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mercoledì 29 luglio 2026

LA SCUOLA DEL FUTURO



SGUARDI PLURALI 
E 

SCENARI POSSIBILI 


È disponibile in open access il volume «La Scuola come Learning Hub. Pratiche emergenti per ripensare la scuola del futuro», curato da Giuseppina Rita Jose Mangione (INDIRE) e Paolo Landri (IRISS, già IRPPS-CNR). La pubblicazione raccoglie gli esiti di un percorso di ricerca sviluppato da INDIRE, in collaborazione con il CNR-IRPPS – Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali, intorno allo scenario “School as Learning Hub” elaborato dall’OECD nell’ambito della riflessione internazionale sui futuri della scuola.

Il volume è stato interamente sostenuto attraverso i fondi del Programma Nazionale della Ricerca 2021-2027, assegnati a INDIRE per il progetto “Azioni di ricerca per l’Istruzione e la Formazione” – CUP B55F21008020001. Pubblicato in formato digitale con licenza Creative Commons Attribuzione-Non Commerciale-Non opere derivate 4.0 Internazionale, può essere scaricato gratuitamente.

Il Volume è pubblicato in collana scientifica “Universo scuola. – Sguardi plurali e scenari possibili“

La ricerca propone un approfondimento teorico, metodologico ed empirico dello scenario OECD, mettendo in dialogo la riflessione pedagogica sulle trasformazioni della forma scolastica, la sociologia dei futuri, la ricerca-azione partecipativa e lo studio delle piccole scuole italiane.


Lo scenario OECD “School as Learning Hub”

Il punto di partenza del lavoro è uno degli scenari formulati dall’OECD per sostenere il dibattito sulle possibili evoluzioni dei sistemi educativi: “School as Learning Hub”.

Uno scenario non è una previsione di ciò che necessariamente accadrà e non costituisce un modello organizzativo da trasferire automaticamente da un sistema scolastico a un altro. È piuttosto uno strumento attraverso il quale osservare il presente da una prospettiva differente, mettere in discussione assetti consolidati, riconoscere processi di cambiamento già in corso e immaginare traiettorie alternative.

Per questa ragione, il progetto non ha assunto lo scenario OECD come una configurazione da applicare in maniera standardizzata alle scuole italiane. Lo ha utilizzato come dispositivo critico, riflessivo e generativo, capace di attivare un confronto tra ricerca internazionale, pratiche scolastiche e specificità territoriali.

La scuola come Learning Hub viene così considerata una direzione di cambiamento da esplorare e costruire attraverso processi di apprendimento collettivo, non una formula precostituita o una soluzione valida indistintamente per ogni contesto.


Che cosa significa “hub”

Nel volume, il concetto di hub non indica semplicemente un edificio scolastico aperto per un numero maggiore di ore, né una scuola alla quale vengono aggiunti servizi e attività.

L’hub è innanzitutto un nodo di connessione.

Pensare la scuola come hub significa riconoscere che i processi di apprendimento non si producono esclusivamente all’interno delle aule e dei confini istituzionali. Essi possono emergere dall’interazione tra studenti, docenti, famiglie, comunità locali, amministrazioni, associazioni, istituzioni culturali, organizzazioni sociali, soggetti economici e ambienti digitali.

La scuola assume quindi una funzione di attivazione e coordinamento: mette in relazione attori, competenze, spazi e risorse; rende accessibili opportunità formative differenti; favorisce la costruzione di alleanze educative e sostiene la circolazione delle conoscenze.

Non è più soltanto un luogo nel quale il sapere viene trasmesso, ma un’infrastruttura relazionale e culturale attraverso la quale le conoscenze possono essere costruite, condivise e contestualizzate.

Questa prospettiva non riduce il ruolo pubblico della scuola. Al contrario, ne rafforza la funzione istituzionale, attribuendole la capacità di promuovere condizioni di accesso all’apprendimento, inclusione, partecipazione e sviluppo nei territori.


Ripensare la forma scolastica

La prima sezione del volume costruisce la cornice teorica entro cui si colloca la ricerca.

Il capitolo di Giuseppina Rita Jose Mangione propone una riflessione pedagogica sulle trasformazioni della forme scolaire nelle piccole scuole; il contributo di Paolo Landri approfondisce invece il rapporto tra immaginazione temporale, futuro e analisi del presente.

Il futuro non viene trattato come un tempo remoto da prevedere, ma come una categoria attraverso la quale interrogare criticamente la scuola di oggi.

Immaginare le possibili forme future della scuola significa rendere visibili alcune tensioni che attraversano i sistemi educativi contemporanei: la rigidità dei confini istituzionali, la separazione tra apprendimento formale e informale, il rapporto tra scuola e territorio, le nuove disuguaglianze educative, il ruolo delle tecnologie, la trasformazione delle professionalità e la necessità di costruire nuove alleanze.

Lo scenario “School as Learning Hub” permette quindi di interrogare la forma stessa della scuola: i suoi tempi, gli spazi, l’organizzazione, la leadership, i rapporti con la comunità e le modalità attraverso cui vengono riconosciuti e integrati i diversi contesti di apprendimento.


Una ricerca tra dimensione internazionale e territori

Uno degli aspetti più significativi del progetto riguarda l’architettura metodologica, articolata in due fasi fortemente connesse:

  • i Living Lab internazionali;
  • i Living Lab territoriali.

La prima fase ha consentito di mettere lo scenario OECD in dialogo con esperienze, interpretazioni e prospettive maturate in differenti contesti di ricerca.

Attraverso il confronto con studiosi, esperti e organizzazioni impegnati sui futuri  dell’educazione, i Living Lab internazionali hanno sostenuto la costruzione di una lettura plurale della scuola come Learning Hub e la realizzazione di una mappa rizomatica delle sue possibili dimensioni.

La scelta del termine “rizomatica” richiama una rappresentazione non gerarchica e non  lineare. La scuola come hub non può infatti essere descritta attraverso una sequenza rigida di fasi o attraverso un elenco di caratteristiche applicabile in modo uniforme.

Essa prende forma dall’interazione tra molteplici dimensioni: la porosità dei confini scolastici, la qualità delle reti, la partecipazione degli studenti, il coinvolgimento delle famiglie, la governance, la leadership, gli spazi di apprendimento, le risorse territoriali, il rapporto con le istituzioni locali e la capacità di promuovere inclusione ed equità.

Il percorso internazionale ha dunque avuto una funzione essenziale: ampliare il quadro interpretativo dello scenario e predisporre una base concettuale da mettere successivamente alla prova nei contesti scolastici italiani.


I Living Lab territoriali

La seconda fase della ricerca si è sviluppata attraverso i Living Lab territoriali, concepiti come ambienti di ricerca situata e partecipativa.

In questi laboratori, ricercatori, dirigenti scolastici, docenti, studenti e attori territoriali hanno collaborato alla produzione di conoscenza e all’esplorazione di possibili trasformazioni.

Le scuole non sono state considerate semplici destinatarie di un modello progettato dall’esterno. Sono state coinvolte come soggetti attivi, portatrici di competenze, esperienze, interpretazioni e conoscenze dei contesti.

Il percorso ha adottato un approccio di ricerca-azione partecipativa, articolato in cicli di riflessione, azione e apprendimento collettivo. Tale scelta ha risposto a una duplice finalità: produrre conoscenze empiricamente fondate sulle pratiche riconducibili alla scuola come Learning Hub e, nello stesso tempo, sostenere processi di consapevolezza e trasformazione nelle comunità coinvolte.

L’attenzione non si è limitata alla presenza formale di accordi, reti o partenariati.

Per comprendere se e come una scuola possa configurarsi come hub è stato necessario osservare la qualità delle relazioni, il livello di reciprocità tra i soggetti, il senso di appartenenza, la condivisione delle responsabilità, la capacità di riconoscere le risorse del territorio e di tradurle in opportunità educative.

La logica dei Living Lab risulta quindi coerente con lo stesso scenario “School as Learning Hub”: entrambi si fondano sulla partecipazione, sull’attivazione di reti e sulla produzione condivisa di conoscenza.


Inventive e creative methods per esplorare il futuro della scuola

Un elemento qualificante della ricerca è stato il ricorso agli inventive e creative  methods.

Le metodologie creative non sono state impiegate come semplici tecniche accessorie di raccolta o presentazione dei dati, ma come dispositivi capaci di far emergere dimensioni dell’esperienza scolastica difficilmente accessibili attraverso gli strumenti tradizionali.

Pratiche narrative e visuali, digital storytelling, video partecipativo e altre forme di  produzione creativa hanno permesso ai partecipanti di esprimere conoscenze tacite, immagini della scuola, aspettative, relazioni e visioni del futuro.

Il digital storytelling, in particolare, consente di connettere dimensioni personali e collettive attraverso l’integrazione di narrazione orale, immagini, suoni e musica. Il video partecipativo non svolge pertanto soltanto una funzione documentale: diventa un mezzo per esplorare possibilità, rendere visibili gli immaginari e costruire visioni condivise.

In questo senso, i metodi creativi sono anche inventivi: non si limitano a rappresentare una realtà già data, ma contribuiscono a metterla in movimento.

Attraverso queste metodologie, i partecipanti possono riconoscere risorse e criticità, discutere le proprie pratiche, esplicitare saperi situati e immaginare nuove configurazioni della scuola. La ricerca non osserva quindi il cambiamento soltanto dall’esterno, ma crea le condizioni perché nuove possibilità possano essere pensate e progressivamente costruite.

Un contributo importante allo sviluppo di questa dimensione metodologica è stato offerto dal gruppo dell’Università degli Studi di Bergamo, che ha accompagnato il percorso attraverso attività di formazione e di orientamento scientifico sui metodi creativi  applicati alla ricerca educativa e sociale.


Le piccole scuole come contesti di ricerca

La fase empirica del progetto si è concentrata su tre esperienze di piccole scuole, selezionate come contesti particolarmente significativi per esplorare lo scenario “School as Learning Hub”.

Molte piccole scuole operano in aree interne, montane, rurali o costiere segnate da processi di spopolamento, fragilità demografica, riduzione dei servizi e disuguaglianze nell’accesso alle opportunità educative.

In tali contesti, la scuola continua spesso a rappresentare uno dei principali presìdi pubblici e culturali.

La sua presenza può incidere sulla qualità dell’offerta formativa, ma anche sulla tenuta delle relazioni comunitarie, sulla partecipazione, sulla capacità di rendere i territori attrattivi e sulla possibilità di contrastare dinamiche di marginalizzazione.

I vincoli caratteristici delle piccole scuole — dimensioni ridotte, distribuzione dei plessi, distanza dai servizi e limitatezza delle risorse — non vengono letti soltanto come condizioni di debolezza. Possono diventare elementi generativi, capaci di favorire prossimità, cooperazione, sperimentazione e costruzione di alleanze.

Per questa ragione, il volume interpreta le piccole scuole come laboratori di innovazione educativa e come contesti anticipatori nei quali alcune trasformazioni della forma scolastica possono diventare particolarmente visibili.


Tre casi per comprendere differenti configurazioni del Learning Hub

La ricerca ha coinvolto tre realtà differenti:

  • l’Istituto Comprensivo Pollica “G. Patroni”, attraverso l’esperienza di Montecorice, in Campania;
  • l’Istituto Comprensivo Prà, nel quartiere genovese di Prà;
  • l’Istituto Comprensivo di Govone, in Piemonte.

La selezione è stata costruita secondo una logica di variazione dei casi.

Non sono state scelte scuole simili, ma contesti differenti per collocazione geografica, caratteristiche demografiche, condizioni socioeconomiche, struttura organizzativa e natura delle partnership territoriali.

La ricerca mette così a confronto un territorio rurale e costiero del Cilento, un quartiere urbano periferico ad alta complessità sociale e un’area rurale delle Langhe articolata in una pluralità di piccoli comuni e plessi.

La diversa configurazione delle reti — culturali e ambientali, socioassistenziali, economiche e produttive — consente di comprendere come il Learning Hub possa assumere forme differenti in rapporto ai bisogni, alle risorse e alle opportunità di ciascun territorio.


Montecorice: una scuola estesa nel territorio

Il caso di Montecorice, approfondito nel volume da Giuseppina Cannella e Tania Iommi, restituisce l’esperienza di una scuola che estende progressivamente i propri confini attraverso la costruzione di azioni e alleanze educative.

Il territorio del Cilento non viene considerato semplicemente come uno sfondo nel quale realizzare attività didattiche occasionali, ma come parte integrante dell’ambiente di apprendimento.

Il patrimonio naturale, culturale e sociale entra nella progettazione educativa attraverso il coinvolgimento di enti locali, associazioni, comunità e soggetti territoriali.

In questa configurazione, la scuola agisce come punto di connessione tra conoscenze curricolari, saperi locali, luoghi e generazioni.

L’esperienza di Montecorice consente di osservare una forma di scuola estesa, capace di aprire i propri confini istituzionali e di costruire una trama educativa distribuita nel territorio.

La scuola contribuisce così non solo all’apprendimento degli studenti, ma anche alla valorizzazione del patrimonio locale, al rafforzamento delle relazioni comunitarie e alla costruzione di nuove possibilità culturali e formative.


Genova Prà: una scuola di comunità che genera inclusione e sviluppo locale

Il caso dell’Istituto Comprensivo Prà, analizzato da Stefania Chipa e Giuseppina Rita Jose Mangione, permette di esplorare lo scenario Learning Hub all’interno di un quartiere urbano periferico caratterizzato da elevata complessità sociale.

La presenza di differenti background culturali, di condizioni di vulnerabilità socioeconomica e di bisogni educativi articolati richiede alla scuola di costruire relazioni stabili con famiglie, servizi, associazioni e istituzioni locali.

La scuola assume quindi una funzione di connessione e di regia: non opera soltanto nel quartiere, ma contribuisce a riconfigurarlo come ambiente educativo.

Attraverso il lavoro di rete, mette in relazione soggetti, spazi e opportunità, sostiene la partecipazione delle famiglie, promuove inclusione e contrasta la povertà educativa.

Il Learning Hub assume qui la forma di una scuola di comunità, capace di divenire un punto di riferimento per il territorio e di produrre valore sociale.

In un contesto segnato da fragilità economica e sociale, la scuola può infatti configurarsi come infrastruttura dell’apprendimento e come dispositivo di inclusione, partecipazione e sviluppo locale.


Govone: reti territoriali, innovazione e capacità attrattiva

L’esperienza dell’Istituto Comprensivo di Govone, approfondita da Lorenza Orlandini e Serena Greco, riguarda una scuola inserita in un territorio rurale articolato su più comuni e caratterizzato dalla presenza diffusa di piccoli plessi.

La configurazione multisede, che potrebbe essere interpretata esclusivamente come un vincolo organizzativo, diventa una risorsa per la costruzione di un sistema territoriale integrato.

La scuola mette in relazione amministrazioni locali, associazioni, famiglie e soggetti economici, consolidando una rete capace di sostenere i plessi, ampliare l’offerta formativa e rispondere in maniera più efficace ai bisogni degli studenti.

Il caso evidenzia inoltre la capacità dell’istituto di divenire attrattivo anche per famiglie provenienti da altri territori.

Il radicamento locale non determina quindi chiusura o isolamento. Al contrario, permette alla scuola di costruire una proposta educativa riconoscibile, collegando innovazione scolastica, patrimonio territoriale, reti istituzionali e sviluppo.

Govone mostra come la scuola possa diventare un nodo territoriale capace di connettere comuni differenti e trasformare la frammentazione geografica in una risorsa educativa e organizzativa.


Non un unico modello, ma differenti forme di hub

L’analisi comparativa dei tre casi non conduce alla definizione di un modello uniforme di Learning Hub.

Emergono, al contrario, configurazioni differenti, costruite nell’interazione tra caratteristiche del contesto, risorse disponibili, qualità delle reti, leadership scolastica, forme di partecipazione e capacità progettuale degli attori.

A Montecorice prevale l’immagine della scuola estesa nel territorio; a Genova Prà quella della scuola di comunità orientata all’inclusione e allo sviluppo locale; a Govone quella di una rete territoriale articolata tra plessi e comuni.

Le tre esperienze confermano che la scuola come Learning Hub non può essere separata dalle condizioni situate nelle quali prende forma.

Ciò che definisce un hub non è il numero dei partner coinvolti, né la sola presenza di accordi formali. Sono la qualità delle relazioni, la reciprocità, la capacità di attivare risorse e la costruzione di una visione condivisa a rendere la scuola un nodo generativo.


La scuola al centro dei processi di rigenerazione

Il volume mostra come la scuola, quando opera come Learning Hub, possa assumere un ruolo importante nei processi di rigenerazione dei territori.

La scuola non sostituisce le responsabilità delle amministrazioni pubbliche, dei servizi sociali, del sistema economico o delle organizzazioni del territorio. Può però agire come innesco, nodo di connessione e infrastruttura di coordinamento.

Attraverso la costruzione di reti e alleanze può contribuire a:

  • rafforzare le relazioni sociali e la partecipazione;
  • ampliare le opportunità educative e culturali;
  • contrastare povertà educativa, isolamento e marginalità;
  • mettere in relazione luoghi, servizi e istituzioni;
  • valorizzare patrimoni, saperi e competenze locali;
  • sostenere indirettamente l’attrattività e lo sviluppo dei territori.

La rigenerazione assume pertanto una dimensione sociale, educativa, territoriale ed economica.

In particolare, nei contesti delle aree interne, la scuola può favorire la permanenza dei servizi, rafforzare il senso di appartenenza, costruire opportunità per le nuove generazioni e contribuire alla capacità delle comunità di immaginare il proprio futuro.


Il contributo di Anna Cristina D’Addio e il dialogo con il GEM Report UNESCO

Il volume si apre con la prefazione “Scuola, futuri, scenari possibili”, firmata da Anna Cristina D’Addio, figura di riferimento nel panorama del Global Education Monitoring Report dell’UNESCO.

Il contributo colloca la riflessione sul Learning Hub nel più ampio dibattito internazionale sulle trasformazioni dei sistemi educativi, sull’equità, sull’inclusione e sul raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile dedicato a un’istruzione di qualità.

La scuola come Learning Hub viene letta come una possibile infrastruttura civica e territoriale in grado di contrastare la povertà educativa, ampliare le opportunità di apprendimento e rafforzare la coesione sociale.

D’Addio sottolinea inoltre come la trasformazione della scuola riguardi tutti gli attori del sistema.

Per i docenti significa sviluppare competenze di progettazione collaborativa, costruzione di partenariati e lavoro in rete. Per gli studenti significa accedere a esperienze di apprendimento situate e significative, capaci di promuovere pensiero critico, collaborazione, agency e consapevolezza sociale. Per le famiglie e le comunità significa partecipare in modo più attivo ai processi educativi.

Anche la leadership scolastica è chiamata a trasformarsi, assumendo forme maggiormente distribuite, collaborative e orientate alla costruzione di alleanze.

La prefazione riconosce inoltre il valore delle piccole scuole come laboratori di innovazione. I casi presentati non costituiscono applicazioni di uno schema già definito, ma contesti generativi nei quali osservare in modo situato come la scuola possa riconfigurarsi come infrastruttura educativa, sociale e territoriale.


Il gruppo di ricerca INDIRE

Il volume rappresenta un importante esito del lavoro sviluppato dal gruppo di ricerca INDIRE impegnato nello studio delle Piccole Scuole e delle trasformazioni dei modelli educativi nei territori.

Il gruppo è composto da: Giuseppina Rita Jose Mangione, Stefania Chipa, Giuseppina Cannella, Serena Greco, Lorenza Orlandini, Tania Iommi e Andrea Paoli.

Le ricercatrici e i ricercatori hanno contribuito, attraverso competenze e responsabilità differenti, alla costruzione dell’impianto teorico e metodologico, alla progettazione e conduzione dei Living Lab, al dialogo con gli interlocutori internazionali, all’analisi delle esperienze territoriali e alla documentazione dei processi di ricerca.

Il percorso internazionale e la costruzione della mappa rizomatica della scuola come Learning Hub sono approfonditi nel volume da Giuseppina Rita Jose Mangione e Stefania Chipa.

Giuseppina Cannella e Tania Iommi analizzano l’esperienza di Montecorice; Stefania Chipa e Giuseppina Rita Jose Mangione approfondiscono il caso dell’Istituto Comprensivo Prà; Serena Greco, insieme a Lorenza Orlandini, contribuisce allo studio dell’Istituto Comprensivo di Govone.

Andrea Paoli firma l’approfondimento visuale “Immagini di una scuola che incontra il territorio”, contribuendo alla documentazione delle relazioni tra scuola, spazi e comunità.

La pluralità delle competenze presenti nel gruppo ha consentito di collegare ricerca pedagogica, analisi qualitativa, documentazione visuale, studi sui territori e metodologie partecipative.

La ricerca nasce inoltre dal confronto scientifico con il CNR-IRPPS e con il contributo di Paolo Landri e Fabio M. Esposito, autore del capitolo dedicato alle metodologie creative per esplorare le piccole scuole come Learning Hub e ai laboratori sulla scuola che verrà.


Una ricerca costruita con scuole, partner e stakeholder

Il volume è il risultato di un percorso di ricerca collettivo, reso possibile dalla collaborazione tra istituzioni scientifiche, scuole e territori.

Il gruppo di ricerca ringrazia tutte le dirigenti e i dirigenti scolastici, i docenti, gli studenti, le famiglie, le amministrazioni locali, le associazioni, gli enti del Terzo settore e gli attori economici e culturali che hanno preso parte alle attività.

Un ringraziamento è rivolto a tutti i partner e gli stakeholder nazionali e internazionali che hanno contribuito ai Living Lab, ai percorsi formativi e ai momenti di confronto, mettendo a disposizione conoscenze, esperienze e interpretazioni.

Un riconoscimento particolare va ad Anna Cristina D’Addio, per la prefazione e per il contributo offerto nel collegare la ricerca al dibattito internazionale promosso nel quadro del GEM Report UNESCO, con particolare attenzione ai temi dell’equità educativa, dell’inclusione e della responsabilità pubblica.

Un ringraziamento specifico è rivolto anche al gruppo dell’Università degli Studi di Bergamo, per il percorso di formazione e per l’accompagnamento scientifico nell’impiego degli inventive e creative methods.

Il suo contributo ha sostenuto la capacità della ricerca di utilizzare le metodologie creative non soltanto per documentare le pratiche scolastiche, ma per fare emergere conoscenze situate, immaginari e possibilità di trasformazione.

Il ringraziamento più ampio va alle comunità scolastiche e territoriali coinvolte nelle esperienze di Montecorice, Genova Prà e Govone, che hanno partecipato al percorso non come semplici casi di studio, ma come interlocutori e co-costruttori della ricerca.


Il volume disponibile gratuitamente in open access

Il volume La Scuola come Learning Hub. Pratiche emergenti per ripensare la scuola del futuro è disponibile in formato digitale e può essere scaricato gratuitamente in open access.

La scelta dell’accesso aperto intende favorire la circolazione dei risultati e mettere a disposizione di scuole, università, ricercatori, amministrazioni, decisori pubblici e comunità educanti una cornice teorica, una metodologia e un insieme di esperienze utili ad alimentare il dibattito sui futuri della scuola.

La pubblicazione non rappresenta la conclusione del percorso.

Nei prossimi mesi saranno organizzate presentazioni territoriali del volume, con l’obiettivo di restituire alle comunità coinvolte gli esiti della ricerca e aprire nuovi spazi di confronto tra scuole, ricercatori, istituzioni e attori locali.

Gli incontri permetteranno di approfondire lo scenario OECD “School as Learning Hub”, discutere le differenti configurazioni emerse nei tre casi e interrogare il ruolo che la scuola può assumere nei processi di rigenerazione educativa, sociale, territoriale ed economica.

Il volume costituisce dunque non soltanto la restituzione scientifica di un percorso, ma l’avvio di una nuova fase di confronto: un invito a considerare il futuro della scuola non come qualcosa da attendere, ma come un processo da esplorare e costruire collettivamente, a partire dalle relazioni, dalle pratiche e dalle possibilità presenti nei territori.

SCARICA IL VOLUME IN FORMATO OPEN ACCESS>>


Ministero Istruzione e Merito

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lunedì 10 novembre 2025

FORMARE I DOCENTI NELLA SCUOLA DI DOMANI

 INDIRE al panel sul futuro delle competenze dei docenti nell’era dell’intelligenza artificiale

 IA innovazione


L’impatto dell’intelligenza artificiale sull’esperienza didattica, l’arrivo di nuove generazioni di “nativi digitali” e l’evoluzione della domanda di lavoro stanno ridefinendo il ruolo e le competenze dei docenti. 

I risultati dello studio evidenziano che, in questa nuova stagione, la centralità del docente all’interno della comunità educativa sarà rafforzata: se usati in modo efficace, l’IA e le nuove tecnologie applicate alla didattica consentiranno ai docenti di dedicare più tempo alla cura dell’aspetto umano e relazionale dell’insegnamento.

 Le competenze di carattere socio-comportamentale – capacità di ascolto, empatia, prosocialità – diventeranno ancor più importanti in un ambiente scolastico sempre più digitalizzato e multimediale


 di Costanza Braccesi

 

In occasione della presentazione dello studio EY-Sanoma “La professione docente nella scuola di domani”, Elisabetta Mughini, dirigente di ricerca di INDIRE, è intervenuta nel panel dedicato al futuro delle competenze professionali degli insegnanti in Europa.

Invitata per la sua approfondita conoscenza dei sistemi educativi europei, Mughini ha richiamato in particolare una delle iniziative formative promosse da INDIRE per conto del Ministero dell’Istruzione e del Merito nell’ambito del PNRR: la formazione volontaria e incentivata per le figure di sistema, realizzata su Scuola Futura. Il percorso punta a sostenere lo sviluppo di competenze di middle management e di agenti del cambiamento a favore dell’innovazione scolastica.

Dal punto di vista dell’osservatorio di European Schoolnet, Mughini ha inoltre evidenziato come, in tutti i sistemi educativi europei, la formazione dei docenti sull’intelligenza artificiale sia ormai considerata cruciale, con un’attenzione crescente agli aspetti etici e di protezione dei dati personali.

A chiusura dell’evento, Carmela Palumbo, Capo Dipartimento del MIM, ha ricordato che Italia e  Spagna sono ad oggi gli unici Paesi europei ad aver già emanato linee guida sull’uso dell’IA a scuola. Palumbo ha inoltre sottolineato l’impegno del Ministero nello sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali di docenti e studenti, indicate dallo studio EY–Sanoma come fondamentali per il futuro, anche alla luce della Legge 22/2025, che prevede una sperimentazione e un piano nazionale triennale di formazione.

Lo studio in breve

Il report EY–Sanoma esplora l’impatto dell’intelligenza artificiale sulle professioni educative, stimando che entro il 2035 oltre il 60% delle competenze dei docenti sarà ridefinito. L’analisi mette in evidenza la necessità di nuovi percorsi formativi, l’importanza dell’etica digitale e il rafforzamento delle competenze trasversali per accompagnare il cambiamento nei sistemi di istruzione europei.

 👉 Scarica il rapporto “La professione docente nella scuola di domani” 






lunedì 16 settembre 2024

COSTRUIRE PATTI EDUCATIVI

 

E’ disponibile online il nuovo Quaderno delle piccole scuole della serie “Strumenti”, dal titolo “Costruire Patti Educativi. Costrutti, processi e strumenti per sviluppare alleanze fra scuola e territorio”. 

Il Quaderno fa chiarezza sulla distinzione tra Patto di Collaborazione e Patto Educativo Territoriale e condivide con le scuole il percorso che porta alla costruzione delle alleanze di prossimità. Vengono messi a disposizione strumenti per la costruzione del patto e strumenti per misurarne alcune dimensioni chiave (complessità, democraticità, interprofessionalità). Infine le scuole potranno trovare un Repertorio di pratiche da consultare, un estratto di ciò che l’Osservatorio Nazionale permette di rintracciare e monitorare.

Il Quaderno è stato presentato ieri 9 settembre nell’ambito delle Giornate della Didattica di Verona, al Palazzo della Gran Guardia. Un momento di condivisione e restituzione del lavoro fatto per il Patto di Collaborazione Territoriale di Verona. I ricercatori Giuseppina Rita Jose Mangione, Stefania Chipa e Rudi Bartolini hanno approfondito il percorso che ha visto INDIRE accompagnare il territorio alla realizzazione di numerosi Patti Educativi.

Rai scuola dedicherà uno speciale al tema e al percorso che INDIRE ha condotto sul territorio Veronese in collaborazione l’UAT, e con l’impegno di una Cabina di Regia che ha sostenuto il valore delle alleanze pattizie per intervenire sui bisogni e le priorità delle scuole. 

QUADERNO



 



domenica 8 ottobre 2023

L'AMBIENTE FA SCUOLA

DIDATTICA ALL'APERTO


 Online il nuovo Quaderno  sulla didattica all’aperto, non solo per le paccole scuole.

architetture scolastiche piccole scuole

- di Stefania Chipa

È online e liberamente scaricabile il nuovo Quaderno delle Piccole Scuole della serie “Strumenti” dal titolo «L’ambiente fa scuola. Fare didattica all’aperto nelle piccole scuole».

La pubblicazione è curata dalle ricercatrici INDIRE Giuseppina Rita Jose Mangione e Stefania Chipa e da Vittoria Volterrani, docente esperta della Rete Nazionale delle Piccole Scuole.

Questo numero si collega al Quaderno 11.1 della stessa serie, ma ne costituisce un ampliamento, aprendo una finestra sul contesto internazionale per offrire spunti di progettazione e favorire l’istituzionalizzazione di esperienze di didattica all’aperto.

Nella parte centrale del documento vengono proposte schede didattiche realizzate da alcune docenti esperti di scuole europee di Spagna, Bulgaria, Turchia, Norvegia, Slovenia e Italia.
Le schede sono pensate per essere replicabili e personalizzabili, coprono differenti livelli del primo ciclo di istruzione (infanzia, primaria e secondaria di primo grado) e situazioni di pluriclasse. Sono organizzate per focus tematici e ciascuna fa riferimento a un framework di competenza prevalente: le competenze del 21° secolo, le competenze socio-emotive, le competenze chiave europee.

Nell’ottica di suggerire alle scuole di considerare lo spazio esterno come parte integrante dell’ambiente di apprendimento è stata proposta una modalità di compilazione narrativa secondo il format della learning story già sperimentato da INDIRE. Le docenti hanno illustrato le attività di apprendimento affiancando le situazioni didattiche e la configurazione dello spazio educativo all’aperto.

La sezione 2 del Quaderno esplicita i benefici e fornisce indicazioni per una “messa a sistema” della didattica all’aperto attraverso le interviste alle autrici delle schede didattiche.

Le interviste si sviluppano attorno a 4 domande: 1) Che cosa rappresenta l’apprendimento all’aperto nella visione di scuola?; 2) Perché e quando avete deciso di cimentarvi con l’apprendimento all’aperto?; 3) È sistemico o ancora in via di sperimentazione?; 4) Quali benefici porta agli studenti?

Il Quaderno è frutto della collaborazione delle Strutture di ricerca INDIRE “Innovazione metodologica e organizzativa nelle scuole piccole”  e “Architetture e arredi scolastici: progettare nuovi spazi educativi e adattare ambienti di apprendimento esistenti”.

 Scarica il Quaderno >>

 

mercoledì 8 febbraio 2023

UNA PASSIONE VIVA PER LA SCUOLA

Il bilancio dell’Istituto di documentazione, innovazione e ricerca educativa Indire

Innovazione, inclusione, digitale... La formazione non arricchisce soltanto il docente neoassunto, ma anche la comunità scolastica nel suo insieme. L’auspicio è che continui a essere anche un momento di formazione continua.

 Nel Patto formativo tra il docente e la comunità educante si inserisce il ruolo del dirigente chiamato a valutarlo e la figura del “tutor”, un collega esperto che affianca l’aspirante insegnante nell’anno di prova.

Dal 2015, dall’avvio della riforma nota come “Buona scuola”, che ha innovato l’anno di formazione e prova, quasi un terzo degli insegnanti ha seguito programmi di aggiornamento

In otto anni 300mila tra maestri e prof, quasi uno su tre, sono tornati «sui banchi» per migliorare competenze e capacità didattica. Un’iniezione di professionalità. E non solo

 - di PAOLO FERRARIO

 Negli ultimi tempi l’attenzione del legislatore, sul versante scuola, si è concentrata soprattutto sul sistema di reclutamento dei docenti, riformato dalla legge 79 del 2022, e sulla formazione continua degli insegnanti. Per quanto riguarda il primo aspetto, uno dei punti salienti della riforma è l’acquisizione, da parte degli aspiranti docenti, di 60 crediti formativi universitari (Cfu) in conoscenze teorico pratiche professionalizzanti; il secondo versante, quello della formazione del corpo docente, ha invece trovato nuovo slancio a partire dalla legge 107 del 2015, la cosiddetta “Buona scuola”, che ha profondamente innovato l’anno di formazione e prova. Un primo bilancio di questa esperienza, a otto anni dalla sua introduzione, è contenuto nel volume “L’anno di formazione e prova degli insegnanti dal 2015 ad oggi” (Carocci editore, 335 pagine, 38 euro), curato da Maria Chiara Pettenati, dirigente di ricerca dell’Indire, l’Istituto nazionale documentazione, innovazione e ricerca educativa, realtà che insieme all’Invalsi è parte del sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e formazione. I l rapporto ripercorre i passaggi di quella che è stata definita, dalla stessa curatrice, una «ballata popolare» che ha coinvolto insegnanti di tutto il Paese, circa 300mila negli otto anni considerati, quasi uno su tre di quelli attualmente in cattedra. Un esercito di innovatori che si candida a cambiare la scuola (e la società) agendo dall’interno del sistema di istruzione, ancora troppo spesso bloccato da prassi consolidate, ma non più attuali e da una burocrazia asfissiante, che gli stessi dirigenti scolastici non hanno timore di definire «molesta». Dal 2015, dunque, è in atto il tentativo di operare un profondo cambiamento, facendo leva su questa avanguardia di nuovi docenti, formati e motivati e con una rinnovata consapevolezza del ruolo sociale del proprio lavoro. Insegnanti neo immessi in ruolo ma, spesso, con una lunga esperienza di precariato alle spalle, praticamente coetanei dei colleghi in servizio da più tempo, in grado di portare nella scuola una ventata d’aria fresca, una nuova domanda di formazione finalizzata al miglioramento della loro professionalità.

Dal 2015 ad oggi sono stati 292.440 i docenti neoassunti che hanno svolto l’anno di prova secondo il modello della “Buona scuola”. Per oltre l’80% si tratta di donne, per il 44% con un’età compresa tra i 35 e i 44 anni e rappresentano circa il 30% di tutti gli insegnanti attualmente in servizio in Italia. In prevalenza (60%) lavorano nelle scuole del primo ciclo (primaria e secondaria di primo grado), mentre circa il 30% insegna alla secondaria di secondo grado e un restante 20% circa alla scuola dell’infanzia (in crescita nell’ultimo quinquennio). Questo nuovo contingente di insegnanti è stato coinvolto nell’anno di formazione che, tra le caratteristiche principali, ha la sottoscrizione di un Patto formativo tra il docente in formazione e la comunità educante in cui si inserisce, un «ruolo incisivo» del dirigente scolastico chiamato a valutarlo e la figura del docente “tutor”, un collega esperto che affianca l’aspirante insegnante nell’anno di prova.

Al centro di questo percorso c’è la costruzione del Curriculum formativo, per favorire la «costruzione dell’identità professionale del docente», chiamato a «crescere attraverso la riflessività». « Da dove vengo come insegnante?», «Dove sono e come agisco ora?», «Come voglio diventare nella mia professione futura?», sono, allora, le domande che gli aspirati docenti sono stimolati a porsi, per arrivare a una nuova consapevolezza del proprio ruolo e della propria funzione nella società. Una riflessione che, in seguito, potranno portare nella scuola dove insegneranno, “contaminando” in positivo i colleghi. «In questo giocherà un ruolo chiave l’intraprendenza del legislatore nell’articolare il nuovo sistema di formazione continua incentivata – spiega Maria Chiara Pettenati nell’introduzione – ma è certamente da qui che il nostro Paese deve passare se vuole procedere spedito verso il perseguimento del Goal-4 dell’Agenda 2030 “Assicurare un’istruzione di qualità equa ed inclusiva e promuovere opportunità di apprendimento permanente per tutti”».

Ai nuovi 300mila insegnanti, insomma, si chiede di portare nella scuola «vivacità e nuove idee», contribuendo a far sedimentare la «cultura dell’apprendimento adulto permanente», azione strategica messa in campo dal Ministero dell’Istruzione. « È evidente – si spiega nella ricerca dell’Indire – come questa azione, consolidata ormai da diversi anni, abbia un impatto non solo sul sistema d’istruzione ma anche su tutto il Paese. Investire nel capitale professionale e culturale della scuola, rappresenta infatti un fattore fondamentale nel continuo miglioramento delle metodologie didattiche, delle conoscenze e delle competenze trasversali dei nostri insegnanti con l’obiettivo di avere ricadute certe sulla crescita dei nostri ragazzi, preparandoli ai lavori del futuro, in un contesto di società che è in continua evoluzione e sempre più globale».

La formazione non arricchisce soltanto il docente neoassunto, insomma, ma anche la comunità scolastica nel suo insieme. «L’auspicio – spiegano gli esperti dell'Indire – è che continui ad essere anche un momento di formazione continua». Su quali argomenti e con quali contenuti, sono gli stessi insegnanti a suggerirlo, elencando una serie di “bisogni formativi”. Al primo posto ci sono le “metodologie didattiche innovative” capaci di appassionare gli studenti rendendoli davvero protagonisti del processo di apprendimento, ma anche “l’inclusione e i bisogni formativi speciali degli alunni”.

Dopo l’esperienza della pandemia e della Didattica a distanza, i nuovi docenti chiedono di essere formati nelle “competenze digitali”, ma anche nei “bisogni legati alla relazione” (con gli studenti, i colleghi, i genitori…), anch’essa segnata in profondità da due anni di lezioni online. L’interesse dei docenti si rivolge in particolare a quelle opportunità di formazione che sembrano finalizzate al miglioramento della propria professionalità all’interno della scuola. Meno frequentati, invece, i temi che fanno riferimento al mondo esterno rispetto alla realtà scolastica (ad eccezione della relazione con i genitori) soprattutto per quanto riguarda la scuola per l’infanzia e la primaria. Anche gli aspetti della professione che hanno a che vedere con il contesto socioeconomico – è spiegato nel rapporto – come, ad esempio, il tema della dispersione scolastica «non sembrano catturare particolarmente l’interesse dei docenti». Un punto, quest’ultimo, su cui l’intero sistema si dovrebbe interrogare, alla luce dei dati che dicono come, in Italia, vivano un milione e 382mila minori in povertà assoluta, la dispersione scolastica sia al 12,7% e i giovani tra i 15 e i 29 anni senza scuola, formazione o lavoro rappresentino il 23,1% del totale, più che in ogni altro Paese europeo. Per migliorare queste “classifiche” è, dunque, quanto mai necessaria una nuova generazione di insegnanti appassionati e contenti del proprio lavoro.

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