: la Parola di Dio va decifrata, non è sempre la stessa, ha sensi molteplici, ci raggiunge in ciò che è scritto, ma più spesso in ciò che resta fra le righe. Figuriamoci che la lingua delle Scritture di Israele è consonantica: già le diverse vocalizzazioni aprono i testi a più interpretazioni. C’è una logica in tutto questo, necessariamente. È il contrario del fondamentalismo. La Bibbia, nome plurale che rinvia a decine di libri diversissimi fra loro, è il più grande dispositivo antidolatrico che l’umanità abbia generato. È a questo livello che si coglie maggiormente il suo essere un testo ispirato: Dio si sottrae a ogni chiusura del discorso, a ogni irrigidimento. Nessuna parola è indifferente, sebbene nessuna basti. È chiaro che il contributo della filosofia greca abbia alimentato in modo formidabile questa propensione a interrogare, a vedere sempre l’altra faccia della realtà. A suo modo anche la capacità inclusiva del diritto romano e la scoperta in architettura e nella pittura della prospettiva lo hanno fatto: centralità del punto di vista. Per tornare – va detto – a quel pensiero ebraico senza il quale il Novecento avrebbe rappresentato la fine della parabola moderna. Ebbene, nel libro provo a dire che il Moderno è un orizzonte di grazia che non solo non è finito, ma in cui i cattolici sono fino a oggi troppo poco entrati. È prevalsa per quasi cinque secoli un’opposizione ecclesiastica alla cultura contemporanea che, se ha colto in anticipo i limiti strutturali di tendenze che hanno prodotto conseguenze tragiche, ha manifestato più la paura di perdere potere e controllo che la capacità di interpretare i segni dei tempi. “Interpretare”, appunto. Significa saper leggere, e saperlo fare criticamente, a più voci, integrando prospettive. Significa anche dare credito, provare sincera curiosità, incantarsi.

 – Il turbocapitalismo dell’odierna società spinge verso la moltiplicazione delle prestazioni finalizzate a produrre secondo modelli meritocratici sempre più stringenti. Per molti studiosi, è possibile uscire da questa implicita forma di totalitarismo attraverso la vulnerabilità e l’incompletezza tipiche della natura umana. Su questo tema, a parer suo, il cristianesimo quale contributo può offrire?

Il magistero cattolico rappresenta oggi, a livello planetario, la piattaforma più strutturata e almeno potenzialmente più influente per una critica radicale a quello che, come lei, molti chiamano ormai “turbocapitalismo”. È evidente che la drammatica perdita di credibilità del clero e la lentezza delle riforme indebolisca molto questa epocale chiamata a esercitare un ruolo profetico, anche fra le religioni e le prospettive laiche con cui sono reali le convergenze.

 Le encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti, insieme a molti viaggi e gesti di Papa Francesco, hanno un impatto pubblico che le Chiese locali e numerosi cattolici sembrano ancora stentare a riconoscere. Naturalmente ci sono anche grandi interessi e veri e propri centri di potere che non hanno alcun guadagno dalla credibilità della Chiesa e dai contenuti del suo messaggio.

 Al cui interno – nel libro provo a dirlo – certamente la vulnerabilità e persino il fallimento hanno un posto, ma in una visione che afferma la vita, non il dolore. Noi abbiamo letto Nietzsche e non possiamo in alcun modo cadere nelle defigurazioni del cristianesimo che il filosofo acutamente denuncia. La nostra non è una morale degli schiavi. Noi non contestiamo la crescita, il successo, la vita. Abbiamo ottime ragioni, però, per ritenere devastanti, ingiuste, insostenibili molte delle traiettorie che minacciano il Pianeta e allargano la forbice delle diseguaglianze rendendo il mondo infernale per un numero sempre maggiore dei suoi abitanti, umani e non. C’è chi pensa a colonizzare Marte e rifiuta di vedere le periferie della propria città.

 – La Chiesa cattolica, per ferma volontà di papa Francesco, è in pieno cammino sinodale. Un percorso di conoscenza delle proprie fragilità e di rilancio dell’annuncio evangelico in un mondo in perenne crisi. Per i credenti, l’unica certezza è la consapevolezza che è giunto il tempo di “rimboccarsi le maniche”. Su questo siamo tutti d’accordo, ma verso dove dovrebbe indirizzarsi l’esito di questa fatica quando molti scenari ecclesiastici appaiono immobili e privi di vitalità?

 Rimboccarsi le maniche non basta. Specialmente noi Italiani siamo fatti così. Generosi, pronti, specialmente nelle emergenze. No, ci occorrono visioni. Papa Francesco ama molto una espressione biblica: ci occorrono sogni. Sogni personali innestati su un sogno comune. Senza il secondo si restringono e poi svaniscono anche i primi. Non basta “fare”. Persino la carità potrebbe diventare retorica. Abbracciare il povero sconvolge il pensiero. Commuove. Muove cioè da dentro e muove tutto.

 Noi abbiamo bisogno che la realtà sposti le nostre idee. Ci metta gli altri davanti, facendoci alzare lo sguardo e guardare negli occhi chi rappresenta veramente altro. L’intruso, come lo definiva il filosofo francese Jean-Luc Nancy in un saggio di straordinaria bellezza e di capitale importanza, in cui il primo straniero si rivela essere non quello che viene da fuori, ma quello che già abita in lui. Essere incompleti non è una forma di debolezza, ma una legge di apertura, che è insieme di morte e di vita: “morire a sé stessi” – si diceva una volta – è la chiave per vivere di più. Non abbiamo mostrato ancora questo “vivere di più”. Forse non l’abbiamo realmente sperimentato.

 In tal senso l’esito della fatica di cui lei parla dovrebbe essere gioia. Questo è il punto a mio giudizio vertiginoso. Siamo una Chiesa che dà credito alla gioia, che sostiene chi genera gioia? Molte energie sembrano spese per difendere strenuamente ciò che è morto e nel combattere ciò che nasce. Chiacchiericcio, sospetto e non di rado interventi disciplinari minacciano ciò che, siccome vive, sembra mettere in ombra chi vita non ha.

 In tutti i gruppi umani esistono dinamiche di questo genere, ma è paradossale che chi vuol fare affari oggi sia attento a coltivare buone idee e qualità relazionali che la Chiesa stenta a riconoscere generative. È precisamente in questo, così come nella critica al capitalismo, che il laicato appare silenziato, invisibile, trattato ancora come se non fosse Chiesa. La distinzione clero-popolo di Dio, oltre a trattare il clero come se stesse di fronte e non dentro il corpo, impedisce un “rimboccarsi le maniche” efficace. E spegne i sogni. La via sinodale riguarda questo punto.

– La grande lezione dell’insegnamento sociale ci dice che la Chiesa è “esperta di umanità”. Tuttavia, non solo nel nostro Paese, i cattolici appaiono sempre più afoni e incapaci di produrre utilità sociale a partire dal messaggio evangelico. È possibile invertire la rotta?

 In troppe occasioni i cattolici non si dimostrano affatto esperti in umanità. Per l’importanza storica che hanno avuto nel rappresentare la Chiesa, va aggiunto che i preti e le persone consacrate non appaiono ai nostri contemporanei e in particolare ai giovani esperti di umanità, o portatori di un di più di umanità. Che ci piaccia o meno e che sia giusto o meno – la realtà è infatti sempre più ricca delle impressioni generali – oggi si pensa il contrario e cioè che la Chiesa cattolica rappresenti un vero e proprio dispositivo di blocco rispetto ai diritti delle persone, alla piena fioritura delle loro differenze, specialmente culturali e di genere, così come alla loro autodeterminazione.

 Non credo si tratti solo – come spesso si dice – di un problema di comunicazione. Il punto non è diventare più accattivanti, perché non abbiamo un prodotto da vendere. La Chiesa è “esperta di umanità” non per ciò che possiede, ma per ciò che la possiede: è l’umanità di Cristo il mistero di Dio. L’umanità di Cristo è tutto meno che ecclesiastica e infatti continua a sprigionare fascino. La Chiesa è credibile nella misura in cui se ne lascia affascinare non spiritualisticamente, ma operativamente. È esperta in umanità se – come hanno fatto i grandi missionari del passato e teologi come Agostino, Tommaso, Ildegarda, Ignazio, Teresa – assume e allarga la cultura in cui è inserita.

 La contemporaneità va amata. I seminari non possono essere il rifugio di chi la fugge o vi si trova a disagio. Nel mio libro cito un’intervista al cardinale Ravasi in cui Gesù è descritto così: «La mia convinzione è che egli fosse una figura simile a spugna, uno di quelli che riescono a filtrare e a comprendere percorsi diversi, un uomo molto sensibile alle atmosfere e per questo capace di conoscere con precisione le tipologie fondamentali del suo mondo, entrando però anche in polemica con esse, il che dimostra che era non solo recettivo ma anche creativo. Anzi, io direi che proprio questa era la sua grandezza». Si dovrebbe poter descrivere così anche la Chiesa che si definisce suo Corpo.

www.tuttavia.eu

*Rocco Gumina insegna Religione nell'Arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.