HA LASCIATO UNA LUMINOSA TRACCIA DI GENEROSITA', IMPEGNO E COMPETENZA
Carissimi
amici,
oggi
è salita al cielo la nostra grande amica Lia Sanicola, una delle fondatrici di
Famiglie per l’Accoglienza. Condivido con voi - insieme al dolore di questo
momento di distacco - la profonda gratitudine per quello che Lia ha
rappresentato per l’associazione e per tutti noi, per la sua opera e per la sua
testimonianza personale.
Assistente
sociale, docente alle Università di Parma e di Friburgo, autrice di numerose
pubblicazioni (tradotte anche in Francia e in Brasile), si è dedicata ad
approfondire il metodo e le ragioni di ciò che vedeva accadere nelle nostre
case. Ci ha accompagnato passo dopo passo a comprendere e approfondire
l’accoglienza vissuta in famiglia, immedesimandosi con chiarezza e puntualità
di giudizio, con intensa capacità di sintesi e attenzione mai lasciandoci
“tranquilli”, anche in forza della sua vivacità e spirito battagliero.
A
partire dall’esperienza di fede vissuta nella stessa appartenenza al movimento
di Comunione e Liberazione, Lia ha sostenuto il nostro cammino promuovendone,
in modo specifico, la dimensione culturale e missionaria: ha dato vita, fra
l’altro, alla collana “Ritratti di accoglienza” presso l’editore Cantagalli,
nell’ambito della quale sono stati pubblicati diversi contributi sul tema
dell’affido e dell’adozione, che hanno dato voce a una novità e a una maturità
di giudizio per noi molto importanti ancora oggi.
Dal
2013 si è occupata in modo particolare di seguire la crescita dell’esperienza
delle case famiglia ed è stata presidente di Dimore per l’Accoglienza, nata
nell’ambito della nostra associazione come rete tra queste realtà.
Negli
ultimi anni ha vissuto il dolore della perdita del marito Daniele e la
sofferenza della malattia, ma è stata sempre per quanto possibile partecipe
della vita e dei fatti dell’associazione, come ha scritto in una testimonianza
(pubblicata nella Lettera Periodica n. 105 del 2018), che rileggiamo in questo
momento con grande commozione:
La sua testimonianza:
«All’inizio,
quando quest’opera è iniziata mi sentivo generosa, mi sentivo di offrire la mia
vita con quell’allegria che derivava dal fatto che mi sentivo protagonista
della mia vita.
Con
il passare del tempo mi sono accorta che non c’è solo la vita offerta, ma anche
una vita presa, c’è Qualcuno che prende la tua vita e la porta dove non avresti
immaginato.
È
un passaggio di maturità grandissimo: oggi è più importante la vita presa che
la vita offerta, infatti mi sono ritrovata a fare cose che non avrei mai
pensato. Ad esempio, seguo le case famiglia: non l’ho voluto, ma è accaduto e
io detto di sì. Dentro questa storia, mia e nostra, la vita comincia con un
incontro, un avvenimento, che si espande continuamente e capisci che la vita
chiesta è più importante della vita che pensi di aver dato.
Sono
nell’Associazione dalla sua nascita, da 35 anni. Che senso ha oggi per me
quest’esperienza iniziata tanti anni fa? Ha un senso se l’origine è presente
oggi, se l’avvenimento riaccade continuamente. In 35 anni io ho avuto anche
momenti di calo affettivo, di difficoltà - è normale come in un matrimonio -,
ma il luogo cui apparteniamo ci riprende, sfidando la nostra libertà: quello
che giustifica la mia presenza qui è quello che io vivo oggi, non quello che ho
vissuto 35 anni fa.
Oggi
vivo questo luogo secondo modalità diverse, secondo circostanze diverse. Quello
che ti viene chiesto cambia nel tempo, quello che non cambia è il cuore con cui
rispondi, anzi il cuore si espande e troverà forme diverse perché anzitutto la
vita sia importante e piena.
Ma
non si vive di rendita. Non si può, soprattutto in un’opera come la nostra, che
è fatta di lacrime e di grandi gioie nel vedere fiorire la vita degli altri.
Quand’anche sembra che non fiorisca tu, non puoi sapere cosa c’è dentro il
mistero di quella vita, non sai cosa sarebbe quella vita se tu non ci fossi
stato, non lo sai! Ecco che cosa cerco di non dimenticare mai: liberi
dall’esito sì, ma liberi nel senso di avere un cuore grande, perché l’esito c’è
sicuramente, anche se non è sotto il nostro controllo.
Don
Luigi Giussani ci diceva spesso che Famiglie per l’Accoglienza è un segno
grande per la società. Ce lo ha ricordato anche ultimamente mons. Massimo
Camisasca: “Voi siete i nuovi monaci, voi avete nella società di oggi la stessa
funzione che hanno avuto i monaci nel Medioevo, cioè portate un segno di
umanità e una cultura che non è appariscente”, anzi tante volte avviene nel
buio nel silenzio. Non è solo un’ipotesi, ma una certezza».
Lo
psichiatra Massimo Recalcati ha offerto al Festival della
Comunicazione una riflessione profonda sulla figura
del maestro nella società contemporanea.
“In
un’epoca che sputa sui padri, sull’autorità simbolica e anche sui maestri,
occorre tornare a fare un elogio del maestro”, ha esordito
l’autore, forte della sua esperienza ventennale nelle università italiane. La
sua definizione risulta netta e provocatoria: “Maestro
si riconosce dal fatto che può parlare solo di ciò che gli preme
“.Non
l’erudito che domina ogni argomento con la stessa competenza, ma colui che
è “pressato da un pensiero che non governa, da un’urgenza” che
lo spinge verso la verità. Recalcati distingue così il
“pensiero tranquillo” dell’analista dal pensiero ardente del maestro,
sottolineando come quest’ultimo non possa che esprimersi su ciò che lo
appassiona davvero.
La
rivoluzione contro le regole standardizzate
L’intervento
ha posto l’accento sulla differenza fondamentale tra regole e
legge nell’educazione contemporanea. “Il nostro tempo commette un errore
fondamentale: non distingue più la dimensione della regola dalla dimensione
della legge”, ha spiegato lo psichiatra.
Le regole rappresentano
impedimenti esterni che selezionano comportamenti – come i semafori nel
traffico – mentre la legge deve essere “scritta nel
cuore”. Recalcati ha criticato duramente l’approccio regolativo
dominante: “Concepiamo l’educazione come un dressage psicotecnico, ma
la vita del figlio non è la vita di un cavallo”.
La
formula che guida questo ragionamento è semplice ma rivoluzionaria: “L’insistenza
genera resistenza”. Mangia, mangia, mangia produce disturbi
alimentari; studia, studia, studia genera disaffezione. L’educazione autentica
deve invece trasmettere “nel cuore della vita del figlio il senso della legge
del non tutto” – la consapevolezza che non tutto è possibile, conoscibile,
governabile.
L’arte
di essere “corrente d’aria fresca”
La
descrizione più suggestiva riguarda le qualità essenziali del
maestro autentico. “Quando entra in aula un maestro, entra una corrente
d’aria fresca”, ha affermato Recalcati, citando l’esempio di Jean-Paul
Sartre descritto da Deleuze. Il maestro deve essere anti-scolastico pur
lavorando dentro il dispositivo scolastico, capace di rovesciare ogni
scolastica attraverso l’ispirazione.
“So
di aver fatto una buona lezione quando uscendo dall’aula mi accorgo di aver
imparato qualcosa”, citando Giovanni Gentile. Recalcati ha utilizzato la
metafora dell’onda per spiegare l’apprendimento autentico: come il
bambino che impara a nuotare deve passare dall’imitazione del maestro sulla
spiaggia all’incontro solitario con l’onda, così l’allievo deve trasformare il
sapere ricevuto in stile proprio.
La
saggezza suprema del maestro consiste nel “saper tramontare nel tempo
giusto”, lasciando che l’allievo trovi la propria strada. Un insegnamento
che richiede coraggio e libertà tanto da
parte di chi trasmette quanto di chi riceve.
Il
nostro salto evolutivo è digitale, cioè in un dito: il pollice. Il «pollice
opponibile» è infatti una prerogativa quasi solo umana: seppur comune ad altri
primati, solo noi lo usiamo per azioni molto complesse. La nostra, infatti, non
è una zampa ma la mano con cui abbiamo potuto accendere il fuoco, costruire
case e arnesi, pizzicare corde o guance, curare ferite...
Insieme alla cosiddetta Intelligenza Artificiale, a scuola, oggi servirebbe altrettanta Intelligenza Artigianale
-di Alessandro D’Avenia
Un
filosofo greco del V sec. a.C. diceva che l’uomo pensa perché ha la mano (chi
non lo fa «pensa con i piedi»), e aveva ragione, come hanno dimostrato gli
studi sulla sorprendente estensione delle zone cerebrali dedicate all’arto. La
mano infatti implica la parola. A differenza dei versi degli animali che
esprimono emozioni noi con le parole articoliamo anche istruzioni: la
trasmissione di ciò che serve per vivere.
La
voce umana non è solo espressione ma anche e soprattutto istruzione: spiega e
racconta. La scuola in fondo nasce dalla mano, per questo gli animali non ci
vanno, hanno l’istinto, noi invece dobbiamo «imparare» a vivere. Il pollice
opponibile è la chiave della scuola permanente della vita: da come lo usiamo
dipende quanta vita sappiamo. Come sta il nostro pollice oggi? Spesso incollato
al telefono fa scorrere immagini pilotate dall’algoritmo, più che opponibile è
diventato disponibile, e così anche il nostro pensiero, che diventa più passivo
e manipolabile (ancora la mano...). Che cosa comporta questa «maniera» (altra
parola che viene da «mano»: è dappertutto!) di vivere?
Quando
Ulisse deve partire dall’isola di Calipso dove si trova ormai da sette anni,
non ha la minima idea di come raggiungere Itaca: piange di fronte al mare
infinito, oltre il quale, non sa dove, c’è la sua amata terra. L’unica cosa che
sa? Costruire una barca. E così l’eroe trasforma, con le mani, il dolore in
azione: creare rimane la più efficace risposta ai momenti bui.
La
descrizione della costruzione della barca è dettagliata proprio perché in una
cultura orale come quella omerica, le istruzioni erano conservate nei poemi per
essere ricordate e trasmesse, una vera e propria enciclopedia sociale. Ulisse è
l’eroe dell’ingegno multiforme perché «pensa con le mani» e «maneggia con il
pensiero». Sa cucire una vela e manovrarla nei venti, sa indirizzare il timone
seguendo le stelle. Tutto ciò è meticolosamente descritto nei versi sulla sua
partenza dal luogo che lo trattiene «nell’ombelico dell’oceano» da sette anni,
un’isola (e un isolamento) in cui non è necessario costruire nulla, perché
tutto è dato spontaneamente dalla natura, senza bisogno di tecnica e lavoro.
Su
quell’isola Ulisse è inumano (mi torna utile che in italiano «mano» sia
casualmente dentro «umano»): non usa le mani e, mangiando il cibo degli dei, è
immortale. Utopia che sempre ci accarezza: poter vivere senza bisogno del
lavoro e della tecnica per sopperire all’assenza di mezzi specializzati come
pinne, zanne, corna, corazze...
La mano infatti non è specializzata ma si
specializza, grazie al pollice opponibile. Quel pollice oggi sembra non voler
«opporsi» al flusso, naviga a caso sulla superficie liscia dello schermo,
dimentica la resistenza del mondo, e così anche il pensiero e la parola
diventano disponibili, cioè dipendenti. La rete non è infatti solo la nostra
enciclopedia sociale come lo erano i poemi antichi, ma il mare in cui ci
abbandoniamo a ondate di dopamina, scariche di gioia per un cervello,
individuale e collettivo, sempre gratificato. E l’intelligenza, senza
resistenza, diventa meno multiforme, l’ingegno meno attivo: l’uso dei tablet in
classe al posto della scrittura a mano si è già rivelato «perdente» per lo
sviluppo cerebrale.
Insieme
alla cosiddetta Intelligenza Artificiale, a scuola, oggi servirebbe altrettanta
Intelligenza Artigianale: allenare la manualità per bilanciare l’eccesso di
superfici lisce e senza resistenza degli schermi, sui quali, come sull’isola di
Calipso, tutto è dato senza sforzo.
Il
pensiero non sa man-tenere la realtà, gli sfugge tutto, ha le mani bucate. Ciò
anche a causa della «perdita della noia»: oggi un bambino/adolescente con un
cellulare in mano può non sentirne più il morso. «Girarsi i pollici» obbligava
a tornare al mondo, perché la noia è un promemoria: «non stai vivendo
abbastanza, hai dimenticato le mani». Il bambino esplora e scopre, diventa
intelligente, proprio a partire da: «Che noia! Non c’è niente da fare...». È
quel «da fare» che lo costringe a usare il pollice secondo la sua millenaria
evoluzione: invenzioni, collezioni, lavoretti, modellini, esperimenti, libri,
guai...
Montessori
diceva che «i bambini non giocano, lavorano», infatti una manualità che si
confronta con il mondo sviluppa l’intelligenza (memoria più immaginazione) che
viene dall’esperienza, con molti benefici collaterali: capacità di
concentrazione e gestione delle emozioni, efficacia creativa e quindi
autostima/autonomia, eliminazione dello stress, arricchimento del linguaggio
attraverso il racconto dell’esperienza fatta... L’evoluzione del sapiens si
ripete in ogni vita: scrivere a mano, costruire qualcosa, curare una pianta,
dare una carezza sono gesti che restituiscono una «maniera» di vivere più ricca
perché meno passiva.
Un
pollice che non gira a vuoto sullo schermo, da disponibile torna opponibile,
rende l’intelligenza esplorativa, creativa, tecnica, e il pensiero critico,
autonomo, indipendente. Il digitale non è solo nel bit ma nel pollice. Il
pollice della gioia e del rischio, non il numero di pollici dello schermo, ma
il pollice che permette a Ulisse di navigare verso casa facendo diventare
poesia persino il suo «da fare»: «Tagliava i tronchi e lavorava veloce. Li
sgrossò con la scure, abilmente li levigò livellandoli dritti col filo. Fece
buchi e li congiunse gli uni agli altri. Rinsaldò la barca con chiodi di legno
e ramponi. E come un falegname esperto così fece Ulisse per la sua zattera.
Alzò
poi il cassero, con molti travicelli fra loro connessi, lo completò con assi
lunghissime. E fece l’albero e, attaccato ad esso, il pennone, e aggiunse il
timone, per poterla guidare. Intorno la cinse con stuoie di vimini, a riparo
dalle onde del mare, coprì il fondo di frasche. Allora la divina Calipso portò
dei drappi per fare le vele: ed egli fabbricò anche quelle. Legò infine le
sartie le drizze e le scotte e, con rulli di legno, trasse la barca sul mare
lucente. Era il quarto giorno, e tutto era finito. Al quinto partì dall’isola».
Ulisse naviga in mare verso casa, noi in rete verso dove? Difendiamo il pollice
dei bambini, passando del tempo insieme a costruire, riparare e curare
qualcosa, allenare la sua «opponibilità» li renderà più intelligenti e felici.
Umani.
Voler fare
tutto nuovo, è certamente una virtù. Ma lo è solo se non si coltiva l’illusione
che sia possibile svincolarsi del tutto da quei limiti che definiscono la
propria vita. È questo che dobbiamo insegnare ai nostri giovani.
Per noi esseri
umani, tuttavia, cominciare da zero non è possibile. Infatti, il passato ci
vincola ben più di quanto pensiamo. E, in parallelo, il futuro ci sfugge, ben
al di là delle nostre intenzioni. Così l’intraprendenza, come volontà di
rompere con una situazione di fatto, si scopre, da una parte, pur sempre
condizionata da ciò che siamo stati e dal contesto in cui viviamo e, dall’altra
parte, inserita nell’orizzonte ben preciso di ciò che concretamente possiamo
fare. In una parola: l’intraprendenza, il voler fare tutto nuovo, è certamente
una virtù. Ma lo è solo se non coltiviamo l’illusione che sia possibile
svincolarci del tutto da quei limiti che definiscono la nostra vita.
La
consapevolezza di tali limiti rende prudente chi vuol esercitare
l’intraprendenza. Ma mentre la capacità d’intraprendere qualcosa di nuovo è una
predisposizione naturale, a cui solo in parte si può educare, così non è per
quella prudenza che può accompagnarla. Intraprendenti, infatti, sono coloro in
grado di sopportare, e magari di amare, il rischio della novità: condottieri,
esploratori, creativi. Essi vogliono andare oltre i limiti imposti da una certa
situazione. La prudenza, invece, permette di contenere l’attitudine al rischio,
e perciò di renderla feconda. Chi, dunque, coniuga intraprendenza e prudenza lo
fa per rendere stabile la novità che intende conseguire. Il condottiero
coraggioso, se vuole vincere, non può essere temerario. E dunque superare i
limiti non vuol dire dimenticarli. Significa sapere che si ripresenteranno e
che, rispetto a ciò, sarà necessario trovare un punto di equilibrio.
Questo,
appunto, si può insegnare. Si può insegnare la prudenza. Si può insegnare che
esistono limiti e che con essi, per realizzare qualcosa che sia non solamente
nuovo, ma guadagnato stabilmente, bisogna pur sempre fare i conti.
Certo:
insegnare ai nostri ragazzi, intraprendenti per natura, il senso del limite non
è affatto facile. A loro piace il rischio, piace l’avventura. Perché, nella
pienezza di vita che li caratterizza, è facile che si sentano quasi
onnipotenti. Cominciare da zero è la loro intenzione, più o meno consapevole;
sfidare chiunque voglia sottometterli a regole è una costante tentazione.
L’avventura diventa un’abitudine: magari per sfuggire alla noia di un’esistenza
fin troppo garantita e coccolata.
Come educare
dunque la loro intraprendenza? Come far loro capire che l’intraprendenza
diventa feconda, produttiva, solo se tiene conto fin dall’inizio dei limiti ai
quali andranno incontro? Ricette universali non ne esistono. Vale, anche in
questo caso, l’esperienza che ognuno, genitore o amico, ha fatto: purché sia
capace di ascoltare, non solamente d’imporre regole che rischiano di essere
immediatamente disattese o infrante.
Come
comportarsi, allora? Per chi fa dell’intraprendenza la sua bandiera ciò che
risulta semplicemente imposto – ben lo sappiamo – è un incitamento alla
trasgressione. Invece, se delle regole facciamo comprendere il senso, forse
allora riusciamo insieme a far capire che anche la volontà di rendere tutto
nuovo è qualcosa che si realizza solo in un contesto relazionale: in una
relazione con gli altri, con il mondo in cui si vive, con le speranze e i
progetti da realizzare. E che in questo contesto emergono non solo i limiti che
il nostro agire è destinato a sperimentare, ma anche la possibilità di
oltrepassarli.
Ben lo sanno
gli audaci. Sanno, cioè, che la fortuna aiuta la loro intraprendenza. Ma sanno
anche che la fortuna va conquistata e tenuta saldamente in mano. E che ciò
avviene solo grazie a un esercizio di prudenza. Ai nostri ragazzi questo va
detto. Affinché torni loro in mente quando, magari, vogliono compiere un
sorpasso azzardato.
Parole da meditare.
Intraprendenza
-di Enzo
Bianchi
Nei vangeli la
virtù dell’intraprendenza assume molti volti: è l’audacia profetica di Gesù che
scaccia i venditori dal tempio (cf. Mc 11,15-19 e par.; Gv 2,14-22); è il
coraggio risoluto con cui egli persegue il suo cammino verso Gerusalemme,
raccogliendo tutte le sue forze per affrontare le difficoltà che lo attendono
(cf. Lc 9,51); è la franchezza di fronte alla quale anche i suoi avversari sono
costretti ad ammettere che egli «non ha soggezione di alcuno, perché non guarda
in faccia a nessuno, ma insegna la via di Dio secondo verità» (cf. Mc 12,14 e
par.). Ma tutti questi elementi sono approfonditi e riassunti dal «bel rischio»
della fede di cui parla Clemente di Alessandria (Protrettico X,93), riprendendo
un’espressione di Platone.
La bellezza di
questo rischio trova la sua attestazione degna di fiducia nel rischio che Gesù
stesso ha vissuto, spendendo la sua esistenza nella dedizione a Dio e agli
uomini, cioè «amando fino alla fine» (cf. Gv 13,1), anche a costo di subire una
morte ingiusta e vergognosa. È solo con l’autorevolezza propria di chi ha
vissuto in questo modo che egli ha potuto chiedere: «Se qualcuno vuol venire
dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34 e
par.). Sono parole che, nella loro paradossalità, hanno un significato semplice
e netto: chi vuole essere realmente discepolo di Gesù deve smettere di
considerare se stesso come misura di ogni cosa; deve rinunciare a difendersi e
accettare di portare lo strumento della propria condanna a morte; deve uscire
dai meccanismi di autogiustificazione e abbandonarsi totalmente al Signore.
Solo chi accetta di fare questo può conoscere Gesù Cristo e cogliere se stesso
in lui, intraprendendo così un cammino di vita piena e felice.
La miglior interpretazione di queste esigenze
la fornisce lo stesso Gesù, commentandole con l’affermazione che costituisce il
vero fulcro della «differenza cristiana»: «Chi vuole salvare la propria vita,
la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la
salverà» (Mc 8,35 e par.).
Ma noi
cristiani siamo ancora convinti che vale la pena perdere la vita per Gesù
Cristo? Ovvero: crediamo che il suo amore vale più della vita (cf. Sal 63,4),
che solo a motivo di questo amore trovano senso anche le fatiche e le
contraddizioni della vita? Ecco l’intima verità del Vangelo, ecco in cosa
consiste la vera audacia, la vera intraprendenza: perdere la nostra vita per
amore di Gesù Cristo è ciò che può giustificare ogni nostra rinuncia, è la vera
beatitudine possibile già qui e ora, nella nostra vita umanissima. Ma se non
comprendiamo questo, possiamo ancora dirci cristiani?
SPIRITO DI INIZIATIVA E INTRAPRENDENZA
PERCORSI EDUCATIVI
Lo Spirito di
iniziativa e intraprendenza è la competenza su cui si fonda la capacità di
intervenire e modificare consapevolmente la realtà.
Ne fanno parte
abilità come il sapere individuare e risolvere problemi, valutare opzioni
diverse, rischi e opportunità, prendere decisioni, agire in modo flessibile e
creativo, pianificare e progettare.
Anche in questo
caso, l’approccio per discipline scelto dalle Indicazioni non consente di
declinarla con le stesse modalità con cui si possono declinare le competenze
chiave nelle quali trovano riferimento le discipline formalizzate.
Anche questa
competenza si persegue in tutte le discipline, proponendo agli alunni lavori in
cui vi siano situazioni da gestire e problemi da risolvere, scelte da operare e
azioni da pianificare.
E’ una delle
competenze maggiormente coinvolte nelle attività di orientamento.
E’ anch’essa
fondamentale per lo sviluppo dell’autoefficacia e della capacità di agire in
modo consapevole e autonomo.
Si
è aperto con l’udienza in Vaticano il primo Simposio internazionale di Tennis e
Padel in programma fino al 7 maggio al Foro Italico. Per il Papa “l’agonismo è
buono se non toglie la dimensione ludica”. Quando lo sport perde la sua
gratuità "diviene un commercio”
-
di Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano
Le
parole di Papa Francesco risuonano nell’Aula Paolo VI tra i volti di
insegnanti, bambini e ragazzi che provengono da oltre 30 Paesi per partecipare
al primo Simposio internazionale di Tennis e Padel. Un evento, in programma il
6 e il 7 maggio al Foro Italico, promosso dall’Istituto Superiore di Formazione
“Roberto Lombardi” e dalla Federazione Italiana Tennis e Padel. Il focus sul
quale sono chiamati a riflettere relatori provenienti da tutto il mondo è
legato, in particolare, alla dimensione formativa. Riferendosi a questo cruciale
aspetto, il Pontefice sottolinea che la cosa più importante è il legame tra
gioco ed educazione.
Il
tennis è un gioco, il padel è un gioco, e la loro forza educativa sta proprio
nella dinamica del gioco. Non lasciatevi rubare il gusto di fare sport per
passione, per divertirvi e divertire. Questa è la gratuità, lo spirito di
gratuità con cui dobbiamo giocare. L’agonismo è buono se non toglie questa
dimensione ludica. Se invece prevale la dinamica della competizione, questa fa
scattare varie forme di egoismo che finiscono per rovinare la pratica sportiva,
così che questa non risulta più educativa, anzi, al contrario.
Senza
amatorialità lo sport diviene un commercio
Una
cosa che non si deve mai perdere, ricorda il Papa parlando a braccio, è
l’amatorialità: Quando lo sport si fa per altri interessi, non per la gratuità
degli amateur, si perde, perde la bellezza, perde questa dimensione “sinfonica”
dello sport, diventa un commercio. Abbiate sempre presente questo: che il mio
tennis, che il mio padel, siano sempre amatoriali, da amateur, non perdere
questa dimensione.
Percorrere
la strada educativa
Nel
suo discorso, Francesco traccia un paragone tra i valori dello sport e la
funzione formativa. E sottolinea che la dimensione educativa non può essere
disgiunta dalla pratica sportiva: Il maestro di tennis o padel, infatti, oltre
che un tecnico, è anche e direi soprattutto un “educatore”. Perciò vi
incoraggio a proseguire su questa strada educativa, e vi propongo una semplice
riflessione, che mi pare si può ricavare dalla pratica del vostro sport: il
buon gioco viene da una giusta dinamica di attacco e di difesa. E così avviene
anche in un cammino educativo: si tratta di legare bene il rischio e la
prudenza.
Dosare
rischio e prudenza
Lo
sport, come la formazione, necessita sempre di un equilibrio tra i momenti del
rischio e della prudenza. “Un bravo giocatore di tennis o di padel - spiega
Francesco - non può sempre e solo attaccare”:
Non
può sempre rischiare, deve anche saper difendere. E ci sono qualità per
l’attacco e qualità per la difesa, che vanno entrambe esercitate. Un maestro
che concentra tutto il suo insegnamento sull’attacco, o al contrario sulla
difesa, lascia il suo allievo “scoperto” sull’altro aspetto. È interessante
sviluppare questo paragone e trovare le somiglianze con l’educazione dalla
personalità.
Crescere
non significa evitare tutti gli imprevisti
Il
Pontefice esorta dunque a dosare bene il rischio e la prudenza. “Rischiare -
afferma il Papa - vuol dire ad esempio permettere al ragazzo di fare
un’esperienza nuova” per aiutarlo a crescere:
Il
rischio dev’essere sempre proporzionato e accompagnato. Il ragazzo deve
sentirsi libero e nello stesso tempo non abbandonato. I genitori o gli
educatori che, per proteggere il bambino, gli fanno evitare ogni imprevisto,
oppure gli risolvono tutti i problemi, non lo fanno crescere. Questa non è
prudenza, è un misto di paura della realtà e di egoismo possessivo nei
confronti del bambino. Non fa bene.
Allenarsi
alla resistenza
Il
rischio deve essere proporzionato e la vera prudenza, aggiunge il Papa, “è un
atteggiamento sempre positivo, mai negativo”:
La
difesa, per così dire, è un altro modo di attaccare. Così la prudenza
nell’educazione è indispensabile per valutare bene le situazioni, in rapporto
alle potenzialità del ragazzo e della ragazza. In particolare, l’educatore deve
allenare alla resistenza, a non mollare, a cercare di rispondere a quei colpi
che sembrano imprendibili e invece, con prontezza e agilità, si possono
recuperare, in modo che l’altro giocatore rimanga spiazzato, perché non se
l’aspettava.
Le
parole conclusive di Francesco sono un’esortazione ad andare avanti, “tenendo
bene insieme il rischio e la prudenza, l’attacco e la difesa”.
Il
Ministero della Salute ha pubblicato il decreto del 14 settembre 2022 firmato
dallo stesso Ministro della salute, di concerto con i Ministri dell’istruzione,
dell’Economia e delle Finanze, degli affari regionali e della Disabilità con
cui vengono adottate le Linee guida per la redazione della certificazione di
disabilità in età evolutiva ai fini dell’inclusione scolastica
e del profilo di funzionamento.
Ne
parliamo con Evelina Chiocca, presidente nazionale del CIIS, il
Coordinamento italiani insegnanti di sostegno.
E
adesso cosa cambia?
Con
la pubblicazione di questo decreto diventa operativa la norma che definisce la
nuova documentazione sanitaria da predisporre per garantire il diritto allo
studio degli alunni e delle alunne con disabilità, fra cui il profilo di
funzionamento “propedeutico e necessario” ai fini della elaborazione del PEI.
Rispetto
a quanto previsto dal decreto legislativo n. 66/17, come modificato dal D.lgs.
96/2019, oltre “all’accertamento di disabilità ai fini dell’inclusione
scolastica in età evolutiva” (documento che si aggiunge all’accertamento
dell’handicap, già contemplato dalla legge 104/92) e al “Profilo di
funzionamento” (che integra e sostituisce la Diagnosi funzionale e il Profilo
dinamico funzionale), le Linee guida del Ministero della salute aggiungono un ulteriore
documento (è questa la novità) ovvero il “Verbale di accertamento della
condizione di disabilità”, propedeutico alla redazione del Profilo di
funzionamento e, secondo il Ministero della Salute, documento di riferimento
per la predisposizione del PEI.
Qual
è la novità più importante, a suo parere?
La
nuova documentazione sanitaria si caratterizza non solo per il costante e
reiterato richiamo alle azioni e alle risorse che vengono riportate nel PEI, ma
anche per la corrispondenza diretta con la proposta della quantificazione delle
ore di sostegno. Forse nell’immediato non sarà chiaro questo meccanismo, ma non
tarderà a evidenziarsi la stretta connessione fra la certificazione e la
proposta delle ore di sostegno che appare alquanto rigido. E ciò chiaramente in
contrasto con le disposizioni che vogliono garantire e tutelare il diritto allo
studio, richiamato tanto dalla Costituzione e dalle normative nazionali quanto
dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (le risorse
vanno garantite in modo individualizzato, non certo standardizzato).
Nel
concreto cosa dovrebbe accadere adesso?
Secondo
me ci sarebbe ancora molto da fare, per esempio il DI 182/2020 dovrebbe essere
riscritto alla luce di una reale e concreta tutela, cancellando definitivamente
non solo l’esonero e la riduzione dell’orario scolastico, ma riscrivendo anche
la sezione 2 del PEI (che poggia esclusivamente sulla documentazione sanitaria
e che, sulla base di questa, indica le risorse), snellendo l’intero documento,
che rischia di proporsi come scarsamente efficace nella pratica scolastica.
La
vostra associazione (ma non siete i soli) ha sempre detto che il DI 182 è stata
una occasione persa. Siete sempre di questa idea?
Sì,
perché l’adozione del Profilo di funzionamento avrebbe potuto rappresentare una
svolta, se fosse stato inteso quale riferimento per una erogazione coerente dei
sostegni, secondo una graduata scala di intensità. In tal senso, chiaramente,
la lettura delle Linee guida non lascia trasparire impostazioni culturali
coerenti con l’impianto ICF, in quanto, al di là della definizione dei punti di
forza (dato sicuramente interessante e significativo), resta sospeso fra ciò
che avrebbe dovuto essere e fra ciò che “ancora non è “.
Coraggio,
miei cari amici. Abbiate la percezione del compito straordinario che vi è stato affidato, quale che sia la vostra estrazione ideologica e culturale.
“La
politica – diceva La Pira - è l’attività religiosa più alta dopo quella
dell’unione intima con Dio. Perché è la guida dei popoli, una responsabilità
immensa, un severissimo servizio”.
Non
vi scoraggiate. Chiedete al Cielo il dono di una genialità nuova che vi metta
in grado di esprimere il vissuto dell’uomo contemporaneo. E non lasciatevi
cadere le braccia quando, nonostante il vostro impegno personale, improntato a
trasparenza ed a rettitudine, vi vedrete destinatari di sospetti da parte di
chi, non comprendendo la vostra fatica, spara nel mucchio con raffiche
ingenerose di luoghi comuni. Non demordete: la coerenza paga, anche se con
qualche ritardo. Paga anche l’onestà. E la speranza non delude!
Tanti
auguri. Siate portatori della pubblica gratitudine presso le vostre famiglie,
costrette spesso, per il bene di tutti, a rinunciare alla vostra presenza in
casa: Possiate trovare nel vostro duro lavoro il sostegno dei cittadini, la
solidarietà dei collaboratori, il rispetto degli avversari, il consenso degli
ultimi, la benedizione di Dio.
La Vergine Maria vi preservi dal pianto. Ma vi
conceda il privilegio di intenerirvi davanti alle sofferenze dei poveri. Fino
alle lacrime.
Accanto alla maggioranza ragionevole e saggia si leva un’onda di irrazionalità. È un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà.
Gli italiani e l’irrazionale. Accanto
alla maggioranza ragionevole e saggia si leva un’onda di irrazionalità. È un
sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco,
sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà. Per il
5,9% degli italiani (circa 3 milioni di persone) il Covid semplicemente non
esiste. Per il 10,9% il vaccino è inutile e inefficace. Per il 31,4% è un
farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano fanno da cavie. Per il 12,7%
la scienza produce più danni che benefici. Si osserva una irragionevole
disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici,
teorie infondate e speculazioni complottiste. Dalle tecno-fobie: il 19,9% degli
italiani considera il 5G uno strumento molto sofisticato per controllare le
menti delle persone. Al negazionismo storico-scientifico: il 5,8% è sicuro che
la Terra sia piatta e il 10% è convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla
Luna. La teoria cospirazionistica del «gran rimpiazzamento» ha contagiato il
39,9% degli italiani, certi del pericolo della sostituzione etnica: identità e
cultura nazionali spariranno a causa dell’arrivo degli immigrati, portatori di
una demografia dinamica rispetto agli italiani che non fanno più figli, e tutto
ciò accade per interesse e volontà di presunte opache élite globaliste.
L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale, sia le posizioni scettiche
individuali, sia i movimenti di protesta che quest’anno hanno infiammato le
piazze, e si ritaglia uno spazio non modesto nel discorso pubblico,
conquistando i vertici dei trending topic nei social network, scalando le
classifiche di vendita dei libri, occupando le ribalte televisive.
Nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. L’irrazionale che oggi si
manifesta nella nostra società non è semplicemente una distorsione legata alla
pandemia, ma ha radici socioeconomiche profonde, seguendo una parabola che va
dal rancore al sovranismo psichico, e che ora evolve diventando il gran rifiuto
del discorso razionale, cioè degli strumenti con cui in passato abbiamo
costruito il progresso e il nostro benessere: la scienza, la medicina, i
farmaci, le innovazioni tecnologiche. Ciò dipende dal fatto che siamo entrati
nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. Questo
determina un circolo vizioso: bassa crescita economica, quindi ridotti ritorni
in termini di gettito fiscale, conseguentemente l’innesco della spirale del
debito pubblico, una diffusa insoddisfazione sociale e la ricusazione del
paradigma razionale. La fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative
soggettive insoddisfatte, pur essendo legittime in quanto alimentate dalle
stesse promesse razionali. Infatti, l’81% degli italiani ritiene che oggi sia
molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento
di tempo, energie e risorse profuso nello studio. Il 35,5% è convinto che non
conviene impegnarsi per laurearsi, conseguire master e specializzazioni, per
poi ritrovarsi invariabilmente con guadagni minimi e rari attestati di
riconoscimento. Per due terzi (il 66,2%) nel nostro Paese si viveva meglio in
passato: è il segno di una corsa percepita verso il basso. Per il 51,2%,
malgrado il robusto rimbalzo del Pil di quest’anno, non torneremo più alla
crescita economica e al benessere del passato. Il Pil dell’Italia era cresciuto
complessivamente del 45,2% in termini reali nel decennio degli anni ’70, del
26,9% negli anni ’80, del 17,3% negli anni ’90, poi del 3,2% nel primo decennio
del nuovo millennio e dello 0,9% nel decennio pre-pandemia, prima di crollare
dell’8,9% nel 2020. Negli ultimi trent’anni di globalizzazione, tra il 1990 e
oggi, l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui le retribuzioni medie lorde annue
sono diminuite: -2,9% in termini reali rispetto al +276,3% della Lituania, il
primo Paese in graduatoria, al +33,7% in Germania e al +31,1% in Francia.
L’82,3% degli italiani pensa di meritare di più nel lavoro e il 65,2% nella
propria vita in generale. Il 69,6% si dichiara molto inquieto pensando al
futuro, e il dato sale al 70,8% tra i giovani.
Il rischio di erosione del patrimonio delle famiglie. Solo il 15,2% degli italiani
ritiene che dopo la pandemia la propria situazione economica sarà migliore. Per
la maggioranza (il 56,4%) resterà uguale e per un consistente 28,4% peggiorerà.
La ricchezza complessiva delle famiglie è pari a 9.939 miliardi di euro. Il
patrimonio in beni reali ammonta a 6.100 miliardi (il 61,4% del totale),
depositi e strumenti finanziari valgono 4.806 miliardi (al netto delle
passività finanziarie, pari a 967 miliardi, corrispondono al 38,6% della
ricchezza totale). Ma nell’ultimo decennio (2010-2020) il conto patrimoniale
degli italiani si è ridotto del 5,3% in termini reali, come esito della caduta
del valore dei beni reali (-17,0%), non compensata dalla crescita delle
attività finanziarie (+16,2%). Gli ultimi dieci anni segnano quindi una netta
discontinuità rispetto al passato: si è interrotta la corsa verso l’alto delle
attività reali che proseguiva spedita dagli anni ’80. La riduzione del
patrimonio, esito della diminuzione del reddito lordo delle famiglie (-3,8% in
termini reali nel decennio), mostra come si sia indebolita la capacità degli
italiani di formare nuova ricchezza.
Il rimbalzo nella scarsità. Ci sono fattori di freno che
congiurano contro la ripresa economica. Tutti i rischi di natura
socio-economica che avevamo paventato durante la pandemia (il crollo dei
consumi, la chiusura delle imprese, i fallimenti, i licenziamenti, la povertà
diffusa) vengono oggi rimpiazzati dalla paura di non essere in grado di
alimentare la ripresa, di inciampare in vecchi ostacoli mai rimossi o in altri
che si parano innanzi all’improvviso, tanto più insidiosi quanto più la nostra
rincorsa si dimostrerà veloce. A cominciare dal rischio di una fiammata
inflazionistica. A ottobre 2021 il rialzo dei prezzi alla produzione
nell’industria è stato consistente: +20,4% su base annua. Si registra un +80,5%
per l’energia, +13,3% per la chimica, +10,1% per la manifattura nel complesso,
+4,5% per le costruzioni.
Le incognite che pesano sul risveglio dei consumi dopo la
depressione della domanda interna. Il forte recupero dei consumi delle famiglie (+14,4%
tra il secondo trimestre del 2020 e il secondo del 2021) è figlio dell’allentamento
delle misure di contenimento del contagio. Si prevede una crescita dei consumi
del 5,2% su base annua, inferiore alla crescita del Pil e inadeguata a
ricollocare il Paese sui livelli di spesa delle famiglie del 2019. In Italia il
tasso medio annuo di crescita reale dei consumi si è progressivamente ridotto
nel tempo, passando dal +3,9% degli anni ’70 al +2,5% degli anni ’80, al +1,7%
degli anni ’90. Nel primo decennio del nuovo millennio si è attestato su un
+0,2% e poi l’anno della pandemia ha trascinato in negativo la media decennale:
-1,2%.
Complotto contro il lavoro: il gioco al ribasso della domanda e
dell’offerta. Quasi
un terzo degli occupati possiede al massimo la licenza media. Sono 6,5 milioni
nella classe di età 15-64 anni, di cui 500.000 non hanno titoli di studio o al
massimo hanno conseguito la licenza elementare. Anche tra i poco meno di 5
milioni di occupati di 15-34 anni quasi un milione ha conseguito al massimo la
licenza media (il 19,2% del totale), 2.659.000 hanno un diploma (54,2%) e
1.304.000 sono laureati (26,6%). Considerando gli occupati con una età di 15-64
anni, la quota dei diplomati scende al 46,7% e quella dei laureati al 24,0%.
Un’occupazione povera di capitale umano, una disoccupazione che coinvolge anche
un numero rilevante di laureati e offerte di lavoro non orientate a inserire
persone con livelli di istruzione elevati indeboliscono la motivazione a fare
investimenti nel capitale umano. L’83,8% degli italiani ritiene che l’impegno e
i risultati conseguiti negli studi non mettono più al riparo i giovani dal
rischio di dover restare disoccupati a lungo. L’80,8% degli italiani
(soprattutto i giovani: l’87,4%) non riconoscono una correlazione diretta tra
l’impegno nella formazione e la garanzia di avere un lavoro stabile e adeguatamente
remunerato.
Il sottoutilizzo del capitale umano e la dissipazione delle
competenze. L’Italia
affronta la grande sfida della ripresa post-pandemia con una grave debolezza:
la scarsità di risorse umane su cui fare leva. Il primo fattore critico è
l’inverno demografico. Tra il 2015 e il 2020 si è verificata una contrazione
del 16,8% delle nascite. Nel 2020 il numero di nati ogni 1.000 abitanti è sceso
per la prima volta sotto la soglia dei 7 (6,8), il valore più basso di tutti i
Paesi dell’Unione europea (media Ue: 9,1). La popolazione complessiva
diminuisce anno dopo anno: 906.146 persone in meno tra il 2015 e il 2020.
Secondo gli scenari di previsione, la popolazione attiva (15-64 anni), pari
oggi al 63,8% del totale, scenderà al 60,9% nel 2030 e al 54,1% nel 2050.
Secondo un’indagine del Censis, poco prima della pandemia il 33,1% dei
capifamiglia con meno di 45 anni aveva l’intenzione di sposarsi o di convivere
e il 29,8% aveva l’intenzione di fare un figlio. Ma soltanto il 26,5% ha
continuato a progettare o ha effettivamente intrapreso un matrimonio o una
convivenza stabile. In un caso su dieci il progetto originale è stato
annullato. La grande maggioranza delle famiglie che stavano pensando di avere
un figlio ha deciso di rinviare (55,3%) o di rinunciare definitivamente al
progetto genitoriale (11,1%).
Ricchezza privata, povertà pubblica: la carenza di capitale
sociale. Uno
degli ambiti in cui le misure espansive si sono concretizzate in modo più
evidente è l’edilizia privata. Al 30 settembre 2021 gli interventi edilizi in
corso o conclusi incentivati con il super-bonus 110% sono stati più di 46.000,
per un ammontare di investimenti ammessi a detrazione pari a quasi 7,5 miliardi
di euro (di cui il 68,2% per lavori conclusi), con un onere per lo Stato di 8,2
miliardi. Il boom degli ultimi mesi è legato alla crescita della quota relativa
ai condomini, che oggi è pari solo al 13,9% degli interventi (la percentuale
era del 7,3% a febbraio), ma rappresenta poco meno della metà dell’ammontare
complessivo (il 47,7%), dato che l’importo medio dei lavori nei condomini si
attesta intorno ai 560.000 euro, contro i circa 100.000 euro degli interventi
su singole unità immobiliari. Il rischio è che una parte dello stock di
abitazioni private sia oggetto di un generoso intervento di riqualificazione
energetica (nonché di valorizzazione economica) a carico della collettività,
mentre molti asset pubblici (dalle scuole agli ospedali) permangano in uno
stato di cattiva manutenzione.
Magazzino Italia: la logistica necessaria per la
ripartenza. Nei
primi sei mesi del 2020 il traffico veicolare leggero sulla rete autostradale è
crollato del 43,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La
contrazione è comunque elevata (-32,1%) anche considerando tutto il 2020 rispetto
al 2019. La ripresa nel 2021 del traffico merci riflette l’andamento economico
del Paese. Con il rilancio delle esportazioni sono cresciute le merci
trasportate via mare (+5,3% nei primi sette mesi dell’anno rispetto allo stesso
periodo del 2020) e via ferro (+7,8%), recuperano le merci spostate su gomma
(-1,4%), mentre il traffico aereo di merci registra ancora un dato fortemente
negativo (-64,1%).
I giovani alla prova della pandemia. La percezione che i gangli del
potere decisionale siano in mano alle fasce anziane della popolazione è molto
forte tra i giovani: è quanto emerge da un’indagine del Censis. Il 74,1% dei
giovani di 18-34 anni ritiene che ci siano troppi anziani a occupare posizioni
di potere nell’economia, nella società e nei media, enfatizzando una opinione
comunque ampiamente condivisa da tutta la popolazione (65,8%). Il 54,3% dei
18-34enni (a fronte del 32,8% della popolazione complessiva) ritiene che si
spendano troppe risorse pubbliche per gli anziani, anziché per i giovani. La precarietà
lavorativa sperimentata nei percorsi di vita individuali influenza il clima di
fiducia verso lo Stato e le istituzioni. Il 58% della popolazione italiana
tende a non fidarsi del governo, ma tra i giovani adulti la percentuale sale al
66%. I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, costituiscono una
eclatante fragilità sociale del nostro Paese. Tra tutti gli Stati europei,
l’Italia presenta il dato più elevato, che negli anni continua a aumentare. Nel
2020 erano 2,7 milioni, pari al 29,3% del totale della classe di età 20-34
anni: +5,1% rispetto all’anno precedente. Nel Mezzogiorno sono il 42,5%, quasi
il doppio dei coetanei che vivono nelle regioni del Centro (24,9%) o nel Nord
(19,9%).
Le donne alla prova della pandemia. A giugno 2021, nonostante il
rimbalzo dell’economia del primo semestre, le donne occupate hanno continuato a
diminuire: sono 9.448.000, alla fine del 2020 erano 9.516.000, nel 2019 erano
9.869.000. Durante la pandemia 421.000 donne hanno perso o non hanno trovato
lavoro. Il tasso di attività femminile (la percentuale di donne in età
lavorativa disponibili a lavorare) a metà anno è al 54,6%, si è ridotto di
circa 2 punti percentuali durante la pandemia e rimane lontanissimo da quello
degli uomini, pari al 72,9%. Da questo punto di vista, l’Italia si colloca
all’ultimo posto tra i Paesi europei, guidati dalla Svezia, dove il tasso di
attività femminile è pari all’80,3%, e siamo distanti anche da Grecia e
Romania, che con il 59,3% ci precedono immediatamente nella graduatoria. La pandemia
ha comportato un surplus inedito di difficoltà rispetto a quelle abituali per
le donne che si sono trovate a dover gestire in casa il doppio carico
figli-lavoro. Il 52,9% delle donne occupate dichiara che durante l’emergenza
sanitaria si è dovuto sobbarcare un carico aggiuntivo di stress, fatica e
impegno nel lavoro e nella vita familiare, per il 39,1% la situazione è rimasta
la stessa del periodo pre-Covid e solo per l’8,1% è migliorata. Tra gli
occupati uomini, invece, nel 39,3% dei casi stress e fatica sono peggiorati,
nel 44,9% sono rimasti gli stessi e nel 15,9% sono migliorati.
Il bello e il brutto di internet. La battaglia individuale contro la
pandemia è stata combattuta con le armi della disintermediazione digitale.
Durante l’emergenza, a più di un italiano su due le tecnologie digitali hanno
consentito di provvedere alle proprie necessità (58,6%), di mantenere le
relazioni sociali (55,3%) e di continuare a lavorare o studiare (55,2%). Ma il
livello di istruzione rappresenta ancora un fattore di filtro. Ad esempio, gli
utenti di internet in possesso di un basso titolo di studio (fino alla licenza
media) sono più restii a utilizzare online il proprio conto corrente: lo fa il
30,3% a fronte del 60,1% di diplomati e laureati.
I risvolti sociali positivi: la riscoperta della solidarietà. Un terzo degli italiani ha
partecipato a iniziative di solidarietà legate all’emergenza sanitaria,
aderendo alle raccolte di fondi per associazioni non profit, per la Protezione
civile o a favore degli ospedali. Quasi un terzo di coloro che si sono attivati
ha svolto in prima persona attività gratuita in associazioni di volontariato
impegnate nella lotta al Covid. Il 20,7% degli italiani ritiene che la gestione
dell’emergenza da parte delle istituzioni abbia prodotto buoni risultati, per
il 56,3% è stata abbastanza adeguata, per il 23,0% inadeguata.
La meritocrazia può anche essere un valore
che crea conflitto e una società di classi. Il Vangelo invita a una conversione
di mentalità e autentica giustizia.
Anticipiamo alcune pagine dal volume
"Benedetta povertà? Provocazioni su Chiesa e denaro" (Emi, pagine 96,
euro 11,00) di Erio Castelluci, arcivescovo di Modena-Nonantola.
di Erio Castellucci
Il futuro
della fede cristiana è legato anche alla capacità delle comunità cristiane di
dare corpo al sogno di Gesù, il sogno del regno di Dio. Le intuizioni e le
provocazioni devono diventare educazione, pena l’insignificanza del
cristianesimo. Mi sembra che oggi le nostre comunità si giochino la loro forza
profetica soprattutto in questo campo, nella relazione con i beni.
È indispensabile
prima di tutto intensificare l’opera formativa a partire dai ragazzi e dai
giovani, integrando questi argomenti nel normale itinerario dell’iniziazione
cristiana e della catechesi. I percorsi sull’educazione affettiva e quelli
sull’educazione economica ed ecologica procedono di pari passo, perché non sono
altro che dimensioni del medesimo stile di dono e condivisione, reciprocità e
gratuità.
La catechesi
cristiana non può ignorare l’atteggiamento evangelico che sta alla base di
entrambe le braccia dell’etica, quella cosiddetta individuale e quella sociale:
distinzione che ormai dovrebbe peraltro essere superata, perché è “sociale”
anche l’educazione sessuale ed è “individuale” anche l’educazione economica ed
ecologica. Il rispetto per la vita nascente e morente va di pari passo con il
rispetto per la vita emarginata e indigente; la pace e la nonviolenza nelle
relazioni tra l’uomo e la donna vanno di pari passo con la pace nelle relazioni
sociali e internazionali; la castità – cioè il rispetto dell’altro e il rifiuto
dello sfruttamento – nelle relazioni sessuali va di pari passo con la castità
nelle relazioni sociali, etniche, ambientali e interreligiose.
Una delle
esperienze pastoralmente più dolorose è vedere le nostre comunità cristiane
divise su ciò che dovrebbe rimanere unito, anzi profondamente intrecciato. Mi
colpiva, prima come parroco e ora come vescovo, registrare nel popolo di Dio –
e anche in noi ministri – una sorta di frattura verticale tra chi porta avanti
i valori della persona e della famiglia, e chi invece i valori della società e
dell’ambiente naturale. È proprio questo “invece” il problema. Se siamo davvero
cattolici, non possiamo adottare l’aut-aut ma l’et-et. Finché la
Veglia per la pace sarà di sinistra, e rigorosamente frequentata dai soli
cattolici “progressisti”, e la Veglia per la vita sarà di destra, e riservata
di fatto ai cattolici “tradizionalisti”, la Chiesa sarà divisa. Finché la
Giornata del creato sarà di sinistra e la Giornata della famiglia di destra,
continueremo a farci del male a vicenda. Una cosa è la maggiore sensibilità per
l’una o l’altra dimensione etica cristiana – sensibilità che dipende dalle
storie personali e dalle sfide della storia –, un’altra è l’assolutizzazione di
una sola dimensione, trasformando inevitabilmente l’appartenenza cattolica in
una battaglia «contro» altri cattolici.
Nemmeno
questo stupisce, perché fin dai tempi di san Paolo le comunità erano divise,
come dimostrano i partiti di Corinto (cfr. 1Cor 1,12); se non
stupisce, però addolora. La divisione toglie forza interiore
all’evangelizzazione. «Tutto è connesso», «tutto è in relazione », in una sorta
di universale fraternità, come ripete la Laudato si’: relazione con
Dio, sessualità, famiglia, poveri, giustizia, lavoro, pace, custodia del
creato… Sono temi trasversali e interagenti.
Nello
specifico, la formazione riguardante l’economia implicherà anche doveri e
divieti: i doveri derivanti da un uso casto dei beni, che sono sempre mezzi e
mai fini, e dalla necessità di una loro condivisione, del controllo dei propri
investimenti perché non favoriscano commerci illeciti e immorali come quello
delle armi, il divieto della speculazione e del gioco d’azzardo, il dovere di
pagare le tasse, il dovere del rispetto per il creato, insieme a una visione
critica della cosiddetta meritocrazia, del “dio incentivo”, del dogma
dell’efficienza, produttività, redditività e competitività, i quali producono
“gli scarti”; per affermare invece la cultura dell’onestà, del dono e della
misericordia, che fa spazio anche a coloro che non sono vincenti e non sono in
grado di competere.
Competitività,
profitto, competenza: queste parole, che insieme formano il concetto di
meritocrazia, non sono certo inique, ma lo diventano quando risuonano avulse
dal contesto concreto. Una certa dose di competitività è necessaria e favorisce
la qualità; il profitto, quando è proporzionato al lavoro, ne rappresenta un
elemento di dignità, perché «l’operaio è degno del suo salario» ( Lc 10,7);
la competenza, che fa leva sui talenti di ciascuno, è essenziale per un’equa e
ordinata distribuzione ed efficacia del lavoro. Il problema sorge quando queste
parole diventano discriminatorie verso coloro che non sono in condizioni di
competere, non godono di alcun profitto e non hanno i mezzi per sviluppare i
loro talenti. «Il merito può svolgere un buon compito in una società già
giusta, ma nelle società ancora non giuste (e sono quelle reali), la
meritocrazia, il governo del merito, amplifica le ingiustizie». Ed è proprio la
fraternità a fare da ponte tra una povertà da combattere e una povertà da
riscattare. Come scrive Edgar Morin: «La fraternità infrange la legge di
qualunque regime che comporti discriminazione e oppressione».