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martedì 21 aprile 2026

IL CORAGGIO DI SOGNARE



Il 21 apile ricorre il primo anniversario della morte di Bergoglio

 

Avvenire pubblica un contributo del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, che funge da prefazione al volume a firma di papa Francesco “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336 pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Un testo che raccoglie tutti gli interventi di papa Bergoglio alle Assemblee generali della Cei così come i messaggi, i discorsi, gli interventi fatti nelle varie occasioni nelle quali il Pontefice argentino, di cui martedì si ricorda il primo anniversario della morte, ha incontrato i cattolici e la società italiana. Tra i vari interventi fondamentale quello al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume. Proprio sulla figura di papa Francesco, e il suo legame con il santo di Assisi, si svolgerà il dialogo tra il cardinale Zuppi e il giornalista Aldo Cazzullo previsto al Salone Internazionale del Libro di Torino sabato 16 maggio alle 11.30, dal titolo «Da Francesco a Francesco: un nome, due svolte». 

Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne ricaveranno... Di tutto, rendiamo lode al Signore! 

Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta. 

 

Le pagine che seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili. Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura. 

I discorsi sono quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere sé stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme. 

Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché «una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia. 

A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è romanticismo. 

È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera. 

Per questo i testi qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre 2015). 

C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare. 

Mi piace pensare che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci! 

Alzogliocchiversoilcielo

martedì 3 marzo 2026

INSEGNARE CON LE CANZONI

 


“Sogna, ragazzo, sogna”: l’esortazione di Vecchioni a trovare il proprio posto nel mondo. 

Di Clara Frasca

 

Sogna ragazzo sogna è una delle canzoni più amate di Roberto Vecchioni, pubblicata nell’album Il cielo capovolto nel 2006. Il brano, intenso e poetico, è diventato nel tempo un vero e proprio manifesto dedicato ai giovani, alla forza dei sogni e alla responsabilità di costruire il proprio futuro. Al Festival di Sanremo 2024, è stato cantato da Alfa in duetto con il maestro, riproponendo una versione inedita che combina lo stile dell’uno e dell’altro, e segnando metaforicamente un vero e proprio passaggio di testimone.

Qui Vecchioni, da sempre attento ai temi educativi delle giovani generazioni (è stato anche insegnante di latino e greco), utilizza la forma dell’esortazione diretta per parlare a un “ragazzo” che rappresenta simbolicamente ogni giovane chiamato a trovare il proprio posto nel mondo.

Contenuto

Il testo si sviluppa come un incoraggiamento appassionato. L’autore invita il ragazzo a non smettere mai di sognare, a non mollare di fronte alle difficoltà, ad accettare le cadute come parte della crescita e delle sfide e a coltivare ideali e valori autentici.

Il sogno non è visto come evasione dalla realtà, ma come forza propulsiva per affrontarla. Vecchioni sottolinea che la vita può essere dura, che si può fallire, ma ciò che conta è rialzarsi e continuare a credere in ciò che si ama davvero.

Il brano possiede un valore universale: non parla solo ai giovani, ma a chiunque abbia bisogno di ritrovare fiducia nel costruire il proprio futuro, a partire dal proprio presente. È un inno alla dignità, alla perseveranza e alla libertà interiore. Volere è volare, potremmo azzardare a dire.

Immagini e simboli

“E ti diranno parole rosse come il sangue / Nere come la notte / Ma non è vero, ragazzo / Che la ragione sta sempre col più forte”

Qui Vecchioni mette subito in scena il conflitto tra individuo e potere. Le “parole rosse” e “nere” non sono semplici colori: evocano ideologie assolute, violenza verbale, propaganda. Sono parole che dividono e impongono. L’autore smonta l’idea che la forza coincida con la verità, e che la giustizia non dipende dal potere. È un rifiuto della logica del dominio. Il ragazzo viene invitato a non accettare come naturale ciò che è solo frutto di sopraffazione.

Orizzontescuola


sabato 13 settembre 2025

WORLD DREAM DAY

 

Sognare il futuro:

 le parole dei Papi 

che esortano 

a non smettere

 di sognare

Il 25 settembre si celebra la Giornata mondiale dei sogni, istituita nel 2012 per incoraggiare persone, famiglie e comunità a dedicarsi di più ai loro obiettivi. Il tema del sogno si è intrecciato, in più occasioni, con discorsi e riflessioni dei Pontefici

-       - di   Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

La giornata World Dream Day è un’occasione per spronare uomini e donne, nonostante possibili difficoltà ed ombre, ad inseguire i propri sogni. Il punto di partenza è una visione del futuro che, attraverso l’impegno e il sacrificio, può diventare realtà. Quando si raggiunge un obiettivo, il sogno è una speranza tramutata in qualcosa di concreto. Quello del sogno è anche un tema che i Papi hanno affrontato nel loro magistero. In questa pagina ripercorriamo alcune di queste riflessioni che si alternano con frasi di pensatori, filosofi, scrittori.

"Questo è il nostro tempo. 

Sogniamo insieme un futuro di felicità" - Papa leone XIV


Non perdere la capacità di sognare

Durante la visita in Slovacchia, incontrando i giovani il 14 settembre del 2021 nello Stadio Lokomotiva di Košice, Papa Francesco li esorta a sognare: "Quando sognate l’amore, non credete agli effetti speciali, ma che ognuno di voi è speciale, ognuno di voi. Ognuno è un dono e può fare della vita, della propria vita, un dono. Gli altri, la società, i poveri vi aspettano. Sognate una bellezza che vada oltre l’apparenza, oltre il trucco, al di là delle tendenze della moda. Sognate senza paura di formare una famiglia, di generare ed educare dei figli, di passare una vita condividendo tutto con un’altra persona, senza vergognarsi delle proprie fragilità, perché c’è lui, o lei, che le accoglie e le ama, che ti ama così come sei. Questo è l’amore: amare l’altro come è". Non si deve “perdere la capacità di sognare il futuro”, spiega poi Francesco nella meditazione il 18 dicembre del 2018 durante la Messa a Casa Santa Marta. San Giuseppe può essere un riferimento per ogni cristiano: a lui “chiediamo la grazia di saper sognare cercando sempre la volontà di Dio nei sogni, e anche la grazia di accompagnare in silenzio, senza chiacchiere”. Nel videomessaggio del 2016 ai giovani cubani, il Pontefice si sofferma sul “desiderio di sognare”. “Per essere portatori della speranza - sottolinea Papa Francesco - è necessario che non perdiate la capacità di sognare. Ricordatevi che nell’oggettività della vita deve entrare questa capacità di sognare e che chi non ha la capacità di sognare è rinchiuso in sé stesso. Aggiungerei ancora: chi non ha la capacità di sognare, è già andato in pensione”.

Sogni ispirati dalla bellezza

I sogni possono anche essere alimentati dalla bellezza, dai linguaggi dell’arte, della musica. Incontrando gli artisti il 21 novembre del 2009 nella Cappella Sistina, Papa Benedetto XVI sottolinea che il mondo “rischia di cambiare il suo volto a causa dell’opera non sempre saggia dell’uomo”. “Che cosa - chiede il Pontefice - può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una vita degna della sua vocazione se non la bellezza?”. “Voi sapete bene cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello”.

“Credo che solo una cosa renda impossibile la realizzazione di un sogno: la paura di fallire. (Paulo Coelho)”

Sogni da tramutare in capolavori

I sogni sono anche il frutto di un’opera da realizzare giorno dopo giorno. Durante la visita pastorale a Genova Papa Giovanni Paolo II il 22 settembre del 1985, rivolge queste parole ai giovani radunati nel Palazzo dello sport: “È Pietro, roccia per chiamata divina, come dice anche il canto che è stato composto per questa occasione, che vi esorta a non appiattirvi nella mediocrità, a non assuefarvi ai desideri mondani, a non voler vivere solo a metà, con aspirazioni ridotte o, peggio, atrofizzate. Il Papa è venuto per invitarvi al cammino, alla novità continua da cercare dentro di voi, con la vostra stessa vita. Giovani genovesi, non lasciatevi vivere, ma prendete nelle vostre mani la vostra vita e vogliate decidere di farne un autentico e personale capolavoro!”.

“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare. (Arthur Schopenhauer)”

Investire nei sogni

I sogni realizzati sono figli di impegno e spirito di sacrificio. All’Angelus del 17 settembre del 1978Papa Giovanni Paolo I ricorda che dalle scuole esce “la classe dirigente di domani”, tra cui “ministri, deputati, senatori, sindaci, assessori o anche ingegneri, primari”. “Il generale Wellington, quello che ha vinto Napoleone - sottolinea in quell’occasione il Pontefice - ha voluto tornare in Inghilterra a vedere il collegio militare dove aveva studiato, dove si era preparato, e agli allievi ufficiali ha detto: ‘Guardate, qui è stata vinta la battaglia di Waterloo’. E così dico a voi, cari giovani: avrete delle battaglie nella vita a 30, 40, 50 anni, ma se volete vincerle, adesso bisogna cominciare, adesso prepararsi, adesso essere assidui allo studio e alla scuola”.

“Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso (Nelson Mandela)”

I Santi ci fanno sognare

I sogni si legano inoltre alle testimonianze scaturire da percorsi di vita tracciati nel solco della santità. Nella solennità di Tutti i Santi, il primo novembre del 1969Papa Paolo VI all’Angelus afferma che i Santi “ci fanno sognare”. “Essi ci mandano questo consolante messaggio: è possibile e lo confermano con i loro esempi, con la loro fraterna intercessione. Ci insegnano quali sono i veri valori indispensabili: quelli della pietà, quelli della bontà. Ci fanno sognare i Santi. Ma non sono sogni. È una visione ch’essi ci aprono davanti, la visione del cielo; del cielo sopra la terra; del cielo dove con Cristo campeggia la Regina del cielo, alla quale diciamo il Nostro Angelus”.

“Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere d’essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo. (Fernando Pessoa)”

Sogni da Assisi al mondo

I sogni possono anche diventare realtà. Papa Giovanni XXIII, rivolgendosi il 4 ottobre del 1962 ai fedeli riuniti presso la Basilica inferiore ad Assisi, ricorda il cammino percorso da San Francesco. “Il possesso di Dio fu dapprima il sogno, poi la meta di Francesco d'Assisi. Da giovanetto egli aveva tutto, ma niente gli bastava. Volle darsi al Signore, per possedere Dio quanto più intensamente possibile; e per arrivare a tanto, egli si spogliò di tutte le cose terrene”. “San Francesco, aggiunge Papa Roncalli, ha riassunto “in una sola parola il ben vivere, insegnandoci come dobbiamo valutare gli avvenimenti, come metterci in comunicazione con Dio e con i nostri simili”. Questa parola “dà il nome a questo colle che incorona il sepolcro glorioso del Poverello: Paradiso, Paradiso!”. 

“Fidatevi dei sogni perché in loro è nascosta la porta dell'eternità. (Kahlil Gibran)”

Progetti da realizzare

I sogni possono diventare la realizzazione di progetti di vita. Rivolgendosi a giovani sposi durante l’udienza generale del 27 gennaio del 1943 , Papa Pio XII si sofferma sulla “virtù del focolare domestico”. La famiglia è un focolare acceso con il matrimonio. Ed è aperto al futuro. “Il focolare. Quante volte - afferma il Pontefice - specialmente dacché avete pensato alle nozze, dal tempo del vostro fidanzamento, voi, diletti sposi novelli, avete sentito risonare questa parola alle vostre orecchie nel coro delle felicitazioni e degli auguri dei vostri parenti e dei vostri amici! Quante volte essa è salita spontaneamente dal vostro cuore alle vostre labbra! Quante volte vi ha riempiti di una dolcezza ineffabile, compendiando in sé tutto un sogno, tutto un ideale, tutta una vita”.

“Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita. (William Shakespeare)”

Sogni premonitori

I sogni possono anche essere premonitori. Nella lettera del 1934 di Papa Pio XI che proclama santo don Giovanni Bosco, si ricorda come i passi della vita possono essere preceduti dall’esperienza del sogno. “Ma più che d’ogni altro preferiva occuparsi dei ragazzi e dei giovani, specialmente di quelli che, abbandonati dai genitori, trascinavano una vita oziosa ed errabonda tra le insidie della strada, senza che alcuno pensasse a parlare loro di Dio e li educasse all’onestà del vivere. E ritenendo che proprio questa fosse la particolare missione dalla Provvidenza di Dio assegnatagli, già, come si narra, prevista in sogno fin dalla sua fanciullezza, e cioè condurre sulla via della salute i ragazzi specialmente dell’infima plebe, dopo matura riflessione, con generoso animo stabilì di consacrarsi completamente all’attuazione di quest’opera, tanto più che già prevedeva quanto essa fosse per giovare all’intera società civile”.

“Quando sogna, l’uomo è un gigante che divora le stelle. (Carlos Saavedra Weise)”

Sogni degli anziani

I sogni scaturiscono anche dalla voce preziosa degli anziani, con il loro fondamentale ruolo di testimoni di vita e di fede. Gli anziani, come ha più volte ricordato Papa Francesco sono la memoria, le radici dei popoli, l'anello di congiunzione tra le generazioni.  Nel videomessaggio per la prima giornata mondiale dei nonni e degli anziani , il Pontefice scrive: “I sogni sono intrecciati con la memoria. Penso a quanto è preziosa quella dolorosa della guerra e a quanto da essa le nuove generazioni possono imparare sul valore della pace. E sei tu a trasmettere questo, che hai vissuto il dolore delle guerre. Ricordare è una vera e propria missione di ogni anziano: la memoria, e portare la memoria agli altri”. I sogni sono un ponte tra generazioni, si intrecciano con speranze e progetti. Per questo vanno custoditi e non si deve smettere di sognare.

Vatican News

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lunedì 27 maggio 2024

INTRAPRENDENZA, UNA "VIRTU'" CHE FA CRESCERE

             Educare

ed 

educarsi all’intraprendenza 


-di Adriano Fabris

 

Voler fare tutto nuovo, è certamente una virtù. Ma lo è solo se non si coltiva l’illusione che sia possibile svincolarsi del tutto da quei limiti che definiscono la propria vita. È questo che dobbiamo insegnare ai nostri giovani.

 Per noi esseri umani, tuttavia, cominciare da zero non è possibile. Infatti, il passato ci vincola ben più di quanto pensiamo. E, in parallelo, il futuro ci sfugge, ben al di là delle nostre intenzioni. Così l’intraprendenza, come volontà di rompere con una situazione di fatto, si scopre, da una parte, pur sempre condizionata da ciò che siamo stati e dal contesto in cui viviamo e, dall’altra parte, inserita nell’orizzonte ben preciso di ciò che concretamente possiamo fare. In una parola: l’intraprendenza, il voler fare tutto nuovo, è certamente una virtù. Ma lo è solo se non coltiviamo l’illusione che sia possibile svincolarci del tutto da quei limiti che definiscono la nostra vita.

 La consapevolezza di tali limiti rende prudente chi vuol esercitare l’intraprendenza. Ma mentre la capacità d’intraprendere qualcosa di nuovo è una predisposizione naturale, a cui solo in parte si può educare, così non è per quella prudenza che può accompagnarla. Intraprendenti, infatti, sono coloro in grado di sopportare, e magari di amare, il rischio della novità: condottieri, esploratori, creativi. Essi vogliono andare oltre i limiti imposti da una certa situazione. La prudenza, invece, permette di contenere l’attitudine al rischio, e perciò di renderla feconda. Chi, dunque, coniuga intraprendenza e prudenza lo fa per rendere stabile la novità che intende conseguire. Il condottiero coraggioso, se vuole vincere, non può essere temerario. E dunque superare i limiti non vuol dire dimenticarli. Significa sapere che si ripresenteranno e che, rispetto a ciò, sarà necessario trovare un punto di equilibrio.

 Questo, appunto, si può insegnare. Si può insegnare la prudenza. Si può insegnare che esistono limiti e che con essi, per realizzare qualcosa che sia non solamente nuovo, ma guadagnato stabilmente, bisogna pur sempre fare i conti.

 Certo: insegnare ai nostri ragazzi, intraprendenti per natura, il senso del limite non è affatto facile. A loro piace il rischio, piace l’avventura. Perché, nella pienezza di vita che li caratterizza, è facile che si sentano quasi onnipotenti. Cominciare da zero è la loro intenzione, più o meno consapevole; sfidare chiunque voglia sottometterli a regole è una costante tentazione. L’avventura diventa un’abitudine: magari per sfuggire alla noia di un’esistenza fin troppo garantita e coccolata.

 Come educare dunque la loro intraprendenza? Come far loro capire che l’intraprendenza diventa feconda, produttiva, solo se tiene conto fin dall’inizio dei limiti ai quali andranno incontro? Ricette universali non ne esistono. Vale, anche in questo caso, l’esperienza che ognuno, genitore o amico, ha fatto: purché sia capace di ascoltare, non solamente d’imporre regole che rischiano di essere immediatamente disattese o infrante.

 Come comportarsi, allora? Per chi fa dell’intraprendenza la sua bandiera ciò che risulta semplicemente imposto – ben lo sappiamo – è un incitamento alla trasgressione. Invece, se delle regole facciamo comprendere il senso, forse allora riusciamo insieme a far capire che anche la volontà di rendere tutto nuovo è qualcosa che si realizza solo in un contesto relazionale: in una relazione con gli altri, con il mondo in cui si vive, con le speranze e i progetti da realizzare. E che in questo contesto emergono non solo i limiti che il nostro agire è destinato a sperimentare, ma anche la possibilità di oltrepassarli.

 Ben lo sanno gli audaci. Sanno, cioè, che la fortuna aiuta la loro intraprendenza. Ma sanno anche che la fortuna va conquistata e tenuta saldamente in mano. E che ciò avviene solo grazie a un esercizio di prudenza. Ai nostri ragazzi questo va detto. Affinché torni loro in mente quando, magari, vogliono compiere un sorpasso azzardato.          

  

Parole da meditare. Intraprendenza

 

-           di Enzo Bianchi

 

Nei vangeli la virtù dell’intraprendenza assume molti volti: è l’audacia profetica di Gesù che scaccia i venditori dal tempio (cf. Mc 11,15-19 e par.; Gv 2,14-22); è il coraggio risoluto con cui egli persegue il suo cammino verso Gerusalemme, raccogliendo tutte le sue forze per affrontare le difficoltà che lo attendono (cf. Lc 9,51); è la franchezza di fronte alla quale anche i suoi avversari sono costretti ad ammettere che egli «non ha soggezione di alcuno, perché non guarda in faccia a nessuno, ma insegna la via di Dio secondo verità» (cf. Mc 12,14 e par.). Ma tutti questi elementi sono approfonditi e riassunti dal «bel rischio» della fede di cui parla Clemente di Alessandria (Protrettico X,93), riprendendo un’espressione di Platone.

La bellezza di questo rischio trova la sua attestazione degna di fiducia nel rischio che Gesù stesso ha vissuto, spendendo la sua esistenza nella dedizione a Dio e agli uomini, cioè «amando fino alla fine» (cf. Gv 13,1), anche a costo di subire una morte ingiusta e vergognosa. È solo con l’autorevolezza propria di chi ha vissuto in questo modo che egli ha potuto chiedere: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34 e par.). Sono parole che, nella loro paradossalità, hanno un significato semplice e netto: chi vuole essere realmente discepolo di Gesù deve smettere di considerare se stesso come misura di ogni cosa; deve rinunciare a difendersi e accettare di portare lo strumento della propria condanna a morte; deve uscire dai meccanismi di autogiustificazione e abbandonarsi totalmente al Signore. Solo chi accetta di fare questo può conoscere Gesù Cristo e cogliere se stesso in lui, intraprendendo così un cammino di vita piena e felice.

 La miglior interpretazione di queste esigenze la fornisce lo stesso Gesù, commentandole con l’affermazione che costituisce il vero fulcro della «differenza cristiana»: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,35 e par.).

 Ma noi cristiani siamo ancora convinti che vale la pena perdere la vita per Gesù Cristo? Ovvero: crediamo che il suo amore vale più della vita (cf. Sal 63,4), che solo a motivo di questo amore trovano senso anche le fatiche e le contraddizioni della vita? Ecco l’intima verità del Vangelo, ecco in cosa consiste la vera audacia, la vera intraprendenza: perdere la nostra vita per amore di Gesù Cristo è ciò che può giustificare ogni nostra rinuncia, è la vera beatitudine possibile già qui e ora, nella nostra vita umanissima. Ma se non comprendiamo questo, possiamo ancora dirci cristiani?


  SPIRITO DI INIZIATIVA E INTRAPRENDENZA

PERCORSI EDUCATIVI

Lo Spirito di iniziativa e intraprendenza è la competenza su cui si fonda la capacità di intervenire e modificare consapevolmente la realtà.

Ne fanno parte abilità come il sapere individuare e risolvere problemi, valutare opzioni diverse, rischi e opportunità, prendere decisioni, agire in modo flessibile e creativo, pianificare e progettare.

Anche in questo caso, l’approccio per discipline scelto dalle Indicazioni non consente di declinarla con le stesse modalità con cui si possono declinare le competenze chiave nelle quali trovano riferimento le discipline formalizzate.

Anche questa competenza si persegue in tutte le discipline, proponendo agli alunni lavori in cui vi siano situazioni da gestire e problemi da risolvere, scelte da operare e azioni da pianificare.

E’ una delle competenze maggiormente coinvolte nelle attività di orientamento.

E’ anch’essa fondamentale per lo sviluppo dell’autoefficacia e della capacità di agire in modo consapevole e autonomo.

 Educare all’intraprendenza – Percorsi di crescita