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martedì 7 ottobre 2025

CON PAROLE PRECISE


BREVIARIO

DI 

SCRITTURA CIVILE 

Occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è un lusso da intellettuali o una questione accademica. È un dovere cruciale dell’etica civile.

Non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza.

Sono parole del filosofo John Searle, teorico del rapporto fra linguaggio e realtà istituzionali. Le società vengono costruite e si reggono essenzialmente su una premessa linguistica: sul fatto, cioè, che dire qualcosa comporti un impegno di verità e di correttezza nei confronti dei destinatari. Non osservare questo impegno mette in pericolo il primario contratto sociale di una comunità, cioè la fiducia in un linguaggio condiviso.

L’antidoto è la scrittura civile, cioè quella limpida e democratica, rispettosa delle parole e delle idee.

Scrivere bene, parlare bene, in ogni campo, ha un’attinenza diretta con la qualità del ragionamento e del pensiero.

 Implica chiarezza di idee da parte di chi scrive e produce in chi legge una percezione di onestà.

Con parole precise

Breviario di scrittura civile

Gianrico Carofiglio

Edizione: 2025
Pagine: Array
Collana: i Robinson / Letture
ISBN carta: 9788858122020
ISBN digitale: 9788858127001
Argomenti: Attualità culturale e di costume

domenica 8 dicembre 2024

SBAGLIANDO ...S'IMPARI

 

Esercizi 

per mettere alla prova

 il proprio italiano

 

 Esiste il plurale di "latte"? Che cosa vuol dire "onusto"? E "mullo", invece?

Da quale lingua straniera deriva "babbuino"? È più corretto scrivere "tutt'ora" o "tuttora" oppure vanno bene entrambe le forme?

 Si dice "àmaca" o "amàca"?

Se non sapete rispondere a queste domande non disperate, è normale.

Se, invece, non avete dubbi, non preoccupatevi perché l'Accademia della Crusca ha pensato e formulato altre centinaia di esercizi che troverete in queste pagine e su cui potrete testare la vostra effettiva conoscenza della lingua italiana. Esercizi di grafia e di pronuncia, domande di etimologia, quiz sulla punteggiatura e sulla subordinazione, su modi di dire e neologismi...

 Ma "Sbagliando s'impari" non è semplicemente un eserciziario, è un manuale pratico per correggere e migliorare il proprio italiano. In ognuna delle quattro sezioni (Pronuncia e Ortografia, Morfologia, Sintassi e Testualità, Lessico), infatti, gli esperti dell'Accademia della Crusca, prima di invitarci a metterci alla prova, forniscono riflessioni, indicazioni, risposte, spiegazioni ai vari quesiti che ci troviamo ad affrontare sugli usi scritti e parlati della lingua italiana.

Del resto, la nostra lingua è un essere vivente: è complessa, meravigliosa, sfuggente e proprio per questo è quasi impossibile da conoscere in ogni sua minima sfumatura, in ogni regola, eccezione e in ogni storia che l'ha resa quella che parliamo e scriviamo tutti i giorni.

Per farlo c'è solo un modo: mettersi alla prova, anche correndo il rischio di sbagliare.

 

di Accademia della Crusca (Autore)

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mercoledì 8 maggio 2024

LE PAROLE SONO IMPORTANTI

È in questa scommessa impossibile che vive il linguaggio: abbracciare una volta per tutte il senso ultimo delle parole e non riuscirci mai. Eppure è proprio questa impossibilità di esaurirne il senso che ci spinge a ripeterle, a riempirle di significati che si rinnovano e che rispecchiano i nostri cambiamenti. È questo rivelarsi senza mai svelarsi che le rende eternamente affascinanti. Come la poesia.

G
iovane scrittore di grande talento Marco Balzano, già autore di numerosi romanzi, poesie e saggi, vincitore di diversi premi (Campiello, Elba, Flaiano, Volponi, finalista premio Strega), in questo libro porta la nostra attenzione sull’importanza dell’etimologia delle parole, veri e propri fari per comprenderle e usarle in modo più consapevole. 
Seguendo questa direzione, possiamo scoprire di poter ampliarne la gamma di significati, conoscerne la storicità – che può sorprendere quando è in antitesi con quella originaria – senza rinchiuderla in visioni stereotipate. 
Un percorso per aprirsi, come nella poesia, alla tridimensionalità dei termini, rispettandone l’indipendenza e la vita.


Le parole sono importanti. Dove nascono e cosa raccontano.
di Marco Balzano
Einaudi, 2023


sabato 10 giugno 2023

PENSARE E DIRE


 Pensare e dire… coscienza e parresia: due dimensioni essenziali dell’essere e del relazionarsi. 

Con un taglio esperienziale e pratico si indicano qui percorsi che aiutino a rivisitare il proprio vissuto: i pensieri che lasciamo abitare in noi e le parole che transitano per le nostre labbra.

- di Sabino Chialà*

        

Nel Nuovo Testamento osserviamo una situazione diversa, ma in continuità con quanto già esaminato. Il sostantivo greco synéidesis nei vangeli è quasi del tutto assente. L’unica ricorrenza è in una variante attestata solo da alcuni manoscritti per l’episodio della donna adultera condotta a Gesù, in cui leggiamo a proposito degli accusatori della donna: “Quelli, udito ciò [variante: “e accusati dalla loro coscienza”], se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” (Gv 8,9).

Gli evangelisti non mettono mai sulla bocca di Gesù il termine “coscienza”. Tuttavia, come osservato nell’Antico Testamento, molte volte è il termine “cuore” a svolgerne la funzione. Penso in particolare all’episodio dell’uomo dalla mano paralizzata, guarito da Gesù nella sinagoga in giorno di sabato. Alla fine della scena, l’evangelista riferisce che Gesù resta irritato e rattristato “per la durezza dei loro cuori” (Mc 3,5). Qui è evidente che “cuore” sta per coscienza: i presenti, infatti, non hanno usato la propria coscienza per giungere a quel discernimento cui Gesù è giunto decidendo di guarire l’infermo. Quante volte poi Gesù si appella alla coscienza dei suoi interlocutori!

Ad esempio, allorché interrogato non offre una risposta diretta, ma propone una domanda o una parabola, per stimolare così la coscienza dei suoi interlocutori, ed essi trovino da sé stessi e in sé stessi la risposta.

A chi si rifiuta poi di mettere in gioco la coscienza, Gesù nega la propria parola, ritenendola inutile. Emblematico è il caso dei capi religiosi che lo interrogano sulla sua autorità: “Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?” (Mc 11,28). Gesù risponde interpellando la loro coscienza: “Vi farò una sola domanda. Se mi risponderete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi” (Mc 11,29-30). Gesù interpella il loro discernimento, ma i capi decidono di non farne uso, preferendogli il calcolo di convenienza: “Se diciamo: ‘Dal cielo’, risponderà: ‘E perché allora non gli avete creduto?’. Diciamo dunque: ‘Dagli uomini?’. Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: ‘Non lo sappiamo’” (Mc 11,31-33). Per cui Gesù risponde: “Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose” (Mc 11,33). A chi rifiuta di usare la coscienza, vale a dire che non è disposto a lasciarsi coinvolgere in profondità, Gesù nega la propria parola, non per ripicca, ma perché la ritiene inutile e condannata all’inefficacia.

La situazione muta sensibilmente con la letteratura paolina e gli altri scritti del nt, che invece fanno uso abbondante del termine synéidesis, per un totale di una trentina di occorrenze.

Paolo insiste particolarmente sul tema della coscienza come luogo interiore e centro propulsore dell’attività umana. Una coscienza che egli definisce ora buona (cf. 1Tm 1,5.19; Eb 13,18; 1Pt 3,16.21) e pura (cf. 1Tm 3,9; 2Tm 1,3; At 24,16), ora cattiva (cf. 1Tm 4,2; Tt 1,15). Per l’Apostolo essa è innanzitutto il luogo della verità più profonda dell’essere umano: ritorna infatti più volte su quella che egli chiama la “testimonianza” che la coscienza dà all’uomo (cf. Rm 2,15; 9,1; 2Cor 1,12), indicandogli il valore delle sue azioni. La coscienza è dunque vista in prima istanza come il luogo del dialogo interiore, del confronto “interno”.

Essa però è anche il luogo del dialogo con Dio, nello Spirito santo che si rivela nella coscienza dell’uomo e che con essa coopera, e ospita anche il dialogo autentico con l’altro. A questo proposito merita menzione il fatto che nella Prima lettera ai Corinti Paolo invita a rispettare la “coscienza dell’altro” (cf. 1Cor 10,29; cf. anche 2Cor 4,2), soprattutto del debole (cf. 1Cor 8,7-12). La vera comunicazione è da coscienza a coscienza, da profondo a profondo, come egli afferma appellandosi alla coscienza dei suoi interlocutori: “A Dio siamo ben noti, e spero di esserlo anche alle vostre coscienze” (2Cor 5,11).

 *Sabino Chialà - "Pensare e Dire" Edizioni Qiqajon

Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

 Alzogliocchiversoilcielo

giovedì 29 settembre 2022

PARLARE CON IL CUORE

 


Tema del Messaggio del Santo Padre Francesco per la 57.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

 

[B0720]

 

Testo in lingua italiana

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua spagnola

Questo il tema che il Santo Padre Francesco ha scelto per la 57.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebrerà nel 2023:

Testo in lingua italiana

Parlare col cuore: Veritatem facientes in caritate (Ef 4,15)

Il tema si collega idealmente a quello del 2022, “Ascoltare con l’orecchio del cuore”, e vuole inserirsi in particolare nel cammino che condurrà tutta la Chiesa alla celebrazione del Sinodo di ottobre 2023. Parlare con il cuore significa “rendere ragione della speranza che è in noi” (cfr 1Pt 3,14-17) e farlo con mitezza, utilizzando il dono della comunicazione come un ponte e non come un muro. In un tempo contraddistinto – anche nella vita ecclesiale – da polarizzazioni e dibattiti esasperati che esacerbano gli animi, siamo invitati ad andare controcorrente.

Non dobbiamo temere di affermare la verità, a volte scomoda, che trova il suo fondamento nel Vangelo ma non dobbiamo disgiungere questo annuncio da uno stile di misericordia, di sincera partecipazione alle gioie e alle sofferenze dell’uomo del nostro tempo, come ci insegna in modo sublime la pagina evangelica che narra il dialogo tra il misterioso Viandante e i discepoli di Emmaus.

Oggi, nel drammatico contesto di conflitto globale che stiamo vivendo, è quanto mai necessario l’affermarsi di una comunicazione non ostile. Una comunicazione aperta al dialogo con l’altro, che favorisca un “disarmo integrale”, che si adoperi a smontare “la psicosi bellica” che si annida nei nostri cuori, come profeticamente esortava San Giovanni XXIII, 60 anni fa nella Pacem in Terris. È uno sforzo che è richiesto a tutti, ma in particolare agli operatori della comunicazione chiamati a svolgere la propria professione come una missione per costruire un futuro più giusto, più fraterno, più umano.

WWW.VATICAN.VA



lunedì 27 giugno 2022

PARLARE A VANVERA. CONVIENE?

 Se dici ciò che vuoi, 

devi ascoltare in risposta ciò che non vuoi.

 Quintiliano

 Ci sono persone che sono pronte a perdere un amico o a rovinarsi una reputazione pur di non tralasciare una battuta fulminante. Di simili situazioni era già consapevole l’antichità classica che aveva coniato delle frasi come questa di Quintiliano che stigmatizzava il propositum potius amicum quam dictum perdendi (che è appunto quello che dicevamo). Qui, sempre in questa linea, suggerisco invece un proverbio greco che ho sopra tradotto e che in antico italiano rimato era stato reso così: «Chi dice quel che non dovria, sente quel che non vorria». In pratica è una variante del nostro «rendere pan per focaccia» o, come ancora ironizzavano gli antichi greci, è un «io ti dico aglio e tu mi rispondi cipolla».

 A proposito di questa realtà, che riguarda le nostre relazioni con gli altri, vorrei mettere l’accento su un tema, l’autocontrollo. Con la scusa di evitare complessi, sensi di colpa, condizionamenti esterni e così via, si è introdotto un tipo di educazione che, a partire dal bambino, cerca di lasciare libero sfogo alle reazioni primarie. Certo, è giusto evitare ipocrisie e formalismi eccessivi, ma è anche vero che dal cuore e dalla mente dell’uomo escono anche pulsioni oscure, istinti brutali, parole armate, pensieri aggressivi. 

Soppesare il discorso e le azioni diventa, quindi, una scelta di sapienza, un esercizio che è bene espresso dal Salmista: «Veglierò sulla mia condotta per non peccare con la mia lingua, porrò un freno alla mia bocca» (Salmo 39,2). Altrimenti, una volta fuggita dalle labbra, quella parola offensiva inizierà il suo cammino che non sarà certo inoffensivo, anche per chi l’ha detta.

 G. Ravasi,
Breviario laico
, Mondadori

martedì 12 gennaio 2021

INFLUENZA DELLE PAROLE

 "In situazioni come quella in cui ci troviamo le parole giuste possono salvarci la vita".

- Mai come in questi giorni ci siamo resi conto di avere una vita tra le parole: partendo da questa costatazione, Giuseppe Antonelli in L’influenza delle parole, pubblicato da Solferino-Corriere della Sera, analizza la situazione presente dal punto di vista del linguaggio e dei suoi mutamenti. 

Da storico della lingua italiana, Antonelli traccia un vocabolodiario dell’attuale pandemia, all'inizio definita pubblicamente “’influenza” o peggio “influenza cinese” con disastrosi effetti di sottovalutazione della sua pericolosità e invasività. Da quando il Covid è entrato nel nostro immaginario collettivo si è scatenato nei media il ricorso a metafore belliche: dalla "guerra da combattere" all’uso di parole come "trincea", "fronte", "nemico", "eroi". La sua portata globale ha spinto ad usare una serie di termini validi per tutto il mondo e quindi si è attinto a vocaboli inglesi come "lockdown", "droplets", "cluster", "screening", ma si è anche esagerato, coniando espressioni come “smart working” che si usa solo in Italia e che è a tutti gli effetti un “telelavoro”. 

Ci sono state anche parole che hanno cambiato significato o sono state riportate al significato originario: positivo è ora qualcosa di terribilmente minaccioso, del virus si era quasi dimenticalo che era un termine medico e si pensava a quello che attaccava il computer. Come ci insegna Antonelli, riflettere sulle parole aiuta a riflettere sui comportamenti e sulle responsabilità individuali: qualcosa a cui ora più che mai non ci si può sottrarre.

La speranza è che tutto questo abbia cambiato anche il nostro rapporto con la lingua: che possa aiutarci a comprendere meglio lo sfaccettato spessore delle parole e insegnarci, magari, a trattarle con un’altra cura. Il che vale – a maggior ragione – per chi ha voce in capitolo nel dibattito pubblico: non solo i politici, ma tutti gli intervistati e gli intervistatori, tutti gli opinionisti, tutti quelli che appunto possono (o vogliono, o ambiscono a, o rischiano di) influenzare gli altri. Sarebbe bello se l’esperienza che stiamo vivendo potesse lasciarci in eredità questa nuova consapevolezza. 


 

Giuseppe Antonelli è professore ordinario di Storia della lingua italiana all’Università di Pavia e collabora con il Corriere della Sera, per cui ha curato la collana «Le parole dell’italiano». Tra i suoi ultimi libri: Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica (Laterza 2017) e Il museo della lingua italiana (Mondadori 20202).



 

 

venerdì 19 luglio 2019

UN GIOVANE SU TRE PARLA E SCRIVE MALE L'ITALIANO. PERCHÉ ?

“Vi spiego perché un giovane su 3 non sa l’italiano”: Francesco Sabatini (Accademia della Crusca) commenta i risultati del test Invalsi
Intervista al presidente onorario della prestigiosa istituzione linguistica: "Le parole ci aiutano a capire chi siamo e il mondo in cui viviamo. 
In Italia non è la lingua a godere di poca salute, ma quelli che la parlano. 

Difficile correggere gli errori negli adulti, la chiave è a scuola nella formazione dei docenti"

“La lingua è dentro di te, tu sei tra le sue braccia”, recitano i Pensieri casuali sulla lingua di Mario Luzi. E uno che per tutta la vita si è fatto abbracciare volentieri dalla sua lingua, l’italiano, è il linguista nonché attuale presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini. La sua rubrica in Rai “Pronto soccorso linguistico” da dieci anni risolve i dubbi grammaticali di milioni di spettatori, svelando i misteri della parola. Anche alla luce dei dati emersi dalle prove Invalsi, in esclusiva per TPI, Sabatini fa una diagnosi dello stato di salute della lingua italiana.
Qualche giorno fa, sono stati diffusi i dati delle prove Invalsi, che hanno evidenziato nuovamente i problemi dell’istruzione nel nostro Paese. Un ragazzo su tre, alle medie, non riesce a comprende un testo. In che stato di salute versa la lingua italiana?
Non è la lingua a godere di poca salute, ma quelli che la parlano! Per quanto riguarda la scuola il problema è ormai vecchio. L’insegnamento dell’italiano in Italia non è una cosa facile, perché veniamo da una storia che ha prodotto larghe masse di analfabeti. Per educare alla lingua ci sarebbe voluto un programma di governo molto più ampio, molto più preciso e scientificamente fondato. Questo non c’è mai stato. Certamente dall’Unità d’Italia si sono fatti dei passi avanti, ma la formazione del docente di italiano è la chiave principale e anche il lato più oscuro della vicenda. L’insegnante deve comprendere i meccanismi della lingua e come essa funziona. C’è stata e c’è tuttora una formazione inadeguata. Ripeto, da un lato le masse di analfabeti, dall’altro l’ostacolo rappresentato dai dialetti, fanno di questa faccenda qualcosa di molto serio.
Ancora una volta viene fuori la frattura fra Nord e Sud, come si spiega nel 2019 una distanza così marcata nel nostro paese nel campo dell’istruzione?
Non è qualcosa di recente. Sono problemi che il Mezzogiorno si porta dietro da secoli. Pensi che ho lavorato a delle indagini sulla diffusione delle tipografie in Italia nel 1400 e nel 1500. Da Roma in su erano presenti ben il 90 per cento delle tipografie, soltanto il 10 per cento al Sud. Significherà pure qualcosa che al Nord si scriveva e si leggeva di più e al Sud meno. Questo fa riflettere anche sull’oscurantismo del Regno di Napoli e del Regno delle due Sicilie…
C’è chi, anche fra gli insegnanti, non ritiene l’Invalsi uno strumento adeguato di diagnosi. Lei cosa pensa a riguardo?
Un istituto che conduca queste indagini con dei test è necessario. Possono essere test più appropriati alla realtà, più adeguati, ma il fallimento delle capacità degli alunni si vede anche senza le prove Invalsi. Inutile attribuire colpe all’Invalsi. La realtà è chiara [Uno studente su tre non capisce un testo in italiano: gli allarmanti risultati dei test Invalsi].
Leggendo attentamente i dati, si scorge comunque un miglioramento rispetto allo scorso anno. Il Miur ha annunciato una serie di assunzioni che andranno a ringiovanire la classe docente nei prossimi anni. C’è un consiglio che si sentirebbe di dare a un aspirante docente di lettere o di materie umanistiche?
Se non ha studiato linguistica italiana, se la studi a fondo. È questa la disciplina che forma il docente di lettere. La linguistica italiana, non la storia della letteratura, che è un altro capitolo, una cosa diversa. Purtroppo le nostre università fino a quarant’anni fa non avevano insegnamenti linguistici, ma solo letterari. Con quelli soltanto non si insegna bene l’italiano. Questo è il mio consiglio: studiare libri di linguistica, attività che si può svolgere anche da soli.
Nel suo libro “Lezione di italiano. Grammatica, storia, buon uso” (Mondadori, 2016) ha spiegato che l’italiano è una lingua che, a differenza di molte altre, ha avuto solo da poco una sua più piena funzionalità. Ci può dire di più?
Abbiamo una lingua antica, nobile, ricca, ma per letterati e poeti. La lingua vive e diventa facile da imparare quando è usata dalla massa dei parlanti nella comunicazione orale. Una lingua usata per secoli soltanto in letteratura non ha quelle scioltezze, quelle prontezze che la rendono adatta a tutti, sia nel parlato che nello scritto. Per questo ritorna la questione di una formazione più forte, più scientifica del docente di italiano.
Il linguaggio rapido e abbreviato dei social network, diffuso in particolare fra i più giovani, può danneggiare in qualche modo il corretto uso della lingua?
È un modo come un altro, molto ridotto, molto scheletrico che sicuramente non serve a migliorare le capacità dell’alunno. Illudersi che si possa comunicare con una quindicina di parole in un messaggino è un errore. D’altronde, è un problema ineliminabile perché è ormai il modo di comunicare di tutti. È il docente che deve intervenire per far in modo che non prevalga lo stile usato su questi mezzi. Affidarsi completamente agli strumenti non umani per la scrittura induce a un ritardo nell’acquisizione delle capacità personali e cognitive. Un primo passo, ad esempio, è quello di insegnare nella scuola primaria a scrivere con la mano. Poi viene la grammatica. Ma la mano prima! È un’illusione di comodità fidarsi del correttore del computer.
E cosa pensa della moda sempre più in voga di utilizzare anglicismi, anche quando non ce n’è bisogno?
Un altro aspetto della debolezza, della confusione, della trascuratezza. Non per nazionalismo, ma la parola estera resta come un sasso in mezzo alla frase, senza collegamenti. Non ne conosciamo bene il significato. Nella lingua le parole si legano tra di loro, se io introduco una parola che non si lega alle altre, un nome che non si lega ai verbi o agli aggettivi, resta lì appunto come un sasso fra i piedi. Sono a volte inevitabili, ma noi cediamo sempre più a questa tendenza credendo che questa nobiliti la nostra lingua. Così, impoveriamo la struttura della lingua italiana.
Ovviamente i problemi non riguardano soltanto i giovani. Di recente, si è parlato molto dell’analfabetismo funzionale, che interesserebbe circa la metà degli italiani. Persone che pur essendo in grado di capire testi molto semplici, non riescono a elaborare e a utilizzare le informazioni ricevute, ma anche individui che non sono in grado di distinguere una notizia di un blog satirico da un editoriale di un grande giornale. Come si può intervenire per correggere questi errori in un adulto?
È difficile perché ormai l’adulto è impegnato nella vita e non si rimette a studiare l’italiano. Anzi, di solito sentiamo dire che è meglio approfondire l’inglese perché più spendibile sul mercato del lavoro. Difficile che una persona adulta si rimetta a studiare la lingua madre. Ci si illude di risolvere i problemi studiando le altre lingue. La partita fondamentale si gioca con i giovani, dagli zero ai venticinque anni, comprendendo anche l’università come periodo di perfezionamento e apprendimento della lingua italiana. Perché l’università non dovrebbe continuare il lavoro delle scuole precedenti?
Heidegger sosteneva che riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché ogni pensiero deve presupporre la parola con la quale viene pensato. La conseguenza di non coltivare la parola è un mondo sempre più povero e più stupido?
Il linguaggio verbale è una scoperta che la specie umana ha fatto del proprio corpo, la scoperta che è diventata lo strumento per pensare. Se mi mancano le parole per definire uno stato d’animo mi manca l’orientamento; non è come per gli oggetti, se prendiamo in mano un martello, anche se non so cosa sia un martello, posso intuirne il suo utilizzo. Per la noia, per la preoccupazione, per la nostalgia, se non ho la parola non riesco a definire lo stato d’animo. Si nota che le persone che soffrono di alcuni mali, prevalentemente psicologici, se non hanno le parole per individuare la propria sofferenza, non riescono a curarla. Le parole sono strumenti per cogliere il significato e il funzionamento del mondo. Senza le parole non possiamo conoscere, le parole ci conducono verso la comprensione di noi stessi e degli altri.
Emil Cioran scriveva “non si abita un paese, ma si abita una lingua”…
Certo! Il paese è un ambiente naturale. Se io ho le parole per comprendere come questo ambiente è composto, come gli umani lo hanno modificato, io abito davvero quel paese, perché ne abito la lingua. Invece, se io mi trovo in luogo dove non capisco la vegetazione, il clima, o altre caratteristiche fondamentali, perché non possiedo le parole per descriverlo, mi ci trovo, sì, ma non lo domino. È un modo per dire che la lingua interpreta tutto: dalla cose concrete agli stati d’animo, dalle speranze ai dubbi. Senza le parole non possiamo guidare la nostra mente, non possiamo guidare le nostre azioni, se non a livello elementare. Questo ce lo spiegano la neurologia e l’antropologia, prima ancora della linguistica.







venerdì 9 febbraio 2018

IN ASCOLTO DELLA PROPRIA VOCE


Un piccolo libro di Chiara Guidi, regista e attrice, insegna che la grana dei suoni che produciamo, l’individuarla, il ricalibrarla, il rimetterla in asse, ci dà pace.

 di LISA GINZBURG

Impadronirsi della propria voce, conoscerla a fondo per modularla con destrezza, è tutt’altro che scontato. Comporta un lavoro di scavo interiore, sino al punto in cui dal timbro della nostra voce trapeli e divenga visibile (udibile) chi veramente siamo – i risvolti della nostra personalità, i più vibranti e segreti. Vidi anni fa Giving voices, un documentario su un metodo di lavoro sulla voce condotto dall’americana Kristin Linklater sull’isola di Stromboli, con un gruppo di attori di teatro impegnati nelle prove di una messa in scena delle Metamorfosi di Ovidio.
Colpiva il trasfigurarsi di quegli attori, vedere come la loro ricerca di una maggiore libertà nell’espressività vocale li stremasse, con il risultato di trasportarli verso una maggiore interezza nel lavoro; erano infine, dopo quelle pergrinazioni sonore, per davvero vicini a se stessi, e perciò molto più efficaci nelle loro interpretazioni. «Non passa giorno, o quasi, che io non riceva una qualche rivelazione, piccola o grande, sulla complessità, la resilienza e il mistero dell’esperienza umana e il suo riflettersi nella voce», Christine Linklater dichiarava nel suo La voce naturale (Elliot 2008). Sul tema ora scrive un intenso, piccolo libro Chiara Guidi ( La voce in una foresta di immagini invisibili; nottetempo, pagine 80, euro 20,00).
Guidi è stata cofondatrice del gruppo teatrale Societas Raffaello Sanzio; è regista e attrice. Come già la Linklater, lei anche esplora l’universo sonoro a partire dal medesimo paradosso: impossessarsi della propria voce per davvero (del suo timbro, in ogni fibra sonora) passa per un processo di distanziamento e di oggettivazione del suo suono. L’epifania della sua indagine, Guidi la data a un momento nel corso di uno spettacolo, quando in scena ha potuto “vedere” la propria voce – osservarla come tutt’a un tratto si staccasse da lei, per muoversi e da sola camminare sul palco. Dice della necessità di ogni voce di «liberarsi del peso delle parole». Racconta di quante voci esistano in una sola – come nella sua vita di attrice lei dentro sé ne abbia incontrate diverse, soavi o malvagie, carezzevoli o graffianti, dolcissime o feroci. Poiché usare la voce è anche mettersi dal lato di chi ascolta, immagina cosa sia l’udire sonorità umane per gli animali – qualcosa di non troppo diverso dalle percezioni sonore che un feto ha nel grembo materno. Scrive e riflette su quanto per un attore contino le visioni della mente, le stesse che poi lo rendono capace con le parole di «far vedere» ciò che lui stesso si è figurato.
Concentrata, precisa, così Chiara Guidi sta in ascolto della «presenza sonora delle cose»; e il suo libro è un piccolo trattato di meditazione, una riflessione sul rumore del mondo e sulla sua decisiva controparte, il silenzio. Quel vuoto di parole capace a sua volta di lasciare intorno a sé «scie sonore». Ogni voce è il suo silenzio, ogni intonazione implica contatto con qualcosa di se stessi, prima ancora che con il senso dei suoni. Nella babele da cui tante volte ci sentiamo assordati, un piccolo libro come questo, con la sua densità, nutre e rassicura.
Proprio come il silenzio. La grana della nostra voce, individuarla, ricalibrarla, rimetterla in asse, dà pace.




venerdì 19 marzo 2010

RAGAZZI SENZA PAROLE


Italianisti a confronto sul fenomeno della povertà linguistica delle giovani generazioni. Come ridurre il fenomeno?
Leggi : Ragazzi senza parole