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giovedì 27 novembre 2025

EMERGENZA NIGERIA

Immagine che contiene vestiti, persona, Viso umano, sorriso

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. 


Attacco alle scuole cristiane e rapimento di insegnanti e alunni.

Centinaia di alunni "scomparsi"

Scuole chiuse per evitare il rischio

La “fabbrica dei rapimenti” in Nigeria dal jihadismo alla criminalità mafiosa


Il governo federale non ha saputo rispondere prima alle azioni di Boko Haram, alle persecuzioni sui fedeli e ora alle gang. E solo ieri il presidente ha dichiarato l’«emergenza nazionale» per i sequestri.

 

-         di GIULIO ALBANESE

-          L’attuale scenario nigeriano è caratterizzato da una geografia della violenza altamente articolata e stratificata, un insieme eterogeneo di dinamiche che sfugge a letture riduttive e a narrazioni mediatiche di taglio sensazionalistico. Tra le manifestazioni più significative di questa complessità si colloca il fenomeno dei rapimenti, evolutosi negli ultimi due decenni in una forma di economia parallela e, simultaneamente, in un dispositivo simbolico e operativo del potere. Analizzare le trasfor-mazioni in atto nel principale Paese dell’Africa occidentale significa riconoscere l’insufficienza di un approccio interpretativo circoscritto al jihadismo: il sequestro di persona costituisce oggi, infatti, uno strumento adottato da una pluralità di soggetti, collocati entro cornici sociali, politiche e culturali tra loro interconnesse.

La narrazione mediatica internazionale tende sovente ad associare i rapimenti alle operazioni delle milizie estremiste islamiste attive nel Nordest del Paese, a partire dalla sigla tristemente nota di Boko Haram e dalle sue diramazioni. Indubbiamente, queste formazioni armate utilizzano i sequestri come arma di terrore, come fonte di finanziamento e come strumento di propaganda. Le loro incursioni nei villaggi del Borno, dello Yobe e dell’Adamawa, così come gli attacchi contro le scuole, hanno inciso in modo indelebile sulla memoria collettiva, alimentando un clima diffuso di paura e sfiducia nelle istituzioni. Il rapimento delle studentesse di Chibok nel 2014 – che fece irrompere sulla scena globale una tragedia già profondamente radicata – rappresenta solo uno dei casi più emblematici. L’aver colpito e in parte colpire ancora (vista la più ridotta portata del movimento) le comunità cristiane risponde a logiche parallele alla “tradizionale” persecuzione, ma non più principale obiettivo dell’azione.

Una prospettiva anti-cristiana

Limitarsi a questa prospettiva di deprecabile azione anti-cristiana (molti più limitata nell’ultimo quinquennio ma non per questo meno grave come dimostrano anche i sequestri di numerosi sacerdoti e pastori), tuttavia, significherebbe ignorare una parte sostanziale del quadro. In molte regioni della Nigeria i sequestri sono oggi perpetrati anche – e talvolta soprattutto – da bande armate prive di un’ideologia religiosa, motivate invece da un intreccio di marginalizzazione sociale, povertà strutturale, corruzione sistemica e competizioni per il controllo delle risorse. Attive principalmente nel Nordovest, negli Stati di Kaduna, Zamfara, Katsina, Sokoto e Niger, queste organizzazioni non perseguono alcuna ambizione teocratica: costruiscono piuttosto un’economia predatoria alimentata dal vuoto di sicurezza e dalla fragilità del controllo territoriale. Il terreno su cui tali dinamiche prosperano è quello di una crisi socio-economica di lungo corso, segnata da livelli elevatissimi di disoccupazione giovanile, da un’amministrazione pubblica inefficiente e da un uso distorto delle immense ricchezze nazionali – petrolio, gas, carbone, zinco, terre fertili – concentrate nelle mani di ristrette élite. In questo contesto, il rapimento si configura come un vero mercato: agricoltori, commercianti, viaggiatori e studenti diventano merce di scambio, sequestrati per ottenere riscatti che alimentano un circolo vizioso di violenza e impunità. La linea di confine tra criminalità organizzata e militanza armata è inoltre spesso sfumata: alleanze tattiche, collaborazioni temporanee e scambi di armi e informazioni rendono i confini estremamente porosi.

Dimensione antropologica e storica dei conflitti

Un elemento particolarmente rilevante riguarda la dimensione antropologica e storica dei conflitti in Nigeria. Il Paese, popolato da circa 230 milioni di persone, è un arcipelago etnico e culturale in cui la competizione per la terra e per le risorse agricole si sovrappone alle tensioni tra comunità pastorali e agrarie – spesso semplificate come uno scontro tra “Fulani” e “non-Fulani”, quando la realtà è in verità molto più complessa. In molte di queste zone, la proliferazione delle armi leggere e l’indebolimento delle tradizionali strutture di mediazione hanno favorito la trasformazione di contrasti locali in violenza sistemica. Alla radice dei rapimenti si trova dunque un sistema di insicurezza multiforme, che coinvolge diversi attori. La risposta del governo – oscillante tra repressione militare e tentativi di negoziazione – risulta inefficace. E solo ieri, dopo più di 350 rapimenti in dieci giorni, il presidente ha dichiarato un’emergenza nazionale di «sicurezza» sul fenomeno.

La corruzione diffusa erode la fiducia dei cittadini e delegittima ogni intervento istituzionale. Le comunità locali, lasciate in larga parte a sé stesse, elaborano forme autonome di autodifesa, dando vita a milizie civili che, pur nate con finalità protettive, rischiano di aggiungere ulteriori livelli di violenza a uno scenario già estremamente complesso. A pagare il prezzo più alto sono le persone comuni: famiglie distrutte, bambini segnati dal trauma, comunità costrette a lasciare le proprie case. Un Paese giovane, vitale e pieno di energie si ritrova a convivere con la paura del viaggio, della scuola, della quotidianità che altrove si dà per scontata. Eppure, nonostante la gravità del fenomeno, la Nigeria non può essere definita unicamente attraverso le sue ferite. È anche un luogo di straordinaria resilienza, animato da reti comunitarie, organizzazioni civili, autorità religiose e figure tradizionali che promuovono dialogo, riconciliazione e protezione dei più vulnerabili. Cristiani per primi, soprattutto negli Stati del centro e del sud dove continuano gli attacchi ai sacerdoti, nella quasi totalità dei casi a scopo di estorsione. Raccontare in modo autentico il fenomeno dei rapimenti in Nigeria significa dunque rifiutare il binarismo – jihadisti da una parte, popolazione inerme dall’altra – e riconoscere la coesistenza di molteplici Nigeria: quella delle metropoli globalizzate e dinamiche, quella delle campagne marginalizzate, quella dei giovani in cerca di futuro e quella di chi, privo di alternative, viene risucchiato dal mercato della violenza. Solo assumendo questa complessità è possibile cogliere il dramma autentico di un Paese che chiede di essere ascoltato e compreso prima di venire travolto da giudizi e reazioni.

www.avvenire.it

 

venerdì 9 ottobre 2020

COS'E' LA MAFIA? TRE GIOVANI IN CERCA DI RISPOSTE

 Per strane circostanze, una ragazza piemontese e una coetanea palermitana iniziano una corrispondenza telematica. 

Tra un’e-mail e l’altra imparano a conoscersi e a confrontarsi sui problemi della loro età. 

Si affacciano anche su un dramma gigantesco: cos’è la mafia? 

Perché è un pericolo grave per l’Italia? 

Cosa possono fare i cittadini per contrastarla? 

Ecco che entra in gioco il fratello maggiore, impegnato nella lotta alla criminalità organizzata.


Adriana Saieva, Cos'é la mafia. Tre giovani in cerca di risposte, ed, Buk Buk, 2020, 

pagg. 112,  € 12,90   - isbn: 9788898065516

sabato 4 aprile 2020

CORONA VIRUS. ATTENZIONE ALLE MAFIE

Attenzione alle mafie 
che si approfittano 
delle fragilità

Intervista con il presidente dell’associazione “Libera”: le organizzazioni criminali, che dispongono di immensi capitali, possono approfittare di questa situazione di grande emergenza.
“È necessario che siano gli apparati dello Stato ad intervenire per arginare questa minaccia”

di Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Nella Messa a Santa Marta, Papa Francesco oggi ha pregato perché Dio ci doni una coscienza retta e trasparente per compiere sempre il bene. Qualcuno, ha spiegato il Santo Padre, in questo tempo segnato dalla pandemia può approfittare della situazione per se stesso, per il proprio guadagno. La mafia è un ‘virus’ - sottolinea il fondatore e presidente di “Libera”, don Luigi Ciotti - che si può approfittare del coronavirus. È importante che l’impegno contro la pandemia non faccia passare in secondo piano gli sforzi contro le organizzazioni criminali. Si devono vincere l'indifferenza, l'egoismo, la delega, la rassegnazione e l’omertà. E, soprattutto, si devono promuovere politiche sociali a sostengo del lavoro e della scuola. Questa, sottolinea don Luigi Ciotti, è la vera lotta contro le mafie.
R. - La presenza criminale non è ai margini, ma è dentro le fessure della nostra società. E non possiamo dimenticare che la forza, ad esempio, delle mafie si ritrova proprio in quell'impasto di complicità, a volte anche di ignoranza, di indifferenza che gli permettono di prosperare e diffondersi.  Complicità e indifferenza che sacrificano al profitto - non dimentichiamolo mai - la vita delle persone. La lotta al male non faccia passare in secondo piano quella contro i virus che infestano il nostro Paese da decenni: le mafie, la corruzione, le disuguaglianze sociali, la povertà, la distruzione e l’inquinamento ambientale. Ma soprattutto dobbiamo dirci, e il Papa lo richiama sempre con forza, che la lotta al male è anche contro quei virus che hanno rafforzato, e reso possibile, questi mali. Tali mali sono proprio l'indifferenza, l'egoismo, la delega, la rassegnazione e l’omertà. È quindi l'impegno nel territorio diventa decisivo e insostituibile. Le mafie si approfittano delle fragilità. Le mafie e la corruzione si approfittano anche della vulnerabilità del contesto sociale: la fragilità dei servizi, delle opportunità, dei diritti. La mafia virus può approfittare del coronavirus.
Il fatto che le attività produttive siano quasi del tutto ferme, rende le persone ancora più vulnerabili e le mafie più aggressive…
R. - C’è meno lavoro, le attività produttive sono ferme. Le mafie non aspettano altro: dispongono di immensi capitali illeciti e sono in attesa di collocare tutti queste risorse. A favorire tale situazione, c’è questa bomba sociale, più evidente in alcuni contesti. Le mafie si approfittano di queste fragilità. Tra i vulnerabili, non possiamo dimenticare i lavoratori in nero, i lavori invisibili che sono privi di ammortizzatori sociali e di assistenza. Le organizzazioni criminali fanno inoltre un po’ da banca. Bisogna allora che, in questo momento, siano le banche a prestare denaro, ad andare incontro a chi è fragile. Altrimenti, a fare da banca e a prestare soldi sono proprio le organizzazioni mafiose.
Oltre a queste gravissime minacce legate alle attività delle organizzazioni criminali, ci sono anche molteplici casi di speculazioni sui prezzi di vari articoli e dispositivi sanitari…
R. Questo è un allarme, come quello ad esempio della frode on line sulla vendita di prodotti che sono falsamente  miracolosi per combattere le malattie e, in particolare, il coronavirus. Un amico di “Libera” a Londra, un ricercatore, riferisce ad esempio di un’impennata, nella capitale britannica, dei furti di materiali sanitari. Vengono rubati respiratori, mascherine. Dispositivi che, poi, si trovano nei mercati criminali. Le mafie approfittano di questa situazione. Un aspetto che oggi si riscontra in alcuni territori, è che le mafie agiscono come se fossero realtà con fini di assistenza, beneficenza. Ed offrono beni di prima necessità per ottenere consenso, legittimazione. Per questo, è necessario che siano gli apparati dello Stato e le banche ad intervenire per arginare questa minaccia.
Questo rischio legato alla gravissima crisi sociale è presente soprattutto nel sud Italia. È possibile che le mafie alimentino il vento della rivolta, delle sollevazioni popolari per minare sistemi e valori democratici?
R. - Certamente, questi segnali già si sono registrati. Sono cose che, in forme diverse, sono già avvenute. Sono segnali, che sono già stati dati, sui quali bisogna essere molto attenti. Non dobbiamo dimenticarci che nell’ultimo rapporto della Direzione nazionale antimafia, consegnato qualche mese fa al Parlamento italiano, già si parlava, prima del coronavirus, di una forte presenza criminale e mafiosa nel nostro territorio. Una presenza in tutto il territorio, in varie forme e modalità, in una sorta di ‘aria grigia’ che presenta una commistione tra legale e illegale. Quindi, c’era già un grido di allarme, nonostante il grande impegno della magistratura e delle forze di polizia. Non dimentichiamoci che il coronavirus darà una spinta ulteriore alle organizzazioni mafiose. E, quindi, è un dovere avere una maggiore attenzione, essere più partecipi. Soprattutto, da parte nostra, c’è bisogno di un impegno per una lotta sociale, per la promozione sociale. Lotta alla mafia vuol dire lavoro, casa, famiglia, educazione, cultura. Scuola e lavoro diventano fondamentali. Lotta alla mafia vuol dire servizi, inclusione  sociale. Le politiche sociali devono essere intese da tutti come un investimento, non come un costo. Possono essere, e lo sono state quando si è voluto, un volano per uno sviluppo ecologico e sostenibile. Oggi abbiamo bisogno di questo volano. Le politiche sociali non sono un costo. Abbiamo bisogno di questo. Allora io mi stupisco di chi si stupisce della situazione che si è creata ora. E, certamente, ci sono personaggi mafiosi che godono e ne approfittano di queste situazioni. Noi dobbiamo impegnarci, fare la nostra parte. Viviamo tempi difficili che sfidano la nostra speranza. Ma è qui, nella durezza delle nostre esperienze, che dobbiamo fare i conti anche con la nostra fede.




domenica 11 agosto 2019

CONTRASTO del RISCHIO di FALLIMENTO FORMATIVO PRECOCE e della POVERTÀ EDUCATIVA

Avviso pubblico  per la realizzazione di progetti volti al contrasto del rischio di fallimento formativo precoce e di povertà educativa, nonché per la prevenzione delle situazioni di fragilità nei confronti della capacità attrattiva della criminalità 
  
Fondi Strutturali Europei – Programma Operativo Nazionale “Per la scuola, competenze e ambienti per l’apprendimento” 2014-2020  Asse I – Istruzione – Fondo Sociale Europeo (FSE) Obiettivo Specifico 10.2 – Azione 10.2.2 

Programma Operativo Complementare “Per la scuola, competenze e ambienti per l’apprendimento” 2014-2020  Asse I – Istruzione - Fondo di Rotazione (FdR) Obiettivo Specifico 10.2 – Azione 10.2.2 

ART. 1 – FINALITA’ DELL’AVVISO PUBBLICO 
Il presente Avviso è emanato ai sensi del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’interno e con il Ministro della giustizia, 15 marzo 2019 n. 218, in attuazione dell’articolo 11 del decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2017, n. 123, recante “disposizioni urgenti per la crescita economica del Mezzogiorno”, e prevede la realizzazione di interventi educativi di durata biennale volti al contrasto del rischio di fallimento formativo precoce e di povertà educativa, nonché per la prevenzione delle situazione di fragilità nei confronti della capacità attrattiva della criminalità nelle aree di esclusione sociale caratterizzate da povertà educativa minorile, da dispersione scolastica, nonché da un elevato tasso di fenomeni di criminalità organizzata. 
Con il citato decreto interministeriale n. 218 del 15 marzo 2019 sono state individuate 292 aree territoriali di esclusione sociale caratterizzate da povertà educativa minorile e dispersione scolastica, nonché da un elevato tasso di fenomeni di criminalità organizzata destinatarie degli interventi educativi di cui al presente Avviso. L’elenco delle 292 aree territoriali di esclusione sociale è allegato altresì al presente Avviso formandone parte integrante e sostanziale (Allegato 1). 
Dette aree sono situate nelle Regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia.  
L’Avviso è emanato nell’ambito dell’Asse I del Programma Operativo Nazionale “Per la Scuola” 20142020 e del relativo Programma Operativo Complementare (POC) “Per la Scuola”, Asse I, come illustrato nel seguente schema. .....



giovedì 13 dicembre 2018

STRAGE IN DISCOTECA E PENSIERO UNICO


di Massimo Recalcati

       Ho con il territorio di Ancona un rapporto personale di grande affetto che dura negli anni. Corinaldo è un piccolo e bellissimo borgo marchigiano oggi sommerso dal dolore. Potrei leggere la drammatica vicenda che ci ha tutti turbati come la conferma tragica delle mie tesi sulla crisi diffusa del discorso educativo, sull’evaporazione del padre, sulla lunga notte di Itaca che ci circonda, sulla diffusione di un godimento nocivo alla vita. 
       Osservo invece con un certo sconcerto che quella maledetta discoteca ci fotografa: spietatamente, crudelmente, traumaticamente. Nessuno di noi è salvo. La caccia al colpevole, l’attribuzione delle responsabilità per l’accaduto — pure, sottolineo, giusta e necessaria —, i giudizi di condanna nei confronti di quei genitori e dei loro ragazzi sembrano aver innanzitutto dimenticato che questo tempo è ancora il tempo del dolore. Alcuni ragazzi sono gravi, le loro famiglie col fiato sospeso, il corpo straziato dei morti giace senza sepoltura. 
     Eppure non c’è il silenzio necessario a ogni lutto, ma un livore accusatorio che impressiona. Non tra i ragazzi, ma tra gli adulti. Genitori e cosiddetti immancabili esperti, dalle tribune dei media e dei social, spiegano come dovrebbero comportarsi i veri genitori, quelli seriamente responsabili del proprio ruolo educativo. Altri commentatori accusano invece l’artista di inneggiare, nelle sue canzoni, allo sballo e alla dissipazione, accanendosi con le autorità che non avrebbero adempiuto ai loro ruoli nel garantire la sicurezza della struttura. In questo modo il rispetto per il lavoro doloroso del lutto di famiglie spezzate dal dolore e dalla perdita viene brutalmente calpestato. 
     Non c’è senso della comunità, condivisione, solidarietà, presenza, ma, come avviene tristemente e non casualmente anche nella nostra vita politica, l’attribuzione proiettiva e feroce della colpa che è sempre dell’altro. Non ci accorgiamo di essere come quelli che gettano spray urticante negli occhi dei vicini per accaparrarci un po’ di spazio o un oggetto di valore? È evidente che una seria riflessione sul tema dell’educazione si deve fare, ma non ora, non adesso, non in questi termini trascurando i tempi psichici che l’elaborazione simbolica di ogni lutto esige. Trascurando il dramma della bambina di 11 anni che ha chiesto a sua madre di essere accompagnata al concerto prima di vederla morta. Chi ha cura dei suoi pensieri? Chi, prima di giudicare pubblicamente sua madre, pensa, anche solo per un attimo, a come sta questa bambina, a quali sensi di colpa possono tormentarla? 
       Lo sappiamo: la ragione ultima, quella più decisiva, all’origine della tragedia è, oltre alla presenza, sempre minoritaria, di una microcriminalità giovanile, la spinta al profitto che ha generato il fenomeno fatale e determinante del sovraffollamento dei locali. 
        Ma noi siamo davvero indenni da questa spinta? Noi adulti diamo testimonianza di quanto, per esempio, la lettura e la cultura, l’amore e la solidarietà, valgano più dell’accesso a un guadagno facile o dell’inganno del prossimo? Sappiamo dare testimonianza ai nostri figli che la Legge del mercato non è la sola Legge possibile per l’umano? Siamo in grado di farlo? 
      L’educazione è una cosa seria: non è l’apprendimento di regole esterne, né si può ridurre al sentimento del loro rispetto. Il grande compito del processo educativo è quello di rendere possibile l’incorporazione del senso umano della Legge che è irriducibile a ogni regola. Il corteo paternalista delle voci che richiamano il rispetto delle regole e dell’autorità sembra purtroppo manifestarsi come “pensiero unico”. 
     Una lunga tradizione disciplinare (pre-Sessantotto) gli dà vigore: meglio prendersela con la cattiva musica che suscita cattivi modelli che con il modello di vita che noi stessi proponiamo. Infatti: quale modello di vita siamo stati e siamo in grado di offrire ai nostri figli? Gli consegniamo in eredità un mondo senza prospettive, senza lavoro, un corpo morto e vorremmo che loro fossero la manifestazione grata, vitale e positiva del desiderio. 
     Quando, chiediamoci, i limiti che oggi gli adulti responsabili invocano, acquistano davvero senso? In un tempo come il nostro che discredita continuamente i limiti essi possono esistere solo se gli adulti per primi ne danno testimonianza credibile facendoli esistere innanzitutto nella loro stessa vita. Questo è l’essenziale. Essenziale non è il giudizio di condanna; essenziale è sempre da quale pulpito viene la predica.


Fonte; La Repubblica, 11 dicembre 2018




domenica 10 settembre 2017

MAFIA. GIU’ LE MANI DAL VANGELO!

Criminalità organizzata, corruzione e giustizia: da Giovanni Paolo II a Francesco, l’ipocrisia blasfema di chi uccide e delinque e poi va in chiesa senza rimorsi

                                                                                                                    di GIANFRANCO RAVASI

Intendiamo col termine “legalità” l’osservanza delle leggi, un capitolo estremamente vario nelle sue applicazioni perché deve calibrare l’incontro tra l’oggettività della norma e la soggettività della coscienza e dell’adesione del singolo. Si tratta di un incrocio spesso arduo nella sua concretezza, come insegna il tema dell’obiezione di coscienza che non è possibile affrontare ora nelle sue molteplici sfumature e implicazioni. Noi ci accontentiamo, invece, di sviluppare la questione con una premessa di indole generale e con una successiva applicazione particolarmente grave e rilevante che attiene al sistema criminale alternativo alla legalità. La premessa punta al legame tra etica e legalità, considerato dal punto di vista della morale. Mentre è evidente che alcune norme giuridiche sono cogenti anche in sede etica, possono esserci di primo acchito imposizioni legali prive di impatto morale. Tuttavia, anche in questo settore si possono registrare esempi significativi che ripropongono quel vincolo.
Facciamo un paio di esempi. Pensiamo innanzitutto al codice della strada che, a una prima impressione, può apparire solo come un regolamento legale asettico, apparentemente estraneo al dominio morale. Ma come non vedervi in azione anche una delle virtù cardinali, la prudenza? Una sua violazione grave, che conduce al cosiddetto “omicidio stradale”, rivela chiaramente che l’osservanza di quelle regole ha un rilievo non solo penale ma anche morale. Ancor più emblematico è il secondo esempio che suggeriamo, quello riguardante il sistema fiscale. Esso può sembrare solo una struttura politico-gestionale della cosa pubblica. Si tratta, invece, di una realtà che è finalizzata al bene comune e, come tale, ha implicazioni etiche.
Non era, perciò, corretta una prassi spesso in passato sostenuta anche in ambito teologico secondo la quale l’evasione o l’elusione fiscale era considerata merepoenalis, cioè un’imposizione che ricadeva soltanto sotto il regime della punizione legale e non aveva ridondanza morale. Si è, così, creato indirettamente anche quello scarso senso dello Stato, tipico di alcuni paesi a matrice cattolica. Certo da un lato, la corruzione politica cade già evidentemente sotto il marchio non solo della penalità ma anche della moralità. D’altro lato, però, essa non può costituire un alibi per l’evasione fiscale. L’osservanza delle norme tributarie è da san Paolo esaltata in modo netto e in chiave morale-religiosa nel paragrafo già citato della Lettera ai Romani (13,1-7), tanto che egli giunge al punto di affermare: «Pagate le tasse: quelli che sono incaricati dell’esazione sono al servizio di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, versate le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto» (13,6-7). Non si dimentichi che allora a capo dell’impero romano c’era Nerone.
Affermato il legame dell’etica col diritto attraverso i due esempi appena indicati, ora possiamo allargare la nostra considerazione su una grave questione spinosa, la coesistenza serena e persino codificata tra sacro e criminalità, una contiguità che trasforma la religione in un sostegno paradossale per giustificare l’illegalità e il delitto. In questo ambito svetta la realtà mafiosa, studiata secondo tale prospettiva da vari saggi, tra i quali spiccano quelli di Alessandra Dino, La mafia devota. La Chiesa, la religiosità, Cosa Nostra e di Salvo Palazzolo e Michele Prestipino, Il codice Provenzano. Siamo in presenza di un fenomeno registrato già dai profeti biblici che lo condannavano con veemenza.
Lapidaria è, al riguardo, una frase che Isaia mette in bocca a Dio: «Non posso sopportare delitto e solennità» (1,13). E il discorso divino proclamato dal profeta è molto articolato, giungendo al punto di denunciare come farsa sgradevole la ritualità del criminale, la sua preghiera ipocrita, le sue false devozioni, perché ben altro è il culto che Dio si attende: «Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia» (1,16-17). La religiosità dei mafiosi ignora questo che è il cuore della vera fede e, senza imbarazzo – come ricorda il citato magistrato Prestipino, che del tema è un grande esperto (potremmo dire in corpore vili) – si giunge al paradosso per cui «un killer di Cosa nostra, ogni volta che gli ordinavano di commettere un omicidio, prima si recava in Chiesa e pregava s. Rosalia perché lo proteggesse e perché l’azione andasse a buon fine e, dopo averla commessa, tornava dalla santa per ringraziarla del buon esito dell’azione ». Queste degenerazioni blasfeme e idolatriche si sono trasformate in un vero e proprio culto perverso tra i “narcos” del Messico con la venerazione della “Santa Muerte”, modellato sulla popolare Vergine di Guadalupe. Da noi le esemplificazioni sono più immediate, come attestano i “pizzini” religiosi ( sic!) di Bernardo Provenzano che citavano ininterrottamente Dio, Gesù Cristo e la divina Provvidenza o come si scopre attraverso gli altarini, i vari santini, persino le Bibbie e i testi spirituali, i libri di preghiere ritrovati nei covi o nei bunker dei mafiosi.
In realtà si tratta di una deformazione religiosa in cui la Chiesa deve ora porsi – e lo fa anche sotto lo stimolo delle staffilate di Giovanni Paolo II o di papa Francesco e delle testimonianze di figure come il beato don Pino Puglisi – in antitesi assoluta a questa che è in realtà irreligiosità e ipocrisia blasfema, divenendo una costante spina nel fianco di ogni forma mafiosa. Questa scelta può essere anche una catarsi per certe connivenze del passato quando alcuni pastori in anni di guida di una diocesi o parrocchia non osavano pronunciare mai la parola “mafia” o “’ndrangheta” o “camorra”, oppure quando parroci, come ricordava Alessandra Dino nel suo saggio, ai funerali di un capo-mafia non esitavano ad appellare alla «giustizia divina, la sola che non sbaglia e alla quale nessuno può sottrarsi e raccontare il falso, mentre quella terrena può commettere grandi errori».
Come ha sottolineato il noto magistrato Giuseppe Pignatone, la religiosità mafiosa sfrutta «il legame esistente tra la Chiesa e larghi strati delle popolazioni dell’Italia meridionale » adottandolo come «sovrastruttura permanente attraverso cui camuffare la reale essenza dell’organizzazione» basata sulla violenza, l’ingiustizia, l’illegalità, ossia sull’esatto opposto dell’autentica fede.
Meritano, perciò, di essere segnalati gli inequivocabili appelli e giudizi che il magistero ecclesiale più alto ha moltiplicato in questi ul- decenni, a partire dalle ormai famose parole di san Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993 ad Agrigento: «La nostra fede esige una chiara riprovazione della cultura della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità della persona e della convivenza civile». Nel 2010 erano, invece, i vescovi italiani a «condannare con forza una delle piaghe più profonde e durature del Mezzogiorno, un vero e proprio cancro, una tessitura malefica... Le mafie sono la configurazione più drammatica del 'male' e del “peccato”».
Nello stesso anno, il 3 ottobre 2010, a Palermo era Benedetto XVI a sollecitare i giovani a «non cedere alle suggestioni della mafia che è una strada di morte, incompatibile col Vangelo». Un monito che papa Francesco ha ribadito con sdegno a Napoli, nel quartiere emblematico di Scampia il 21 marzo 2015, ricorrendo a quell’inedito termine secondo il quale «la corruzione spuzza», evocando quindi non solo il fetore del sangue versato ma anche il tanfo morale che avvolge quella struttura perversa. Ed è dei nostri giorni l’impegno comune di Chiesa e Stato con tutti i loro organi istituzionali – soprattutto nella regione calabrese –- per erigere una barriera contro la violenza mafiosa, togliendole gli alibi religiosi delle processioni e dei santuari (Polsi ne è un’attestazione esplicita).


sabato 19 maggio 2012

NO! NO! NO!

A PROPOSITO DELL'EFFERATO ATTENTATO DI BRINDISI

NO! NO! NO!

L’esplosione di un ordigno questa mattina alle ore 7.50 all’ingresso dell’Istituto Superiore “Morvillo-Falcone” di Brindisi, che ha causato la morte di Melissa e il ferimento di numerose altre sue compagne studentesse, costituisce un fatto di una gravità assoluta.
È ancora troppo presto per avere chiarezza sulla dinamica del tragico evento, ma qualunque sia il movente e di chiunque sia la responsabilità, ciò che è certo è che le lancette dell’orologio ideale della vita della nostra Repubblica si sono fermate oggi alle ore 7.50.
La sacralità laica della scuola nella sua ritualità fatta di vita quotidiana, che coinvolge milioni di studenti, genitori, docenti e dirigenti e che è indice di civiltà e di umanizzazione di una società, è stata violentemente profanata. 
La scuola è figlia della società e della cultura in cui opera, ne subisce le influenze, le tensioni e ne vive la complessità, tentando di migliorarla, ma la “sua” extraterritorialità, che è garanzia di sicurezza per i figli e gli studenti di tutta la Repubblica, non deve essere mai violata.
Il forte sospetto che l’obiettivo della mano criminale sia stata la scuola con la chiara intenzionalità di colpire vittime innocenti, forse proprio per il notevole impegno nel diffondere la cultura della legalità, getta un’ombra ancora più cupa sulla tragedia.
L’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC), riunita a Milano in Conferenza nazionale, è vicina alle famiglie delle vittime, ai docenti, al dirigente e a tutti gli alunni dell’Istituto Superiore di Brindisi e chiede che lunedì prossimo tutto il Paese si stringa intorno alla Sua Scuola e levi forte il suo no! no! no!

La presidenza nazionale AIMC

LA  SACRALITA' DELLA SCUOLA     di Ambrogio Ietto