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giovedì 19 marzo 2026

LA COSTITUZIONE

 


A 
SALVAGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA



- di Donato Mantoan

David Maria Turoldo, figura di spicco del cattolicesimo post-conciliare e antifascista, ha sostenuto una visione etica della Costituzione italiana, intesa come patto fondamentale tra persone e non solo come norma giuridica. Ha spesso criticato la mancata piena attuazione dei suoi principi democratici e sociali, difendendola come strumento di libertà.

I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:

Difesa e Applicazione: Turoldo considerava la Costituzione un traguardo fondamentale della Resistenza. Lamentava spesso che la Costituzione non fosse mai stata realmente applicata nel suo spirito più autentico, criticando chi proponeva modifiche senza averla prima attuata.

Centralità della Persona: In linea con l'Articolo 2 della Costituzione, Turoldo poneva al centro il valore della "persona" e la sua dignità, con una visione teologica e sociale che valorizzava la terra e la comunità.

Radicalismo Democratico: Come "coscienza inquieta della Chiesa", ha promosso un'interpretazione della Costituzione aperta al dialogo, alla giustizia sociale e all'ecumenismo, agendo da ponte tra valori religiosi e civili.

Critica al Potere: La sua visione era in linea con la necessità di vigilare sulle libertà democratiche, criticando i poteri forti e sostenendo l'industria di pace rispetto a quella di guerra.

Padre Turoldo, insieme ad altre figure come don Milani e padre Balducci, hanno fatto parte di quella cultura cristiana che ha visto nella Costituzione il quadro di riferimento per un impegno sociale e civile volto alla giustizia e alla legalità.



 

martedì 13 giugno 2023

UN'EPICA NUOVA PER EDUCARE ALLA LEGALITA'

 


Per educare 

alla legalità 

non servono

 le “stragi”

 ma un’epica nuova

 

- di Giorgio Ragazzini

 

Educazione civica e cultura della legalità a scuola: non basta ricordare gli omicidi eccellenti, né fare “navi della legalità”. Si studi ciò che hanno fatto gli uomini dello Stato

 La promozione nel Paese e in particolare nella scuola di una cultura della “legalità” (intesa come impegno almeno morale contro tutte le mafie) passa soprattutto attraverso la commemorazione delle vittime dei delitti e delle stragi di Cosa nostra. Certo, è importante e doveroso ricordare con gratitudine l’esempio di chi ha messo i propri talenti al servizio della collettività, spesso sapendo di rischiare la vita. Però sul piano che possiamo chiamare pedagogico sarebbe bene riflettere sull’effettiva efficacia di una “memoria” intesa come riproposizione in dosi massicce di tremendi spettacoli di morte e distruzione o delle numerose scene di omicidi “eccellenti” che si sono susseguiti nei decenni.

E questo non tanto per il rischio di assuefazione, che è sempre dietro l’angolo anche per gli argomenti più coinvolgenti della nostra storia, quanto piuttosto per il pericolo di creare, soprattutto nei ragazzi, un senso di impotenza e pessimismo di fronte all’efficienza criminale della mafia; e tanto più se a questo si aggiunge (come nel caso della presunta “trattativa”) l’evocazione di collusioni dello Stato con la mafia, date per sicure da inchieste giudiziarie e da organi di stampa, e poi clamorosamente smentite di recente.

 È certamente per questo che nelle scorse settimane il Presidente della Repubblica ha sentito la necessità di dire, fra l’altro, che “fare memoria però non è soltanto un omaggio doveroso a donne e uomini di grande valore. La memoria di Falcone e di Borsellino comprende, per noi, la ribellione civile all’oppressione mafiosa che, da quei drammatici giorni, da Palermo e dalla Sicilia, ha avuto un enorme sviluppo. Comprende la reazione dello Stato che ha condotto a successi importanti. Comprende le riforme legislative e ordinamentali che sono state adottate proprio seguendo le intuizioni e le proposte di Falcone e Borsellino”.

 Con queste parole Mattarella prende chiaramente le distanze sia da una memoria a una sola dimensione (con gli effetti indesiderabili richiamati sopra), sia dall’idea che le istituzioni a cui spetta la lotta alla criminalità debbano per forza essere oggetto di diffidenza da parte dell’opinione pubblica; e ne rivendica invece i “successi importanti”.

 Si spera che questo richiamo non venga lasciato cadere, ma orienti in una direzione più utile sia i media che la scuola, in modo da dare rilievo soprattutto a quello che si è fatto e che si sta facendo contro la mafia, ovviamente anche sulla scorta del prezioso lavoro svolto dai tanti che proprio per questo sono stati assassinati. Lasciamo perdere le iniziative solo di parata, tra cui le “navi della legalità”, che coinvolgono una microscopica percentuale degli studenti e per di più costano molto.

 Facciamo conoscere invece, solo per fare qualche esempio, le eccellenti indagini del vicequestore Ninni Cassarà e dei suoi collaboratori che fruttarono il primo organigramma completo di Cosa nostra; le intuizioni e l’iniziativa legislativa di Pio La Torre, che indicò la strada dell’illecito arricchimento come via maestra per le indagini sulla mafia; e naturalmente le idee innovative e il grande lavoro di Giovanni Falcone, che riuscì a ottenere dal suo rapporto con Tommaso Buscetta rivelazioni di incalcolabile importanza; sulla base delle quali metterà in piedi il processo in cui furono condannati 346 imputati, per un totale di 19 ergastoli e 2.265 anni di carcere. Presentiamo ai ragazzi la lotta contro la mafia per quello che, di fatto, è: un’epica dei nostri giorni, con battaglie vinte e perse, con eroi vittoriosi che poi soccombono, ma dopo aver colpito duro e aver lasciato, per chi viene dopo, una preziosa eredità di idee e di esperienze.

 

Il Sussidiario


giovedì 23 febbraio 2023

DON MILANI. EDUCAZIONE ALLA LEGALITA' E ALLA POLITICA


Educazione alla legalità e educazione politica nella scuola, 

nella Lettera ai Giudici 

di don Milani

 

- di Luciano Corradini *

 

La "lezione" fatta ai suoi ragazzi e scritta con loro, indirizzandola a "una professoressa", si dilata e assume un vasto respiro etico e civile nella Lettera ai Giudici e nella Risposta ai cappellani militari toscani, raccolte sotto il Titolo L'obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani (1965). Si tratta di un testo, in tutto un'ottantina di pagine, di grande valore etico, religioso, storico, civico, giuridico e politico, concentrato in un dialogo a distanza, nel corso di un'azione giudiziaria, con i cappellani militari e con i giudici, scritto, per la sua parte, da un giovane gravemente ammalato, che argomenta la sua difesa come maestro e come sacerdote.

Viene spontaneo accostarlo a Socrate. Oltre che per la drammaticità della situazione e la lucidità dell'argomentazione, questi sintetici e densi discorsi sono esemplari per la loro chiarezza metodologica. Basti pensare alla famosa distinzione fatta nella LG: “La scuola è diversa dal tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e l’avvenire e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione)". (….) "E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i 'segni dei tempi', indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”. (pp.36-37)

E’ qui individuato con chiarezza il sottile confine fra l’educazione civica e l’educazione politica, come in altri passi fra l'educazione etica, l'educazione storica e quella giuridica; e fra la deontologia professionale e la profezia. La quale profezia non è vaneggiamento o pretesa di aver tutta la verità in tasca e di conoscere il futuro. Don Milani ammette che gli insegnanti vedono “solo in confuso” le cose belle che i ragazzi vedranno domani: e crede che gli insegnanti queste belle cose debbano “indovinarle negli occhi dei ragazzi”. Riconosce i suoi limiti, non insulta chi lo ritiene un vile, ma rivendica il diritto al rispetto e alla libertà d'insegnamento di ciò ritiene la verità, alla luce dei fatti, del Vangelo e della Costituzione.

Il leit motiv e l’incipit di queste certezze si trovano espresse in frasi come queste: "Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo. Cioè che vada bene per credenti e atei. Io lo conosco. Il priore me l’ha imposto fin da quando avevo 11 anni e ne ringrazio Dio. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto per minuto perché studiavo” (p.94). “Per esempio, ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. (LP,p.14)

Pensiamo alla crisi di motivazione dei giovani d’oggi e al coraggio di scrivere che un prete “impone” un fine elevato ad un ragazzo di 11 anni, e questo poi ringrazia Dio per questa imposizione, che gli ha aperto la mente. Woody Allen potrebbe chiedergli: e qual è il fine del prossimo? E che cosa hanno fatto i posteri per me? La risposta di Barbina è chiara e forte. I care, me ne importa.

"Ma questo, conclude don Milani, è solo il fine ultimo, da ricordare ogni tanto. Quello immediato, da ricordare minuto per minuto, è d'intendere gli altri e di farsi intendere".  Condizione per cessare il fuoco e far la pace. Più attuale di così…

* Luciano Corradini è professore emerito di Pedagogia generale nell’Università di Roma Tre. È stato docente nelle scuole secondarie, nel­le Università di Cosenza, Milano Statale, Bre­scia Cattolica e Roma La Sapienza, presiden­te dell’IRRSAE Lombardia, vicepresidente del CNPI (Consiglio nazionale della P.I.), con sette successivi ministri, sottosegretario alla P.I. nel Governo Dini, presidente dell’ARDeP, associazio­ne per la riduzione del debito pubblico, dell’AIDU (docenti universitari), dell’UCIIM (docenti medi).

 

sabato 25 settembre 2021

STATO E MAFIA, UNA VICENDA CHE C'INTERROGA

- di Giuseppe Savagnone *


 Alterne vicende giudiziarie

Ha destato reazioni contrastanti l’assoluzione piena dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, da parte della Corte d’assise d’appello di Palermo. Nella sentenza di primo grado, tre anni e mezzo fa, l’ex collaboratore e “braccio destro” di Berlusconi era stato condannato a dodici anni di carcere come «cinghia di trasmissione» tra i clan e gli interlocutori istituzionali, nella cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, volta a convincere la mafia a desistere dalla strategia stragista, in cambio di un’attenuazione dell’art. 41-bis che prevedeva il carcere duro per i boss.

Perplessità o in qualche caso sdegno si registrano nei commenti della sinistra, mentre esultano i giornali di destra.  «Una sentenza di verità», titola uno di essi. Altri parlano di una «bufala» finalmente smascherata e della fine di una «persecuzione».

Non sono molti, stranamente, a ricordare che in realtà Dell’Utri è appena reduce da una condanna a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, inflittagli nel 2013 dalla Corte d’Appello di Palermo e confermata nel 2014 dalla Corte di Cassazione, perché ritenuto il mediatore di un patto tra Berlusconi e la mafia siciliana. Pena ridotta a poco più di cinque anni e scontata in parte in carcere, in parte agli arresti domiciliari. L’ulteriore condanna, ora annullata, si aggiungeva a questa, ormai passata agli atti e consegnata alla storia.

Siamo dunque davanti a una vicenda giudiziaria da leggere in un contesto più ampio, che peraltro va ben al di là degli anni della Seconda Repubblica e che è il caso di ricostruire, senza fermarsi alle polemiche contingenti, alla luce di una storia che comincia con l’unità d’Italia. Perché in questo caso, come in tanti altri, il presente si capisce meglio alla luce del passato e una società senza memoria, come la nostra, rischia di non cogliere il senso più profondo di quello che sta vivendo.

Le radici del problema: come gestire l’unità d’Italia?

È la storia a dirci che, dopo l’unità, il problema dei rapporti tra Nord e Sud diventò drammatico. I governi della cosiddetta “Destra storica”, formati, dopo il 1861, da piemontesi e toscani, non capivano nulla della mentalità e delle esigenze del Meridione e concepivano l’unificazione come una proiezione su di esso della legislazione del Piemonte. Si era fatta l’Italia ma, secondo l’espressione di D’Azeglio, bisognava ora «fare gli italiani». Solo che si stentava a rinunziare a un modello univoco di unità e di cittadinanza, che era indigeribile da Roma in giù. Senza parlare dei disastrosi effetti che l’unità ebbe per le manifatture del Sud, travolte dal mercato unico, che le esponeva alla concorrenza vincente di quelle settentrionali.

Da qui il brigantaggio meridionale, affrontato con tremenda durezza grazie alla legge Pica. Da qui la ribellione di Palermo, nel 1866, repressa a cannonate dalla flotta italiana.

Il modello rigido di unità voluto dalla “Destra storica” costava insomma troppe lacrime e sangue e non funzionava. Da qui la proposta fatta dalla “Sinistra” (anche questa liberale), che vinse le elezioni del 1876 alleandosi con le classi dirigenti meridionali, a cui si prometteva un ampio campo autonomo d’azione, in cambio di una fedeltà sostanziale al nuovo Regno.

Si deve a questa alleanza se un ampio sottobosco di malavitosi al servizio dei notabili siciliani poté fiorire e consolidare il proprio potere incuneandosi tra la popolazione e lo Stato, percepito al Sud come lontano e minaccioso. Siamo alle origini prossime (quelle remote risalgono alla dominazione spagnola) del potere della mafia, che poté avvalersi anche di una tacita “alleanza” con la Chiesa, anch’essa emarginata dal nuovo sistema politico.

«Il ministro della malavita»

Tutto questo, naturalmente, richiedeva il mantenimento di un compromesso costante fra i governi liberali di Roma e questi centri di potere che operavano spesso oltre i margini della legalità, e che però erano utili per convogliare i voti e appoggiare i partiti di governo. Uno scambio di favori che funzionò. Al punto che ben due primi ministri del Regno, dopo la svolta, Crispi e Di Rudinì, furono siciliani. In un contesto che però si basava sull’abbandono del Meridione alle sue tendenze più regressive.

Si spiega così perché Giolitti, il più importante, forse, tra i nostri presidenti del Consiglio, autore di una politica innovativa che ha segnato una svolta nella nostra storia, sia stato però definito da Gaetano Salvemini, nel titolo di un suo libro, «il ministro della malavita» proprio per la sua compromissione con casi di clientelismo e di corruzione verificatisi nell’Italia del Sud.

La tacita convivenza tra Stato e Mafia, dal dopoguerra in poi

Non si può non tenere presente questa storia quando si parla di quella, già molto più vicina a noi, dei governi democristiani del dopoguerra. È famoso il caso dell’on. Andreotti, più volte presidente del Consiglio, finito sotto processo per associazione mafiosa. Tra le accuse rivolte all’uomo politico c’era quella di avere baciato, durante un suo viaggio in Sicilia, il boss Riina. Non so se l’accusa fosse vera – come è noto Andretti alla fine fu assolto (in parte per sopravvenuta prescrizione) –, ma è certo che il suo uomo di fiducia nell’Isola, Salvo Lima, svolgeva la funzione di “proconsole” e aveva stretti rapporti con la mafia (da cui infatti venne ucciso in un agguato, probabilmente per non aver rispettato gli accordi).

Non si trattava, peraltro, di un problema legato a una sola persona. Ancora una volta una stupefacente mancanza di memoria storica fa sì che si riversino solo su Andreotti le responsabilità di questa collusione con la mafia e non si ricordi che Lima, prima di essere andreottiano, aveva fatto parte, insieme a Vito Ciancimino e Giovanni Gioia, di un terzetto di spregiudicati politici legati ad Amintore Fanfani (anch’egli una grande personalità della storia della Democrazia cristiana).

A rendere più facile questa convivenza pacifica e perfino collaborativa tra uomini di governo e mafia sono state, a lungo, la sottovalutazione della gravità del fenomeno mafioso e una certa tendenza a valorizzarne, addirittura, la pretesa funzione di “forza d’ordine”, in una società come quella siciliana, in cui lo Stato non riusciva spesso ad avere il controllo del territorio.

È impressionante che ancora nel gennaio del 1955, il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Giuseppe Guido Loschiavo, in occasione della morte di Calogero Vizzini, ritenuto il vertice della gerarchia mafiosa, abbia potuto tranquillamente scrivere su una rivista giuridica: «Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura: è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, la Giustizia, e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi e ai fuorilegge (…) ha affiancato addirittura le forze dell’ordine (…) Oggi si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto alle leggi dello Stato e del miglioramento sociale della collettività». Lascio immaginare a chi legge cosa accadrebbe oggi se un alto magistrato scrivesse qualcosa di simile.

Non c’è da stupirsi, perciò, che una certa forma di “collaborazione” tra Stato e mafia si sia a lungo mantenuta e abbia dato luogo a una logica ricorrente, di cui naturalmente, finita l’era democristiana, ha verosimilmente fruito il nuovo potere berlusconiano. Qui il “proconsole” è stato – secondo la sentenza del 2014 – Marcello Dell’Utri. Con ottimi risultati: nelle elezioni del 2001 la Casa delle libertà fece, in Sicilia, un impressionante en plein, vincendo in tutti i sessantun collegi uninominali in ballo (20 al senato e 41 alla Camera). Un risultato che, per chi conosce l’ambiente umano dell’Isola, sarebbe inspiegabile senza l’aiuto dei “poteri forti” che controllano il territorio.

L’urgenza di un reale cambiamento culturale

Tutto questo, ovviamente, non implica alcuna critica alla sentenza della Corte d’assise d’appello di Palermo. C’è una “verità processuale”, che risulta da un complesso di fattori emersi nel giudizio, di cui il giudice deve tenere conto – carte, testimonianze, etc. – e che, in uno Stato di diritto, deve prevalere sulle convinzioni extragiudiziali presenti nell’opinione pubblica o nella mente degli stessi giudici.

La verità – nel nudo significato di questo termine, che implica una aderenza ai fatti reali – può non coincidere con quella accertabile nel processo. Ed è giusto che sia così. Solo negli Stati totalitari si può condannare qualcuno prescindendo dalle prove che si hanno contro di lui.

Peraltro, al di là del caso Dell’Utri, da quanto detto nascono domande inquietanti che riguardano il Meridione – in particolare ho presente la Sicilia –, il suo passato, ma soprattutto il suo presente e il suo futuro. Quella che emerge è la storia di un popolo che, pur con le sue grandi qualità umane, non è mai riuscito ad avere una vera coscienza del bene comune ed è rimasto in una certa misura prigioniero di logiche feudali e familiste, di cui la mafia è sta l’espressione criminale.

Il problema, perciò, non è solo Cosa Nostra, ma una mentalità, una cultura che l’ha alimentata e continua a essere presente, in forme meno eclatanti, nell’amministrazione pubblica, nell’esercizio dei diritti politici, nella vita quotidiana dei privati.

È da questa cultura che derivano molti mali del Sud. Non possono bastare i soldi del Recovery Fund a superarli – quanti finanziamenti, in passato (si pensi alla Cassa per il Mezzogiorno) sono andati a vuoto, sperperati o finiti nelle tasche dei mafiosi! –, se non sopravvengono un atteggiamento e uno stile diverso da parte delle persone.

Non mancano, per fortuna, persone e gruppi che lottano con tutte le loro forze per il cambiamento. Ma bisogna riconoscere che è una battaglia ancora lontana dall’essere vinta. È su questa battaglia culturale che oggi più che mai bisogna concentrarsi. Perché la politica, in Sicilia e in tutto il Sud, non sia più inquinata da logiche perverse che produrranno sempre, se non vengono corrette, i frutti avvelenati che nessuna sentenza di assoluzione può nascondere.

 

*Ufficio Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

 

domenica 16 agosto 2020

L'ONESTA' DEL POLITICO ......


Non solo legalità

-        di Giuseppe Savagnone

Il caso dei “furbetti” – deputati e amministratori pubblici – che hanno chiesto il bonus assegnato dal governo per sostenere i lavoratori indipendenti colpiti dalla crisi del coronavirus, ha dato luogo a fiumi di commenti. Non mi sembra però che, al di là dell’indignazione, sia emerso pienamente il suo significato per la comprensione della politica.
In realtà, al di là dei suoi aspetti scandalistici, questa vicenda evidenzia che il richiamo alla legalità, frequentemente indicata come supremo valore della vita pubblica, è insufficiente a definire lo stile di chi si trova impegnato in essa come rappresentante dei cittadini. I deputati e gli amministratori finiti nell’occhio del ciclone hanno ragione quando fanno notare di non aver violato nessuna legge e di rivendicare, da un punto di vista giuridico, la propria onestà.
Oltre il rispetto delle leggi
Eppure, è comprensibile l’ondata di indignazione che si è sollevata nei loro confronti in questi giorni nell’opinione pubblica, costringendo i rispettivi partiti a prendere – o almeno a dare l’impressione di prendere – misure drastiche nei loro confronti. Il punto è che a una persona incaricata – a livello nazionale o locale – di garantire il perseguimento del bene comune, non si chiede soltanto quel tipo di onestà che viene dichiarata in un’aula giudiziaria. Neppure quando – e non è sempre così – essa è certificata, oltre che dal gioco convenzionale delle regole processuali, anche da un effettivo rispetto delle leggi, come è in questo caso.
Non basta l’onestà
La stagione del populismo ci ha abituati a sentire esaltare l’onestà come il fondamentale requisito di chi vuole governare. È stato in nome della loro onestà che i populisti hanno ritenuto di dover sostituire la vecchia “casta”, a loro avviso corrotta. In realtà, l’esperienza di questi due anni ci dice che ad essi è bastato molto meno tempo di permanenza al potere per registrare, proprio su questo fronte, problemi analoghi.
Ma non è questo il punto. Il punto è che, come dimostra il caso del bonus anti-Covid, l’onestà da sola non significa nulla. La storia è piena di pessimi governanti che non si mettevano un soldo in tasca. Una buona politica richiede molto di più dell’onestà, o, se si preferisce, un genere diverso di onestà.
L’onestà del politico non è tale senza la dignità
Perché la politica – malgrado tutti gli sforzi del pensiero moderno, da Machiavelli in poi, per farne una pura tecnica, finalizzata alla conquista e alla conservazione del potere – mantiene ancora, ai nostri occhi, un segreto rapporto con il complesso dei valori che definiscono la nostra identità umana. E l’onestà di un politico non può prescindere da questi valori.
Ne è una prova il frequente appello alla dignità, risuonato in questi giorni come fondamentale argomento di denunzia nei confronti degli accusati. Nessuna norma è stata violata, ma la deputata della Lega che ha chiesto e ottenuto il bonus di 600 euro – dopo averlo definito sprezzantemente, in un suo intervento alla Camera, un’«elemosina» –, ha dato a tutti l’impressione di non essere stata, col suo comportamento, pienamente “onesta” e all’altezza del titolo di “onorevole” che formalmente le spetta come rappresentante del popolo italiano.
Il privato non si può scindere dal pubblico
Né, giustamente, è stato accettato dalla gente il tentativo, da parte di alcuni dei politici e amministratori coinvolti, di separare la loro funzione pubblica dalla loro vita privata, giustificando con i problemi di quest’ultima la loro scelta. Qualcuno ha tirato in ballo la mamma, qualcun altro i problemi economici della propria azienda.
Ma davvero chi assume una carica politica può rivendicare come “affari suoi” quello che fa come privato, al di fuori del suo ruolo ufficiale? Lo abbiamo sentito ripetere innumerevoli volte quando si trattava della discutibile vita privata di Silvio Berlusconi. Ma era falso allora e lo resta oggi. Fa piacere constatare che, finalmente, se ne stia prendendo atto.
La competenza del politico
La vicenda del bonus anti-Covid però dice che non è solo la dignità a qualificare l’onestà di un politico. Un fattore fondamentale è la competenza. Dove, con questo termine, non mi riferisco a una mera preparazione tecnica, che non è indispensabile a un governante (saprà circondarsi, per questo, di esperti del settore a cui è preposto), ma quella capacità, richiesta in modo specifico dalla sua missione, di fare scelte prudenziali appropriate, sulla base di una propria maturità culturale e morale, in vista del perseguimento del bene comune.
Una legge per sprecare i soldi
È questa competenza che sembra essere mancata nel caso in questione. Non dal lato dei profittatori, ma da quello del legislatore. Si può senz'altro infierire su chi ha sfruttato la legge senza pudore. Ma l’art. 27 del decreto “Cura Italia”, che prevede l’erogazione indiscriminata dell’indennità a tutti i titolari di partita Iva, senza alcuna limitazione di reddito, sembra scritto apposta per sprecare il denaro pubblico. E non soltanto in favore di politici e amministratori – questi sono quelli che sono stati messi alla gogna –, ma di tanti comuni cittadini che non avevano affatto bisogno di quei 600 euro e che se li sono presi perché, tanto, era lo Stato che li regalava! E questo in un momento in cui la crisi esige un’oculata gestione dei soldi e tutti parlano della necessità di spendere bene quelli che l’Europa sta per darci!
Tra l’altro, è stato osservato che i responsabili di questa clamorosa manifestazione di incompetenza politica sono stati ministri del partito che ha più gridato contro lo scandalo: quello dello sviluppo economico Patuanelli, quello del Lavoro Catalfo, il viceministro dell’economia Castelli. Con l’avallo del presidente del Consiglio Conte, espressione anche lui della stagione del populismo. Anche loro, certamente, “onesti”, ma non dell’onestà del politico, che implica la competenza.
La giustizia non è ignorare le differenze
E non è il solo recente provvedimento governativo che distribuisce sussidi a pioggia – dalla babysitter agli elettrodomestici, dall’auto al monopattino –, dando a poveri e ricchi indistintamente. In nome della tesi – assolutamente ideologica – che il solo soggetto a cui guardare è il “popolo”, concepito come blocco monolitico, al cui interno sarebbe ingiusto fare differenze. Come se ogni differenza fosse un’ingiustizia e non fosse al contrario sommamente ingiusto trattare allo stesso modo chi si trova in condizioni diverse.
Ancora un’onestà senza competenza
E il bello deve ancora venire! È di pochi giorni fa la notizia che a presiedere la commissione per le politiche dell’Unione Europea alla Camera – quella che dovrebbe aver un ruolo decisivo della programmazione e nella gestione del Recovery Found – sarà Sergio Battelli, 37 anni, titolo di studio terza media, fino alle elezioni del 2018 banconista in un negozio di animali.
Si diceva prima che un governante non deve per forza avere la competenza di uno specialista. Non è neppure indispensabile che la sua cultura sia attestata da un titolo di studio, anche se, in mancanza di altro, questo sarebbe già un segno di capacità di applicazione e di impegno intellettuale. Ma c’è una competenza politica che è frutto di maturità personale e di esperienza, e di cui bisogna aver dato in qualche modo prova, se la si vuole riconosciuta. Ora, quando, in un’intervista, gli hanno chiesto quali riteneva fossero i meriti che giustificavano una così folgorante carriera politica, l’on. Battelli ha risposto che, è vero, non aveva completato gli studi, però aveva sempre lavorato con onestà. Ancora una volta, l’onesta viene chiamata in causa come elemento decisivo per la politica.
Un futuro problematico
Forse, da parte di Battelli, sarebbe stato segno di questa onestà anche l’aggiungere che la nomina deriva dalla sua appartenenza alla corrente di Di Maio. Ma non è questo il punto più importante. Ciò che soprattutto urge, davanti a un simile scenario, è l’interrogativo che grava sul futuro di un Paese dove ad avere un ruolo pubblico determinante, in un settore decisivo, è una persona che, per la sua giovane età, per la mancanza non solo di titoli di studio, ma di studi, per la mancata dimostrazione di capacità (almeno finora), può vantare, per giustificare il suo ruolo, solo la sua (asserita) onestà – scissa, però, da una qualsiasi competenza, in qualsiasi modo dimostrata.
E ora?
Il problema ha anche una valenza educativa. Le scuole fra poco riapriranno. Ci sono problemi tecnici, ma ancora più drammatico, a mio avviso, sono i modelli educativi che noi proponiamo. Mi chiedo cosa potrei rispondere a un ragazzo che si appellasse all’esempio di Battelli per giustificare la propria svogliatezza nello studio e della sua volontà di non continuare gli studi. Finora gli si era detto che la cultura è fondamentale per andare avanti nella vita, che la società è in grado di distinguere e di premiare chi cura seriamente la propria cultura e acquista delle competenze. E ora?







domenica 4 agosto 2019

UNA MATERIA CHIAMATA EDUCAZIONE


CHE SIA CIVICA PER DAVVERO

di DANILO PAOLINI

In programma ci sono lo studio della Costituzione, delle istituzioni nazionali e dell’Unione Europea, la storia del Tricolore e del Canto degli Italiani, o Inno di Mameli. Ma anche l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, di cui finora, oltre ai lettori di Avvenire, in pochi purtroppo avranno sentito parlare con qualche continuità e profondità. E ancora tante altre tematiche fondamentali: da come diventare 'cittadini digitali' fino al rispetto dell’ambiente e all'educazione alla legalità.
Suona come un autentico 'libro dei sogni', la legge sulla reintroduzione dell’Educazione civica nelle scuole, approvata ieri in via definitiva dal Senato. 
E lasciamo stare il fatto che, secondo i critici, non lo sia affatto, visto che «mancano i fondi» (chi l’avrebbe mai detto) e che non ci sarà un insegnante dedicato, quindi la trasversalità rischia di disperdere e polverizzare i contenuti. Accantoniamo per un po’ queste osservazioni, che pure appaiono in tutto o in parte fondate, limitandoci all'auspicio che quel che c’è da migliorare venga migliorato. L’approvazione della legge resta infatti una buona notizia in sé. Non soltanto perché questo giornale sostiene da anni, accompagnando la battaglia disarmata di quel gran pedagogista che si chiama Luciano Corradini, la necessità di prevedere una seria Educazione civica nei programmi scolastici. Ma, in primo luogo, perché l’educazione civica, intesa come esercizio quotidiano, è una delle virtù di cui l’Italia ha bisogno e che tanti italiani sembrano aver perso per la strada in questi anni difficili. L’allarme rosso emerso dagli ultimi test Invalsi sul dilagare dell’analfabetismo funzionale tra i nostri studenti medi (non parliamo degli adulti, non per mancanza di dati statistici, ma per carità di Patria) va a braccetto con un analfabetismo civico, un deficit di cittadinanza, che è sotto gli occhi di tutti. E il disprezzo delle regole e delle norme, il bullismo (cyber e no), il sessismo, le discriminazioni di ogni genere, l’odio distillato goccia a goccia e assimilato quotidianamente, le fake news, sono figli dell’analfabetismo civico assai più che della non padronanza della nostra lingua.
Lo scopo dell’Educazione civica, come di altre discipline fondamentali (pensiamo alla Storia, alla Geografia) che in alcune scuole superiori vengono ormai incredibilmente trattate da materie 'minori', non è quello di sfornare adoratori acritici dello Stato, ma di formare – e Aldo Moro questo aveva in mente quando l’inventò nel 1958 – cittadini liberi, consapevoli dei propri diritti e doveri, rispettosi dei diritti degli altri e delle leggi. In grado, perciò, anche di contestarle o di cercare di cambiarle in maniera civile e democratica, le leggi, qualora non le ritengano giuste. «Conoscere per deliberare», è una celebre frase del presidente Luigi Einaudi che andrebbe recuperata e valorizzata, in un tempo in cui spesso delibera chi meno conosce.
Ma il voto di ieri al Senato è una buona notizia anche per come è arrivato: 193 voti favorevoli, 38 astenuti, nessuno contrario.
Alla Camera, in maggio, furono 451 i 'sì', 3 gli astenuti e zero i 'no'. Questo a dimostrazione che la politica può anche non essere il 'derby' permanente al quale ci hanno abituato la cosiddetta Seconda Repubblica e questa, sedicente, Terza. A dimostrazione, soprattutto, che il Parlamento conserva la sua centralità in quella che, fino a prova contraria, rimane appunto una Repubblica parlamentare.
Una bella lezione di Educazione civica, si direbbe, per i tanti (di ogni fazione) che da anni provano a smontare, neutralizzare o svilire tale istituzione, le sue funzioni, la rappresentanza del voto di tutti i cittadini (anche di quelli, per dirla con un gergo in voga, che hanno 'perso' le elezioni), l’autonomia dei singoli parlamentari «senza vincolo di mandato», come recita la Costituzione. Anche questo, speriamo, studieranno i nostri ragazzi. Il resto è una sfida che spetta alla scuola italiana. Una sfida decisiva, che non ci si può permettere di perdere: troppa è la strada da recuperare, troppi i cattivi esempi, troppi i pezzi da rimettere insieme.

da AVVENIRE

giovedì 17 gennaio 2019

ALTA FORMAZIONE PER DIRIGENTI E DOCENTI

AIMC / UNIVERSITÀ “FEDERICO II” di NAPOLI
Corsi di Alta Formazione -A.A. 2018/2019

Sono pubblicati il bando e gli allegati di ciascuno dei quattro Corsi di Alta Formazione che l’AIMC indice, di concerto con il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, nell'ambito dell’Accordo Quadro e dell’Accordo Attuativo del 28 dicembre 2018,
nell’A.A 2018/19 sui temi:

- “Cittadinanza attiva e legalità ”;
- “Educazione alla cultura economica ”;
- “Inclusione scolastica e sociale ”;
- “Leadership per la promozione del successo
formativo ”.

I corsi intendono proporre approfondimenti rispettivamente sui temi:
- società come luogo di attivazione di cittadinanza democratica e di promozione della legalità, nonché formare i cittadini italiani che siano allo stesso tempo cittadini dell’Europa e del mondo, stimolando lo sviluppo nell’uomo-cittadino dell’etica della responsabilità, del senso della legalità e dell’appartenenza a una comunità residente in un determinato territorio;
- principali concetti dell’economia politica così come sono approfonditi nel dibattito fra gli studiosi.
Saranno in particolare esaminati i temi della disoccupazione, dell’inflazione, del debito e deficit pubblico, dello sviluppo economico e della sua sostenibilità sociale, economica e ambientale;
- inclusione sociale con particolare attenzione all’inclusione scolastica e alla sua centralità per la costruzione di città-inclusive. Il percorso formativo sarà concentrato particolarmente sulle cause economiche, sociali e istituzionali dell’esclusione e sull’analisi delle politiche di inclusione con lo studio di buone prassi sia in ambito scolastico che sociale;
- importanza della leadership quale leva strategica dell’organizzazione e del management. Far acquisire o accrescere nei partecipanti gli strumenti di leadership per un’ efficace gestione del contesto lavorativo. Lavorare sulla leadership efficace che è dinamica, innovativa, richiede uno stile che ispiri, motivi, influenzi, sviluppi sia i risultati presenti sia quelli futuri. Aiutare i partecipanti a trovare in se stessi le qualità del leader . Individuare i comportamenti di leadership più efficaci nelle diverse situazioni gestionali (leadership situazionale). 
I corsi seguiranno un percorso altamente professionale, atto a fornire un aggiornamento di elevato profilo. 
Sono previste 60 ore circa, di cui 30 dedicate all'attività formativa in aula, 10 dedicate all'attività formativa e-learning e 20 di laboratori tematici, studi di casi specifici e consegna dell’elaborato finale.
L’attività didattica in aula si svolgerà presumibilmente un giorno ogni due settimane presso i locali del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” mentre l’attività formativa e-learning si svolgerà attraverso la piattaforma http://www.aimc.it/online/
La frequenza è obbligatoria. 
I corsi si concluderanno entro il 10 giugno 2019.
Per il conseguimento dell’attestato finale è necessario aver frequentato completamente l’intero percorso didattico del corso e superato la prova finale.
Il numero minimo per l’attivazione dei corsi è di 25 (venticinque) iscritti.
I bandi di concorso e relative graduatorie sono pubblicati presso il Dipartimento di Scienze Politiche in Via L. Rodinò, 22 e V ia Mezzocannone, 4 - 80138 Napoli nonché attraverso i siti del Dipartimento www .scienzepolitiche.unina.it e dell’ AIMC www .aimc.it.

Ecco i corsi:

CITTADINANZA ATTIVA E LEGALITÀ

EDUCAZIONE ALLA CULTURA ECONOMICA

INCLUSIONE SCOLASTICA E SOCIALE

LEADERSHIP PER LA PROMOZIONE DEL SUCCESSO FORMATIVO









martedì 22 maggio 2018

23 MAGGIO - INSIEME PER NON DIMENTICARE. L'ESEMPIO DEL CORAGGIO, IL VALORE DELLA MEMORIA

Il 23 maggio si celebra l’anniversario della morte di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, del giudice Francesca Morvillo, moglie di Falcone, e degli uomini delle loro scorte Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano.


Il XXVI anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio dedicato agli uomini e donne delle scorte “angeli” di Falcone e Borsellino
È nel nome degli ‘angeli’ del passato e del presente, degli uomini e delle donne delle scorte che hanno rischiato e rischiano quotidianamente la vita per proteggere servitori dello Stato come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che quest’anno si commemora il XXVI anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio in cui persero la vita i giudici Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti delle loro scorte Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Rocco Dicillo, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Claudio Traina. La manifestazione si svolge sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il Patrocinio del Senato della Repubblica.

Oltre 70.000 ragazze e ragazzi saranno coinvolti il prossimo 23 maggio in tutta Italia nelle iniziative di #PalermoChiamaItalia promosse dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dalla Fondazione Falcone. Iniziative che nel corso degli anni, a partire dal 2002, si sono arricchite di importanti contributi grazie agli accordi firmati con l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), consentendo di portare nelle scuole esperti e attività didattiche mirate alla diffusione della cultura del rispetto e della legalità.
Anche quest’anno il cammino verso la consapevolezza dell’importanza di una cittadinanza attiva e responsabile culminerà il 23 maggio a Palermo. Nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci migliaia di studentesse e studenti delle scuole e delle università ricorderanno il sacrificio dei servitori dello Stato morti per mano criminale. Le celebrazioni istituzionali si terranno nell’Aula Bunker dell’Ucciardone, luogo simbolo del Maxiprocesso a Cosa Nostra. Sono previste, poi, attività nelle piazze e nelle scuole della città. A Palermo ci saranno le studentesse e gli studenti siciliani, ma anche gli oltre mille ragazze e ragazzi che arriveranno, la mattina del 23 maggio, con la Nave della Legalità che salperà il pomeriggio del giorno prima dal porto di Civitavecchia, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. 
A bordo della Nave studentesse e studenti troveranno anche un “equipaggio” speciale composto da 50 giovani dell’Università degli Studi di Milano accompagnati dal loro docente, il professore Nando Dalla Chiesa, che parteciperanno a momenti di riflessione e attività sul tema della lotta alla criminalità organizzata. Il Prefetto Filippo Dispenza, vertice della struttura che assiste i familiari delle vittime di mafia e terrorismo della Polizia di Stato, illustrerà alle studentesse e agli studenti progetti sul tema della legalità. Sulla nave dibatterà con le ragazze e i ragazzi anche Claudia Loi, sorella di Emanuela Loi, agente della scorta di Borsellino. Il viaggio è reso possibile grazie alla collaborazione con Grandi Navi Veloci (GNV), società del Gruppo MSC, che mette a disposizione una delle sue navi.
Il “no” alle mafie verrà rilanciato il 23 maggio in 10 Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Puglia, Toscana e Umbria) da migliaia di studentesse e studenti in una sorta di “staffetta” a distanza. A coordinare le attività nelle città coinvolte saranno gli Uffici Scolastici Regionali.
“Il 23 maggio e il 19 luglio, date delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, sono anniversari importanti del nostro calendario civile – dichiara la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli – in cui ricordiamo donne e uomini che hanno perso la vita a causa del potere mafioso, mentre con profondo senso del dovere servivano lo Stato. Celebrare queste date è importante per rammentare a tutte e tutti noi come sia cambiata la vita civile e democratica del Paese dopo quella primavera e quell’estate del 1992. Farlo con le nuove generazioni è imprescindibile: ogni anno migliaia di studentesse e studenti, pur non avendo avuto esperienza diretta di quei terribili anni che hanno insanguinato l’Italia, mostrano apertura, curiosità, interesse, protagonismo e responsabilità e raccolgono la chiamata di Palermo a mostrare la loro opposizione alle mafie – a tutte le mafie – e alla criminalità organizzata. Queste giovani e questi giovani che, attraverso la scuola, diventano cittadine e cittadini attivi e consapevoli sono il miglior modo per onorare la memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e dei loro ‘angeli’, le loro scorte, per non disperdere i loro insegnamenti e il valore del loro impegno, per proseguire la loro battaglia per la legalità, la democrazia e la libertà”.
“Quest’anno dedichiamo la ricorrenza del 23 maggio agli agenti di scorta caduti negli attentati di Capaci e via D’Amelio – spiega la presidente della Fondazione Falcone, Maria Falcone -. Giovanissimi, spesso poco più che ragazzi, hanno questo in comune: erano uomini e donne dello Stato morti per aver fatto con coscienza il loro lavoro, così duro e pericoloso, fondamentale nella lotta alla mafia. Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano – gli ‘angeli delle scorte’, come amiamo chiamarli – sono da tutti noi ricordati per quel grande senso del dovere che li accomuna a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino. È questo l’insegnamento che viene dal loro sacrificio: l’antimafia, quella vera, esige che ciascuno agisca, quotidianamente, con onestà e onore. Il loro esempio è un monito per tutti noi, adulti e giovani, perché nessuno può considerarsi esente da questo imperativo morale”.
La commemorazione onorerà tutte le donne e tutti gli uomini delle Forze dell’Ordine che hanno sacrificato la vita nella lotta alle mafie. Questo anche attraverso la speciale collaborazione fra il MIUR, la Fondazione Falcone e la Polizia di Stato che nei mesi scorsi hanno bandito due concorsi dedicati agli “Angeli custodi: l’esempio del coraggio, il valore della memoria” per le scuole d’Italia e quelle di Palermo e provincia.
“La vera battaglia contro la Mafia non è solo combattere contro un’organizzazione criminale particolarmente pervasiva. È la battaglia per riaffermare i nostri diritti e le nostre libertà – afferma Franco Gabrielli, capo della Polizia – perché a volte pensiamo che i diritti e le libertà possano essere limitati soltanto da un oppressore straniero o da un’occupazione armata, ma ci sono forme di dipendenza e di soggezione molto più subdole e molto più invasive ma non per questo meno preoccupanti per la democrazia. Credo che il modo migliore per ricordare chi è morto nel nome di questi ideali e per questi valori, perché erano dei grandi giudici e dei grandi poliziotti, sia quello di avere coscienza di tutto questo”.

sabato 12 maggio 2018

#PALERMOCHIAMAITALIA, NAVE DELLA LEGALITÀ PRONTA A SALPARE: 70MILA STUDENTI CONTRO LE MAFIE

È dedicato agli uomini e alle donne delle scorte, eroi silenziosi che rischiano quotidianamente la vita per proteggere servitori dello Stato come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il tema della riflessione dei 70mila ragazzi di tutta Italia che saranno coinvolti nella commemorazione del 26esimo anniversario delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Nel nome degli “angeli custodi” del passato e del presente si svolgeranno tutte le iniziative promosse quest’anno dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dalla Fondazione Falcone.

Fra queste, la Nave della Legalità che salperà il 22 maggio prossimo dal porto di Civitavecchia con a bordo oltre 1.000 studenti che, insieme a magistrati e rappresentanti delle istituzioni, raggiungeranno l’indomani Palermo per unirsi a migliaia di altri giovani e dire “no” a tutte le mafie e alla criminalità organizzata. Un coro di voci che attraverserà il Paese grazie alle attività organizzate dagli Uffici Scolastici Regionali del MIUR che animeranno le Piazze della Legalità.

Le celebrazioni ufficiali nell’Aula Bunker dell’Ucciardone di Palermo, le iniziative nelle piazze e nelle scuole della città, i due cortei pomeridiani che il 23 maggio, nel pomeriggio, confluiranno sotto l’albero intitolato a Falcone, in via Notarbartolo, saranno il cuore pulsante di #PalermoChiamaItalia, manifestazione per commemorare i giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e le donne e gli uomini delle loro scorte, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Rocco Dicillo, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Claudio Traina. Ma tante altre saranno le manifestazioni spontanee in tutto il Paese.

Dal 2002 il MIUR e la Fondazione Falcone promuovono percorsi di educazione alla legalità nelle scuole di ogni ordine e grado. Progetti che trovano il loro culmine nelle commemorazioni del 23 maggio a Palermo. Negli anni questi percorsi si sono arricchiti di collaborazioni importanti con il coinvolgimento delle Forze dell’Ordine, con accordi firmati con l’Autorità nazionale anticorruzione, la Procura nazionale antimafia, il Consiglio superiore della Magistratura, l’Associazione nazionale magistrati, la Corte dei Conti.  Quest’anno, con la collaborazione della Polizia di Stato, è stato indetto il concorso “Angeli custodi: l’esempio del coraggio, il valore della memoria”, al quale hanno partecipato oltre 700 scuole italiane.

da Tuttoscuola


venerdì 16 febbraio 2018

PALERMOCHIAMAITALIA - PRESENTAZIONE INIZIATIVE PER IL XXVI ANNIVERSARIO DELLE STRAGI MAFIOSE

    
    Anche quest’anno #PalermoChiamaItalia e l’Italia risponde. Saranno circa 70.000 le studentesse e gli studenti che, il 23 maggio 2018, si uniranno per dire il loro “no” a tutte le mafie, partecipando alle iniziative organizzate in occasione del XXVI anniversario delle stragi di Capaci e di via d’Amelio. A presentare gli eventi e le attività in programma, lunedì 19 gennaio, alle ore 14, nella Sala della Comunicazione del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in viale Trastevere 76/A, ci saranno la Ministra Valeria Fedeli, il Capo della Polizia, Franco Gabrielli, la Presidente della “Fondazione Falcone”, Maria Falcone, la Presidente dell’Associazione “Quarto Savona Quindici”, Tina Montinaro, moglie di Antonio, agente della scorta del giudice Giovanni Falcone.
     Durante l’incontro sarà, inoltre, presentato il concorso “Angeli custodi: l’esempio del coraggio, il valore della memoria”, rivolto a studentesse e studenti delle istituzioni scolastiche italiane di ogni ordine e grado, statali e paritarie, per riflettere sul coraggio di donne e uomini della Polizia di Stato impegnati nei servizi di scorta, che difendono la vita degli altri mettendo a rischio la propria e per ricordare quanti hanno sacrificato la loro esistenza nell’adempimento del proprio dovere per difendere la giustizia, la legalità e la democrazia nel nostro Paese.
     Prenderanno parte alla conferenza stampa anche le studentesse e gli studenti dell’Istituto Comprensivo “Virgilio” e quelli dell’IPSSEOA “Amerigo Vespucci” di Roma che illustreranno un progetto, da loro realizzato, sul tema della legalità.
      #PalermoChiamaItalia è l’iniziativa  organizzata dalla Fondazione Falcone e dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per la commemorazione delle stragi di Capaci e via D’Amelio in cui hanno perso la vita i giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle loro scorte, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Rocco Dicillo, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Claudio Traina.

L’evento verrà trasmesso in diretta streaming sul sito www.miur.gov.it
Per accrediti stampa: uffstampa@istruzione.it


domenica 10 settembre 2017

MAFIA. GIU’ LE MANI DAL VANGELO!

Criminalità organizzata, corruzione e giustizia: da Giovanni Paolo II a Francesco, l’ipocrisia blasfema di chi uccide e delinque e poi va in chiesa senza rimorsi

                                                                                                                    di GIANFRANCO RAVASI

Intendiamo col termine “legalità” l’osservanza delle leggi, un capitolo estremamente vario nelle sue applicazioni perché deve calibrare l’incontro tra l’oggettività della norma e la soggettività della coscienza e dell’adesione del singolo. Si tratta di un incrocio spesso arduo nella sua concretezza, come insegna il tema dell’obiezione di coscienza che non è possibile affrontare ora nelle sue molteplici sfumature e implicazioni. Noi ci accontentiamo, invece, di sviluppare la questione con una premessa di indole generale e con una successiva applicazione particolarmente grave e rilevante che attiene al sistema criminale alternativo alla legalità. La premessa punta al legame tra etica e legalità, considerato dal punto di vista della morale. Mentre è evidente che alcune norme giuridiche sono cogenti anche in sede etica, possono esserci di primo acchito imposizioni legali prive di impatto morale. Tuttavia, anche in questo settore si possono registrare esempi significativi che ripropongono quel vincolo.
Facciamo un paio di esempi. Pensiamo innanzitutto al codice della strada che, a una prima impressione, può apparire solo come un regolamento legale asettico, apparentemente estraneo al dominio morale. Ma come non vedervi in azione anche una delle virtù cardinali, la prudenza? Una sua violazione grave, che conduce al cosiddetto “omicidio stradale”, rivela chiaramente che l’osservanza di quelle regole ha un rilievo non solo penale ma anche morale. Ancor più emblematico è il secondo esempio che suggeriamo, quello riguardante il sistema fiscale. Esso può sembrare solo una struttura politico-gestionale della cosa pubblica. Si tratta, invece, di una realtà che è finalizzata al bene comune e, come tale, ha implicazioni etiche.
Non era, perciò, corretta una prassi spesso in passato sostenuta anche in ambito teologico secondo la quale l’evasione o l’elusione fiscale era considerata merepoenalis, cioè un’imposizione che ricadeva soltanto sotto il regime della punizione legale e non aveva ridondanza morale. Si è, così, creato indirettamente anche quello scarso senso dello Stato, tipico di alcuni paesi a matrice cattolica. Certo da un lato, la corruzione politica cade già evidentemente sotto il marchio non solo della penalità ma anche della moralità. D’altro lato, però, essa non può costituire un alibi per l’evasione fiscale. L’osservanza delle norme tributarie è da san Paolo esaltata in modo netto e in chiave morale-religiosa nel paragrafo già citato della Lettera ai Romani (13,1-7), tanto che egli giunge al punto di affermare: «Pagate le tasse: quelli che sono incaricati dell’esazione sono al servizio di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, versate le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto» (13,6-7). Non si dimentichi che allora a capo dell’impero romano c’era Nerone.
Affermato il legame dell’etica col diritto attraverso i due esempi appena indicati, ora possiamo allargare la nostra considerazione su una grave questione spinosa, la coesistenza serena e persino codificata tra sacro e criminalità, una contiguità che trasforma la religione in un sostegno paradossale per giustificare l’illegalità e il delitto. In questo ambito svetta la realtà mafiosa, studiata secondo tale prospettiva da vari saggi, tra i quali spiccano quelli di Alessandra Dino, La mafia devota. La Chiesa, la religiosità, Cosa Nostra e di Salvo Palazzolo e Michele Prestipino, Il codice Provenzano. Siamo in presenza di un fenomeno registrato già dai profeti biblici che lo condannavano con veemenza.
Lapidaria è, al riguardo, una frase che Isaia mette in bocca a Dio: «Non posso sopportare delitto e solennità» (1,13). E il discorso divino proclamato dal profeta è molto articolato, giungendo al punto di denunciare come farsa sgradevole la ritualità del criminale, la sua preghiera ipocrita, le sue false devozioni, perché ben altro è il culto che Dio si attende: «Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia» (1,16-17). La religiosità dei mafiosi ignora questo che è il cuore della vera fede e, senza imbarazzo – come ricorda il citato magistrato Prestipino, che del tema è un grande esperto (potremmo dire in corpore vili) – si giunge al paradosso per cui «un killer di Cosa nostra, ogni volta che gli ordinavano di commettere un omicidio, prima si recava in Chiesa e pregava s. Rosalia perché lo proteggesse e perché l’azione andasse a buon fine e, dopo averla commessa, tornava dalla santa per ringraziarla del buon esito dell’azione ». Queste degenerazioni blasfeme e idolatriche si sono trasformate in un vero e proprio culto perverso tra i “narcos” del Messico con la venerazione della “Santa Muerte”, modellato sulla popolare Vergine di Guadalupe. Da noi le esemplificazioni sono più immediate, come attestano i “pizzini” religiosi ( sic!) di Bernardo Provenzano che citavano ininterrottamente Dio, Gesù Cristo e la divina Provvidenza o come si scopre attraverso gli altarini, i vari santini, persino le Bibbie e i testi spirituali, i libri di preghiere ritrovati nei covi o nei bunker dei mafiosi.
In realtà si tratta di una deformazione religiosa in cui la Chiesa deve ora porsi – e lo fa anche sotto lo stimolo delle staffilate di Giovanni Paolo II o di papa Francesco e delle testimonianze di figure come il beato don Pino Puglisi – in antitesi assoluta a questa che è in realtà irreligiosità e ipocrisia blasfema, divenendo una costante spina nel fianco di ogni forma mafiosa. Questa scelta può essere anche una catarsi per certe connivenze del passato quando alcuni pastori in anni di guida di una diocesi o parrocchia non osavano pronunciare mai la parola “mafia” o “’ndrangheta” o “camorra”, oppure quando parroci, come ricordava Alessandra Dino nel suo saggio, ai funerali di un capo-mafia non esitavano ad appellare alla «giustizia divina, la sola che non sbaglia e alla quale nessuno può sottrarsi e raccontare il falso, mentre quella terrena può commettere grandi errori».
Come ha sottolineato il noto magistrato Giuseppe Pignatone, la religiosità mafiosa sfrutta «il legame esistente tra la Chiesa e larghi strati delle popolazioni dell’Italia meridionale » adottandolo come «sovrastruttura permanente attraverso cui camuffare la reale essenza dell’organizzazione» basata sulla violenza, l’ingiustizia, l’illegalità, ossia sull’esatto opposto dell’autentica fede.
Meritano, perciò, di essere segnalati gli inequivocabili appelli e giudizi che il magistero ecclesiale più alto ha moltiplicato in questi ul- decenni, a partire dalle ormai famose parole di san Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993 ad Agrigento: «La nostra fede esige una chiara riprovazione della cultura della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità della persona e della convivenza civile». Nel 2010 erano, invece, i vescovi italiani a «condannare con forza una delle piaghe più profonde e durature del Mezzogiorno, un vero e proprio cancro, una tessitura malefica... Le mafie sono la configurazione più drammatica del 'male' e del “peccato”».
Nello stesso anno, il 3 ottobre 2010, a Palermo era Benedetto XVI a sollecitare i giovani a «non cedere alle suggestioni della mafia che è una strada di morte, incompatibile col Vangelo». Un monito che papa Francesco ha ribadito con sdegno a Napoli, nel quartiere emblematico di Scampia il 21 marzo 2015, ricorrendo a quell’inedito termine secondo il quale «la corruzione spuzza», evocando quindi non solo il fetore del sangue versato ma anche il tanfo morale che avvolge quella struttura perversa. Ed è dei nostri giorni l’impegno comune di Chiesa e Stato con tutti i loro organi istituzionali – soprattutto nella regione calabrese –- per erigere una barriera contro la violenza mafiosa, togliendole gli alibi religiosi delle processioni e dei santuari (Polsi ne è un’attestazione esplicita).