Visualizzazione post con etichetta intraprendenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta intraprendenza. Mostra tutti i post

sabato 3 agosto 2024

FORTEZZA e INTRAPRENDENZA

ELOGIO 

DI VIRTU' ANTICHE

«(…) La fortezza è una virtù che segnala un animo coerente e magnanimo. Chi esercita questa dote non è meschino, non recrimina, non si vendica, non è subdolo e gretto, ma perdona, comprende, è generoso, pietoso e longanime. Questa grandezza di cuore e di mente è dalla persona superficiale e mediocre scambiata per debolezza o arrendevolezza, mentre è segno di nobiltà d’animo e di dignità».  G. Ravasi, «Mattutino».

 -di Giovanni Ventimiglia

  Tempi mammoni.

 Ovvero: tempi che esaltano il grembo materno, al di fuori del quale vi è solo il male. Ma le cose stanno proprio così? Che fine ha fatto la morale «paterna», quella che spinge a praticare «fortezza» e «magnanimità»?

 Nell’«intraprendenza» si nascondono due antiche virtù, oggi del tutto dimenticate: la fortitudo (vale a dire «fortezza» o «coraggio») e la magnanimitas (letteralmente «grandezza d’animo»).

Secondo Aristotele e san Tommaso d’Aquino la «fortezza» è quella virtù che sta nel giusto mezzo fra i vizi opposti della temerarietà (o impru­denza) e della viltà. La «grandezza d’animo», invece, è la virtù che sta nel giusto mezzo tra la presunzione e la pusillanimità. Avere un «animo grande», dice san Tommaso, significa essere capaci di sperare in «cose grandi» (magna, oggi diremmo «grandi imprese», di qualsiasi tipo), future, ardue (cioè diffi­cili da perseguire), ma alla portata delle nostre capacità. Il presuntuoso, invece, aspira a cose grandi e difficili ma al di sopra delle sue capacità. Il pusillanime, all’estremo opposto, avendo un «animo piccino» (pusillus animus), manca della speranza in cose grandi, sebbene siano alla sua portata. Assomiglia tanto all’uomo vile che, secondo Aristotele, «è una specie di uomo senza speranza, giacché ha paura di tutto».

 Esistono pagine molto suggestive di Aristotele sulla «fortezza» del guerriero «che sta senza paura di fronte a una morte bella», e pagine ancora più toccanti di san Tommaso sulla «fortezza» del santo, pronto a testimoniare fino all’effusione del sangue il suo amore per Cristo, Signore della vita.

 Ebbene, a che punto siamo, oggi, con questi gesti? Sono per noi ancora azioni virtuose da proporre come modello a tutti o gesta eccezionali, mitiche, che in realtà consideriamo da «imprudenti»? E a che punto siamo con la speranza di «grandi imprese»? Di solito non la bolliamo piuttosto come «presunzione» e «vanità»?

 Credo di sì. E la causa – mi sembra – ha un solo nome: morale «mammona». Nella modernità, infatti, la morale si è trasformata da «patriarcale» in «mammona». Ora, in questo passaggio da un estremo all’altro si è perso anche quello che di buono conteneva la cultura «maschile», che è stata rigettata in toto come «maschilista».

 In che cosa consiste, infatti, la morale «mammona» (che è una morale senza «paternità»)? Nella sicurezza e nell’esaltazione del grembo originario. In che cosa consiste, invece, la morale «paterna»? Nel coraggio del distacco e nella speranza del futuro. Si comprende, dunque, che una morale «mammona», come quella che domina nelle società consumistiche felliniane, accusi di «imprudenza» e «presunzione» ogni moto di allontanamento dal grembo protetto verso l’incerto futuro. Messaggio inconscio: tutto quanto è estraneo a «mammà» è pericoloso e malvagio.

 Conclusione: l’energia ancestrale verso il futuro, il rischio, l’ignoto, l’audace impresa, bloccata e repressa dalla morale «mammona», si nasconde nell’inconscio. E da lì è pronta a riapparire in azioni ineducate, imprevedibili, temerarie, pericolose per sé e per gli altri – incoscienti per l’appunto –. Il che è esattamente quanto leggiamo nelle cronache di tutti i giorni.

 Che fare dunque? Sperare di correggere la temerarietà dei giovani con inviti – un po’ «mammoni» – alla prudenza? Oppure riproporre figure virtuose di uomini «forti» e di animo grande quali modelli di vita dove il coraggio del futuro possa tornare a essere, come è, degno di lode?

 Messaggero di Sant’Antonio


lunedì 27 maggio 2024

INTRAPRENDENZA, UNA "VIRTU'" CHE FA CRESCERE

             Educare

ed 

educarsi all’intraprendenza 


-di Adriano Fabris

 

Voler fare tutto nuovo, è certamente una virtù. Ma lo è solo se non si coltiva l’illusione che sia possibile svincolarsi del tutto da quei limiti che definiscono la propria vita. È questo che dobbiamo insegnare ai nostri giovani.

 Per noi esseri umani, tuttavia, cominciare da zero non è possibile. Infatti, il passato ci vincola ben più di quanto pensiamo. E, in parallelo, il futuro ci sfugge, ben al di là delle nostre intenzioni. Così l’intraprendenza, come volontà di rompere con una situazione di fatto, si scopre, da una parte, pur sempre condizionata da ciò che siamo stati e dal contesto in cui viviamo e, dall’altra parte, inserita nell’orizzonte ben preciso di ciò che concretamente possiamo fare. In una parola: l’intraprendenza, il voler fare tutto nuovo, è certamente una virtù. Ma lo è solo se non coltiviamo l’illusione che sia possibile svincolarci del tutto da quei limiti che definiscono la nostra vita.

 La consapevolezza di tali limiti rende prudente chi vuol esercitare l’intraprendenza. Ma mentre la capacità d’intraprendere qualcosa di nuovo è una predisposizione naturale, a cui solo in parte si può educare, così non è per quella prudenza che può accompagnarla. Intraprendenti, infatti, sono coloro in grado di sopportare, e magari di amare, il rischio della novità: condottieri, esploratori, creativi. Essi vogliono andare oltre i limiti imposti da una certa situazione. La prudenza, invece, permette di contenere l’attitudine al rischio, e perciò di renderla feconda. Chi, dunque, coniuga intraprendenza e prudenza lo fa per rendere stabile la novità che intende conseguire. Il condottiero coraggioso, se vuole vincere, non può essere temerario. E dunque superare i limiti non vuol dire dimenticarli. Significa sapere che si ripresenteranno e che, rispetto a ciò, sarà necessario trovare un punto di equilibrio.

 Questo, appunto, si può insegnare. Si può insegnare la prudenza. Si può insegnare che esistono limiti e che con essi, per realizzare qualcosa che sia non solamente nuovo, ma guadagnato stabilmente, bisogna pur sempre fare i conti.

 Certo: insegnare ai nostri ragazzi, intraprendenti per natura, il senso del limite non è affatto facile. A loro piace il rischio, piace l’avventura. Perché, nella pienezza di vita che li caratterizza, è facile che si sentano quasi onnipotenti. Cominciare da zero è la loro intenzione, più o meno consapevole; sfidare chiunque voglia sottometterli a regole è una costante tentazione. L’avventura diventa un’abitudine: magari per sfuggire alla noia di un’esistenza fin troppo garantita e coccolata.

 Come educare dunque la loro intraprendenza? Come far loro capire che l’intraprendenza diventa feconda, produttiva, solo se tiene conto fin dall’inizio dei limiti ai quali andranno incontro? Ricette universali non ne esistono. Vale, anche in questo caso, l’esperienza che ognuno, genitore o amico, ha fatto: purché sia capace di ascoltare, non solamente d’imporre regole che rischiano di essere immediatamente disattese o infrante.

 Come comportarsi, allora? Per chi fa dell’intraprendenza la sua bandiera ciò che risulta semplicemente imposto – ben lo sappiamo – è un incitamento alla trasgressione. Invece, se delle regole facciamo comprendere il senso, forse allora riusciamo insieme a far capire che anche la volontà di rendere tutto nuovo è qualcosa che si realizza solo in un contesto relazionale: in una relazione con gli altri, con il mondo in cui si vive, con le speranze e i progetti da realizzare. E che in questo contesto emergono non solo i limiti che il nostro agire è destinato a sperimentare, ma anche la possibilità di oltrepassarli.

 Ben lo sanno gli audaci. Sanno, cioè, che la fortuna aiuta la loro intraprendenza. Ma sanno anche che la fortuna va conquistata e tenuta saldamente in mano. E che ciò avviene solo grazie a un esercizio di prudenza. Ai nostri ragazzi questo va detto. Affinché torni loro in mente quando, magari, vogliono compiere un sorpasso azzardato.          

  

Parole da meditare. Intraprendenza

 

-           di Enzo Bianchi

 

Nei vangeli la virtù dell’intraprendenza assume molti volti: è l’audacia profetica di Gesù che scaccia i venditori dal tempio (cf. Mc 11,15-19 e par.; Gv 2,14-22); è il coraggio risoluto con cui egli persegue il suo cammino verso Gerusalemme, raccogliendo tutte le sue forze per affrontare le difficoltà che lo attendono (cf. Lc 9,51); è la franchezza di fronte alla quale anche i suoi avversari sono costretti ad ammettere che egli «non ha soggezione di alcuno, perché non guarda in faccia a nessuno, ma insegna la via di Dio secondo verità» (cf. Mc 12,14 e par.). Ma tutti questi elementi sono approfonditi e riassunti dal «bel rischio» della fede di cui parla Clemente di Alessandria (Protrettico X,93), riprendendo un’espressione di Platone.

La bellezza di questo rischio trova la sua attestazione degna di fiducia nel rischio che Gesù stesso ha vissuto, spendendo la sua esistenza nella dedizione a Dio e agli uomini, cioè «amando fino alla fine» (cf. Gv 13,1), anche a costo di subire una morte ingiusta e vergognosa. È solo con l’autorevolezza propria di chi ha vissuto in questo modo che egli ha potuto chiedere: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34 e par.). Sono parole che, nella loro paradossalità, hanno un significato semplice e netto: chi vuole essere realmente discepolo di Gesù deve smettere di considerare se stesso come misura di ogni cosa; deve rinunciare a difendersi e accettare di portare lo strumento della propria condanna a morte; deve uscire dai meccanismi di autogiustificazione e abbandonarsi totalmente al Signore. Solo chi accetta di fare questo può conoscere Gesù Cristo e cogliere se stesso in lui, intraprendendo così un cammino di vita piena e felice.

 La miglior interpretazione di queste esigenze la fornisce lo stesso Gesù, commentandole con l’affermazione che costituisce il vero fulcro della «differenza cristiana»: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,35 e par.).

 Ma noi cristiani siamo ancora convinti che vale la pena perdere la vita per Gesù Cristo? Ovvero: crediamo che il suo amore vale più della vita (cf. Sal 63,4), che solo a motivo di questo amore trovano senso anche le fatiche e le contraddizioni della vita? Ecco l’intima verità del Vangelo, ecco in cosa consiste la vera audacia, la vera intraprendenza: perdere la nostra vita per amore di Gesù Cristo è ciò che può giustificare ogni nostra rinuncia, è la vera beatitudine possibile già qui e ora, nella nostra vita umanissima. Ma se non comprendiamo questo, possiamo ancora dirci cristiani?


  SPIRITO DI INIZIATIVA E INTRAPRENDENZA

PERCORSI EDUCATIVI

Lo Spirito di iniziativa e intraprendenza è la competenza su cui si fonda la capacità di intervenire e modificare consapevolmente la realtà.

Ne fanno parte abilità come il sapere individuare e risolvere problemi, valutare opzioni diverse, rischi e opportunità, prendere decisioni, agire in modo flessibile e creativo, pianificare e progettare.

Anche in questo caso, l’approccio per discipline scelto dalle Indicazioni non consente di declinarla con le stesse modalità con cui si possono declinare le competenze chiave nelle quali trovano riferimento le discipline formalizzate.

Anche questa competenza si persegue in tutte le discipline, proponendo agli alunni lavori in cui vi siano situazioni da gestire e problemi da risolvere, scelte da operare e azioni da pianificare.

E’ una delle competenze maggiormente coinvolte nelle attività di orientamento.

E’ anch’essa fondamentale per lo sviluppo dell’autoefficacia e della capacità di agire in modo consapevole e autonomo.

 Educare all’intraprendenza – Percorsi di crescita



 

 

martedì 12 settembre 2023

ARRANGIATI !

 
“ARRANGIARSI”:

 UN VERBO 

(MOLTO) EDUCATIVO

 

- di  Veronica Elia

 

Spesso si pensa che la parola “arrangiarsi” abbia un significato negativo, in realtà come spiega Paolo Crepet può avere valenza educativa.

Al giorno d’oggi siamo abituati a concepire il verbo “arrangiarsi” con un significato negativo. Spesso, infatti, questa parola viene intesa come sinonimo di menefreghismo ed abbandono, soprattutto se si rivolge ai più giovani i quali si trovano a dover magari gestire da soli situazioni apparentemente troppo grandi per loro.

In realtà, come spiega lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, questa parola può avere una valenza estremamente positiva ed educativa. In un suo intervento pubblicato anche sulla pagina Instagram @healthymind.italia l’intellettuale espone la propria teoria in merito, dividendo profondamente l’opinione pubblica.

Ecco che cosa ha dichiarato e in che senso “arrangiarsi” può rappresentare per molti una grande opportunità e non un limite.

Nella maggior parte dei casi pensiamo che la parola “arrangiarsi” abbia un significato negativo. In realtà le cose non stanno esattamente così. Secondo lo psichiatra Paolo Crepet, bisogna imparare ad intendere questo verbo non come sinonimo di abbandono, ma come un’opportunità da cogliere a livello educativo e di crescita personale. Soprattutto per i più giovani.

Per comprendere il suo ragionamento occorre tornare indietro nel tempo quando “arrangiarsi” era ritenuta un’arte. Oggi moltissimi figli sono abituati a ricevere l’aiuto dei genitori al primo ostacolo, sviluppando così una scarsa capacità di problem solving. La soluzione secondo l’esperto sarebbe proprio quella di recuperare l’accezione positiva della parola “arrangiarsi”.

Questo termine, infatti, può voler dire anche “organizzarsi”, “ingegnarsi”, “sviluppare una strategia” e “trovare una soluzione autonomamente”. In questo senso, dire ad un figlio “arrangiati” non equivale a lasciarlo a se stesso, ma a stimolarlo a crescere.

Non tutti gli utenti sul web si sono trovati d’accordo con la spiegazione di Crepet. Se da un lato c’è chi non ha esitato a sostenere la sua tesi, dall’altro non sono mancati commenti negativi che hanno evidenziato come questo comportamento possa essere a lungo andare pericoloso. Dal nostro punto di vista il segreto sta sempre nella via di mezzo, nel riuscire a trovare un compromesso fra il seguire costantemente e con affetto i propri figli e il lasciarli del tutto privi di supervisione.

In particolare, ci ha colpito il commento di un utente, il quale ha scritto: “Arrangiati vuol dire ‘Ti guardo mentre cerchi una soluzione perché so che da solo ce la fai’. E questa è la cosa più bella che un genitore possa fare per il figlio: dare fiducia!!!”. E voi che cosa ne pensate?

L’intellettualedissidente

 

lunedì 20 dicembre 2021

POST PANDEMIA: RICOMINCIARE A COMINCIARE


Un nuovo inizio


- di Luigi Sanlorenzo

 La cosiddetta fase di ripresa e resilienza pone questioni che non possono trovare in alcuna esperienza del passato esempi, pratiche e comportamenti cui poter fare riferimento. Nell'ostinazione di voler cogliere la dimensione delle opportunità in quanto sta accadendo, credo che il lungo periodo di adattamento che ci aspetta modificherà il nostro sguardo sul mondo e sulla società.

Altro che aspirare a che tutto torni come prima! Una banale illusione alimentata da chi ama semplificare per ottenere un facile consenso.

Occorrerà lavorare molto sull'educazione dei giovani all'ottimismo, al coraggio - anche fisico - alla capacità di consumare in modo diverso l'uso del tempo, le modalità di fruizione di beni e di servizi, la gestione dei rapporti di prossimità, le modalità di spostamento, le logiche gestionali delle organizzazioni in cui la motivazione delle persone sarà il principale asset strategico.
Molti di noi hanno lavorato in anni recenti per formare individui e comunità in ogni settore a non dare per scontate alcune certezze, a saper prevedere, nella misura del possibile, le evoluzioni della realtà sociale, produttiva, politica e al tempo stesso a familiarizzare con i sentimenti della finitezza umana, dell'elaborazione del lutto, della perdita, dell'abbandono, senza per questo cedere alla depressione o alla disperazione.

Un'educazione alla provvisorietà da vivere con la piena consapevolezza di essere umili anelli di una catena che viene da lontano e va lontano e nella quale il sentimento di resa di uno interrompe e indebolisce l'energia di tutti.

Un accorato "addio ai monti" a cui ora va unita la determinazione di scorgerne presto altri le cui cime possiamo solo intravedere nella nebbia che intanto avvolge il presente.
La recessione economica prevista non potrà essere compensata mai completamente dall'intervento dell'Unione Europea sotto le molteplici forme possibili, né da inasprimenti fiscali impensabili su strati della popolazione già ampiamente provati durante il decennio scorso.
Occorre cominciare a parlare di riconversione industriale, concentrandosi più sui settori strategici e meno su quelli dei beni voluttuari, prendere atto che teatri, cinema e forme di intrattenimento in cui è impossibile attuare forme di distanziamento sociale dovranno subire un'inevitabile sospensione.

Sarà necessario rivalutare la prospettiva del lavoro agricolo e ambientale, con criteri innovativi, e orientarvi larga parte dei giovani a diverso livello di professionalità, non escludendo anche la parte manuale.

Nonostante i necessari arruolamenti a tempo determinato per modernizzare la Pubblica Amministrazone attraverso il PNRR, gli esuberi che deriveranno come conseguenza della de-burocratizzata e di larga parte di servizi erogati online, dovranno essere indirizzati ai settori della promozione culturale, dell'assistenza informatica, sociale e paramedica.

Nuove prospettive si apriranno per l'accompagnamento psicologico e cognitivo intergenerazionale, con particolare attenzione all'analfabetismo funzionale che tocca diplomati e laureati da qualche decennio.

Il turismo dovrà rileggere la propria missione, finora fondata in larga parte sugli arrivi dall'estero, ridimensionando i costi per cercare di compensare con le disponibilità reddituali medie dei turisti interni.

Molti lavori cesseranno di esistere e ne nasceranno di nuovi più legati alle esigenze primarie e di prossimità, stante anche l'invecchiamento della popolazione italiana che tuttavia dovrà essere bilanciato da politiche familiari atte ad incentivare la natalità, dal momento che i migranti "economici" si ridurranno sensibilmente.

Avremo molto da imparare da paesi in cui si fa molto con molto poco e dovremo considerare risorsa preziosa il flusso di migranti che porta con sè quelle nuove generazioni che in Italia rimane così difficile scegliere di concepire.

Andranno rivalutati e ripopolati i borghi abbandonati, le zone di montagna e le grandi estensioni di terreni incolti, garantendo ai nuovi abitanti un adeguato presidio sanitario e la piena connessione digitale.

Come in un moderno mito di Sisifo, occorrerà "ricominciare a cominciare" tante volte, sino a quando il peso del cambiamento diventerà familiare e la salita sempre meno ripida e sempre più sopportabile.

Solo alla fine di questo percorso di tras-formazione avremo scoperto un mondo diverso e un modo nuovo e più umano di abitarlo. 

 

lunedì 16 agosto 2021

L'INTRAPRENDENZA, UNA RISORSA

Intraprendere, una questione di relazioni “Al centro di ogni impresa vi sia l’uomo: non quello astratto, ideale, teorico, ma quello concreto, con i suoi sogni, le sue necessità, le sue speranze e le sue fatiche” . E' da questa prospettiva indicata da Papa Francesco che prende spunto la riflessione di Giovanni Marseguerra, docente di Economia Politica 

 -di Giovanni Marseguerra* 

 Alla base di ogni attività imprenditoriale vi è sempre una persona con il suo desiderio di fare qualcosa di grande e importante. È questo desiderio la molla che guida e consente di dare concretezza ad ogni specifica attività economica. Si può dire che il desiderio di intraprendere è intrinseco alla natura umana e al suo tendere verso una meta infinita. La libera creatività umana è poi essa stessa un dono di Dio che ha come essenziale complemento, per il suo pieno dispiegarsi, la responsabilità che deve sempre accompagnare l’agire umano, anche quello relativo alla sfera economica: responsabilità verso chi condivide l’iniziativa, responsabilità verso gli altri, verso la società intera. Come chiarisce Papa Francesco, il senso di responsabilità deve essere la cifra dell’impegno di ogni imprenditore: “La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita; questo gli permette di servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo” (Evangelii Gaudium, n. 203). 
 La Dottrina sociale della Chiesa ha saputo elaborare, nel corso del tempo, una ricca e articolata visione dell’impresa e dei suoi fini, basata sui principi della solidarietà, della sussidiarietà e del bene comune. E in cui la centralità della persona è sempre confermata e rinnovata: “Al centro di ogni impresa vi sia l’uomo: non quello astratto, ideale, teorico, ma quello concreto, con i suoi sogni, le sue necessità, le sue speranze e le sue fatiche” (Papa Francesco, Discorso agli imprenditori riuniti in Confindustria, 27 febbraio 2016). L’iniziativa in campo economico è una delle tante espressioni dell’umana intelligenza e nasce dall’esigenza di rispondere ai bisogni dell’uomo attraverso l’uso della creatività e della collaborazione. Ma l’imprenditorialità è una vocazione tanto nobile quanto difficile da praticare: “La nobile vocazione dei leader dell’imprenditoria diventerà evidente nella misura in cui ogni attività umana diverrà una testimonianza di speranza nel futuro e un incentivo a una maggiore responsabilità e preoccupazione sociale attraverso il saggio uso da parte di ogni persona dei propri talenti e capacità” (Messaggio di Papa Francesco ai Partecipanti al XXVI Congresso mondiale dell’UNIAPAC, 22 novembre 2018). 

* Docente di Economia Politica

Vatican News

giovedì 21 gennaio 2021

SCUOLA IN TEMPO DI PANDEMIA. RISCHI ed OPPORTUNITA'

EDIPO, NARCISO O TELEMACO ? 

Didattica a distanza, Recalcati: “Ammiro i molti insegnanti che l’hanno dovuta utilizzare”, una riflessione tra crisi e prospettive future [intervista]

di Fabio Gervasio

Proseguiamo la nostra riflessione sulla scuola in tempo di Pandemia, tra crisi e prospettive future, opportunità da cogliere e quelle che si rischiano di perdere. Ne abbiamo parlato con il Professor Massimo Recalcati, psicanalista, saggista e professore Universitario.

Professor Recalcati, ci lasciamo alle spalle il 2020, un anno fortemente segnato dalla crisi pandemica legata al Covid-19. Un anno che ha trasformato le nostre abitudini e ci ha fatto vivere varie fasi passando da quella eroica della prima ondata, dove ha prevalso il noi all’io, all’angoscia, lo smarrimento, che ha caratterizzato la seconda ondata, dove a prevalere è stata l’insofferenza nei confronti delle restrizioni e degli stessi eroi, i sanitari, che avevamo osannato. Lei ha affermato che tra le due ondate ha prevalso l’anima cicala dell’uomo. Tutta questa situazione come sta influenzando la stabilità psico-emotiva dei nostri ragazzi?

“Loro sono stati i primi a credere che la vita avesse ripreso il suo corso normale. Ma che questo sia accaduto è nell’ordine delle cose. I ragazzi sono fatti per vivere all’aperto e non nel chiuso delle loro case. La loro spinta vitale ha incoraggiato la credenza che tutto fosse finito con l’arrivo dell’estate. Non era loro compito frenare gli entusiasmi. Eppure i libri di storia della medicina ci dicevano del carattere inevitabile della seconda ondata.

Ma nessuna voce adulta si è alzata con forza per rendere questa verità pubblica e adottare di conseguenza le misure sanitarie necessarie. Perché? Per la paura di perdere consensi? Per non incrinare l’illusione collettiva che si era impadronita del nostro paese? Per tutelare il settore del turismo? Non so bene. In ogni caso quelle parole avrebbero dovuto essere pronunciate con decisione da parte del nostro governo. E questo non è accaduto. Anzi il Ministro della Salute aveva pronto per le stampe un suo libro dove raccontava come abbiamo sconfitto il Covid…”

Nell’emergenza Covid-19 un’istituzione in particolare ha avuto sempre i riflettori puntati addosso, la Scuola. La didattica a distanza ha dimostrato tutti i suoi limiti. Nella seconda ondata alunni ed insegnanti stanno vivendo un vero e proprio rifiuto verso di essa. Lei già da qualche anno, in tempi non sospetti, aveva lanciato l’allarme nei confronti di una didattica digitalizzata, valorizzando il ruolo fondamentale del corpo e della relazione nella didattica. Ci spiega meglio questo concetto?

“Non c’è dubbio che la vita della scuola implica i corpi, l’esistenza di una comunità in presenza. Ed è indubbio che la DAD sia stata una faticosissima supplenza all’impossibilità dell’incontro in presenza. Io non sono un sostenitore della DAD. Ma devo dire che in questo anno tremendo ho imparato ad ammirare lo sforzo di molti insegnanti che l’hanno dovuta utilizzare. Io stesso mi sono cimentato nei miei corsi universitari con questo sistema.

È difficile. Molto difficile. Ne risente sia la trasmissione del sapere sia la qualità dell’apprendimento. È un’evidenza. Ma è per me altrettanto evidente che ogni percorso di formazione si fa con quello che c’è e non con quello che dovrebbe idealmente esserci, si fa con il reale e non con l’ideale. Nel tempo del Covid noi tutti siamo confrontati traumaticamente col reale. Ogni formazione avviene attraverso i colpi impietosi del reale. Non c’è mai programmazione ideale, non c’è mai cammino rettilineo, non c’è mai semplice progressione.

La formazione non risponde al paradigma della scala; innalzamento progressivo senza inciampi dal gradino più basso a quello più alto. Il processo di formazione è piuttosto spiraliforme, fatto di smarrimenti, cadute, sconfitte e riprese, ricominciamenti, riaperture, rilanci. Questo tempo tremendo fa parte della formazione. Lo dobbiamo pensare come parte del processo formativo e non come un suo ostacolo. Come accade con la DAD. Giocoforza. Se aspettiamo la normalizzazione della vita della Scuola per fare esistere la Scuola siamo perduti”.

Dalla chiusura della prima fase, ed il conseguente ricorso alla DAD, si è passati ad un timido tentativo di riapertura, con l’estate trascorsa a studiare il problema della sicurezza, per poi richiudere appena la curva del contagio ha iniziato a crescere nuovamente. Lei ci parla di una scuola in terapia intensiva, il cui male ha origine ben prima dell’emergenza sanitaria. Quattro riforme negli ultimi 20 anni non hanno migliorato la situazione. Lei ritiene che è ora di ripensare seriamente la forma dell’istituzione scuola e che l’emergenza in atto dovrebbe essere considerata come il giusto stimolo per fare questa riflessione. Partiamo dai complessi della scuola, lei nel suo libro “L’ora di lezione: Per un’erotica dell’insegnamento” ne individua tre in particolare con una doppia chiave di lettura sia diacronica che sincrona: La Scuola-Edipo, la Scuola-Narciso e la Scuola-Telemaco. Ce li racconta?

“Io spero che quello che è accaduto costringa innanzitutto i nostri governanti a non dimenticare il valore della scuola, della ricerca e della formazione. Il valore di un paese si misura dalla centralità che in esso occupa l’esistenza della scuola. Anche in termini di investimenti naturalmente. Soprattutto in un tempo come questo dove il rischio che avvertiamo tutti è quello di non avere più futuro. L’esistenza della Scuola contribuisce in modo determinate a fare esistere il futuro. Senza centralità della Scuola un paese è senza avvenire. Oggi il primo compito che ogni educatore deve perseguire è quello di costruire il futuro con quello che c’è adesso a disposizione, foss’anche la DAD. La Scuola Edipo


è quella Scuola fondata sul criterio verticale dell’autorità e sulla continuità tra famiglia e insegnanti. Essa concepisce l’educazione come un raddrizzamento ortopedico e normativo delle differenze.

Questa rappresentazione della Scuola è in chiaro declino. Giustamente. Non bisogna rimpiangerla nostalgicamente. Al suo posto prevale però una Scuola che esalta il narcisismo dei figli, che riflette a sua volta quello dei loro genitori: competizione, performance, gara cognitiva. È una rappresentazione tecnocratica della Scuola come Azienda. Ma la Scuola Narciso ha anche un’altra faccia. Quella della Scuola come asilo sociale, luogo di intrattenimento o di parcheggio dei nostri figli. Allora si abbassa l’asticella della prova, si riduce la domanda di sapere, ci si adatta all’apatia frivola dei nostri figli che fanno sempre più fatica ad impegnarsi con rigore e che, nonostante questo, vengono difesi strenuamente dai loro genitori. La Scuola Azienda e la Scuola asilo sociale sono le due facce predominanti della Scuola Narciso che è egemone nella nostra epoca.

Nel tempo del Covid ad esse dobbiamo aggiungere un altro volto della Scuola Narciso


: la tentazione di identificare vittimisticamente questa generazione di allievi con la generazione Covid. Il rischio è quello di enfatizzare le privazioni e i sacrifici ai quali il Covid costringe oggettivamente i nostri figli annullando ulteriormente il carattere formativo della prova e commiserando i nostri poveri ragazzi ai quali è stata sottratta la Scuola. La psicoanalisi insegna che se si vittimizzano i figli si toglie loro la possibilità di soggettivarsi come soggetti responsabili della loro vita. È un grande rischio che dobbiamo tenere presente.

La Scuola Telemaco oggi è quella che non cede alla tentazione della vittimizzazione. Il Telemaco omerico, infatti, non si limita a lamentarsi per quello che sta accadendo a Itaca a causa dell’assenza del padre. Non sceglie la via della vittimizzazione. La generazione Telemaco è quella che impugna il proprio destino senza aspettare il ritorno del padre, ovvero senza identificarsi passivamente a chi ha subito un torto e deve essere risarcito. Non devono esistere ristori per questa generazione di allievi. Piuttosto la Scuola


Telemaco è la Scuola dei figli che si mettono in viaggio. 
Che sanno attraversare l’assenza del padre senza rimpiangere la Scuola Edipo e senza sprofondare nello stagno della Scuola Narciso. Lo ripeto: questa grande crisi generata dalla pandemia non deve essere considerata una interferenza al processo di formazione ma come una sua parte costituente. Quello che dà forma alla vita è il reale del trauma: compito della Scuola dovrebbe essere quello di integrare questo trauma nella didattica. In che modo? Per esempio mostrando che si può sempre fare qualcosa di generativo con quello che c’è. Testimoniando che il desiderio è più forte della paura, più forte della rassegnazione, più forte della tentazione torbida del vittimismo”.

 Orizzonte Scuola

 

mercoledì 15 luglio 2020

RIMBOCCARSI LE MANICHE PER RIALZARE LA TESTA


L'attuale situazione sociale 
richiede

 scelte coraggiose e responsabili


di GIAN CARLO BLANGIARDO*

Ancora una volta si deve ammettere che le prime anticipazioni sul bilancio demografico del 2019, pur disegnando uno scenario che vedeva un ulteriore nuovo record al ribasso sul fronte della natalità, avevano peccato di ottimismo. Si pensava di poter chiudere il conto del 2019 con 435mila nati, ed invece, alla fine, ci siamo fermati poco oltre 420 mila. E stiamo ancora parlando di dati che si riferiscono a 'prima' della comparsa del Covid- 19, da cui dobbiamo aspettarci effetti verosimilmente al ribasso sulle scelte riproduttive di una popolazione destinata a vivere una stagione densa di paure e incertezze su diversi fronti.
Pochi giorni fa, in occasione della presentazione del Rapporto Annuale 2020 dell’Istat, avevamo sottolineato lo stridente contrasto tra il dato di fecondità del nostro tempo, circa 1,3 figli per donna, e il persistente desiderio di maternità/paternità che permea la popolazione italiana. I due figli mediamente desiderati dalle coppie si scontrano con quanto esse poi riescono concretamente a realizzare. Siamo in presenza di progetti incompleti che i dati statistici impietosamente sottolineano, rimandando alla ennesima consueta diagnosi sulle cause che stanno alla base di quei comportamenti destinati spesso a trasformare in rinuncia definitiva, ciò che inizialmente era solo un rinvio del progetto. Una scelta attendista dettata dalle numerose difficoltà che le famiglie vivono sul piano delle risorse, economiche e di tempo, nonché dell’organizzazione della vita – lavorativa, familiare e sociale – degli individui che ne fanno parte.
Se il tempo delle diagnosi è finito, la terapia fatica comunque ad avviarsi. Un Paese non può continuare a credere di avere un futuro se conta – come ci dicono i dati di oggi – su un flusso di tre morti ogni due nati.
La parola d’ordine dell’Italia post- Covid è 'rialziamo la testa', ma avremo, con questi numeri del bilancio demografico, la vitalità per farlo? 
Sono 42 anni che non riusciamo a raggiungere un livello di fecondità capace di garantire il semplice ricambio generazionale e anche l’illusione del contributo migratorio si è via via spenta con la progressiva contrazione del numero di nati stranieri – ancora il 3,8% in meno – a fronte di una popolazione più numerosa (+0,9%). Per altro, i dati del 2019 ci consegnano uno stato di crisi demografica che facilmente nel prossimo bilancio del corrente anno si manifesterà con ulteriori elementi di aggravio. Nel 2019 il saldo naturale, nati meno morti, è stato negativo per 214 mila unità – altro record nella storia del Paese – ma come sarà quello del 2020? Non soltanto per il noto aumento dei decessi, ma anche sul fronte dell’ulteriore prevedibile minor numero di nascite. Visto che paura e incertezza, uniti a disagio economico e occupazionale, possono diventare determinanti nell’accentuare gli ostacoli tradizionali alla fecondità, come il costo dei figli, le difficoltà di conciliazione tra vita e lavoro, la mancanza di supporti alla cura. Per 'rialzare la testa' occorre dunque anche 'rimboccarsi le maniche', a tutti i livelli, dimostrando impegno, coraggio e senso di responsabilità.
 Negli scorsi mesi abbiamo dimostrato di saper sacrificare gli interessi economici alla difesa della salute e della vita, ed è stato un segnale importante per riconoscerci in una scala di valori. E c’è da credere che se la pandemia ci ha dato l’occasione per condividere le priorità, i dati di questo bilancio del 2019 – anche nella prospettiva del 2020 – ce ne consegnano una, quella demografica, da cui non dobbiamo, né possiamo più, prescindere.

*Presidente Istat






mercoledì 9 gennaio 2019

STARE ALL'APERTO A CASA E A SCUOLA: MIGLIORA LA SALUTE E L'APPRENDIMENTO. EDUCHIAMO POLLI IN GABBIA o AQUILE CHE VOLANO IN ALTO?

  1. Il tempo trascorso fuori migliora il sistema immunitario dei bambini
    L’aria fresca e l’esercizio che i bambini sperimentano durante il gioco all’aperto aiutano a rafforzare il loro sistema immunitario; bambini sani saranno studenti più forti. E quindi meno giorni di malattia porteranno come conseguenza più tempo per l’esplorazione e l’apprendimento.
  2. L’attività fisica svolta in natura, ha vantaggi rispetto all’esercizio compiuto al chiuso perché migliora il benessere mentale, riduce l’ansia, allevia lo stress e porta ad una maggiore salute generale, sia mentale che fisica. Questo può portare ad un approccio più rilassato alla formazione tradizionale.
  3. La possibilità di vedere, ma soprattutto di avere a disposizione elementi naturali, è direttamente collegata con il riposo dalla fatica mentale: le “Dosi di natura” infatti migliorano la concentrazione, portando ad un sostanziale aumento dell’attenzione.
  4. I giochi all’aperto stimolano la creatività. Giocare fuori porta a tutti i tipi di gioco creativo per i bambini. Usano la loro immaginazione e inventiva per creare giochi o scenari esterni con materiali naturali – bastoni, pietre, fango, foglie, ecc – e questo permette loro di esprimersi in un modo che non può essere replicato quando sono in casa.
  5. Il gioco all’aperto è un gioco non strutturato dove non ci sono regole, dove non c’è giusto o sbagliato. Quando si gioca fuori, i bambini possono solo scoprire, esplorare e conoscere il mondo a modo loro e alle loro condizioni. E apprendono a interagire con gli altri, valorizzando pienamente le proprie risorse, conquistando il senso del limite, maturamdo spirito di squadra e competenza organizzativa.
  6. I giochi all’aperto forniscono un’esperienza multisensoriale. Quando i bambini sono all’aperto, vedono, sentono, odorano e toccano le cose in un modo che non è possibile in casa. Usano il loro cervello in un modo unico, così come in un modo unico imparano a comprendere queste esperienze.
  7. Le attività all’aria aperta possono rafforzare l’apprendimento in classe. Uscire nel “mondo reale” per sperimentare nel concreto le lezioni apprese in classe permette ai bambini di fare collegamenti più significativi rafforzando nuovi concetti e idee. Si vogliono conoscere alberi o diversi tipi di nuvole? Andate fuori e esplorateli direttamente. I bambini saranno maggiormente in grado di capire e ricordare queste lezioni quando esse sono legate a esperienze di vita reale.
  8. Esplorare il mondo naturale introduce i bambini in tutti quei tipi di situazioni in cui essi hanno bisogno di usare le loro capacità di problem solving. Imparano cosa funziona e cosa non funziona, quando continuare a provare e quando fermarsi, e come fare scelte sicure: queste sono tutte importanti competenze di vita che si presentano quando si gioca all’aperto.
  9. Giocare all’aria aperta aiuta i bambini a sviluppare il rispetto per gli altri esseri viventi. Osservare piccoli animali correre nell’erba e sugli alberi, osservare gli uccelli alla ricerca di vermi in un campo, o esaminare come un bruco cammina su un marciapiede, sono tutte esperienze che insegnano ai bambini l’empatia e il rispetto per gli altri esseri.
  10. Se i bambini crescono interagendo con la natura, ci sono molte più probabilità che sviluppino in futuro un’etica di cura verso l’ambiente. L’esposizione fin dall’infanzia agli ambienti naturali è associata con un più grande interesse in una gestione ambientale responsabile ed ultimamente anche nell’intraprendere in futuro carriere professionali e hobby adulti connessi alla natura e all’ambiente.
  11. Giocare all’aperto è divertente!
    Arrampicarsi, saltare e correre fuori rende felici i bambini. Le attività all'aperto sviluppano autonomia, coraggio, acume, capacità di affrontare e gestire il rischio, competenza relazionale, agilità fisica e intellettuale ... E bambini felici sono studenti di successo. La gioia che comportano per i bambini le esplorazioni all’aperto si trasferisce anche ad altri aspetti della loro vita, sia in classe che a casa.
NON ABBIATE PAURA DI FAR VIVERE ATTIVITA' ALL'APERTO AI RAGAZZI, SIN DALLA PRIMA INFANZIA.
SE NON LO FATE PROVOCATE DANNO AGLI ALUNNI E .... A VOI STESSI!
I polli stanno in gabbia, come tanti alunni  che vivono sempre rinchiusi in aula o figli costretti a stare "sicuri"(?) tutto il giorno in casa.
 Le aquile volano in alto e hanno ampi orizzonti!
Non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento.

da: Saggezza - da PensieriParole.it

CORAGGIO E INTRAPRENDENZA PER CRESCERE E FAR CRESCERE BENE!









venerdì 28 maggio 2010

DISORIENTATI DALLA PAURA

Coraggio, intraprendenza, gestione del rischio,  valutazione, competenza, responsabilità sono risorse necessarie alla crescita di ogni persona. Eppure oggi adulti e ragazzi sono sovente disorientati da informazioni tendenziose ed alienanti che inducono alla paura, al panico, alla passività, alla chiusura. La paura  è uno "strumento" di difesa, serve solo se razionale e necessaria, ma rende debole ed incatena la persona  specialmente quando è manipolata e/o quando non ha alcuna ragione d'essere.
Cosa può fare la scuola per sviluppare sin dalla prima infanzia dette risorse? per educare ad andare con coraggio, impegno e gioia di vivere verso il futuro?

Un articolo di  un esperto per riflettere sul problema:  Leggi