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domenica 4 ottobre 2026

MATTARELLA AD ASSISI

 

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Festa nazionale di San Francesco d'Assisi

 

Sono trascorsi ottocento anni dalla morte di San Francesco, patrono d’Italia insieme a un’altra grande santa, Caterina da Siena.

La distanza temporale che ci separa da quell’evento, non ha in alcun modo ridotto il suo fascino e il suo carisma, che vive ben oltre i confini dell’Italia e della stessa Cristianità, di cui è figlio e figura eminente. 

Profeta di pace, di amore, di rispetto per il Creato, il suo insegnamento è patrimonio universale per le donne e gli uomini di tutti i tempi e di tutte le latitudini, credenti o non credenti, cristiani o fedeli di altre religioni. 

La sua personalità, così umile e, insieme, così vigorosa, ha operato conversioni, orientato scelte di vita, suscitato attenzione e affetto, ispirato artisti e poeti, comunità. E continua a esercitare un fortissimo ascendente su milioni di persone, particolarmente tra i giovani.

I caratteri della società italiana ne hanno tratto un segno profondo e non possono prescindere dalla sua lezione: ne è conferma la proclamazione a santo patrono che, al contempo, esprime invito e impegno alla coerenza.

Un santo figlio della terra umbra che respirò l’atmosfera intensa e dinamica del suo tempo.

Francesco canta in francese, ma sceglie il volgare per predicare, per diffondere la parola di Dio. E con il “Cantico delle Creature”, la più alta tra le prime espressioni poetiche in volgare, magnifica e commovente, concorre all’inizio della storia della nostra letteratura. Così come la rappresentazione della Natività a Greccio e la diffusione della devozione popolare francescana contribuiscono all’avvio delle forme teatrali religiose medievali.

Le comunità francescane portano la vita religiosa fuori dalla solennità dei monasteri e si inseriscono nel tessuto urbano e sociale, nel loro tempo così bisognevole di impegno e di presenza, incarnando un ideale di povertà evangelica e di vicinanza agli ultimi che traccia un segno profondo nella società medievale, aprendo la strada a forme nuove di solidarietà, a nuovi criteri di relazioni umane.

A buon titolo Francesco appare precursore anche dei Santi sociali.

Celebrare Francesco, oggi, qui al Sacro Convento, in questo importante anniversario, significa riflettere su un apparente paradosso, forse inspiegabile per una mentalità piuttosto diffusa. Come è stato scritto in una sua importante biografia, Francesco “non offriva una risposta politica alle ingiustizie sociali, al problema del male nel mondo”.

Francesco chiedeva solamente di vivere, in povertà, pace e letizia, con i suoi fratelli e le sue sorelle, al seguito di Cristo e vivendo il messaggio del Vangelo, invitando al “privilegio della povertà evangelica”, esortazione che lo rendeva distinto dai movimenti pauperistici dell’epoca.

Per questa scelta, radicale e sconvolgente agli occhi del mondo, l’uomo che, per sé e per i suoi seguaci volle la denominazione umile di “frati minori”, è diventato una delle figure più significative, più conosciute, più amate della storia universale.

Al giovane Francesco la prospettiva di dedicarsi ai lucrosi commerci paterni andava stretta, appariva insoddisfacente.

Operò dentro di sé, e su sé stesso, una vera rivoluzione. Ricco sarebbe stato colui che avesse deposto ogni bene. Coraggioso colui che avesse deposto la spada per parlare di pace. Nobile chi avesse fatto dell’amore e del servizio ai poveri e agli ammalati la sua missione terrena. 

La gloria e l’onore, così ambiti dai giovani della sua epoca, andavano dunque ricercati nella povertà, nell’amore per tutte le creature, a cominciare da quelle più piccole, nella vicinanza a Dio nella preghiera.

Non fu facile, per Francesco, professare la sua fede e i suoi ideali, così ambiziosi, così distanti dal sentire comune. Fu incompreso, spesso deriso. A volte il suo pensiero fu persino manipolato e strumentalizzato.

La ricerca storica ci presenta una figura mite, ma tutt’altro che accomodante, un animo lieto, fiducioso in Dio, e insieme sofferente per via della cupidigia, della malvagità, della brama di potere, della violenza, della stoltezza nella vita praticata dagli uomini.

La sua povertà, così cercata e desiderata, fu rottura concreta con l’idolatria del denaro; la sua umiltà non aveva nulla di ingenuo, nasceva da una sete esigente di verità; la sua obbedienza non fu remissività, ma una faticosa, ponderata ricerca delle ragioni superiori dell’unità del popolo cristiano e della Chiesa.

Ricordare, oggi, l’insegnamento di Francesco al mondo contemporaneo vuol dire porre in luce alcuni fondamenti decisamente attuali anch’essi della sua predicazione: la dignità di ogni persona, il rispetto del Creato, la pace.

Per il santo di Assisi, infatti, ogni essere vivente è stato creato da Dio e va rispettato e amato in quanto tale.

Nel secolo di Francesco non ci sono le enormi, decisive questioni dell’inquinamento dell’acqua e della terra, della devastazione delle foreste, del surriscaldamento del pianeta, che oggi viviamo con crescente preoccupazione, così ben evidenziata dalla “Laudato sì” di Papa Francesco.

La natura dell’Umbria e delle zone frequentate da Francesco nel suo incessante pellegrinare, è a quel tempo incontaminata, i suoi frutti sembrano offerti all’umanità in modo inesauribile.

Eppure, con quanta delicatezza, con quanta considerazione, Francesco guarda all’ambiente che lo circonda.

L’acqua, bene oggi di valore crescente e a rischio di scatenare gravi contrasti in futuro, è «utile et humile», «pretiosa et casta».

Il lupo, simbolo di inconciliabile inimicizia con l’uomo, viene ammansito, non abbattuto.

I fiori, i frutti, l’erba, con la loro semplice bellezza, cantano la gloria di Dio.

Nel 1219, durante la quinta crociata, Francesco attraversò le linee e riuscì, rischiando la vita, a incontrare, in Egitto, il sultano al-Malik al-Kamil. Desiderava ardentemente convertirlo.

La missione non ebbe - lo sappiamo – questo esito. Ma il sultano rimase colpito da quell’uomo minuto, dai modi e dall’aspetto che dovevano apparirgli bizzarri, che gli parlava, accorato, di pace e di fratellanza.

Eppure, con quel viaggio di appassionata invocazione, Francesco lasciò un grande segno. Prima che un nemico, prima che un infedele, Francesco riconobbe nel temibile interlocutore un uomo.  Un figlio di Dio e, dunque, un fratello.

Il gesto rischioso – temerario si potrebbe dire - di Francesco non cancellava la violenza, né fermava il conflitto.

Disegnava piuttosto un atteggiamento di dialogo e di rispetto straordinariamente nuovo e originale nel contesto del tempo.

Oggi terribili conflitti insanguinano tante parti del mondo, e addirittura in alcune parti si torna a benedire le armi e a porre gli eserciti sotto insegne religiose: Francesco ci insegna che non c’è colpa maggiore di quella di uccidere altri uomini in nome di Dio.

Non renderemmo giustizia al santo di Assisi se la sua figura fosse esaurita in quella di un ecologista, pacifista e operatore sociale ante litteram.

Francesco e Chiara – la sua discepola, amica e sorella nelle scelte, protagonista con Francesco di quella grande opera di rinnovamento religioso e civile – erano soprattutto innamorati di Dio e del Vangelo.

Il loro linguaggio, che tuttora appare affascinante e contemporaneo, ricco di spunti anche sociali e umanitari, non può essere separato dalla dimensione religiosa, dalla fede ardente e incrollabile, dall’adorazione di Dio, dall’amore per gli uomini.

Non sbaglieremmo, credo, se cercassimo il Francesco più autentico nel mistero di quei silenziosi, lunghissimi, intimi colloqui con Dio nella grotta del Santuario della Verna.

O se cogliessimo il tratto più caratteristico della sua carità traboccante in quel bacio, sorprendente e inatteso, dato al lebbroso, sovvertendo le barriere di emarginazione del tempo: segno insopprimibile di amore purissimo, che non distingue tra chi dà e chi riceve, tra chi è sano e chi è malato, tra chi cura e chi è curato, espressione di quel servizio agli ultimi che tutti eleva e parifica, in quanto figli di Dio e, dunque, fratelli destinati allo stesso orizzonte.

Quanto ci hanno consegnato Francesco e Chiara – la grande e numerosa famiglia francescana – è un albero dalle solidissime radici che è cresciuto, ha dato frutti, si è moltiplicato, diffondendosi in ogni parte della terra, operando in favore della non violenza, dei poveri, degli emarginati, dei sofferenti.

Le grandi testimonianze d’arte – pittura, architettura, letteratura, teatro, cinema, musica – dedicate ai due grandi Santi, l’attrazione che Assisi riveste nel mondo, anche come capitale della pace e del dialogo interreligioso, sottolineano che la forza spirituale e morale di Francesco e di Chiara è, e sarà sempre, fonte inesauribile di ispirazione.

Nell’undicesimo Canto del Paradiso, Dante parla di Francesco come di un sole sorto per il mondo intero, tanto che Assisi andrebbe denominata come Ascesi, come Oriente.

In questi tempi segnati da guerre insensate e crudeli, da “tanta violenza, manipolazione, arroganza”, come ha detto, giorni fa, Leone XIV, l’auspicio è che il sole di Francesco possa illuminare il mondo, convertire le menti indurite dall’odio, indicare la via della pace, della speranza, della serena, fraterna convivenza.

www.quirinale.it




 

giovedì 6 agosto 2026

LA CIVILTA' DELL'AMORE

Il Papa saluta la folla fuori da Santa Maria degli AngeliIl Papa con i giovani ad Assisi: costruire la civiltà dell'amore non delle contrapposizioni

 Nella piazza di Santa Maria degli Angeli, Leone risponde alle domande dei ragazzi spiegando il senso della radicalità evangelica, che è “l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti”, accoglienti verso tutti. Esorta a non strumentalizzare la religione, ad andare oltre i muri alimentati da cattiva informazione e pregiudizio. Poi accenna al proprio cammino vocazionale fino all'elezione a Pontefice: "Dio mai mi ha lasciato solo"

-di Antonella Palermo – Città del Vaticano

Come applicare l’eredità spirituale di San Francesco d’Assisi nell’oggi, come portare uno stile di servizio e accoglienza in un mondo sempre più pervaso da logiche di sopraffazione e consumismo, come fidarsi ancora della Chiesa non immune da crisi e contraddizioni? Sono alcune delle questioni presentate oggi, 6 agosto, al Papa da tre giovani che si sono fatti portavoce di istanze simili assai diffuse non solo nelle nuove generazioni. Leone XIV, che proprio ai ragazzi e alle ragazze ha voluto dedicare il primo appuntamento della sua visita pastorale nella piazza di Santa Maria degli Angeli, nella cittadella umbra, risponde ampiamente a ciascun interrogativo, spunto per ribadire concetti fondamentali: dal ‘no’ alla strumentalizzazione politica della religione al ‘sì’ per un modello di leadership liberante, responsabile, partecipato. Lo fa in un clima di grande e sincera amicizia e affetto filiale - "Sono veramente contento di essere qui con voi!", esclama all'inizio dell'incontro - con cui è stato abbracciato da giovani ma anche da famiglie, religiose, educatori, sacerdoti. Decine e decine le mani strette durante il percorso, all'arrivo e dopo il dialogo con i giovani, con un popolo di Dio che in questa terra è particolarmente legato a tante esperienze di santi e mistici e oggi ha l'occasione di ravvivare un fuoco sacro.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELLE PAROLE DEL PAPA CON I GIOVANI AD ASSISI

Andare controcorrente: purificare la memoria, coltivare la riconciliazione

La prima a prendere la parola è Karolina, da Zagabria. Chiede come si fa a rimanere autentici discepoli di Cristo, come contagiare di una fede viva che non rimanga chiusa nelle chiese. Il Papa risponde tornando sul tema della guerra, anche alla luce della provenienza geografica di Karolina, “una regione dell’Europa che solo trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione religiosa e nazionalismo”, ricorda. L’educazione secolare al dialogo, promossa dai francescani anche in questi contesti ha contribuito alla convivenza pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Questo è l’approccio su cui perseverare, suggerisce Leone.

Oggi, essere fedeli a questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione. Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità.

Cattiva informazione e pregiudizi creano paure, Cristo allarga il cuore

Vivere da figli spirituali di Francesco d’Assisi significa, sottolinea il Pontefice, cogliere il senso autentico della radicalità evangelica che “è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia”. Si tratta, insomma, di intraprendere anche strade non accomodanti, lascia intendere il Successore di Pietro, non modaiole, svincolate da qualsiasi tentativo manipolatorio.

Essere testimoni di Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio.

La tecnologia disabitua a stare insieme, testimoniare fraternità

Papa Leone approfondisce quell’intuizione di San Francesco per cui la povertà può avvicinare i lontani, ricorda il significato di essere Chiesa: una casa aperta a tutti, in ascolto, che gusta il sapore della fraternità, che recupera la concretezza dei corpi oltre ogni virtualità e quel silenzio che “è il contrario della guerra, con le sue violenze, grida e crudeltà”.

“Cari giovani, come è bello stare insieme a “ragionare di Dio” e così, alla sua luce, della vita stessa, nella sua bellezza, nel suo mistero, nella sua serietà!”

Testimoniate questo stile dappertutto, specialmente in un tempo in cui la tecnologia disabitua a stare insieme, fra persone in carne ed ossa.

Le scelte definitive, l’atto più rivoluzionario

Giovanni, da Bologna, pone dinanzi al Papa la domanda su come dire un "sì" pieno a Dio in un mondo dove prevalgono atteggiamenti che non guardano al lungo periodo, all’eternità. Il giovane si spinge anche a chiedere cosa abbia aiutato Robert Prevost nel suo cammino vocazionale. Il Pontefice incoraggia: “Compiere una scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario”. Il problema è che oggi è in voga “una lettura a volte confusa della libertà” che può nutrire illusioni: “che i problemi si risolvano scappando, o tradendo, o provando a fare pochi passi su strade sempre diverse, senza mai andare lontano”. Il più delle volte, avverte il Papa, moltiplicare esperienze, contatti, consumi corrisponde a un vuoto interiore che può anche portare all’uso delle persone, come fossero merce. Amare veramente è ben altro.

Decidere per sempre non ci rinchiude in una gabbia, ma ci apre a un dinamismo più grande. Amare è un esodo, una strada da scoprire, un cammino che Dio percorre con noi, e questo è il vero senso di ogni vocazione.

 Il "sì" a diventare Papa, obbedienza a un Dio che non lascia soli

“Provocato” da Giovanni, Leone si concede accenni al proprio vissuto personale per dire che le decisioni sono da prendere ogni giorno, che la vocazione è “cammino di redenzione e guarigione” ed è da rinnovare ogni giorno, restando vigili su quell’inquinamento della chiarezza, così lo definisce, generato dal peccato.

Nella mia esperienza posso dire che il Signore mai mi ha lasciato solo: mi ha sempre accompagnato, donandomi anche delle persone con le quali camminare. Così, nella vocazione ad essere sacerdote, membro della comunità agostiniana, missionario, ho trovato come una luce che mi ha guidato fino ad oggi, fino a quando ho dovuto dire “sì” a una chiamata tutta speciale: quella ad essere Papa.

Quei muri invisibili che riempiono le città

Il siciliano ventiduenne Luigi affida al Papa una considerazione che ha a che fare con il tema dell’obbedienza al Successore di Pietro, anche quando ci sta stretta, quando si osservano scandali nella Chiesa. Come si fa a rimanere in “questo Amore riparatore?”, chiede. A Gesù sta a cuore l’unità, insiste Leone XIV che ne ha fatto il proprio motto episcopale. Un’unità, anch’essa “rivoluzionaria”. Semplicemente, afferma il Papa, questa è possibile ed è visibile, nonostante cadute e ferite.

Attorno a Gesù diventano fratelli e sorelle uomini e donne che altrimenti non si sarebbero mai incontrati o frequentati. Quando questo miracolo della Chiesa continua ad avvenire, grazie a Dio, rimane sorprendente anche oggi nelle nostre città, piene di muri invisibili che separano gli uni dagli altri. Quante discriminazioni e diseguaglianze possono finire subito, appena ci riconosciamo fratelli e sorelle!

Il potere di Gesù: forza che non umilia, ma solleva

La risposta del Papa rovescia la logica del mondo, riecheggia il canto del Magnificat. Il potere si misura non nella capacità di guardare sé stessi ma nella capacità di servire l’altro, umilmente. “Non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza”.

Il desiderio di Gesù per la Chiesa è chiaro: si tratta di diventare il suo corpo e manifestare la sua vita, di seguire il suo esempio ed esercitare un diverso tipo di forza, che non umilia, ma solleva.

Vatican News


 

domenica 22 novembre 2020

LA MISURA DELLO SVILUPPO E' L'UMANITA'


 Il Papa ai giovani di “Economy of Francesco”: la misura dello sviluppo è l'umanità

Si è concluso con il videomessaggio del Pontefice l’evento internazionale voluto da Papa Francesco, con protagonisti giovani economisti ed imprenditori di 115 Paesi del mondo che hanno partecipato on line a conferenze e dibattiti. “Cari giovani - dice il Papa - oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli", di essere buoni samaritani di un futuro solidale

 Amedeo Lomonaco- Città del Vaticano

 Il Papa nel videomessaggio sottolinea che l’incontro “Economy of Francesco” non è un punto di arrivo “ma la spinta iniziale di un processo”. L’evento internazionale, apertosi lo scorso 19 novembre ad Assisi e non a marzo a causa della pandemia, ha come protagonisti giovani economisti e imprenditori. Sono loro, "molto più di un “rumore” superficiale e passeggero che si può addormentare e narcotizzare con il tempo", i motori di un processo, spiega il Pontefice, che siamo invitati a vivere “come vocazione, come cultura e come patto”.

La vocazione di Assisi

Francesco ricorda che “l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista”. Seguendo le orme del Santo di Assisi si può riparare la nostra casa comune, anche dalla prospettiva dell’economia. A essere colpiti, spiega il Pontefice - è “nostra sorella terra, tanto gravemente maltrattata e spogliata”. Ma anche i più poveri e gli esclusi”, “i primi danneggiati e anche i primi dimenticati”. Francesco si rivolge quindi direttamente ai giovani economisti e imprenditori, “chiamati a incidere concretamente nelle città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati”:

La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali, di tutti noi, tra i quali voi avete un ruolo primario: le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete andare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra.

Una nuova cultura

Per dare voce allo spirito di Assisi, anche nell’economia, occorre un cambiamento. Si devono “avviare processi, tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze”. Ricordando quanto affermato da Benedetto XVI, Francesco sottolinea che “la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali”. Si deve dunque creare una nuova cultura per cambiare “gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono la società”. Si tratta, afferma il Papa rivolgendosi ai giovani, di un passo fondamentale e decisivo:

Senza fare questo, non farete nulla. Abbiamo bisogno di gruppi dirigenti comunitari e istituzionali che possano farsi carico dei problemi senza restare prigionieri di essi e delle proprie insoddisfazioni, e così sfidare la sottomissione – spesso inconsapevole – a certe logiche (ideologiche) che finiscono per giustificare e paralizzare ogni azione di fronte alle ingiustizie.

Cultura dell’incontro

Tornare “alla mistica del bene comune” e “incontrarsi al di là di tutte le legittime differenze”, è il passo determinante, osserva ancora Francesco, “per qualsiasi trasformazione che aiuti a dar vita a una nuova mentalità culturale e, quindi, economica, politica e sociale”. Quella dell’incontro è una cultura che si costruisce - come hanno fatto i giovani attraverso villaggi tematici che si sono costituiti on line in preparazione ad Economy of Francesco -  dialogando, pensando, discutendo e creando, “secondo una prospettiva poliedrica”. Ed è una cultura opposta, sottolinea il Pontefice, a quella che oggi “è alla moda”: la cultura dello scarto. “Come è difficile - aggiunge il Papa - progredire verso soluzioni reali quando si è screditato, calunniato e decontestualizzato l’interlocutore che non la pensa come noi”. Il futuro, spiega poi Francesco, sarà “un tempo speciale”: “Non siamo condannati a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura”. Tutti devono essere coinvolti in questa nuova cultura basta sull’incontro.

Occorre accettare strutturalmente che i poveri hanno la dignità sufficiente per sedersi ai nostri incontri, partecipare alle nostre discussioni e portare il pane alle loro case. E questo è molto più che assistenzialismo: stiamo parlando di una conversione e trasformazione delle nostre priorità e del posto dell’altro nelle nostre politiche e nell’ordine sociale.

Il patto di Assisi

Alcune questioni, ricorda il Papa nel videomessaggio, non si possono rimandare.  Si devono “far avanzare modelli economici che andranno a vantaggio di tutti, perché l’impostazione strutturale e decisionale sarà determinata dallo sviluppo umano integrale, così ben elaborato dalla dottrina sociale della Chiesa”. “I sistemi creditizi da soli - osserva Francesco - sono una strada per la povertà e la dipendenza”. Rivolgendosi ai giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti d’azienda, il Papa ricorda che questo "è tempo di osare il rischio di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità". Nuove vie "in cui le persone, e specialmente gli esclusi (e tra questi anche sorella terra), cessino di essere - nel migliore dei casi - una presenza meramente nominale, tecnica o funzionale per diventare protagonisti della loro vita come dell’intero tessuto sociale". Ogni popolo è chiamato “a rendersi artefice del proprio destino e di quello del mondo intero”. “Non basta accrescere la ricchezza comune - insiste il Pontefice - perché sia equamente ripartita e non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare”. È l’umanità la misura dello sviluppo:

La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Quella misura dell’umanità. Questo vale per il singolo come per la società misura che deve incarnarsi anche nelle nostre decisioni e nei modelli economici.

Cari giovani non scegliete le scorciatoie

Le parole conclusive del videomessaggio del Papa ai partecipanti all’Incontro "Economy of Francesco" hanno il sapore di una supplica:

Cari giovani, oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti. Un futuro imprevedibile è già in gestazione; ciascuno di voi, a partire dal posto in cui opera e decide, può fare molto; non scegliete le scorciatoie, che seducono e vi impediscono di mescolarvi per essere lievito lì dove vi trovate. Niente scorciatoie, lievito: sporcarsi le mani. Passata la crisi sanitaria che stiamo attraversando, la peggiore reazione sarebbe di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di autoprotezione egoistica. Non dimenticatevi, da una crisi mai si esce uguali: usciamo meglio o peggio. Facciamo crescere ciò che è buono, cogliamo l’opportunità e mettiamoci tutti al servizio del bene comune. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma che impariamo a maturare uno stile di vita in cui sappiamo dire “noi”.

 Vatican News


 Leggi: MESSAGGIO DEL PAPA

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domenica 18 ottobre 2020

MARTEDI' 20 - INCONTRO DI PREGHIERA PER LA PACE

 

Martedì il Papa in Campidoglio per la preghiera per la pace di S.Egidio

La 34.ma edizione dell'evento interreligioso istituito dalla Comunità a partire dall'incontro di Assisi del 1986, avrà come tema "Nessuno si salva da solo - pace e fraternità". Presenti i leader di ogni religione che pregheranno per le vittime della guerra e della pandemia

Michele Raviart- Città del Vaticano

Martedì prossimo, 20 ottobre, Papa Francesco parteciperà all’incontro di Preghiera per la Pace nello spirito di Assisi dal titolo “Nessuno si salva da solo – Pace e fraternità”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. In una dichiarazione il direttore della Sala stampa vaticana Matteo Bruni riferisce che Francesco, come comunicato dalla Prefettura della Casa Pontificia, prenderà parte al momento di preghiera ecumenica con le altre confessioni cristiane nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli di Roma e alla successiva cerimonia con i rappresentanti delle grandi religioni mondiali sulla piazza del Campidoglio.

Nello spirito di Assisi

Quello di quest’anno sarà il 34 esimo incontro promosso dalla Comunità di Sant’Egidio ispirato allo storico incontro interreligioso voluto da San Giovanni Paolo II nel 1986. L’evento, che svolgerà in presenza limitata per lo norme anti-covid e che sarà possibile seguire in streaming, “vedrà riunite le grandi religioni mondiali insieme ad autorevoli rappresentanti delle istituzioni”. “In un momento difficile della storia”, si legge nel comunicato della Comunità di Sant’Egidio, ”a causa della pandemia ma anche per le guerre vecchie e nuove in corso - come quella che dura da dieci anni in Siria o l’ultima nel Nagorno-Karabakh - dal cuore dell’Europa si offrirà al mondo un solenne momento di riflessione, di preghiera e di incontro: un messaggio di speranza per il futuro nel nome del bene più grande, che è quello della Pace”.

Un minuto di silenzio per le vittime di guerra e della pandemia

I leader religiosi pregheranno in luoghi distinti poco dopo le 16: nella Basilica dell’Ara Coeli Papa Francesco e gli altri cristiani pregheranno insieme al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e ai rappresentanti delle diverse chiese ortodosse e protestanti; gli ebrei nella Sinagoga, i musulmani nei locali dei Musei capitolini come anche i buddisti e i rappresentanti delle religioni Orientali. Dopo un'ora circa tutti si ritroveranno in piazza del Campidoglio, alla presenza anche il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella per l'inizio della cerimonia e i diversi interventi. Al termine seguirà un minuto di silenzio in memoria delle vittime della pandemia e di tutte le guerre e infine insieme i leader religiosi accenderanno il candelabro della pace.

La visita del Papa all'incontro di Assisi nel 2016

Papa Francesco aveva già partecipato all'edizione 2016 della Preghiera per la pace, che si svolse ad Assisi per il trentennale del primo incontro. "Si apra finalmente un nuovo tempo, in cui il mondo globalizzato diventi una famiglia di popoli", era stato in quell'occasione l'appello alla pace del pontefice: "Si attui - era stato il suo auspicio -  la responsabilità di costruire una pace vera, che sia attenta ai bisogni autentici delle persone e dei popoli, che prevenga i conflitti con la collaborazione, che vinca gli odi e superi le barriere con l’incontro e il dialogo. Nulla è perso, praticando effettivamente il dialogo. Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace".

NESSUNO SI SALVA DA SOLO
PACE E FRATERNITÀ

Incontro internazionale di Preghiera per la pace
Roma 20 ottobre 2020

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sabato 19 settembre 2020

PACE. CATENA UMANA PERUGIA-ASSISI

 

Iscriviti alla Catena Umana
per la pace e la fraternità
da Perugia ad Assisi

Domenica 11 ottobre 2020
ore 10.00-14.00

Per partecipare alla Catena Umana per la pace e la fraternità dell’11 ottobre 2020 è necessario iscriversi sul sito

www.perugiassisi.org

COMPILA IL FORM D’ISCRIZIONE

Se partecipi alla Catena Umana da solo/a REGISTRATI come SINGOLO
Se partecipi con altre persone, la tua famiglia, un gruppo di amici, un’associazione REGISTRATI come GRUPPO e inserisci i tuoi dati come referente/responsabile del gruppo
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Se partecipi come Scuola REGISTRATI come SCUOLA e inserisci i dati del referente/responsabile della delegazione
Se, una volta registrato, vuoi modificare i dati inseriti scrivi una mail a adesioni@perlapace.it
-  Per ogni altra informazione rivolgiti al Comitato promotore Catena Umana PerugiAssisi, via della viola 1 (06122) Perugia - Tel. 335.6590356 - 075/5737266 - fax 075/5721234 - email adesioni@perlapace.it - www.perlapace.it - www.perugiassisi.org